Teatro Gerolamo, musica popolare e marionette nel centro di Milano

Nel corso della sua storia, il Teatro Gerolamo ha rischiato di essere demolito in più occasioni. Da oltre un trentennio aveva chiuso i battenti, tuttavia, dopo l’ultimo restauro, a centocinquant’anni dalla sua edificazione, nel 2017, è tornato a risplendere come spazio polifunzionale nel pieno centro della città.

Roberto Leydi e il “Milanin Milanon”
In anni di fermento per la ricerca etnomusicologica, di cui Roberto Leydi (1928-2003) era il principale artefice, il 14 dicembre 1962, al Teatro Gerolamo, iniziò ad andare in scena “Milanin Milanon”, ideato dallo stesso Leydi con la regia di Filippo Crivelli (1928), artista multimediale che, nel corso della carriera, ha firmato numerose opere teatrali, liriche, operette nonché programmi televisivi e cinematografici. Crivelli è stato legato al Gerolamo sin dall’infanzia, essendo imparentato con Giacomo Bonzanini (1836-1874), autore di commedie in dialetto e tra i fondatori del Teatro Gerolamo, luogo scenico nel quale proseguì l’attività del Teatro “Fiando”, demolito nel 1865 per i motivi che meglio specificheremo in seguito. In più occasioni, Crivelli si è battuto per dare valore alla tradizione e, in particolare, a quella della sua città, sulla quale hanno scritto diversi autori, tra cui Emilio De Marchi (1851-1901). Suo è “Demetrio Pianelli”, romanzo ambientato nella Milano dell’epoca. Sua è anche “Milanin Milanon”, pubblicata postuma nel 1902, nella quale vengono rievocati, in modo schietto ed espressivo, personaggi e abitudini della Vecchia Milano. 
Da tale opera in prosa, Leydi e Crivelli ripresero il titolo dello spettacolo, comprendente canzoni e testi letterari, in cui erano saggiamente amalgamati musiche e autori quali Dossi, Fo, Fortini, Gadda, Marchi, Porta, Quasimodo, Santucci, Strehler, Tessa. Tra gli attori vi era Enzo Jannacci, medico, pianista e cantante, il quale interpretò canzoni della malavita (“In libertà ti lascio), successi di fine secolo (“El gatt”, premiato al Concorso della Canzone Lombarda del 1891) o proprie proposte originali, quali “Andava a Rogoredo” e “L’artista”. Inoltre, “La luna è una lampadina” (testi e musiche di Dario Fo e Fiorenzo Carpi) e  “T’hoo compra‘ i calzett de seda” (Fo-Jannacci), eseguita in duo con Anna Nogara. Come attore, sempre al Gerolamo e diretto da Crivelli, nel 1963, Jannacci partecipò a “El barchet de Boffalora”, opera scritta da Cletto Arrighi. In breve, il cantante conquistò successo nazionale, grazie anche alle collaborazioni con Giorgio Gaber e alla produzione discografica di Nanni Ricordi. Alcuni anni or sono, di Jannacci e di “Milanin Milanon”, ci riferì Sandra Mantovani, durante uno dei nostri dialoghi sulla musica popolare: “Enzo era serio e preparato, suonava il piano e parlava bene il dialetto (…). Trovava sempre il modo per scherzare e tenerci allegri quando non eravamo in scena (…) va conosciuto il suo percorso di musicista e di uomo, per capirne bene il carattere e la tempra artistica (…). A distanza di tanti anni, quello che mi è rimasto maggiormente impresso nel ricordo è la sua serietà professionale e la capacità di trasformarsi in uomo giocoso e sorridente fuori dalla scena (…). Comunque, un po’ tutti eravamo impegnati quando eravamo sul palco (…), eravamo affiatati e lo spettacolo ebbe successo (…) ”
Sandra Mantovani, moglie di Roberto Leydi, è stata la “madre” del folk revival italiano. Umberto Eco diede valore al suo vasto repertorio di canto sociale e al suo caratteristico modo di interpretarlo vocalmente, definendolo “duende padano”. In “Milanin Milanon”, la cantante milanese si distinse per le interpretazioni di “Povero Napoleone” (prima metà dell’Ottocento), “Stamattina mi sono alzata” (canto brianzolo del XVIII secolo), “Addio padre” (Prima guerra modiale), “Proprio oggi” (testi e musiche di Fo-Carpi), “Sulla sponda argentina” (parodia contro il fascismo, sul motivo di una nota canzone degli anni Venti, “Fox trot della nostalgia”). Ulteriori canti eseguì insieme agli altri attori in scena, in brani quali “La moglie di Cecco Beppe” (periodo riferibile alla Prima guerra mondiale), “L’era bella come gli orienti” (Canzone popolare del 1859) e “De tant piscinin che l’era”, tratto dal repertorio del “barbapedana” di Enrico Molaschi (1823-1911). “Barbapedana” (o barbapedanna) è un termine generico, con cui si era soliti denominare particolari cantori e musicisti di strada. Molaschi era una sorta di moderno menestrello popolare che, con vigore e ironia, fuori dai locali della città, cantava in dialetto accompagnandosi con la chitarra. All’epoca era assai conosciuto, grazie anche al raffinato ritratto letterario e di costume scritto (con fine penna) da Arrigo Boito. La chitarra del cantore è custodita presso il “Museo degli Strumenti Musicali” di Milano.
Oltre alla citata Anna Nogara,  gli altri attori-cantanti di “Milanin Milanon” erano Tino Carraro e Milly, che avevano lavorato con Giorgio Strehler al Piccolo Teatro nell’ “Opera da Tre soldi” di Brecht. In particolare, Anna Nogara cantò “La poveretta rosetta” (malavita), “L’e‘ tri di’ ” (canto lodigiano), “La bella gigogin” (con cui nascostamente s’inneggiava idealmente alla futura “giovane Italia”), “Nel ’22 facevo già l’amore” (testo e musica di Fo-Carpi), “Quella cosa in Lombardia” (Fortini-Carpi).   A Tino Carraro erano stati assegnati canti e recitazioni con testi tratti da scritti di Delio Tessa, Carlo Porta, Salvatore Quasimodo (“Milano agosto 1943”), ma anche canzoni targate D’Anzi-Bracchi. Talvolta, Carraro era in coppia con Milly, come in “Ti te set in let”,  “Duard … fa’ no el bauscia”, “Barbajada fa’ no el giavan”. Come solista, Milly eseguì il noto “Nostalgia de Milan” (D’Anzi-Bracchi),  “Ran … ran …” (di Ferdinando Fontana ed Edoardo Ferrari), “La roeuda la gira” (Sigismondi-Antonacci). Come si sarà potuto notare dalle succinte note, “Milanin Milanon” presentava un vasto repertorio, rievocante un passato che gli spettatori dimostrarono di apprezzare anche perché, per dirla con Crivelli, fece “dello spettacolo la storia alta della poesia e della canzone Milanese”. Successivamente, lo spettacolo venne replicato in diversi contesti. Nel 1973, vi fu la pubblicazione del disco “Milanin Milanon, ritratto di una città attraverso le sue poesie e le sue canzoni” (Albatros, VPA 8178), sempre a cura di Roberto Leydi e Filippo Crivelli.

Dal teatro di strada al teatro nel centro di Milano
Burattini e marionette appartengono al genere delle rappresentazioni popolari. Mentre gli spettacoli dei primi si possono svolgere agevolmente all’aperto disponendo di minimi mezzi, quelli con le marionette richiedono maggiori accorgimenti tecnici e scenografici, per via dei movimenti azionati manualmente tramite i fili. Da alcuni secoli, tali rappresentazioni godevano di un discreto successo. A Milano, tra le diverse compagnie di spettacolo, spiccava quella fondata dal piemontese Giuseppe Fiando, il quale operò in diverse sale (talvolta improvvisate) della città. A seguito del decreto datato 24 marzo 1807, riuscì a realizzare un teatro per marionette, progettato da Luigi Canonica, allievo di Giuseppe Piermarini. Il nuovo teatro fu ricavato utilizzando alcuni spazi dell’ex oratorio Bellarmino (nei pressi dell’attuale piazza Beccaria). Diede lustro alla città fino al 1865, quando l’immobile fu demolito per ragioni urbanistiche. In quei decenni, Giuseppe Fiando ebbe anche il merito di far conoscere e divulgare con successo la marionetta “Gerolamo”, della quale è utile ricordare l’origine e il suo approdo in Lombardia e, in particolare, a Milano. Stando alla tradizione, pare che la maschera “Gerolamo de la crina” (“Gironi”, in piemontese) sia da attribuire a Umberto Biancamano, falegname vissuto nel XVII secolo, originario di Caglianetto (Asti), soprannominato Giòanin d’ij osci (o Gioanion d’osei), operante a Torino come burattinaio. Sul finire del XVIII secolo, Giovan Battista Sales, attivo a Genova (poi in Piemonte), utilizzò intensamente il burattino e la maschera ideati da Biancamano. 
Tuttavia, ebbe progressivi problemi con la giustizia, perché Gerolamo era il nome dell’allora doge della città, ma anche il nome dato al figlio di Carlo Bonaparte, allora influente fratello di Napoleone. Da cui la necessità di cambiare il nome a Gerolamo, che la tradizione vuole fosse tramutato, proprio in quegli anni, in Gianduja, nota maschera piemontese. Studi demologici, tuttavia, inducono a ricercare le origini di Gerolamo anche in altre direzioni, ma in questo ambito non verrà approfondito l’argomento. Nel 1867, nell’attuale Piazza Beccaria, in pochi mesi, grazie all’attività di Leopoldo Rivolta e dell’impresa costruttrice Pellini, su disegno dell'ingegnere Ambrosini Spinella, all’interno di un nuovo stabile abitativo, venne realizzato il Teatro Gerolamo (inaugurato nel gennaio 1868), avente la capienza di seicento posti a sedere e una moderna illuminazione a gas. Per le sue caratteristiche, il Gerolamo risultò unico in Europa. Teatro delle marionette, certo, ma anche altro, come rilevabile dai cartelloni e da uno storico annuncio pubblicitario del 1871, in cui Angiola Bozzani, vedova di Giuseppe Fiando, invitava la popolazione a intervenire numerosa alle rappresentazioni.  Come dimostrano raffronti comparativi tra le tavole architettoniche,  per la costruzione venne preso a riferimento il Teatro alla Scala, essendo pure il Gerolamo caratterizzato da una pianta a ferro di cavallo, con palchi a più piani. Da cui la denominazione popolare di “Scala piccola”, da non confondere, però, con la cosiddetta “Piccola Scala”, ex sala attigua al principale Teatro di Milano, ricavata negli anni della “ricostruzione” (alla fine della Seconda Guerra mondiale) ma, negli anni Ottanta, demolita per ragioni scenografiche.
Ricapitolando, il Teatro Gerolamo prese il nome dalla marionetta resa nota ai milanesi da Giuseppe Fiando. Nel 1868, Lo spettacolo di apertura fu “Gerolamo maestro di musica”, seguito dal balletto “Gli amanti burlati”.  Fiando morì in quello stesso anno  e la gestione della compagnia fu affidata al nipote Angelo. Nel 1879,  il proprietario Leopoldo Rivolta cedette la proprietà dello stabile al tenore Luigi Bolis, che si adoperò per promuovere l’attività del Gerolamo, riammodernandolo (nella sommità del palco d’onore, è ancora visibile lo stemma del tenore con le sue iniziali). Senza entrare troppo nei dettagli storici, evidenziamo che, dal 1911,  il teatro fu gestito dalla compagnia di “Carlo Colla e Figli” (attiva sin dal 1835), la cui storia merita di essere  approfondita in siti (ad esempio, www.fondazionecarlocolla.it) e libri specialistici. I Colla resero il Gerolamo “Teatro stabile delle Marionette”, assumendone la gestione fino al 1957. Per decenni, gli diedero lustro, riuscendo tenacemente a resistere alla crisi delle rappresentazioni teatrali, soprattutto a seguito dell’apertura di diverse sale cinematografiche. I Colla furono beneficiati dalla non esecuzione di possibili riassetti urbanistici della zona, ma uno stop decisivo s’impose a seguito dei bombardamenti su Milano, nell’agosto del 1943. Non distrussero il palazzo e la sala degli spettacoli, ma la resero inagibile per un determinato periodo. Nel 1956, il Gerolamo venne decretato monumento nazionale. Nel 1957, i Colla decisero di abbandonare definitivamente il teatro, la cui gestione nel frattempo era divenuta troppo onerosa e poco remunerativa. 
Nel 1958, però, vi fu una miracolosa svolta, dovuta all’intervento provvidenziale di Paolo Grassi, il quale assunse e gestì la direzione del Gerolamo, rendendolo in breve un attrattivo centro polifunzionale, grazie anche a selezionate proposte culturali, principalmente concepite in promozione del teatro, della letteratura e della musica popolare. Nel giorno della riapertura (9 aprile 1958), venne rappresentata “L’opera del pupo” di Eduardo De Filippo. In questo contesto di vivace attività è da inserire “Milanin Milanon”, di cui abbiamo scritto in precedenza. Come nel suo carattere, Grassi si dedicò con passione alla rinascita del Gerolamo ma, a causa dei numerosi impegni professionali con il “Piccolo Teatro”, preferì cedere la conduzione a Carlo Colombo il quale, con la “Compagnia Stabile Milanese”, rilanciò la tradizione del  teatro in dialetto. Dal 1978, suo successore fu Umberto Simonetta, commediografo, umorista e paroliere (sono suoi i testi di alcune note canzoni di Giorgio Gaber). Nel febbraio del 1983, il Gerolamo venne chiuso, a causa di prescrittive norme sulla sicurezza. Seguirono circa trent’anni di silenzio.  In anni più recenti, la “Società Sanitaria Ceschina” (sin dal 1925, proprietaria dello stabile nel quale è inserito il Gerolamo) diede inizio ai lavori di restauro e di riorganizzazione degli spazi, cercando di conservare la struttura originaria del Teatro. La capienza della sala venne portata a 209 posti, ma furono ricavati uno spazio polifunzionale (per conferenze, mostre e proiezioni), una sala con pianoforte e biblioteca, e un punto ristoro. 
Nel 2017, a cento cinquanta anni dalla sua iniziale costruzione, con la direzione artistica di Roberto Bianchin, il Teatro Gerolamo ha ripreso piena attività, proponendo attraenti spettacoli (teatro, prosa, marionette e musica, soprattutto classica e jazz). Per coloro che volessero approfondire la storia di tale Teatro, suggeriamo la lettura di Lamberto Sanguinetti, “Il Teatro Gerolamo” (Milano, 1967), inoltre, AA.VV., “Il Gerolamo ritrovato. Il cantiere, la storia e il restauro” (Milano 2017), con testi (tra gli altri) di Federico Crimi, Edoardo Guazzoni, Filippo Crivelli, Maurizio Porro, Alberto Bentivoglio. Riguardo all’acustica, Corinne Bonnaure ha evidenziato che la sala risulta “… adatta ad un uso polivalente, in particolare per rappresentazioni di prosa e per conferenze, dove l’estrema chiarezza rende perfettamente intellegibile il parlato senza bisogno di ricorrere a sistemi di amplificazione. Anche gli spettacoli di burattini e rappresentazioni di musica leggera, danza o cabaret possono dare buoni risultati, soprattutto se coadiuvati da un valido sistema di amplificazione elettroacustico, opportunamente progettato e dimensionato …”.

In limine, un fuori onda pensando al Gerolamo
Mentre scriviamo, in seguito all’emergenza epidemiologica da “Covid-19”, le rappresentazioni al Gerolamo sono momentaneamente sospese. 
Servirà del tempo, ma milanesi e lombardi vivono il presente guardando al futuro, già pensando alla ripresa, alla “ricostruzione” e al (verosimile) cambiamento degli stili di vita. Per molti potrà essere l’occasione per sviluppare, in chiave “glocale”, percorsi espressivi e di ricerca, per riflettere (anche criticamente) sul proprio passato. In ogni cambiamento, in modo dinamico, è indispensabile ideare, progettare e costruire il futuro senza perdere la propria identità. Centri storici come il Gerolamo potrebbero cogliere l’opportunità per arricchire la vita aggregativa della città. A nostro avviso, pur tenendo fede alle proprie origini, tale Teatro potrebbe diventare, in breve tempo, punto di riferimento per tutto il nord Italia, promuovendo, con sistematicità, qualitative “performance” di musica popolare italiana e internazionale. Un piccolo teatro, per una grande città aperta musicalmente al mondo. Da parte nostra, l’auspicio che il Gerolamo possa presto tornare al suo splendore, nel segno della tradizione, dando spazio a temi di cogente attualità, dimostrando che è possibile esistere e resistere artisticamente, pure in società consumistiche sempre più (banalmente) omologate sui canoni del mondialismo culturale. 


Paolo Mercurio 

Dell’Autore, si segnalano ulteriori contributi che hanno come tratto di unione la città di Milano: Roberto Leydi, Sandra Mantovani, Paolo Grassi, Nanni Svampa, “Amici della Scala”, Arrigo Polillo, Filippo Daccò, Giorgio GasliniExpo 2015, Fabrizio De André.

1 Commenti

  1. grazie, che splendido articolo!! del Teatro Gerolamo sono frequentatore in questi ultimi tre anni, per gli spettacoli di burattini, ma non immaginavo tanta ricchissima storia

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