3’Ain – Unland (Choux de Bruxelles, 2026)

“Unland” segna il ritorno del trio 3’Ain, formato da Piet Maris alla fisarmonica, Otto Kint al contrabbasso e Yamen Martini alla tromba e alle percussioni. Il gruppo prosegue il proprio percorso di ricerca tra jazz contemporaneo, musica modale araba e suggestioni sufi, costruendo un disco dalle sonorità senza dubbio particolari e riconoscibili. Il titolo stesso, “Unland”, chiarisce l’ambizione del progetto: attraverso questo neologismo si interroga e si mette in dubbio l’idea di terra, sia essa di confine, appartenenza o possesso. In un tempo piagato da conflitti geopolitici e crisi identitarie 3’Ain sceglie di trasformare queste domande in musica. L’intenzione è interessante. Il problema, però, è che non sempre la musica riesce a reggere da sola il peso del discorso affidatole. I brani, lunghi e spesso fondati su modi lontani dall’abitudine dell’ascolto occidentale, richiedono un’attenzione non comune. L’utilizzo dei maqām (i modi della musica araba) infatti, genera una scrittura che procede più per tensioni interne che per sviluppi melodici immediate, rendendo il disco affascinante sul piano della ricerca, ma anche poco accessibile per chi non abbia familiarità con questi territori sonori. In questo senso, nessuno dei brani riesce davvero a imporsi come momento di pieno coinvolgimento. “Nachtschade”, già dal titolo, porta con sé un peso morale non indifferente: “belladonna”, pianta velenosa e simbolicamente ambigua, suggerisce un’ombra, una tossicità, una zona di pericolo che ben si accorda con l’impianto concettuale del disco. Musicalmente, però, anche qui l’idea sembra restare più interessante sulla carta che nell’effettiva esperienza d’ascolto. La costruzione sul maqām Hijazkar e sulle armonie occidentali conferma la solidità del lavoro compositivo, ma non basta a trasformare il brano in qualcosa che arrivi davvero all’intimità dell’ascoltatore. Più interessante, è “Batich Ahmar”, ovvero “anguria” o “melone rosso” in arabo. Il riferimento alla simbologia palestinese e all’idea di solidarietà internazionale conferisce al brano una stratificazione ulteriore, forse la più leggibile dell’intero album. Anche in questo caso, tuttavia, l’interesse nasce soprattutto dal significato esterno e dal valore simbolico dell’immagine evocata. L’ascolto in sé resta distante e sembra chiedere all’ascoltatore uno sforzo interpretativo superiore alla ricompensa emotiva offerta dalla musica. In questo frangente “Unland” mostra il suo limite principale. Il concept è forte, ma sembra avere bisogno di essere spiegato per poter essere compreso fino in fondo. Senza il contesto fornito dalle intenzioni dichiarate dai musicisti e dal retroterra culturale del progetto, l’ascolto rischia di restare sospeso in una torre d’avorio di raffinate quanto distante sperimentazione. In buona somma musica, da sola, fatica a raccontare la storia che il trio aveva in mente. Questo non significa che il disco sia privo di valore. Al contrario, “Unland” è una prova solida, suonata con grande competenza e con evidente consapevolezza stilistica. I tre musicisti dialogano con naturalezza, costruendo un suono assai personale, in cui l’accordeon, il contrabbasso e la tromba trovano un equilibrio raro e assolutamente non da sottovalutare. Tuttavia, il risultato appare più pensato che vissuto. L’intento politico e simbolico, più che emergere chiaramente dalla musica, sembra affidato soprattutto al paratesto, alle spiegazioni che accompagnano il progetto, senza le quali “Unland” rischia di apparire come un raffinato esercizio di contaminazione Sonora e nulla più. È un album che sembra rivolgersi soprattutto a un pubblico di addetti ai lavori, o comunque ad ascoltatori già familiari con il jazz più avanzato e con la musica modale del mondo arabo. Chi si avvicina al disco senza conoscere il gruppo o senza avere strumenti per orientarsi in questo tipo di linguaggio potrebbe trovarsi di fronte a un’opera talvolta tanto ostica da richiedere quasi un manuale d’uso per essere decifrata. Resta notevole il tentativo di sintetizzare conflitti ideologici, politici e culturali attraverso la musica. È un’operazione coraggiosa e intellettualmente stimolante che però finisce per appesantire il disco, impedendogli di toccare davvero le corde intime dell’ascoltatore. Quelle stesse corde che, anche quando la musica ha fini critici o maieutici, dovrebbero vibrare per prime. In breve “Unland” è un album raffinato e musicalmente colto, ma scarsamente godibile. Una prova interessante sul piano della ricerca, meno convincente su quello della comunicazione. “Unland” segna il ritorno del trio 3’Ain, formato da Piet Maris alla fisarmonica, Otto Kint al contrabbasso e Yamen Martini alla tromba e alle percussioni. Il gruppo prosegue il proprio percorso di ricerca tra jazz contemporaneo, musica modale araba e suggestioni sufi, costruendo un disco dalle sonorità senza dubbio particolari e riconoscibili. Il titolo stesso, “Unland”, chiarisce l’ambizione del progetto: attraverso questo neologismo si interroga e si mette in dubbio l’idea di terra, sia essa di confine, appartenenza o possesso. In un tempo piagato da conflitti geopolitici e crisi identitarie 3’Ain sceglie di trasformare queste domande in musica. L’intenzione è interessante. Il problema, però, è che non sempre la musica riesce a reggere da sola il peso del discorso affidatole. I brani, lunghi e spesso fondati su modi lontani dall’abitudine dell’ascolto occidentale, richiedono un’attenzione non comune. L’utilizzo dei maqām (i modi della musica araba) infatti, genera una scrittura che procede più per tensioni interne che per sviluppi melodici immediate, rendendo il disco affascinante sul piano della ricerca, ma anche poco accessibile per chi non abbia familiarità con questi territori sonori. In questo senso, nessuno dei brani riesce davvero a imporsi come momento di pieno coinvolgimento. “Nachtschade”, già dal titolo, porta con sé un peso morale non indifferente: “belladonna”, pianta velenosa e simbolicamente ambigua, suggerisce un’ombra, una tossicità, una zona di pericolo che ben si accorda con l’impianto concettuale del disco. Musicalmente, però, anche qui l’idea sembra restare più interessante sulla carta che nell’effettiva esperienza d’ascolto. La costruzione sul maqām Hijazkar e sulle armonie occidentali conferma la solidità del lavoro compositivo, ma non basta a trasformare il brano in qualcosa che arrivi davvero all’intimità dell’ascoltatore. Più interessante, è “Batich Ahmar”, ovvero “anguria” o “melone rosso” in arabo. Il riferimento alla simbologia palestinese e all’idea di solidarietà internazionale conferisce al brano una stratificazione ulteriore, forse la più leggibile dell’intero album. Anche in questo caso, tuttavia, l’interesse nasce soprattutto dal significato esterno e dal valore simbolico dell’immagine evocata. L’ascolto in sé resta distante e sembra chiedere all’ascoltatore uno sforzo interpretativo superiore alla ricompensa emotiva offerta dalla musica. In questo frangente “Unland” mostra il suo limite principale. Il concept è forte, ma sembra avere bisogno di essere spiegato per poter essere compreso fino in fondo. Senza il contesto fornito dalle intenzioni dichiarate dai musicisti e dal retroterra culturale del progetto, l’ascolto rischia di restare sospeso in una torre d’avorio di raffinate quanto distante sperimentazione. In buona somma musica, da sola, fatica a raccontare la storia che il trio aveva in mente. Questo non significa che il disco sia privo di valore. Al contrario, “Unland” è una prova solida, suonata con grande competenza e con evidente consapevolezza stilistica. I tre musicisti dialogano con naturalezza, costruendo un suono assai personale, in cui l’accordeon, il contrabbasso e la tromba trovano un equilibrio raro e assolutamente non da sottovalutare. Tuttavia, il risultato appare più pensato che vissuto. L’intento politico e simbolico, più che emergere chiaramente dalla musica, sembra affidato soprattutto al paratesto, alle spiegazioni che accompagnano il progetto, senza le quali “Unland” rischia di apparire come un raffinato esercizio di contaminazione Sonora e nulla più. È un album che sembra rivolgersi soprattutto a un pubblico di addetti ai lavori, o comunque ad ascoltatori già familiari con il jazz più avanzato e con la musica modale del mondo arabo. Chi si avvicina al disco senza conoscere il gruppo o senza avere strumenti per orientarsi in questo tipo di linguaggio potrebbe trovarsi di fronte a un’opera talvolta tanto ostica da richiedere quasi un manuale d’uso per essere decifrata. Resta notevole il tentativo di sintetizzare conflitti ideologici, politici e culturali attraverso la musica. È un’operazione coraggiosa e intellettualmente stimolante che però finisce per appesantire il disco, impedendogli di toccare davvero le corde intime dell’ascoltatore. Quelle stesse corde che, anche quando la musica ha fini critici o maieutici, dovrebbero vibrare per prime. In breve “Unland” è un album raffinato e musicalmente colto, ma scarsamente godibile. Una prova interessante sul piano della ricerca, meno convincente su quello della comunicazione.  3ain.bandcamp.com/album/unland


Jacopo Dentice

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