Paolo Angeli – Jar’a (Rer megacorp/AnMa, 2021)

Paolo Angeli è cresciuto nella Sardegna Settentrionale, a Palau, dove ha incontrato le tradizioni di canto e di chitarra e il felice connubio fra questi due strumenti. E dove organizza dal 1996 il festival “Isole che Parlano”. Ha coltivato i suoi interessi musicali immergendosi tanto nelle tradizioni popolari, quanto nelle diverse forme dell’avanguardia e dell’elaborazione del suono. Da queste esperienze diversificate ha tratto ispirazione e idee inventive per modificare la sua chitarra baritono sarda a 18 corde. Con questo strumento è regolarmente nel cartellone delle più prestigiose sale da concerto e dei migliori festival in tutto il mondo, a partire da quindici splendidi album registrati dal 1995 ad oggi. Dopo essersi trasferito nel 1989 a Bologna, ha scelto Barcellona come base per la sua attività. Del nuovo disco ha detto: “Questo è il mio ritorno in superficie, protetto dal polmone del mare, stanco, consumato dalla salsedine e dal tempo, tra raffiche mai domate. Completo l’apnea in 'unu Sùlu', un soffio, come la risalita di un delfino o di un gigante del mare. Affido alla memoria delle alghe, e alle praterie di posidonia, un canto che è sentore antico. In posizione fetale...nella Giara, culla della spiritualità del nostro popolo...”. Nell’intervista Paolo Angeli racconta di sé, della sua ricerca, del suo nuovo album e del festival che dirige, dialogano costante tra tradizioni e avanguardie di scena in luoghi particolarmente significativi per la storia e la cultura del territorio del nord della Sardegna nordorientale.

“Jar’a” è il tuo undicesimo album da solista: quali sono gli elementi di continuità e quali gli elementi di discontinuità fra questi tuoi lavori?
Se dovessi individuare un album in continuità con “Jar’a” ti direi “Tibi”, dove c’erano già in fase embrionale le atmosfere drone ed un mixaggio in 5.1 che portava su territori inesplorati la chitarra contemporanea e, per la parte vocale, il brano “Andira”, contenuto in “22.22 Free Radiohead”. 
Il vero punto che rende “Jar’a” un nuovo approdo nel mio percorso, è sicuramente l’utilizzo dei tape delay come ulteriore tessitura narrativa. È la prima volta che, in un mio album in solo, il suono è così caratterizzato timbricamente e filtrato. In tal senso nel disco si ha un’esposizione su due piani.  Quello che amo di questo album è l’orchestrazione: non c’è nessun virtuosismo, se non quello ‘celebrale’ che permette di controllare i movimenti del corpo, per ottenere un’orchestrazione cangiante. Un altro aspetto nuovo, rispetto alla scrittura degli ultimi lavori, è l’assenza di struttura chiusa. “Jar’a” è suddivisa in movimenti ma ha una scrittura lineare, in cui le melodie non trovano una risoluzione, sono esposte in continua variazione, con l’improvvisazione come collegamento. Come ultimo elemento citerei la vocalità: è totalmente organica con il resto dei suoni e non più un semplice colore timbrico, come avveniva nei precedenti lavori, in cui facevo riferimento ad aree specifiche del repertorio tradizionale, senza destrutturare radicalmente il canto sardo.

Vogliamo tornare su “22.22 Free Radiohead”?
Nasce come esigenza di rapportarmi ad una musica immediata, legata alla forma canzone per, in seconda battuta, smantellare la struttura formale ed approdare ad un grande arazzo, in cui la musica della band dell’Oxfordshire viene dilatata attraverso l’improvvisazione libera. È stato come costruire un puzzle, che dal vivo assume in ogni concerto una forma differente. In qualche modo è stato come ricomporre la musica dei Radiohead, quasi si trattasse di lavorare con dei ritagli delle loro melodie, armonie, strutture ritmiche, per poi assemblare tutto in modo diverso. Sicuramente ci sono brani, come “Airbag”, che risultano più riconoscibili. Altri, come “Icaro-Nude”, anticipano certa solennità epica che è presente in “Jar'a” e il brano “Andira”, come ti dicevo, anticipa la modalità di approccio alla tradizione sarda, in una direzione post-rock.

Da oltre quindici anni risiedi a Barcellona, una città che ha vissuto cambiamenti e tensioni importanti: in che modo il tuo rapporto con il luogo in cui vivi ha influito sul tuo lavoro?
Barcellona, nel bene e nel male, è una città che cambia continuamente. Quando sembra in una fase di stasi, rinasce e ti regala nuovi stimoli. Musicalmente è un punto di approdo di musicisti di tutta l’area del mediterraneo (un aspetto che ha caratterizzato molto le ispirazioni di “Sale Quanto Basta” e “S’U”). Poi c’è una fantastica scena legata al flamenco, che ho vissuto per un decennio con grande intensità. 
Alla fine del 2019 ho iniziato a seguire i concerti legati alla musica elettronica e sono stato rapito dal solo di Suzanne Ciani, pioniera dei sintetizzatori analogici. Quello che mi ha colpito, parallelamente al concerto in diffusione quadrifonica, è stata la similitudine tra natura e elettronica. Se ci pensi, il rumore bianco del mare lungo che si infrange sulle secche, non è diverso dai filtri aperti di un sintetizzatore. Poco dopo il concerto ho visitato il laboratorio sperimentale che aveva curato il live: l’idea era quella di realizzare una produzione con il suono spazializzato che andasse oltre la stereofonia, puntando ad una diffusione a 360 grandi e ad un ascolto immersivo, pianificando il movimento e componendo il materiale per quell’idea di diffusione sonora. Avevamo anche avviato una ricerca per permettere un tour con queste caratteristiche (in formato quadrifonico).” Jar’a” quindi è iniziato come un percorso legato allo spazio, agli elementi musicali disposti in punti diversi, come avviene quando un’orchestra è posizionata sul palco, ma potenziata dal movimento generato dai panner sui delay e alcuni pickup dello strumento.  Come vedi la stessa città mi ha trascinato nei territori del flamenco, per poi trasportarmi ai confini con la musica elettronica. Questo dinamismo artistico è in controtendenza con l’immobilismo a cui si assiste in ambito politico, caratterizzato da un decennio da un fanatico provincialismo, spesso razzista, di certe frange indipendentiste, antitetico con la natura meticcia di Barcellona. Basta citare un aneddoto: sostengono che Leonardo Da Vinci è catalano (per costruire un’identità gloriosa del passato).

“Jar’a” è particolarmente curato anche dal punto di vista grafico: come sono nate le idee riguardo alle foto e alla grafica dell'album e come avete lavorato con Federico Crisa, Nanni Angeli e Emanuela Porceddu?
Mi piace la casualità degli eventi. Stimo tantissimo Crisa e la sua visione contemporanea del mondo sommerso: sa essere ancestrale e all’avanguardia. Prima ancora di aver iniziato a lavorare sul progetto grafico, ho ricevuto da lui il mio ritratto. Mi ha emozionato questa immagine di un uomo ciclopico, con un occhio enorme e una chitarra che sembra quasi un guscio di noce. Ho pensato che fosse in perfetta sintonia con le musiche dell’album. Ho chiesto a Nanni – con cui collaboro dagli esordi, insieme ad Ale Sordi, alle grafiche dei miei progetti – di realizzare uno shooting tra i banchi di posidonia e, allo stesso tempo, lui ha sviluppato un minimalismo fotografico centrato su quello che è il polmone del mare. Volevo che “Jar’a” – che fa riferimento alle Giara di Gesturi e di Serri, una delle aree più ancestrali della Sardegna che conserva il Santuario Nuragico di Santa Vittoria – rispecchiasse un senso di stratificazione e di memoria laica in relazione al mare, il mio elemento naturale primario. “Jar’a” costituisce l’immagine di un ritorno in superficie dal mondo sommerso e, allo stesso tempo, è un’indagine per riscoprire chi sono, un viaggio introspettivo che ha a che fare con tanti elementi che si sviluppano in parallelo. Penso che tutto questo emerga nitidamente nel ritratto del mio viso scolpito dal fango e dal sale, avvolto dalla posidonia, uno scatto bellissimo di Emanuela Porceddu di alcuni anni fa. Lei, con il marchio Manuche, cura anche le serigrafie della produzione deluxe del vinile ed è il braccio destro delle produzioni AnMa, l’etichetta con cui, insieme alla ReR Megacorp di Cris Cutler, realizzo i miei album. Mi ritengo fortunato ad avere un team così affiatato da tanti anni e che ci siano costantemente nuovi incontri che fanno nascere, con semplicità e naturalezza, le grafiche dei miei album. Il cuore è l’autoproduzione, la possibilità di far incontrare e germogliare diverse sinergie creative.

Come è nata la collaborazione con Marti Jane Robertson e come descriveresti il suo contributo all’album?
Stai citando un altro incontro magico. Conoscevo Marti Jane come una figura leggendaria. Ho provato a contattarla con la consapevolezza che, fino a quel punto, per la prima volta, avevo lavorato da solo alla realizzazione del disco, registrandolo nella mia stanza-studio di Barcellona e mixandolo in solitudine tra Gergei e La Maddalena. Di fatto quando ci siamo incontrati il mix era ultimato, per cui Marti ha realizzato il mastering con, da parte mia, un’unica indicazione: il suono doveva sfondare la porta della tridimensionalità. L’incontro è di quelli che lasciano un segno. Marti è riuscita a far riaffiorare tanti piccoli dettagli – che  ‘affogavano’ nel mixing e che ora emergono nello spettro sonoro (soprattutto nell’ascolto in cuffia) – e, allo stesso tempo, a rispettare la mia estetica di suono. In questi piccoli accorgimenti si svela il grande professionista, capace di cogliere la poetica di un musicista e sublimarla sul piano tecnico. Sono molto contento dell’inizio di questa collaborazione che sicuramente proseguirà nel tempo.

Nel tuo percorso musicale hai saputo coltivare il rapporto con le diverse declinazioni del canto sardo: come leggi questo rapporto e il contributo di Omar Bandinu e della tua stessa voce a “Jar’a”?
Questo è il secondo punto di innovazione di “Jar’a”, probabilmente il più marcato. Inizialmente il brano “Sùlu” era interamente strumentale. Quando ho ultimato il mix, sentivo la necessità di cantare in prima persona e, allo stesso tempo, pensavo di coinvolgere un gruppo ‘a Tenore’. Ma non volevo fare forzature: se coinvolgi un coro, è come relazionare un’architettura contemporanea ad un nuraghe. Viceversa, se coinvolgi un musicista che si mette in gioco come un improvvisatore, ecco che riesci ad arrivare ad un incontro dinamico e ad incontrarti su un terreno differente. Omar è stato straordinario nel riuscire a cogliere lo spirito del brano e ad abbandonare i confortevoli sentieri della tradizione, per sperimentare una vocalità ancestrale in relazione ad un contesto post-rock. A mia volta ho cercato di abbandonare una visione tradizionale del canto gallurese e logudorese. Le melodie sono per lo più improvvisate e filtrate con l’obiettivo di avvicinarle timbricamente al suono delle trombe geloso. Mi colpisce la percezione di ascoltare un suono quasi pop, quando in realtà l’obiettivo era lavorare sulle sonorità molto amate dai cantori folk sardi negli anni ’70.  Il tutto è stato poi lavorato in editing in modo simile a come Björk si è approcciata alle voci nell’album Medulla. Il concetto inedito è stato mettere insieme tre tradizioni normalmente non comunicanti: Il tenore, la tasgia (politonalità del nord Sardegna) e il cuncordu (canti religiosi), il Cantu a ghiterra. 
Tutto questo senza avere paura di fondere gli elementi, come fece a suo tempo Enrique Morente nel clamoroso primo movimento dell’album Omega, in cui l’urlo lacerante del flamenco si sposa con il larsen delle chitarre elettriche e i campionamenti dei grandi cantaor del passato. 

Nel disco non fai alcun utilizzo di sovraincisioni o loop: attraverso i sei movimenti della suite, oltre alle due voci, dialogano soprattutto l'elettronica e la tua chitarra: cosa rappresentano questi sei passaggi e quali evoluzioni recenti registrano nel tuo personale approccio a questi “materiali” musicali?
Trovo nel loop un grande limite per la sua immobilità: nessun esecutore suonerebbe la stessa melodia sempre in modo identico. Viceversa, amo i tape delay perché hanno un suono organico che si sporca e evoca un magma cangiante. Partirei dall’orchestrazione offerta dall’approccio a quattro arti. I martelletti, simili a quelli del pianoforte, sono azionati da 6 pedali meccanici (uno per corda). Il congegno è amplificato con un pickup, per cui si sente ogni dettaglio della pulsazione, quasi come lo scandire di un ‘compas’ da parte di un bailaor flamenco. Sul tallone ho un altro pickup, per cui posso ottenere il suono di una gran cassa. Su questa base ritmica – arricchita dal suono che amo molto delle buste in plastica, posizionate sotto le pedaliere – posso suonare da chitarrista, da violoncellista, usare le eliche per i suoni tenuti ed i crescendo, azionare una seconda elica per le 8 corde di risonanza (una piccola arpa), intervenire sulle 4 corde di sitar per realizzare sonorità noise di ambientazione sonora. Ogni elemento è spazializzato, perché ogni corda ha un suo output. Per fare un esempio, posso mettere in relazione un’ipotetica chitarra distorta sul canale L e avviare un contrappunto con il suono pulito sul canale R. Tutto questo ha poi un viaggio parallelo su due linee delay, che hanno vita propria. I movimenti permettono di indagare su diversi piani. “Ea” (acqua), che fa riferimento all’influenza che ha avuto la Kora sulla mia musica, è il preludio. “Jar’a” è il vero e proprio svolgimento della suite, con un continuo crescendo dinamico e cambi di orchestrazione. 
Rappresenta il mio ritorno in Sardegna, il ricalibrare le distanze con gli elementi naturali e temporali, lontano dalla chiusura delle pareti di una stanza. Recupero le sensazioni delle risalite delle due giare (percorse in questi mesi in lungo e largo), o gli orizzonti aperti di Punta Tejalone e Candeo (Caprera). Come puoi ascoltare non risolve, dà il senso di ciclicità, potrebbe durare nel suo svolgimento minimale all’infinito. “Futti ‘entu” (così chiamiamo il gheppio, per la sua abilità dello stare immobile sopra la preda, anche in giornate particolarmente ventose), è legato alla pulsazione dei campanari sardi, da un senso di festosa frenesia, racchiude perfettamente il mio ritorno a casa. Poi abbiamo il climax: “Sùlu”, dove la mia terra diviene esplicita, con il canto, i richiami alla vocalità espressa nelle gare a chitarra e a poesia, le ‘isterride’ della tasgia o stralci dell’Ave Maria. Omar Bandinu qui è sublime e trasmette un paesaggio antico senza cadere nel ricordo oleografico. “Lanci” invece fa chiaro riferimento a un tuffo nel vuoto, una voglia di iniziare qualcosa di nuovo, si muove verso il 4/4, ma si spegne in una tensione che non risolve. Poi arriva il “Groppo”: le raffiche di vento che scuotono gli alberi delle barche ormeggiate nel porto di Cala Gavetta (La Maddalena), il silenzio dei vicoli, il suono distorto zappiano che dialoga con il basso a tenore. La suite si spegne nei banchi di posidonia trasportati dalle onde lunghe delle mareggiate invernali.

La tua pagina concerti, per ora, non segnala appuntamenti. Porterai “Jar’a” dal vivo? Come stai vivendo questo periodo di incertezza per le arti?
Diciamo che ho anticipato il problema: non posso suonare dal vivo? Mi dedico alla parte creativa del comporre e registrare. In quest’anno ho pubblicato “Bodas de Sangre”, l’EP centrato sul dramma di Federico Garcia Lorca, “Jar’a” e ne ho registrato un altro, la cui uscita è prevista nel 2022. Allo stesso tempo ho potuto dedicarmi anche alla composizione di un progetto ambizioso dedicato interamente alla musica sarda e di cui avremo modo di parlare insieme. Per i concerti? Considera che negli ultimi dieci anni la mia carriera si è sviluppata essenzialmente nei circuiti intercontinentali. Penso che ci vorrà del tempo per recuperare la nostra vita di artisti nomadi, ma sono fiducioso che, nei prossimi mesi, “Jar’a”
potrà essere proposto in un tour nazionale: ho allestito in questi giorni la sala prove per iniziare a preparare il live (giusto per confermare quanto lavoro c’è dietro alla produzione di un album e di un concerto). Mai come in questo momento sento importante rivendicare il nostro lavoro e quello delle maestranze dello spettacolo. Ma noi siamo come la gramigna: anche se provano a farci fuori, rinasciamo ancora più determinati e selvaggi. 

Tu stesso organizzi un festival…
Dal 1996 realizziamo insieme a Nanni Angeli e allo staff dell’associazione Sarditudine, il festival Isole che Parlano, una vera e propria 'no man's land' in cui la tradizione incontra l’avanguardia, ci dialoga, viaggia in parallelo, si confronta. È un progetto del quale vado profondamente orgoglioso, perché dopo 25 anni il festival dimostra sul campo come un’esperienza culturale – che parte dai laboratori per bambini e ragazzi ed ha un’importantissima sezione di fotografia di reportage – possa radicarsi come esempio di condivisione tra culture diverse, divenendo un elemento di contatto tra espressioni creative solo in apparenza lontane. Il tutto respira in un contesto naturalistico meraviglioso: Palau, le isole dell'arcipelago di La Maddalena, fino a addentrarsi in alta Gallura e trova i suoi teatri ai piedi di un faro o di una Tomba di Giganti del bronzo antico, o, ancora, nella pancia della Roccia dell’Orso, dove culmina una processione basata sul dialogo tra il Canto a Tenore, la paghjella corsa, le voci bulgare o il canto a cuncordu. È uno dei pochi festival al mondo in cui puoi trovarti ad ascoltare i campanari sardi in interazione con un trombettista di free jazz, nel cuore di un piccolo borgo come Luogosanto. Siamo riusciti a realizzare l'edizione anche l’estate scorsa e vi aspettiamo dal 5 al 12 settembre per le nostre nozze d'argento!


Paolo Angeli – Jar’a (Rer megacorp/AnMa, 2021)
#BF-CHOICE

Dal primo istante, “Jar’a” invita ad un ascolto attento alle diverse sfere materiche di cui è composto questo viaggio in sei tappe. Ognuna disegna un paesaggio sonoro inedito, attraversato da lampi ed ombre che rimandano a cambi di passo, a punti da cui poter osservare, di volta in volta, spazi diversi, dall’infinitamente piccolo a percorsi siderali. Il bordone scuro e ostinato che apre “Ea” viene solleticato, interrogato da corde che sembrano pizzicare la parte acuta di un santur ed evocare geometrie chiare ed irrequiete. Sembra richiamare la prima pagina di un epico libro di Sergio Atzeni: “Nulla è tanto ordinato e perfetto quanto immotivato e misterioso come il cielo e la volta stellata che studiavamo ogni notte immersi in calcoli sulle distanze, le orbite, i cicli”. “Ea” è un breve preludio, introduzione ad una base grammaticale che immediatamente “Jar’a”, il secondo brano, riprende ed amplia in una serie di cicli; come se fossimo di fronte ad una sorta di stampa lenticolare, spazi che acquisiscono progressivamente profondità diverse e che mutano quando li ascoltiamo seguendo uno dei molteplici angoli offerti all’udito dai diversi registri sonori. Così come la tecnologia lenticolare vanta quasi un secolo di storia e un’evoluzione marcata e rapida negli ultimi anni, anche nella chitarra di Paolo Angeli vediamo sedimentarsi decenni di innovazioni elettroacustiche che ora esprimono una paletta sonora al tempo stesso antica ed inedita, capace di far convivere inedite stratificazioni sonore. Dopo un viaggio di diciotto minuti ci immerge in un gioco di prestigio fra pause e metamorfosi, proprio in fondo, arriva l’incanto dell’acqua, dell’onda che echeggia ed offre un centro che suona centripeto rispetto alle giostre di note precedenti. Se quarant’anni fa le sirene di Suzanne Ciani (in “The Second Wave – Sirens”) ascoltavano le onde così come arrivano alla sponda per poi immergersi in un mare di musica elettronica, Paolo Angeli ribalta la logica di “Seven Waves” e ci offre nelle onde un felice approdo acustico. Sono imbevuti di mare questi sei brani, registrati a Barcellona, poi ripensati ed editati in Sardegna, badando al cuore della musica prima che a qualsiasi forma di virtuosismo, indagando il rapporto con lo spazio, con gli elementi, a partire da soggiorni nell’Isola della Maddalena e a Girgei, ai piedi della Giara di Serri e di Sesturi, altipiano da cui misurare le distanze e l’immaginazione che consente di staccarsene, regione ancestrale, di siti archeologici, regione minacciata da piani di discarica di rifiuti nucleari. Musica che in questi ambienti si confronta e stringe parentele col mare e col vento e che, in chiave contemporanea, fa i conti con l’idea di “sintetizzare” seminata da pioniere sempre felicemente attive come Suzanne Ciani. Il terzo brano va oltre: c’è l’ambiente antropico delle campane e del ballo che attraversa i tre efficaci ed energetici minuti di “Futti 'entu”. Poi la magia di “Sùlu”: evocata dal ballo, la musica si fa corpo e trova la voce profonda di Omar Bandinu (Tenores di Bitti “Mialinu Pira”). Ed una seconda magia: il dialogo fra voci, con quella di Paolo Angeli che accosta al canto a tenore il canto a cuncordu e a chitarra, entrambi attenti alla felice tensione fra tradizione e dimensione di improvvisazione. È il brano che propone la vocalità come corpo nudo, sonorità diretta, e che, nella prima parte, senza la mediazione di altri strumenti, traduce il profondo rispetto per la terra in cui si è cresciuti nella sfida dell’improvvisare proprio con i materiali della musica sarda, rileggendo la tradizione sedimentata, così come tutta la tradizione chitarristica viene riletta attraverso il prisma della spazializzazione delle diverse corde dello strumento analogico, la chitarra baritono, arricchita dalla pedaliera che aziona i martelletti per i bassi, il sistema di eliche per i bordoni, il ricorso arpistico alle corde di risonanze, l’uso accurato sia dell’archetto, sia degli “effetti” della chitarra rock: delay, tremolo, distorsori; i pickup e i loro numerosi output sono applicati ad ogni singola corda, una miniera strumentale che nei brani finali sa mettere in evidenza la complementarietà fra i diversi elementi, voce compresa (“Lanci”), per poi preparare al magnifico percorso del vento che si infrange sulle onde attraverso i giochi di arpeggio di “Groppo”, nel contrappunto fra chitarra acustica e chitarra distorta. La visionarietà, la consistenza e, insieme, la fluidità rendono “Jar’a” una metafora dell’equilibrio nel disequilibrio, dell’arte di esplorare soluzioni dinamiche che aiutano a rileggere l’insieme delle opere di Paolo Angeli, il modo in cui è venuto a tessere e dar corpo ad un linguaggio unico, approdo che segna il mondo della musica così come nella pittura Tintoretto aveva illuminato un tratto inedito e, prima di lui, Constable era riuscito a riportare l’attenzione sulla relazione con la natura. In “Jar’a” l’ultimo riverbero è quello del mare.


Alessio Surian

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