Paolo Angeli | Tenore Murales de Orgosolo – Vinti ‘e maju (ANMA/ReR Megacorp, 2026)

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Da tre decenni Paolo Angeli offre musica come esperienza acustica a 360 gradi, nella straordinaria evoluzione della sua chitarra, nella confluenza di trame mediterranee di corde e voci, in dialogo col canto e la parola, con flamenco, pulsazioni gnawa e gazawi, con ecologie sonore quotidiane e di festa. Come quelle che aprono “Vinti 'e maju”.  Nel 1988, chiudeva un album a carattere “sperimentale” come “Linee di fuga” con “Canto in Re”, preludio alle 240 pagine e 4 cd della monografia che nel 2006 avrebbe dedicato a “La Gara a Chitarra nella Sardegna Settentrionale”. Dieci anni fa, Gianluca Dessì aveva già colto come questi semi stessero facendo germogliare un repertorio sardo ponte fra tempo antico e presente. Il rapporto con la Sardegna si è consolidato nei cinque album pubblicati fra il 2021 e l’anno scorso, da “Jar’a” a “Lema”, passando per “RADE”, “Níjar”, “Jalitah”, con una fertilità e una cura incantevoli per il rapporto fra ricerca, composizione, esecuzione, registrazione. “Vinti 'e maju” porta il suo periplo mediterraneo, musicale, poetico e politico, nel cuore della Sardegna, grazie al sodalizio con il Tenore Murales de Orgosolo: è sufficiente accostarsi al certosino montaggio del video che da forma a “Meriare” per apprezzare l’intreccio di ricerca storica, coralità di voci e testimonianze, musicalità popolare e contemporanea. Ne abbiamo parlato con Paolo Angeli e Maurizio Bassu del Tenore Murales. 

Quando e dove è nato e come si è sviluppata la storia del Tenore Murales? Qual è il vostro approccio al canto a tenore?
Per me e per il solista Franco Corrias il canto a tenore comincia già a metà degli anni ‘80 con formazioni improvvisate come era naturale nella nostra comunità. La nostra formazione di tenore diventa stabile dal 1993, seguendo il modo tipico di canto orgolese, all’interno dell’Associazione Culturale Murales, che comprendeva anche un gruppo di ballo. Nel 2018 abbiamo pubblicato un nostro lavoro sul canto a tenore di Orgosolo, intitolato “No sias isciau” (Non essere schiavo) comprendente un cd con sedici tracce e un libro scritto in tre lingue (sardo, italiano e inglese) in cui cantiamo e raccontiamo il canto a tenore di Orgosolo.  Oggi siamo insieme come Sotziu (Associazione) Tenore Murales che ha al suo interno anche un altro tenore. Avere nella stessa associazione un doppio tenore, per noi significa, oltre che avere dei ricambi, anche continuare, secondo la tradizione orgolese di poter cantare, all’occorrenza, unitariamente con due tenores.

Come e quando avviene l'incontro con Paolo Angeli? In che modo siete arrivati a concepire l’idea di questo album e poi la scelta delle musiche e dei loro arrangiamenti?
Con Paolo Angeli, la sua famiglia e i loro amici, ci siamo conosciuti al Festival “Isole che Parlano”, a cui siamo stati invitati più volte. Filo e tessitore di questa bella amicizia musicale e umana, è stato Antonio Are, grande cantore a tenore di Bolotana e uomo di profonda cultura. L’album nasce dopo una serie di concerti dal vivo, ma prima c’è stato l’incontro attento e rispettoso tra due arti, il canto a tenore e il canto a chitarra, due forti radici e identità, condividendo una lettura critica della storia della Sardegna e, infine, mettendoci in viaggio con la musica. La scelta delle musiche, dei testi, è frutto di un lavoro collettivo, gli arrangiamenti e, infine, la composizione del mosaico è frutto dell’ingegno di Paolo e di Manuela.

Alcuni brani rimandano esplicitamente a forme di danza tradizionali: vuoi raccontarci come avete selezionato e arrangiato questi repertori?
Non abbiamo fatto grandi ricerche, abbiamo semplicemente riproposto i ritmi e le danze delle nostre comunità in festa, anche questa è un’affermazione di identità. Noi abbiamo le nostre danze come ogni popolo ha le sue e ciò fa parte di quella cultura che vuole incontrarsi, ma non omologarsi. Crediamo che la diversità sia ricchezza. Crediamo nella “convivialità delle differenze”.

L’album con Paolo Angeli è esplicitamente narrativo e politico: che tipo di testi/narratori avete voluto includere? Cosa li lega e cosa li differenzia?
All’inizio, dopo l’approdo della nave sull’isola, si inizia con il sonetto “No sias isciau” che vuol dire “Non essere schiavo”. È una poesia sull’importanza di conservare la lingua, la lingua è sinonimo di cultura, cultura di un popolo, di una comunità. Così “non essere schiavo” si potrebbe tradurre come “Sii te stesso, il meglio di ciò che sei”. La tua ricchezza è il tuo essere unico come persona, come comunità. Prendere coscienza di questo è già una forma di lotta contro l’omologazione consumistica e coloniale. 

Raccontare la Sardegna è anche affrontare i temi della colonizzazione, della guerra e della pace: cosa possiamo imparare oggi da brani come “Sa Lota ‘e Pratobello”?
Una cultura millenaria, qualcosa che ti è stata donata da chi ha vissuto prima di te, come puoi relegarla in un angolo in nome di una presunta e imposta modernità. Ogni cultura va rispettata, cioè va incontrata in dialogo; non vorrei citare gli indiani d’America, cito solo Fabrizio De André che nel suo album che contiene “Hotel Supramonte” fa un parallelo tra i sardi e gli indiani d’ America. La lotta di Pratobello è una bella pagina di storia della comunità di Orgosolo dove un gruppo di giovani è riuscito a coinvolgere
un’intera comunità (generazioni diverse) in una lotta pacifica per affermare il diritto all’autodeterminazione. El pueblo unido jamas serà vencido!

Cosa racconta il documentario che uscirà sulla lavorazione dell’album?
Che la Sardegna è quasi un continente da incontrare e conoscere.

Come si stanno modificando le pratiche del canto a tenore in Sardegna?
Credo che il cantare sui palchi abbia in qualche modo intaccato l’ambiente naturale in cui il tenore nasceva: cantare per strada, al bar, in una casa, anche se oggi questi ambienti sono inquinati dal rumore, non solo del traffico, ma anche dalla musica ad alto volume. L’obiettivo è poter cantare sul palco con la stessa naturalezza con cui si canta dove il tenore nasce, dove tutte le voci si possono esprimere secondo le emozioni che si creano durante quel piccolo e sempre improvvisato concerto che è il tenore, dove c’è il solista che è anche il direttore di quell’orchestra costituita da basso, contra e mezzavoce.

Come e quando farete ascoltare dal vivo il repertorio dell’album?
Speriamo presto, anche per condividere con chi vorrà ascoltare il nostro viaggio verso l’Isola che c’è.

Intervista a Paolo Angeli

Quando hai ascoltato per la prima volta le registrazioni di cinquant’anni fa di Marcello Melis con il Gruppo Rubano e come si è modificato nel tempo questo ascolto?
È un album fondamentale per chi cerca un approccio tra free jazz e tradizione. Lo ascoltai per la prima volta negli anni universitari. Poi l’ho riascoltato durante gli anni, fino ad arrivare alla collaborazione con il tenore. “The new village on the left” è una visione. Allo stesso tempo ha il limite della fusione a freddo. Mi spiego meglio. Melis è a tutti gli effetti un compositore che fa incontrare, a tavolino, il canto tradizionale con il free. Le parti del Tenore sono preregistrate, quindi l’interazione avviene a senso unico. Le parti più riuscite sono in “Annex B” - la band suona ricreando l’impianto vocale della polivocalità barbaricina - o in “Fifth House”, in cui Don Moye coglie la pulsazione del basso gutturale e sviluppa il fraseggio poliritmico.  Ma, ribadisco, il tenore non ha suonato insieme al quartetto. Il progetto è stato realizzato in studio e, di fatto, si tratta di un’interazione con un nastro magnetico. Trovo che sia un incontro molto coraggioso, esteticamente riuscitissimo, e in linea con lo spirito innovatore degli anni ’70.

Come e quando nasce il tuo rapporto con Orgosolo e con il Tenore Murales?
Orgosolo per tutti noi sardi è un luogo circondato dal mito. Già da bambino mio padre ci portava, per conoscere la storia dei murales, e, conseguentemente, ripercorrere la storia della nostra terra e la sua memoria. Con il Tenore Murales c’è stata una cottura a fuoco lento, dilatata nel tempo. Ci siamo conosciuti al nostro festival, Isole che Parlano, grazie ad Antonio Are (basso del tenore di Bolothana, a cui abbiamo dedicato l’album). È nata una grande amicizia e una complicità, direi necessaria per avventurarci nell’esplorazione di nuovi linguaggi. Quando Salvatore Corona, Dromos Festival, mi ha chiesto una produzione originale con un coro tradizionale, non ho avuto dubbi: volevo lavorare con il Tenore di Orgosolo. La scelta era legata all’affinità umana e, allo stesso tempo, al rischio che comporta un’operazione che innesca sentieri di libertà. Franco Corrias, il solista del tenore, mi ha ascoltato in un concerto in solo al Museo Nivola, intuendo il potenziale di un incontro. Non pensavo accettassero ma, con mia sorpresa, c’è stato da subito tanto entusiasmo. Le caratteristiche del loro canto permettono di interagire con le parti del solista, avendo una maggiore libertà sull’ambito armonico. Ma questo avviene grazie a una profonda fiducia umana. Solo con questo approccio paritario, orizzontale, abbiamo potuto raggiungere l’esito di “Vinti ‘e Maju”, creato in composizione collettiva.

Come avete concepito l’idea di questo album e poi la scelta delle musiche e dei loro arrangiamenti?
“Vinti! e Maju” non è un esperimento: è un qualcosa di nuovo che nasce e nel quale ci si sente a casa, ci si identifica. È un punto di convergenza tra identità molto forti, che abbandonano il terreno convenzionale per esplorare sentieri nuovi. Volevamo che affiorasse la storia della nostra terra, un’isola nel cuore del mediterraneo che, nel colonizzarla, gli spagnoli avevano definito come terra di Pocos, locos e malunidos. Insieme abbiamo cercato di esplicitare la meraviglia e la magia dei nostri incontri consequenziali, all’interno dei quali convergevano la memoria delle nostre esperienze umane e canore. L’obiettivo era raccontare una storia e narrare attraverso la musica un viaggio: quello del popolo sardo, avvolto da una meta-riflessione su concetti quali emigrazione, lingua, neocolonialismo, identità. Abbiamo voluto ripercorrere la storia del ‘900, con lo sguardo dal punto di vista dell’isola, accompagnandola con i nostri suoni. In realtà gli arrangiamenti hanno una grande libertà di approccio. Ogni concerto, pur avendo una griglia e una drammaturgia, permette un approccio libero e creativo alle diverse tipologie canore che indaghiamo.

Alcuni brani rimandano esplicitamente a forme di danza tradizionali: vuoi raccontarci come avete selezionato e arrangiato questi repertori?
Essenzialmente abbiamo lavorato sulle tipologie tradizionali di Orgosolo e, in un secondo momento, abbiamo scelto quelle che si adattassero meglio alla stesura delle narrazioni e alle interazioni strumentali. Nell’album trovi sia forme legate alla danza (Vardeina, Passu Torrau, Ballu Hantau, Sa Lestra), alle serenate, alla questua, al semplice divertimento canoro o come canto di scherno (Amutos). Poi ci sono le influenze gallurese della Tasgia e del Baddu a Passu, e su Fa diesis, del repertorio del canto a chitarra. Abbiamo inoltre le transizioni, per lo più aperte ai sentieri dell’improvvisazione. Ma la stessa è presente anche internamente alle diverse tipologie: sia in termini di libertà di variazione dei cantori, sia nei raccordi tra i brani. Sintetizzando abbiamo lavorato creando una lunga suite, la cui sequenza è composta, ma che vive nei concerti con estrema libertà esecutiva. Il ruolo di Marti Jane Robertson nella post produzione in mixing, è stato determinante per mantenere un equilibrio tra suono acustico, nella sua purezza, e voci filtrate da distorsori, evocando la memoria uditiva delle nostre feste popolari, con le trombe geloso.

Quest’album è forse il tuo/vostro lavoro più esplicitamente narrativo e politico: che tipo di testi/narratori avete voluto includere? Cosa li lega e cosa li differenzia?
Come ti dicevo, il filo che unisce le poesie scelte per “Vinti ‘e Maju”, è uno spaccato di quanto è avvenuto dell’isola nel corso del ‘900. Abbiamo scelto i poeti che hanno tracciato con grande emotività il quadro socio-culturale del secolo scorso. In Sardegna abbiamo sempre avuto una conoscenza globale, con un punto di vista locale. Evidenzio la necessità di collocarci come cantori della parte giusta della storia. Si parla di cultura della pace e diversità. Per capire la scelta dei testi, dobbiamo necessariamente calarci nell’approccio dello stato. La Sardegna è terra-colonia: è luogo di riciclo di un’industria desueta, che ha sostituito villaggi di pescatori con impianti del petrolchimico, campi e paesaggi meravigliosi sostituiti con aree per esercitazioni militari internazionali, isole inabitate con basi USA. Nel nostro agro, come ad esempio a Quirra, sono state sperimentate armi all’uranio arricchito, compromettendo il territorio e la transumanza delle greggi. Contemporaneamente, permettimi la battuta, osserviamo da decenni i nuovi Saraceni, portatori di un soft power, legato al ricatto del benessere. Negli anni ’60, quella che è la parte attualmente più ricca e benestante dell’Isola, la Gallura, conosce l’arrivo della Costa Smeralda e, in successione, nascono come i funghi, insediamenti turistici speculativi. Le terre vengono sottratte ai pastori e ai contadini galluresi, acquistati per due lire, facendo leva sulla mancanza di conoscenza del valore
economico delle aree costiere. L’iconografia delle stele delle tombe dei giganti, i nostri monumenti funerari dell’età del bronzo, sono ora sostituite da massi eretti come menhir, con le scritte che rinominano i territori: Monti di Mola ora è la Costa Smeralda. L’elemento che lega i poeti è l’aderenza a una poesia sociale; quello che li differenzia è che sono poeti di periodici storici diversi, con una spiccata differenza stilistica nello scrivere. Orgosolo ha da sempre cantato il presente, ha scelto la poesia contemporanea, contrapponendola alle arcadiche tortorelle dei poemi ottocenteschi. Poesia scritta, a tavolino, composta, anche dei membri stessi del Tenore Murales, in questo caso da Maurizio Bassu, contro la guerra e l’oligarchia delle multinazionali.

Raccontare la Sardegna è anche affrontare i temi della colonizzazione, della guerra e della pace: cosa possiamo imparare oggi da brani come “Sa Lota ‘e Pratobello”?
Quello che si impara da “Pratobello” è che, se siamo uniti, possiamo scegliere pacificamente il nostro futuro: il diritto all’autodeterminazione. Possiamo cogliere la forza dei movimenti pacifisti, dell’internazionale socialista, di una visione di sinistra comunitaria in grado di radicarsi nei piccoli centri e partire da una visione locale, da dei Murales, per esprimere dissenso e posizionarsi con senso critico su concetti globali. Siamo la culla delle civiltà del mediterraneo, una delle regioni a più alta densità archeologica. La cultura nuragica, 1800 a.c., rappresenta uno dei misteri del mediterraneo. Eppure, da sempre si è cercato di scardinare il senso di storicizzare la nostra cultura, siamo stati stigmatizzati come banditi e come terra da dare in pasto alle servitù militari.  “Sa Lota ‘e Partiobello” racconta la lotta dei pastori e la comunità di Orgosolo contro l’installazione di un poligono di tiro nelle aree del pascolo comunitario. La lotta pacifica di un’intera comunità contro le ragioni di Stato. Tutt’ora rappresenta una delle pagine più belle ed emozionanti della nostra storia. Donne, bambini, vecchi, comunisti e cattolici, anarchici e preti, uniti insieme, per lottare a sostegno dei pastori. Esiste un gap culturale ogni qualvolta si cerchi di spiegare che, essere sardo, avere un sentimento di appartenenza, non equivale a sentirsi migliori. Semplicemente ci sentiamo diversi. Siamo consapevoli di essere da sempre un popolo, il cui futuro è stato deciso altrove.

Voci e strumenti musicali interagiscono in alcuni brani con registrazioni ambientali e d’archivio: come sono avvenute e che ruolo giocano nell’ecologia dei singoli brani e dell’intero lavoro?
Volevamo dare al disco un orientamento cinematografico, esplicitare in alcuni momenti, le suggestioni che sono state alla base del racconto, che abbiamo tracciato con i testi e con la musica. Per fare un esempio in “Mesaustu” (Ferragosto, una delle feste più amate dalla comunità di Orgosolo), cerchiamo di dipingere l’arrivo in porto, il ritorno a casa.  Si sentono i suoni delle sirene che segnalano l’arrivo in porto, realizzate con la mia chitarra. Queste si fondono con i sonagli dei cavalli, delle traccas, i carri a buoi. Sono i suoni delle nostre feste, che sia Efisio, Antioco o Simplicio, o l’assunta, poco conta. Sbarcato dalla nave il protagonista arriva nel cuore della Sardegna con un bus. La nostra memoria corre verso i colori della festa, verso la celebrazione dell’incontro tra tutte le identità che compongono la gioiosa diversità del nostro essere Isola - continente. Le immagini scorrono con colori da film domestici in super otto. E li affiorano le declamazioni del Rosario delle prioresse di Orgosolo, grazie alle registrazioni del 1956 di Nataletti, che si innestano sul gioco de sa murra. O, ancora, i dialoghi estratti dai documentari sull’avvento della Costa Smeralda e sulla forma neocoloniale di intendere il nostro territorio. Sono suoni che fanno detonare la sfera emotiva, ad esempio quando Sa Lota ‘e Pratobello è narrata dalla voce di una delle protagoniste dell’epoca, Zia Mariangela Noli. 

Cosa fotografa quest’album rispetto all’evoluzione del tuo modo di suonare e di cantare?
È un modo di suonare maggiormente vincolato ai miei compagni di viaggio, quasi si trattasse di una musica che interagisce con una partitura cangiante, definita dalle variazioni del solista. Forse è l’album in cui sono maggiormente cantore. Parlo dei brani i cui canto (“La Fola”, “Tramuda”, “Muri”). Non solo nel vero senso della parola, perché anche negli altri brani, in cui improvviso con la chitarra – con continui salti tra gli ambiti delle voci del Tenore – assumo una modalità canora.  Il disco presenta una delle tante esecuzioni possibili. Se domani ci trovassimo su un palco a eseguire “Vinti ‘e Maju”, risulterebbe differente, con un’evoluzione interna dei canti, che non calca la registrazione. 

“La Fola” riprende il filo del tuo rapporto con il flamenco: che ruolo ha in questo contesto? In che modo continua il tuo studio di questa musica?
Per me il flamenco è l’acqua che scorre e bevo in Spagna, la mia seconda casa. È inevitabile che condizioni l’espressione del mio essere musicista. Quella che eseguo, è una tipologia canora a cui sono molto legato.  Fa parte del repertorio del canto a chitarra e viene chiamato Su Fa Diesis. Ha risoluzioni che richiamano il flamenco ma si tratta di un brano inserito nel repertorio della Gara a Chitarra negli anni ’60.  Ho cercato di fare emergere la mia radice iberica soprattutto nell’introduzione, riportandolo sui sentieri de
“La Leyenda del Tiempo” di Camaron, con il suono che ricorda il sitar. 

Cosa racconta il documentario che uscirà sulla lavorazione dell’album e come avete interagito con le riprese?
Abbiamo avuto la fortuna di avere un’intuizione, chiedendo da subito ad Alberto Diana di seguire con le riprese i nostri incontri. Lui è stato di estrema discrezione: era quasi invisibile e non ha condizionato la naturalezza del nostro incontro.  Questo ha permesso di cogliere la genesi di “Vinti ‘e Maju” nella sua spontaneità. Il documentario racconterà la naturalezza delle prove, i dubbi, l’evoluzione creativa delle idee. Poi ci sarà la parte più riflessiva del dopo, ossia, quello che si metabolizza con i live, o con gli ascolti dopo la pubblicazione del disco e che porta ad una meta riflessione su “Vinti ‘e Maju”.

Come si stanno modificando le pratiche del canto a tenore in Sardegna?
Il palco ha cambiato e modificato tutto. Già da decenni si è persa la modalità esclusiva di cantare in cerchio e, sulla scena, ci si presenta con il solista separato dal Tenore. Per chi ha avuto il lusso di ascoltare il Canto a Tenore risuonare in uno spazio chiuso, avvolti dagli armonici che risuonano in tutta la loro forza, difficilmente proverà la stessa intensità emotiva nella dimensione ‘da palco’. Credo che negli altri contesti, non ci sia una restituzione della sua complessità e delle variazioni che si innescano nell’intimità dei contesti in cui questa musica si è sviluppata. Oserei dire che esistono due modalità esecutive: il Tenore da palco, il Tenore de Tzilleri. Ho avuto non poca difficoltà a produrre un album conoscendo quanto i miei compagni di strada avrebbero apportato con ulteriori variazioni. Il canto si trasforma nell’interazione con i cantori, con il contesto, con l’umore, con l’acustica. È un elemento vivo che pulsa nella società. Ma credo che Maurizio possa rispondere con maggiore precisione a questa domanda.

Come e quando farete ascoltare dal vivo il repertorio dell’album?
Abbiamo già presentato dal vivo il repertorio. Una vera e propria presentazione dell’album si terrà nei mesi estivi, con uno sviluppo più organico in autunno e inverno.

Condividi con noi qualche anticipazione sul prossimo Isole che Parlano?
Raggiungiamo il traguardo della trentesima edizione. Devo dire che stiamo vivendo un momento splendido di riscoperta delle musiche con radici nelle culture popolari. Ci sarà uno zoom sulla musica tradizionale sarda, espressa nel canto a tenore, le derive contemporanee dei Nuarha, di Davide Ambrogio, la musica strumentale del duo Sara Fontan, il canto a cappella delle catalane Tarta Relena, la forza ritmica della portoghese Ana Lua Caiano, l’essenzialità elegante dei Bitoi, l’organetto e le danze di Pierpaolo Vacca, il beat dei Freak Motel e tanti altri protagonisti. Sarà una festa imperdibile che corona un percorso meraviglioso di trent’anni di storia culturale condiviso con Nanni Angeli e l’Associazione Sarditudine.


Alessio Surian

Paolo Angeli | Tenore Murales de Orgosolo – Vinti ‘e maju (ANMA/ReR Megacorp, 2026)
Quando si ascolta Paolo Angeli, e si percorre con lui la trama fitta delle corde della sua chitarra, si ha la sensazione di toccare l’avanguardia, di vederla per il tempo di un album o di una canzone, di sentire proprio quel brivido dell’anticipo, del futuro. Non perché ci si impiglia in quella sensazione di stupore nel vedere come è riuscito a rigenerare il suono della chitarra: non è lo stupore per la tecnica e la complessità, sia organologia che esecutiva che lo ha reso un artista riconosciuto in tutto il mondo. È piuttosto lo stupore per la tenacia e la visione che Angeli continua a tracciare, a rappresentare a plastificare dentro un discorso artistico che – letteralmente  – non ha (perché non potrebbe averne) confini. L’avanguardia che genera la sua stessa postura, quando imbraccia la sua chitarra sarda preparata, è il paradigma di una musica totale, della dedizione necessaria alla creazione e alla verifica di tutte le possibilità, di una posizione artistica che, nella sua piena funzione politica e culturale, deve riempire ogni nota con un sentimento nuovo. Ora, se ci fermiamo a riflettere su questa posizione, comprendiamo (ancora una volta, tocchiamo) il paradosso della musica di Angeli: è nuova e antica. Perché nasce dalla novità del suo strumento (sul quale tanto si è detto e al quale tanto è stato riconosciuto dagli artisti più innovativi e, allo tesso tempo, più differenti, per tradizione e interpretazione, del panorama musicale internazionale): semplicemente (lasciamo passare il termine) un’orchestra suonata da un solo musicista e basata su corde, percussioni, bordoni e polivocalità. Antica perché si parte dalla chitarra sarda, mai interpretata da Angeli dentro un paradigma localistico ma, al contrario, come un paradigma imprescindibile, una specie di regola. Un contenitore profondissimo da cui raccogliere storia e storie, per amplificarne i significati e trasformarne i suoni, per elaborarne un nuovo significato contemporaneo, extra-locale e, quindi, avanguardistico. Questo percorso ha attraversato il mondo intero, come dimostrano le tante collaborazioni che puntellano la sua ricca discografia, e ha interessato - sempre in un programma di confronto e collaborazione - anche la sua Sardegna. Innanzitutto con “Isole che parlano”, il festival nato proprio per sperimentare le possibili relazioni tra i repertori tradizionali sardi e le avanguardie artistiche, e poi con album e pubblicazioni che, seppur con impianti differenti, sono andati proprio in quella direzione (ricordiamo “Canto in Re”, il volume dedicato al canto a chitarra gallurese e logudorese, a cui sono allegati 4 dischi di registrazioni storiche, “Giornale di bordo”, con Gavino Murgia, Antonello Salis e Hamid Drake, così come “Sardinian Liturgy”). In questa occasione, l’incontro è tutto sardo e vede Angeli e i Tenore Murales di Orgosolo che riflettono sulla storia dell’isola, con l’intenzione di tracciare un profilo socio-politico della posizione della Sardegna in relazione alle proprie tradizioni espressive e, allo stesso tempo, alle incursioni dall’esterno. Come si può leggere nell’intervista, sia Paolo Angeli che Maurizio Bassu, sa hontra del quintetto di Orgosolo, interpretano l’album in due modi principali. Da un lato riconducendolo alla necessità di puntare i piedi sulla storia culturale e politica che si intreccia ovviamente alle espressioni sonore e alle tradizioni dell’isola (ci dice Bassu che prendere coscienza della propria storia, passando anche dalla conoscenza e dalla conservazione della propria lingua, è “una forma di lotta contro l’omologazione”), dall’altro fare quello che i musicisti fanno, cioè guardarsi a vicenda e sperimentare i linguaggi nuovi. Come dicevamo all’inizio, la sperimentazione, così come l’avanguardia, ha bisogno sì di un programma, ma ne ha altrettanto di una storia condivisa, un contenitore profondo e capiente, al quale si possa attingere per generare qualcosa che assomigli a una ripartenza. Anche se questo concetto non è del tutto centrale nell’album “Venti ‘e Maju” – perché l’ascolto dei tredici brani in scaletta suggerisce anche l’idea di un ritorno critico, e quindi di un movimento sospinto da una prospettiva più circolare, ampia e consapevole – è verosimile che, per ciò che ci dicono gli autori, è stato presente nel processo di elaborazione e continuerà ad esserlo nelle forme che assumerà nelle presentazioni dal vivo. Allo stesso modo e con la stessa tenacia, il concetto di libertà di espressione – che ha a che fare con la famosa autonomia artistica e intellettuale (che non ci sembra, nel contesto generale della produzione musicale, del tutto scontata) – si pone al centro di questo bellissimo lavoro. Diciamo questo in chiusura, perché quel concetto lì ci attrae forse più degli altri. Non solo perché, al di là del peso retorico che acriticamente e molto convenzionalmente gli si attacca addosso, mantiene la carica primaria della produzione musicale, ma soprattutto perché emerge in modo netto sia dall’intervista che dall’album. Alcune considerazioni degli artisti non vanno sottovalutate: sono quelle incastonate nel loro modo di suonare e nelle forme che assumono le loro espressioni elegiache. E - al di là dei successi discografici e della loro capacità di penetrare l’immaginario collettivo - sono antenne a cui possiamo affidarci per sostenere le nostre percezioni. E forse solo loro, che possono cantare e suonare brani come “Sa Lota ‘e Pratobello”, possono provvedere a una necessaria misurazione del presente.


Daniele Cestellini

Foto di Emanuela Porceddu (1) e Francesco De Faveri (2-9)

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