BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 25 novembre 2010

I Personaggi del Folk: Roberto Sacchi


Noto per essere il direttore di FolkBullettin nonché per la sua carriera di musicista che lo ha visto a lungo nella line up dei Suonatori delle Quattro Province e attualmente al fianco di Fabrizio Poggi, Roberto Sacchi è una delle figure più autorevoli della musica popolare italiana. Lo abbiamo intervistato per parlare del nuovo corso di FolkBullettin, della sua carriera di musicista e dell’esperienza con i Chicken Mambo.


Innanzitutto grazie infinite per averci concesso questa preziosa intervista. Blogfoolk, deve tantissimo alla rivista che da molto tempo tu dirigi, ovvero Folk Bullettin, quello che io ho sempre definito la versioneitaliana di Sing Out!. E per questa nostra chiacchierata partirei proprio daFolk Bullettin, com'è nata questa bellissima avventura?
E’ scaturita da un evento triste: la prematura scomparsa di Paolo Nuti, fondatore e presidente del Folk Studio Group di Saronno (VA) e di Folkitalia, che negli anni Ottanta erano un punto di riferimento obbligato per chiunque in Italia fosse appassionato di musica folk. Il Folk Bulletin era il ciclostilato mensile che spedivamo ai Soci, uno strumento di lavoro e di scambio, nel quale si riconoscevano già le caratteristiche che avrebbe assunto in futuro. Quando Paolo morì, mi tornarono in mente le parole che mi aveva detto pochi mesi prima: “Roberto, occupati del giornale, fallo diventare importante”. Da allora ho assunto questo impegno e non l’ho più abbandonato. Essendo già giornalista di professione, questo mi ha certo aiutato… Come mi hanno aiutato i miei vicedirettori “storici” Marco La Viola e Tiziano Menduto e tutte le decine di collaboratori che si sono succeduti nel corso di vent’anni, fra i quali ci sei anche tu.

Nel corso degli ultimi cinque anni, io personalmente ho vissuto molto da vicino le ultime evoluzioni di FolkBulletin collaborando a stretto contatto con te. Vorrei però che i lettori conoscessero da vicino com'è cambiato il mondo della musica popolare italiana negli ultimi anni ed in parallelo com'è cambiato il modo di fare informazione?
Dal punto di vista musicale è senza dubbio meno isolato, grazie soprattutto al fatto che gli arrangiamenti dell’ultimo folk revival tendono sempre più al pop e quindi ciò rende possibili interscambi fra mondi un tempo incompenetrabili. Anche il modo di fare informazione è cambiato, di conseguenza: oggi che si potrebbe essere meno superficiali grazie alla quantità di informazioni facilmente raggiungibili e sempre a disposizione, tristemente scopriamo che al pubblico dei lettori non interessa affatto di essere informato in maniera seria e consapevole. L’”appassionato” non esiste quasi più, oggi il pubblico è generico, mediamente pigro, direi –con un solo aggettivo- “casuale” .

Folk Bulletin ha avuto come caratteristica principale quella di avere uno sguardo ampio su tutto ciò che fosse musica del popolo. Quanto è importante oggi la riscoperta delle radici?
Se c’è una cosa che dà fastidio al potere è che le persone studino la storia e sappiano trovare nel passato le risposte che il presente non può dare. Nessuno può scrivere una storia del rock senza parlare di blues, nessuno può parlare di blues senza citare l’Africa, nessuno può spiegare l’Africa senza sapere cosa sono la deriva dei continenti e le migrazioni primordiali dei popoli. Tutto è concatenato, tutto è conseguenza di qualcosa che c’è stato prima. La riscoperta delle radici, oggi come ieri, è importante perché spiega il presente, prevede il futuro e soprattutto coscientizza gli individui e le masse, impedendo loro di cadere nel tranello, amato invece dal potere, che la casualità o la necessità immediata siano il motore di qualcosa. Le frane che travolgono i treni in Alto Adige e spazzano via interi villaggi nel messinese non succedono per caso. Anche la musica popolare può aiutare a capirlo. In questo senso, pur non parlando quasi mai di politica, Folk Bulletin è stata spesso considerata una testata politica, nel bene e nel male. E ciò mi onora.

Negli ultimi anni un ampio risalto sulla rivista che dirigi lo ha avuto il blues. Ci parli di questo aspetto della rivista, curata dal grande Fabrizio Poggi?
Il blues è un aspetto del folk, e quindi Folk Bulletin ne ha sempre parlato. La rubrica “BluesBorders”, oggi curata da Fabrizio Poggi, esisteva già nel primo decennio di vita della rivista, affidata ad altri collaboratori. Poi l’avevamo sospesa per qualche tempo, fino a quando Fabrizio mi ha fatto questo grande regalo: volerla riprendere e rilanciarla. Chi meglio di lui avrebbe potuto farlo?

La crisi economica vi ha costretto ad una trasformazione di Folk Bullettin ma so che ritornerete prestissimo alla grande...
La crisi del settore discografico e del circuito della musica dal vivo (i nostri principali introiti pubblicitari) ci hanno costretto a una ritirata strategica prima che fosse troppo tardi. Il prossimo autunno debutteremo on line con www.folkbulletin.com ma non appena se ne verificheranno le condizioni, torneremo a stampare. Come ho lasciato capire rispondendo a una domanda precedente, a noi preme soprattutto che le nostre idee vengano diffuse e condivise. Il modo in cui questo può succedere è del tutto secondario.

Facendo un passo indietro, anche se non abbiamo mai parlato di questo, ma conoscendoti posso dare per certo che è nato prima il Roberto Sacchi musicista, rispetto a quello giornalista e direttore di giornale e vorrei che ci parlassi proprio di questo lato forse meno noto ai lettori...
In effetti ho cominciato a studiare il pianoforte da bambino, come tanti. Ma man mano che passavano gli anni, mi rendevo conto che come pianista classico avrei avuto poche se non nulle possibilità di emergere per palesi limiti; non ho mai smesso di suonare accontentandomi di un po’ di piano-bar nel ristorante di un amico pur di non smettere. Il primo gruppo di cui ho fatto parte è stato un quintetto di folk scozzese e irlandese, chiamato Happy Sound, con il quale abbiamo partecipato a una delle prime edizioni di Folkermesse a Casale Monferrato, nel chiostro di Santa Croce. Io suonavo il sintetizzatore, utilizzando registri di organo e pianoforte. Ricordo che proprio in quella occasione esposi ai piedi del palco un tavolino con le copie di Folk Bulletin, che comunque usciva già da qualche anno. Direi che il Roberto G. Sacchi musicista e il Roberto G. Sacchi giornalista sono più o meno coetanei.

Come valuti certi festival come la Notte della Taranta che hanno assunto dimensioni mainstream ad ampio raggio?
Il folk non è fatto per eventi oceanici. Non è fatto per riempire gli stadi olimpici. Ha in sé una delicatezza intrinseca, una storia, dei valori che mal si conciliano con le masse urlanti tipo concerto del Primo Maggio a Roma e con la possibilità di fruizione che il luogo può offrire. Con questo non voglio dire che il folk non meriti successo popolare, anzi… Ma la qualità dell’ascolto è imprescindibile. E poi i temi che tratta, anche se spesso semplici e essenziali, mal si conciliano con la inevitabile superficialità che accompagna certe manifestazioni di successo, dove andare “dentro” l’epidermide è praticamente impossibile. La pizzica terapeutica si ballava sull’aia della masseria: cosa resta di quel rito se lo spostiamo a San Siro? Una danza confusa e frenetica erroneamente ballata da tutti, e poco più.

Ci puoi parlare della tua esperienza con i Suonatori delle Quattro Province?
Senza nulla togliere agli Happy Sound, con i quali mi sono onestamente divertito parecchio ma non credo di aver lasciato un segno indelebile nel folk revival italiano, l’esperienza con I Suonatori delle Quattro Province è stata molto gratificante e formativa. Ho fatto parte di questa formazione dal 1989 al 1996, realizzando nel 1993 un disco che considero ancora adesso attuale e di grande valore artistico, “Racconti a Colori”. L’idea di inserire il sintetizzatore come quarto elemento a dialogare con piffero, cornamusa, chitarra e fisarmonica fu molto coraggiosa, ma i risultati non mancarono, anche se il successo fu più di critica che di pubblico. Ho però recentemente appreso con piacere che, sia pure con un certo ritardo, le 5000 copie vendute (che nel folk italiano sono un traguardo piuttosto ambito) sono state raggiunte. Non solo, il “Valzer in DO”, unico brano del disco arrangiato da me, è già stato ripreso –con lo stesso arrangiamento- da altri tre gruppi nel corso degli anni. Sono cose che fanno piacere…

Negli ultimi anni hai collaborato a stretto contatto con Fabrizio Poggi, prima con i Turututela e poi con i Chicken Mambo, ci parli di questa tua esperienza?
Fabrizio è una grande persona e collaborare con lui è un vero piacere. Abitando anch’io in provincia di Pavia seguivo da vicino le sue produzioni artistiche apprezzandone la coerenza e l’originalità, ma è stato con il progetto Fabrizio Poggi e Turututela che abbiamo cominciato concretamente a collaborare. I due dischi “Canzoni popolari” e “La storia si canta” e decine di concerti in Italia e all’estero sono il risultato di questa collaborazione. Poi Fabrizio ha opportunamente deciso di concentrare il suo impegno sul blues e Turututela è attualmente in fase di stand by.

Con i Chicken Mambo hai inciso due dischi splendidi: “Mercy” e “Spirit & Freedom”. Ci parli di queste due esperienze?
Devo premettere che, oltre che con Fabrizio, anche con gli altri musicisti della band ho un rapporto bellissimo, armonico sia dal punto di vista umano, sia da quello musicale. Questo penso che sia alla base del significato che ha per me suonare con tutti loro. Se “Mercy” l’ho vissuto come un insolito debutto (chi l’avrebbe mai detto che a cinquant’anni suonati avrei inciso un disco di blues?) con tutte le esitazioni del caso, il mio approccio con il successivo “Spirit & Freedom” è stato più maturo e consapevole. Oltre a suonare, ho strettamente collaborato con Fabrizio alla stesura del libretto, elemento non certo di secondaria importanza nell’equilibrio caratteristico delle ultime produzioni dei Chicken Mambo.

La tua collaborazione con Fabrizio Poggi ti ha dato grandi soddisfazioni, ma siamo curiosi di sapere se coltivi qualche progetto parallelo.
Non è ancora un progetto, forse è poco più di una idea… Credo che oggi, per il folk e quindi anche per il blues, sia necessario uscire dalla ghettizzazione dei generi e degli stili per andare verso quella che trent’anni fa Giorgio Gaslini definiva “musica totale”. Mi piacerebbe realizzare un concept-album in cui ci fosse spazio per la canzone popolare come per il blues, per la canzone d’autore come per il pop di qualità, per i testi letterari come per le frasi melodiche: potrebbe essere un regalo che faccio a me stesso per i miei sessant’anni, traguardo che non è poi così lontano. Non so ancora chi potrebbero essere i miei compagni di strada in questa avventura, ma ho ancora quattro anni per pensarci. Mi piace lavorare senza pressioni…

Uccio Aloisi, la voce di un Salento che non c’è più

A vederlo sul palco trasmetteva un’ energia e un magnetismo tali da farlo competere tranquillamente con un Mick Jagger di turno, eppure da qualche anno la salute non gli permetteva più di ballare, la sua voce, sebbene ancora forte, aveva imboccato il viale del tramonto, ma nonostante fosse seduto, non mancava mai di condire i suoi canti con introduzioni dense di ironia e sarcasmo. Uccio Aloisi, era ed è la voce di quel Salento che non c’è più, il punto d’incontro tra la tradizione rurale e la riproposta, l’antico che incontrava il moderno e vi si confrontava faccia a faccia, a muso duro, con quell’orgoglio che solo i Salentini riescono a tirare fuori dal nulla. Uccio Aloisi era il canto, era la terra, era il mare che faceva da ponte con le culture dell’altra sponda dell’Adriatico. Cumpare Uccio, la sera del 21 ottobre ci ha lasciato. Se n’è andato in silenzio, la notizia in un attimo a fatto il giro di tutta Italia, veicolata dalla velocità dei Social Network, dove nel giro di pochi minuti si sono riempite le pagine dei Salentini e non solo, di messaggi di cordoglio e di accorati ricordi. Mi piace pensare che un attimo prima di abbandonare questa terra, Uccio abbia detto qualche battuta delle sue, magari per esorcizzare un momento inevitabile della sua vita, magari per salutare tutti ancora una volta con il sorriso. 
Mi piace immaginare che per lui la morte non è stata chiù brutta de na cambiale, ma che l’ha accolta con la stessa serenità con la quale aveva superato i tanti acciacchi degli ultimi anni. Classe 1928, Uccio Aloisi nasce Cutrofiano, un paesino del Salento, da una famiglia contadina e sin da piccolo è educato al duro lavoro per sopravvivere giorno dopo giorno. Nel corso della sua vita cambia decine di mestieri, senza però mai perdere di vista il suo amore per la musica, quella della cultura orale salentina, quella che serve a dare forza e vigore al lavoro dei campi, ad alleviare la fatica. Suona e canta da sempre, sin da giovane, lo chiamano nelle feste di paese, nelle sagre, arriva a suonare con Luigi Stifani, il celebrato violinista-barbiere-terapeuta di Nardò e poi negli anni settanta, mentre cresce il fermento della prima riproposta, da vita con Uccio Bandello e Uccio Melissano a “Gli Ucci”, vero e proprio gruppo musicale con il quale ripropongono sul palco il repertorio che un tempo avevano appreso nei campi. Arriva il successo prima in Italia e poi all’estero, ma lui resta quello che è, un contadino prestato alla musica. Spento il revival degl’anni settanta, vent’anni dopo c’è il ritorno di fiamma, con la Notte della Taranta, la nascita dell’Uccio Aloisi Gruppu, e addirittura il suo primo disco Robba De Smuju, pubblicato nel 2003 dal Manifesto. La sua presenza scenica unica e il suo naturale modo di catturare l’attenzione del pubblico, lo consacrano come leggenda, e tutta la sua vita dimostra come la tradizione abbia ancora tanto da dire ai nostri Tempi Moderni.
L’essere stato l’ultimo degli Ucci a sopravvivere più a lungo, gli ha permesso di diventare il veicolo di una tradizione che parte da lontano, passa attraverso gli stornelli, i canti d’amore, i canti alla stisa e raggiunge la pizzica moderna. Uccio non era una reliquia, non era un mostro sacro, non era un divo, non nessuna delle cose, che si leggono in queste ore che ci hanno separato da lui e dal suo canto. Uccio era un uomo semplice, che amava le romanze di Tito Schipa, che adorava i canti d’amore, e che forse un po’ odiava anche il palco della Notte della Taranta, dove la grande varietà degli stili musicali della tradizione salentina vengono sintetizzati nella sola pizzica. E non è un caso che in un intervista si sfogò dicendo: “Na’ pizzica, poi n'altra pizzica, ancora na' pizzica e la gente se rumpe li cujuni”. Questa estate sul palco de La Notte della Taranta a Melpignano, concludendo la sua esibizione aveva commosso tutti, ringraziando i medici che lo avevano curato e che gli avevano permesso di tornare sul palco. Era stanco, provato dalle sofferenze, ma nei suoi occhi luccicava ancora l’entusiasmo di quando aveva vent’anni, lo stesso entusiasmo che lo vedeva inseguire come seconda voce l’altro grande ed indimenticato Uccio, Uccio Bandello. La prima volta che ebbi la fortuna di sentirlo, fu nel 2004 quando il carrozzone di Craj, l’indimenticabile e bellissimo spettacolo-concerto di Giovanni Lindo Ferretti e Teresa De Sio approdò nel borgo medioevale di Caserta Vecchia. Sul palco insieme a lui c’erano anche gli indimenticati Matteo Salvatore e Pino Zimba. Fu magia pura, e per me amore a prima vista. Da quel momento cominciò un percorso di lento avvicinamento alla tradizione musicale della Puglia in generale e del Salento in particolare, ho scoperto il fascino delle voci dei cantori, l’ipnotico suono del tamburello, la profondità e la semplicità di quei testi nati per alleviare le fatiche e il sudore del lavoro nei campi. Successivamente mi è capitato più volte di rivedere Uccio sul palco, spesso proprio a Melpignano. Non mi ricordo in quale circostanza, accadde che i nostri sguardi si incrociarono nel backstage della Notte della Taranta, rimasi immobile, sospeso tra il desiderio di volergli stringere la mano e il timore reverenziale di avere di fronte la tradizione. Mi mancò il coraggio o forse fu solo il timore di non disturbarlo dopo la sua esibizione, ma alla fine non mi restò che guardarlo allontanarsi accompagnato dal suo gruppo. Uccio Aloisi era una delle radici più solide ed antiche di quell’albero maestoso della tradizione musicale salentina, e sebbene fisicamente non ci sia più, la sua anima continuerà a permeare ed illuminare la vita di tanti musicisti che in lui hanno visto un esempio di dedizione e passione per la musica ma soprattutto di amore per la propria terra. Addio Uccio suona con gli angeli!




Salvatore Esposito

Ariafrisca – La Strada Delle Rose (Ass. Cult. Ariafrisca)


La strada delle Rose è il terzo disco degli AriaFrisca, gruppo salentino nato intorno all’omonima associazione culturale, da anni impegnata nella ricerca e nel recupero delle tradizioni popolari del tacco d’Italia. Il percorso compiuto dagli AriaFrisca a partire dal loro disco di debutto, Fiata Jentu!, pubblicato nel 2003, è stato indirizzato alla ricerca sul canto polifonico tradizionale ed in particolare il loro lavoro si è basato sulla ri-elaborazione di brani tradizionali poco praticati dagli altri gruppi di riproposta, tutti ovviamente derivanti da attenti studi sulle fonti tradizionali. Nell’approccio con la tradizione gli AriaFrisca hanno posto molta cura nel riprendere fedelmente i testi tradizionali e soprattutto nel conservare le strutture melodiche classiche. Ciò contraddistingue il loro suono è racchiusa nella particolare colorazione musicale data dall’utilizzo di flauti, ciaramelle e pifferi, che contribuiscono in maniera determinante a creare un atmosfera elegante, quasi “da camera”. In questo senso non trascurabile è anche il fatto che gli Ariafrisca vantino una formazione ampia e versatile composta da Maria Antonietta De Filippis (voce, nacchere, danza), Mauro De Filippis (voce, fisarmonica, thin whistle, ciaramella), Angelo Sarcinella (chitarra), Giuseppe Napoli (chitarra), Salvatore Trianni (voce, armonica a bocca, tamburello, tammorra, cupa cupa, martelli), Mino Scanderebech (flauto dolce, flauto tenore, chamelot, sax soprano), Totò De Lorenzis (tamburello, tammorra, cupa cupa, organetto diatonico), e Antonio Venneri (contrabbasso). Ben lungi dall’essere alla ricerca spasmodica di esperimenti e commistioni sonore, questo gruppo salentino ha puntato dritto alla tradizione, cercando di curare ogni dettaglio dalle voci, agli strumenti, passando per gli arrangiamenti e i testi tradizionali raccolti durante le ricerche sul campo. Questo metodo di lavoro ha permesso ai componenti del gruppo di crescere musicalmente e soprattutto di crearsi un personale bagaglio di studio e conoscenza diretta, elementi fondamentali per coloro che intendono lavorare sulla riproposta della musica tradizionale. In particolare il loro nuovo album, La Starda delle Rose, rappresenta l’evoluzione del discorso cominciato nel 2006 con il doppio Sona ca nc’è l’aria, infatti ogni singolo brano rappresenta una tappa di un più complesso ed articolato percorso di studio e di ricerca, nel quale il gruppo è arrivato anche a scrivere nella lingua della tradizione, utilizzando gli stilemi tipici delle composizioni tradizionali, affiancandovi le esperienze musicali raccolte nel corso della loro attività artistica. La Strada delle Rose è dunque un viaggio coinvolgente attraverso la musica popolare salentina, e le multicolori varietà sonore delle voci, dei canti alla stisa, il tutto mantenendosi lontani dalla ricerca ossessiva del ritmo o delle sonorità commerciali. L’ascolto dei dieci brani del disco è dunque mai privo di fascino con la voce di Maria Antonietta e Mauro che si intrecciano, si rincorrono, ricreando quell’alchimia che rende unico il canto polivocale salentino. Brillano così i canti di lavoro come Lu Sule Calau Calau, le pizziche come Lu tommareddhu meu e Pizzica di San Vito, i canti d’amore come la struggente Damme nu ricciu e Alla ripa te lu mare, tutti caratterizzati da una particolare cura degli arrangiamenti strumentali e vocali. Chiude il disco una sorprendente bonus track, ovvero versione del traditional irlandese Molly Malone, tratto dalla colonna sonora del corto Fimmene Fimmene di Michele di Lonardo, e che si caratterizza per un crescendo strumentale che parte dai cieli d’Irlanda e arriva ai cieli del Salento. Proprio questo brano, sebbene estraneo al progetto del disco, ci sembra significativo per comprendere le tutte le potenzialità di questo ottimo gruppo.




Salvatore Esposito

Lorenzo Riccardi – Clessidra (C&P Lorenzo Riccardi)


CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Lorenzo Riccardi è uno di quegli artigiani della canzone d’autore italiana, cresciuti prendendo a modello contemporaneamente la poesia di Fabrizio De André e la protest song americana, nel corso degli anni è riuscito a ritagliarsi una propria cifra stilistica, come dimostrano il disco di debutto Strade Perse del 1997 e lo splendido Tra Fiamma e Candela del 2003, entrambi molto apprezzati dal pubblico e dalla critica. Un po’ per scelta, un po’ per non essersi trovato nel posto giusto al momento giusto, Lorenzo Riccardi ha scelto di vivere la sua carriera di cantautore lontano dalle logiche commerciali e dai clamori dei grandi palchi, ma piuttosto ha puntato a far crescere i suoi brani quasi fosse un artigiano, a forgiare ogni singola nota e ogni singola parola imprimendovi tutto se stesso, con passione e senza pensare mai al successo che questo o quel brano potrebbe avere. Le canzoni di Lorenzo Riccardi nascono così lentamente, cesellate con cura, decantate come il buon vino, e giungono a noi quando è il momento giusto. E’ per questo che abbiamo atteso sette anni dalla pubblicazione di Tra Fiamma e Candela prima che venisse pubblicato il suo terzo album, Clessidra, che mette in fila dodici brani inediti suddivisi in due parti proprio come accadeva con gli Lp. Sin dalla struttura del disco, si ha la sensazione di essere di fronte ad un disco d’altri tempi, un lavoro maturo, impegnativo e senza compromessi, come se ne sentono pochissimi di questi tempi. Nella prima parte Classidra ci presenta un Lorenzo Riccardi in studio che interpreta i suoi brani in presa diretta circondato da un gruppo di musicisti di prestigio tra cui ricordiamo Stefano Cattaneo, Beppe Caruso, Betty Verri, Cesare Pizzetti e Roberto Aglieri, mentre nella seconda invece sono raccolti sei brani registrati dal vivo tra il 2006 e il 2007 con ospiti come Enrico Mantovani, Max Gabanizza e Michele Gazich. L’ascolto ci svela un Lorenzo Riccardi in grande forma, in grado di pescare nella migliore tradizione folk americana ma allo stesso tempo di rileggerla attraverso la lente della canzone d’autore italiana di Fabrizio De Andrè e Francesco Guccini. Ad aprire il disco è una straordinaria versione dell’inedito di Fabrizio De Andrè Dai Monti della Savoia, che Riccardi rilegge con eleganza e grande trasporto facendo riemergere l’anima popolare del brano, la cui composizione risale ai primi anni cinquanta e rientra in uno studio del cantautore genovese sulla tradizione orale. Seguono poi due eccellenti ballate autografe ovvero L’Equivoco di Colombo e Una Piuma, quest’ultima in duetto con Max Manfredi e la brava Betty Verri a fare i controcanti, il vertice del disco arriva però con l’attualissima Basso Impero e La Morte In Parlamento nelle quali il cantautore pavese dipinge in modo ironico e pungente l’attuale situazione politica e sociale italiana. Un discorso a parte lo merita poi la struggente versione di Hear The Angel Singing di Larry Johnson che Riccardi rilegge con eleganza con il solo accompagnamento della sua chitarra e di Roberto Aglieri al flauto basso. La seconda parte del disco si apre con la versioni dal vivo della bellissima ed intensa Essere Libero e dell’evocativa Yemanjà, ma è con A Poppa del Pilar che si raggiunge l’altro vertice del disco con il cantautore pavese alle prese con un brano degno del miglio Francesco Guccini. Sul finale arriva poi la riuscita versione di un antico tradional tradotto in italiano come Al Di Là Del Mare, ripresa dal vivo ed eseguita con una band straordinaria composta da Michele Gazich al violino, Max Gabanizza al basso, Enrico Mantovani alla chitarra elettrica e Stefano Cattaneo alla fisarmonica. Chiudono il disco Vivere Morire, eseguita dal solo Riccardi alla chitarra acustica, e la title track, brano scritto e registrato in casa nel 1992 e recuperato per l’occasione. Proprio questo brano ci sembra assolutamente significativo per comprendere a pieno non solo il senso di questo disco, ma più in generale di tutto il percorso artistico del cantautore pavese, un artista prezioso e senza dubbio ancora tutto da scoprire.



Salvatore Esposito

Piccola Bottega Baltazar - Ladro di rose (Azzurra Music)


CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Il percorso artistico della Piccola Bottega Baltazar è stato un vero e proprio crescendo, che li ha visti pubblicare tre ottimi dischi che hanno segnato il passo per la loro maturazione ma soprattutto sono serviti a prendere le misure non solo con il loro talento ma anche con il loro eclettismo. Lentamente hanno allontanato lo spettro del perfezionismo a tutti i costi, così come quello del temibile narcisismo musicale, caratteristica comune a quei gruppi che hanno fin troppa coscienza di avere del talento. Liberi ormai da qualche tempo dall’incedere di questi pericoli, che avrebbe certamente minato il proprio percorso, la band veneta ha recentemente dato alle stampe il suo quarto disco, Ladro di Rose, un piccolo gioiellino composto da quindici brani per cinquantacinque minuti di fitti di musica, parole e suoni sempre sorprendenti. Si tratta di un disco che sfonda definitivamente i canoni e gli stilemi della canzone d’autore, per indirizzarla verso sonorità ad essa ancora estranee come la dance, il minimalismo elettronico, il rumorismo, la indie e il surf. Ad aprire il disco è Sogno di Maggio, un brano dal testo veloce, incessante, che ricrea la corsa verso la donna amata, dove le stampelle diventano prima bicicletta, poi motorino, moto, Mustang, carrozza imperiale, treno, portaerei. L’atmosfera si fa poi scura con La donna del cowboy, che a ritmo quasi dance con contrabbasso, batteria e fisarmoniche che ammiccano all’elettronica, racconta una storia d’amore sul cui sfondo si muovono le vicende del crimine organizzato. Splendide sono poi le canzoni in dialetto veneto come nel caso di La campana de Bassan, Le rose d'ogni mese e Strologo, quest’ultima una sorta di lunario che regala immagini di rara poesia. Il vertice del disco è senza dubbio, la splendida Nostra Signora delle Antenne, introdotta da una poesia trovata in tasca a Zaher Rezai, immigrato afgano alla cui memoria il disco è dedicato, un ritratto della nostra società dominata dai media e dall’indifferenza. Questo brano, che suona come un omaggio a Fabrizio De Andrè, è la dimostrazione di come partendo da un modello a cui ispirarsi si possa creare qualcosa di nuovo ed originale. Di ottima fattura sono anche l’acquerello agreste di Ferragosto nell’orto, il jazz delicato di Se Una Notte di Inverno e il piccolo romanzo in canzone di Stefania Dorma Vestita. Ladro di Rose è, dunque, un disco intenso, profondo, studiato nei minimi particolari, dove ogni nota e ogni parola ha una sua precisa posizione e funzione, nulla è lasciato al caso, quasi la Piccola Bottega Baltazar avesse cercato di tessere contemporaneamente una trama fatta di musiche e parole. L’esperimento, se così si può definire, può dirsi certamente riuscito sia sotto il profilo musicale, sia dal punto di vista cantautorale.



Salvatore Esposito

PietrArsa & Mimmo Maglionico – Napoli World Style (AlfaMusic/Egea Distribution)


Pietrarsa è il nome della pietra lavica del Vesuvio ma è anche il nome del luogo, vicino Napoli, dove i Borbone decisero di impiantare le officine che costruivano le locomotive che viaggiavano sulla prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici. La scelta del musicista napoletano Mimmo Maglionico di usare questo nome per il suo progetto musicale non è dunque casuale, infatti quelle zone ai piedi del Vesuvio custodiscono anche un patrimonio musicale popolare antichissimo legato alla tamorra contadina. I PietrArsa nascono partendo proprio da quelle radici arcaiche della musica rurale per aprirsi ad un folk postmoderno, libero dalle maglie della riproposizione filologica e aperto alle contaminazioni della world music. Una scommessa, insomma, che Maglionico, forte del suo background classico è riuscito vincere sin dal primo disco “pietrArsa” del 2005 e con il tour successivo che ha condotto il gruppo anche al di fuori dei confini nazionali tra Francia, Spagna, Croazia, Grecia e Pakistan. A distanza di quasi cinque anni è arrivato anche il secondo disco del gruppo napoletano Napoli World Style, anticipato dal singolo Stamme cchiù vicina, presentato durante la Festa di Piedigrotta e composto da nove brani tra originali e tradizionali. Rispetto al disco di esordio la componente ethno-world sembra aver acquisito maggiore predominanza nel sound, ma si tratta solo di una impressione superficiale, infatti Maglionico è riuscito nell’impresa di mescolare strumenti di tradizioni musicali diversi e sonorità differenti, conducendoli nel solco della tradizione cosicché la batteria arriva a dialogare con la forza incessante delle tamorre, il basso elettrico con la chitarra battente, l’oud e il bouzuki con i mandolini e i flauti con le ciaramelle. La tradizione musicale campana si apre così non solo alle sonorità mediterranee ma arriva a lambire il pop, il rock e la new age attraverso sonorità eclettiche sempre accattivanti dal punto di vista musicale. A mantenere vivo il contatto con la tradizione del passato c’è l’attento recupero dei testi della tradizione in dialetto, attraverso un laborioso lavoro di ricerca sulle fonti tradizionali. L’ascolto rivela un disco brillante e per molti versi sorprendente, come nel caso dell’iniziale A Puntata, una tamurriata in salsa dance nella quale attraverso testi cantati in napoletano e arabo, i PietrArsa denunciano il sistema dei mass media e il loro impatto sull’opinione pubblica, o della altrettanto bella Nata Guerra una ballata dalle tenui sonorità mediterranee nella quale il dolore dei conflitti tra i popoli lascia spazio alla speranza di un mondo migliore, o ancora il singolo Stamme cchiù vicina, nella quale è raccontato il dramma della camorra. Nella seconda parte il disco, vira verso brani dalla matrice tradizionale come Madonna de Castiello, Rondianella e Miez’a festa de’ paranze, una travolgente tamurriata-etnopop nella quale vengono omaggiati alcuni dei grandi personaggi della musica campana. Tra i brani migliori del disco vanno segnalati la splendida Procidana in omaggio a Concetta Barra, riletta attraverso la lente new-age, il tributo a Renato Carosone con una scoppiettante versione de O’ Sarracino cantata in arabo e napoletano, ma soprattutto la splendida Elisabetta che chiude il disco, un brano sempre del repertorio di Carosone ma mai pubblicato nel nostro paese ma edito solo in Francia. Napoli World Style è dunque un disco tutto da ascoltare per capire dove sta andando la musica tradizionale napoletana, che da sempre si è mostrata ora apertissima alla contaminazione ora viceversa chiusa su se stessa, imprigionata dai languidi sapori neo-melodici.




Salvatore Esposito

La Banda Di Piazza Caricamento - Nu-Town (Promo Music Records/Edel)


Sono passati tre anni da quel gioiellino che era Babel Sound, il disco di esordio de la Banda di Piazza Caricamento, collettivo multietnico composto da quindici giovani musicisti provenienti da cinque continenti e guidati da Davide Ferrari, da allora la formazione è cresciuta dal punto di vista musicale, ha avuto modo di accumulare grande esperienza dal vivo, ma anche da quello numerico essendo arrivata a contare ben ventitré elementi, nonostante alcune defezioni. Questi tre anni caratterizzati da intensa attività live, prove e laboratori, sono, dunque, serviti per concepire ed ideare il loro secondo disco, Nu-town, che raccoglie dieci brani caratterizzati dalla classica formula che vede l’italiano affiancato da altre lingue come arabo, sanscrito, russo e lingue fantastiche ideate da Davide Ferrari. Rispetto al disco di esordio, oltre ai cambi di formazione, anche il sound si è evoluto verso una contaminazione sempre più raffinata che parte da echi di musica tradizionale per allargarsi a visioni contemporanee, il tutto senza perdere mai di vista l’improvvisazione. La particolarità di Nu-town è condensata però nel connubio armonico di tradizioni diverse che convivono e dialogano tra loro, fino a confondersi nel linguaggio universale della musica e del ritmo. Se per certi versi la Banda di Piazza di Caricamento sembra ricalcare il percorso de l’Orchestra di Piazza Vittorio, ciò che la rende diversa è però l’approccio con la ricerca sonora, non essendo limitata solo alle sonorità tradizionali ma bensì indirizzata verso un eclettismo che la fa ammiccare ora al dub ora all’elettronica ora ancora al rap e all’hip-hop come nel caso della splendida Aprile Remix. Di eccellente fattura è anche Save The Children – Nzola che apre il disco e affianca alle voci d’Africa, le percussioni e i fiati sudamericani, il balafon e la kora, le gonga e le chitarre in una sorta di Babele sonora di grande fascino. Le stesse atmosfere permeano anche brani come Nada Raga, la sinuosa Cala La Luna e la sognante Dansu. Chiude il disco Dolcenera di Fabrizio De Andrè, in una versione che rimanda al trallallero ligure, ma che nulla aggiunge e nulla toglie ad un disco di grande bellezza e fascino. La Banda Di Piazza Vittorio è un collettivo che merita attenzione non solo per l’eclettismo che riescono ad infondere nella loro musica ma soprattutto per l’amore con il quale approcciano la contaminazione sonora attraversando i cinque continenti.




Salvatore Esposito

Zibba Almalibre - Una cura per il freddo (Volume / Altoparlante/ Universal)


Una cura per il freddo è il secondo disco per Zibba e arriva a quattro anni di distanza dal già apprezzato Senza Smettere di Fare Rumore, disco che segnalò il cantautore ligure nella scena indie italiana. Rispetto al disco di debutto, inalterate sono rimaste le ispirazioni ovvero quelle fatte sulla strada, durante i concerti, le amicizie, i luoghi conosciuti, ciò che è cambiato è lo stile ora più indirizzato verso il jazz, pur senza perdere le varie influenza che spaziano dal folk americano quello irlandese, da Tom Waits al teatro-canzone italiano. Ad accompagnarlo troviamo i versatili Almalibre composti da Andrea "the Bale" Balestrieri alla batteria, Lucas bellotti al basso, Daniele "Drago" Franchi alle chitarre, Fabio Biale al violino, pronti sempre ad assecondare Zibba nelle sue divagazioni musicali e a fornire la cornice perfetta per la sua voce istrionica. Ad aprire il disco è Mahllamore un brano dai toni jazzy molto ritmato nel quale viene descritta la passione in tutte le sue sfumature dall’innamoramento al sesso alla passione spirituale. Si passa poi alla ballata cantautorale in senso stretto prima con Ordine e Gioia e poi con Una Parola, Illumina, quest’ultima caratterizzata da un dialogo strumentale tra pianoforte e archi. Il sound si fa più brillante con Ammami, per trasformarsi successivamente nell’avvolgente country blues in salsa italiana Dauntaun, un brano denso di poesia urbana caratterizzato da un finale sorprendente a base di hip-hop. La dissacrante Bon Voyage apre la strada alla poesia di Scalinata Donegaro, una ballata nella quale viene raccontata la storia della sua famiglia ed impreziosita dalla partecipazione di Paolo Bonfanti alla slide guitar. A spiccare in modo particolare, però sono due brani L’Odore dei Treni e Soffia Leggero, in entrambe emerge una scrittura che guarda già oltre questo disco, quasi rappresentassero un anticipazione sulle prossime mosse di Zibba. Sul finale arrivano poi il rock di Rockenroll, un brano forte ed incisivo che suona come una spallata all’ipocrisia, lo swing di Tutto è casa mia, e la poesia di Una Parte di Te, Quattro Notti e Dove Vanno a Riposar Le Api. Una cura per il freddo è un disco dettato dalla passione, un disco nato dal cuore per riscaldare altri cuore.



Salvatore Esposito

Alex Cambise – Tre Vie Per Un Respiro (Astrea Music)


Noto per essere il fulcro della band di Massimo Priviero e per aver collaborato con artisti italiani del calibro di Tullio De Piscopo, Aida Cooper, Andrea Mirò e Marco Ferradini, Alex Cambise dopo vent’anni spesi come session man e produttore, debutta Tre Vie Per Un Respiro, il suo primo album come solista, che raccoglie dodici brani di cui alcuni scritti nel 1992, ed altri più recenti nati negli ultimi anni. Registrato agli Astrea Digital Studios di Trezzano Sul Naviglio (Mi), il disco vede la partecipazioni di diversi ospiti d’eccezione come quali Massimo Priviero, Riccardo Maffoni, Massimo Maltese, Michele Gazich, che affiancano Cambise nei vari brani. La scelta di raccogliere in questo disco brani composti in epoche e periodi differenti, ha rappresentato una vera e propria scommessa, che però può dirsi completamente vinta. Infatti, Alex Cambise ha lavorato molto sulla forma canzone, cercando la vera anima dei vari brani, evitando la ricerca spasmodica della perfezione, ma puntando dritto a valorizzare il contenuto dei vari brani. E’ il caso ad esempio delle bellissime Oltre Il Tempo e Dimmi Dove Sei, due brani dal grande impatto rock e nei quali brilla la partecipazione di Massimo Priviero, ma che mettono molto bene in evidenza le qualità di Cambise come autore e performer, in grado di imprimere ai vari brani la propria cifra stilistica, in termini di qualità ed originalità. Nel corso del disco si spazia così dal rock di brani come Diogene Nel Fango, a ballate di impianto folk come nel caso della splendida, La Ragazza Di Longarone impreziosita dal violino di Michele Gazich e senza ombra di dubbio uno dei vertici del disco. Non manca qualche incursione nel folk rock come nel caso di S.r.l., che sembra rimandare a certa atmosfere affini agli ultimi dischi dei Gang, o nel cantautorato in senso stretto come nel caso di Lacrime dove brilla l’ottimo testo di Massimo Priviero, o ancora nella ballata come nel caso di Faccia di Pietra nella quale vengono messi alla berlina tutti coloro che si vendono per fama o per denaro. Sul finale il disco si fa più notturno prima con Ore Piccole, un brano dai toni jazzy con ospite Riccardo Maffoni ed impreziosito dal sax di Massimo Maltese, e poi con Dieci Passi, un brano degno di Tom Waits con tanto di fiati in grande evidenza. Insomma Tre Vie Per Un Respiro è un disco di ottima fattura che si inserisce perfettamente il quel filone di cantautorato rock italiano che in Massimo Bubola e Massimo Priviero ha trovato i suoi massimi interpreti.




Salvatore Esposito