Nato e cresciuto a Lavello (Pz) in Basilicata, Paolo Lizzadro vive ormai da anni a Ventimiglia, in Liguria, là dove l’Italia finisce e il confine con la Francia trasforma ogni cosa in soglia. Cantautore, percussionista e musicoterapista, ama definirsi "migrante per convinzione", quasi fosse una esplicita dichiarazioni di intenti. Suonatore di percussioni povere, quelle che nessuno chiamerebbe strumenti se non le avesse sentite nelle sue mani — bidoni, barattoli, falci, zappe, sporte, una valigia di cartone legata con lo spago — e di una chitarra che lui stesso chiama "paziente", Lizzadro propone una musica che si fa casa senza tetto, costruita con idee e oggetti di recupero che ancora hanno qualcosa da dire prima che qualcuno li mandi in discarica. Il suo percorso discografico, riflette la sua anima artistica con le partecipazioni al progetto promosso dal Premio Musica nelle Aie “Aie d’Italia” nel 2009 e in "Riddimm a Sud” di Teresa De Sio del 2010, a cui sono seguiti l’opera prima “Va t’aiout” nel 2015 e “Tracce” del 2022, nato tra i migranti del Campo Roja di Ventimiglia. A distanza di tre anni da quest’ultimo lo ritroviamo con “Allazz Allazz Má Bell Bell”, nel quale ha raccolto ventuno brani autografi per 77 minuti di incroci ed attraversamenti sonori con la complicità di alcuni amici come Luisa Cottifogli, Daniele Sepe, Graziano Accinni, Yassin El Mahi, Andrea Romano, Fabio Berto, Mamadou Telly, Giorgia Vaglio, Carlo Ormea, Mauro Antonio Gravinese e Vito Esposito. Significativo per comprendere lo spirito del disco è il titolo che in dialetto lucano suona come un'esortazione: “vai veloce, vai veloce, ma piano piano”, una filosofia di vita che rimanda alla locuzione latina “Festina Lente” attribuita da Svetonio all’Imperatore Augusto. In un’epoca in cui la superficialità pervade tutto, dalle relazioni al lavoro, il cantautore lucano canta questa tensione tra urgenza e tenerezza lasciandoci un invito ad affrettarci, a correre con coraggio e slancio, ma anche con consapevolezza. Nel presentare il disco, Lizzadro scrive: “Questo disco è un sacco di iuta che porta i semi; è un viaggio a piedi dove si guardano i colori, si ascoltano i suoni; è il tentativo di tornare a meravigliarmi come facevo da bambino. Attrezzi agricoli e qualche oggetto dismessi cercano dignità di suono accanto agli strumenti musicali mentre il soffio del vento sul fuoco, lo scorrere dell’acqua, il trillo, il cinguettio, il garrito, il gracidio del mondo ci ricordano chi siamo”. Ad aprire il disco è "Camminano a piedi", un minuto e quarantasette di passo lento e deciso con la voce di Luisa Cottifogli a farci da guida, come se il disco volesse prima di tutto mettere i piedi per terra, sentire il selciato sotto la suola. Si prosegue con "Abbassce" e "Sun on the Way" due brani nei quali spicca alla voce Mamadou Telly e che si muovono tra confini geografici e musicali incrociando dialetto lucano e fullà, lingua delle popolazioni dell'Africa centro-occidentale. Ed è proprio in questa tensione tra radici musicali differenti che fanno capolino le tre parti de "La Fréve" — Parte I: u mále de cape, Parte II: u mále timbe, Parte III: l'antidoto — è uno dei momenti più compiuti e più rivelatori dell'intero lavoro. Nato come brano unico, si è moltiplicato sotto le mani di Graziano Accinni, che ci ha innestato ritmi samba e armonie inattese su una struttura che Lizzadro stesso aveva intuito essere primordiale, vicina alle musiche di Antonio Infantino, tamburi nudi sotto una voce. La febbre del titolo è metafora precisa: il mal di testa come primo sintomo, il mal tempo che viene da dentro — non da fuori — e infine l'antidoto, la speranza che come è arrivata, possa andarsene. Fabio Berto alle percussioni dà corpo a questa narrazione in tre tempi, in cui l’architettura sonora rispecchia perfettamente il contenuto emotivo del brano. Se "Côrr Côrr Hurria" e "Camêine" colpiscono per la loro potenza espressiva impressa dalla voce di Mamadou Telly, "Mámmá Méje" è l’episodio più introspettivo e personale del disco con la voce che si fa più fragile e la distanza dalla terra natia pesa di più. Ascoltiamo, poi, in sequenza “Sciámme Sciá” con la partecipazione di Carlo Ormea e “La Vita è Quella in Mezzo" in cui giganteggiano Daniele Sepe al sax e Luisa Cottifogli alla voce, ma è con "Tarantella di Lavello" e "Strammurriata" che la tradizione musicale dell’Italia Meridionale emerge con più forza. La prima riporta Lizzadro alle origini geografiche e musicali della sua Basilicata, la seconda è un omaggio dichiarato alla tammurriata campana e alla sua trascinante forza percussiva. Prima del finale arrivano "Fêglie de la Cóndrore" con il cameo di Mauro Antonio Gravinese e “Salvami, Salviamoci” con le voci Luisa Cottifogli e Yassin El Mahi. “Allazz Allazz Má Bell Bell” è un disco sincero e pieno di tanta musica da ascoltare lentamente e con quel rispetto dovuto all’artigianato più puro.
Salvatore Esposito
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