Giovanni Casu, maestro di launeddas e la “Scuola” di Cabras

Per oggettive ragioni storico-musicali, Giovanni Casu è un’eccellenza della musica popolare sarda. Nel Sinis, è stimato come il più autorevole esecutore di “son(n)us de canna”. Ha ottantuno anni, è arzillo e lucido di mente. È di carattere solare, scherza come un giovane ed ha una volontà di ferro, soprattutto quando lavora. Encomiabilmente è di costante supporto alla moglie (purtroppo invalida). Ogni giorno, con la moto carrozzella a tre ruote o in bicicletta, si reca in campagna per curare gli orti. Una capatina giornaliera in piazza per chiacchierare con i compaesani è d’obbligo, come pure la camminata di un’ora per tenere in allenamento i polmoni e l’organismo. Un’altra ora è dedicata agli esercizi e alle polifonie popolari, che esegue senza sosta con i “suoni di canna”, da lui costruiti con perizia consolidata. Non utilizza le nuove tecnologie, neppure per accordare. È solito mangiare cibo biologico da lui coltivato e predilige la cucina sarda tradizionale. Alla fine degli anni Quaranta, è stato scritturato come attore-suonatore nel film “Altura”, diretto da Mario Sequi. Negli anni Cinquanta, con il fratello Daniele (“Duo Casu”), quando ancora il “folk revival” non era nell’aria, si è esibito in numerosi concerti europei. È l’ultimo testimone della ormai storica campagna di rilevamento effettuata da Andreas Fridolin Weis Bentzon fra i più accreditati suonatori di launeddas. Per alcuni anni si è ritirato dalla scena, per dedicarsi a tempo pieno al lavoro e alla famiglia, ma, alla fine degli anni Settanta, come dice lui, ha “ripreso alla grande”, divenendo leader di un folto Gruppo Folk cabrarese chiamato “Sa Leporada”. È stato ideatore della prima scuola popolare per launeddas, la “Scuola Paui”, per studiare nella quale richiedeva solo tanta passione e impegno a favore della musica tradizionale. Ha avuto più di cento cinquanta allievi, compreso un diversamente abile. Al passo con l’evoluzione sociale, tra i maestri dell’Isola, per primo, ha accettato di formare e far suonare durante le sfilate, processioni e concerti le giovani fanciulle, tra cui sua figlia Simona. Ha partecipato a centinaia di concerti, riscuotendo consensi ovunque. È stato pluripremiato e ha ricevuto numerosi attestati pubblici per la meritoria attività di maestro di “suoni”. Diversi registi l’hanno inserito nei propri documentari o in video televisivi. Negli anni Ottanta, per possibili collaborazioni, è stato contattato da cantanti moderni, ai quali ha risposto garbatamente che “ questa musica non era per lui”. Sue diverse incisioni sono sparse in raccolte dedicate alla musica sarda, più di recente è stato prodotto un disco monografico. Amico personale dello studioso Giovanni Dore, al momento, è l’unico suonatore di launeddas cui sia stata dedicata una consistente pubblicazione monografica riferita a un’estesa ricerca etnomusicologica e organologia. 

La “Scuola” di Cabras 
Giovanni Casu è l’emblema della prestigiosa “Scuola” di Cabras (OR), a mio avviso, poco valorizzata dalle pubbliche istituzioni e talvolta dagli stessi cabraresi. Casu è tuttavia un combattente, abituato a spendersi con generosità per quello in cui crede. Persona schietta, leale e aperta, è visceralmente affezionato al repertorio del suo paese, acquisito oralmente dai predecessori. Gli stenterelli, i senza scrupoli e gli opportunisti li mette subito alla porta senza troppi complimenti, mentre la spalanca a quei pochi che dimostrano di possedere competenza e desiderio di divulgare con cognizione il valore della musica sarda. Da alcuni anni, diverse scolaresche provenienti da varie parti dell’Isola giungono a Cabras per conoscerlo. Di fronte a professori e alunni di tutte le età (dalle elementari all’università), tiene lezioni nel “giardino” di casa, spiegando con linguaggio semplice le particolarità dello strumento tricalamo, raccontando numerose esperienze musicali personali, improvvisando laboratori manuali durante i quali mostra in sequenza l’arte costruttiva delle launeddas, che lui è solito chiamare “is so(n)us” o, più semplicemente, i “suoni”. «Per me è una gioia stare tra i ragazzi, mi ringiovanisce. Sono svegli, attenti, curiosi, a volte ti fanno delle domande tecnicamente complesse. Sono attratti dagli strumenti tradizionali che costruisco (“suoni, benas, pipiolos”) e dal loro timbro. Ciò che mi stupisce è che alcuni di questi studenti gli strumenti sardi non li hanno mai visti o sentiti suonare dal vivo. Ascoltano solo musica moderna giovanile. Bisogna lavorare e investire molto sui giovani e dare loro fiducia, per questo motivo nei primi anni Ottanta avevo aperto una Scuola». In quegli anni, durante le manifestazioni folcloriche, Casu era tra i più fotografati. Intorno a lui aveva sempre i discepoli e le discepole a piedi scalzi (consuetudine dei pescatori cabraresi), che stavano preferibilmente a fianco del maestro. Li preparava tutti con scrupolo. L’idea della Scuola era piaciuta così tanto e appassionava i giovani e i fanciulli di Cabras che, a proprie spese, dovette costruire vicino all’abitazione un ampio ripostiglio, usato per le prove e per far stagionare le canne, necessarie per realizzare gli strumenti musicali. La moglie, signora Tittina Sotgiu, è originaria di Tempio. Con ammirevole generosità, ha sempre sostenuto il marito nelle attività culturali. Ha raccontato che, per la Scuola di launeddas e di ballo, avevano speso un patrimonio, perché dal Comune non erano mai giunti finanziamenti. La loro casa era diventata una specie di scuola-albergo. Tutti i giorni e a tutte le ore gli allievi arrivavano o chiamavano al telefono. Per loro la porta era sempre aperta. Nel periodo di massima espansione, alle prove partecipavano decine di suonatori. Alcuni trovavano posto sulle panche artigianalmente realizzate dal maestro, molti altri suonavano in piedi. Chi non partecipava con costanza veniva allontanato, ma non per cattiveria. Casu è uno di quei maestri all’antica, « … le cose o si fanno bene o è meglio non farle. I pigri e i lavativi è meglio che facciano altro, per saper suonare i nostri strumenti serve tanto esercizio. L’allenamento deve essere quotidiano e progressivo»

Il maestro, gli allievi e le istituzioni 
Fino a pochi anni or sono, diversi allievi andavano a suonare ogni settimana a casa di Giovanni Casu. In seguito è sopraggiunto il lavoro, alcuni hanno messo su famiglia, altri hanno dovuto emigrare, altri ancora hanno abbandonato. I più attaccati al maestro sono Efisio Meli, Sergio Melis, Daniele Dessì. Sono ragazzi sani, senza fronzoli per la testa. Dialogare con loro, in passato, mi ha aiutato a meglio comprendere l'ambiente comunitario, nel quale Casu ha agito culturalmente. Tra le allieve, oltre alla figlia Simona Casu (apprezzata sarta di costumi tradizionali), avevo intervistato Erica Loi la quale, per alcuni anni, si era trasferita in Inghilterra per lavoro. «Non suono più con assiduità come una volta, per cui “ho perso fiato”. Non ho più l’allenamento necessario per suonare a un buon livello le musiche tradizionali, da ballo o da processione… tuttavia, appena ascolto i suoni delle launeddas, subito riaffiorano nella mia mente i ricordi piacevoli dell’infanzia. Sì, perché i timbri e le melodie di questo strumento mi portano indietro nel tempo, a ricordare momenti bellissimi e indimenticabili, in cui il nostro folto gruppo di cabraresi era unito per dare valore e importanza alla cultura del paese. Continuavamo a provare per allenarci, perché spesso eravamo in giro per concerti: ci divertivamo tantissimo ed eravamo affiatati. Io e mia cugina Daniela suonavamo sempre vicino al maestro, che ci dava sicurezza. Probabilmente, in Sardegna, siamo state le prime bambine a suonare in pubblico. “Tziu Juanne” è stato precursore anche in questo. Ci trattava come se fossimo le sue figlie, tutti gli allievi erano per lui come dei figli. E sapeva come trattarci per farci crescere. Quando necessario ci elogiava e ci motivava, quando serviva, ci sgridava, perché nella scuola di “suoni” e nel gruppo serve affiatamento. Ciò che mi ha sempre lasciato perplessa è la scarsa attenzione da parte del paese. Io da Cabras verso le launeddas mi aspettavo di più, tutti noi ci aspettavamo di più, e anche oggi mi aspetterei di più. Localmente i “suoni” dovrebbero essere “esaltati” maggiormente, purtroppo, ora come ora, non sono reputati importanti come dovrebbero». Efisio Meli è il veterano degli allievi di Casu. Ragazzo di poche parole, è sposato con figli ed è impiegato come tecnico tuttofare presso l’Ospedale. «Sono sempre impegnato con la famiglia e il lavoro, ma il maestro e i suoni non li ho mai abbandonati. 
Delle suonate di Cabras mi piace suonare tutto, perché il maestro ci ha insegnato a suonare tutto bene, con serietà e impegno. Così quando suono do tutto me stesso. Ogni volta si vive un’esperienza sonora sempre diversa dall’altra. Trovo particolare piacere nel mostrare agli ascoltatori quante “cose” si riescono a fare con tre pezzi di canna. Purtroppo non sempre siamo riconosciuti e questo spiace. A Cabras i “suoni” sembra che vivano nascosti, dovrebbero essere importantissimi, ma non in tutte le manifestazioni di rilievo sono invitati i suonatori di launeddas. Spesso preferiscono invitare quelli di organetto o di fisarmonica. Eppure, grazie a Giovanni Casu, Cabras ha un maestro apprezzato dappertutto e una “Scuola” importante che dovrebbe essere valorizzata. Al momento così non è. Detto questo noi suoniamo con passione, tuttavia, quando suoniamo nelle pubbliche feste, dai miei concittadini - soprattutto da quelli più giovani - mi aspetterei un po’ più di rispetto. Lo dico perché in diverse occasioni mi è capitato di suonare durante le processioni, vedendo ragazzi indisponenti che per strada si mettevano a ridere al nostro passaggio, considerandoci come dei pagliacci. In molti ancora non hanno capito che invece i “sous de canna” sono qualcosa d’importante per Cabras e sarebbe molto bello poter ampliare le esperienze musicali a favore del paese, ma per far questo sarebbe necessario che ai suoni fosse dato maggior rilievo. Vorrei dire comunque un grazie al Maestro per tutti gli insegnamenti. Io vivo la sua casa come una seconda casa, come una seconda famiglia. E per questo devo ringraziare anche la moglie, la signora Tittina Sotgiu. Sono più di venticinque anni che frequento questa casa. Vi sono stati momenti in cui dovevamo fare le prove intensamente, per questa ragione passavo più tempo qui che non a casa mia. Momenti indimenticabili. Nel ripostiglio, dove facevamo le prove, a volte, eravamo decine di giovani allievi che suonavano tutti insieme. Esperienze uniche che hanno segnato il mio rapporto con lo strumento popolare». Durante la discussione con gli allievi, con puntiglio ironico, Giovanni Casu ha specificato che, in generale, «…da Cabras, si aspetterebbe quello che non mi hanno mai dato, ovvero un riconoscimento ufficiale. Cabras è un paese tutto particolare, che talvolta sembra non capire la sua ricchezza musicale tradizionale. Vi è un po’ di gelosia, come in tutti i paesi, e forse da parte di alcuni anche un pochino d’invidia, perché alcuni pensano che con i suoni noi suonatori ci arricchiamo. Certo non rifiutiamo qualche piccolo introito anche perché abbiamo sempre dovuto sostenere delle spese e fatto molti sacrifici. Ogni viaggio, poi, comporta delle spese. Se qualcosa ci danno, è perché in cambio possiamo dare molto, ma nulla si costruisce dal nulla. Per noi suonatori servono tanti sacrifici e questo non tutti lo capiscono o lo vogliono capire. Quando i ragazzi erano più giovani e ancora studenti, noi ci trovavamo per le prove minimo tre giorni la settimana, perché se non eravamo allenati a dovere non riuscivamo a tenere alte le tradizioni di Cabras, di conseguenza sarebbe stato meglio starsene a casa. 
A me piace lavorare con serietà. Quello di suonare è un divertimento, ma è anche un dovere che dobbiamo affrontare con coscienza. Avendo avuto modo di fare il confronto con tanti altri paesi e nazioni, ciò che mi colpisce di Cabras è il riscontro alla fine delle sonate. In tutti i paesi dove siamo andati ci hanno sempre applaudito. Qui stanno tutti in silenzio, non applaudono e non commentano. Se però i nostri concittadini ci sentono suonare fuori dal paese, allora diventano calorosi e orgogliosi del nostro operato. Alcune volte per scherzare (il maestro Casu scherza di continuo) ho chiesto se avevano le “mani incollate”, e ciò per stimolare un applauso per incoraggiare i ragazzi, per dargli un pochino di soddisfazione per il lavoro svolto. Comunque noi, applausi o non applausi, andiamo avanti, sappiamo che abbiamo da portare avanti la nostra missione che continua da diversi decenni. Ed è sempre stata un’avventura piacevole per me e per i ragazzi. A nostro modo abbiamo segnato una parte importante della storia musicale di Cabras, avendo sempre riconoscenza per quanto appreso dai suonatori più anziani». Daniele Dessì è il più giovane del gruppo, per questo affettuosamente chiamato Danielino. È un ragazzo solare, dal viso aperto sempre sorridente. Laureato in Economia e Commercio, è ormai divenuto il colto del gruppo, ma quando deve parlare si emoziona facilmente. Durante la conversazione ci ha tenuto a sottolineare che «… il maestro Giovanni Casu non ha insegnato ai suoi allievi solo a suonare, ma anche a costruire lo strumento, sin da quando eravamo piccoli, perché fare “scuola” significa anche conoscere la natura, capire come e in quali luoghi tagliare le canne, operazioni indispensabili prima di realizzare dei buoni “suoni”. Come allievi abbiamo imparato prima a realizzare una “mancosedda”, poi, via via, le altre canne sonore. Tuttavia la parte più difficile io ritengo sia legata al taglio delle ance. Se queste sono malfatte, gli strumenti non suonano. Per tutto quello che ha fatto per noi e che ci ha insegnato con amore, al maestro dico un infinito grazie; grazie per le emozioni indimenticabili che ci ha fatto sperimentare; grazie per averci fatto crescere come suonatori e come persone; grazie per averci fatto conoscere tanti luoghi della Sardegna e fuori dall’Isola, grazie per aver dato rilievo al nostro paese ogni volta che ci confrontiamo con altri suonatori o con altri gruppi musicali». Il maestro Casu tiene a precisare che, contrariamente ad alcuni suoi colleghi e pseudo maestri, ha scelto sì d’insegnare ma fissando alcune chiare condizioni da rispettare: «Ai miei allievi pongo solo alcune precise clausole che, tuttavia, pretendo siano rispettate. Innanzi tutto chiedo serietà, perché nessuno ha tempo da perdere con chi non ha interesse. Inoltre, desidero che loro imparino bene il repertorio tradizionale di Cabras. Studiare insieme repertori diversi è controproducente, non aiuta, anzi porta a imbastardire le suonate e i balli, e non permette di affezionarsi adeguatamente allo strumento. Inoltre, finché non hanno imparato, chiedo agli allievi di stare lontano dalle discoteche moderne, perché non aiutano a studiare il repertorio antico con serietà. Se uno studente è bravo e serio, in poco tempo impara e se ne va, altrimenti il primo a chiedere di non continuare sono io». Infine, tiene a evidenziare che «… i suoni devono essere accordati secondo intonazioni specifiche, operazioni che non tutti i giovani sono in grado di effettuare autonomamente. Questo è uno dei motivi per cui il rapporto allievo-maestro, spesso, deve continuare ben oltre il periodo di apprendimento necessario per l’acquisizione dello specifico repertorio musicale del paese»

Patrimonio dell’Umanità e prospettive culturali 
Giovanni Casu in Sardegna spicca per la conservatività. Di norma, rifugge da esecuzioni artificiose e, per convinta scelta, si rifiuta di seguire mode passeggere legate al mercato musicale o a quello turistico. Ed è anche per questa caparbietà conservativa che viene apprezzato come solista e unanimemente stimato quale autentico rappresentante della musica sarda tradizionale. Una musica quella per le launeddas che è ammirata in tutto il mondo e che, da anni, ci siamo impegnati a valorizzare come patrimonio dell’umanità. Come abbiamo ribadito anche dalle pagine di “Blogfoolk” (cfr. Launeddas Patrimonio Dell'Umanità), siamo tra coloro che perseverano affinché il millenario strumento tricalamo possa ottenere il riconoscimento internazionale con l’inserimento nella “Lista dei Beni del Patrimonio Culturale Immateriale”, nella quale è già presente il canto “a tenore”. Appena il riconoscimento arriverà, ci sarà festa e quel giorno ritengo sarebbe importante vedere sul palco anche Giovanni Casu, figura di riferimento per la musica popolare sarda, che ha speso l’intera esistenza in promozione della cultura delle launeddas. La sua personalità musicale merita l’approfondimento di un ulteriore contributo (idealmente proseguimento del presente) nel quale, secondo un percorso retrospettivo, riferiremo sulle principali tappe della sua formazione giovanile e della specificità delle suonate tipiche del repertorio strumentale e vocale cabrarese, cui parecchio spazio dedicò Andreas Fridolin Bentzon nei suoi studi. Come ricercatore, ritengo sia importante ridare impulso alla più autentica tradizione cabrarese, avendo a supporto l’incentivo degli Enti pubblici, pronti a dare valore a ciò che antropologicamente risulta fondante per una comunità, avendo chiaro che il lavoro amorevolmente svolto in decenni di attività è un serio patrimonio che con gioia potrà essere trasmesso alle nuove generazioni. Sempre come ricercatore invito le pubbliche Istituzioni a promuovere a Cabras la realizzazione di un museo multimediale dedicato ai “so(n)us de canna” e, più in generale, al mondo delle launeddas. Tale museo sarebbe sinergico a quello archeologico che conserva i noti “Giganti di Monte Prama”, i quali già rappresentano una risorsa che garantisce ottimi riscontri in termini culturali e di promozione turistica. 



Paolo Mercurio

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