Suoni: Le Novità

Le novità discografiche segnalate da Blogfoolk...

A distanza di 8 anni dal precedente disco di inediti
IL GRANDE E ATTESO RITORNO DI
BOB DYLAN
con
ROUGH AND ROWDY WAYS
 
Il nuovo album disponibile da oggi su doppio CD e in digitale e dal 17 LUGLIO su doppio vinile nero e colorato
 
È disponibile da oggi, a 8 anni di distanza dal precedente lavoro, “ROUGH AND ROWDY WAYS” (Columbia Records), il nuovo album di inediti di BOB DYLAN composto da 10 nuove canzoni tra cui le già note “I Contain Multitudes”, brano di apertura del disco, “False Prophet” e l’epica “Murder Most Foul”, brano della durata di quasi 17 minuti, che nel formato doppio CS, è presente come unica traccia di uno dei 2CD. “ROUGH AND ROWDY WAYS” è disponibile da oggi in formato doppio CD e in digitale e dal 17 luglio su doppio vinile in 3 versioni: nero, giallo e verde oliva. Scritto e composto da Bob DYLAN, hanno partecipato alla realizzazione di “ROUGH AND ROWDY WAYS” i musicisti Charlie Sexton (chitarra), Bob Britt (chitarra), Donnie Herron (steel guitar, violino e fisarmonica), Tony Garnier (basso) e Matt Chamberlain (batteria). Il disco, missato da Chris Shaw con la collaborazione di Joseph Lorge e masterizzato da Greg Calbi, annovera anche la partecipazione dei musicisti Blake Mills, Benmont Tench, Alan Pasqua, Fiona Apple e Tommy Rhodes. Questa la tracklist di “Rough and Rowdy Ways”: “I Contain Multitudes”, “False Prophet”, “My Own Version of You”, “I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You”, “Black Rider”, “Goodbye Jimmy Reed”, “Mother of Muses”, “Crossing the Rubicon”, “Key West” e “Murder Most Foul”. Bob Dylan ha venduto oltre 125 milioni di dischi in tutto il mondo e “Rough And Rowdy Ways” è il suo 39° album in studio. È anche il primo disco di inediti da quando Bob Dylan è diventato l’unico cantautore a ricevere il Nobel per la Letteratura nel 2016, un premio a lui conferito dalla Swedish Academy per “aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Negli ultimi 23 anni ha realizzato 7 album in studio, un lasso di tempo che include anche la registrazione, nel 2001, di "Things Have Changed”, realizzata per il film Wonder Boys e vincitrice di un Oscar e di un Golden Globe; l’autobiografia divenuta best seller internazionale, “Chronicles Vol. 1”, che ha trascorso 19 settimane nella lista dei migliori best seller del New York Times e che recentemente è stata definita da Rolling Stone come la più grande autobiografia rock di sempre. Bob Dylan ha anche ricevuto l’Officier de la Legion d'honneur nel 2013, il Sweden's Polar Music Award nel 2000, un Dottorato dall’Università di St. Andrews in Scozia e numerose altre onorificenze.
_________________________________________________________________________________

RAY LAMONTAGNE 
ESCE OGGI “MONOVISION”
ottavo album in studio del vincitore di un Grammy Award 
ANTICIPATO DAL SINGOLO “STRONG ENOUGH”

L’artista vincitore di un Grammy Award RAY LAMONTAGNE pubblica oggi, venerdì 26 giugno, il suo ottavo album in studio MONOVISION (RCA Records), anticipato dal singolo “Strong Enough”. “Monovision” si compone di 10 brani e vede Ray non solo scrivere e produrre l’album ma anche suonare tutti gli strumenti in ogni traccia. Il videoclip ufficiale del singolo “Strong Enough” è visibile al seguente link https://youtu.be/21ETGjscgPE. È inoltre disponibile anche il video del brano “We'll Make It Through”, che mostra fotografie di famiglia vintage dell’artista, visibile al link https://youtu.be/ZVfPu42wDvs.
 
Tracklist MONOVISION:
Roll Me Mama, Roll Me
I Was Born To Love You
Strong Enough
Summer Clouds
We’ll Make It Through
Misty Morning Rain
Rocky Mountain Healin’
Weeping Willow
Morning Comes Wearing Diamonds
Highway To The Sun
 
Hanno detto sull’album
 
“Stunningly refreshing” - The Associated Press
“One that best represents his artistic core” - No Depression
“Both LaMontagne’s craftsmanship in the composition of these songs and his easygoing, unaccompanied playing will come as comfort food to established followers who should welcome this most organic return to his roots” - American Songwriter
“Further proof LaMontagne is among the finest singers of his generation” – MOJO

Ray LaMontagne ha pubblicato 8 album in studio, 6 dei quali hanno raggiunto la Top 10 nella classifica degli album Top Rock e degli album digitali di Billboard. Inoltre, il suo album del 2010 “God Willin’ & the Creek Don’t Rise” ha vinto un Grammy Award per il miglior album folk ed è stato nominato nella categoria Song of the Year per “Beg Steal or Borrow". Avendo lavorato con i produttori Ethan Johns, Dan Auerbach dei Black Keys e Jim James dei My Morning Jacket, il vasto catalogo sonoro di Ray è stato definito “a perfect throwback to the lost art of the album-length format” da Entertainment Weekly, "epico e magico" da Rolling Stone e "stupendo e ambizioso" da Esquire, NPR’s All Things Considered ha dichiarato che Ray, durante tutto il corso della sua carriera, “ha continuato a spingersi in direzioni diverse”, mentre People ha definito Ray una "meraviglia della natura".
 
___________________________________________________________________________________

REDI HASA - THE STOLEN CELLO
In uscita il 4 settembre 2020

Dai Balcani alle terre della Tarantola a Robert Plant e Ludovico Einaudi. In un violoncello rubato Redi Hasa ha messo tutta la sua vita. Maestro e mago dello stile cantabile, Redi racconta il mondo invisibile attraverso un suono maestosamente umano.

Decca Records pubblicherà un album ispirato alla sua storia di ragazzo, coinvolto nel conflitto albanese nei primi anni '90, fuggito in Italia per cambiare vita con la cosa più preziosa che possedeva: un violoncello rubato.Figlio minore di una insegnante di violoncello e di un coreografo dell'Accademia di Tirana, a 13 anni Redi Hasa aveva già appreso un vastissimo repertorio violoncellistico esibendosi grazie ad uno strumento di proprietà dell'Accademia di Musica di Stato. Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, l'Albania precipitò in una guerra civile sopraffatta dalla povertà e dai disordini finanziari. All'età di 20 anni, Hasa entrò al Conservatorio di Tirana ma le nuvole del conflitto iniziarono ad addensarsi. “Avevo paura di uscire di casa. Avevamo tutti paura”, afferma, ricordando quel terribile periodo della sua vita. Il fratello maggiore di Hasa, 11 anni più grande di lui e residente in Italia, lo incoraggiò a raggiungerlo per sfuggire alla crescente ondata di violenza che stava attraversando il loro paese. Arrivato al porto di Bari, incapace di parlare il dialetto locale, Hasa inizio’ il secondo atto della sua vita, avendo con sé l'unico oggetto che avrebbe potuto essergli d’aiuto: il violoncello dell'Accademia, non più in prestito, ma rubato. Redi Hasa ora è in procinto di pubblicare il suo primo album da solista “The Stolen Cello”, dopo aver lavorato per molti anni come parte dell'ensemble di Ludovico Einaudi, non ultimo lo straordinario progetto Seven Days Walking (2019).  L'album Seven Days Walking: Day One ha raggiunto il #1 della  UK Classical Chart totalizzando il maggior numero di streaming mai raggiunti da un compositore di musica classica nella sua prima settimana di uscita. Redi si è esibito al fianco di Einaudi e del violinista Federico Mecozzi nei teatri e nelle platee più prestigiose di tutto il mondo. Nel suo nuovo album, Redi Hasa mette in luce la natura "vocale" del violoncello, strumento che forse si avvicina più di tutti a quello della voce umana, con una storia profondamente personale di speranza e sopravvivenza.
Il violoncellista e compositore Redi Hasa nasce a Tirana nel 1977 in una famiglia di musicisti. A sette anni comincia a studiare il violoncello, si diploma all’Accademia delle Arti nel 1998 e vince una borsa di studio per il Conservatorio Tito Schipa di Lecce, dove consegue un ulteriore diploma nel 2007. Appena arrivato in Puglia, si inserisce da protagonista nell’ambiente che in quegli anni sta reinventando la tradizione musicale del Salento e contribuisce a quello che poi verrà definito il Rinascimento della Taranta. Suona con molti artisti significativi, da Enza Pagliara a Officina Zoè aManigold alla Compagnia delle Arti Xanti Yaca. Collabora anche con artisti internazionali come la Kocani Orkestar, Boban Markovic, Ambrogio Sparagna, Antonella Ruggiero, Raiz, BobbyMcFerrin, Paolo Fresu. Insieme a Claudio Prima dà vita ai progetti Adria e Bandadriatica con cui partecipa a importanti festival e rassegne in Europa nel 2005 e 2007. Nel 2008 entra in pianta stabile nell’Orchestra Notte della Taranta, diretta successivamente da Mauro Pagani, Ludovico Einaudi, Goran Bregovic e Giovanni Sollima. Nel 2010, insieme alla cantante Maria Mazzotta forma un duo che nei due album Ura (2014) e Novilunio (2017) esplora i legami musicali e poetici che uniscono le due coste dell’Adriatico, dai Balcani indomabili alle terre del rimorso.  Dal 2012 suona nei gruppi del pianista e compositore Ludovico Einaudi sia negli album In A Time Lapse, elements e Seven Days Walking, che dal vivo nei più prestigiosi teatri del mondo. Nel 2017 è violoncellista ospite nel disco Carry Fire di Robert Plant, voce dei leggendari Led Zeppelin. Il suo primo album solista esce nel 2020 per Ponderosa Records.
_________________________________________________________________________________

Peppe Fonte, Le canzoni di Piero Ciampi e Pino Pavone
A quarant’anni dalla morte del cantautore livornese, 
un’intensa rivisitazione dei brani che ha scritto assieme all’autore calabrese 
tra poesie e memorie, un inedito e appunti di canzoni ancora da venire

“Ho deciso di cantare Ciampi-Pavone perché Piero Ciampi è stato anche Pino Pavone ed io ho avuto la fortuna di viverlo da testimone. Tra me e lui non c’è stato mai spazio per le lacrime, né tempo per la memoria: abbiamo vissuto insieme l’estasi della prossima canzone e, subito dopo, della parola giusta. Sapeste quante volte siamo morti insieme: di versi al telefono, di accordi senza nome, di canzoni ascoltate per la prima volta in macchina”.  Così Peppe Fonte a proposito di questo suo nuovo disco, “Le canzoni di Piero Ciampi e Pino Pavone” che, edito da Squilibri, si innesta sul corpo stesso della sua vocazione artistica, da sempre posta all’ombra di uno straordinario sodalizio umano e intellettuale e sorretto dalla condivisione di passioni e relazioni, urgenze esistenziali e occupazioni quotidiane in quella singolare regione dell’anima che lega Livorno alla Calabria. Nelle tante scorribande che hanno segnato la vita e i giorni di Piero Ciampi non tutti sanno che la Calabria ha occupato un posto di rilievo, riemergendo spesso come approdo sia pure temporaneo del suo inquieto vagabondare. Ed è nel corso di una di queste sue discese in fondo alla penisola che quell’autore che amava definirsi “livornese, anarchico, comunista” incontra il catanzarese Pino Pavone con il quale stringe un rapporto di amicizia e lavoro che si rafforza poi a Roma, tra poesia e canzoni, la passione per il calcio e la comune condizione di divorziati che con difficoltà riescono a vedere i propri figli. Assieme al fratello Roberto Ciampi, con il quale divide anche il suo studio da avvocato a Roma, Pavone è così l’unico autore ad avere collaborato ai testi del cantautore livornese ai quali conferisce una profondità ulteriore anche in ragione delle sue incombenze professionali: a chi altri sarebbe venuto in mente di ambientare una canzone d’amore in un palazzo di giustizia? Avvocato e catanzarese come Pavone, già calciatore del Catanzaro ai tempi del mitico Palanca, Peppe Fonte rivisita ora alcuni dei brani più significativi nati all’interno di questo sodalizio calabro-livornese e, allo stesso tempo, offre un omaggio alla sua stessa educazione sentimentale, avviata sulla spinta di un incontro occasionale, lui ancora ragazzino, con Piero Ciampi e poi indirizzata verso la canzone d’autore grazie all’assidua frequentazione del suo principale collaboratore. E’, infatti, Pino Pavone ad accompagnarlo, agli inizi degli anni Novanta, nella “tana dell’orso”, dove si svolgevano i provini delle nuove canzoni per la RCA, a introdurlo nell’ambiente musicale e a guidarlo nella “processione degli accordi e il crocefisso delle parole”, fino a comporre assieme a lui molti brani e, infine, a condividere con lui il lascito ideale e anche più concrete memorie del grande livornese, come i quaderni di appunti inediti che sono alla base anche di alcuni brani di questo nuovo disco. Il testo di Questi poeti, composta da Fonte assieme a Pavone, è tratto infatti dal manoscritto di poesie inedite ritrovate dopo la morte di Ciampi ed è una sorta di tributo che i due hanno inteso elevare alla sua memoria, ricordandone l’appartenenza a una schiera di uomini che “non portano segni visibili né sorrisi facili” e “non conoscono regole né linguaggi fioriti”. Figlia di mare è, invece, un brano inedito composto dal duo Fonte-Pavone lavorando su alcuni scritti ritrovati in quella valigia che Ciampi ha lasciato a casa Pavone prima di morire. Nel booklet sono pubblicati anche alcuni di questi manoscritti e si ha così la possibilità di gettare uno sguardo sulla bottega dell’autore e vedere la sua inclinazione a lavorare “per immagini, partendo da un’idea, una suggestione, un sentimento comune”: un’attitudine che sicuramente accomuna ai suoi mentori e maestri un autore come Fonte che, al quarto disco della sua carriera, conferma la sua predilezione per canzoni ispirate e nude dove la musica, riecheggiando tra Parigi e New Orleans, risuona della bellezza sommessa e indefinita della provincia italiana, da Livorno a Catanzaro. Con scritti di Sergio Secondiano Sacchi e dello stesso Fonte, la direzione musicale e gli arrangiamenti di Riccardo Biseo, un ensemble di grandi musicisti e la partecipazione straordinaria dello stesso Pavone nel brano di apertura, un disco di pregevole fattura che, in dieci tracce, racconta la forza struggente di un lascito di bellezza e smania di vita che si rinnova in altri componimenti dominati dalla memoria e dalla frequentazione di un “genio assoluto”.

Portami al confine
di Marco Rovelli & l’Innominabile
in uscita il 14 febbraio

Intellettuale multiverso e poliedrico -poeta, scrittore, autore di fortunati reportages sociali e di memorabili spettacoli teatrali, musicista e cantante oltre che docente di filosofia- Marco Rovelli ripone il suo quarto album all’ombra tutt’altro che consolatoria di Samuel Beckett che dà il titolo al primo brano del CD, compare nell’immagine di copertina, opera dell’artista cileno Alfredo Jaar, e persino nel nome che l’autore si è dato, ossia Marco Rovelli & l’Innominabile.  I can’t go on, I’ll go on -nell’opera di Jaar-sono le ultime parole de L’innominabile, il romanzo che chiude la Trilogia di Beckett: la chiude, la riapre, la spalanca all’infinito. Nessuna fine corsa, mai. Se non possiamo andare avanti, allora andiamo avanti: suggestioni che emergono fortissime anche dal video realizzato da Francesco Bartoli in una cava dismessa delle Apuane in una mattina freddissima, in un luogo senza sole, per provare a raccontare l’inumano al cuore dell’umano, cercando, beckettianamente, di “distruggere l’immagine”. A differenza del precedente lavoro, Tutto inizia sempre, che era prevalentemente acustico, Portami al confine, pubblicato da Squilibri nella collana Crinali, è un album decisamente elettrico in cui risaltano le architetture spaziotemporali della chitarra drone di Paolo Monti (The Star Pillow) che dissemina svariati spettri sonici, il violoncello di Lara Vecoli con le sue ariose e profonde tessiture, il basso poderoso e le varie stanze sonore di Rocco Marchi (ex Mariposa), e, infine, la batteria avantjazz di Massimiliano Furia, con la sua incredibile presenza ritmica, che fa parlare i suoi strumenti percussivi, riuscendo a dare un nome e un volto a ogni sequenza ritmica. Ne viene fuori un sound potente che conferisce una trama unitaria a canzoni con strutture diverse, animando così una sorta di concept album dedicato al confine, che è il tema fondamentale del mondo quotidiano. Il confine, va da sé, è quello politico che separa gli “Stati” e che i cittadini del mondo, che hanno come patria il mondo intero, cercano a buon diritto di valicare senza posa. Ma il confine è anche quello dei rapporti personali, dei rapporti d’amore, dove il confine è mobile, dove è in perpetuo messo in questione; lì, anzi, non c’è che confine. Il confine, inoltre, è quello della morte, che non bisogna temere, maledicendo chi la infligge, e benedicendo la vita. E a chiudere il disco, ma per aprire altri mondi, il dono straordinario della voce di Claudio Lolli nella cover a due voci di una delle sue canzoni più potenti, La giacca, commovente lascito del cantautore bolognese in quella che è stata purtroppo la sua ultima incisione su disco.  L’uscita del cd-book Portami al confine di Marco Rovelli e & l’Innominabile, nei migliori negozi a partire dal 14 febbraio, sarà accompagnata da un tour di concerti e presentazioni che, dopo le anteprime a Pisa e Lucca (1 e 9 febbraio), toccherà Livorno (6 marzo), Parma (7 marzo), Roma (16 marzo all’Auditorium Parco della Musica), Bologna (25 aprile) e numerose altre città fino a Venezia (6 giugno).

Info: 06-44340148; info@squilibri.it; www.squilibri.it
_________________________________________________________________________________

BEPPE DETTORI & RAOUL MORETTI
IL 27 MARZO 2020 ESCE IL DISCO
“(IN) CANTO RITUALE - Omaggio a Maria Carta”

LA STORICA VOCE DEI TAZENDA E L’ARPISTA ITALO-ELVETICO OMAGGIANO L’INDIMENTICATA CANTAUTRICE SARDA MARIA CARTA

In questo lavoro il duo ha cercato di mantenere una linea sonora personale, facendo coesistere diverse tradizioni culturali distanti geograficamente, ma vicine nello spirito.  Si snoda tra innovazione e la matrice identitaria tradizionale, l’omaggio che Beppe Dettori e Raoul Moretti rendono alla grande artista di Siligo.  Sette brani del repertorio tradizionale della Carta e un inedito: “Ombre”, tratto da una poesia meravigliosa che apre il libro “Canto Rituale” e che descrive una Maria, bimba di otto anni, che alle 5 del mattino andava al fiume a lavare i panni, distante 4 km dal paese. Nel tragitto intonava i canti a “voce delirante” per proteggersi e per scacciare le paure date dai rumori del crepuscolo, le ombre, gli spettri, i fantasmi della fantasia di una bimba che anziché rientrare in casa e cercare protezione, affrontava con coraggio da leonessa, col carattere che, poi, la accompagnerà in tutto il corso della sua esistenza come artista, donna e madre. La bibliografia, gli aneddoti, le testimonianze di affetto e stima sono tutelati, custoditi e pubblicati dalla Fondazione Maria Carta con sede in Siligo, suo paese natale, e che ha voluto fortemente la realizzazione di questo lavoro.  Il primo singolo estratto è stato “BALLU”, un ballo in lingua sarda ritmato e forsennato, capace di portare la mente lontano dal corpo e diventare quasi un atto meditativo, con cui le piccolezze terrene perdono significato e si fortifica la coscienza. Musicalmente un incedere quasi “progressive” che porta a un finale travolgente. 
_________________________________________________________________________________

Il nuovo concept album dell'irpino ANTONIO PIGNATIELLO
SE CI CREDI (Salutami l'America)
DAL 29 NOVEMBRE NEI NEGOZI IN FORMATO DELUXE E NEI DIGITAL STORE

Venerdì 29 novembre uscirà “Se Ci Credi” (Goodfellas/Believe), terzo disco d'inediti di Antonio Pignatiello, disponibile nei negozi di dischi in formato deluxe 16x16 (un libro di 72 pagine con cd allegato) e in digital download sulle piattaforme on-line. Il nuovo concept album del cantautore irpino Antonio Pignatiello, diretto e prodotto da Taketo Gohara, racconta il sogno di una generazione precaria, quella degli anni '80: la crisi dei rapporti, la fuga dei cervelli, lo scricchiolare dei valori morali; un viaggio attraverso dieci canzoni, dieci vite, dieci immagini che si intrecciano su un sentiero di precarietà e insicurezza ma sempre in cerca di una vita migliore e di una “promised land”. Un viaggio nel profondo per provare a raccontare la complessità della vita “Con parole semplici”, per usare le parole di Bukowski. Dieci canzoni ridotte all'osso, pochi strumenti e qualche colore, come quelli della fisarmonica di Roberto Manuzzi, grande jazzista per anni al fianco di Francesco Guccini. Il sound di Pignatiello attinge dal rock americano e riporta ad artisti di riferimento come Bruce Springsteen e Tom Waits. «Inseguivo un'atmosfera, un paesaggio sonoro in grado di raccontare quel mondo che avevo vissuto durante la mia infanzia – racconta Pignatiello – e che ancora mi portavo addosso; un posto che conservava intatta una parte delle mie impronte... I fantasmi di Se ci credi li avevo frequentati in quelle vecchie strade affamate di sogni e di gioventù. La mia famiglia, i miei amici, Bruce Springsteen, Rolling Stones, Neil Young, Woody Guthrie... i romanzi di Jack Kerouac, H. C. Bukowski, Henry Miller, John Fante, Cesare Pavese, Italo Calvino, i racconti di Fernanda Pivano... i film western di Sergio Leone e quelli di fantascienza di Steven Spielberg».
_________________________________________________________________________________

Giancarlo Frigieri - “I Ferri Del Mestiere” 
in uscita a settembre 2019
Vinile, CD & Digitale – New Model Label / Audioglobe

“Abbiamo registrato tra il 20 e il 24 Maggio 2019 al Bunker Recording Studio di Rubiera (RE) da Gabriele Riccioni e Lorenzo Iori. Lorenzo ha suonato anche il violino in due pezzi. Alcuni amici hanno fatto un coro in un pezzo. Il Dottor Manicardi ha fatto “plin plin plin” in una canzone con il pianoforte per una ventina di secondi. Cesare Anceschi ha suonato la batteria in tutto il disco. Io ho suonato tutto il resto, vale a dire chitarre elettriche, chitarra acustica, basso, Organo, Piano elettrico Fender Rhodes, tamburelli, cowbell, oltre naturalmente a cantare. Un disco prevalentemente chitarristico, non ci sono pezzi senza la batteria. Le chitarre sono soprattutto elettriche e sono suonate praticamente sempre senza nessun effetto, sfruttando solo la saturazione naturale del mio amplificatore, un Supro Thunderbolt 6420. Queste chitarre le riconoscete perché nel missaggio le abbiamo messe una tutta a sinistra e una tutta a destra. In genere si tratta delle mie due Fender Telecaster, una giapponese del 1986 che è praticamente un prolungamento naturale delle mie mani e una American Special più recente. Ogni tanto, soprattutto per gli assoli, abbiamo usato una mia Fender Toronado e una Fender Stratocaster di proprietà dello studio. L’acustica invece è la mia Sangirardi e Cavicchi Small Jumbo 017. Gli unici effetti per chitarra che abbiamo usato, li abbiamo usati in alcuni assoli. A parte un Crybaby, gli altri sono un overdrive valvolare Coffe Tube e un Echo Analogico Valvolare Rose, entrambi della Earthtone, una ditta che fa degli effetti che suonano benissimo. Il basso era uno Squier Precision che abbiamo messo in un cassa testata FTB Superbass 250. La batteria è stata accordata in maniera decisamente particolare visto che abbiamo tirato parecchio la pelle del rullante e poi abbiamo (questa è la vera stranezza) fatto in modo che il suono del tom fosse più grave di quello del timpano, che è una discreta follia. Per i piatti della batteria ci sarebbe da fare un discorso a parte per lo straordinario Ride della batteria di Cico ma lo dovrebbe fare lui, in quanto il discorso comincerebbe con lui che dice “Questo non è un ride, è un piatto” perché in effetti non è propriamente un ride ed è il piatto che usava come ride anche Ringo Starr. Voci: ci sono pochissimi raddoppi di voce, di solito ne facevo un sacco e invece questa volta no. Non credo ci sia un singolo raddoppio di acustica, forse solo in un pezzo e di solito ne facevo sempre. La voce, in generale, l’abbiamo tenuta un poco più bassa che in passato. Io la volevo ancora più bassa, ma poi mi sono lasciato convincere ad alzarla appena. Insomma, anche se per molti sarà “Il solito disco di Frigieri” per me è un disco piuttosto diverso dal solito e devo dire ne sono parecchio contento. Spero vi piaccia.”
________________________________________________________________________________

Materiali Sonori
Le novità

AKSAK MABOUL - Figures 
La band che maggiormente contribuì a creare l’etichetta Crammed ritorna con un'opera inedita intitolata, un doppio album contenente 22 brani: è frutto del flusso di idee che è sorto dopo un così lungo intervallo... Attingendo ancora una volta alle molteplici fonti che da sempre ispirano la band (dalla musica elettronica e pop alla sperimentazione, al jazz, al minimalismo, alla classica contemporanea etc), Aksak Maboul le riconfigura con il suo stile inimitabile. L'album è stato interamente scritto, concepito e prodotto da Marc Hollander & Véronique Vincent, e vanta il contributo dell'attuale line-up live della band: Faustine Hollander, Lucien Fraipont & Erik Heestermans. Ospiti di grande profilo: Fred Frith, Steven Brown (Tuxedomoon), tre membri degli Aquaserge...

DOCTOR FLOURESCENT - Doctor Fluorescent
L'album di debutto di Doctor Fluorescent apre le porte a un mondo di musica pop elettronica seducente e fresca, dove le cose non sono sempre come sembrano: sotto la superficie onirica si nascondono spesso sofisticati orologi musicali. Sebbene sia principalmente uno scienziato ed esploratore, Doctor Fluorescent suona anche strumenti musicali e usa gadget elettronici per esprimere le sue idee al mondo. È coadiuvato da straordinari musicisti: Scott Gilmore e Eddie Ruscha, che si siedono e si limitano a facilitare ciò che il medico gli comanda. Collega un cavo patch qui, gira un quadrante lì... tutto quello che serve per far registrare il risultato corretto e far contento il buon dottore… Musica elettronica!

MATERIALI SONORI UNIVERSITY - Coppi Arrive [LIMITED EDITION]
Il 2019 è stato l’anno del centenario della nascita di Fausto Coppi, il più grande ciclista di sempre e un simbolo per l’Italia del Novecento (un mito che rimane intatto ancora oggi) e il 2 gennaio 2020 sono stati sessant’anni dalla sua tragica morte. Per l'occasione Giampiero e Arlo Bigazzi hanno “recuperato” la registrazione di una leggendaria performance multimediale che si tenne nel giugno del 1989 al Museo Pecci di Prato in occasione dell’arrivo di una tappa del Giro d’Italia. Un concerto con le coreografie del Florence Dance Theater e le immagini e la regia di Giovanotti Mondani Meccanici. La musica vide in scena il meglio della produzione italiana della Materiali Sonori dell’epoca con Novalia, Cudù, Nazca, oltre ad Arlo Bigazzi e Giampiero Bigazzi (Naif Orchestra) e la tromba di Luc Van Lieshout (Tuxedomoon): una sorta superguppo guidato dall’indimenticabile chitarra di Paolo Lotti. La musica, insolita e imprevedibile, è una musica di confine, strumentale, con molte influenze e libera colonna sonora degli episodi più importanti della vita del Campionissimo. Una musica difficile da definire, senza nome ma ancora oggi necessaria. Come la memoria. Uscito inizialmente solo digitale, adesso è in un CD speciale a turatura limitata: 200 copie numerate.

GIUDITTA SCORCELLETTI & MAURIZIO GERI, A Violeta - Tributo a Violeta Parra 
Un omaggio a Violeta Parra, la cantante e compositrice cilena (l’autrice di “Gracias a la vida", per esempio) attraverso il racconto musicale di due fra le più note e apprezzate voci del folk toscano. Testi bellissimi e affascinanti melodie. Giuditta Scorcelletti è una delle più abelle voci femminili del canto popolare toscano, candidata ai Grammy 2015 nella categoria folk per l’interpretazione di ballate scritte dall’inglese Michael Hoppé. Maurizio Geri, straordinario chitarrista jazz e popolare, è da oltre 20 anni una delle principali voci della musica folk italiana, dalla collaborazione con Caterina Bueno e Banditaliana di Riccardo Tesi allo swing manouche.

BOB CORN, Songs Of The Line
Tiziano Sgarbi aka Bob Corn… una specie di "padre spirituale" di buona parte della scena indipendente e alternativa, specialmente nell’area emiliana. Fondatore della band “grunge" Fooltribe (che poi è diventato il marchio delle sue produzioni) e organizzatore del festival “Musica nelle valli”. Interpreta la sua musica come interpreta la sua vita. Cantante folk-rock, minimalista. Un “hopo” che dalla valle Padana (da San Martino Spino, fra Reggio e Modena), con le sue canzoni scritte e cantate in inglese, parla di sentimenti e del mondo. Ha viaggiato e suonato per tutta Europa e per gli States con la sua piccola chitarra e le sue grandi storie. Un poeta. Dal 2009 (ma la sua attività discografica solista è iniziata nel 2004), il nuovo "Songs on the line” è il suo quinto album che lo ha fatto incontrare con la Materiali Sonori.

prossime uscite

WIM MERTENS, Inescapable 1980/2020
JUANA MOLINA, Forfun . 12”/EP Crammed Discs
ACID ARAB, Jdid
ZAP MAMA, Zap Mama
VARIOUS, Kinshasa 1978 (Originals and Reconstructions)
CINEMA DOMINGO OCHESTRA feat. STEVEN BROWN, Optical Sounds
REINHARD GAGEL & MIRIO COSOTTINI, Pieces Without Memory
MIRIO COSOTTINI & TONINO MIANO, The Inner Life Of Residue
________________________________________________________________________________

Un incontro tra Napoli e Rio, un viaggio nei mondi della musica brasiliana con testi in napoletano e in portoghese. Brani inediti della popolare artista e rivisitazioni di João Bosco, Jacob do Bandolim e Chico Buarque de Hollanda 
Terre del Finimondo: il nuovo album di Brunella Selo! 

TERRE DEL FINIMONDO
Brunella Selo
11 tracce | 42.45 
SoundFly - Self distribuzione

Terre del Finimondo, titolo mutuato da un famoso romanzo di Jorge Amado, il più grande scrittore brasiliano del Novecento, rappresenta un ponte ideale tra le melodie napoletane e le forme musicali popolari brasiliane come lo chorinho e il samba. Un racconto che si snoda attraverso brani originali e inediti, nati dalla penna e dalla voce di Brunella Selo, e alcune personalissime rielaborazioni di grandi autori brasiliani come  João Bosco (De frente pro crime), Jacob do Bandolim (Doce de coco) e Chico Buarque de Hollanda (Sinhá). Un sentiero infinito di oceani e terre di un metaforico finimondo che congiunge Napoli e il Brasile in un variopinto gioco di luci e ombre, di miseria, anarchia e splendore.  Dopo otto anni da Io sono Ulisse, Brunella Selo torna con il suo quinto album (SoundFly, distr. Self) che racconta la vita e i sentimenti condivisi, inenarrabili dolori, bellezza e verità, e l’incredibile potere terapeutico dell’amore e della musica. «Rispetto a Io sono Ulisse ci sono molte differenze, dovute in gran parte al mio vissuto in questi otto anni, sia sul piano personale che su quello professionale. Io sono Ulisse dà una visione molto più cantautorale, anche per la scelta dei testi prevalentemente in italiano, con sonorità e arrangiamenti di quella matrice world che da sempre contraddistingue i miei lavori. Terre del Finimondo invece è un disco completamente acustico, perfettamente a metà strada tra Napoli e Brasile, con testi in napoletano e in portoghese. Non c’è più quell’inquietudine di cercare altri mari, altri orizzonti del precedente disco, in Terre del Finimondo c’è la consapevolezza di aver attraversato la tempesta, di aver testato le proprie fragilità e le proprie risorse e di guardare ad una rinascita, che prima o poi arriva sempre».  Dopo un concept sul viaggio e sui percorsi di ricerca della vita, Brunella Selo torna con un lavoro che guarda alle connessioni con Napoli e la cultura partenopea, all'infinità di mondi contenuti nella musica brasiliana, che ha esercitato su tanti artisti un fascino irresistibile: «La definizione “musica brasiliana” - sottolinea Brunella - racchiude in sè un’infinità di mondi: la musica popolare, lo choro, il forro, il samba... è un territorio talmente vasto, sia geograficamente che musicalmente, che è impossibile ricondurlo ad un unico concetto. La sua bellezza è fonte di continua ispirazione, come tutte le culture in cui confluiscono etnie diverse: in Brasile Indios, Africani, Portoghesi, Olandesi; a Napoli Greci, Arabi, Francesi e Spagnoli. Sono entrambi mondi ricchi di un’infinità umanità, e anche musicalmente abbracciano un’illimitata gamma di sentimenti, ritmi, suggestioni, come non restarne affascinati?». Il fascino che ha rapito la cantante anima le undici canzoni in cui emergono i temi del viaggio, dell'evoluzione personale, delle miserie e dei riscatti, dei ponti culturali, come quello che unisce Campania e Brasile. Al centro i brani scritti da Brunella, tra episodi autobiografici (Tarsila), collaborazioni con autori partenopei quali Alessio Sollo (Ciccibacco), Antonello Paliotti (Nada pra dizer), Piero De Asmundis (Nasco ddoje vote), Pasquale Fama (Mae de canto). «Napoli e Rio de Janeiro sono città del finimondo, in cui convivono luci e ombre, la forza e la fragilità, l’amore e la violenza, il dolore, la miseria e l’ironia, la leggerezza del vivere. Pezzi come Ciccibbacco, Vesuviagem e De Frente Pro Crime rappresentano in qualche modo un ponte sonoro tra queste due terre lontane eppure vicinissime. Napoli straripa di talenti, il problema è che ci sono sempre meno occasioni per suonare, sempre meno produttori che investono, sempre meno pubblico disposto ad andare ai concerti. Siamo proiettati ormai verso una dimensione molto più autistica della fruizione della musica, e sarà sempre più complicato far emergere i giovani talenti se non ci diamo una mossa per ricostruire una solida identità culturale e musicale del nostro paese». 

_________________________________________________________________________________

Luminol pubblica il settimo lavoro della storica band: il primo totalmente strumentale per Lazzaruolo e Villanova, artefici di un elegante e dinamico crossover tra rock, jazz, folk ed elettronica, con musicisti internazionali   
Let Them Say: il nuovo album del Notturno Concertante!

LET THEM SAY
Notturno Concertante 
11 tracce | 44.13
Luminol Records

"L’aspetto che più risalta di questo nuovo disco è che è completamente strumentale, si basa su un mix di strumenti acustici (più che altro chitarre, ma anche batteria) ed elettronica. È un album che ha visto una sorta di lavoro a distanza con musicisti di varie nazionalità, l’aspetto ritmico è sempre molto presente. Insomma è piuttosto distante dal precedente Canzoni allo specchio". Il primo disco completamente strumentale in quasi quarant'anni di storia arriva con un titolo significativo: Let Them Say, "lasciali parlare", il settimo album del Notturno Concertante, pubblicato da Luminol Records. E' un disco importante per la storica formazione campana, attiva dall'alba degli anni '80 come duo e poi evolutasi in anomala e singolare prog band, sempre attenta agli elementi acustici, alle tessiture eleganti e sofisticate, alle connessioni tra vari generi. A otto anni di distanza da Canzoni allo specchio, Lucio Lazzaruolo e Raffaele Villanova tornano con un disco di svolta, che racchiude elementi del passato e anticipa nuovi orizzonti musicali. Archiviato definitivamente il prog dei primi tempi, Let Them Say esplora le possibilità di un crossover di varie influenze, dalla world music all'elettronica, tra influssi jazz e rock con equilibrio e godibilità. Inoltre in Let Them Say il Notturno torna all'antica formazione in duo aperta a varie collaborazioni, in una sorta di "working band" che annovera anche musicisti internazionali come la violinista Nadia Khomutova, l'americana Molly Joyce, la violoncellista Kaitlyn Raitz. Hanno partecipato anche il nuovo batterista Francesco Margherita insieme al precedente Simone Pizza, Luciano Aliperta e Giuseppe D’Alessio al basso e, presenza di assoluto prestigio, il gruppo vocale Gesualdo Consort diretto da Marco Berrini in Dei miei sospiri, che utilizza parti di un madrigale di Carlo Gesualdo (registrate dal vivo dallo stesso Notturno). Negli otto anni di distanza tra un album e l'altro il Notturno non è stato immobile, ha sviluppato importanti collaborazioni in studio per colonne sonore e in spettacoli e progetti dal vivo: pensiamo a nomi come Giorgio Diritti, Ray Wilson, Giovanna Iorio, Lina Sastri, Pamela Villoresi, Daniela Poggi, Barbara Alberti. Anche questi confronti, oltre all'innata curiosità del gruppo, all'eclettismo e all'apertura a nuove influenze, hanno fatto maturare un distacco dal progressive delle origini, affrontato oggi in una nuova chiave, come dichiarano Lucio e Raffaele: "Se per progressive si intende un continuo sguardo all’indietro rivolto a un periodo ormai finito da tempo, con i riferimenti obbligati e quello che molti si aspettano (mellotron, chitarre sognanti, flauti sussurranti…) ormai non siamo più progressive, e da un bel pezzo. Se invece intendiamo il prog in un’accezione più ampia, come tentativo di tenere presente l’evoluzione della musica, di essere maggiormente personali, di incrociare vari generi musicali, rendendoli in modo equilibrato, allora siamo più prog che mai". Let Them Say è una sorta di album di ripartenza, che accompagnerà una nuova transizione per il Notturno Concertante, già al lavoro su un altro album probabilmente di nuovo strumentale, acustico, con il coinvolgimento ancora più marcato del nuovo batterista Francesco Margherita. Dopo un trentennio di attività discografica, il Notturno dialoga ancora una volta con i propri ascoltatori: "Crediamo e speriamo che il nostro pubblico sia aperto mentalmente, curioso di conoscere una proposta musicale che ha al suo interno tante influenze diverse, non ultima quel progressive che ancora ci piace".

_________________________________________________________________________________

La morte, la malattia e la memoria nell'opera di Stefano Giannotti, undici musicisti tra avant-rock, musica da camera e canzone d'autore. Special guest Antonio Caggiano e Blaine L. Reinenger dei Tuxedomoon  
Un saluto alle nuvole: il nuovo album di OTEME

UN SALUTO ALLE NUVOLE
OTEME
10 tracce | 57.22
Ma.Ra.Cash Records | Self Distribuzione 

"A OTEME non interessavano l'aspetto socio-politico, nè quello ideologico, nè quello rituale e celebrativo della morte: ci interessava l'aspetto umano, della consapevolezza, di come chi lavora con la morte ogni giorno reagisce ad essa. Ho a che fare con quest'ultimo tema quotidianamente poiché mia moglie lavora come OSS all'Hospice di San Cataldo a Maggiano, il piccolo paese in provincia di Lucca reso celebre da Mario Tobino. Personalmente mi interessava anche essere il più esterno possibile, se mai sia possibile, e concentrarmi essenzialmente sui testi dei degenti, senza dare punti di vista marcatamente miei. In altre parole forse parlerei, accanto all'aspetto umano, di quello antropologico". Così Stefano Giannotti introduce uno dei temi più delicati e controversi, quello della morte, della malattia, della degenza, che sono alla base del nuovo album di OTEME - Osservatorio delle Terre Emerse intitolato Un saluto alle nuvole (Ma.Ra.Cash Records/Self. distribuzione). E' il quarto album dell'ensemble guidato dal compositore lucchese, deus ex machina di un collettivo tra i più originali in circolazione, multiforme progetto composto da undici musicisti che lascia dialogare materiali popolari e colti con un approccio narrativo che questa volta incontra un argomento che tocca ogni ascoltatore. Un saluto alle nuvole non è un semplice disco, è un percorso partito nel 2012. Il primo passo fu il cortometraggio Un saluto alle nuvole, commissionato a Giannotti dall'Hospice di San Cataldo: fu un documentario sull'ambiente socio-sanitario dell'Hospice, dal Libro di Bordo alle interviste al personale, stimolato sui temi della morte, della memoria, della felicità, della consapevolezza. Nel 2018 OTEME aderì al bando dell'Associazione Culturale Dello Scompiglio di Vorno (LU) intitolato Della Morte e Del Morire, trasformando il video originale in un concerto teatrale, con un organico più ampio e una decisiva rivisitazione: "Ho creato una serie di canzoni basate su frasi estrapolate dalle interviste e dal Libro di Bordo, più alcuni brani strumentali; dalla colonna sonora del video ho ripreso solo alcuni pattern musicali, originariamente affidati all'arpa sola, il resto, l'80%, è tutto materiale nuovo. Per creare continuità con il video ho pensato di inserire l'audio delle frasi originali su cui si basano le canzoni, in modo da avere un confronto fra testi vecchi e nuovi".  Il risultato esce a distanza di un anno dal concerto ed è una delle operazioni più intriganti e peculiari degli ultimi tempi, per esiti compositivi e per intensità argomentativa, per spunti tematici e densità nei riferimenti: "De Andrè è stato un punto di riferimento importante. Ma direi anche il contrappunto cinquecentesco, la musica di Steve Reich, Bach, Battisti/Panella, Morton Feldman, Ornette Coleman... L'idea era quella di creare una canzone d'autore ibrida, moderna, che in alcuni casi sdrucciola su altri generi ed addirittura discipline diverse. Mi interessava anche il racconto, appunto, come forma antropologica, un'opera indefinita a metà fra radio sperimentale/documentario/canzone d'autore, musica da camera contemporanea...". Per l'occasione Giannotti ha potuto contare - inserendoli nelle ampie tessiture del suo vasto e mobile organico - su due ospiti straordinari, Antonio Caggiano al vibrafono e Blaine L. Reinenger dei Tuxedomoon al violino, un nome autorevole dalla scena classica contemporanea e uno dall'ambito opposto: "Con Antonio è nata una grande amicizia già dal 2012 quando ci coinvolse nell'inaugurazione dello SPE allo Scompiglio con un programma su Cage; lui è stato già ospite in Il corpo nel sogno e ha accettato con entusiasmo di partecipare anche a questo nuovo lavoro. Blaine è stato il fondatore di uno dei miei gruppi preferiti, i Tuxedomoon, mi è sempre piaciuto il suo modo di suonare, ha un grande cuore musicale e ho sempre pensato che il suo lavoro sia sottilmente collegato con la morte, magari in maniera indiretta". Inevitabile provare a inquadrare quella anomala e sfuggente creatura che è OTEME, un ensemble a geometria variabile nel quale il parlato versificato, la narrazione ai confini del concept e la connessione tra diversi linguaggi musicali diventano centrali: "La filosofia che sta dietro OTEME è molto vicina a quella di John Cage e Frank Zappa, anche se suona totalmente diversa; ovvero creare musica contemporanea utilizzando materiale popolare assieme a musica colta, rumore assieme a suono determinato, performance e video assieme a letteratura. Una forma d'arte totale guidata dalla canzone. Noi utilizziamo gli stilemi della canzone d'autore e a volte del progressive, o meglio la modalità potrebbe somigliare al progressive, in realtà non sono lavori pensati come prog, ma come opere di musica contemporanea che impiega materiali popolari in contesti di musica contemporanea colta e sperimentale. Inoltre posso contare su di un gruppo di musicisti abbastanza ampio che si alterna da una produzione all'altra e ha così la possibilità di mandare avanti il lavoro. Un po' come Steve Reich and Musicians, o i Penguin Cafe Orchestra, dove c'è un nucleo abbastanza stabile e gli altri che ruotano attorno".

_________________________________________________________________________________

Il compositore partenopeo pubblica con NovAntiqua un intrigante lavoro tra modern-classical, tardo-romanticismo e improvvisazione. Un itinerario tra incanto e memoria, per piano solo ed elettronica 
The Rain Of October: il nuovo album di Ivano Leva

IVANO LEVA
THE RAIN OF OCTOBER
NovAntiqua Records
12 tracce | 55.36

"The Rain of October è un lavoro la cui esegesi va ricercata nella verità straziante di un anno, il 2019, nel quale per ragioni personali ho conosciuto il punto più basso della mia esistenza di individuo: un autentico pugno nello stomaco che mi è letteralmente esploso dentro, un flusso di scrittura dei brani incredibilmente concentrato in pochissimi giorni; “vomitare” fuori questi brani (mi si passi il termine molto rude) è stato catartico e fondamentale per intraprendere una risalita che, per quanto mai potrà essere scevra dalle cicatrici accumulate, mi ha donato una rinnovata consapevolezza della mia ricerca interiore". Non usa mezzi termini Ivano Leva: il suo nuovo album nasce da una prorompente spinta interiore, in un itinerario di risalita e rinnovamento umano e inevitabilmente artistico. E' questo il senso profondo di The Rain Of October, il suo nuovo album per NovAntiqua, nel quale si presenta in solitudine, con pianoforte, piano preparato ed elettronica, mosso da un'indole speculativa che dal fenomeno della pioggia di ottobre passa a una "composizione sensoriale ed emotiva". Pubblicato da un'etichetta-boutique di fine artigianato musicale come NovAntiqua, The Rain of October è il quarto album da leader per Leva, il compositore napoletano che nel corso degli ultimi anni - in particolare grazie a lavori come L’ala del silenzio (2016) per piano e quartetto d’archi e Debussy: La Cathédrale Transfigurée (2017) per piano ed oboe - ha ottenuto significativi riscontri per la sua abilità nel far dialogare i linguaggi tardo-romantici con il jazz e la modern-classical ("Ho unito in maniera autentica in un’unica forma espressiva non soltanto i due generi musicali che maggiormente ho praticato ed ascoltato, ma anche tutti gli altri stili musicali che ho assorbito lungo tutta la vita, oltre alle altre forme d’arte che da sempre foraggiano la mia creatività: la letteratura, la pittura, il cinema e le discipline scientifico-matematiche, che io considero arti a tutti gli effetti"). Anche grazie a questo eclettismo combinato a una preparazione e competenza frutto di anni di studio, Ivano Leva immagina l'album come una sorta di moderna suite per piano che mette in contatto la gamma percettiva della pioggia autunnale con il mondo interiore di autore e ascoltatore, in un ideale viaggio tra chiaroscuri, fragranze, epifanie e riflessioni intimiste sulla memoria, il tempo e la vita. "Ogni mia composizione nasce da una iniziale suggestione uditiva ben precisa che all’improvviso, dal nulla, si fa spazio nella mia mente; è un barlume di colore in nuce ma dai tratti somatici già nitidi, che fin dalla sua primissima apparizione mi comunica senza alcuna ombra di dubbio quale sia l’organico strumentale verso il quale tale cellula musicale voglia essere indirizzata. In tal senso, posso asserire che non c’è una dimensione nella quale prediligo muovermi, tutto dipende da quale sia l’oggetto in questione. The Rain Of October è indissolubilmente legato al suono del pianoforte, alle sfumature timbriche da esso ottenibili ed alla sua capacità evocativa, per cui non c’era dimensione migliore per questo disco che non fosse quella del piano solo". The Rain Of October esce all'indomani del lockdown che ha inginocchiato l'attività di musicisti e operatori dello spettacolo, ma Leva opera in altre direzioni, riferendosi ad altre sensibilità, che prescindono dai bisogni o dalle difficoltà del momento: "I miei ascoltatori giungono alla mia musica attraverso sentieri ben precisi, dettati da una necessità di sfamare un proprio personale gusto e non certo da induzioni pubblicitarie o da circostanze di improvvisa precarietà nelle consuete dinamiche giornaliere. Anzi, generi di musica come la mia solitamente necessitano – per essere metabolizzati – di svariati riascolti ripartiti su di un arco temporale vasto, svincolato da contingenze momentanee. E’ musica alla quale arrivi per una curiosità sensoriale, non la troveresti mai sbattuta ai quattro venti sui social network, abbinata ad una ipotetica foto di me che suono il pianoforte con i piedi scalzi, mentre con l’occhio languido tento di irretire un pubblico femminile con fare da improbabile mandrillo da reparto detersivi di un supermarket".
_________________________________________________________________________________

NOVITA' DISCOGRAFICHE DI CARTADAMUSICA

LA STRANA STORIA DI STELIO GICCA PALLI & COMPAGNIA BELLA
DI CUI ANCHE SI RACCONTA NEL NUOVO DISCO
LE FRASI NON DETTE
(CD, 2019, FORWARD MUSIC ITALY/MATERIALI MUSICALI)

TORNA ALLO SCOPERTO UNO DEI DUE AUTORI DI LELLA A PARTIRE DALLE ORE 20:30
IL 4 DICEMBRE A ROMA, ALL’ASINO CHE VOLA IN OCCASIONE DI SO' STATO IO - LELLA 50 ANNI DOPO LA GRANDE FESTA LIVE PER LA CANZONE CHE VINSE LA CENSURA

Proprio come in un antica saga popolare uscita dalle penna di Charles Dickens….. Venuto al mondo in una comune di ragazzi  usciti dalla guerra e dal fascismo e vogliosi di libertà,  democrazia e – perché no ? – divertimento. Il suo nome venne scelto in libere votazioni imponendosi per poco  nei confronti di un nome anarchico ( Germinal : orrore! ) Padre canterino e suonatore (in casa  c’è ancora una chitarra artigianale Paralupi  del 1950). Zii scrittori, sceneggiatori, registi…. Impara a strimpellare la chitarra sfuggendo  alla didattica classica paterna (chitarra appoggiata alla coscia  sinistra: tipo Segovia, per intenderci). Incontra a Ponza alcuni  reduci  del “Ci ragiono e canto “ di Dario Fo e si interessa alla musica popolare. Coinvolge l’amico e compagno di scuola Edoardo De Angelis e insieme cominciano a cantare  nello storico  Folk Studio di Via Garibaldi   a Roma. E, dopo un po’, cominciano a comporre canzoni un po’ diverse dal mainstream allora vigente. Tra cui una ballad country in romanesco intitolata “Lella”. Apprezzata dai discografici, viene incisa e portata al Cantagiro del 1971 accolta in maniera insperatamente lusinghiera dalla critica  (e anche dal pubblico astante);  ma,  per oscuri motivi (o forse nemmeno tanto oscuri ), ne viene bloccata  la  diffusione radiotelevisiva. Stelio si incazza e si tira fuori dal giro; ha un possibile redditizio mestiere a portata di mano e non vuole  sottostare a ordini di scuderia discografica che ritiene poco dignitosi. Per molti anni coltiva il redditizio mestiere, ma sempre col rimpianto di non essere stato capace di trovare quel compromesso che allora serviva. Compra un pianoforte e comincia a zapparlo; dopo tanti anni ora è in condizioni di suonarlo in maniera decente (dicono i soliti amici piaggisti). Poi si stufa del mestiere redditizio e decide di entrare nuovamente nell’agone.  Incide  un album di canzoni e poi un altro, che si intitola "Le frasi non dette" ed esce il 4 dicembre 2019 insieme ad un 7" in edizione limitata che raccoglie su di un lato la registrazione originale di Lella e sul suo opposto la versione acustica 2019 con le voci dei due autori. Confida nell’entusiastica accoglienza del pubblico.  La Compagnia Bella? Ovviamente gli amici del precedente album: Primiano De Biase, a pianoforte, tastiere e fisarmonica,  Simone Talone  Federicuccio, alle percussioni, Renato Gattone, al contrabbasso. Novelliere urbano per natura, cantautore per incidente, Stelio torna a disegnare storie.  I testi sono tutti di Stelio Gicca Palli, voce di tutte le canzoni, così come le musiche, molte delle quali sono state scritte a quattro mani con Primiano De Biase. L’arrangiamento è di Primiano De Biase, Simone “Federicuccio” Talone e Stelio Gicca-Palli stesso. Lo scrittura di Stelio resta al centro con il suo tratto graffiante e il suo sguardo impietoso. Melodie e arrangiamenti, pur nella linea della più classica canzone d’autore italiana, non sono mai scontati. Le frasi non dette punta l’attenzione su rapporti esistenziali quanto meno irrisolti, se non anche conflittuali, che evidenziano la sostanziale solitudine dell’essere umano. Facendosi portavoce di un curioso ossimoro: l’uomo, in definitiva, è un  animale  sociale (e lo è per definizione scientifica) solitario.

FRANCESCO GIUNTA
TROPPU VERY WELL
Non si arresta l’attività della sua nuova etichetta IL CANTAUTORE NECESSARIO etichetta che sta per pubblicare il primo disco live di FRANCESCO GIUNTA, cantastorie e narratore siciliano, drammaturgo di razza, da oltre trent’anni nel campo del recupero del patrimonio linguistico e musicale della sua regione. Disco allegro già nel titolo: TROPPU VERY WELL, che si avvale della produzione artistica dello stesso Edoardo De Angelis e che in copertina si arricchisce della sapienza di MARCO DE ANGELIS, disegnatore, illustratore e grafico italiano tra i più importanti (Repubblica, Espresso, Il Popolo, Le monde, New York Times, The Washington Post, per citare alcune delle sue collaborazioni).

LUCA MADONIA 
LA PIRAMIDE
(Viceversa Records/ Audioglobe / Believe – 29 Novembre 2019)
“Per la scrittura e il titolo del disco mi sono ispirato alla “Piramide dei bisogni” di Maslow. Questi, con uno dei modelli più interessanti e dibattuti degli ultimi decenni, crea una gerarchia dei bisogni che determinano la crescita e la formazione dell’uomo durante tutta la sua esistenza. La musica e tutto ciò che vi ruota intorno, ma anche la vita, la conoscenza, la salvezza, la maturità, la realizzazione personale nei rapporti umani fanno parte dei miei bisogni e tutto questo si ritrova nelle canzoni del mio nuovo lavoro. Ma “ La Piramide” è intesa anche come simbolo di elevazione, come speranza di illuminazione per raggiungere vette più alte e così capire meglio la nostra condizione terrena.” Una macchina del tempo “La Piramide”, che ci fa viaggiare dalle sonorità più attuali a ritroso fino a quegli anni meravigliosi dei dischi registrati con lentezza e ispirazione, delle grandi orchestrazioni, archi e ottoni che provano le accordature in una grande sala in penombra illuminata solo dalle lucine sugli spartiti. Un disco che pone in cima alla “piramide dei bisogni” quella voglia di fare le cose, la Musica, insieme, con gli amici di una vita, chiamati a partecipare a questa elegante e divertente festa senza l’assillo del marketing e il sensazionalismo di accoppiate improbabili. Il lavoro di un artista maturo, attento e pacificato che ben lungi dal chiacchiericcio polemico sul panorama musicale odierno, indica semplicemente una via “altra” restando coerente con la sua personalissima narrazione del mondo, degli uomini, dell’Amore.

CHIARA MINALDI - LE PAROLE HANNO UN'ANIMA
DAL VIVO IL 20 NOVEMBRE AL TEATRO JOLLY DI PALERMO
Dopo la vittoria al Premio Bianca d’Aponte nel 2016, CHIARA MINALDI per il suo secondo album “Le parole hanno un’anima” (autoprodotto in distribuzione digitale dal 4 novembre 2019), il primo con brani inediti, ha scelto di cantare in italiano. Un disco che attraversa i territori del jazz, del pop e della canzone d’autore, un vero e proprio nuovo debutto, dopo che per il precedente "Intimate" aveva scelto un repertorio in inglese di tutti brani cult-pop che andavano da Joni Mitchell ai Massive Attack, dai Beatles a Sting, passando per Air e James Taylor. Un disco fortunato con cui aveva anche conquistato la prima posizione della chart–list Pop/Jazz della Corea del Sud, precedente questo che l'ha convinta  a produrre parallelamente all'album anche un EP per la RNC Music con quattro brani riadattati in inglese. Il primo singolo “L’estate non è” intanto è già fuori, accompagnato da un vero e proprio instant-video fatto d'immagini “rubate” dall’archivio dei ricordi di famiglia che lei stessa ha montato e che la ritraggono bambina cresciuta in mezzo al mare tra Palermo e Agrigento. Guarda il video: http://bit.ly/lestatevideo. Chiara Minaldi nasce ad Agrigento e da giovanissima intraprende lo studio del pianoforte e consegue il Diploma di Teoria e Solfeggio. Si trasferisce a Palermo dove tutt'ora vive e frequenta i corsi di canto e piano jazz del Brass Group con insegnanti come Maria Pia De Vito, Lucy Tarsia, Flora Faja, Diego Spitaleri e Giovanni Mazzarino. Inizia a collaborare con Mauro Schiavone, che riveste un ruolo fondamentale anche nei suoi dischi insieme al paroliere Francesco Cusumano (Musica Nuda, Mauro Ermanno Giovanardi), oltre alle collaborazioni con Riccardo Lo Bue, Giuseppe Urso, Luca Lo Bianco, Giuseppe Milici, Sebastiano Alioto, Orazio Maugeri e tanti altri. Ha un curriculum di tutto rispetto e ovunque si evidenziano le sue spiccate doti vocali e pianistiche: a Graz per “Il Ballo di Casanova” nel 2007 e nel 2010, a “Piazza Jazz 2010”, a Piacenza per  il “Premio Chicco Bettinardi” e a “Lucca Donna Jazz” nel 2011,  premiata “Venere del Mediterraneo 2015” e doppiamente premiata al “Bianca d'Aponte” nel 2016. Ha duettato con Rossana Casale, Fabio Concato, Pippo Matino, ha aperto concerti di Teresa Salgueiro, Mario Venuti, Antonella Ruggero, ha fatto parte del progetto discografico e live della grande orchestra jazz Made in Sicily, è stata invitata all'International Jazz Day a Siracusa 2016 e 2018 in quest'ultimo a fianco di Nicky Nicolai e alla Catania Jazz Marathon 2015 organizzata da Catania Jazz oltre che sul palco di Piazza Castelnuovo a Palermo per la notte di Capodanno 2016.
________________________________________________________________________________

PAOLO ANGELI - BODAS DE SANGRE

Dopo 22.22 Free Radiohead -  punto di contatto tra l’improvvisazione libera e la forma canzone della band britannica - Paolo Angeli sorprende con i suoni della sua chitarra orchestra, mettendoli al servizio di un classico della letteratura spagnola: Bodas de Sangre, di Federico García Lorca. L’EP verrà pubblicato in formato digitale il 5 giugno sulla piattaforma digitale Bandcamp. L’idea del musicista sardo è partire da Lorca e traslare la sua opera, tragedia in tre atti composta nel 1933, per viverla attraverso l’immaginario visivo e sonoro del presente.  La drammaticità dei suoni è collegata alle periferie urbane di oggi, sostituendo l’immagine circolare e poetica di un popolo nomade (rappresentato dal cavallo e dal carro), con quella verticale dei palazzi a schiera e delle antenne paraboliche.  "La mia interpretazione di  Bodas de Sangre  è contestualizzata sulle rive del fiume Besos, nella periferia di Barcelona, a due passi dal barrio gitano La Mina. Sono partito da La nana del Caballo Grande - pubblicata  da Camaron de la Isla nel disco La Leyenda del Tiempo (1979), tra gli album più importanti della storia del flamenco -  eseguendo il brano in streaming  nel giorno della memoria del popolo gitano”. Il tema - inizialmente ispirato all’interpretazione del leggendario cantaor che,  insieme a Paco de Lucia, ha determinato le coordinate del flamenco contemporaneo - è stato sviluppato musicalmente in relazione al testo di Lorca, approdando ad  una vera e propria colonna sonora del primo atto dell’opera teatrale, di cui Angeli ripercorre la struttura suddivisa in tre quadri. Nell’introduzione ci si immerge  in atmosfere arabo-andaluse, con riferimenti  melodici alla tradizione balcanica. Segue l’interpretazione de La Nana del Caballo Grande, una sorta di sogno premonitore ad occhi aperti, in cui si racconta in modo allegorico la storia di un cavallo che arriva al guado del fiume per bere, ma che, scorgendo l’acqua nera, si ferma senza attraversare il ponte e canta. La ninna nanna racchiude un presagio negativo e si chiude con il pianto del cavallo, da questo momento vero protagonista della colonna sonora.  Il  climax dell’EP si raggiunge nel crescendo della terza parte. Un’aurea oscura aleggia intorno ad un evento festoso, Angeli interpreta gli eventi con una rilettura in chiave post-rock del ballo per Siguiriya, in cui le arcate acide e psichedeliche, si alternano alla ritmica ostinata di un ballo immaginario (sul ‘compas’ del ‘palo’ più drammatico del repertorio flamenco), per  approdare ad un crescendo noise che evoca paesaggi fumanti e post industriali.  “Questo lavoro vuole essere un omaggio rispettoso a una cultura musicale che amo profondamente e che, dopo dieci anni di frequentazione, sento la necessità di esprimere in totale libertà. Rappresenta una lettura individuale che racchiude la mia relazione con questa arte e la sua contemporaneità, seguendo il solco tracciato negli incontri post-punk dell'album Omega, in cui Enrique Morente ha espresso, con estrema libertà creativa, un linguaggio meticcio che ha segnato la storia di questo genere musicale". Bodas de Sangre  verrà distribuito nei canali di streaming ma  sarà presentato in esclusiva sulla piattaforma  Bandcamp il 5 giugno, nel canale.  “È una forma di rivendicazione e protezione del nostro lavoro. In un momento così delicato per le nostre realtà di autoproduzione, le piattaforme digitali non hanno mostrato alcuna empatia. Entrare nei nostri profili ufficiali è un po’ come accedere ad una bottega artigiana”. La produzione è stata realizzata interamente in presa diretta e senza sovraincisioni nell’home studio di Barcelona del musicista: “la quarantena ha rappresentato per me un momento di grande stimolo creativo, che troverà nei prossimi mesi una continuità nelle pubblicazioni”.
________________________________________________________________________________

MARCELLA CARBONI TRIO THIS IS NOT A HARP
Dal 26 giugno 2020 nei negozi e dal 3 luglio anche in tutte le piattaforme digitali/Barnum for Art - Distr. IRD
Esce per Barnum for Art, l'etichetta dell'armonicista Max De Aloe, ed è distribuito da IRD,
l'ottavo disco da leader di Marcella Carboni. Un disco che l'artista sarda ha maturato in sei lunghi anni, tanti quanti ne sono passati dal precedente "Still Chime" su Abeat Records. This is not a harp è un disco oltraggioso che aveva bisogno di tempo per maturare. Così doveva essere per suonare un'arpa che in quei sei anni è diventata altro. "Questa non è un’arpa. Non è sicuramente l’arpa angelica, magica e rilassante, che ritroviamo nell’immaginario collettivo. E allora questa non è un’arpa: è la mia voce, il mio suono. È uno strumento che sa graffiare, sa avere ritmo, groove. È straniante ma a volte anche morbida e dal suono rotondo. Pensando a questo trio ho preso in prestito da René Magritte il titolo del dipinto con la celebre pipa, “L’inganno delle immagini”, che diventa qui “L’inganno dei suoni”, dove contrabbasso, batteria e arpa si muovono in un continuo gioco di ruoli intercambiabili. La struttura del disco è concepita come un quadro surrealista: otto oggetti reali e razionali che si trovano in mezzo a quattro pillole di improvvisazione radicale, follie sonore, ispirate alle tele di Magritte; una batteria suonata in reverse, giochi di effetti, contrasti timbrici e dinamici che aprono le porte di una dimensione surreale." Marcella Carboni. In un prisma di linguaggi incrociati che si riflettono a vicenda, come scatole magiche di evocazioni e sotto o sopra narrazioni alla ricerca di una nuova tinta di blu, entrano nell'immaginario evocato da This is not a harp anche i video d’artista, creazioni di Simone Memè, che accompagnano l’opera di Marcella Carboni: www.youtube.com/user/marcellacarboni. Piccole narrazioni e video-poemi dove la musica incontra la teoria del colore e del suono. Da vedere (!), prima o dopo l'ascolto del disco non ha importanza, quel che conta è che ci restituiscono un ulteriore tassello di un dipinto che non è un dipinto.
_________________________________________________________________________________

Ellipses dans l’harmonie - Lumi nel buio
È il nuovo album di Teho Teardo in uscita venerdì 6 marzo 2020
videoclip del brano Systehme de Mr. Kirngerger

Esce venerdì 6 marzo il nuovo album di Teho Teardo dal titolo Ellipses dans l’harmonie - Lumi nel buio, a cui seguirà anche un tour che è stato rinviato ad aprile a causa dei provvedimenti restrittivi del decreto ministeriale. Le nuove date sono: 14 aprile allo Spazio Alfieri di Firenze, 15 aprile al Circolo della Musica di Rivoli (Torino), 16 aprile al Bronson di Ravenna, 17 aprile all’Argo 16 di Mestre (Ve) e il 18 alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Prossimamente, verranno comunicate anche le date di Roma e Genova. Questo nuovo lavoro di Teardo è interamente ispirato alla musica contenuta nelle pagine di uno dei testi iconici del ‘700, l'Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, la cui copia originale è custodita nell’archivio della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, che ha prodotto e commissionato l’album. E’ la prima volta che la Fondazione produce un’opera musicale. In Ellipses dans l’harmonie non c’è solo un omaggio all’Encyclopédie, ma anche una connessione politica con lo spirito dell’Illuminismo che ha guidato la genesi dell’opera e l’attuale necessità di luce davanti ai nuovi oscurantismi. Nella metà del 1700 - dichiara Teho Teardo - quando l’Encyclopèdie venne pubblicata divenne il testo cardine dell’Illuminismo, dovette lottare contro la chiesa e la sua censura, ma ebbe un impatto tale sulla società fino a contribuire alla Rivoluzione Francese. La mia connessione con questo testo, quindi, non è solamente artistica, c’è anche un aspetto politico: dopo circa tre secoli questa pubblicazione è ancora qui. Mi domando se anche noi saremo qui fra trecento anni perché la nostra è un’epoca caratterizzata da nuovi oscurantismi. L’Encyclopedie non rappresenta, quindi, un documento da museo ma il testimone che necessariamente deve passare da una generazione alla successiva, per continuare a immaginare mondi migliori. In questo progetto, l’archivio della Fondazione diventa protagonista del processo creativo, esempio di come si possa generare novità partendo dal passato. Teho Teardo narra qui in musica i percorsi e le storie che attraversano le pagine dell’Encyclopédie, riscoprendone il significato politico e il racconto segreto. Necessitiamo di più luce in questo momento - continua Teardo -, vorrei potessimo recuperare una parte dello spirito illuminista  per affrontare la nostra contemporaneità. Sarebbe un atto politico e sarebbe rivoluzionario. Alle origini dell’impresa culturale dell’Encyclopédie vi sono tre radici: la memoria, la ragione e l’immaginazione. Sono tre dimensioni che richiamano l’attenzione su altrettante necessità che ci interrogano ancora oggi: conoscere il passato per capire le origini dei problemi con cui oggi ci confrontiamo; esercitare la critica razionale per orientarci nella realtà senza rifugiarsi nello smarrimento di fronte alle sfide complesse che ci pone; continuare a pensare equilibri differenti per voler progettare un mondo diverso. Edito da Specula Records, Ellipses dans l’harmonie - Lumi nel buio è una produzione originale di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli con la collaborazione di CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli-Venezia Giulia. Attualmente Teho Teardo è nuovamente impegnato al fianco di Enda Walsh nella scrittura delle musiche per Medicine, il nuovo spettacolo del drammaturgo irlandese (già noto per aver scritto “Lazarus” con David Bowie ma anche il film “Hunger” di Steve Mc Queen), e sta scrivendo le musiche per un film della regista Ildikó Enyedi, Orso d’Oro a Berlino 2017.
_________________________________________________________________________________

For Mario (Live): l’album di Enrico Rava, Matthew Herbert e Giovanni Guidi

Esce venerdì 22 maggio 2020, per l’etichetta Accidental Records e solo in digitale, l’album “For Mario (live)” di Enrico Rava, Matthew Herbert e Giovanni Guidi. Registrato dal vivo durante il tour del 2016, l’album è interamente dedicato a Mario Guidi, manager e amico di Enrico Rava, nonché padre di Giovanni. Enrico Rava è un protagonista fondamentale del jazz europeo fin dagli anni ’60, trombettista di immensa fluidità ed esperienza, mentre Giovanni Guidi è un pianista talentuoso e incredibilmente istintivo della scena jazz italiana. Entrambi sono artisti dell’etichetta discografica ECM Records. L’approccio innovativo al campionamento e all’elettronica del compositore britannico, nonché pioniere della musica elettronica Matthew Herbert, che interpreta e risponde in maniera istintiva alle improvvisazioni dei suoi colleghi, crea una dimensione che porta il trio in un territorio ancora inesplorato e affascinante. Una performance nata dal connubio tra jazz acustico e musica elettronica, che riafferma l’abilità di tre musicisti di generazioni e contesti differenti a spingersi oltre e sondare nuovi territori musicali, creando uno stile giocosamente progressivo e sempre stimolante. Inizialmente - afferma Herbert - ero intimidito dall’idea di fondere l’elettronica, tipicamente inflessibile, e la rigidità della computer music allo stile fluido e libero di musicisti del loro calibro. Ci siamo venuti incontro registrando centinaia di campionamenti di Giovanni e Enrico mentre suonavano rispettivamente pianoforte e flicorno; i campionamenti sono diventati le basi per ogni suono che ho elaborato/manipolato/suonato. In questo modo, quello che si ascolta è una specie di quartetto, con i due musicisti acustici che improvvisano sui loro stessi campionamenti registrati precedentemente. Io mi trovo al centro, a trasformare i campionamenti in una sorta di sezione ritmica e manipolarne il tessuto musicale, mentre Hugh aggiunge al tutto uno strato di campionamento in presa diretta. Il trio si esibisce sporadicamente dal vivo dal 2016, grazie a una richiesta – inizialmente una tantum - pervenuta dal Nylon Festival di Vercelli. Da allora, ha suonato in molte occasioni, tra le quali al London Jazz Festival, al Roma Jazz Festival, al Pomigliano Jazz, al Jazz Milano e in vari locali e festival in tutta Europa. Questa raccolta di registrazioni live è tratta da diverse esibizioni del trio in Italia e ne segue l’esplorazione creativa in evoluzione. I tre sono accompagnati - in alcuni movimenti - dal musicista di elettronica e costruttore di strumenti Hugh Jones, mentre la grafica del disco è affidata alla pittrice britannica Daisy Parris. L’album è dedicato alla memoria di Mario Guidi, papà di Giovanni nonché manager e amico fraterno di Enrico Rava per più di trent’anni. Mario era presente in tutti in concerti registrati e, purtroppo, è venuto a mancare recentemente.  “Musica solenne e molto originale. L’effetto…catartico, esprime rabbia, tragicità e al tempo stesso bellezza e profonda armonia.” London Jazz News. “Una sinfonia trascendentale dei suoni  industriali “catturati” di Herbert, in cui riecheggiano nostalgici accenni spettrali a colonne sonore di film (da Lalo  Schifrin a Nino Rota), era dello swing, musica classica contemporanea, e sprazzi di flicorno in stile Miles Davis. È stato spettacolare e il meglio che si potesse avere nel weekend finale del festival.” Jazzwise
_________________________________________________________________________________

Tǔk Music
presenta

PAOLO FRESU QUINTET - REWANDERLUST

“La meta è partire”
Giuseppe Ungaretti

Il quintetto di Paolo Fresu, uno dei gruppi più longevi al mondo con la formazione originale ancora in attività, festeggia i suoi 36 anni di vita e reWanderlust esce dopo 23 anni dalla sua prima pubblicazione rimasterizzato e portato a nuova luce dal lavoro di Stefano Amerio per l’etichetta di Paolo con la davvero notevole opera grafica “A piene mani” creata da Paola Pezzi nel 2005. II disco è stata una fortunata seduta di registrazione praticamente improvvisata e decisa al momento. Tredici brani per quasi un’ora e dieci di musica di grande, grande livello. Per il resto, sulle dinamiche del Quintetto, come dice Fresu, “credo sia già stato scritto tutto”.  Fresu rimarca ancora l’importanza di quegli storici anni francesi: “In un certo senso la Francia, con OWL (Pussiau), con BMG e con il celebre e premiato “Night on The City”, è stata ventre gravido non solo per me ma anche per il Quintetto… “ Oltre al disco, il progetto sarà disponibile per tutto il 2020 per concerti ed eventi con ospite il trombonista Glenn Ferris, e sempre Fresu racconta: “L’incontro con Glenn viene sempre dalla Francia e da Parigi. In questo caso dalle collaborazioni in seno al Quartetto Palatino con Aldo Romano, il sottoscritto e Michel Benita. Da sempre avevamo voglia di fare qualcosa assieme ed eccoci qua pronti per un’altra avventura.” Una gemma unica capace di brillare anche nel buio di tante avventure moderne.

Dalle note di copertina del disco
Il 13 maggio del 1996 il Quintetto Italiano si esibisce nel festival internazionale . Su un’idea di Lina Guglielmi, allora manager del gruppo per il Belgio, al quintetto si aggiunge il giovane sassofonista belga Erwin Vann. Il giorno successivo il gruppo entra nello studio A della Radio Televisione belga francese e incide un master ‘live’ su due piste che verrà poi pubblicato dalla BMG francese nel 1997 grazie all’intermediazione del produttore francese Jean-Jacques Pussiau, già mio collaboratore per progetti discografici pubblicati dalla OWL record. Wanderlust sarà il primo di una fortunata serie di 5 dischi prodotti dalla major francese che rafforzeranno il mio rapporto creativo con la Francia. Il repertorio è composto da vecchie e nuove composizioni del Quintetto, per l’occasione arrangiate per sestetto, che riprendono il mood di album come “Ossi di Seppia” e “Ensalada mistica”, precedentemente pubblicati per la Splasc(h) Record. A queste si aggiungono “Children of 10000 Years” di Erwin Vann, lo standard di Mal Waldron “Soul Eyes”, l’intenso tema cinematografico scritto da William Walton “Touch Her Soft Lips and Part” oltre a un omaggio al sassofonista e flautista belga Bobby Jaspar, artista quell’anno al quale il festival tributava un doveroso omaggio nei settant’anni dalla nascita. Se il disco si apre con l’arrangiamento originale di “Trunca e peltunta” [°] registrato nel 1986 assieme a Dave Liebman è il brano “Wanderlust” (termine inglese di origine tedesca che si riferisce al romantico desiderio di viaggiare ed esplorare il mondo) a dare identità al progetto inteso come cammino possibile nell’anima. (Paolo Fresu)

[°] “Trunca e peltunta”, in lingua sarda logudorese “troncare e bucare”, era il segno che mio padre utilizzava per marchiare le sue pecore distinguendole così dalle altre greggi. Si praticava un piccolo taglio e un piccolo buco nella parte superiore dell’orecchio dell’animale utilizzando un coltellino e una foratrice per cinture in cuoio. (Paolo Fresu)

Cammino che oggi Paolo ripercorre, ripubblicando il disco per la Tǔk (Reloaded) dopo 23 anni.  Non poteva che intitolarsi reWanderlust!

DINO RUBINO
time of silence

Dopo la fortunata esperienza del lungo tour dello spettacolo teatrale ‘Tempo di Chet’ con Paolo Fresu e Marco Bardoscia, il 19 giugno Dino Rubino pubblica il quinto album per la Tǔk Music, dal titolo ‘time of silence”. L’album contiene 10 brani interamente composti da Rubino, che si cimenta al pianoforte eccetto nel conclusivo ‘Settembre’ dove è anche al flicorno, coadiuvato da collaboratori di lungo corso come Emanuele Cisi al sassofono tenore, Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Enzo Zirilli alla batteria. Il disco è un nuovo capitolo nella ricerca spirituale del musicista siciliano, intrapresa con Kairos, sempre più impegnato a scavare nell’essenza della musica, con il tema del silenzio come filo conduttore. Silenzio inteso come condizione necessaria per la creazione artistica, come momento di attesa, di promessa, di rispetto, di ascolto, di preghiera, di concentrazione, ma anche di scoperta e confronto con sé stessi non necessariamente in termini positivi. E infine come dimensione che ci ha accompagnato in questi mesi di isolamento, con un silenzio surreale che avvolgeva le nostre altrimenti caotiche città. Musicalmente ‘time of silence’ procede in continuità in particolare col precedente album ‘Where is the happiness?’, dove l’accento è posto sulla melodia e i 4 strumenti dialogano come se fossero una voce unica e si muovono seguendo un sentimento univoco di profonda serenità e armonia. La magnifica immagine di copertina è opera dell’illustratore svizzero Stephan Schmitz. Formatosi alla School of art and Design di Lucerna, vive a Zurigo. Schmitz è vincitore di numerosi premi, tra cui American Illustration Award e Lurzers Archive best 200 Best Illustrators Worldwide, e i suoi lavori sono stati pubblicati da Elle, The York Times, Science, New Scientist, The Telegraph, Frankfurter Allgemeine Zeitung e Radio Times BBC.
_________________________________________________________________________________

FRANCESCA NAIBO - NAMATOULEE
 
“Namatoulee” è il primo lavoro discografico di Francesca Naibo, pubblicato il 15 giugno 2020 da Aut Records. Si tratta di un disco in solo, in cui la musicista si confronta con l'arte dell'improvvisazione libera e ne scaturiscono 14 tracce piene di colori e di immagini sonore. Si tratta di una musica estremamente sincera, impulsiva e sperimentale, in quanto basata sull'esperienza e volta alla ricerca del suono, ma anche molto rischiosa e provocante, sia per il perfomer che per l'uditore. La sfida è trovare una musica che vada oltre i generi, che catturi l'ascolto per la sua immediatezza di messaggio e per la sua profondità in termini di suono e che esprima al massimo grado la personalità del musicista. Francesca Naibo utilizza una chitarra semiacustica, oggetti vari (le cosiddette “preparazioni”) ed effetti (delay, overdrive, sound retainer, ring modulator) e tutti i brani sono stati registrati senza sovraincisioni. La musicista proviene dal mondo della musica classica e questo ha una forte eco nella ricerca intensa di una commistione tra il suono acustico e quello elettrico del suo strumento. Francesca indaga in profondità il suono con l'obiettivo di andare oltre i limiti dello strumento tradizionale (ecco quindi l'uso degli oggetti, dei rumori, ma anche di accordature inusuali, che permettono di ampliare il registro della sua voce), ma allo stesso tempo cercando di mantenere le dita salde su una qualità timbrica e di tocco prettamente chitarristica. Un ulteriore importante elemento che emerge dall'ascolto di “Namatoulee” è il silenzio, inteso come parte integrante della musica, degna al pari di tutti i suoni, e non come spazio vuoto di vibrazioni e di significato. Francesca suona ed ascolta, ascolta e suona. La situazione impegnativa del solo obbliga la musicista ad ascoltare lo spazio, il tempo, se stessa e il mondo, ritrovandosi a volte a suonare in dialogo con se stessa, a volte con il silenzio, a volte con un pubblico immaginato, ma pur sempre in conversazione con un elemento altro. Ciascun brano del disco è fortemente caratterizzato dai suoni che lo costituiscono e questo rende ogni traccia un piccolo mondo a sé. I titoli, scelti a posteriori rispetto alla registrazione, propongono una traduzione in fonemi di questi suoni, creando delle parole in una lingua che non esiste, perchè non vogliono dire niente, o meglio: ciascuno può sentirci, leggerci quello che desidera e che prova, come per quanto accade con le musiche registrate. Ogni brano è un pezzo unico, irripetibile nella sua singolarità, e questo è causato dalla natura stessa dell’improvvisazione libera: la musica senza vincoli diventa inafferrabile, se non attraverso la registrazione. Quella realizzata da Stefano Castagna dello Studio Ritmo & Blu di Pozzolengo (BS) è una testimonianza emozionante della Francesca Naibo del 2019, una sorta di fotografia sonora estremamente intima e coinvolgente che mette a nudo l'animo e le sensazioni di una giovane musicista. L'album (accompagnato da un'elegante copertina realizzata con una fotografia, anch'essa pezzo unico, a firma dell'artista vittoriese Sandro Crisafi) sarà disponibile in formato CD e digitale, acquistabile rispettivamente sulle pagine Bandcamp della musicista e dell'etichetta.
Francesca Naibo, chitarrista di Vittorio Veneto (TV) ma milanese di adozione, si muove agilmente tra tutte le varie coniugazioni della chitarra, dalla classica, all’elettrica, alla fretless fino alla pedal steel. Impegnata da anni nella ricerca della performance in solo, è concentrata nell’esplorazione dei campi dell’improvvisazione libera, della musica contemporanea e del repertorio classico, tre mondi differenti ma simili tra loro nel rapporto col suono. Il suo interesse è particolarmente focalizzato sull’uso sia della natura acustica che elettrica del suo strumento, avventurandosi tra droni ruggenti fino a microscopiche vibrazioni. Ha studiato a Venezia, Milano, Berna e Basilea diplomandosi in chitarra classica e improvvisazione libera, e collabora con vari musicisti europei, specialmente nell’Europa Centrale e del Nord. Ha lavorato con importanti compositori quali Helmut Lachenmann e George Lewis ed ha realizzato la trascrizione di “Exercises in Futility” in collaborazione con Marc Ribot. Oltre alla sua attività artistica, Francesca è insegnante di chitarra alla scuola media a Milano.

_________________________________________________________________________________


SERGIO ARMAROLI TRIO PLUS CARTOON - TRIOPLUSTRIO
Prosegue la collaborazione tra il compositore e vibrafonista Sergio Armaroli e l'etichetta salentina Dodicilune. Giovedì 31 ottobre esce infatti, distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei migliori store on line da Believe D igital, "TrioPlusTrio".  Nei sei brani originali si alternano e si confrontano due formazioni in trio. Nella sua formazione, Sergio Armaroli è affiancato dal trombonista Giancarlo Schiaffini, musicista e compositore che ha partecipato alle prime esperienze di free-jazz in Italia negli anni ’60, membro dell’Italian Instabile Orchestra e collaboratore, tra gli altri, di John Cage, Dennis Armitage, Luigi Nono e Giacinto Scelsi, e dal violoncellista Walter Prati, compositore ed esecutore da sempre orientato verso l’interazione fra strumenti musicali tradizionali e nuovi strumenti elettronici, che ha collaborato con, spaziando tra i generi, Evan Parker, Thurston Moore (Sonic Youth), Robert Wyatt. Il trio Cartoon è formato, inve ce, dal batterista e percussionista Roger Turner, una delle voci storiche più autorevoli della libera improvvisazione inglese, che ha lavorato con Annette Peacock, Phil Minton, Cecil Taylor,  Masahiko Satoh, Charles Gayle, Lol Coxhill suonando in giro per il mondo da Sydney a New York, da Tokyo all'Artico, dal sassofonista e clarinettista Chris Biscoe, che si divide tra Inghilterra e USA e ha collaborato con George Russell, Mike Westbrook, Chris McGregor, Kenny Wheeler, Han Bennink, Evan Parker e molti altri, e dal contrabbassista John Pope, improvvisatore e compositore che spazia tra jazz, funk, rock e pop e ha suonato con Mick Beck, Rhodri Davies, Greg Spero, Field Music, Anton Hunter, Mariam Rezai, Ed Carter e tanti altri. Da sempre la poetica di Sergio Armaroli abbraccia molteplici ambiti espressivi alla costante ricerca di un’unità dell'esperienza. Per la prima volta utilizza il "vibrafono preparato", una novità nel suo percorso di ricerca con un approccio musique concrète, nel tentativo di uscire dall'accordatura temperata dello strumento e dal suo timbro "troppo" puro verso per una trasformazione spettrale e verso modelli sonori divergenti. Il disco si apre con un brano dei tre jazzisti britannici e si chiude con il trio italiano. Nel mezzo quattro pezzi nel quale i sei musicisti si confrontano, per la prima volta insieme, improvvisando negli studi "Il pollaio" di Ronco Biellese con la supervisione del sound engineer Piergiorgio Miotto. Da sottolineare l'apporto anche poetico di Roberto Masotti, celebrato fotografo di musiche, ideatore del libretto dedicato agli oggetti di questa musica preparata: "oggetti d'affezione per una musica preparata e altra." Sergio Armaroli si dichiara pittore, percussionista concreto, poeta frammentario e artista sonoro oltre a fondare il proprio operare all'interno del "linguaggio del jazz" e dell'improvvisazione come "estensione del concetto di arte". Concentrato su una scrittura diffusa, consapevole di essere produttore "di-segni", dove l'invenzione verbale è "gesto poetico", nella vita è costretto ad uno sforzo pedagogico costante (www.sergioarmaroli.com). Con l’etichetta Dodicilune ha pubblicato, tra gli altri, “Prayer and request” (2010) e “Vacancy in the Park” (2015) con Axis Quartet, “Early Alchemy” (2013) un solo di marimba, “Tecrit” (2014) con Riccardo Sinigaglia (santur elettrico, flauti barocchi ed elettronica), "Micro and More Exercises" con Giancarlo Schiaffini (2016), "Structuring the Silence" con Fritz Hauser (2017), “From The Alvin Curran Fakebook - The Biella Sessions” con il qu artetto guidato da Alvin Curran, "To play Standard(s) Amnesia" con il suo quintetto e Billy Lester (2017), "Lux Ferrari Exercises d'Improvisation" con Giancarlo Schiaffini, Walter Prati e Francesca Gemmo, "Close (your) Eyes Open Your Mind" con Walter Prati e "Trigonos" con Andrea Centazzo e Giancarlo Schiaffini (2018).

SERGIO ARMAROLI - BILLY LESTER - MEETING FOR TWO
Prosegue la collaborazione tra Sergio Armaroli e l'etichetta salentina Dodicilune. Lunedì 2 marzo esce, infatti, distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei migliori store on line da Believe Digi tal, "Meeting for two", nel quale il compositore e vibrafonista torna a incontrare il pianista statunitense Billy Lester. Il disco propone nove brani originali, due di Armaroli ("Billy is with Me" e "Meeting for Two"), sei di Lester ("G minor Jazz", "Grasshoper's Holiday", "High Line", "Out Of Gs and As", "Peachfuzz Parade" e "Peterson L"), uno cofirmato ("Not Easy - to Love") e le cover di "Billie's Bounce" di Charlie Parker e "Darn That Dream" di Jimmy Van Heusen.  Nato a Yonkers (New York), dove vive e insegna, Billy Lester è un improvvisatore senza restrizioni, istintivamente lirico, che crea composizioni originali sulle strutture armoniche dei classici americani. Lester come il suo mentore Sal Mosca, uno degli allievi più acclamati di Lennie Tristano, ha s viluppato la sua arte quasi in privato, un giovane prodigio che ha iniziato a suonare il piano all'età di quattro anni, per poi diplomarsi alla prestigiosa Manhattan School of Music. Affascinato dai grandi compositori e musicisti (Kern, Gershwin, Rodgers, Hart, Porter, Berlin, Mercer, Arlen, Powell, Tatum, Parker, Christian, Eldridge, Louis Armstrong e Lester Young) si avvicina giovanissimo al jazz. Dopo aver insegnato per decenni nella sua città natale, dedicando molto tempo alla sua famiglia, superati i cinquant’anni, con i figli cresciuti, ha sentito la voglia e la necessità di esibirsi in pubblico trovando la cosa sorprendentemente gratificante. Sergio Armaroli è vibrafonista, percussionista, compositore, didatta e artista totale, la cui attività spazia in diversi campi artistici e musicali. Que llo del jazz è forse  il più praticato: "Considero il jazz come attitudine propriamente sperimentale che ha assoluta necessità di essere raccontata". Ha studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Brera e al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Si è perfezionato all'Accademia della Fondazione A.Toscanini di Parma e presso l'Accademia del Teatro alla Scala di Milano conseguendo il titolo di professore d'orchestra. Ha frequentato inoltre l'Instituto Superior de Arte de L'Habana a Cuba. Ha suonato in diverse orchestre classiche, si è perfezionato sulla marimba e ha seguito corsi di batteria tenuti da Joey Baron, Han Bennink, Trilok Gurtu e Dom Um Romao. Ha al suo attivo diverse composizioni per il teatro e ha partecipato a diverse formazioni orchestrali italiane ed europee, nonché a una serie di registrazioni di musica classica e da camera. Nell'ambito del jazz si esibisce come vibrafonista e percussionista. E' fondatore e leader del gruppo Axis Quartet composto da Nicola St ranieri alla batteria, Marcello Testa al contrabbasso e Claudio Guida al sax. Con lo stesso ha pubblicato nel 2010 Prayer and Request, un lavoro interessante, dove l'improvvisazione si sposa con le partiture scritte, gli interventi dei singoli agiscono in equilibrio con il gruppo, tesi alla ricerca di un equilibrio costante. La critica ha accolto molto bene il disco, così come, in una chiave diversa, "Early Alchemy", un viaggio all'interno dell'espressività percussiva come atto primitivo della musica". Flavio Caprera (tratto dal Dizionario del jazz italiano Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2014). Prosegue la collaborazione tra Sergio Armaroli e l'etichetta salentina Dodicilune. Lunedì 2 marzo esce, infatti, distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei migliori store on line da Believe Digital, "Meeting for two" nel quale il compositore e vibrafonista torna a incontrare il pianista statunitense Billy Lester. Il disco propone nove brani originali, due di Armaroli ("Billy is with Me" e "Meeting for Two"), sei di Lester ("G minor Jazz", "Grasshoper's Holiday", "High Line", "Out Of Gs and As", "Peachfuzz Parade" e "Peterson L"), uno cofirmato ("Not Easy - to Love") e le cover di "Billie's Bounce" di Charlie Parker e "Darn That Dream" di Jimmy Van Heusen. Nato a Yonkers (New York), dove vive e insegna, Billy Lester è un improvvisatore senza restrizioni, istintivamente lirico, che crea composizioni originali sulle strutture armoniche dei classici americani. Lester come il suo mentore Sal Mosca, uno degli allievi più acclamati di Lennie Tristano, ha sviluppato la sua arte quasi in privato, un giovane prodigio che ha iniziato a suona re il piano all'età di quattro anni, per poi diplomarsi alla prestigiosa Manhattan School of Music. Affascinato dai grandi compositori e musicisti (Kern, Gershwin, Rodgers, Hart, Porter, Berlin, Mercer, Arlen, Powell, Tatum, Parker, Christian, Eldridge, Louis Armstrong e Lester Young) si avvicina giovanissimo al jazz. Dopo aver insegnato per decenni nella sua città natale, dedicando molto tempo alla sua famiglia, superati i cinquant’anni, con i figli cresciuti, ha sentito la voglia e la necessità di esibirsi in pubblico trovando la cosa sorprendentemente gratificante. Sergio Armaroli è vibrafonista, percussionista, compositore, didatta e artista totale, la cui attività spazia in diversi campi artistici e musicali. Quello del jazz è forse  il più praticato: "Considero il jazz come attitudine propriamente speriment ale che ha assoluta necessità di essere raccontata". Ha studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Brera e al Conservatorio G.Verdi di Milano. Si è perferzionato all'Accademia della Fondazione A.Toscanini di Parma e presso l'Accademia del Teatro Alla Scala di Milano conseguendo il titolo di professore d'orchestra. Ha frequentato inoltre l'Instituto Superior de Arte de L'Habana a Cuba. Ha suonato in diverse orchestre classiche, si è perfezionato sulla marimba e ha seguito corsi di batteria tenuti da Joey Baron, Han Bennink, Trilok Gurtu e Dom Um Romao. Ha al suo attivo diverse composizioni per il teatro e ha partecipato a diverse formazioni orchestrali italiane ed europee, nonché a una serie di registrazioni di musica classica e da camera. Nell'ambito del jazz si esibisce come vibrafonista e percussionista. È fondatore e leader del gruppo Axis Quartet composto da Nicola Stranieri alla batteria, Marcello Testa al contrabbasso e Claudio Guida al sax. Con lo stesso ha pubblicato nel 2010 Prayer and Request, un lavoro interessante, dove l'improvvisazione si sposa con le partiture scritte, gli interventi dei singoli agiscono in equilibrio con il gruppo, tesi alla ricerca di un equilibrio costante. La critica ha accolto molto bene il disco, così come, in una chiave diversa, Early Alchemy, un viaggio all'interno dell'espressività percussiva come atto primitivo della musica". Flavio Caprera (tratto dal Dizionario del jazz italiano Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2014). Con l’etichetta Dodicilune, Armaroli ha pubblicato, tra gli altri, “Prayer and request” (2010) e “Vacancy in the Park” (2015) con Axis Quartet, “Early Alchemy” (2013) un solo di marimba, “Tecrit” (2014) con Riccardo Sinigaglia (santur elettrico, flauti barocchi ed e lettronica), "Micro and More Exercises" con Giancarlo Schiaffini (2016), "Structuring the Silence" con Fritz Hauser (2017), “From The Alvin Curran Fakebook - The Biella Sessions” con il quartetto guidato da Alvin Curran, "To play Standard(s) Amnesia" con il suo quintetto e Billy Lester (2017), "Lux Ferrari Exercises d'Improvisation" con Giancarlo Schiaffini, Walter Prati e Francesca Gemmo, "Close (your) Eyes Open Your Mind" con Walter Prati, "Trigonos" con Andrea Centazzo e Giancarlo Schiaffini (2018), "TrioPlusTrio" con Giancarlo Schiaffini, Walter Prati, Roger Turner, Chris Biscoe e John Pope.

FRANCESCA GEMMO - DANIEL KIENTZY - CONTOURS
Prosegue la collaborazione tra l'etichetta pugliese Dodicilune e Francesca Gemmo. La compositrice e pianista veneta, dopo la partecipazione nei progetti "Luc Ferrari Exercises d'improvisation" con Giancarlo Schiaffini, Walter Prati e Sergio Armaroli (2018) e "Syzygy" del polistrumentista, compositore e performer statunitense Elliott Sharp (2019), e l'album solista "Ad libitum" (2019), torna con "Contours". Il nuovo disco, distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei migliori store on line da Believe Digital, propone sei composizioni originali della musicista – qui al pianet, un pianoforte elettromeccanico - con la direzione del musicista e performer francese Daniel Kientzy che suona sax e contrabbasso. Compagni di viaggio in questa avventura Giuseppe Giuliano (mellotron), Cécile Marchand (clouet, flauto), Luc Balestro (sax alto) e Wim Hoogewerf (chitarra). Mercoledì 3 giugno, nel giorno dell'uscita ufficiale, Francesca Gemmo parlerà del disco durante il terzo appuntamento di "Dodicilune presenta". Dalle 19, sulla pagina facebook e sul canale youtube dell'etichetta salentina prosegue infatti questo nuo vo format web pensato per presentare le ultime novità discografiche, anticipare le nuove produzioni e svelare agli audiofili dettagli tecnici e curiosità.  «Si respira una serenità rara tra le pieghe di Contours. Poetiche, suggestioni che rimandano alle visioni minimaliste degli anni ’50 che incrinarono l’ossequioso serialismo viennese a favore di un nuovo cammino musicale libertario, che cercava colori, suoni e ritmi di vita in altre parti del mondo, in Asia, in Africa», sottolinea nelle note di copertina Paolo Carradori. «Ma in Contours svolazzano anche impasti sonori che coinvolgendo, tra gli altri, due tastiere Pianets Honher e due Mellotron, evocano ambienti pop/rock sperimentali degli anni Sessanta trascinandoli nella contemporaneità. Su questa tessitura originale, mai nostalgica, ampliata da flauti, viole, chitarre e contrabbasso, il saxofono (solo e la famig lia completa) come voce narrante fa da elemento introduttivo a quadri che si ripetono quasi uguali nella loro cornice, anche temporale, ma al cui interno l’ancia dialoga, declama, attraversa le altre voci», prosegue il critico musicale e organizzatore. «Un sax lirico, sognante, danzante, melodico, che in un vitale sincretismo pennella uno scenario sospeso, visionario, dai colori pastello, dove tutto viene trascinato in un vortice destabilizzante, estraniante e senza fine. La commissione che nel 2016 il sassofonista, performer francese Daniel Kientzy offre a Francesca Gemmo è un progetto che definire strutturato è dir poco. Tutto è programmato, l’organico strumentale, la suddivisone in sei quadri, le durate, i modi di accompagnamento. Ideazione che non prevede esecuzioni live, frutto di un montaggio delle registrazioni dei singoli strumenti realizzate in sedute diverse. La Gemmo riesce a districarsi da questa ragnatela rispettando le istruzioni progettuali di Kientzy, contem poraneamente a costruire un’opera aperta, di grande fascino sonoro, in una architettura complessa ma leggera che equilibra magicamente tutti gli elementi. Opera aperta che nella negazione di una sua proposizione dal vivo offre a chi ascolta la responsabilità di interpretarla in modi diversi, perché per dirla con Umberto Eco “ogni fruizione è una interpretazione ed una esecuzione, poiché in ogni fruizione l’opera rivive in una prospettiva originale… ”. Contours è un lavoro che succhia energia creativa dal rigore formale della partitura senza misconoscere il primato di suono, gesto e silenzio. Un lavoro fortunatamente inclassificabile che scorre su uno sfondo mobile, fatto di fusioni, contrasti, dialoghi, paesaggi e sogni. Ripetizioni, onde sonore che alla fine rimangono in circolo nello spazio, nella testa». Francesca Gemmo è pianista, compositrice e d idatta. L'attenzione a percorsi di sperimentazione e improvvisazione ha favorito la sua collaborazione con autorevoli artisti (Sergio Armaroli, Alvin Curran, Brunhild Meyer Ferrari, Steve Piccolo, Walter Prati, Giancarlo Schiaffini ed Elliott Sharp). Ha suonato in Italia e in Europa (Sale Apollinee di Venezia, Centre Le Phenix di Friburgo, Konzerthaus di Weimar, Fondazione Mudima di Milano, Museo del Novecento di Milano, Teatro Arsenale di Milano, Area Sismica). Ha al suo attivo diverse esecuzioni di proprie composizioni ad opera di importanti solisti ed ensemble (Irvine Arditti, Luca Avanzi, Sergio Scappini, Divertimento Ensemble, Trio Matisse); inoltre le sono stati commissionati lavori da autorevoli strumentisti come il chitarrista Magnus Andersson e il sassofonista Daniel Kientzy. Ha registrato nel 2017 per Ars Publica l’opera inedita (prima esecuzione assoluta) “Grandi Numeri” di Sylvano Bussotti con Improvviso Fantasia diretto da Giuseppe Giuliano. Inoltre sta registrand o per Da Vinci Classics l’opera integrale per pianoforte di John Cage. Ha pubblicato diverse partiture (Salatino Edizioni e Berbèn), ha scritto diversi saggi di argomento musicale e didattico (Tangram Edizioni Scientifiche, Padus Edizioni). È tra le fondatrici dell’associazione Città sonora. Francese, classe 1951, Daniel Kientzy è considerato, come si legge nella sua biografia ufficiale “l'inventore del sassofono contemporaneo”. Vincere il primo premio in sassofono e musica da camera al Conservatorio di Parigi (CNSM) non era abbastanza per soddisfare la sua necessità di aumentare il repertorio e alterare l'immagine stereotipata del sassofono negli anni ’70. Nel corso degli anni non ha mai smesso di ricercare e scoprire nuove tecniche di esecuzione e nuove forme di espressione musicale che hanno rivoluzionato sia il sassofono che il mondo della musica contemporanea. Kien tzy è, infatti, l'unico sassofonista che suona regolarmente tutti i sette membri della famiglia dei sassofoni. Al suo attivo un centinaio di dischi, pubblicati in tutto il mondo, che spaziano tra i generi. Artista d'avanguardia si è dedicato alla musica contemporanea, sfruttando non solo il potenziale dei sassofoni ma anche di molte tecniche elettroniche. Nel corso della sua lunga carriera ha suonato strumenti diversi come basso, contrabbasso, viola da gamba, flauto dolce, cornamusa e cromorno.

PIERLUIGI BALDUCCI - L'EQUILIBRISTA
Prodotto da Dodicilune, distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei migliori store on line da Believe Digital, martedì 9 giugno esce "L'equilibrista", nuovo progetto discografico di Pierluigi Balducci. Nei  sette brani originali, il compositore e bassista pugliese è affiancato da tre interessanti musicisti della scena jazzistica europea: l'italo-canadese Robert Bonisolo, gigante del sax tenore, Fabrizio Savino, chitarrista barese di grande sensibilità artistica, e Dario Congedo, batterista salentino dal talento straordinario.  «Il disco è dedicato al pianista britannico John Taylor», sottolinea Balducci. «Punto di riferimento sia per me che per tanti altri musicisti europei, John mi ha onorato della sua presenza nel mio quartetto con Paul McCandless e Michele Rabbia fino alla sua scomparsa nel 2014 e nei dischi "Blue from heaven” (2012) ed "Evansiana" (2017), sempre usciti per Dodicilune. Il suo essere "sempre sul filo" ha ispirato, infatti, il titolo del mio nuovo disco».  "L'equilibrista" propone nuove composizioni, nuovo suono, nuova energia, all'insegna di un ridisegnato equilibrio tra l'elemento improvvisato e quello scritto. L'idea, appunto, dell'equilibrio come qualcosa di dinamico e tensivo, in cui è implicito lo sforzo creativo, l'equilibrio come concetto per nulla opaco, piatto o normalizzante, ha sempre affascinato Balducci: se si sceglie la via dell'inatteso, dell'inaudito, del sorprendente come sostanza del fare jazz, è facile "cadere dal filo", ma il rischio stesso è essenziale nel gioco dell'improvvisazione.  «Il primo brano Blackarera suona come un’insolita commistione tra una danza folkloristica argentina, la chacarera e le armonie vicine agli anni ’60 di Hancock e Shorter», racconta Balducci. «Il vizioso è una mia dedica al collega e amico bassista Viz Maurogiovanni: una composizione dalla struttura narrativa articolata e insolita, caratterizzata da una melodia ampia, imponente, molto “italiana”. L’equilibrista», prosegue il bassista, «è un brano scritto per John Taylor e già inciso in trio con il pianista inglese e il batterista Michele Rabbia (Blue from Heaven  - 2012), questo brano è la rappresentazione musicale del camminare sul filo, di quella scommessa con l’ignoto che è sostanza del fare jazz e del gioco dell’improvvisazione. Taylor è uno dei più grandi “equilibristi” che il jazz abbia mai avuto. Da “evansiano”», continua a raccontare il compositore pugliese», amo i tempi ternari. In Fino a prova contraria le armonie abbastanza incalzanti del tema di questo jazz waltz vengono poi dilatate e allargate, divenendo il canovaccio armonico per gli assoli. Kosmos and chaos è invece una composizione che ha un energico motore ritmico, con tempo in 5/4 e alcune impreviste svolte in 3/4. Il titolo filosofico di questo brano sintetizza un rapporto d’amore vitale all’esperienza jazzistica del fare musica: quello fra gli opposti dell’ordine e del caos. Monet», spiega Balducci «è un brano sospeso tra colorismo e modalità, impressionista anche nel titolo. Il Wormhole, titolo del brano di chiusura, è infine una sorta di cunicolo spazio-temporale in grado di accorciare le distanze fra le inconcepibili distanze siderali. Il quartetto interagisce creando una sorta di vortice, di spirale di progressiva tensione, in cui coinvolgere l’ascoltatore». Bassista e compositore tra i più attivi della scena jazzistica italiana, Pierluigi Balducci si è esibito sui palchi di festival e jazz club in Italia, in Europa e in tutto il mondo, collaborando con musicisti come Ernst Reijseger, Robert Bonisolo, Luciano Biondini, Gabriele Mirabassi, Javier Girotto, Michele Rabbia, Antonio Tosques, John Taylor, Roberto Ottaviano, Paul McCandless, Maurizio Brunod,  Vincenzo Maurogiovanni, Marta Raviglia e molti altri. È attualmente membro del trio Amori Sospesi, con Gabriele Mirabassi e Nando Di Modugno. Ha all’attivo performance live per emittenti radiofoniche come Rai Radio3, l’austriaca ORF, la coreana MBC e la tedesca Bayerischer Rundfunk. Come leader e compositore, ha pubblicato a suo nome diversi album; negli anni 2000/2005 ha pubblicato tre dischi da leader con l’etichetta Splasc(h) Records di Peppo Spagnoli. A partire dal 2006 è artista della Dodicilune. Rai Radio3 lo ha intervistato nel giugno 2017 dedicando al disco “Evansiana”  una puntata di  Radio3 Suite, mentre le riviste Musica Jazz e Jazzit gli hanno dedicato spesso ampie interviste. I suoi dischi sono stati frequentemente recensiti alla stampa specializzata italiana e estera. Il “Jazzit Award” promosso dalla rivista Jazzit lo include ormai da molti anni nella top ten dei migliori bassisti elettrici italiani di jazz. È  endorser dei prestigiosi marchi italiani Markbass, Meridian Guitars e dei bassi classici Dieter Hopf. È docente di basso elettrico e di tecniche di improvvisazione al Conservatorio di Matera. Con "L'equilibrista" prosegue la sua collaborazione con la Dodicilune dopo “Leggero” (2006), “Stupor Mundi” (2009), i due lavori “Blue from heaven” (2012) ed "Evansiana" (2017) con il quartetto completato da John Taylor, Paul McCandless e Michele Rabbia, “Amori. sospesi” (2015) con Gabriele Mirabassi e Nando Di Modugno, “Cinema, Volume 1” con Vincenzo "Viz" Maurogiovanni e la partecipazione ai progetti "Synopsis" dell’Antonio Tosques Quartet (2007), “Galantuomini” di Gabriele Rampino (2009) e "My Waits. Tom Waits Songbook" della cantante Serena Spedicato (2012).

FRANCESCO GUAIANA - BANDHA
Prodotto da Dodicilune, distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei migliori store on line da Believe Digital, martedì 16 giugno esce "Bandha", nuovo progetto discografico di Francesco Guaiana. Nei dieci brani originali, il chitarrista e compositore siciliano è affiancato da un ensemble "variabile" completato dal basso di Gabrio Bevilacqua  (strumento suonato in un brano da Luca Lo Bianco), dalla batteria di Carmelo Graceffa e Giuseppe Urso ed arricchito, in alcune composizioni, dalla tromba di Filippo Schifano, dai sax di Gianni Gebbia (soprano), Letizia Guastella (alto), Alex Faraci (tenore) e dal piano di Mauro Schiavone. La voce di Daniela Spalletta impreziosisce il brano di apertura "A Useful Step" e altri tre brani in sc aletta ("Go Back", "Secret Trip" e "Sweet Witch"), dei quali firma anche il testo. Bandha in sanscrito significa “afferrare”, “prendere”, “fissare” e fa riferimento, in sintesi, a specifiche tecniche yoga che aiutano a migliorare la respirazione e a canalizzare l’energia in una determinata parte del nostro corpo per evitare che essa venga dispersa. «Ho trovato in questo significato molte affinità con la musica che ho scritto, non ultima la velata assonanza fonetica con ‘banda’, intesa come ensemble musicale e l’ho subito scelto per dare il titolo a questo mio lavoro discografico, arricchito dalla fondamentale presenza di tanti musicisti straordinari che hanno contribuito con la loro energia, passione e talento a trasformare nel modo migliore le mie idee in musica», sottolinea Guaiana. Chitarrista e compositore, Francesco Guaiana si forma musicalmente in Italia, dove effettua sia studi classici che in chitarra e composizione jazz. Si trasferisce  nel 1999 a Boston e come  vincitore di tre borse di studio approfondisce la conoscenza della chitarra jazz con Jon Damian e Mick Goodrick al Berklee College of Music fino al 2001; ha fatto parte dello staff del Berklee College  come docente assistente collaborando con Bob Stoloff, Kevin Mahogany e Bill Pierce. Dopo l’intensa esperienza negli Stati Uniti, rientra in Italia e da diversi anni svolge a tempo a pieno attività didattica e concertistica. Ha effettuato concerti e master class in Italia, Austria, Olanda, Germania, Svizzera, Repubblica Ceca, Francia, Spagna, Stati Uniti, Slovacchia, Ungheria, Polonia, Inghilterra, Portoga llo, Lettonia,  e  ha collaborato con artisti del calibro di Gary Burton, Bob Moses, Paul Jeffrey, Karl Berger, Andrea Parkins, Ferenc Nemeth; ha inciso oltre 15 lavori discografici, ha scritto musiche per teatro, cortometraggi, spettacoli di danza contemporanea e  collaborato  con artisti multimediali. È attualmente docente ordinario di chitarra Jazz presso il Conservatorio di Musica A.Scontrino di Trapani.

PAINTING JAZZ DUO - CLASSICA
Prodotto da Dodicilune, distribuito in Italia e all’estero da Ird e nei migliori store on line da Believe Digital, martedì 23 giugno esce Classica del Painting jazz duo. Il settimo disco del progetto del sassofonista Emanuele Passerini e del pianista Galag Massimiliano Bruno Belloni propone undici brani tra composizioni originali di Passerini ("Mareblu", "Nordic Sun", "Valentina" e "City Life") e improvvisazioni ispirate da composizioni classiche di Aleksandr Porfir'evič Borodin ("So ng For A Prince" e "Appassionato"), Pyotr Ilyich Tchaikovsky ("Cantabile"), Gustav Mahler ("Titano"), Erik Satie ("Le Solitaire"), Dmitri Shostakovich ("Dmitri") e Antonín Dvořák ("Verso il nuovo mondo"). «Non è la prima volta che il nostro duo si confronta con i brani dei più grandi compositori di musica “classica”», sottolineano i due musicisti. «Anzi, possiamo affermare con solida certezza che la musica classica, il jazz e l’improvvisazione in generale sono sempre stati i fili conduttori di tutto il nostro lavoro, fin dalla nascita del Duo nel 2008, passando attraverso dischi più vicini al jazz e altri esplicitamente dedicati (come “The Well-Tempered Duo: Bach Project”, doppio CD del 2014). Tra l’altro, in occasione di qualche nostro concerto “live”, abbiamo notato un certo apprezzamento da parte del pubblico nel riconoscere all’interno delle nostre improvvisazioni alcune delle melodie più note e appassionanti dei grandi compositori classici. Ora», proseguono «in questo nuovo progetto in studio ci siamo lasciati ispirare da alcuni temi e frammenti melodici di Borodin, Tchaikovsky, Mahler, Satie, Shostakovich e Dvorak. Abbiamo variato strutture e armonie di questi temi in funzione dell’inventiva del momento e dell’ispirazione, utilizzando frammenti di queste composizioni come elementi di base per costruire improvvisazioni aperte e dialoghi continui, mantenendo sempre il nostro usuale approccio libero e ricco di colori che contraddistingue la nostra musica, e cercando anche di ricostruire emotivamente quelle sensazioni che i brani stessi ci hanno trasmesso in tanti anni di ascolto» raccontano. «Non abbiamo trattato i temi e le melodie come se fossero degli “standard classici” da eseguire nota per nota come sulla partitura; piuttosto li abbiamo reinterpretati, frammentati e ricostruiti, utilizzandoli come punto di partenza per le nostre li bere e spontanee improvvisazioni. Nello stesso modo in cui in altri lavori del passato abbiamo utilizzato frammenti melodici-ritmici inventati sul momento, colori o tonalità per il medesimo scopo, ovvero improvvisare e dialogare liberamente con i nostri strumenti. Accanto a questi brani abbiamo aggiunto alcune nostre composizioni originali che forse restano più vicine all’estetica del jazz rispetto alla musica classica tout court, ma che nel loro insieme ci sembra seguano la medesima idea e abbiano i colori del resto del lavoro. Nel complesso», concludono «ci sentiamo estremamente soddisfatti di questo nostro nuovo disco e speriamo che chi lo vorrà ascoltare possa lasciarsi trasportare liberamente ed emotivamente dalla nostra (e non solo nostra) musica». Il duo nasce nella primavera del 2008 con un incontro casuale alla scuola di musica “Cemm” di Bussero, in provincia di Milano. Il nome de l progetto, inizialmente “New Standard Jazz Duo” (Ultra Sound Records, 2009), prende successivamente il nome dal secondo disco “Paintings” (Splasc(H) Records, 2010), per sottolineare l’aspetto coloristico e descrittivo della musica improvvisata che propone. Il duo ha suonato in numerosi locali lombardi e piemontesi (tra gli altri anche il Blue Note) e in alcuni festival. Nel 2011 Painting jazz duo si è esibito in Svizzera nella chiesa anglicana di Losanna, concerto poi confluito nel terzo lavoro discografico (“Live in Lausanne”, Ultra Sound Records, 2011). Nel 2013 inizia il sodalizio con la Dodicilune. “Talk and fly” propone 15 brani pensati e improvvisati durante la seduta di registrazione, senza schemi pre-costituiti o progtti pre-definiti. "The well – Tempered Duo: Bach Project" (2014) è un progetto ispirato dalla struttura armonica del Clavicembalo Ben Temperato (Das Wohltemperierte Klavier) di Johann Sebastian Bach. "Peace" (2017) è un racconto per segm enti, “pacificamente” incastonati su una tela variopinta.

FEDERICO BOSIO - DOUBLE TIME
Prodotto da Dodicilune, distribuito in Italia e all'estero da Ird e nei migliori store on line da Believe Digital, martedì 7 luglio esce “Double time”, disco d’esordio di Federico Bosio. Nelle sette composizioni originali il giovane chitarrista jazz trentino è affiancato da Seby Burgio (piano, tastiere) e Valerio Vantaggio (batteria) e in alcuni brani dalla voce di Clara Simonoviez, dal sax tenore di Michael Rosen, dal contrabbasso di Stefano Senni e da l basso elettrico di Pierpaolo Ranieri. «Come compositori – ma in generale come creatori di opere - è affascinante osservare come un'idea iniziale, a volte soltanto due o tre note, possa poi prendere forma fino a diventare un intero brano con diverse sezioni e caratteri», sottolinea Federico Bosio nelle note di copertina. «Sebbene come da tradizione jazzistica il brano sia utilizzato ai fini dell'improvvisazione - nel jazz infatti la parte scritta è spesso soltanto un pretesto per improvvisare ad libitum sull'armonia del brano stesso – ho tuttavia voluto curare in modo particolare l'aspetto compositivo, cercando di conferire ad ogni pezzo un suo carattere ed una sua peculiarità. Ogni pezzo dunque è caratterizzato da uno o più elementi (ritmo, melodia, armonia e timbro) che rendono il brano riconoscibile e autosufficiente anche soltanto come composizione in sé», prosegue il musicista. «Secondo il mio punto di vista la sfida più grande per il compositore, oltre all'ispirazione iniziale e il successivo sviluppo della stessa, consiste nel sapere ordinare, dosare, bilanciare e scartare tutte le idee e gli spunti che in fase di scrittura gli si presentano e che inevitabilmente tendono a formare una fitta giungla impenetrabile di possibilità e soluzioni. Compito del compositore è dunque selezionare soltanto le idee più forti e cercare di essere il meno auto-indulgenti possibile. Se una composizione sembrava molto valida ieri ma oggi risulta debole ci sono soltanto due possibilità: modificare oppure scartare del tutto l'idea». “Double time” si apre con “Roses dance”, un testo nonsense su un ritmo propulsivo quasi da pop hit, chitarre impastate a suoni vertiginosi in bilico tra lucidità ed ebbrezza, e prosegue con “Tower blues”, costruito sulle 12 misure del blues ispirato alle sonorità e al chitarrismo di Ralph Towner degli Oregon; “In our mind”, una melodia rarefatta e sfuggente su un ritmo dispari, una quasi bossa-nova sbilenca, un senso di sospensione che aleggia per tutto il brano con un finale ipnotico con una scala esatonale discendente; “Open string peace”, come suggerisce il titolo, vede un ampio utilizzo delle corde a vuoto della chitarra che, grazie alla loro naturale risonanza, permettono un passaggio legato ed armonioso tra un accordo e l'altro con un senso di pace; “Gentle waltz”, brano che oscilla costantemente tra il ritmo dolce e cullante di un valzer e la piacevole inquietudine di un sogno appena finito; “Fast foot”, poco spazio, poco tempo per pensare, ritmi serrati, suoni graffianti e distorti. L'ampolla del rock è stata urtata e ora il liquido rovesciato si insi nua tra le crepe. Da un brodo primordiale il brano di chiusura “Last blues”, prende forma e si aggrappa ad un blues di 12 misure, unica certezza. Un assolo di chitarra, il tema e poi tutto si sgretola in un magma sonoro simile all'inizio.

L’etichetta salentina Dodicilune è attiva dal 1996 e riconosciuta dal Jazzit Award tra le prime etichette discografiche italiane (dati 2010/2014). Dispone di un catalogo di oltre 220 produzioni di artisti italiani e stranieri, ed è distribuita in Italia e all'estero da IRD presso 400 punti vendita tra negozi di dischi, Feltrinelli, Fnac, Ricordi, Messaggerie, Melbookstore. I dischi Dodicilune possono essere acquistati anche online (Amazon, Ibs, LaFeltrinelli, Jazzos) o scaricati in formato liquido su 56 tra le maggiori piattaforme del mondo (iTunes, Napster, Fnacmusic, Virginmega, Deezer, eMusic, RossoAlice, LastFm, Amazon, etc).
_________________________________________________________________________________

Il trio dei sogni per “Uneven”, decimo album di Stefania Tallini

Il suo primo album “Etoile” sembrava già presagire la sua grande carriera: Stefania Tallini è oramai una stella del jazz italiano. Amata e scelta per collaborazioni da grandi musicisti come Guinga, Bruno Tommaso, Enrico Pieranunzi, Andy Gravish, Gabriel Grossi, Javier Girotto, Gabriele Mirabassi, Corrado Giuffredi, Enrico Intra e la Civica Jazz Band, l’affascinante pianista e compositrice ha saputo esprimere il suo talento in diversi percorsi stilistici, dalla classica, al jazz, alla musica popolare brasiliana sia con progetti in “solo”, sia alla guida di ensemble su grandi palchi del panorama mondiale, portando le sue composizioni anche in ambito cinematografico e teatrale, dove ha collaborato con artisti del calibro di Mariangela Melato e Michele Placido. Venerdì 24 gennaio esce il suo decimo album da leader “Uneven”, che si aggiunge a una lunga discografia di pregevoli collaborazioni. Prodotto dall’etichetta discografica AlfaMusic, il nuovo disco mostra una svolta energetica andando a raccontare una personalità istintiva ed emozionale in grado di firmare pagine di raffinata maestria compositiva. Stefania Tallini: “Questo disco rappresenta una tappa molto importante, che è, allo stesso tempo, un nuovo punto di partenza - così come lo è sempre ogni obiettivo raggiunto - di un percorso musicale che sento continuamente in movimento. UNEVEN ha diversi significati: irregolare, asimmetrico, non allineato, dispari, disuguale, che sicuramente rappresentano gli aspetti che più caratterizzano le mie composizioni degli ultimi anni. Questa parola inglese è quindi l’espressione di qualcosa di inatteso, di inaspettato, che rimanda ad un carattere di imprevedibilità, appunto, che è proprio ciò che amo nella musica e nella vita.” Dall’affascinante “Nell’intramente” alla sferzante titletrack, nell’album c’è il grande amore di Stefania Tallini per il suo strumento, il pianoforte, e un’urgenza di “parlare” al mondo attraverso la sua musica. Per questa nuova avventura discografica ha voluto con sè quello che ha scoperto essere il “trio dei suoi sogni”: a completare la line up del disco due grandissimi artisti del jazz internazionale. Il batterista statunitense Gregory Hutchinson, definito da Jazz Magazine the drummer of his generation è difatti una delle figure più richieste nel panorama mondiale, che ha collaborato (e collabora) con nomi illustri come Dianne Reeves, Wynton Marsalis, John Scofield, Roy Hargrove, Diana Krall, Joshua Redman, Christian McBride e Maria Schneider. Tra i migliori contrabbassisti Europei, Matteo Bortone è un raffinato strumentista e compositore, vincitore del Top Jazz 2015, che vanta collaborazioni con Kurt Rosenwinkel, Ben Wendel, Tigran Hamasyan, Ralph Alessi e Roberto Gatto. “L’imprevedibilità, la sorpresa di percorrere insieme nuove vie, l’esplorazione di diverse soluzioni possibili attraverso una libertà totale nel pensare la musica, il senso del gioco unitamente ad una fantasia viva, mi danno la misura di quanto questo sia il trio dei miei sogni, il cui profondo respiro artistico è ciò che libera la mia musica facendola volare in alto. “ La tracklist vede 10 brani originali composti e arrangiati da Stefania Tallini, più un suo arrangiamento in solo di  uno degli standard più suadenti e affascinanti del songbook americano: “The nearness you”. A completare l’opera, l’omaggio al suo più amato compositore brasiliano che è Antonio Carlos Jobim, in una dolcissima versione di “Inùtìl Paisagem”. In scaletta: “A Twin Thought”, “Uneven”, “Il sogno”, “Le isole dei ciclopi”, “In the night”, “Bluesme”, “Nell’intramente”, “Inùtil paisagem”, “Triotango”, “Anna”, “In the cave”, “The nearness of you”.
_________________________________________________________________________________

HEITOR VILLA-LOBOS - Music for solo guitar
Esce per Digressione Music il nuovo disco di Antonio Rugolo con l’esecuzione di brani in prima mondiale. Disponibile in CD e in digitale

Antonio Rugolo, dopo aver vinto due Chitarre d’Oro nel 2014 e nel 2018 al Convegno Chitarristico Internazionale di Alessandria con i suoi due ultimi cd dedicati a due compositori pugliesi, Mauro Giuliani (1781-1829) e Guido Santórsola (1904-1994), presenta un nuovo lavoro monografico dedicato alla musica per chitarra sola del compositore brasiliano Heitor Villa-Lobos (1887-1959). Con la sua creatività e genialità Villa-Lobos ha rivoluzionato, il modo di concepire e trattare la chitarra, raggiungendo livelli altissimi di poesia e di sviluppo tecnico mai raggiunti prima. Motivo di particolare interesse in questo cd è sicuramente l’ascolto (per la prima volta) di come nel '28 Villa-Lobos consegnò all'editore Max Eschig la Suite Popularie Brasilienne, che vent'anni dopo fu costretto a riscrivere perché smarrita; nello stesso anno scrisse per Miguel Llobet e Regino Sanz de la Maza, una versione arricchita in diversi dettagli, del Choros n. 1 che qui potrete ascoltare insieme ai Cinq Preludes e ai Douze Etudes.
________________________________________________________________________________

STABAT MATER
Fedele Fenaroli - Arvo Pärt
Manfredo Dorindo Di Crescenzo direttore d'orchestra 
Corelli Chamber Orchestra

Nella storia della musica classica sacra, molti compositori hanno scritto sul testo dello Stabat Mater attribuito al beato Jacopone da Todi; più o meno famosi, tutti hanno dato voce al dolore della Madre o di tutte le madri che perdono i loro figli. In questo disco si accostano due sensibilità diverse per tempo e storia, Fenaroli e Pärt, con l’intento di restituire all’ascoltatore un pathos universale per ogni dolore, di ogni cuore.

Fedele Fenaroli – Stabat Mater 
Questo CD dedicato in parte a Fedele Fenaroli rappresenta non solo un giusto riconoscimento all’attività di una personalità non secondaria della scuola napoletana ma anche il tentativo di recuperare un repertorio musicale intrinsecamente interessante. L’ascolto dello Stabat Mater, molto citato da tutti gli storiografi di Fenaroli, ci fa capire immediatamente quanto riduttivo possa essere parlare del compositore lancianese solo riferendosi alla sua produzione didattica. La bellezza del brano e l’ispirazione religiosa che da esso promana si fonda con quella sapienza costruttiva della tradizione musicale italiana che aveva saputo creare splendide architetture ma soprattutto impareggiabili melodie. Di questa tradizione Fenaroli è sicuramente un degno rappresentante e l’ascolto di queste sue opere ne conferma lo spessore culturale e fa venir voglia di conoscere più a fondo la produzione di un compositore, troppo a lungo trascurato, che ha lasciato un’eredità culturale che oggi giustamente ci accingiamo a raccogliere.

Arvo Pärt - Stabat Mater (1985)
Composto per soprano, controtenore (o contralto), tenore, violino, viola e violoncello, è stato commissionato dalla Fondazione Alban Berg per celebrare il centenario di Alban Berg, per il quale dieci compositori sono stati invitati a scrivere un pezzo per un trio d'archi. Per ottenere un migliore equilibrio, Arvo Pärt ha avuto l'idea di utilizzare due trii nel suo lavoro: un trio strumentale e un trio vocale. Basandosi sul ritmo trochaico del testo, il rapporto tra sillabe lunghe e breve divenne l'elemento chiave della musica. Il testo, deriva da una sequenza liturgica, dove la Madre di Dio addolorata piange accanto alla croce del figlio crocifisso. Il compositore ha descritto il pezzo come segue: "È proprio come il contatto di elementi opposti, ad esempio la lava che erutta da un vulcano, che scorre nell'acqua. Sembra impossibile che tali elementi diversi si potessero mai incontrare; tuttavia, in questo pezzo è accaduto esattamente ciò. Il testo ci presenta l'esistenza simultanea di dolore incommensurabile di questo evento e di potenziale consolazione."