Intervista con Maristella Martella, danzatrice, coreografa, fondatrice di Tarantarte

"La pizzica pizzica oggi: il mio metodo per danzare un mondo che non c’è più"

Quando, esattamente vent’anni fa - era il 2001 – inaugurò la prima scuola di danze popolari in Italia con Eugenio Bennato, dovette superare la prova del fuoco di giornalisti e studiosi, scettici (legittimamente, per carità) sull’idea di trasferire il passato dei paesi del Sud Italia dividendolo in classi. Obiezioni che quasi inteneriscono oggi, reduci dagli anni del boom della nuova riproposta, in cui la traccia iniziale dei balli popolari si è pressoché dissolta nelle performance “acrobatiche” dei palcoscenici e delle ronde di “pizzicati”. Ma Maristella Martella ha sempre saputo che il suo era un “viaggio impossibile”. «La tradizione - scriveva Gustav Mahler - è la salvaguardia del fuoco, non l’adorazione delle ceneri»: in effetti, il rapporto (dichiarato) con la tradizione di Maristella Martella, danzatrice, coreografa, direttrice della compagnia Tarantarte, sin dall’inizio ha teso a piegare l’indagine filologica sui “passi perduti” (sempre attenta) all’uso artistico del patrimonio simbolico rituale, soffiando su quel fuoco primario con l’alito del contemporaneo. Sino all’ultima frontiera imposta dalla pandemia: un laboratorio residenziale online, rinunciando alle prerogative della coralità per sperimentare nuovi linguaggi. È quanto realizzato con l’ultima edizione (la diciottesima) di “Danzare la terra”, conclusasi pochi giorni fa. 

Tarantarte ha origine lontano dal Salento, a Bologna. L’incontro con Eugenio Bennato, la nascita, nel 2001, della Scuola Taranta Power. Quali sono le tappe di questo percorso?
Mi ero trasferita a Bologna per studiare Chimica all’Università. Fino ad allora, demo ammettere di non aver mai sentito parlare della pizzica pizzica. Il regista Edoardo Winspeare negli anni Novanta aveva creato un sodalizio con i musicisti di Officina Zoè e sollecitato la comunità locale del Capo di Leuca ad interessarsi alle proprie tradizioni, a chiedere agli anziani e a coinvolgerli, ma io a quel tempo ero già a Bologna. Soltanto nel 1999-2000 ho avuto percezione di questo movimento culturale partito proprio da “casa mia”. Negli ultimi anni di Università, diversi disagi personali mi avevano suggerito che avrei dovuto cambiare passo, e così ho fatto. 
Nel nuovo cammino intrapreso con lo studio del teatro, ho incontrato Eugenio Bennato e Silvia Coarelli. Stavo seguendo un laboratorio su Tadeusz Kantor, un’attrice notò che sapevo come lavorare sul movimento (studiavo danza classica e contemporanea da quando ero bambina), e quando seppe che ero salentina mi segnalò ad Eugenio, che in quel momento era a Bologna con il progetto Taranta Power, appena nato, e cercava un insegnante per aprire una scuola. In realtà, come dicevo essere salentina non significava assolutamente che conoscessi la pizzica pizzica… In quello stesso periodo, però, e per la stessa ragione della mia provenienza, Giovanni Begotti, un maestro tango argentino, mi aveva chiesto di tenere un corso di pizzica al Circolo della Grada, così decisi di fare delle ricerche. Tornai in Salento come se fosse l’Andalusia, partendo da zero, andai a Torre Paduli da Biagio Panico, il famoso costruttore di tamburelli, incontrai i danzatori Giorgio Di Lecce e Ada Metafune, da cui appresi dei passi. Con Enrichetta Bortolani, la mia insegnante di teatro a Bologna, profonda conoscitrice della poetica di Carmelo Bene, preparavo gli esami di ammissione per il Piccolo di Milano e lavorai, guarda caso, su un’interpretazione del tarantismo. Era nell’aria. Accadde, poi, un imprevisto che divenne l’occasione per riflettere sull’uso di questa danza in scena: avevo organizzato un grande evento all’Arena del Sole, a cui avrebbero dovuto partecipare Uccio Aloisi, Ada Metafune, Biagio Panico, ma lo spettacolo saltò e dovetti salire io stessa sul palco, insieme a un danzatore di Bolzano, ai tempi uno dei pochi esperti di pizzica a Bologna, e con lui improvvisai un ballo di coppia. Finita la musica, però, nessuno applaudii. Capii in quel momento che il ballo così come poteva essere condotto all’interno di una ronda non funzionava davanti a un pubblico, ed era quindi fondamentale modificarne le coordinate, agire sulle geometrie. In questo contesto si sviluppa il progetto della Scuola con Eugenio Bennato e Silvia Coarelli. Non feci in tempo a dire di sì: già quella stessa sera mi ritrovai su una macchina, in viaggio verso le meraviglie del Meridione. Mi unii al tour di Taranta Power, grazie a quello scoprii Napoli e gli artisti napoletani, la Calabria, la stessa Puglia. E poi il Mediterraneo, il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, anche l’Etiopia. Sono entrata in questo mondo, è vero, dalla porta principale, ma si trattava di una sfida non facile.  
Prima di inaugurare la Scuola a Bologna, presentammo il progetto didattico a giornalisti e studiosi alla Discoteca di Stato a Roma. Mi misero al muro: che diritto avevamo noi aprire una scuola di danze popolari? Come si può codificare questo tipo di insegnamento? In qualche modo riuscii a rispondere, ma quelle domande furono per me un’ulteriore sollecitazione a riflettere su quello che facevamo, a ricercare e a perfezionarmi. Quando aprimmo la scuola fummo travolti dagli iscritti, tenevo corsi sei giorni a settimana. Rispondevamo ad una richiesta. Dovevamo farlo: così sembrava. 

Un imprinting importante sul tuo lavoro, come hai più volte dichiarato, è quello impresso da Antonio Infantino. In che modo ha influito sulla poetica di Tarantarte?
Conobbi Antonio qui in Salento mentre parlava di elevazione e trance, durante una conferenza su San Giuseppe da Copertino, il santo dei voli. Poi ho scoperto che era il maestro di Eugenio Bennato. Lui viveva a Firenze, e io, allora, ancora a Bologna, così mi era facile andare a trovarlo. Varcare la soglia della sua casa significava entrare in un mondo senza tempo, in uno spazio pieno di libri, disegni, musica, premi, sigarette, fumo, pensieri. Antonio mi ha aperto il suo cuore e la sua vita, è stato forse l’unico musicista della sua generazione che si è messo a disposizione dei danzatori. Gli altri musicisti che ho conosciuto suonavano soprattutto per se stessi. Con Antonio abbiamo lavorato sul giro, sull’utilizzo dei simboli, sul collegamento dell’iconografia del mondo antico con la danza di oggi, sull’uso dei tessuti - quale scegliere per ricreare le ombre, quale si fa attraversare dalla luce, quale peso deve avere perché sollecitato dal vento possa volare come una colomba... Antonio ci ha insegnato ad elevarci spiritualmente e artisticamente. È una ferita che mi porto dentro, non aver passato ancora più tempo con lui. Ho danzato al suo funerale, che è stato emblematico come tutta la sua vita, pieno di artisti. Spesso è stato tenuto ai margini, ma perché era un visionario.
 
Ci sono altri “maestri”, altre fonti d’ispirazione?
Sicuramente Silvia Coarelli, perché mi ha permesso di immaginare ciò che faccio come un lavoro, e mi ha trasmesso un pensiero imprenditoriale. È stata una delle prime in Italia a partecipare alle grandi fiere di world music nel mondo. Grazie a lei, e a Eugenio naturalmente, ho fatto i primi viaggi, ho partecipato ai primi bandi, sono stata sollecitata a studiare e a confrontarmi con altre culture. Grandi maestri sono poi gli allievi, che soprattutto nei primi anni mi hanno posto delle domande che mi mettevano in crisi, e con loro ho imparato a dire “non so”, condividendo in modo sempre trasparente il mio stesso percorso di ricerca, che avveniva quasi in contemporanea. Voglio citare poi, ancora una volta, i musicisti tradizionali maghrebini, che mi hanno insegnato che la musica c’è finché c’è la danza, e non il contrario. Tra le persone a cui devo molto c’è anche Katina Genero, danzatrice e coreografa, colei che ha introdotto le danze del West Africa in Italia. Dopo aver partecipato alla Notte della Taranta nel 2006 (la prima edizione con la danza) ho avuto necessità di costruire un mio spettacolo in solo e Katina si è messa a disposizione per lavorare sulle coreografie: anche con lei, ho attraversato la pizzica pizzica partendo da altre culture. Gli incontri con Edoardo Winspeare e Azzurra Lugari, quest’ultima, regista del film “La danse de Persephone”, mi hanno permesso poi di sperimentare la danza in video e per il cinema. Edoardo, gli studiosi Vincenzo Santoro e Sergio Torsello, gli Officina Zoè mi hanno accompagnata nella scoperta delle mie radici. Infine, tutte le persone con cui ho lavorato mi hanno dato molto. Da Gianni Bruschi e Francesco Botti, con cui ho indagato molto il tarantismo e ho portato in scena i miei primi spettacoli con l’associazione Teriaca, al team di Tarantarte, tutto al femminile dal 2009 – Silvia De Ronzo e Laura De Ronzo, che mi affiancano nel gruppo di lavoro, le altre donne della compagnia, Manuela Rorro, Alessandra Ardito, Giulia Piccinni, ed Evelyn De Simone che cura i progetti - basato oggi nel Salento, in cui ci sono molta creatività e competenza.
 
Che cosa è cambiato in questi vent’anni, nel movimento culturale della riproposta delle danze popolari?
Quando ho cominciato non esistevano scuole. All’inizio, io stessa ho insegnato senza conoscere approfonditamente la storia che accompagna questi passi, poi via via le ricerche e i metodi sono divenuti più solidi. Negli anni sono venute a formarsi da noi tante persone, da tanti luoghi diversi, e a loro volta molte di loro hanno avviato dei corsi. Ci siamo resi conto di quanto la situazione fosse frastagliata da quando abbiamo avuto a disposizione mezzi tecnologici come i social e Youtube.  Poco prima che morisse, Sergio Torsello - ispiratore e direttore artistico della Notte della Taranta - mi propose una chiamata a raccolta di tutti coloro che si occupavano professionalmente delle danze popolari di riproposta in Italia, una sorta di riunione plenaria tra generazioni: la prima, dei primi danzatori degli anni Settanta, la seconda, la mia, e la terza, di chi è venuto dopo. Purtroppo, non si fece mai. Oggi, è la piazza virtuale quella in cui ci si confronta.  

Ai partecipanti ai corsi di Tarantarte richiami la perdita dei passi originali della tradizione e l’impossibilità di trasferire le danze popolari nella loro forma autentica, non fosse altro che per la radicale trasformazione del contesto – e il fatto stesso di partecipare a un laboratorio ne è testimonianza. 
C’è un prima e c’è un dopo. All’inizio percepivo la danza come un insieme di passi che mi avevano insegnato e che io riportavo, oppure integravo, lavorando su aspetti coreografici. Il dopo è dovuto ai viaggi, alle residenze artistiche, agli incontri, in particolare in Maghreb, dove la danza e la musica sono tutt’ora legate con la vita, le sono necessarie. Nella mia comunità salentina, quando mai avevo usato la danza come passaggio di informazioni? Certo, altre famiglie potevano averne memoria, ma la storia della mia generazione, in generale, è diversa: non abbiamo conosciuto questi riti e questo linguaggio. Molti dei passi di pizzica pizzica che ho appreso in questi anni, con il tempo ho scoperto essere non tradizionali. 
Mi sono resa conto di quanta confusione ci sia nel distinguere i passi riportati attraverso un solido lavoro di ricerca con i “portatori sani” della tradizione rispetto a quelli di riproposta. Il ballo salentino ha subìto un periodo di oblio più lungo della musica: mancano ancora dei tasselli del mosaico, e per questo oggi ci sono diverse interpretazioni. Un tempo esistevano molteplici forme di ballo che cambiavano da famiglia a famiglia, da paese a paese. I passi di alcune zone della Puglia che trasmettiamo oggi sono riconoscibili grazie al lavoro di ricercatori come Franca Tarantino, Anna Cinzia Villani, Giovanni Amati, Massimiliano Morabito e, ancor prima, grazie alle ricerche di Pino Gala che nel saggio “La pizzica ce l'ho nel sangue. Riflessioni a margine sul ballo tradizionale e sulla nuova "pizzicomania" del Salento” (in “Ritmo Meridiano” di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello. Edito da Aramirè nel 2002) ha identificato sia i passi di pizzica pizzica che le loro dinamiche coreutiche. Un libro importante, che scelsi di adottare come libro di testo della Scuola Taranta Power Bologna. Negli ultimi vent’anni si sono intensificati i concerti, i festival, i raduni e sempre meno le occasioni spontanee di ballo e musica: chi è nel pubblico balla sul posto, da solo o in coppia, condizionato anche dalla posizione del palco. Diventano, quindi, danze di sfogo, liberatorie, personali in cui spesso si prendono ad esempio le coreografie di chi le interpreta sul palco. Si è creata una nuova pizzica pizzica che poco ha a che fare con la tradizione, un nuovo linguaggio.

In questo contesto, che ben delinei, hai sviluppato un tuo metodo per trasmettere le cellule essenziali delle danze popolari, la loro energia primitiva. In che cosa consiste?
Dopo aver fatto il giro del Mediterraneo sono tornata a casa con uno sguardo diverso: ho dato più peso all’aspetto del rituale, al contesto. Mi sono resa conto che per trasferire un elemento di una cultura tradizionale – in questo caso, la danza - non si può estromettere la storia di quella terra. Da un approccio più tecnico, dopo molte letture oltre che incontri, il mio metodo ha teso a dare importanza alla coralità, partendo dallo stare in cerchio, ricreare la forma di una piccola comunità, seguire il ritmo base del tamburo, improvvisare a seconda delle persone con cui mi trovo e del luogo in cui siamo. 
Essendo, la pizzica salentina, una storia di cui io non ho avuto esperienza diretta, mi sono servita di elementi comuni ad altre culture per completare i pezzi del puzzle che mi mancavano. Il punto di partenza della mia ricerca è, comunque, l’origine rituale e terapeutica della tarantella, della trance e del tarantismo. Per evitare lo stravolgimento dei codici  e degli stili, ai miei allievi dico sempre che è necessario danzare la pizzica pizzica con passi piccoli e contenuti, con piccoli salti che sollevano il corpo ritmicamente da terra. La pizzica pizzica è per me una danza di resistenza: nell'eseguirla è importante resistere alla stanchezza e alla tentazione di esagerare. Il suo segreto e sua la bellezza sono nell'oscillazione continua del corpo che segue il ritmo dei sonagli, un movimento incessante che è vita. Poi, ogni laboratorio ha vita a sé: la motivazione, l’esperienza e la determinazione dei singoli componenti del gruppo di danzatori condiziona il processo creativo e di conseguenza la creazione finale dell’esperienza. Il fondamento è quindi la pratica, che si alterna, però, a momenti di osservazione e riflessione. Il training si basa sull’esercizio consapevole e sul trasporto emozionale di ognuno di noi, sostenuto dal gruppo dei partecipanti. Il movimento è vissuto in incessante trasformazione - transizione di forme - in equilibrio tra pieno e vuoto, tra tensione e distensione, equilibrio e disequilibrio, in strutture corali di improvvisazione. Il punto di partenza è uno sguardo alla tradizione non come a qualcosa di fisso ed immutabile ma come ad un linguaggio da far rivivere con le contraddizioni e le dinamiche di oggi, attraverso una visione critica: la contemporaneità si appropria della tradizione dandole nuovi codici, la rivisita e crea un nuovo linguaggio. È chiaro che quello dei Taranta Atelier non è un approccio filologico, ma una ricerca artistica che parte dal rito. Il lavoro sulle danze popolari oggi è seguìto soprattutto dalle altre insegnanti di Tarantarte, con una proposta che si è strutturata nel tempo anche in base alle singole esperienze: Silvia De Ronzo, ad esempio, conosce bene il ballo della pizzica pizzica a partire dalle ronde di Torre Paduli a cui ha partecipato fin da piccola, Manuela Rorro le tammurriate, essendo di origine irpina. 
Negli anni ho scelto di invitare maestri, insegnanti, ballatori esperti di alcune zone specifiche del Meridione, per approfondire lo studio dei vari balli tradizionali.

Nella costruzione della cifra stilistica di Tarantarte, lo dicevamo, un ruolo importante è occupato dal lavoro di rielaborazione dell’estetica e della simbologia del tarantismo. Il tema di Taranta Atelier, il laboratorio itinerante di Tarantarte, è proprio “il tarantismo oggi”. Quantomai attuale in questo momento storico, segnato da una pandemia inattesa che ha creato nuovi spazi di sofferenza, ha reso necessarie nuove restrizioni, il distanziamento sociale, il confinamento in casa…
Eppure, non si può parlare di tarantismo se manca la terapia musicale, ovvero la condivisione della musica nella piccola comunità che di volta in volta si crea. La tarantata di un tempo non era sola, aveva intorno la famiglia, il vicinato… cosa ben diversa dalla solitudine effettiva in cui siamo stati, decisamente alienante. Nei Taranta Atelier non ricreo quel rito, che naturalmente non potrebbe essere, ma valorizzo gli aspetti simbolici del rito partendo da punti fermi, in primis la coralità, la presenza delle persone con i loro occhi, la loro storia, la loro vita. Io stimolo dei crush, degli incroci casuali che determinano dei contrasti, proprio a partire da questa presenza fisica: è una questione geometrica, di rette che si incrociano e di figure che ci creano solo stando insieme. Questo stare in solitudine (e nel paradosso di essere collegati) semmai è stato per molti di noi uno stimolo per approfondire la riflessione sul senso delle cose che facciamo, in termini di studio, pensiero, tempo.

Danzare la terra nasce come laboratorio residenziale, una full immersion in cui danzatori, performer, appassionati della danza si incontrano partendo da diverse parti d’Italia e del mondo, un’esperienza integrale di “comunità” in un angolo del Salento. Che impressione porti con te dell’edizione online di quest’anno, così diversa?
Devo ammettere che non ero entusiasta di portare avanti un laboratorio online, per il discorso che ho appena fatto. Tuttavia, ho cercato di sfruttare al meglio il mezzo che avevamo in dotazione, sperimentando le tecniche della danza in video. Non sono partita dal ritmo, dalla coralità, come nei Taranta Atelier, ma dal mezzo. Avevo davanti a me un grande videoproiettore con i volti dei partecipanti alla riunione Zoom: il lavoro si è sviluppato attorno a ciò che appariva in video, il busto, l’occhio, la pupilla, i denti, le linee delle mani, le rughe, la forma degli abiti alzati sulle nostre teste, quasi a creare immagini deformate. Ho scavato nel dettaglio, nel microcosmo dei nostri corpi e delle nostre stanze, negli aspetti visuali del nostro trovarci insieme sullo schermo.


Giorgia Salicandro

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