BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

giovedì 24 giugno 2010

Intervista a Luca Ciarla


Ho conosciuto Luca Ciarla una decina d’anni fa nel corso della raccolta di materiali per l’antologia Tribù Italiche Molise, ideata per la rivista World Music Magazine dal vulcanico quanto geniale Pietro Carfì. È stata un’entusiasmante avventura di ricerca ma anche di scoperta di patrimoni sonori unici della Penisola, nonché di artisti spesso sconosciuti sebbene di superba levatura. Quando lo incontrammo in un’indimenticabile serata live per la presentazione del disco molisano, ospiti della cittadina di Macchiagodena (IS), di lui ci colpirono non soltanto la statura musicale ma anche il garbo e la mitezza. Con la pubblicazione di Fiddler in the Loop, album che testimonia la non convenzionalità del linguaggio espressivo, ma anche la qualità tecnica dell’artista, l’occasione è ghiotta per avvicinarci ad un musicista che seppure non specificamente folk o world, merita di essere apprezzato da chi ha orecchie attente ma soprattutto aperte. Volendo rinchiuderlo in un’etichetta lo si potrebbe definire musicista jazz, ma la sua composita formazione musicale e soprattutto il non riconoscersi nel mainstream jazz, lo rendono decisamente – e per fortuna – poco classificabile. Tra i suoi maestri imprescindibili indica Bach, Michel Petrucciani, Keith Jarrett e Fred Hersch, senza tralasciare l’amore per le tradizioni musicali indiana ed ungherese. Numerose e rilevanti le sue collaborazioni, tra cui ricordiamo quelle con Daniele Sepe, Greg Cohen, Danilo Rea, Sergio Cammariere, Mimmo Locasciulli e Fabrizio Bosso. Nato nel 1970 a Termoli, bella marina molisana, Ciarla ha iniziato a suonare il violino e il pianoforte a otto anni. “A dodici anni ho cominciato ad esplorare il jazz e l’improvvisazione e successivamente anche alcune tradizioni etniche e popolari!”, esordisce Ciarla. “Mi sono diplomato in violino, ho studiato presso la Scuola di Musica di Fiesole, quella di Saluzzo e poi in America. Il perfezionamento negli Stati Uniti è stato fondamentale: ho seguito un master all’Indiana University e ho avuto la possibilità di studiare con David Baker, uno dei più grandi insegnanti di jazz al mondo, e di vedere da vicino gente come Bobby McFerrin, Joshua Bell o il Turtle Island Quartet. Successivamente, ho conseguito un dottorato all’università dell’Arizona dove ho insegnato violino e improvvisazione per alcuni anni. La differenza sostanziale tra la nostra società e quella americana giace quasi tutta sul concetto sacrosanto di meritocrazia. Da noi fondamentalmente non c’è e questo porta ad uno sviluppo della società fragile e confuso. In Italia chi dedica una vita ad una disciplina e raggiunge grandi obbiettivi viene spesso ostacolato; negli Stati Uniti invece è considerato, giustamente, un valore sul quale investire”. Del suo soggiorno americano, ricordiamo anche il riconoscimento ricevuto nel 1999 dalla newyorkese Chamber Music America. Per comprendere la cifra stilistica del termolese, ascoltate il suo quarto disco registrato nel 2004 ed intitolato Il Vento dei Saraceni. Ciarla suona in quartetto con Luciano Biondini alla fisarmonica, Marco Siniscalco al basso e Antonio Franciosa alle percussioni. L’album è in equilibrio tra scrittura ed improvvisazione, tradizione e contemporaneità, con brani squisiti come Bach Tarantolato o Un Bolero da Balera. Per il disco della serie Tribù Italiche, invece, scegliemmo la sua rilettura di un tema tradizionale termolese, Sebastiano da lontano, in origine un canto di questua, reso come una ballad, attorno al cui nucleo melodico l’artista ricama spunti improvvisativi. Qual è il rapporto di Ciarla con la tradizione musicale molisana? “Il Molise è una terra piccola ma solo nelle dimensioni. In realtà, è ricca di tradizioni e culture popolari di grande fascino che solo da pochi anni iniziano ad ottenere lo spazio che meritano. Sicuramente c’è ancora tanto da fare, soprattutto nella divulgazione a livello internazionale e nella rivisitazione moderna dei brani tradizionali”. Oltre all’esperienza negli States, nella seconda parte degli anni Novanta del secolo scorso, un’altra fase cruciale per Luca è stata la permanenza di due anni e mezzo ad Hong Kong. In seguito, la decisione di tornare in Italia, determinato a costruire qualcosa nel suo luogo di nascita. “Nel 2001, quando vivevo ad Hong Kong, fondai la Violipiano Arts, una casa di produzione artistica che nel 2003, dopo il mio ritorno in Italia, è diventata anche edizioni musicali, etichetta discografica, agenzia artistica e di eventi. La Violipiano Arts è ormai un’impresa culturale a 360 gradi con la quale realizziamo produzioni straorinarie, come il Festival Internazionale “Due Sponde, un Mare”, incentrato sul concetto di ‘cultura adriatica’, una mia vecchia passione” (info www.duesponde-unmare.net, ndr). Lo scorso anno è uscito Fiddler in the Loop (distribuito da Egea), 43 minuti che scorrono che è un piacere, divisi in nove composizioni strumentali che convogliano moduli jazz, impronta classica, echi popolari, sprazzi di minimalismo. Spiccano la rilettura dell’indimenticabile Lucignolo, composto da Fiorenzo Carpi per Il Pinocchio di Comencini, il lirismo raffinato di Perpetuum Nobile, la sempre necessaria Bella Ciao, proposta in chiave folk-jazz, che gioca sul dialogo tra il violino di Ciarla e la chitarra di Luigi Tessarollo, A Pazzeia, di impronta manouche, prima di approdare all’accattivante title-track. “È un disco nato quasi per caso” – spiega Ciarla – “ Mi prestarono una loop machine e fu amore a prima vista. La possibilità di orchestrare un brano da solo, anche dal vivo, mi stregò e iniziai subito ad arrangiare i miei brani con la loop e, successivamente, a scrivere proprio per violino e loop machine. Così sono venuti fuori brani come Keziat o arrangiamenti come quello del tema di Lucignolo, che non avrei mai potuto immaginare fino a qualche anno fa. Sono nato come musicista prevalentemente acustico. L’utilizzo della tecnologia, come appunto una loop machine o alcuni effetti digitali presenti nei miei ultimi dischi, è sempre molto soft e integrato in un contesto acustico nel quale mi sento più a mio agio, forse perché amo particolarmente il suono naturale del violino. Per il disco poi ho chiamato tre ospiti d’eccezione, Luigi Tessarollo, Ferruccio Spinetti e Gregg Koyle e ho chiesto all’artista Keziat di realizzare un storia a fumetti che abbiamo inserito nel libretto”. L’animazione ritorna anche negli spettacoli che il compositore molisano propone. “Partendo dal fumetto del disco, Keziat ha realizzato una specie di ‘colonna visiva’ del concerto, trasformando Fiddler in the Loop in uno spettacolo vero e proprio, con animazioni video che interagiscono con le mie composizioni”. Che altri progetti Ciarla porta in giro? “Presento anche un altro programma con la loop, La Musique Double, nel quale suono violino, pianoforte e vari effetti sonori. Poi c’è il trio con Luigi Tessarollo alla chitarra e Marco Siniscalco, e il quartetto protagonista de Il Vento dei Saraceni”.



Ciro De Rosa

Tendachënt – Arnèis (FolkClub Ethnosuoni/La Ciapa Rusa/Provincia di Alessandria)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Eredi diretti dello storico gruppo folk piemontese La Ciapa Rusa, i Tendachënt nascono nel 1997 e, sebbene il loro suono rispetto al gruppo di origine si sia orientato via via verso un approccio nuovo che li ha portati a contaminare il suono con pulsioni rock e sonorità acustiche classiche, nel corso degli anni sono riusciti a ritagliarsi un ruolo primario nella scena folk italiana. A partire dal 2000 anno della pubblicazione del disco di esordio Ori Pari, il loro percorso artistico ha conosciuto un crescente successo che li ha visti pubblicare dischi di grande valore come La Valle dei Saraceni del 2005, premiato come miglior opera di musica tradizionale italiana al Premio Città di Loano. Negli ultimi anni il gruppo si è evoluto in quartetto e ancor oggi nella sua line up sono presenti Maurizio Martinotti (ghironda e voce) e Bruno Raiteri (violino) che erano tra i musicisti della Ciapa Rusa, accanto ai quali troviamo Enrico Negro (chitarre e plettri), Mauro Basilio (violoncello) e qua e là le percussioni di Gigi Biolcati. Il loro nuovo lavoro discografico, Arnèis, dedicato alla memoria del bassista del gruppo Gerardo Savone scoparso due anni fa, presenta quattordici brani perlopiù composti e prodotti da Martinotti, più cinque preziose bonus track incise dal vivo che svelano tutto il fascino dei concerti dei Tendachënt. Il disco segna un ritorno al sound acustico ed in questo senso ci piace evidenziare come gli arrangiamenti essenziali eppure ben calibrati, riescano a mettere in risalto la verietà degli strumenti utilizzati e l’intreccio sonoro generato dalle loro timbriche. Proprio gli strumenti sono al centro di questo lavoro, infatti il titolo Arnèis (gli appassionati di enologia conosceranno certamente anche il vino omonimo) in piemontese vuol dire arnesi, ferri del mestiere, a cui i Tendachënt rendono un accorato omaggio. “Ciascun musicista ama i suoi strumenti - di un amore a volte morboso - non solo per come suonano, ma anche per la marazzatura, il colore, addirittura per l’odore dei legni, delle resine e delle vernici, per la foggia, per particolari (la forma di un riccio o delle buche sul piano armonico, una filettatura o un intarsio) che ai più sfuggono o possono sembrare insignificanti. E ogni strumento - costruito da maestri liutai del presente o del passato - possiede un timbro unico ed inimitabile, più caldo o più brillante, più delicato o più aggressivo”, così scrivono nelle liner notes e non è un caso che anche in copertina facciano bella mostra gli strumenti del gruppo. Durante l’ascolto si ha modo di apprezzare la cura con la quale il cantautorato di Martinotti approccia le sonorità tradizionali, ed in particolare va lodato il recupero di perle dimenticate come Bargirola, raccolta da Amerigo Vigliermo, fondatore del Centro Etnografico Canavesano, il canto valdese Le Prisonniere et l’hirondelle, la splendida Il Genovese tratta dalle pubblicazione di Leone Sinigaglia e Ugino che è stata tratta da un frammento di canto contenuto nel disco della collana Albatros, Canti Popolari del Piemonte Vol.2 di Roberto Leydi. Splendido poi è il finale in cui si ha modo di apprezzare le cinque bonus track dal vivo e tra cui va citato il medley iniziale La Cadrega Fioria/Aria dei Sapadur, e l’altro splendido medley di Monferrine. Insomma Arnèis è un disco che apre uno spaccato interessantissimo sulla tradizione musicale del Piemonte e che consacra definitivamente il talento e il geniale approccio alla musica popolare dei Tendachënt.

(N.B. non essendoci video dei Tendachënt, abbiamo scelto questa splendida versione in piemontese di Volta La Carta, eseguita da La Ciapa Rusa per il tributo a Fabrizio De Andrè Cani Randagi)

Salvatore Esposito

Anouar Brahem - The Astounding Eyes of Rita (Ducale)


A diciotto anni dalla prima incisione, questa nuova opera del compositore e oudista tunisino, registrata a Udine, è dedicata a Mahmoud Darwish (1941–2008), “poeta e grande umanista”, come lo definisce Brahem, che nel titolo del CD si è ispirato a “Rita e il fucile”, lirica tra le più pregnanti dell’eminente scrittore palestinese, già trasposta in musica dal cantante libanese Marcel Khalifé. L’album è dominato da una cornice sonora umbratile e dai timbri caldi, esito soprattutto del dialogo tra il clarinetto basso di Klaus Gesing e l’oud del virtuoso nato nel 1957 ad Halfawine. Come a voler voltar pagina, Brahem rinuncia alla proiezione spiccatamente cameristica che ha contraddistinto le sue ultime prove, orientando la sua rotta sulla felice confluenza fra modi della tradizione strumentale araba e del jazz. Stando così le cose, il lavoro si avvicina più a dischi come Conte de l’incroyable amour oppure Barzakh o ancora Thimar. La costruzione dei brani poggia su una netta sensibilità melodica: la musica è stata composta inizialmente per oud, laddove – raccontano le cronache – negli ultimi anni il compositore aveva privilegiato la scrittura al pianoforte. Qui, complice l’estetica del produttore e boss ECM Manfred Eicher, accanto al clarinettista tedesco sono il basso elettrico svedese Björn Meyer e le percussioni (darbuka, bendir) del libanese Khaled Yassine. L’album è articolato in otto composizioni, in cui Brahem sfoggia il suo consueto tocco rifinito e nitido, ricercando un “naturale” equilibrio tra espressione formale e procedure improvvisative. L’apertura The Lover of Beirut ha passo lieve e minimalista: attacco affidato a fraseggi secchi ed iterati del cordofono arabo, al quale si unisce il calore del clarinetto basso, che condivide il sentiero sonoro con l’affondo melodico dell’oud. Un suadente assolo di clarinetto basso dà principio a Dances with Waves, brano che si muove lungo l’asse jazzistico con il dialogo serrato tra basso e oud, sorretti dal ritmo del bendir. Ambientazione jazz che anima anche la luminosa Stopover At Djibouti, dal ritmo sostenuto, brano tra i più immediati e riusciti del disco, che catturerà il pubblico aduso all’oriental fusion. Ricca di pathos è la bella, lunga title track, tessitura iniziale di profilo mediorientale e successive evoluzioni improvvisative di oud e clarinetto. L’affiatamento del quartetto si mette in mostra anche in Al Birwa, mentre ci si sposta di nuovo entro gli stilemi della tradizione araba con Galilee Mon Amour. Una dolce pacatezza meditativa caratterizza Waking State, prima dell’approdo finale di For No Apparent Reason, con il pieno del quartetto in un proficuo impasto di timbri.


Ciro De Rosa

Marcello Capra – Preludio Ad Una Nuova Alba (TJRS/ElectRomantic/Ma.Ra.Cash)

Chitarrista torinese dal talento cristallino, Marcello Capra è tra i più apprezzati musicisti e compositori italiani. Nel suo articolato e rigoroso percorso artistico ha realizzato album di rara bellezza da cui traspare tutto il suo desiderio di ricerca verso nuove sonorità e latitudini musicali, ma soprattutto il desiderio di trasmettere all’ascoltatore le sue emozioni e le sue sensazioni. Tutti i suoi brani celano un significato profondo di cui il suo lessico chitarristico è codice da decriptare con il cuore. Il suo stile elegante, geniale, soffice ma anche aggressivo non si limita allo sfoggio di tecnica fine a se stesso, ma funge da incantevole rifinitura dove la forza del cuore, la bellezza dello stile e la saggezza della tecnica si fondono in maniera indissolubile. Preludio Ad Una Nuova Alba, è il suo ottavo disco come solista e si inserisce nel suo percorso musicale come uno dei vertici più alti della sua produzione. Attraverso i quindici brani di questo nuovo disco si viene in contatto tanto con il suo approccio eclettico alla chitarra quanto soprattutto con il suo amore per la ricerca sonora. Ogni traccia è un acquerello sonoro che rimanda a luoghi lontani, a paesaggi diversi dalle atmosfere diverse ma guardati con occhi incantati al soffio della brezza mediterranea. Ad aprire il disco è la sontuosa overture di Preludio dove il chitarrista torinese riassume e sintetizza quello che sarà il nostro viaggio attraverso gli altri brani, tra colori, luci, nuvole, albe, sole, luna, mare. Durante l’ascolto si ha subito la sensazione di essere di fronte ad un opera di incantevole bellezza di cui protagonisti assoluti sono i suoni acustici raffinatissimi della Ovation Legend e flatpicking di Capra. Si passa così dalle sonorità aggressive di Omaggio a Lulù ai suoni prog-rock mediterranei di Tracce Mediterrane attraversando le sonorità arabescate di Danza Verde, le dolci e briose melodie di La-Sol-Mi Fa, le visioni di west coast di Bassa Marea, fino a toccare l’apoteosi con la stupefacente Aura, che chiude il disco cullata dalla splendida voce di Laura Ennas. Preludio Ad Una Nuova Alba, è un diario di viaggio scritto, che nasce da un processo creativo denso di immaginazione ed ispirazione, nel quale si ricorrono emozioni e visioni da cogliere e da accogliere con attenzione. Insomma un disco prezioso che ci fa conoscere e scoprire il talento di uno dei più grandi chitarristi italiani.


Salvatore Esposito

Michele Anelli, Siamo I Ribelli, Selene Edizioni – Collana Distorsioni, 2008, pp.140, Euro 15,00


Siamo I Ribelli costituisce una parte importante del progetto iniziato qualche anno fa con la pubblicazione di Festa D’Aprile, Michele Anelli con questo libro ha inteso approfondire il suo lavoro di ricerca ed analisi del materiale d’archivio sulla Resistenza. Così mentre lavorava sul materiale musicale, ha avuto modo di mettere da parte un buon numero di storie legate a quelle canzoni e così sulla spinta di Marco Denti, ha preso vita Siamo I Ribelli. Partendo da alcuni canti ritrovano così memoria le storie di partigiani, storie altrimenti destinate all’oblio, che Anelli riesce a raccontare con una partecipazione tale da tenerle ben lontane dalla retorica e dalla mera celebrazione. Si comprende così come e in quale contesto hanno preso vita dal basso del popolo canti come Bella Ciao, Fischia Il Vento, Festa D’Aprile, e naturalmente Siamo I Ribelli. Si percepisce tutta la passione con la quale, Anelli ha approcciato questo materiale e soprattutto emerge a pieno tutto il suo lavoro di ricerca, volto non alla semplice e meccanica riproposizione, ma teso piuttosto a far emergere la vera anima e le storie che erano alla base di questi canti che ci raccontano la Resistenza e che di quel periodo ci hanno trasmesso intatta la memoria. Ogni canzoni è diventata un capitolo, un pretesto da cui Anelli parte per tracciare un percorso storico, forse informale ma assolutamente efficacissimo per trasmetterci l’anima del popolo e il suo dolore per l’oppressione fascista. Prende vita davanti agli occhi del lettore la vita del partigiano, le sue notti trascorse al freddo, il cibo sempre poco, la guerriglia, la mancanza della famiglia, la paura della morte. Queste canzoni accompagnavano i partigiani nelle attese, infondendo nel loro animo sempre più forte il loro amore per la libertà e per quella giustizia che era diventata un miraggio. Si arriva a scoprire come questi canti siano nati sulla base di una stratificazione storica e siano derivati da altri motivi popolari precedenti e già ben conosciuti dalla gente. Emerge così urgenza di trasmettere il messaggio di pace e di libertà, il bisogno di farlo arrivare con forza, attraverso melodie note, proprio come nel caso di Bella Ciao, che da canto delle mondine è stato trasformato in un doloroso addio di un partigiano. Ad accompagnare il libro c’è uno splendido disco nel quale Michele Anelli, insieme ai suoi inseparabili compagni di viaggio ha reinterpretato tutti i brani che danno titolo ai vari capitoli, completando così un progetto di sicuro interesse non solo musicale ma anche storico.



Salvatore Esposito

Underfloor - Vertigine (Suburban Sky)


Quando nei primi mesi del 2005 fu pubblicato il disco di debutto degli Underfloor, band fiorentina formata da, formata da Matteo Urro (voce e chitarra), Guido Melis (basso e voce) e Lorenzo Desiati (batteria) la sensazione fu sin da subito positiva. La Firenze Rock era tornata in vita, a più di un decennio di distanza dai successi di Litfiba e Diaframma, grazie a questo trio di ottimi musicisti con alle spalle una solida gavetta fatta sui palchi della Toscana in varie formazioni. Il loro potente rock contemporaneo spaziava dalla psichedelica dei primi Pink Floyd al sound dei Radiohead, il tutto impreziosito da originali note di colore melodiche tipicamente italiane. Quel primo ascolto svelava una grande ricerca sonora che nonostante i tanti riferimenti stilistici non risultava mai derivativa ma anzi era svelava una originalità di fondo. A differenza delle tante band indie italiane, gli Underfloor, propongono il loro rock cantato in italiano e proprio a partire dal loro debutto hanno allargato i loro interessi ad altre forme espressive, nel febbraio del 2005, con ospite l’attrice Eleonora Lepori, hanno presentato “Underfloorence: echoes from underground visions”, uno spettacolo unplugged al quale sono state affiancate letture di brani tratti da testi letterari moderni di autori fiorentini. Dopo una intense attività live durante la quale hanno promosso il loro album di debutto, gli Underfloor tornano hanno da poco pubblicato il loro secondo disco, Vertigine, prodotto in collaborazione con Ernesto De Pascale. Il disco, che tra l’altro gli ha fruttato già il Premio Ciampi, rappresenta un ulteriore passo in avanti per la loro crescita artistica, infatti laddove il disco di debutto risultava un po’ ingenuo, soprattutto in fase di produzione, il nuovo album suona maturo e molto ben delineato a livello sonoro e melodico. I sette brani di Vertigine rappresentano molto bene lo stato dell’arte dell’indie rock italiano ma allo stesso tempo ne evidenziano i tratti più colti, mettendo in luce come grazie ad un attento processo creativo si possa unire poesia e rock creando qualcosa di veramente nuovo. A conferma di quanto detto fin ora, basta ascoltare brani come la profondissima La Mia Necessità, o Ancora Un Inverno in cui brilla al clavicembalo Giulia Nuti (che si ripete alla viola nella altrettanto bella Bianco) e la splendida divagazione psichedelica Dall’esterno in cui è ospite Francesco Magnelli al Rhodes. Per capire però le vere qualità di questa band vi consigliamo caldamente l’acquisto di questo disco, sarà per tutti una bella sorpresa che vi farà pensare che forse parlare di rock d’autore in questo caso non è sbagliato


Salvatore Esposito

Ernesto De Pascale - Morning Manic Music (Il Popolo Del Blues/Audioglobe)


“Now you’ll see some Morning Manic Music..” così Grace Slick salutò il pubblico di Woodstoock prima di esibirsi con i suoi Jefferson Airplane all’alba del 18 agosto del 1969. A questo concetto di musica che rinasce al risveglio si è ispirato Ernesto De Pascale, giornalista musicale e produttore indipendente, per comporre i brani del suo album di debutto come solista, che si intitola proprio Morning Manic Music. Si tratta di una raccolta di nove canzoni composte al pianoforte nelle prime ore del giorno ed ispirate al tema del viaggio come esperienza emozionale. Alle sessions di registrazione hanno partecipato molti musicisti del scena rock fiorentina come i giovanissimi Underfloor, La Macchina Ossuta, la Chicago Blues Revue, i Lightshine, ma anche talenti musicali tutti da scoprire come l’eccellente violinista Giulia Nuti, il polistrumentista Stefano Poggelli. Non mancano nemmeno ospiti di eccezione come Ken Nicol (Steeleye Span) e Kevin Trainor (Johno Manson Band) alle chitarre e Joe Broughton (Albion Band) al violino. L’ascolto rivela un sound scintillante dove il rock incontra influenze che vanno dal blues al folk inglese, passando per alcuni spunti soul e crooning. Ad aprire il disco è il crescendo rock di Alive, seguita dall’altrettanto energica Blackpool Babilon, è però con About Girl che il disco trova il suo primo vertice in una ballata dai toni acustici risalente composta nel 1976 per i Lightshine e riarrangiata nel 2005, mettendo ben in evidenza il violino di Giulia Nuti. Dopo la chitarristica It’s Tomorrow, arriva l’altro vertice del disco, Lost Tomorrow, una ballata a metà strada tra Jackson Brown ed Elton John, che introduce magnificamente alla seconda parte del disco. Arrivano così le elegantissime I’m Only Playing The Game e Endless Flying, entrambe baciate da arrangiamenti sontuosi di archi e piano. Chiudono il disco la rock ballad pianistica There Will Always Be The Light e la gradevolissima ‘Till Morning Comes. Sembrerà strano che un giornalista musicale si lanci nell’avventura di pubblicare le proprie canzoni, ma non ci sorprende l’ottimo risultato ottenuto da Ernesto De Pascale, in quanto è il frutto di una lunga esperienza maturate in tanti anni di musica, in quella Firenze che ha allevato band come Litfiba e Diaframma.



Salvatore Esposito

The Slowpokers - The Musical Bridge: A Homage To Neil Young


Parlare di una tribute band è sempre difficile, in Italia sono migliaia e per ogni big che si rispetti se ne contano a decine. Un esercito di musicisti-fans, che spesso ritroviamo nei locali e ne pub delle nostre città, intenti a rifare sempre i soliti classici, a scimmiottare il loro idolo anche imitandolo in tutto dall’abbigliamento alla pronuncia passando per la gestualità e quant’altro. In questo panorama, abbastanza desolante per la verità, distrutto dalla tirchieria e dalla miopia dei gestori dei locali, ci sono delle eccezioni o meglio delle eccellenze. In particolare meritano un plauso gli Slowpokers, tribute band di Neil Young di base in Veneto che ha realizzato un bel doppio dal vivo dal titolo The Musica Bridge: A Homage To Neil Young. Il disco inciso a Vo di Brendola (VI), lo scorso giugno nasce con lo scopo benefico di sostenere la Onlus Piano Infinito che sostiene persone diversamente abili e a cui verranno devoluti tutti gli incassi delle vendite del disco. Il gruppo guidato da Alessandro Tessari (voce, armonica e chitarra) e Paride Fioretti (Chitarra, mandolino e banjo), è composto inoltre dalla bravissimao Julia Foser (voce e chitarra), Giuseppe Randazzo (contrabbasso), Giancarlo Doni (percussioni, voci e flauto), Andrea Fioraso (tastiere), Enrico Marchiotti (basso e chitarra) e Renato Cardullo (chitarra). L’ascolto è assolutamente piacevole con gli Slowpokers, che partendo da una fedele riproposta dei brani di Neil Young, riescono ad imprimere agli stessi alcune originali variazioni strumentali arricchendoli con l’uso del contrabbasso, del flauto traverso e delle percussioni, e ciò da modo di poter toccare con mano la sensibilità artistica di questo gruppo. L’ascolto dei trentanove brani in scaletta regala belle emozioni, e piacciono tanto le incursioni nelle sonorità country con la complicità di Paolo Portinari alla Pedal Steel Guitar, tanto le influenze roots impresse dalla chitarra del grande Roberto Della Vecchia che fa splendere tanto brani dimenticati come Long Walk Home, tanto classici del calibro di Sugar Mountain e Tell Me Why. Di ottima fattura sono anche i brani elettrici, come Cortez The Killer, Hey Hey My My e Like A Hurrican, nei quali gli Slowpokers ricreano alla perfezione l’energia e la potenza dei Crazy Horse. Insomma The Musical Bridge non è un semplice disco di una cover band, ma piuttosto un doppio atto d’amore sia per lo scopo benefico con cui è stato registrato sia per la qualità delle interpretazioni che svela tutta la passione della band per il songwriting di Neil Young.

Per chi volesse fare o farsi un regalo intelligente può contattare Alessandro Tessari

Il costo è di 15 euro e il ricavato andrà devoluto alla Onlus PIANO INFINITO che sostiene persone diversamente abili.



Salvatore Esposito

venerdì 11 giugno 2010

Canzoniere Grecanico Salentino - Focu D'Amore (Ponderosa Music&Art)

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Il Canzoniere Grecanico Salentino è stato il primo gruppo di riproposta musicale della tradizione salentina ad essersi formato in Puglia nel 1975, ben trentacinque anni fa per opera della scrittrice Rina Durante, che per prima mise le basi alla ricostruzione di una memoria storica per troppo tempo rinnegata, a causa tanto dell’emigrazione quanto delle dure condizioni di vita del Tacco d’Italia nel Dopoguerra. Nel corso degli anni questo gruppo si è ritagliato un ruolo primario in tutta la scena della musica popolare italiana ed è stato, senza dubbio, un esempio per tutti coloro che hanno approcciato lo studio e la riproposta dei canti popolari. Il merito più grande di questo collettivo musicale è stato il modo e il metodo con cui sono riusciti ad approcciare lo studio e la ricerca della cultura popolare salentina e non è un caso che moltissimi dei brani che appartengono al corpus di brani della tradizione, abitualmente reinterpretati tanto dai vari gruppi nonché alla Notte Della Taranta, vengano proprio dalle ricerche di Rina Durante. In parallelo, l’aver rivendicato la totale autonomia culturale e il grande pregio artistico della cultura salentina, ha rappresentato la base di partenza di tutta l’attuale scena musicale dell’Italia Meridionale. Il gruppo ha avuto una vita artistica continua ma non sono mancati cambi di formazione tra cui l’uscita di scena di membri fondatori come Rossella Pinto, Rina Durante e Daniele Durante, quest’ultimo nel 2007 ha passato la conduzione del gruppo al figlio Mauro, giovane e talentuoso polistrumentista con alle spalle prestigiose collaborazioni con Ludovico Einaudi, Piers Faccini, Stewart Copeland e La Notte della Taranta. Come nella migliore tradizione popolare, il Canzoniere Grecanico Salentino è passato di padre in figlio, lasciando vivo il fuoco sacro che ha animato e anima questo collettivo musicale sin dalla sua fondazione. La nuova e rinnovata formazione vede il gruppo composto da Mauro Durante (tamburi, violino e voce, Luca Tarantino (chitarra, basso e voce), Maria Mazzotta (voce, tamburello), Giulio Bianco (flauti, armonica, zampogna), Massimilano Morabito (organetto diatonico), Giancarlo Paglialunga (voce e tamburi). Per celebrare il trentacinquesimo anno dalla nascita del gruppo, il Canzoniere Grecanico Salentino, ha da poco dato alle stampe Focu D’Amore, il sedicesimo album della sua vita artistica, il primo prodotto ed arrangiato da Mauro Durante, e pubblicato dalla prestigiosa etichetta Ponderosa Music And Art. Il disco segue un percorso quasi antologico del lungo ed articolato percorso artistico del gruppo e pur contenendo nuove versioni di brani tradizionali dedicati all’amore. L’aver raccolto un eredità così pesante è stato un fatto non di poco conto ma nel pieno rispetto della tradizione musicale salentina Mauro Durante è riuscito a dar vita ad un disco prezioso, che rappresenterà certamente una pietra angolare della riproposta salentina anche negli anni a venire. Un passaggio di testimone che segna una nuova primavera per la scena musicale salentina. Mettendo questo nuovo disco in relazione a tutta la produzione precedente, si ha un quadro completo di come si è evoluta e si è rinnovata la riproposta del repertorio tradizionale salentino, e in questo senso va letto il lavoro svolto da Mauro Durante, che è riuscito a cesellare ed armonizzare ogni singola nota, sempre nel rispetto delle forme musicali e delle ritmiche tipiche della tradizione. Focu D’Amore è così un elegia all’amore nella sua forma più forte e passionale, che parte dalla tenue Beddhu Stanotte, e arriva alla travolgente Ronda d’amore che chiude il disco, in un fluire di emozioni e suggestioni uniche. La versatilità del Canzoniere Grecanico Salentino la si apprezza a pieno quando passa con disinvoltura dalla ninna nanna in griko, Nenia Grika alla travolgente Canzune Alla Ruvescia e così si toccano l’amore in tutte le sue sfaccettature arrivano alla sfuggente passione di Cogli La Rosa, e all’amore burrascoso di Tuppe Tuppe e quello contrastato di Zumpa Ninella. Da dischi precedenti arrivano poi Dumenica Matina e Nu Pizzecu E Pizzicarella già pubblicate su Serenata del 2002, mentre da Caratanta del 2000 viene recuperata La Furesta, splendida metafora sull’innamoramento. Sul finale arriva poi la travolgente Ronda, guidata dalle voci di Enza Pagliara e Giancarlo Paglialunga che ben testimonia quest’uso tipico salentino di formare cerchi di tamburelli entro i quali ballare e lasciarsi trascinare dal ritmo della pizzica pizzica. Il valore aggiunto di questo nuovo disco è rappresentato dalla splendida voce di Maria Mazzotta, superba interprete della tradizione musicale salentina e che in questo progetto sembra aver trovato la sua perfetta collocazione artistica. Chiudono il disco due bonus track ovvero Il Mito che arriva da uno spettacolo di Rina Durante e una nuova versione de La Quistione Meridionale, brano scritto da Rina Durante su musica di Daniele Durante, che sorprendentemente viene introdotta da un intro di tromba che richiama l’Inno di Mameli e che brilla per il nuovo arrangiamento che ne accentua i tratti sarcastici e beffardi. Focu D’Amore è il disco che meglio rappresenta lo stato dell’arte della musica di riproposta salentina e senza dubbio sarà il nuovo punto di riferimento per le generazioni di musicisti a venire.


Salvatore Esposito

Progetto Cala la Sera – Suoni e canti della tradizione di San Giovanni Rotondo, Gargano, Puglia (Autoprodotto)

Il Progetto Cala la Sera nasce da un evento estivo che sin dall’estate del 2004 vede protagonisti alcuni anziani cantori di San Giovanni Rotondo (Fg), custodi della preziosa tradizione musicale contadina del luogo, e che si esibiscono per le strade dei paesini del Gargano con un repertorio di canti tramandati di generazione in generazione. Dall’esigenza di preservare e documentare questo corpus di canti, è nata anche l’Associazione Culturale omonima, che ha da qualche anno dato vita ad una serie di registrazioni e ricerche sul campo, unite ad un approfondito studio delle forme musicali e dei canti di San Giovanni Rotondo, paese arroccato tra le rocce rosse del Gargano e che molto prima di conoscere i fasti dell’economia nata intorno al Santuario di San Pio da Pietrelcina, era tra le più povere d’Italia. Proprio da quel disagio della vita contadina, nascono molti dei canti di lavoro, delle strapulette e delle tarantelle nel repertorio recuperato dal collettivo di musicisti che fanno capo al Progetto Cala la Sera. A coronamento di tutte le ricerche effettuate dal 2004 ad oggi, è di recente stato pubblicato il disco Suoni e Canti della Tradizione di San Giovanni Rotondo, che raccoglie diciotto brani attinti solo ed esclusivamente da informatori del luogo e che sono stati reinterpretati dalle voci di Francesco Crisetti “Rezzùlle”, Salvatore Russo “Puchine” e Antonio Canistro “Zinnannà”, accompagnati da Pio Gravina (chitarra battente e organetto), Nunzio Mangiacotti (chitarra battente, mortaio di bronzo), Rosario Nido (tamburello, castagnole, putì-pù) e Sergio Urbano (castagnole, tamburello, putì-pù). Durante l’ascolto si ha modo di apprezzare un genere musicale unico, nel scena musicale pugliese, li strapulette, sonetti sotto forma di tarantella e canti alla stisa, che si eseguivano durante le “serenate” e durante le feste. Il pregio del disco è che gli autori hanno inteso ri-suonare i vari brani, con gli strumenti tipici della tradizione, ovvero dal borraccino, una chitarra battente diversa per forma e con tre fori di risonanza e una cassa armonica più piccola a fondo piatto, lu bughete-bu e lu murtale di bronzo, senza contare l’armonneca a due e otto bassi che sul Gargano arrivò con i pastori della transumanza, insieme alla contaminazione tra repertorio abruzzese e tarantelle garganiche che ha dato vita a quella che è conosciuta come tarantella sangiuvannara. Durante l’ascolto si ha così modo di scoprire un lato poco noto della tradizione musicale del Gargano, che spesso viene limitata ai soli Cantori di Carpino, ma che in realtà racchiude un repertorio ricchissimo e degno di essere valorizzato e riscoperto. Tra Montanare, Strepulette D’Amore, brani dal repertorio Cerignulese e Cannellese, si svela così un repertorio prezioso che il cui merito di riscoperta va attribuito ai musicisti che animano il Progetto Cala La Sera, un iniziativa che è nata e si è sostenuta con la sola passione, lontano dai grandi palcoscenici e senza alcun sostegno politico o istituzionale. Suoni e Canti della Tradizione di San Giovanni Rotondo è un disco prezioso che tutto il nostro apprezzamento.


Salvatore Esposito

Max Fuschetto – Populargames (KonSequenz/Hanagoori Music)


Oboista di formazione accademica, nonché talentuoso polistrumentista e compositore, Max Fuschetto, è una delle promesse della musica ambient italiana. Il suo nuovo album Populargames, pubblicato dall’etichetta Hanagoori Music in partnership con la prestiosa KonSequenz, rappresenta un importante tappa per il percorso artistico del musicista campano, infatti giunge a coronamento di diversi anni di studio e numerose collaborazioni. Nato dal sodalizio artistico con il conterraneo Girolamo De Simone, il disco vede la partecipazione di numerosi musicisti ed ospiti di spicco tra cui segnaliamo Giulio Costanzo alle percussioni, Pasquale Capobianco e Pericle Odierna alle chitarre e le splendide voci di Antonella Pelilli e Irvin Luca Vairetti. Accolti da una bella e raffinata copertina, il disco svela dodici brani, che vanno a comporre una sorta di concept album che nel suo insieme ha tutti i tratti di un diario di viaggio, nel quale scorrono immagini ed atmosfere che spaziano da melodie introspettive a spaccati gioioso, in un fluire continuo di poesie in musica di grande intensità emotiva. L’ascolto svela un sound molto stratificato nel quale si mescolano, in un unicum originalissimo, influenze che spaziano dalla musica classica di Debussy al jazz di Bill Evans, omaggiato nello strepitoso brano che chiude il disco, fino a toccare i Beatles e sonorità vicine alla tradizione Arbëreshë, tipiche delle comunità albanesi dell’italia meridionale. Così in un fluire tra antico e moderno, tradizione e innovazione, musica colta e musica del popolo, si scoprono sonorità sorprendenti ed evocative dove l’elettronica fa da sfondo a strumenti come oboe, fiati, contrabbasso, pianoforte e archi. L’approccio con la musica ambient di Max Fuschetto, si può dire sui generis, in quanto non cade mai nella ripetitività, ma riesce a far emergere tutte le prerogative di questo genere ovvero la piacevolezza e la capacità di rilassare l’ascoltatore, fino a trasportarlo in un viaggio senza tempo , nel quale prevalgono i colori della primavera e dell’autunno, nel quale alaggiano suoni immaginifici, che aprono la mente ad una Arcadia moderna, ad un sublime bucolico di rara bellezza. Piacciono i continui richiami ai suoni della natura, al vento, alle foglie, alle gocce di rugiada, quasi a voler togliere la maschera ad un cuore sensibile, all’animo poetico dell’autore. Fuschetto gioca con le sensazioni, osa ed inventa, raggiungendo vertici di grande bellezza come nel caso dei due brani cantati in Arbëreshë ovvero Valle Valle, dalle ritmiche sorprendenti e Portami Con Te, o ancora della bellisisma Yee Moon Ye Lo e della deliziosa Bianco Su Nero, la cui melodia pianistica è tra le più interessanti di tutto il disco. Populargames è un disco da ascoltare con attenzione, un disco diretto alle persone sensibili, la cui pazienza viene ricompensata con grandi emozioni e pura poesia sonora.


Salvatore Esposito

Girolamo De Simone – Ai Piedi del Monte (Hanagoori Music/Parco Nazionale del Vesuvio)


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Musicista e giornalista nonché direttore della rivista di musica contemporanea KonSequenz, Girolamo De Simone è una delle personalità di spicco dell’avant garde elettronica, ma anche un cultore di tradizioni popolari. Nel corso della sua carriera e del suo lavoro di giornalista ha avuto modo di conoscere John Cage, Elliot Carter e Michael Nyman ed ha avuto modo di collaborare con importanti composer contemporanei come Luc Ferrari, Vittorio Rieti, Pietro Grossi, Luciano Chailly, Giuseppe Chiari, nonché con Ludovico Einaudi e Tuxedomoon. Ai Piedi del Monte, il suo nuovo album, edito da KonSequenz e Hanagoori Music, patrocinato dall'Ente Parco Vesuvio e distribuito da Neomedia, è un disco superbo, che giunge dopo una lunga serie di dischi di musica sperimentale e rappresenta un punto importante di ripartenza per la carriera non solo artistica di De Simone. Inciso e mixato in uno studio ai piedi del Vesuvio, nei pressi del comune di Sant’Anastasia, nel cui nome è rievocata etimologicamente la “rinascita”, questo disco rappresenta la sintesi e il risultato di un articolato percorso di studio e ricerca musicale effettuato sulle musiche di artisti che hanno vissuto e hanno respirato la tradizione musicale vesuviana. Ai Piedi del Monte va a riscoprire un filone di musica tradizionale dai contenuti fortemente spirituali che parte da Vincenzo Romaniello, personaggio di spicco della scena musicale napoletana e maestro di Renato Carosone, evocato nella sonata crepuscolare Tristezza Dell’Anima, passando per Gaetano Donizetti di cui qui, De Simone rilegge mirabilmente Il Tramonto e Donizetti, che proprio alle pedici del Vesuvio cominciò a comporre Lucia di Lammermoor, fino a giungere ai canti devozionali alla Madonna dell’Arco, tipici delle città di Pollena e Somma Vesuviana fino a toccare Verna, luogo mistico che ha ispirato poeti come Alda Merini e Dino Campana. In un fluire onirico di immagini, misteri e misticismo, De Simone, servendosi del solo piano Steinway & Sons dipinge un affresco sonoro dai tratti incantevoli. Il rileggere e il riscrivere, attraverso la sua sensibilità le opere di Donizetti, di Romaniello o ancora di Misuraca, ha rappresentato il passaggio più importante dal punto di vista concettuale di questo lavoro, De Simone riesce a far propri questi brani, a dargli una profondità diversa e una vita nuova, quasi la sua mano nell’interpretarli fosse guidata dagli autori stessi. Sorprende il suo approccio musicale, sempre misurato ed elegante tanto nei passaggi più concitati quanto nelle parti arpeggiate, il tutto senza mai scadere nell’esercizio di stile fine a se stesso. E’ il caso ad esempio della commovente Ave, ispirata all’Ave Maria di Romaniello, o ancora all’Inno alla Vergine rielaborata e suonata per spinetta. Tra i brani originali più intensi va ricordato il brano iniziale Fabulae Contaminae, un brano dal tessuto rarefatto che sembra rimandare all’antichissima tradizione teatrale delle Fabulae Atellane, che proprio nelle campagne alle pendici del Vesuvio prese vita ispirata dalla Commedia Greca e l’improvvisazione organistica La Verna. Muovendosi in territori tradizionali, Girolamo De Simone è riuscito a dar vita ad un disco preziosissimo, che mette in luce tutto il suo amore per le proprie radici e che lascia il cuore gonfio di emozioni all’ascoltare che vi si avvicinerà.
Salvatore Esposito

Gianfranco Mingozzi, La Taranta – Il primo documento filmato sul tarantismo, Kurumuny, 2009, pp.112, Euro 15,00


Gianfranco Mingozzi è un regista appassionato di antropologia che per oltre vent’anni si è dedicato allo studio delle tradizioni popolari del Salento, documentandole per primo nel 1961 con il cortometraggio La Taranta e successivamente con un episodio del film Le italiane e l'amore – La vedova bianca. La sua opera è stata volta in particolare a documentare il fenomeno del tarantismo, all’epoca conosciuto solo dagli studiosi. La casa editrice Kurumuny ha dedicato alla sua opera ed in particolare al cortometraggio, La Taranta, un opera monografica di grande interesse. Nel libro, infatti, attraverso le parole dello stesso Mingozzi ripercorriamo le sue diverse esperienze di studio del tarantismo e partendo da un viaggio nel Salento compiuto nel 2000 veniamo accompagnati attraverso un flashbeck nei primi anni sessanta nel quale il regista ripercorre i giorni in cui realizzò il cortometraggio La Taranta. Non manca un racconto dettagliato anche dell’inchiesta l'inchiesta televisiva Sud e magia, in ricordo di Ernesto de Martino, e del documentario Sulla Terra Del Rimorso, che documenta la fine dell’antico rito delle tarantate. Il libro presenta inoltre gli interessanti contributi d’archivio di Ernesto De Martino, il soggetto del cortometraggio La Taranta, una vasta raccolta fotografica e la rassegna stampa. Allegato al libro c’è il prezioso dvd che contiene il cortometraggio restaurato de La Taranta, con le musiche originali registrate da Diego Carpitella. La visione di questo filmato è particolarmente interessante non solo perché si ha la possibilità di vedere Luigi Stifani esibirsi al violino durante un rito per la liberazione dal morso della taranta, ma soprattutto per il prezioso commento di Salvatore Quasimodo che accompagna le immagini e che è stato integralmente trascritto all’interno del libro. Splendide sono poi le immagini della festa di Santu Paulu a Galatina, la cui visione ci trasporta in un atmosfera senza tempo, di cui grazie a questo cortometraggio non se ne è persa la memoria. Sono frammenti di grande interesse antropologico, di una realtà arcaica a noi lontana ma ancora viva nella memoria e nella storia del Salento. Insomma questa monografia è un documento storico di grandissima importanza che la cui visione, fa realmente comprendere tutta l’importanza del lavoro di ricerca e di studio della tradizione musicale salentina compiuto negl’ultimi cinquant’anni e ancora in corso.


Salvatore Esposito

Alberto Ronchi, Alias I. Tutte le canzoni di Dirk Hamilton 1966 - 2009, Fernandel – Collana Vite dei Santi, 2009, pp.368, Euro 18,00


Molto apprezzato ed amato in Italia, dove ha ritrovato l’ispirazione per dare nuova linfa alla sua carriera, Dirk Hamilton, è da considerare parte integrante di quella schiera di cantautori che sul finire degli anni settanta, furono definiti dalla stampa come i nuovi Bob Dylan per la poesia e per la cura che caratterizzava il loro songwriting. A questi cantautori qualche anno fa fu dedicato da Marco Denti un bellissimo libro, Alias Bob Dylan che tracciava un percorso di grande interesse attraverso il loro stile musicale, per altro molto diverso. Proprio Marco Denti ci introduce ad Alias I, bel libro monografico dedicato alle canzoni e alla carriera di Dirk Hamilton, scritto da Alberto Ronchi, assessore alla cultura della Regione Emilia Romagna. Grande parte del libro è occupata le ottime traduzioni di Giorgia Sensi di tutte le canzoni di Dirk Hamilton dagli esordi a metà anni sessanta fino all’ultimo disco del 2009, presentate in versione con testo originale a fronte, che ci permettono di apprezzare a pieno tutti i riflessi poetici dello stile del cantautore californiano. Molto interessante è però anche l’intervista dal cantautore al giornalista Mauro Eurfrosini, nella quale viene ripercorso tutto il suo cammino artistico, il suo rapporto con l’Italia e le varie collaborazioni degli ultimi anni, senza tralasciare alcune interessanti domande sul suo songwriting e sulle sue ispirazioni. Al libro è inoltre allegato un disco inedito di cover, 07.28.08, Live Studio Recording Album, inciso nell’estate del 2008 a Ferrara da Dirk Hamilton con il chitarrista dei Bluesmen Roberto Formignani. Il disco contiene dieci brani tra traditional folk (Moonshiner) e blues (Lonesome Katie Blues), la sorprendente cover riletta in inglese in chiave folk blues di Andrea di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola, una splendida versione di It Takes A Lot To Laugh (It Takes A Train To Cry) di Bob Dylan nonché la prima registrazione in assoluto di Petula Hair, scritta dallo stesso cantautore californiano negli anni Sessanta. Chiude il disco una ghost track in cui Hamilton rilegge in modo mirabile Sweet Thing di Van Morrison. Alias I è il giusto tributo al cantautorato di Dirk Hamilton, le cui canzoni meritano di diritto un posto nella storia del rock.


Salvatore Esposito

Autori Vari - Duemila Papaveri Rossi (Editrice “A”)


Quando uscì nel 2003 quasi in modo clandestino, Mille Papaveri Rossi fu un vero e proprio caso per la musica italiana, tanto da richiedere una ristampa su più larga scala e con una migliore distribuzione. L’idea era vincente, quella di mettere insieme musicisti poco noti e qualche big come i Gang per realizzare un disco tributo a Fabrizio De Andrè. A distanza di quasi sei anni, la Rivista Anarchica “A” per celebrare il decennale dalla scomparsa di Faber rilancia, con il suo animatore Marco Pandin, questa splendida idea con Duemila Papaveri Rossi, che seguendo l’idea base del suo fortunato predecessore raccoglie su due dischi trentasei brani, non preoccupandosi di evitare doppioni, ma semplicemente lasciando che gli artisti eseguano le canzoni a cui si sentono più vicini. Senza dilungarci molto sul senso che hanno i tanti tributi a Fabrizio De Andrè, dibattito forse infruttuoso ancorchè spesso inutile in casi come questo, Duemila Papaveri Rossi, è un disco che testimonia l’amore e l’affetto che molti musicisti spesso sconosciuti al grande pubblico nutrono per la poesia e la canzone del cantautore genovese. Nelle varie interpretazioni si scoprono vere e proprie gemme come nel caso della splendida Creuza De Ma interpretata da Beppe Gambetta e Dan Crary, della commovente Canzone di Marinella cantata da Fabrizio Poggi e i suoi Turututela o ancora Amore Che Vieni Amore Che Vai interpretata magistralmente da Gastone Pietrucci e La Macina. Certo qualche caduta fisiologica c’è considerando le ben trentasei traccie distribuite sui due dischi, tuttavia non si può che restare piacevolmente colpiti dalla grazia con la quale alcuni artisti stranieri approcciano il repertorio di Faber come nel caso di Kay Mac Carthy che pennella Geordie o Ciaràn Ward e Eire Nua che rileggono Dormono Sulla Collina. Tra i brani meglio riusciti vale la pena sottolineare la splendida rilettura in spagnolo ed italiano in salsa Tex-Mex di Avventura a Durango fatta da Max Larocca e Andrea Parodi con la complicità di musicisti americani del calibro di Joel Guzman e Andrew Hardin, Isa che rende magica Le Acciughe Fanno Il Pallone e i Zuf De Zur ch colorano di suoni gyspy La Ballata dell’Amore Cieco. Insomma bando alle polemiche, Duemila Papaveri Rossi è un disco che regala più di un emozione e per questo merita apprezzamento non per il coraggio ma anche per la qualità di diversi brani in esso contenuti.



Duemila papaveri rossi non lo trovate nei negozi di musica né nelle librerie. È un prodotto che nasce e vive aldifuori delle logiche del mercato. Va ordinato direttamente all’Editrice A, la cooperativa editoriale che dal 1971 pubblica “A”. Costa 15,00 euro, che diventano 14,00 se se ne ordinano almeno 3 copie, 13,00 per almeno 5 copie e 12,00 da 10 copie in su.

Duemila papaveri rossi può essere acquistato online.

Salvatore Esposito


The Oak Ridge Boys - The Boys Are Back (Spring Hill/EMI)


Attivi sin dagli anni settanta e ben noti agli appassionati come una delle band che meglio avevano interpretato la commistione tra country e gospel, gli Oak Ridge Boys, hanno alle spalle una solida carriera costellata da numerosi cambi di formazione e non pochi problemi con le varie etichette discografiche. Finalmente qualche anno fa è arrivato l’accordo con la Spring Hill Records e da allora la loro carriera sembra aver trovato nuova vita, merito anche di Shooter Jennings che li ha voluti con se in The Wolf ma anche della loro caparbietà. Eccoci così di fronte a The Boys Are Back, il loro trentesimo disco che mette in fila dieci brani che spaziano dai classici del country al brani come Seven Nation Army dei White Stripes. E’ proprio intorno a questa versione country di Seven Nation Army, che è nato tutto il disco, che ha tutta l’aria di essere una sorta di compendio della musica americana. Si parte dalla programmatica The Boys Are Back scritta da Shooter Jennings, per passare a Hold You In My Arms di Ethan Johns e Ray LaMontagne, fino a toccare il cantautorato country di Beautiful Bluebird di Neil Young, composta dal canadese per Old Ways ma pubblicata solo di recente in Chrome Dreams II, il country blues di Boom Boom di John Lee Hooker e alcuni classici del country come You Ain't Gonna Blow My House Down e il traditional God's Gonna Ease My Troublin' Mind. Al di là della bella intuizione di Seven Nation Army a The Boys Are Back manca quel guizzo in più che arriva a sorprendere, è dunque un disco che ha tutta l’aria di essere un’occasione persa. Resta la leggenda, a cui va tutto il nostro rispetto, ma siamo certi che una maggior dose di coraggio non avrebbe guastato.

Salvatore Esposito

venerdì 4 giugno 2010

Intervista a James Talley


Di recente James Talley ha dato alle stampe un disco dal vivo e uno in studio lo abbiamo incontrato per parlare con lui della sua carriera, delle sue canzone e della sua vision degli States. Ci ha concesso un po’ del suo tempo mentre era nel bel mezzo di un trasloco, infatti con sua moglie si trasferirà molto presto nel New Mexico….


Com’è cambiato il tuo cantautorato rispetto a quando hai debuttato?

Sai, non penso che il mio cantautorato sia cambiato. Spero di essere un cantautore migliore dopo tutti questi anni, e spero che musicalmente riesca a mettere insieme accordi e melodie per rendere le mie storie più affascinanti, ma questo è quello che dovrebbe sempre essere uno storyteller. Raccontare una storia è ciò che è importante per me e penso che la gente voglia sentire qualcosa sulla vita reale che possa colpirli, con cui si possano confrontare in qualche modo. La musica è il velicolo che porta le storie, ma la musica da sola non basta, forse solo nella musica classica, dove c’è una dinamica incredibile. Io sono solo uno storyteller.


Ci puoi parlare delle ispirazioni che sono dietro ai tuoi brani?

Le mie ispirazioni arrivano dalla vita di tutti i giorni, dalla vite della gente del mondo. Anni fa ho imparato che io non sono molto differente da altri uomini che sono nel mondo, e se io scrivo ciò che so, quello che ho visto o sentito, io posso toccare anche gli altri. Quello che è nel mio cuore è nel cuore di tutta la gente del mondo. Noi tutti abbiamo emozioni e bisogni simili.


Come questa “new depression” sta influenzando le tue canzone?

Sono stato vicino a coloro che non hanno avuto molto dalla vita per lungo tempo, così la “New Depression”come la chiami tu c’è stata per tanta gente e per molto tempo. Ho scritto Are They Gonna Make Us Outlaws Again? nel 1976. Da allora non è cambiato molto. La maggior parte delle persone si sforza di sopravvivere, per mantenere un tetto sopra la testa, per pagare la propria auto, e per tenere un po’ di cibo sul tavolo. I banchieri qui negli Stati Uniti hanno saccheggiato il paese. Noi non siamo solo in crisi, ma siamo in debito con i cinesi, giapponesi, coreani, e gli arabi che non ci odiano (forse ci sono anche alcuni che lo fanno). Come si ci può definire una potenza mondiale quando si è in crisi e si hanno dei debiti?


Hai pubblicato due dischi negl’ultimi anni, The Second Voyage, il disco dal vivo è stato registrato in Italia, che ormai possiamo definire come la tua seconda patria…

Hai ragione l’Italia è un po’ la mia seconda nazione. The Second Voyage è il secondo disco tratto dai miei concerti del 2002 che furono registrati in tre differenti concerti in Italia. Sono molto contento di entrambi questi due dischi, Journey e Journey: The Secondo Voyage. Ho sempre voluto realizzare un disco dal vivo che fosse veramente buono e che testimoniasse bene quello che sono i miei concerti. Le emozioni sono più grandi durante un concerto. Questi concerti furono registrati con un registratore digitale multi traccia della Mackie una società Italiana. Io ho portato queste registrazioni in Texas e le ho editate con Tommy Detamore nel suo studio vicino San Antonio. C’era materiale per un doppio disco, ma era molto costoso all’epoca così abbiamo deciso di dividere il materiale. Originariamente le registrazioni di Journey prevedevano la mia band in una formazione ridotta a quattro membri, semplicemente perché era troppo costoso portare tutti in Italia. Quando abbiamo editato e mixato The Second Voyage, ho deciso di aggiungere la pedal steel suonata da Tommy Detamore e il violino suonato da Bobby Flores. Ho chiesto ad entrambi di suonare come se fossero ad un concerto, come se fossero stati là sin dall’inizio. Il risultato mi sembra davvero molto buono.


Parliamo di Heartsong, il tuo ultimo album in studio?

Anche se ci sono cinque nuove canzoni in entrambi i volumi di Journey, non facevo un disco di canzoni nuove in studio da Nashville City Blues che è del 1998. Avevo scritto molti brani nuovi in questi anni e così ho deciso di raccoglierli in Heartsongs. Alcuni di essi sono stati incisi inizialmente a Nashville con Dave Pomeroy al basso, Mike Noble alla chitarra elettrica, e John Gardner alla batteria. Mi sono spostato poi in Texas e con Tommy Detamore al Cherry's Studio Ridge, ho registrato altri brani nuovi e ho completato gli altri. Nel disco ci sono dunque Tommy alla steel, l’incredibile Flores Bobby al violino e alle chitarre acustiche, Dan Dreeben alla batteria, David Carroll al basso, e Jaymie Graves ai cori. Una delle cose più importanti di questo disco è che nella band c’èFloyd Domino alle tastiere. Floyd e io siamo diventati amici, quando ero incidevo per la Capitol Records nel 1970. E’ stato il pianista degli Asleep At The Wheel in quegli anni. Abbiamo desiderato a lungo lavorare insieme in un disco ma solo adesso ci siamo riusciti. E’ stato molto bello lavorare con tutti questi musicisti di talento. Tutti i brani di Heartsongs sono inediti eccetto She’s The One, una canzone d’amore scritta per mia moglie Jan alla fine del 1960 e che era uscita sul mio secondo album per la Capitol, Tryin's Like The Devil. Questo brano è stato poi registrato anche da Moby per il film Daredevil, con protagonista Ben Affleck. Moby ha chiamato la sua versione Rain Night ispirandosi ad una strofa della canzone. Penso che il brano così com’è adesso sia venuto molto bene.


Ci puoi parlare di Give My Love To Marie, raccontandoci la storia che ha ispirato questo brano?

Mio padre ha lavorato per un certo tempo nelle miniere di piombo e di zinco a Pitcher, OK, quindi ho sempre avuto una simpatia per i minatori. "Give My Love To Marie" è stata scritta in circa quindici minuti una notte, intorno al 1969. Stavo leggendo una storia sul TIME Magazine sulle miniere del Kentucky e del Tennessee orientale e vi era citata la storia di un minatore, che stava morendo di una malattia ai polmoni. Mi colpì una sua frase: "Ci sono milioni nel terreno, ma non un soldo per me". Quelle parole mi colpirono come una tonnellata di mattoni, e sono andato alla mia scrivania e presa in mano la chitarra, ho cominciato a scrivere e a cercare una melodia. Nel corso degli anni è diventato un brano molto popolare. Quando andai in tour in California con Gene Clark intorno alla metà degl’anni settanta, lui mi sentì cantare questa canzone e mi disse che voleva registrarla anche lui. Ne registrò una versione meravigliosa con l’orchestra per la RSO. Stavo suonando in concerto con Townes Van Zandt ad Atlanta, erano gli anni settanta, e lui mentre eravamo sul balcone, una mattina, a sorseggiare il caffè mi disse: “Sai quella tua canzone Give My Love To Marie, mi ha colpito molto, mi ha portato attraverso l’ultimo inverno”. La canzone è stata anche tradotta in Italiano da Sergio Sacchi con un testo differente, ma con un arrangiamento orchestrale molto bello. Il brano inciso poi da Andrea Mingardi è stato poi pubblicato da Ala Bianca Group. Insomma è una bella canzone che continua a colpire il cuore della gente.


Nel 2005 hai ripubblicato Got No Bread, No Milk, No Money, but We Sure Got a Lot of Love, l’album migliore della tua carrier, ce ne puoi parlare?

In molti dicono che è il disco migliore della mia carreria. E’ un disco di cui sono orgoglioso ma spero che la mia carriera sono sia andata a picco dopo questo disco. Ci sono dischi buoni e dischi meno tra i quattordici che ho registrato. Io ho provato a fare del mio meglio in ognuno di essi. Got No Bread è il disco che io definisco delle mie radici. Tryin’ Like The Devil era il disco che mi rappresentava meglio. The Road To Torreon era un tributo alla gente ispanica del New Mexico, dove sono cresciuto. Ogni disco ha storie speciali alle spalle. Got No Bread è la mia sinfonia pastorale.


Nel primo volume di Journey c’era I Saw The Builidings uno dei tuoi brani migliori di sempre. Volevo chiederti di raccontarci la storia di questa canzone…

E’ un brano che ricorda la tragedia dell’11 settembre 2001. Ho provato a capire con tutte le mie forze quello che era successo e ho cercato di immaginare perché questa gente ci odia tanto. Ho letto una mezza dozzina di libri, tre di Thomas Friedman il corrispondente internazionale del New York Times. Ho lottato con questi pensieri per un anno prima di riuscire a scrivere questo brano. Gli Stati Uniti fanno cose meravigliose, ma anche a volte cose terribili. Non siamo perfetti. Un buon esempio è il nostro sistema sanitario. Perché la nostra gente non può avere l’assistenza sanitaria per diritto. E’ una cosa così fuori dal tempo questa. Il capitalismo è il nostro tallone di Achille. Produce innovazione e ricchezza incredibile, ma lascia anche una lunga scia di distruzione. Se non viene regolato correttamente, può diventare distruttivo. C’è una distanza troppo ampia tra progressisti e conservatori negli Stati Uniti e dunque non c’è da stupirsi che ci sia un divario così ampio tra il nostro mondo materialista e quello mussulmano. Il fanatismo però non è mai una cosa giusta in qualsiasi ambito. Il fanatismo religioso è distruttivo per l’umanità. E’ una vergogna. In molte cose l’uomo non si è evoluto, siamo ancora accampati nel deserto. Noi viviamo nel XXI secolo e ci sono ancora persone che si uccidono a vicenda per una vita dopo la morte.


Quando tornerai in tour in Italia?

Mi piacerebbe molto tornare. Tutto ciò di cui ho bisogno è un promoter che mi dia una possibilità e che mi inviti. Ma promuovere concerti è un business pieno di rischi, lo so. Sarò in Germania il 15 maggio 2010 per un concerto a Buhl. Se c’è qualche promoter Italiano che vuole organizzare un concerto nello stesso periodo sarei ben lieto di tornare in Italia. Una terra incredibile con gente fantastica. Per non parlare poi del vino e del cibo…


Salvatore Esposito

Bandabrian - Col primo colpo Asiago l’è stato colto (LOL Production)


Il progetto Bandabrian nasce nel 1992 e si costituisce come Associazione Culturale nel 1994 con lo scopo di recuperare canti e danze del veneto partendo dagli studi di etnomusicologia di Modesto Brian, fondatore del gruppo, che sin dai primi anni ’80 e dal 1992 insieme a Domenico Zamboni ha condotto un approfondito lavoro di raccolta e catalogazione delle testimonianza orali di quella tradizione che ormai oggi sta scomparendo. Nel corso degl’anni la BandaBrian ha dato vita da incontri, concerti, lezioni, spettacoli per bambini e soprattutto ha pubblicato alcuni dischi interessanti come Bandabrian del 1995 e Leva Su Bela del 1996. Nella loro produzione artistica spicca Col primo colpo Asiago l’è stato colto, progetto discografico del 2004, nato per celebrare le canzoni della Grande Guerra del 1915-1918. Ideato e pensato da Mauro Passarin, direttore del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza, questo lavoro è da considerarsi come un unicum tra i tanti lavori che negl’anni hanno caratterizzato il revival di musica popolare italiano. Tale progetto infatti prevede due dischi di cui, uno contenente oltre trenta registrazioni colte dalla viva voce degl’ultimi testimoni siano essi diretti o indiretti degli eventi bellici, e l’altro invece con l’interpretazione di alcune delle stesse canzoni selezionate per l’occasione ed impreziosite dagli splendidi arrangiamenti della Bandabrian. Si tratta insomma di un lavoro molto complesso dal punto di vista etnomusicologico, che non sarebbe mai stato possibile se alla base non ci fosse stato innanzitutto un attento studio degli originali partendo dalle registrazioni sul campo raccolte dagli stessi musicisti ma anche il contributo delle istituzioni che per una volta hanno promosso un progetto di alto valore culturale come questo. Modesto Brian e Domenico Zamboni hanno per un ventennio ricercato, riscoperto e lavorato a lungo alla ricostruzione di canti, memorie e storie relativi ai dolorosi giorni della Grande Guerra. 
Si è trattato senza dubbio di un lavoro durissimo in quanto, come accade agli avvenimenti più tristi il popolo tende a rimuoverli dalla propria memoria, in questo caso però si è riusciti a riportare in vita integri spaccati di vita popolare in cui ritornano in un flashback gioia, dolore, lutti, freddo e colpi di cannone. Ad accompagnare questo doppio disco c’è un prezioso libretto contenente tutti testi, e soprattutto delle esaustive ed approfondite note illustrative su ogni singolo brano, appositamente redatte dai curatori. Se l’ascolto del disco contente le registrazioni originali, è da considerarsi non facile per tutte le orecchie, ma sia ben chiaro il fascino di queste incisioni è fortissimo, la vera attrattiva di questo progetto musicale è rappresentato dalle reintepretazioni contenute nell’altro disco. Il disco si apre con lo splendido medley tra Pianzè Pianzè Putele e Adio Ronco, quest’ultima ripresa anche da Massimo Bubola ne In Quel Lungo Treno, che ricalca la medesima linea di recupero artistico dei canti della Prima Guerra Mondiale. Durante l’ascolto si passa attraverso strumentali travolgenti come le manfrine o il medley Scottish/Boarischer/Sotti, canti di guerra nati tra i soldati come Col Primo Colpo Asiago l’è stato colto e In Trincea Qui Dietro Alle Rocce o ancora Dopo Dodici Mesi o tristi rese come quella de Io Son Povero Disertore. Particolarmente commovente è la versione corale di Ponte De Priula, che rappresenta senza dubbio il vertice del disco. Col primo colpo Asiago l’è stato colto è un progetto pieno di fascino, che necessariamente dovrebbe rappresentare il giusto modello da seguire per i tanti gruppi che fanno musica popolare in Italia, un disco senza dubbio da riscoprire e da riascoltare con cura.

Salvatore Esposito

Malanova - Non Iabbu e non Maravigghia (Radici Music)

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I Malanova nascono nel 2001 con l’obbiettivo di realizzare brani originali partendo da un attento e meticoloso lavoro di ricerca sul campo attraverso le tradizioni popolari della Sicilia, con lo scopo di mantenere vivo l’interesse per il dialetto della Valle Del Mela nelle nuove generazioni. Parallelamente a questo lavoro di ricerca sul dialetto, il gruppo ha inteso recuperare anche l’uso di strumenti tipici della tradizione siciliana a cui ha unito un attento studio anche sulle voci partendo proprio dalle tante field recordings collezionate nel corso degli anni. Non Iabbu e non Maravigghia, è il loro terzo disco, il primo pubblicato dal Radici Music e segue Cazzulatùmmula del 2002 e il live Chinnicchinnàcchi del 2003. Rispetto al passato il loro raggio di azione sembra essersi ampliato tanto è vero che i brani di questo nuovo disco sembrano avere un respiro più ampio, maggiore potenza espressiva e soprattutto un attitudine ai ritmi da ballo, il che ha impresso ad ogni singolo brano una forza vulcanica, quasi la loro musica fosse il magma dell’Etna, vulcano che domina e sorveglia la loro terra. Il Gruppo composto da Saba (voce e tamburello), Peppe Burrascano( djembè, tamburi, darbuka, caccamèlla, percussioni, voce), Giovanni Ragno (flauti etnici,friscalètti siciliani, ciaramèlla, clarinetto), Nunziatina Mannino (flauto traverso, flauto dolce), Stefano “Bonny” Bonanno (bassi acustici), Gabriella “Kenya” Fugazzotto (violino), Nino Cannistrà (fisarmonica), Davide Campagna (tamburi a cornice, percussioni), Pietro Mendolia (chitarre acustiche, bouzouky, laùd, chitarra battente, voce) è stato affiancato per le registrazioni di questo nuovo album da una lunga fila di ospiti tra cui spiccano Ciccio Carrozza (pianoforte), Giank Bartuccio (flauthòn) e Marco Terranova (chitarre, contrabbasso). L’ascolto svela tredici brani di fattura eccellente, nella quale i Malanova tentano riuscendoci di fare la stessa operazione che molti molti anni fa fece la Nuova Compagnia di Canto Popolare con la musica partenopea. Certo manca una mente come Roberto De Simone in regia, ma la buona volontà e il talento di questo gruppo fa in modo da compensare il tutto. Brillano così brani come l’iniziale e travolgente A Vulpi e U Mulu, la saltellante A Cu Vidu Vidu, l’evocativa A Funtana, fino a toccare il vertice del disco la splendida Mi Chiami Bedda, un brano in crescendo dove si mescolano le suggestioni della tradizione secolare e qualche bella intuizione più moderna. Insomma i Malanova hanno intrapreso un percorso artistico che non mancherà di regalarci nel prossimo futuro sorprese degne di nota. Attendiamo i prossimi sviluppi.

Salvatore Esposito

Stewart Copeland & Notte Della Taranta Ensamble, 30 Giugno 2009 Roma, Villa Ada rassegna “Roma Incontra Il Mondo"

La rassegna estiva “Roma Incontra Il Mondo” è ormai diventata un appuntamento obbligato per gli appassionati di musica folk e più in generale per tutti coloro che amano la World Music e la contaminazione. Tra le varie proposte del ricchissimo cartellone di quest’anno, abbiamo scelto il concerto di Stewart Copeland e l’Ensamble della Notte della Taranta, progetto musicale che nasce sul palco di Melpignano nel 2003 e che nel corso di questi anni si è evoluto in una realtà musicale ormai ben consolidata con la quale il batterista dei Police di tanto in tanto ama ritrovarsi per immergersi in quello che ha definito come uno dei suoi grandi amori musicali di sempre, ovvero la musica popolare del Salento. Quello che poteva essere solo un episodio della sua lunga e articolata carriera, è diventato così una realtà costante con la quale ama confrontarsi appena i suoi impegni glielo permettono. Sul palco, mentre lui siede ai tamburi, troviamo l’Ensamble della Notte della Taranta, una selezione di alcuni dei migliori musicisti che ogni anno ci deliziano sul palco di Melpignano, e tra essi non possiamo non citare le eccellenti voci di Enza Pagliara e Ninfa Giannuzzi, il tamburello e la voce di Antonio Castrignanò, la chitarre e il talento di Emanuele Licci, ovviamente come ospiti speciali, così come accadde nel 2003 troviamo gli ottimi percussionisti dell’Ensamble Bash e Raiz, ex leader degli Alamegretta, perfetto nel suo ruolo di collante tra la tradizione musicale campana e quella salentina. Sin dalle primissime note si avverte, ancor di più rispetto al disco che testimoniava l’edizione 2003 de La Notte della Taranta, la grande cura con la quale Stewart Copeland è riuscito ad esaltare la percussività della pizzica, riuscendo a far emergere tratti forse ormai dimenticati. I tamburelli sembrano infucarsi spinti dal drumming incessante di Copeland, che si rivela in tutta la sua grande classe stilistica dispensando cambi di tempo e assoli di alta scuola. Nel corso del concerto ritroviamo i classici della tradizione salentina da Menamenamò agli Stornelli passando per L’Acqua De La Funtana, cantata magistralmente da Raiz e Aremu Rindineddha manca la bella versione di Lu Rusciu de Lu Mare (presente nel cd del 2003) ma il finale travolgente con Santu Paulu e Kalinifta riscatta questa piccola mancanza. Superba è stata la prova di Vittorio Cosma, che ha diretto l’Ensamble con la grande professionalità e il talento che lo contraddistingue, così come lodevoli sono state le prove di Enza Pagliara, Ninfa Giannuzzi, Antonio Castrignanò ed Emanuele Licci, interpreti di una tradizione senza tempo il cui fuoco sacro grazie al loro talento non si spegnerà mai. Insomma nel caldo afoso di una umida serata romana sul palco di Villa Ada, Stewart Copeland e l’Ensamble Notte della Tarante ci hanno regalato un pezzetto di Salento, in attesa del grande evento dell’estate ovvero del Concertone della Notte della Taranta.




Salvatore Esposito