Saluto al sassofonista camerunense Manu Dibango, leone indomabile della musica africana contemporanea


Il 18 marzo aveva fatto sapere che in seguito alla recente ospedalizzazione, dovuta al Covid 19: «si riposa e ritrova la serenità. Chiede di rispettare la sua intimità. Vi chiede, nel periodo difficile che stiamo attraversando, di prendervi cura di voi». Sono state le sue ultime parole pubbliche. Purtroppo, martedì 24 marzo, a ottantasei anni, il compositore e sassofonista Manu Dibango è morto a Parigi per le conseguenze del virus. Era in piena attività: il 14 marzo avrebbe dovuto partecipare al concerto alla Carnegie Hall di New York per celebrare nella stessa serata il sessantesimo compleanno di Agelique Kidjo ed i sessant’anni dell’indipendenza del Benin dalla Francia. Proprio negli anni della decolonizzazione africana, Manu Dibango, nato a Douala (Camerun), muoveva i primi passi da musicista professionista nelle notti di Bruxelles, direttore dell’ensemble a “Les Anges Noirs”, il locale frequentato dai diplomatici congolesi che partecipavano ai negoziati per l’indipendenza del proprio paese. Entrato nell’orchestra di Joseph Kabasele, Le Grand Kalle, registra dischi che accompagnano la transizione, primo fra tutti “Indépendance Cha Cha”, e li portano a suonare in Africa, cominciando dal Congo nell’agosto 1961. 
Qui Manu Dibango e sua moglie Marie-Josée “Coco” prendono in gestione il locale Afro-Negro a Léopoldville, dove lanceranno nel 1962 “Twist A Léo”. L’anno dopo ci provano a Douala con il Tam Tam, operazione azzardata in una città segnata dai coprifuochi. Nel 1965 è di nuovo in Francia. Si fa conoscere con la propria orchestra, ma anche come musicista, alle tastiere e poi al sax, con passaggi televisivi, per esempio nella trasmissione Pulsations, e accompagnando Dick Rivers e Nino Ferrer. Esce allo scoperto nel 1969, con l’album “Saxy Party” e poi sfonda nel 1972. Il Camerun ospita la Coppa d’Africa calcistica e, sui versi di S.M. Eno Belinga a Dibango viene chiesto di mettere in musica l’ “Hymne de la 8e Coupe d'Afrique des Nations”. Cosa incidere per il lato B del 45 giri? Dibango ha in testa un ritornello irresistibile in duala: «ma-mako, ma-ma-sa, mako-mako ssa». Mette insieme un settetto (con Georges Arvanitis al piano) e sforna “Soul Makossa”. Diviene presto una bandiera a New York per dj come David Mancuso e Frankie Crocker, e, con distribuzione Atlantic, impone Dibando all’attenzione generale nel 1973. Da allora non si contano cover, prestiti e plagi, compreso Michael Jackson nel 1983 con “Wanna Be Startin’ Somethin” (per la quale Dibango gli farà causa ottenendo un accordo extragiudiziario). Dibango stesso tornerà ad inciderla, nel 2011 col titolo di "Soul Makossa 2.0" insieme a Wayne Beckford (per l’album “Past Present Future”) e con Les Nubians in "Nü Soul Makossa” (in “Nü Revolution”). Forse la versione più conosciuta è quella che ha condiviso con Youssou N’Dour nel 1994 nell’album “Wakafrika” dove ha incluso anche una rilettura dell’inno (lato a) del 1972, “Mouvement Ewondo”. 
La copertina di quell’album è geniale ed emblematica: una foto dall’alto del musicista ne evidenzia la sagoma del corpo ad evocare la forma del continente africano. E’ un disco che sintetizza la sua missione di ambasciatore della musica africana nel mondo, una musica in continua trasformazione che in Wakafrica chiama a raccolta Ray Phiri (Ladysmith Black Mambazo), King Sunny Ade, Salif Keita, Manu Katche, Peter Gabriel (con“Biko”) ed evoca Babate Olatunji con “Jingo,”. Nella sua biografia “Tre chili di caffè” (1989), scriveva: «Sono un uomo diviso. Nato da due etnie rivali in questo Camerun dove si deve seguire la cultura del padre, non sono mai riuscito ad identificarmi del tutto con uno dei miei genitori. Ho cercato l’incontro con gli altri per aprirmi una via. (...) sono stato un ponte fra mondi». Ha saputo esserlo nel senso più ampio e più profondo del termine, aldilà delle decine di album e migliaia di concerti: dall’incontro giovanile, da poco arrivato in Francia, con Francis Bebey, alle innumerevoli collaborazioni con giganti della musica, da Hugh Masekela, a Fela Kuti, a Herbie Hancock e attraverso l’Atlantico, come in “CubAfrica” con il Cuarteto Patria. 
La sua attività gli era valsa in Francia (nel 2010) il riconoscimento di “chevalier de la Légion d'honneur”. A febbraio il suo ultimo lavoro, “Safari Symphonique” continuava a registrare il tutto esaurito nei teatri e recensioni entusiaste. Scrivevano di lui dopo il concerto di Montpellier: «Oui, Manu Dibango c’est une "fable", il est fabuleux, fête ses 86 ans sans une ride, et il sait aussi bien dire les traditions que parler des questions actuelles… En toute simplicité et convivialité. Avec une musique de légende ! Le pari de ses 60 ans de carrière, ce n’est pas un programme remembrance, mais un défi de jouer autrement, avec les musiciens de son groupe Soul Makossa Gang, mais aussi avec un orchestre». Per inviare messaggi di condoglianze alla famiglia è possibile scrivere a: manu@manudibango.net


Alessio Surian

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