A circa dieci anni di distanza da “Mamma Sirena”, Officina Zoè torna a tracciare nuove rotte con “Mari e Marenne”, album di inediti che conferma l’urgenza di non musealizzare il proprio vocabolario sonoro, ma di renderlo materia viva, capace di assorbire e restituire le inquietudini e le speranze del presente. Il nuovo lavoro guarda alle sponde del Mediterraneo come a uno spazio di incontro, di storie di mare e di terra, di scambi e profonde geografie interiori, attraverso architetture sonore che rifuggono ogni orpello elettronico e ogni edulcorazione pop, puntando sull’essenzialità degli arrangiamenti, giocati sul ritmo incessante e potente dei tamburi a cornice, le trame melodiche dell’organetto e del violino su cui si innestano gli interventi della chitarra elettrica. L’album si snoda come un racconto corale nel quale intimismo e memoria collettiva convivono e si alimentano reciprocamente. Per approfondire la genesi di questo nuovo capitolo discografico, le dinamiche compositive e la loro visione della tradizione in continuo mutamento, abbiamo intercettato le tre anime storiche del gruppo: Donatello Pisanello, Cinzia Marzo e Lamberto Probo.
A distanza di undici anni dall'ultimo album in studio, “Mamma Sirena”, tornate con un disco di inediti. Che cosa vi ha spinto a rimettervi al lavoro su composizioni nuove?
Donatello Pisanello - Generalmente ce la prendiamo con comodo quando facciamo un disco. Ci piace non fare programmi. Tuttavia, questa volta era passato davvero tanto tempo dall’ultimo album e avevamo in cantiere delle idee e dei brani, così abbiamo dovuto rompere gli indugi per non dilungarci ulteriormente.
Cinzia Marzo - Sentivamo la voglia di raccontarci, un'esigenza che continua ad esserci sempre. Da “Mamma Sirena”, l'ultimo disco in studio sono passati circa dieci anni, ma in mezzo c'è stato tutto il periodo del Covid. Nel frattempo, ho messo nel cassetto diverse idee e, per fortuna, ho un gruppo che mi segue e mi sostiene.
Lamberto Probo - Aggiungo che questi brani sono nati nel corso degli anni e spaziano molto rispetto al materiale precedente.
Il titolo “Mari e Marenne” evoca immediatamente il rapporto tra terra e mare, tra partenza, ritorno, appartenenza e movimento, racchiudendo anche una forte tensione tra dimensione individuale e collettiva…
Cinzia Marzo - Riguardo alla dimensione individuale e collettiva, penso che nessuna escluda l'altra in maniera naturale. Quando mi chiedono se io canti per me o per gli altri, rispondo che canto per me, com'è normale che sia: vivo la mia vita, compio un percorso personale che mi arricchisce profondamente, ma poi inevitabilmente lo condivido e mi confronto con gli altri in maniera molto semplice e sincera.
Quali storie si celano dietro questa scelta e, in questo senso, la musica popolare per voi è oggi soprattutto espressione di comunità o può diventare anche una forma di memoria privata e intima?
Donatello Pisanello - Il titolo lo ha scelto Cinzia e, in un certo senso, rappresenta la nostra ambientazione quotidiana. Innanzitutto, c'è il mare che ci circonda, sempre presente nella nostra testa. Le "marenne", invece, rappresentano le storie lette e narrate, ma incarnano anche la convivialità intorno a un piatto, poiché la "marenna", in italiano, è la merenda. Da lì, poi, abbiamo raggruppato i brani che avevamo
Lamberto Probo - Sono storie di vita vissuta: mari e avventure, siano esse belle, dolci o amare.
Quanto è stato importante confrontarvi con le poesie di Daniela Liviello?
Cinzia Marzo - La musica per me è una via espressiva fondamentale. Credo di avere un talento naturale nello scrivere la musica perché mi viene molto facile. Più complesso è, per me, scrivere i testi, lo faccio solo quando sento veramente una urgenza comunicativa viscerale. L'incontro con le parole di Daniela Liviello è stato prezioso: ho trovato in lei una poetica affine alla mia, e le liriche di “Lasciami qui” calzavano a pennello sulla musica, riflettendo perfettamente anche il periodo storico che stiamo vivendo.
Donatello Pisanello - La scelta di cantare alcune di queste canzoni in italiano è anche un veicolo per universalizzare e ampliare il raggio d'azione della tradizione, ricorrendo a un codice linguistico più trasversale e percepibile da tutti. Ci piacevano molto le poesie della Liviello e le abbiamo arrangiate con estrema convinzione, anche se magari alcuni puristi non saranno immediatamente d'accordo con questa scelta.
Giovanni Epifani ha firmato il testo di “Marinaru” che avete pubblicato come singolo nel 2021…
Lamberto Probo - L'apporto di autori come Giovanni Epifani per noi è fondamentale. Quando conosci già una persona e sai di risiedere sulla stessa lunghezza d'onda, tutto scorre. “Marinaru” è nata durante la Pandemia. In quei giorni, mi trovavo a casa e suonavo con mio figlio Francesco e pian piano dalla sua
chitarra è nata questa melodia che nella prima stesura era molto triste. Così, ci siamo detti che dato il momento non particolarmente felice, era forse necessario cambiarne l’atmosfera e ho chiesto a Giovanni Epifani di scrivere un testo. Gli dissi: "Voglio esprimere l'esatto opposto, voglio allegria, parliamo del mare e di cose belle". Lui possiede una sensibilità infinita: ha colto immediatamente il centro del discorso e, stesura dopo stesura, asciugando e rifinendo, è arrivato a scrivermi cinque strofe perfette da cantare, sorprendendomi. Il testo finale di Giovanni ha impresso al brano un sentimento nuovo, di gioia, di reazione a tutto il nero che si viveva in quei giorni.
Giovanni Epifani ha firmato anche “Pipinanà”….
Lamberto Probo - “Pipinanà” è un invito a non prenderci in giro, a guardare quello che ci circonda, ai tempi bui che stiamo vivendo con presidenti che parlano come delinquenti e genocidi in corso, con quei criminali israeliani che agiscono come se il mondo fosse governato da loro. È un grido di risveglio delle coscienze. “Pipinanà” è il richiamo che usiamo dalle nostre parti per governare le galline. Questa stessa urgenza c’è anche in brani come “Cielo” che ha scritto Cinzia, un pezzo per sola voce e chitarra che racchiude un sentimento fortissimo, come a chiedersi cosa fare per ritornare alla luce e far rivivere l'amore. L'esigenza è proprio la responsabilità di noi artisti e musicisti di raccontare sinceramente ciò che viviamo sulla nostra pelle ogni giorno.
Cinzia Marzo - “Furiusa” stava nel cassetto da un po’ di tempo e nella mia idea c’era quella di un arrangiamento quasi “prog”, tanto è vero che avevo inizialmente immaginato di coinvolgere entrambi i miei figli, uno alla batteria e l'altro all'elettrica. Poi, per non stravolgere l'assetto della band, abbiamo mantenuto i nostri tamburelli, ma la chitarra di Francesco ha conferito al brano un carattere diretto e potente, spostando oggettivamente in avanti il nostro confine espressivo.
Il vostro rapporto con la tradizione salentina non si è mai limitato a una mera riproposizione, ma avete sempre cercato di trasformarla per renderla materia viva…
Lamberto Probo - Penso che l'Officina Zoè, con oltre trent'anni di lavoro alle spalle, possa permettersi questo passo. Partiamo sempre dal principio che una tradizione, per rimanere viva, deve continuare a crescere e a mutare. Avendo io la responsabilità ritmica del tamburello, sono stato davvero ostinato nel tempo a non usare altro che non fosse il nostro alfabeto ritmico tradizionale. A questo punto, però, c'è necessità anche di spaziare un po'. Il Salento cambia, la società muta e noi stessi cambiamo: io e mio figlio siamo diversi dai nostri nonni, perché siamo cresciuti permeati da blues, rock, jazz e samba. Abbiamo un background musicale che non è solo quello legato alla vita nei campi. Fermo restando l'impegno di preservare la bellissima eredità che abbiamo ricevuto, bisogna andare avanti, e “Mari e Marenne” fa emergere tutto questo senza forzature. Personalmente, vivo la tradizione nella maniera più sincera possibile: non programmo le cose a tavolino, ma cerco nella semplicità di essere coerente rispetto a ciò che vivo, seguendo un'evoluzione naturale.
Donatello Pisanello - La tradizione è ormai nel nostro DNA. Abbiamo iniziato con la riproposizione, con lo studio e la ricerca, poi ci siamo inebriati di tradizione e ci viviamo immersi. L'innovazione deriva dal fatto che ognuno di noi ha percorsi diversi che, anche quando divergono molto, si basano sempre su quell'alfabeto primigenio.
“Mari e Marenne” è caratterizzato da una particolare attenzione agli spazi e alle dinamiche, quanto di antico e quanto di nuovo convivono? Come si è evoluta la vostra ricerca sonora dagli esordi a oggi?
Lamberto Probo - Una delle prerogative di Officina Zoè, ed in particolare di Cinzia, è quella di prenderci i nostri tempi. Non c'è mai una "canzonetta" buttata lì, c'è sempre uno sviluppo e una sensibilità diversa. Le nostre piazze non saranno mai quelle del "balla balla" a tutti i costi: cerchiamo di formare un pubblico attento, in cui, pur essendoci ritmo e apertura alla danza, tutto è guidato in maniera viscerale grazie al suo lavoro compositivo.
Cinzia Marzo - In questi nuovi brani risiede tutta la forza e la potenza del ritmo salentino, la pizzica è sempre il nostro linguaggio. Quando affronto una strada diversa, la imbocco fino in fondo, ma non nasce mai a tavolino o per assecondare un progetto ragionato; fiorisce spontaneamente dal bagaglio di esperienze e ascolti che ci portiamo dentro. Ci tengo a precisare che non ho mai sopportato chi cerca di fare innovazione cantando un testo tradizionale per poi stravolgerne banalmente il ritmo, magari in levare reggae o in salsa latina. Da noi c'è sempre tutto il peso specifico del repertorio salentino, che chiaramente si trasforma e si evolve, arricchendosi di riflessi contemporanei. Dopo tanti anni, il pubblico affezionato chiede sempre i classici e devi farli, ma io sentivo un forte bisogno di sperimentare e in questo disco mi
Donatello Pisanello - La musica tradizionale salentina si è standardizzata troppo sui soliti brani riproposti in varie salse, sono pochissimi a produrre materiali nuovi. Noi abbiamo cercato di farlo interpretando la nostra quotidianità attraverso l'arte. A livello sonoro, la differenza sostanziale di questo disco è l'introduzione stabile della chitarra elettrica suonata da Francesco Probo, che già avevamo ascoltato in un brano di “Mamma Sirena”, ma che adesso è parte integrante del gruppo, non più un intervento occasionale. Ma anche gli altri componenti, penso alla voce di Cinzia, alla chitarra di Gigi o al violino, hanno contribuito a dare un vestito più contemporaneo ai brani.
Cinzia, come è cambiato negli anni il tuo modo di interpretare il canto e cosa hai scoperto di nuovo nella tua voce?
Cinzia Marzo - Riguardo al mio approccio vocale, non so dire se la voce sia oggettivamente cambiata: sicuramente sono cambiata io e l'espressività è maturata. In realtà, non ho mai amato ricalcare le registrazioni degli anziani cantori, a parte forse i primissimi anni in cui studiavo i canti storici. Sono sempre stata me stessa: da autodidatta, agli esordi mi sforzavo di emettere suoni molto alti e potenti che non sapevo gestire alla perfezione; oggi, complici l'età e i decenni di esperienza, ho raggiunto una padronanza e una maturità differenti.
Nel corso degli anni avete maturato importanti esperienze all'esterno di Officina Zoè: penso ai numerosi incontri internazionali cristallizzati in “Taranta Nera” e “Incontri Live”, ma anche alle
esplorazioni sonore di Donatello Pisanello e alle esperienze di Cinzia con gli Hysterrae e persino nella musica leggera. Quanto queste esperienze vi hanno permesso di spostare in avanti i confini espressivi?
Cinzia Marzo - Lavorare con gli Hysterrae è stata un'esperienza molto bella, e spero continui nonostante le difficoltà logistiche, dato che Shadi Fathi vive tra Parigi e Marsiglia e noi siamo sparsi per il Salento. A me piace immergermi in tutte le esperienze possibili: in quel progetto ho utilizzato il mio bagaglio ritmico e vocale, ma lavorare con la musica iraniana, in un'altra lingua e sulle trame elettroniche di Emanuele Flandoli è stato stimolantissimo. Ho fatto anche delle incursioni nella musica leggera, registrando dei duetti inseriti nei dischi di Franco Simone: accorgermi che, cambiando genere e sonorità, scopro sfumature quasi inedite della mia voce, mi arricchisce molto. Spero sempre di trovare nuovi stimoli, perché amo sperimentare e ho ascoltato di tutto: da ragazzina, invece di andare in discoteca, andavo a sentire i concerti jazz. Il mio "Zecchino d'Oro" è stato Bob Marley e ho amato tantissimo il rock.
Donatello Pisanello - Personalmente, non so quanto le mie esperienze esterne abbiano inciso in maniera diretta in “Mari e Marenne”. Nei miei interventi strumentali cerco di essere sempre molto minimalista: non sono propenso ai virtuosismi ostentati con l'organetto o con la mandola, perché, fondamentalmente, nella musica sono un essenzialista. Porto con me solo l'essenzialità necessaria per mettermi al servizio dei vari brani.
Lamberto Probo - Sul fronte del confronto con l'estero, ogni incontro internazionale è stato un arricchimento inestimabile. Non posso dimenticare nessuno dei musicisti con cui abbiamo incrociato gli strumenti, da Baba Sissoko a Mari Boine, fino ai Mazaher dall'Egitto, passando per Mercan Dede e Don
Moye. C'è sempre stato uno scambio sincero: uno dà, l'altro prende, e viceversa. Quello che ci agevola moltissimo è il provenire da una tradizione orale: non c'è bisogno di chiamare gli accordi, non ci sono giorni estenuanti di prove; semplicemente si chiudono gli occhi e si suona. Iniziamo un brano, l'altro artista entra istintivamente con la propria melodia, fondendo le lingue in maniera fluida. Avendo ormai raggiunto una solidità e un radicamento totale nella nostra tradizione, possiamo permetterci di accogliere queste culture, sicuri di avere sempre un nostro robusto bagaglio identitario da offrire in cambio.
In questo nuovo disco sembra che vi interroghiate molto sul rapporto tra radici e futuro. Che cosa è rimasto intatto dello spirito di Officina Zoè degli esordi e cosa, invece, è cambiato?
Donatello Pisanello - Intatto è rimasto il legame indissolubile con la materia tradizionale, quello spirito verace e originale che animava i tempi di Pino Zimba. È qualcosa che ci scorre nel sangue. Al contempo, però, abbiamo saputo rinnovarci continuamente, ed è questa la cifra stilistica che credo stia arrivando al pubblico.
Lamberto Probo - L'elemento che preserviamo intatto è la nostra sincerità e il nostro essere, senza maschere. Ogni evoluzione avviene naturalmente. Pensa proprio alla struttura del disco: nonostante contenga soluzioni nuove e persino un approccio "progressive", il lavoro si chiude volutamente con uno dei canti più antichi che abbiamo recuperato, eseguito solo con voce nuda, cruda e cupa cupa. È la nostra dichiarazione d'intenti per ribadire da dove partiamo. Siamo consapevoli di cambiare, ma l'essenziale è
Cinzia Marzo - L'obiettivo che abbiamo sempre perseguito è proprio quello di non musealizzare il suono, ma di vivere e trasmettere la tradizione declinandola come un linguaggio vivo, permeabile alle esperienze quotidiane, specialmente in un momento storico avaro di positività come questo. Alle nuove generazioni, la musica tradizionale intima di restare sé stessi, di conoscersi a fondo e di non assorbire passivamente tutto ciò che la società usa per manipolarci. Solo conoscendo saldamente le proprie radici si può essere consapevoli e ci si può confrontare umanamente e artisticamente con gli altri, senza perdersi in vuote chiacchiere.
Tra i solchi di “Mari e Marenne”, c'è un brano al quale vi sentite particolarmente legati o in cui credete di aver impresso il contributo più significativo?
Donatello Pisanello - È difficile decidere, mi piacciono davvero tutti perché godono di un'ampia varietà cromatica. Dal punto di vista esecutivo, credo di aver dato il massimo all'interno del mio dichiarato intento minimalista. Per entrare nel dettaglio, amo molto come suona la mandola e il lavoro sull'organetto nel brano cantato da Lamberto.
Cinzia Marzo - Li sento tutti visceralmente miei perché sono fioriti piano piano, un passo alla volta. Sicuramente adoro le tracce che mi hanno permesso di esplorare mondi sonori differenti: sono legatissima a “Furiusa”, a “Lasciami qui”, la cui forza è amplificata dai bellissimi disegni animati di Cosimo Brunetti, un artista capace di tradurre in immagini i nostri pensieri più reconditi. E poi menziono “Cielo”, un componimento breve, tutto mio, nato di getto dal cuore, senza bisogno di ricorrere a complessi sforzi
Come si evolve “Mari e Marenne” sul palco?
Lamberto Probo - Finora non abbiamo fatto tantissime date con il repertorio inedito, ma lo abbiamo presentato integralmente al Castello di Tutino a Tricase e in un paio di altre occasioni. La risposta del pubblico è stata meravigliosa. Nei concerti stiamo suonando il disco per intero, dalla prima all'ultima traccia: un modo per uscire dalla routine dei soliti grandi classici e per divertirci anche di più sul palco.
Donatello Pisanello - A Taviano, nell'ambito della rassegna "Santicanti", siamo rimasti davvero entusiasti. La platea era seduta, attenta e concentrata, che poi è l'atteggiamento che ci gratifica maggiormente. Come accennavo, c'è un vizio di fondo nel panorama attuale della pizzica: spesso la gente pretende di ballare a ogni costo e indiscriminatamente. Noi li abbiamo messi nella condizione di ascoltare, ovviamente senza negare del tutto lo spazio per la danza, e il risultato è stato un pubblico estremamente soddisfatto. Per quanto riguarda i progetti futuri, mi ronza in testa l'idea di realizzare un album dedicato unicamente a riproposizioni tradizionali, suonate però in modo estremamente diretto, ruvido e spontaneo, senza concettualizzarle troppo. Spero che questa idea prenda forma, perché ci consentirebbe di mostrare, ancora una volta, la pasta di cui siamo fatti. L'ipotesi del disco in trio la vedo più remota: spesso la formula del trio è un ripiego per gli organizzatori che non possono sostenere l'organico completo dell'Officina Zoè, non è una vera e propria priorità discografica.
Cinzia Marzo - Dal vivo “Mari e Marenne” è un'autentica potenza. Non vedo l'ora di tornare sul palco per proporlo. La sua forza risiede nel fatto che suoniamo tutto realmente noi, in presa diretta, senza l'artificio di sequenze, supporti registrati o tastiere. È bellissimo da suonare live, così come un altro brano al quale resto molto legata, Taranta. Se considero questo disco un nuovo capitolo? Certo, lo è, ma intimamente per me ogni singolo giorno in cui riesco a esprimermi e a mutare pelle attraverso la musica rappresenta un nuovo capitolo. Quindi, l'unica certezza è che continueremo senza sosta in questa affascinante fase di trasformazione.
Officina Zoè – Mari e Marenne (Linfa, 2026)
Piazzatosi subito nei primi venti posti della Transglobal World Music Chart di settembre e ottobre, “Mari e marenne”, il nuovo lavoro di Officina Zoè, raccoglie nove brani, per circa cinquantacinque minuti, nei quali il repertorio di tradizione, la scrittura contemporanea e nuove aperture sonore convivono in perfetto equilibrio. Il titolo è già una dichiarazione di poetica: “marenne”, nel dialetto salentino, indica gli spuntini, le piccole occasioni conviviali, ma anche, nel racconto di Cinzia Marzo, quei momenti della vita in cui si raccolgono esperienze, incontri, piaceri e inquietudini. “Mari” diventa così anche il mare dei viaggi compiuti dalla band in oltre trent’anni di attività: un Salento che non si chiude nel proprio recinto geografico, ma porta con sé il proprio ritmo e lo mette in relazione con ciò che ha incontrato lungo il cammino. L’idea di Officina Zoè, del resto, è tutta contenuta nel nome. Non un monumento alla tradizione, ma un’officina: un luogo dove il materiale viene studiato, smontato, ricomposto, sottoposto a tensione. “Mari e marenne” ribadisce questa vocazione, innestando sulla pizzica anche suggestioni progressive, psichedeliche, africane e mediorientali, senza perdere il controllo del proprio baricentro. Ogni traccia dell'album respira grazie al contributo fondamentale dei musicisti in campo, a partire dalla voce ipnotica e intensa di Cinzia Marzo, affiancata dal violino di Giorgio Doveri, dall'organetto e dalla mandola di Donatello Pisanello, e dall'impalpabile e solida trama ritmica guidata da Lamberto Probo, insieme alle chitarre e agli altri strumenti che tessono un contrappunto naturale e privo di sbavature. L'ascoltatore viene guidato attraverso paesaggi sonori dove la polvere dei cortili si mescola alla salsedine, lambendo sonorità arcaiche che richiamano la funzione originaria della musica di cura e di sfogo emotivo. L’apertura affidata a “Lasciami qui”, un brano tutto giocato sul climax dei tamburi a cornice e dell’organetto che avvolgono il lirismo del testo di Daniela Liviello. Il ritmo non è soltanto danza, ma diventa spazio emotivo, sostegno a una scrittura che mette in contatto amore, conflitto, memoria e desiderio. Il brano è una sorta di manifesto poetico: un canto che suona come un invito a resistere, a conservare una possibilità umana dentro un mondo attraversato dalla guerra e dalla perdita. Il lungo respiro del brano, le percussioni e la voce di Cinzia Marzo costruiscono una dimensione quasi rituale. L'andamento ancora più incalzante con "Furiusa", con il ritmo dei tamburi a cornice di Lamberto Probo e Silvia Gallone che sorregge la struttura del brano in cui si intrecciano chitarra acustica, mandola e violino, mentre la chitarra fende la melodia con squarci quasi psichedelici su cui Cinzia Marzo ricama vertigini vocali di rara intensità. Il ritmo si placa per un attimo nella struggente poesia di “Cielo” in cui la voce di Cinzia è accompagnata dalla sola chitarra, mentre in “Marinaru” con testo di Giovanni Epifani riaffiora con forza la dimensione del mare, del viaggio e dell’attesa: è una traccia essenziale, quasi un frammento narrativo capace di condensare l’immaginario mediterraneo in pochi minuti. Ritroviamo le liriche di Daniela Liviello nell’elegante “M’invento” nella quale spicca non solo la cura nelle dinamiche della linea melodica, ma anche la cura nella ricerca dell’equilibro tra voce, ripetizione ritmica e sviluppo strumentale. Ascoltiamo, poi, in sequenza il trascinante invito al ballo di “Taranta” e la vibrante “Pipinanà”, cantata da Lamberto Probo, il cui testo firmato da Giovanni Epifani è una pungente ed impietosa invettiva “di chi non ha più pazienza” di fronte a governi di fantocci, multinazionali senza scrupoli e giornalisti servili. Il canto d’amore “Balla balla” con testo di Giuseppe De Dominicis ci riporta ad una dimensione più corporea con l’eccezionale performance vocale di Cinzia Marzo, perfettamente assecondata da un gruppo rodato e versatile in grado di muoversi con abilità tra atmosfere e sonorità differenti. Chiude il disco è la struggente “A quai te spettu”, un canto della tradizione orale, magistralmente interpretata da Lamberto Probo, che chiude il cerchio riportando tutto a casa. Il viaggio è partito dalle radici e alle radici ora può tornare. “Mari e marenne” è dunque un disco di confine nel senso più alto del termine. Officina Zoè non cerca di scegliere fra tradizione e innovazione, perché sa che la vera tradizione, quando è conosciuta intimamente, contiene già la possibilità del cambiamento. officinazoe.bandcamp.com/album/mari-e-marenne
Salvatore Esposito
Foto di Aldo Angeli











