I Personaggi del Folk: Roberto Sacchi


Noto per essere il direttore di FolkBullettin nonché per la sua carriera di musicista che lo ha visto a lungo nella line up dei Suonatori delle Quattro Province e attualmente al fianco di Fabrizio Poggi, Roberto Sacchi è una delle figure più autorevoli della musica popolare italiana. Lo abbiamo intervistato per parlare del nuovo corso di FolkBullettin, della sua carriera di musicista e dell’esperienza con i Chicken Mambo.


Innanzitutto grazie infinite per averci concesso questa preziosa intervista. Blogfoolk, deve tantissimo alla rivista che da molto tempo tu dirigi, ovvero Folk Bullettin, quello che io ho sempre definito la versioneitaliana di Sing Out!. E per questa nostra chiacchierata partirei proprio daFolk Bullettin, com'è nata questa bellissima avventura?
E’ scaturita da un evento triste: la prematura scomparsa di Paolo Nuti, fondatore e presidente del Folk Studio Group di Saronno (VA) e di Folkitalia, che negli anni Ottanta erano un punto di riferimento obbligato per chiunque in Italia fosse appassionato di musica folk. Il Folk Bulletin era il ciclostilato mensile che spedivamo ai Soci, uno strumento di lavoro e di scambio, nel quale si riconoscevano già le caratteristiche che avrebbe assunto in futuro. Quando Paolo morì, mi tornarono in mente le parole che mi aveva detto pochi mesi prima: “Roberto, occupati del giornale, fallo diventare importante”. Da allora ho assunto questo impegno e non l’ho più abbandonato. Essendo già giornalista di professione, questo mi ha certo aiutato… Come mi hanno aiutato i miei vicedirettori “storici” Marco La Viola e Tiziano Menduto e tutte le decine di collaboratori che si sono succeduti nel corso di vent’anni, fra i quali ci sei anche tu.

Nel corso degli ultimi cinque anni, io personalmente ho vissuto molto da vicino le ultime evoluzioni di FolkBulletin collaborando a stretto contatto con te. Vorrei però che i lettori conoscessero da vicino com'è cambiato il mondo della musica popolare italiana negli ultimi anni ed in parallelo com'è cambiato il modo di fare informazione?
Dal punto di vista musicale è senza dubbio meno isolato, grazie soprattutto al fatto che gli arrangiamenti dell’ultimo folk revival tendono sempre più al pop e quindi ciò rende possibili interscambi fra mondi un tempo incompenetrabili. Anche il modo di fare informazione è cambiato, di conseguenza: oggi che si potrebbe essere meno superficiali grazie alla quantità di informazioni facilmente raggiungibili e sempre a disposizione, tristemente scopriamo che al pubblico dei lettori non interessa affatto di essere informato in maniera seria e consapevole. L’”appassionato” non esiste quasi più, oggi il pubblico è generico, mediamente pigro, direi –con un solo aggettivo- “casuale” .

Folk Bulletin ha avuto come caratteristica principale quella di avere uno sguardo ampio su tutto ciò che fosse musica del popolo. Quanto è importante oggi la riscoperta delle radici?
Se c’è una cosa che dà fastidio al potere è che le persone studino la storia e sappiano trovare nel passato le risposte che il presente non può dare. Nessuno può scrivere una storia del rock senza parlare di blues, nessuno può parlare di blues senza citare l’Africa, nessuno può spiegare l’Africa senza sapere cosa sono la deriva dei continenti e le migrazioni primordiali dei popoli. Tutto è concatenato, tutto è conseguenza di qualcosa che c’è stato prima. La riscoperta delle radici, oggi come ieri, è importante perché spiega il presente, prevede il futuro e soprattutto coscientizza gli individui e le masse, impedendo loro di cadere nel tranello, amato invece dal potere, che la casualità o la necessità immediata siano il motore di qualcosa. Le frane che travolgono i treni in Alto Adige e spazzano via interi villaggi nel messinese non succedono per caso. Anche la musica popolare può aiutare a capirlo. In questo senso, pur non parlando quasi mai di politica, Folk Bulletin è stata spesso considerata una testata politica, nel bene e nel male. E ciò mi onora.

Negli ultimi anni un ampio risalto sulla rivista che dirigi lo ha avuto il blues. Ci parli di questo aspetto della rivista, curata dal grande Fabrizio Poggi?
Il blues è un aspetto del folk, e quindi Folk Bulletin ne ha sempre parlato. La rubrica “BluesBorders”, oggi curata da Fabrizio Poggi, esisteva già nel primo decennio di vita della rivista, affidata ad altri collaboratori. Poi l’avevamo sospesa per qualche tempo, fino a quando Fabrizio mi ha fatto questo grande regalo: volerla riprendere e rilanciarla. Chi meglio di lui avrebbe potuto farlo?

La crisi economica vi ha costretto ad una trasformazione di Folk Bullettin ma so che ritornerete prestissimo alla grande...
La crisi del settore discografico e del circuito della musica dal vivo (i nostri principali introiti pubblicitari) ci hanno costretto a una ritirata strategica prima che fosse troppo tardi. Il prossimo autunno debutteremo on line con www.folkbulletin.com ma non appena se ne verificheranno le condizioni, torneremo a stampare. Come ho lasciato capire rispondendo a una domanda precedente, a noi preme soprattutto che le nostre idee vengano diffuse e condivise. Il modo in cui questo può succedere è del tutto secondario.

Facendo un passo indietro, anche se non abbiamo mai parlato di questo, ma conoscendoti posso dare per certo che è nato prima il Roberto Sacchi musicista, rispetto a quello giornalista e direttore di giornale e vorrei che ci parlassi proprio di questo lato forse meno noto ai lettori...
In effetti ho cominciato a studiare il pianoforte da bambino, come tanti. Ma man mano che passavano gli anni, mi rendevo conto che come pianista classico avrei avuto poche se non nulle possibilità di emergere per palesi limiti; non ho mai smesso di suonare accontentandomi di un po’ di piano-bar nel ristorante di un amico pur di non smettere. Il primo gruppo di cui ho fatto parte è stato un quintetto di folk scozzese e irlandese, chiamato Happy Sound, con il quale abbiamo partecipato a una delle prime edizioni di Folkermesse a Casale Monferrato, nel chiostro di Santa Croce. Io suonavo il sintetizzatore, utilizzando registri di organo e pianoforte. Ricordo che proprio in quella occasione esposi ai piedi del palco un tavolino con le copie di Folk Bulletin, che comunque usciva già da qualche anno. Direi che il Roberto G. Sacchi musicista e il Roberto G. Sacchi giornalista sono più o meno coetanei.

Come valuti certi festival come la Notte della Taranta che hanno assunto dimensioni mainstream ad ampio raggio?
Il folk non è fatto per eventi oceanici. Non è fatto per riempire gli stadi olimpici. Ha in sé una delicatezza intrinseca, una storia, dei valori che mal si conciliano con le masse urlanti tipo concerto del Primo Maggio a Roma e con la possibilità di fruizione che il luogo può offrire. Con questo non voglio dire che il folk non meriti successo popolare, anzi… Ma la qualità dell’ascolto è imprescindibile. E poi i temi che tratta, anche se spesso semplici e essenziali, mal si conciliano con la inevitabile superficialità che accompagna certe manifestazioni di successo, dove andare “dentro” l’epidermide è praticamente impossibile. La pizzica terapeutica si ballava sull’aia della masseria: cosa resta di quel rito se lo spostiamo a San Siro? Una danza confusa e frenetica erroneamente ballata da tutti, e poco più.

Ci puoi parlare della tua esperienza con i Suonatori delle Quattro Province?
Senza nulla togliere agli Happy Sound, con i quali mi sono onestamente divertito parecchio ma non credo di aver lasciato un segno indelebile nel folk revival italiano, l’esperienza con I Suonatori delle Quattro Province è stata molto gratificante e formativa. Ho fatto parte di questa formazione dal 1989 al 1996, realizzando nel 1993 un disco che considero ancora adesso attuale e di grande valore artistico, “Racconti a Colori”. L’idea di inserire il sintetizzatore come quarto elemento a dialogare con piffero, cornamusa, chitarra e fisarmonica fu molto coraggiosa, ma i risultati non mancarono, anche se il successo fu più di critica che di pubblico. Ho però recentemente appreso con piacere che, sia pure con un certo ritardo, le 5000 copie vendute (che nel folk italiano sono un traguardo piuttosto ambito) sono state raggiunte. Non solo, il “Valzer in DO”, unico brano del disco arrangiato da me, è già stato ripreso –con lo stesso arrangiamento- da altri tre gruppi nel corso degli anni. Sono cose che fanno piacere…

Negli ultimi anni hai collaborato a stretto contatto con Fabrizio Poggi, prima con i Turututela e poi con i Chicken Mambo, ci parli di questa tua esperienza?
Fabrizio è una grande persona e collaborare con lui è un vero piacere. Abitando anch’io in provincia di Pavia seguivo da vicino le sue produzioni artistiche apprezzandone la coerenza e l’originalità, ma è stato con il progetto Fabrizio Poggi e Turututela che abbiamo cominciato concretamente a collaborare. I due dischi “Canzoni popolari” e “La storia si canta” e decine di concerti in Italia e all’estero sono il risultato di questa collaborazione. Poi Fabrizio ha opportunamente deciso di concentrare il suo impegno sul blues e Turututela è attualmente in fase di stand by.

Con i Chicken Mambo hai inciso due dischi splendidi: “Mercy” e “Spirit & Freedom”. Ci parli di queste due esperienze?
Devo premettere che, oltre che con Fabrizio, anche con gli altri musicisti della band ho un rapporto bellissimo, armonico sia dal punto di vista umano, sia da quello musicale. Questo penso che sia alla base del significato che ha per me suonare con tutti loro. Se “Mercy” l’ho vissuto come un insolito debutto (chi l’avrebbe mai detto che a cinquant’anni suonati avrei inciso un disco di blues?) con tutte le esitazioni del caso, il mio approccio con il successivo “Spirit & Freedom” è stato più maturo e consapevole. Oltre a suonare, ho strettamente collaborato con Fabrizio alla stesura del libretto, elemento non certo di secondaria importanza nell’equilibrio caratteristico delle ultime produzioni dei Chicken Mambo.

La tua collaborazione con Fabrizio Poggi ti ha dato grandi soddisfazioni, ma siamo curiosi di sapere se coltivi qualche progetto parallelo.
Non è ancora un progetto, forse è poco più di una idea… Credo che oggi, per il folk e quindi anche per il blues, sia necessario uscire dalla ghettizzazione dei generi e degli stili per andare verso quella che trent’anni fa Giorgio Gaslini definiva “musica totale”. Mi piacerebbe realizzare un concept-album in cui ci fosse spazio per la canzone popolare come per il blues, per la canzone d’autore come per il pop di qualità, per i testi letterari come per le frasi melodiche: potrebbe essere un regalo che faccio a me stesso per i miei sessant’anni, traguardo che non è poi così lontano. Non so ancora chi potrebbero essere i miei compagni di strada in questa avventura, ma ho ancora quattro anni per pensarci. Mi piace lavorare senza pressioni…

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