Suoni e ritmi nella musica del carnevale sardo

Seguendo l’approccio antropologico, musica e festa rappresentano binomio inseparabile, sul quale abbiamo scritto in diverse opere monografiche. Il carnevale è anticipatore del periodo quaresimale, al quale segue la Settimana santa, contraddistinta dall’articolato rapporto “morte- rinascita”.  In Sardegna, ogni comunità interpreta il carnevale secondo specifiche usanze. Ricca è la varietà delle maschere utilizzate, talvolta considerate reminiscenze di antichi rituali pagani. Sono diffuse maschere antropomorfe e zoomorfe, talvolta accoppiate a indumenti animaleschi, sormontati da idiofoni di varia misura, agitati con rumore forse originariamente seguendo azioni propiziatorie. Nelle società primitive, si suppone che i rumori venissero impiegati con modalità precise, generalmente perseguendo lo scopo di allontanare le entità negative e i malefici, concepiti come minaccia per l’individuo, la famiglia e la comunità. Diversi studiosi hanno scritto riguardo a tali fenomeni sonori, e tra questi ricordiamo James George Fraser, André Schaeffner, Curt Sachs, Claude Lévi-Strauss, Marius Schneider, Walter Moioli, Roberto Leydi, Febo Guizzi, Pietro Sassu, Giovanni Mocchi. 
Tra le tipiche maschere della Barbagia (conosciute in tutto il mondo, grazie anche alla promozione turistica) evidenziamo: “mamuthones e issohadores” (a Mamoiada); “merdules” (a Ottana); “thurpos” (a Orotelli); “urthu e buttudos” (a Fonni); “urtzu e mamutzones” (a Samugheo); “batileddu” (a Lula). Suoni e rumori tipici sono prodotti da campanacci e campanelli di varia dimensione, prevalentemente realizzati a Tonara, paese nel quale risiedono alcune famiglie di “pittiolos”, fabbri specializzati nella costruzione di tali idiofoni. Proseguiamo il nostro percorso folclorico, specificando ulteriori caratteristiche dei carnevali sardi. A Tempio il fantoccio tipico della festa (“re Giorgio”) viene processato e condannato al rogo (elemento “fuoco”). La bruciatura del fantoccio è una consuetudine utilizzata in diverse comunità dell’isola e italiane.  A Orosei, il fantoccio “Iuanne Pira’ ” (ricavato da un legno di pero) viene portato in giro per il paese e al termine del carnevale, in passato, veniva lasciato come spaventapasseri a protezione dei campi, in un’area situata all’inizio del paese (elemento “terra”). A Villaputzu, paese che ha dato i natali a illustri suonatori di launeddas - come Efisio MelisAntonio Lara e Aurelio Porcu -, la maschera locale è detta “facciola”. Ha il volto di coniglio e gli abiti femminili, e si muove per il paese (di solito in gruppo) intenta a seminare con un arcaico aratro, scuotendo rumorosamente i campanacci. 
Altra caratteristica di questo carnevale è la sfilata a suon di musica (acustica o amplificata) dei carri allegorici, realizzati in diverse comunità del Sarrabus. In alcuni paesi sardi, si è soliti inscenare la contrapposizione tra “brutti e buoni”, come nel carnevale di Lodè con le sue caratteristiche “mascaras nettas” (pulite) e “bruttas” (brutte), o in quello di Ollollai, con i cosiddetti “bumbones, truccos e marizola”. A Bosa, oltre a caratteristici mascheramenti e all’esecuzione di canti satirici, è in uso uno strumento musicale detto “sa serraggia”, rudimentale cordofono (la cui cassa è costruita con una sacca gonfiata, ricavata da vescica di animale) del quale, nei primi anni Settanta, insieme a tutti gli strumenti della tradizione popolare, scrisse autorevolmente l’organologo Giovanni Dore. A Gavoi, lo strumento tipico del carnevale è il tamburo, un tempo suonato solo dai rappresentanti dei “Rioni”, ma oggi da centinaia di esecutori di tutte le età. La tipica formazione musicale per l’accompagnamento dei balli è localmente costituita oltre che dal tamburo, dal triangolo e dal flauto di canna, detto “pipiolu”. Componente essenziale delle feste di carnevale sono i balli pubblici, secondo la zona di riferimento tradizionalmente accompagnati dai cantori polivocali del “tenore” 
(si veda il contributo dedicato a Pietrino Puddu di Fonni), dal suonatore di launeddas o da altri suonatori di organetto (si veda il contributo dedicato a Totore Chessa di Irgoli), fisarmonica, chitarra, armonica bocca. Più raramente vengono usati anche altri strumenti musicali o particolari idiofoni come, ad esempio, “sa trumba”. Luogo di riferimento per i balli è la “piazza”.  Sempre ad esempio, riferiamo del carnevale di Seneghe, dove “sos balladores” (i ballerini) si concentrano nella piazza del paese, venendo accompagnati dai cantori polivocali (il gruppo è detto “su cuntrattu”) o dal suonatore di fisarmonica. Il suonatore si colloca all’interno del semicerchio costituito dai ballerini, con i quali interagiscono le ballerine seguendo consolidati schemi coreutici.  In altri paesi dell’Isola si svolgono suggestive corse, come nel caso de “sa carrela de ’nanti” (corsa a pariglia, a Santulussurgiu) e de “sa corsa a sa pudda” (gara a cavallo, a Ghilarza). In ambito equestre, la festa più conosciuta è la “sartiglia” di Oristano, sicuramente una delle più rappresentative del carnevale sardo.

I ritmi della “sartiglia” 
“Sartiglia”, verosimilmente, deriva il nome dallo spagnolo “sortija” (anello) che, a sua volta, rimanda al latino sor che significa sorte, fortuna. La festa si ritiene abbia origini medioevali, ma numerosi sono gli aspetti paganeggianti collegabili a possibili antichi riti agrari apotropaici, bene auguranti ai fini dell’abbondanza dei raccolti. In più occasioni la “sartiglia” è stata proposta come evento culturale anche fuori dalla Sardegna, essendo senza dubbio una delle feste più spettacolari, nelle quali è vivo il rapporto della comunità con il cavallo, animale che sino all’avvento della macchina è rimasto il mezzo di locomozione più utilizzato dall’uomo.  L’elemento musicale più rilevante della “sartiglia” è dato dal frastuono ritmico dei tamburini, che (in parte) hanno ripreso consuetudini sonore tipiche di alcune feste dell’Italia centrale. 
Figura sacrale della festa è “su componidori” (o “compoidori”, cavaliere mascherato che indossa mantiglia e cilindro). Oltre a lui, cavallerizzi e cavalli sono i protagonisti della “sartiglia”, le cui fasi principali vengono scandite dal suono dei tamburini e/o dei trombettieri, secondo la circostanza nella quale sono chiamati a partecipare. Nella strada in cui si corre la corsa all’anello, lo squillo delle trombe ha la doppia funzione, di segnale e di pericolo. Da un lato sottolinea ed esalta l’arrivo del cavaliere al galoppo, dall’altro invita gli astanti lungo il percorso a posizionarsi ai bordi della strada. I tamburini eseguono il cosiddetto passo de “su componidori” durante il percorso processionale, che va dalla casa del capo Gremio (i Gremi sono i coordinatori della festa) al luogo nel quale avviene la vestizione del cavaliere. Lo stesso passo è usato per scandire i momenti più significativi della vestizione (effettuata da ragazze in costume sardo) e per segnalare la presa in consegna de “su stoccu”, l’asta lignea con la quale si dovrà infilare il buco della stella sospesa a mezz’aria.  Il passo detto de “s’istrada” viene eseguito durante la sfilata per le vie della città, nella quale è talvolta presente anche un suonatore di launeddas, localmente dette “so(n)us de canna”.  Ritmi specifici sono eseguiti per i due “assistenti” (detti, “su Secundu” e “su Terzu”) del “componidori”. La “sartiglia” viene coordinata da due Gremi, uno dei quali elegge annualmente “su componidori”. Tuttavia anche l’altro Gremio ha un proprio cavaliere, in onore del quale i tamburini scandiscono un ritmo specifico. Come pure con un ritmo personalizzato si avvisa dell’arrivo del “componidori” a casa del presidente del Gremio, dal quale riceverà la “pipia ’e maju”, un oggetto floreale sacrale con il quale il cavaliere mascherato benedirà auguralmente la folla.  
Un altro passo ritmico è detto de “sa curreba” (della corsa) e accompagna la discesa verso la stella dei cavalieri i quali, al galoppo, dovranno cercare di infilzarla nel foro centrale. Lo stesso ritmo può essere usato anche durante le corse delle pariglie, nelle quali i cavallerizzi eseguono numeri di equilibrio e di virtuosismo equestre. La “sartiglia”, normalmente, si svolge la domenica e il martedì di carnevale. La prima è organizzata dal Gremio dei “Contadini” (protettore san Giovanni Battista); la seconda è affidata al Gremio dei “Falegnami” (protettore San Giuseppe). Al cosiddetto “majorale” del Gremio (eletto annualmente) spetta la selezione del “componidori”, che viene ufficialmente investito del ruolo nel giorno della Candelora (2 febbraio), a seguito di una funzione religiosa (benedizione dei ceri). Sintetizzando, i momenti fondamentali della festa sono: il Bando, la Vestizione de “su componidori”, il Corteo, la Corsa alla Stella, l’esibizione di abilità delle Pariglie e la Svestizione, cadenzata con un rullio di tamburi fuori dall’ordinario. Tali momenti sono osservabili nel documentario “La Sartiglia di Oristano” (visionabile nel sito “Istituto Centrale Catalogo Documentazione” di Roma) che abbiamo realizzato alla fine degli anni Ottanta per conto del Ministero dei Beni Culturali, 
essendo supportati dalla ricerca condotta dall’antropologa Mara Rengo e dai generosi “suggerimenti” ricevuti da Giuseppe Pau, studioso della storia e della civiltà oristanese. Giovanni Casu, autorità strumentale nel Sinis, ha riferito che, fino ad alcuni decenni or sono, i Gremi di Oristano erano soliti sottoscrivere un contratto annuale con un suonatore di strumento tricalamo. Fino agli anni Sessanta, tale suonatore era Felicino Pili (originario di Villaputzu, ai tempi, residente a Santa Giusta); per alcuni anni venne chiamato a suonare durante la Sartiglia anche Daniele Casu (di Cabras, fratello di Giovanni). Va rilevato che, negli ultimi venti anni, i carnevali sardi hanno ricevuto una straordinaria promozione a livello locale e internazionale. Nell’Isola, sempre più spesso è possibile assistere a rassegne carnevalesche anche durante il periodo estivo, beneficamente concepite a favore di coloro che desiderino approfondire la conoscenza delle tradizioni locali, apprezzando dal vivo i suoni, le forme e i colori di un’affascinante sinestesia eido-acustica festiva, etnologicamente ben connotata alla quale, non di rado, vengono invitati a partecipare interculturalmente anche esponenti di comunità estere, per testimoniare le affinità folcloriche con gli usi e i costumi tipici della Sardegna.

Paolo Mercurio
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