Franco D’Andrea, piano e musica jazz nel segno del rinnovamento

Dopo aver valorizzato il percorso creativo di alcuni musicisti-compositori, quali Giorgio Gaslini, Josef Zawinul, Lyle Mays, Filippo Daccò, dedichiamo la “Vision” e il breve contributo a Franco D’Andrea, il quale vanta sei decenni di carriera professionale. Oltre a estro e originalità esecutiva, di lui apprezziamo il garbo, l’onestà intellettuale e la riservatezza professionale. È un antidivo che si è rinnovato costantemente, grazie a incentivanti esperienze musicali, capaci di coinvolgere suonatori di differenti generazioni, tenendo alta la considerazione per il “passato” della musica afro-americana, storicamente contraddistinto da stili che hanno saputo stimolare in modo creativo tutta la sua esistenza. Un’esistenza musicale iniziata da autodidatta in Alto Adige, dove ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza, prima di trasferirsi a Bologna, Roma e Milano, città nelle quali ebbe modo di affermarsi artisticamente. 


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Cenni sull’attività didattica
D’Andrea iniziò l’attività didattica a metà degli anni Settanta, a Parma, presso l’Istituto Nazionale di Studi sul Jazz, ai tempi particolarmente apprezzato dai chitarristi che seguivano i corsi tenuti da Filippo Daccò, dotto formatore di una schiera di turnisti e “session man”.  D’Andrea arrivò un po’ casualmente all’insegnamento che da allora, sebbene secondario, è divenuto un punto fermo della propria attività. Ha tenuto corsi di piano jazz e musica d’insieme all’“Accademia Nazionale di Siena”, ha diretto il “Mittel-European Jazz Workshop” di Merano, ha collaborato stabilmente con la “Scuola Civica di Musica” di Milano e, nella stessa città, ha operato presso il “Centro Didattico Musicale” (1983-1986) e il “Centro di Professione Musica” (dal 1986 al 1995). Inoltre, sono significative le sue esperienze didattiche a Vicenza, presso la “Libera Scuola di Musica” e a Trento, dove è stato titolare della Cattedra di Jazz al Conservatorio “Bonporti”, dal 1993 al 2006. Due le sue principali pubblicazioni: “Enciclopedia comparata delle scale e degli accordi” (1992) e “Aree intervallari” (2011).
L’Enciclopedia, scritta in collaborazione con Attilio Zanchi, è stata concepita come un manuale teorico-pratico, utile per chi vuole addentrarsi nel mondo dell’improvvisazione, affrontando con metodo il rapporto tra accordi e scale, tra armonia e melodia. L’opera è suddivisa in tre macro sezioni. Una dedicata alle scale e alla loro applicazione, un’altra alla costruzione degli accordi e alla cosiddetta armonia funzionale (sigle e metodo di analisi). La terza parte include numerose schede, nelle quali gli accordi vengono suddivisi per tipologia, dando indicazioni sull’uso comparato delle possibili scale da utilizzare in ambito improvvisativo. 
“Aree intervallari”, invece, è stata scritta in collaborazione con Luigi Ranghino. In circa sessanta pagine, viene spiegato l’originale metodo che rivolge specifica attenzione ai rapporti intervallari caratteristici di una melodia. È su questi (più che sulla scala di riferimento) che il musicista viene invitato a riflettere. L’analisi degli intervalli per D’Andrea è base teorico-speculativa, da cui dipartono differenti combinazioni, che conducono, in sintesi, a nove aree intervallari: “triadica, aumentata, pelog, diminuita I, diminuita II, pentatonica, a toni interi, mista I, mista II”. Il testo è da considerarsi punto di arrivo di un articolato percorso di ricerca didattico-musicale, particolarmente apprezzabile da coloro che posseggono una conoscenza avanzata, rispetto ai concetti di modalità, tonalità e serialità. È utile chiarire che il rapporto tra serialità e jazz è stato sperimentato dall’Autore sin dalla fine degli anni Sessanta, quando suonava in trio con il gruppo “progressive” denominato “Modern Art”. 

Una ricerca musicale costantemente rinnovata
Nel 1941 (8 marzo), D’Andrea nasce a Merano. La madre suona il piano, tuttavia la sua formazione di base passa attraverso l’ascolto di dischi jazz e l’attrazione per lo strumento di Louis Armstrong. Inizia a suonare da autodidatta la cornetta, in seguito il clarinetto e il sax soprano, raggiungendo apprezzabili risultati esecutivi. Gradualmente, si avvicina al piano jazz, in principio approfondendo la conoscenza di Horace Silver e, successivamente, di Lenny Tristano, Bill Evan, Thelonius Monk e di tanti altri maestri della tastiera. Ancora non maggiorenne, suona come polistrumentista in un gruppo di musicisti tedeschi. Terminato il liceo classico, si iscrive all’università di Bologna, in pochi anni cambiando diverse facoltà. La città è culturalmente vivace e vi operano musicisti di rilievo. Entra a far parte di un quartetto, con Francesco Lo Bianco (batterista), Lucio Dalla (clarinetto) e Aldo Donà (contrabbasso). Sul campo si forma come pianista e, nel 1963, si trasferisce a Roma, dove diventa componente del quartetto di Nunzio Rotondo (trombettista), che di fatto sancisce il suo ingresso nel circuito professionale della capitale, maturando significative esperienze, a contatto con musicisti di spessore come Gato Barbieri. Approfondisce la conoscenza della musica jazz modale, stile Coltrane e McCoy Tyner. Entra poi a far parte del quintetto di Enrico Rava, nel quale suona lo stesso Barbieri. Nel 1964, la prima registrazione in sala d’incisione, con il Gruppo del batterista Franco Tonani.  L’anno seguente, si trasferisce a Milano, dove si sposa con Marta Manfredini e riceve un prolungato ingaggio nel locale gestito da Enrico Intra. Parallelamente rafforza i contatti con Tonani, con cui incide in trio “What’s happening?” (1966; Giorgio Azzolini al contrabbasso).  In questi anni, suona anche con il sassofonista Johnny Griffin, il quale gli propone di far parte del suo gruppo a Parigi (ma la proposta viene rifiutata). Nel 1967, torna a Roma. Tra la fine del 1967 e i primi mesi del ’68, diventa colonna del “Modern Art Trio”, sperimentando il linguaggio del free jazz, introducendo elementi di musica seriale, ai quali abbiamo accennato in precedenza. Contrabbassista è Marcello Melis al quale, dopo breve tempo, subentra Giovanni Tommaso e, successivamente (nel 1969), il cugino Bruno; alla batteria l’amico Franco Tonani.
Nel 1972, entra nel “Perigeo”, gruppo “progressive” di punta e di successo, nel quale suona prevalentemente le tastiere elettriche ed elettroniche. Cinque le incisioni: “Azimuth", "Abbiamo tutti un blues da piangere", "Genealogia", "La valle dei templi", "Non è poi così lontano”.
Nel 1978, forma un quartetto con Tino Tracanna, Attilio Zanchi e Gianni Cazzola che, negli anni, si andrà a ingrandire con l’ingresso dei percussionisti Luis Agudo e Naco, del trombonista Glenn Ferris e del il vibrafonista Saverio Tasca. All’inizio del 1993 dà vita ad un nuovo trio, “Current Changes”, col trombettista David Boato e Naco.  
Rispetto al solismo esecutivo, attratto dagli studi psicoanalitici, nel 1980, a Milano, registra due importanti album per piano: “Es e Dialogues with super-Ego”, che segnano un punto di svolta nell’attività concertistica.
Come musicista, compositore, arrangiatore e group-leader, Franco D’Andrea ha registrato circa 160 dischi ed è autore di oltre duecento composizioni. Nel corso della carriera è stato pluripremiato, si è distinto in numerose tournée internazionali e ha suonato con una schiera di musicisti, italiani e stranieri, tra cui (oltre ai già citati) menzioniamo Joe Farrell, Dexter Gordon, Johnny Griffin, Lee Konitz, Steve Lacy, Max Roach, Dave Liebman, Albert Mangelsdorff, Jean Luc Ponty, Martial Solal, Toots Thielemans, Miroslav Vitous, Ernst Reijseger.  
Negli anni, ha continuato a rinnovarsi, con esperienze musicali che lo hanno visto coinvolto in diverse formazioni (trio, quartetto, sestetto, ottetto) oltre che nelle numerose esecuzioni da solista. Tra le esperienze più recenti, evidenziamo la formazione del trio “Franco D’Andrea New Things”, con Enrico Terragnoli alla chitarra (elettrica) e Mirko Cisilino alla tromba, inoltre, il duo sperimentale, con Dj Rocca, esperto di musica digitale. 
“Franco D’Andrea-Jazz Pianist” (2006) è un docu-film a lui dedicato, diretto dal regista Andreas Pichler. Diverse le interviste rilasciate a riviste, radio e tv, alcune rinvenibili nel web. Vi sarebbe molto da scrivere sul pianista meranese. Per chi volesse approfondire gli aspetti biografici e discografici, suggeriamo la lettura della monografia “Franco D’Andrea. Un ritratto” (2021, EDT, con presentazione di Enrico Rava), scritta da Flavio Caprera. Un libro ben documentato, risultato di prolungate ricerche e dialoghi approfonditi. La cronologia biografico-musicale è stata suddivisa in sei capitoli, l’ultimo dei quali (titolato “Una nuova giovinezza”) è riferito al variegato percorso artistico di D’Andrea dalla fine degli anni Ottanta ai giorni nostri. Un percorso creativo e libertario che tiene conto della lezione appresa da numerosi musicisti jazz (tra i suoi preferiti vi sono Thelonious Monk, Ellington, George Gershwin, Kid Ory, Duke Billy Strayhorn, Lennie Tristano, John Coltrane) e che guarda al futuro con positività, nel segno del rinnovamento. In termini di innovazione dei linguaggi musicali, il jazz sta vivendo un momento particolare, rispetto al quale il pianista-compositore si è espresso in una intervista: «Ora forse siamo in una risacca, un tempo di bonaccia con il mare increspato solo da qualche ondina. Però sono fiducioso che avverrà qualcosa, anche perché i giovani musicisti di oggi hanno una grande tecnica, padronanza del linguaggio e del loro strumento, sono bravi arrangiatori. Serve solo che intravedano una direzione e questo non accade solo per vie musicali, ma ci sono motivi psicologici, sociali, umani in senso ampio». Nel pianismo di D’Andrea istinto, intelletto, tecnica, abilità e conoscenza si fondono inestricabilmente, mettendo in comunicazione anima, cuore e cervello, costanti che gli hanno permesso di distinguersi, con raffinatezza e signorilità, nel panorama dei pianisti europei. Alla base del suo linguaggio la predilezione per l’improvvisazione jazz, tecnica espressiva che porta giornalmente gli esecutori a scoprire qualcosa di nuovo e di arricchente, in quanto capace di fondere, secondo intuizione, gli elementi costitutivi della musica, offrendo spunti di rielaborazione in grado di portare a risultati imprevedibili per lo stesso esecutore, poiché spesso sfuggono alla razionalità. 
2021. Con animo giovanile, in vario modo, dai social, nel suo ottantesimo genetliaco, Franco D’Andrea fa sapere che continuerà ad ascoltare musica ad ampio raggio, dando personale significato alla tradizione del jazz, con rinnovato spirito di ricerca e creatività, avendo la mente ben vigile nel presente e lo sguardo rivolto al futuro. “Magister Francus”, con stima e “free improvvisation”, a lei dedichiamo il nostro breve contributo, nel segno dei valori universali e dell’affascinante senso di mistero che ammanta l’evoluzione della Musica: valori umani e spirituali che - pur nelle differenze culturali - potrebbero beneficamente accomunare gli esseri umani, secondo condivisi principi di pace, libertà ed equità sociale. Ad maiora!

Paolo Mercurio

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