Lyle Mays, universal music joyfully donated to humanity

Un filo lega i nostri contributi dedicati a Manuel De Falla, Claude Debussy, Giorgio Gaslini, Filippo Daccò, Josef Zawinul, al quale ora uniamo quello di Lyle Mays (originario del Wisconsin), capace di fondere magistralmente la dimensione acustica con quella elettronica e digitale. Seguendo la nostra idea di MusicHology, SoundHology e Musica Glocale, desideriamo dedicargli con stima un tributo, a seguito della prematura scomparsa.  

Alla ricerca di una magica alchimia musicale
È indispensabile maturare un’eterogenea preparazione musicale per riuscire a raggiungere uno stile personale. Quasi sempre il talento naturale non basta. Step by step, è necessario lavorare con metodo e serietà, sondando i campi della ricerca, apprendendo e operando con mentalità aperta e disponibilità al confronto (pur nella differenza). Negli sviluppi della elaborazione creativa, la formazione, l’ambiente, il periodo storico, la committenza, il pubblico e la tecnologia hanno influito in maniera sostanziale e sinergica su Lyle Mays. È stato un Maestro delle tastiere, artefice di una mistura alchemico-musicale che riuscì magicamente a realizzare, incontrando quasi sempre apprezzamenti internazionali. La sua musica era cosmopolita. Di carattere riservato e riflessivo, a suo modo intellettualmente impegnato, era appassionato di architettura, lettura, cinema, scacchi, basket, cucina. Per decenni è stato alla ribalta, con migliaia di concerti dal vivo, rilasciando sempre selezionate interviste. Preferiva far parlare di sé attraverso la musica, le esecuzioni e i musicisti con i quali collaborò. Chi ha avuto modo di ascoltare o analizzare la sua produzione, ben conosce la qualità dei suoi lavori. Il suo sound era unico. 
Sapeva rendere pieni i silenzi, condensare in pochi minuti le più diverse emozioni. Senza bisogno di parole, attraverso la musica induceva alla riflessione, raggiungendo la profondità dell’animo umano. L’energia del suo “suond” aveva colori acquerellati. Definirlo solo pianista è limitativo. Il piano era stato lo strumento di partenza ma, nel tempo, si dimostrò un tastierista a tutto tondo. “Master of masters” nel suo campo, con straordinaria sensibilità, ebbe la capacità di fondere le conoscenze degli strumenti acustici con quelle della tecnologia elettronica e digitale. In ambito professionale, alcuni sottovalutano e svalorizzano l’uso di tale strumentazione, molto spesso per ignoranza, poiché non conoscono quanto studio (innovativo e creativo) richieda. La tecnologia offre un’infinità di possibilità esecutive, ma va saputa gestire. Quando si trova il suono desiderato va annotato con metodo, basta muovere di poco un cursore, girare un reostato, schiacciare un altro tasto e subito l’effetto si modifica. Lyle - con talento, passione e rigore - era andato alla ricerca della purezza sonora, in un’ideale incontro e fusione tra dimensione acustica e tecnologica, a favore di una musica capace di trasportare l’ascoltatore in uno stato di bellezza mentale.  Maestro, gentiluomo, pianista virtuoso, era capace di condurre l’ascoltatore verso un’ineffabile dimensione sonora. Il suo contributo musicale avrà lungo corso, difficilmente sarà dimenticato, soprattutto ai giorni nostri, in cui la musica raffinata diventa sempre più una rarità, data la difficoltà a trovare riscontro in termini commerciali.  Da alcuni anni, Lyle era afflitto da un male incurabile, da cui il prolungato silenzio. Un silenzio enigmatico, ma in sintonia con il carattere riservato dell’artista. La sua ultima pubblicazione è stata “The Ludwigsburg Concert”, novembre 2015 (SWR Jazzhaus), contenente esecuzioni del “Lyle Mays Quartet” (con Mark Walker, Bob Sheppard e Marc Johnson), nel 14 novembre 1993.
Il suo prematuro trapasso, ha lasciato sconcerto tra i numerosi ammiratori i quali, in vario modo, hanno voluto rendergli omaggio con brevi commenti in sua memoria, spesso non limitandosi all’ordinario “RIP” (“Requiescat In Pace” o “Rest In Peace”).  Where are you gone, Lyle?  “Ci hai portato in paradiso molti anni fa, dove spero tu possa ora gioire come io ho avuto modo di essere ascoltando la tua musica. Grazie per aver reso dolce la mia vita …, la tua musica vive, brilla come unica …, era una musica sublime che sapeva andare oltre le parole…, musica bella, pura, che trasporta in un’atmosfera facendo immaginare di respirarla…, musica evocativa, una continua e rinnovata invocazione all’immaginazione.  Sei trapassato lasciandoti dietro un alone di mistero …, era un grande, ma non è ancora stata ancora scritta una sua biografia, meriterebbe un giusto tributo…”. Questo il tenore dei commenti. Qualcuno ha scritto che certa sua musica era “una teologia senza parole”. Nel suo modo di essere e di scrivere musica, pensiamo abbia giocato un ruolo non secondario la dimensione religiosa, essendo stato avviato dalla madre, sin dall’infanzia, all’ascolto e alla pratica dell’organo nelle liturgie protestanti, dove la musica diventa elemento di unione per l’intera comunità orante.  Mays ha primeggiato tra i tastieristi della sua generazione. Nella storia del jazz il suo nome già spicca insieme a quello di altri pianisti che lui stimava, tra cui Lenny Tristano, Bill Evans, Joe Zawinul, Keith Jarrett, Chick Corea, Herbie Hancock. Dal punto di vista esecutivo, molti lo apprezzavano per il “tocco” (noi lo definiamo “soft light touch”), per il modo raffinato di suonare le tastiere che qualcuno, con contezza, ha accostato al pianismo di Chopin. Altre sue caratteristiche erano la (nervosa) compostezza e la sensibilità espressiva.  
Il suo modo di interpretare e accompagnare i solisti era veramente speciale. Meritevoli molte sue composizioni che sono spesso il risultato di un raffinato intreccio tra voci, armonie, trame contrappuntistiche, ritmi, timbri e sonorità dalle più svariate sfumature.  Era un elegante arrangiatore, capace di fondere generi e stili diversi, come verificabile in numerosi passaggi dei suoi LP/CD o nelle musiche scritte per il cinema e la televisione (poche in verità). Come jazzista diede sempre sapiente valore all’improvvisazione, la quale richiede, oltre alla preparazione tecnica, animo aperto e spirito lucido, indispensabili per esprimersi con criterio nello scorrere della composizione. Sin da bambino, aveva iniziato a studiare il pianoforte. Apprezzava Ravel, Debussy, Stravinsky, ma era comunque figlio del suo tempo, attirato pure dalla musica giovanile (Beatles, in particolare), dal rhythm and blues, dalla musica folk americana, da musicisti rock, come Frank Zappa, o da gruppi pionieristici, come gli Earth Wind and Fire. In un’intervista degli anni Ottanta, Mays dichiarò: “Sono molto interessato alle differenti forme jazz nelle mie composizioni. Una strada è quella delle song guardando al passato, l’altra è quella dei più estesi arrangiamenti (…). Stravinsky è il mio compositore preferito … ciò che di lui mi impressiona, al contrario di alcuni musicisti jazz, è che cambia spesso il suo stile, per ciascuna composizione ha usato una tecnica e una forma differenti”.  Tenendo conto di quanto fin qui evidenziato, è possibile meglio interpretare il suo stile, nel quale riuscì a far convivere i più diversi orizzonti musicali con intensa espressività, che solo un’estesa monografia permetterebbe di mettere adeguatamente in evidenza.  
Scorrendo nel web, abbiamo notato che, rispetto ai “generi”, il suo nome viene sballottato tra musica contemporanea, musica da camera, fusion, post-bop, crossover, new age, jazz pop contemporaneo, musica strumentale e di ambiente, smooth jazz alternativo (…). Etichette, forse, utili ai critici, dei quali Lyle pare non avesse grande considerazione.  Di certo, il cuore della sua formazione è ascrivibile alla musica jazz, intesa secondo la più ampia accezione, giacché aveva avuto modo di assimilare i diversi stili storici, sia studiando teoria, armonia e composizione (privatamente e in università) sia con la “practica”.

Cenni Biografici e Discografici
Lyle David Mays era nato, nel 1953, nel Wisconsin, trascorrendo la prima infanzia in un ambiente naturale, vivendo con semplicità, lontano dal coas cittadino, in una contea dei Grandi Laghi. Il padre cantava e suonava la chitarra, la madre era pianista e organista. Accompagnava il coro durante le funzioni religiose. Da bambino, iniziò a studiare il pianoforte, prima in famiglia, poi privatamente con Rose Barron, parallelamente suonando la tromba nella banda del paese. Per anni si dilettò anche con l’organo, accompagnando il coro locale. Dopo aver frequentato alcuni campus, iniziò ad approfondire la conoscenza della musica jazz. Terminata l’High School, nel 1971, fece parte di alcune rock band. Tre anni dopo, l’iscrizione alla NTSU (North Texas State University). In un’apprezzata Band locale suonò come pianista e arrangiatore, divenendo amico del bassista Marc Johnson, approfondendo lo studio del “be bop”. Nel 1975, furono incise (in un album edito dall’Università) alcune sue composizioni.  Finiti gli studi, ebbe inizio la carriera professionale. Venne scritturato da Woody Herman, con la cui orchestra lavorò intensamente per diversi mesi. 
Un’esperienza formativa, ma i suoi obiettivi erano rivolti altrove. Lasciò l’orchestra. Nel 1976, l’incontro musicale con Pat Metheny ed ecco lo scoppio di una scintilla che, in breve, li porterà a suonare insieme, stabilendo un connubio destinato a durare circa tre decenni. In breve, divenne pilastro portante del Pat Metheny Group (PMG), con il quale eseguirà, nel corso degli anni, alcune migliaia di concerti, conseguendo premi e consensi. Il primo disco fu “Watercolors” (1977, ECM), dove suonò esclusivamente il piano acustico. L’anno successivo, venne edito “Pat Metheny Group”, per la stessa casa discografica tedesca. A fianco del piano, iniziò a comparire la nuova strumentazione, come l’Oberheim 4 voci e l’Autoharp. Strumentazione che, in “American garage”, si arricchirà di un organo (YC-20) e un piano (CP-30) elettrici. La strada era ormai segnata, come pure la ricerca di uno stile inconfondibile, dovuto proprio al continuo affiatamento tra i due musicisti. Tra i numerosi brani di successo dovuti alla straordinaria collaborazione Mays-Metheny, ricordiamo “September 15” (ECM 1981), dedicato a Bill Evans (loro “musical hero”), deceduto l’anno precedente in questa data.  Il brano venne inserito in un disco, il cui titolo è stato desunto dal proverbio “Come casca Wichita, così cascano le cascate di Wichita” (As falls Wichita so falls Wichita falls”). Nel disco, partecipò l’apprezzato percussionista e vocalista Naná Vasconcelos, il quale del nostro tastierista ebbe a dire: “Lyle è l’unico musicista che suona i synth che mi piace veramente, perché li fa suonare acustici… è anche un grande tecnico … conosce tutto dei computer, li ha dappertutto in casa, con il telefono, il telex e se hai un computer o un synth fai subito amicizia con lui. 
Ne comprende i meccanismi i segreti, come con il cubo di Rubik: in aereo riusciva a farlo in pochi secondi”. Altri fondamentali dischi del PMG sono “Travels” (1983, ECM), nel quale sono compresi brani cult come “Are you going with me?”, “Travels” (ballata con influssi folk) e “San Lorenzo”. In “First circle” (1984 , ECM), Mays suonerà la tromba nel pezzo di apertura (“Forward march”), aggiungendo nel suo parco tastiere i mitici “Rhodes chroma” e “Prophet 5”.  Inoltre, ricordiamo “Still Life (Talking) ” (1987, dove venne usato anche il “Korg DW 8000”) e “Letter From Home” (1989), uno dei più noti successi melodici del PMG. Tale Gruppo si è spesso distinto per la mole annuale di concerti live. I loro dischi, secondo un sistema collaudato, erano di solito il risultato di un’infinità di prove e di esecuzioni durante i differenti tour.  Un disco fuori dagli standard che, a distanza di anni, continua a conservare speciale fascino è la colonna sonora di “The Falcon and the Snowman” (1985), per le cui composizioni venne richiesto l’intervento di un’orchestra e di un coro. In “This is not America” cantò David Bowie. Massiccio e maturo fu l’uso da parte di Mays degli strumenti elettronici e di sintesi, quali “Oberheim (e relativo “expander”), Prophet 5, Synclavier, Rhodes Chroma e Kurzweil 250”.  Sempre facendo riferimento a Mays, è da evidenziare il brano “Salmo 121” (con forti accenni alla musica sacra) e gli ultimi quattro brani del lato B, sui quali bisognerebbe scrivere uno specifico contributo, ma che suggeriamo al lettore di ascoltare, per farsi un’idea della varietà timbrica e orchestrale nonché della maturità espressiva nell’uso delle tastiere.  Gli ultimi lavori del PMG in cui compare Mays sono stati “Speaking of Now” (2002, Warner Bros., la maggior parte delle composizioni è a firma Mays-Metheny) e “The Way Up” (2005, Nonesuch, dove Mays figura anche come co-produttore insieme a Steve Rodby).
Data l’intensità degli impegni concertistici e gli oneri per gli arrangiamenti, Lyle Mays arrivò a realizzare il suo primo album da solista (titolo omonimo) solo nel 1986, su caldo invito di Metheny. Pubblicato dalla Jeffen, venne molto apprezzato. Vi parteciparono diversi musicisti, tra cui Naná Vasconcelos, Marc Johnson, Bill Frisell, Bill Drews.  L’anno successivo, Mays scrisse ed eseguì la colonna sonora per due favole televisive (“The Tale of Peter Rabbit”  e “Mr. Jeremy Fisher”, inserite in “Peter Rabbit and other stories”, Windham Hill) che, a distanza di anni, si distinguono per la loro varietà compositiva. Il secondo disco come solista, “Street Dreams”, è del 1988 (Geffen). Vi parteciparono numerosi musicisti di spicco. Sono presenti brani (tra i più) noti, quali “August” (acustico e sognante), “Chorinho” (con forti influssi della musica brasiliana), “Street dreams” (quadripartito, con ampio uso di strumentazione elettronica e l’intervento della “Chamber Orchestra”). Sebbene poco noto al grande pubblico, merita specifica attenzione il disco “Solo: Improvisations for Expanded Piano” (edito, nel 2000,  da Warner Bros.). Rispetto a tale lavoro, pensiamo sia utile riferirci a un’intervista rilasciata da Mays, il quale volle far conoscere al pubblico alcuni processi compositivi, evidenziando che tutte le parti erano state da lui eseguite senza collaborazioni esterne.  Usando il protocollo “midi” di un pianoforte digitale, ebbe modo di registrare con precisione le note eseguite durante diverse improvvisazioni live. Usando tali note scrisse le orchestrazioni. “Ci sono voluti mesi e mesi ed era la prima volta che facevo qualcosa del genere” - dichiarò.  Inoltre, vari effetti sonori li ricavò utilizzando il piano in modo non convenzionale.  Parola chiave dei dischi è “improvvisazione”, unita a un uso sapiente della tecnologia: 
“Il mio intero approccio all’improvvisazione è compositivo, e il modo migliore per illustrare è quello di avere le grandi forze dell’orchestrazione che mettono in evidenza tutte le contrapposizioni, tutti i piccoli tocchi dell'orchestrazione. Il modo più onesto di presentare come penso musicalmente ”.  Molto spesso la musica di Mays viene associata al mondo delle immagini (esteriori e interiori), essendo evocativa ed emozionale: “… Non sono sicuro che quelle emozioni corrispondano a qualcosa di specifico nella mia vita. Penso che riguardi più il potere dell'arte, il potere del dramma … Spero che le persone possano evocare immagini visive mentre ascoltano, ma ciò non vuol dire che avevo in mente immagini visive specifiche. Stavo solo cercando di fare il mio lavoro come creatore della musica, per renderlo drammatico, e penso che facendo bene il mio lavoro, questo diventa abbastanza vasto da permettere numerose interpretazioni possibili,  puoi averne una diversa per ogni ascoltatore (…) almeno questo è ciò a cui aspiro ”. “The power of art” e “the power of drama” sono espressioni gradite a Mays, che permettono di comprendere come il pensiero e la produzione degli esseri umani possa essere piccola cosa rispetto alla Musica, che è un mezzo dalle infinite possibilità, usato secondo personale orientamento, ben sapendo che i significati delle composizioni potrebbero essere interpretati in modo differente dagli ascoltatori. Giusto di passaggio (ma meriterebbero ben altra trattazione), evidenziamo alcune altre importanti esecuzioni di Mays. Fictionary  (1992, Jeffen) è un disco di elevato valore strumentale, inciso con Marc Johnson al basso e Jack De Johnette alla batteria. Altro trio storico è stato quello con Marc Johnson al basso e Peter Erskine alla batteria, nel 1986. 
Le entusiasmanti esecuzioni jazz per “TED” (organizzazione culturale americana, animatrice di eventi culturali all’avanguardia) sono facilmente visibili in rete. Per la musica da camera, Mays scrisse anche “Twelve Days” (“In the Shadow of a Miracle”, esecutori “The Debussy Trio”, 1996, Sierra Classical); “Mindwalk” (in “Intermediate Masterworks for Marimba”, Nancy Zeltsman, 2009, Bridge) è, invece, inserita in un libro che contiene assoli scritti da diversi compositori.  Merita attenzione anche la visione del video (2010) in cui Mays sperimenta e utilizza creativamente le tecnologie musicali della “Spectrasonic”, facendosi accompagnare dal batterista Alex Acuña.

Coda
Ore 12. A Milano, numerose persone si sono affacciate alle finestre, battendo fragorosamente le mani, percuotendo pentole e suonando clacson e fischietti. Simbolicamente (impiegando usanze ancestrali per allontanare il male), desiderano incoraggiare il lavoro di medici e infermieri, encomiabilmente impegnati a contrastare e a combattere un virus pandemico che sta mettendo in apprensione il mondo. Avendo tali inaspettati e spontanei suoni in sottofondo, invitiamo i lettori a riascoltare le esecuzioni e le composizioni di Lyle Mays, che ci hanno impresso nell’animo una bellezza sonora, capace di esprimere un’infinità di emozioni senza l’uso della parola. Una lezione umana che invita a riflettere sulla forza aggregante e universale della Musica, quale fondamento (spesso inconscio) di tutte le esistenze terrene. Grazie, Lyle, e lunga vita alla tua Arte.



Paolo Mercurio

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