Jim Moray – Gallants (Autoprodotto, 2026)

“Gallants”, nono album da solista di Jim Moray, per alcune sue caratteristiche appare quasi controcorrente rispetto all’orientamento generale della produzione folk di matrice britannica. Innanzitutto è costituito solo da tradizionali, mentre buona parte della discografia oggi proveniente dal Regno Unito sembra più sbilanciata verso brani di composizione. In secondo luogo le nove canzoni dell’album, pur se riviste in maniera molto personale da Moray, negli arrangiamenti e nelle esecuzioni mantengono sempre alcuni elementi delle versioni di riferimento. In questo senso un esempio è l’iniziale “Flora (The Lily Of The West)”, che le note d’album precisano essere un amalgama “assorbito per osmosi” tra la versione inglese e quelle di Bob Dylan e Joan Baez, così che il banjo di Moray e l’organetto di Archie Churchill-Moss si trovano a dialogare con una batteria e una chitarra molto americane. Un certo carattere elettrico e una base ritmica in evidenza sono peraltro elementi presenti in quasi tutto “Gallants”, e danno vita ad alcuni pezzi decisamente rock. È il caso di “When I Was A Little Boy”, che all’inizio somma un energico incipit di batteria (di Matt Stockham Brown) alla chitarra elettrica di Moray, e poi esplode in un suono jazz-progressive grazie ai fiati di Barnaby Philpott (trombone), Josh Poole (sax tenore) e Aaron Wood (tromba e flicorno). Nella successiva “The Nightingale” Moray, affiancato da Suzi Gage al bansuri, adotta uno stile chitarristico decisamente più folk, ma sovraincide la propria voce secondo un modulo quasi beatlesiano, mentre la ritmica è retta da un freetless bass. Di “Ome Wise”, tratta dalla “Anthology of American Folk Music” di Harry Smith del 1927 e che narra di un femminicidio avvenuto nel North Carolina, Moray ne fa una ballata in stile yankee, venata di una malinconia che si sublima in un finale ricco e pieno, con gli archi di David Le Page e Georgina Aasgaard sostenuti da un’essenziale e efficace batteria. Anche il giro chitarristico di “Three Gallants” guarda oltreoceano e, per intenderci, ricorda alcune armonie uscite dalla penna di Suzanne Vega. L’accento di Moray, l’arpa di Niamh Flynn e le Northumbrian pipes di Andy May ci dicono però che il brano è saldamente ancorato alle proprie radici, che risiedono sulle sponde del fiume Avon. “Spencer The Rover” (di cui ricordiamo una versione di John Martyn) trae la propria forza evocativa dalla cornetta e dal flicorno, corno e trombone di Steve Pretty e Barnaby Phillpot. Con “American Stranger”, una ballata dal finale per una volta lieto, cambiano ancora i riferimenti, e si guarda al folk-rock così come esso è declinato dalle parti di Fairport Convention, Pentangle e Steeleye Span: suoni accentati, distorti, elettrici, e nel contempo antichi e familiari, grazie anche all’intervento al violoncello di Clare O’Connell. È un basso continuo di piano che fa invece da base all’essenziale ed evocativa “Train On the Island” a cui chitarra elettrica, moog bass, vibrafono e sintetizzatore prophet conferiscono un suono quasi nordico. In chiusura arriva “Future Turns The Wheel”, canzone solo voce che Jim Moray esegue insieme a Maddie Morris e al Trans Voices Choir (CN Lester, Jax Harms e Julian Brett). Insieme all’alto livello di arrangiamento e di esecuzione, uno dei punti di maggior forza di “Gallants” è la sua varietà, che in parte deriva dalla diversità geografica delle fonti. Oltre a quelle già citate, dalle note d’album si ricava infatti che “When I Was A Little Boy” proviene dalle Shetland; “The Nightingale” mette insieme una versione irlandese e una dello East Yorkshire; “Spencer The Rover” era nel repertorio della Copper Family (Sussex), mentre “American Stranger” è proposta nella versione raccolta nel 1908 nello Shropshire. Dal Northumberland provengono “Future Turns The Wheel” e “Train On the Island”, che faceva parte del repertorio della shanty singer Louisa Killen. “Gallants” è disponibile su bandcamp, mentre dal link sotto riportato si accede al filmato di un’esecuzione dell’intero album, recentemente eseguita al “The Arch Studio” di Southport (UK) con un organico ridotto. 


Marco G. La Viola

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