Identità è uno di quei termini che nel corso dei contesti politici e socio-geografici cambiano più spesso significato. Ancora prima della nascita del movimento del “Riacquistu” negli anni Settanta del secolo scorso, per la Corsica, francese giuridicamente ma mediterranea culturalmente, identità significa difendere e rivivere la propria lingua e la propria musica. È in questa prospettiva che si inquadra l'attività del gruppo dal programmatico nome L’Alba, infatti già le note di copertina, ancor prima dei testi, sono unicamente in lingua corsa, cosa che in un clima anglofonicamente globalizzato non può che far piacere: “Anu Participatu à stu discu - Laurent Borbolosi: è viulinu, Antoine-Léonard Belogodere: Chitarre è mandulina, Eric Ferrari: chitarra bassa, Franҁois Guironnet: Voce è fiati, Sébastina Lafarge: Voce, harmonium è chitarra, Ghiuvanfrancescu Mattei, voce è chitarra, Petrughiuvanni Mattei: voce è chitarra” (notare la congiunzione copulativa si scrive ‘è’ che si scrive con l'accento grave per distinguerla visivamente e foneticamente dal verbo essere). Per la seconda volta mi occupo di questo straordinario gruppo corso, la prima è stata parlando del loro riuscitissimo disco registrato in studio, “Grilli”, ora approfondendo questo nuovo lavoro, registrato dal vivo e dall’inequivocabile titolo “Vivu”; qui si ripropongono molti dei brani registrati nel precedente lavoro ma con la freschezza della ripresa live e di cui anche gli applausi diventano paesaggio sonoro. Il lavoro apre con “Paghiella”, un breve canto polifonico a cappella nel tipico stile corso. A seguire “Un chjarasgiu” che con il suo marcato ritmo binario e il modo melismatico del canto ci riporta nella nostalgia mediterranea, che è anche tipica del fado o del sirtaki. “Ombrilume” è invece una ballata in stile di rumba flamenca che ammicca verso la Spagna. “Sempre caru” è un delicato canto introdotto dal violino su un ostinato accompagnamento e inframezzato dalle frasi dei fiati. Segue “Felici suspisi”, in cui sono protagonisti i cordofoni che con una lunga introduzione danno il via al singhiozzante canto in ritmo libero in cui le parole del titolo sono trattare co se fossero un madrigalismo monteverdiano. ‘Anca sparando’ canto di speranza dal carattere arabo andaluso. “Castchi d’amore” è un canto monodico d’amore tradito e disperato raccontato in tono narrativo e accompagnato da una suonata fisarmonica con accordi distesi. “Un ti scordà di mè” è un altro canto polifonico a cappella condotto da un tenore e seguito contrappuntisticamente a ruota dalle altre voci. Alla romantica “Torna una volta”, straziante e corale canto di emigrazione, fa da contrappeso la terrena “Di carne è d’ fosse”. Segue “I grilli di maghju”, già presente nel precedente album registrato in studio e a cui dava il titolo. “Orizzonte rossu” si basa su un'immagine visiva simbolizzata dal continuo pizzicato dei cordofoni. “Patre” viene presentato ancora nello stile polifonico più tradizionale, contrassegnato da un tenore solista e dai bordoni delle voci più basse, con un tappeto della fisarmonica e di un giro di basso che emerge è lo sfondo che fa mettere il canto frigio e melismatico fino ad all'ingrosso misurato e ostinato di. Da qui emerge una chitarra che prende sempre più quota e seguita da un’improvvisazione del violino e del clarinetto. In “A menù arresu” compare un suono lungo e basso creando una sorta di ipnosi. Atmosfera catartica che continua anche nel brano successivo e finale “Di punta à l'abbissu”.
In tempi di AI, in cui ogni cosa deve essere perfetta ma fredda, anzi, spesso si deve intervenire coscientemente per “sporcarla” e renderla umanamente credibile, ben vengano lavori live come questo, di cui si percepisce tutta la creatività istantanea, la passione ed emozione vera all’interazione con il pubblico.
Francesco Stumpo
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