Launeddas Patrimonio dell’Umanità: Una Voce Corale Per L’inserimento Nella Lista Dei Beni Del Patrimonio Culturale Immateriale

Le launeddas sono simbolo strumentale della musica sarda. Rappresentano un bene culturale prezioso che, come etnomusicologo, ho spesso sentito il dovere di valorizzare per dare lustro anche a significativi artisti dello strumento, i quali hanno permesso di tramandare sino ai nostri giorni tradizioni musicali ormai apprezzate in tutto il mondo. “Is launeddas” (le launeddas) è il “pluralia tantum” con il quale si tende a specificare uno strumento musicale tricalamo, appartenente alla categoria dei clarinetti primitivi, attestati da diversi millenni in alcune culture musicali del Nord Africa e del Vicino Oriente. Le launeddas rappresentano uno dei capisaldi della musica sarda e sono segno d’unione tra la Sardegna e una vasta area del Mediterraneo, come evidenziato, sin dagli inizi del secolo scorso, dallo studioso Giulio Fara (1880-1949), considerato uno dei padri dell’etnomusicologia italiana. A lui si devono i primi scritti riferiti all'ormai noto bronzetto itifallico nuragico rinvenuto a Ittiri (Sassari), che testimonierebbe l’esistenza nell’Isola dello strumento tricalamo da almeno duemila e cinquecento anni. Diversi studiosi sono propensi a ritenere che, da un punto di vista simbolico, il bronzetto sia da contestualizzare in arcaici culti magico-religiosi pagani tipici dei riti della fecondità. 
Nel corso dei secoli, le launeddas sono state utilizzate in funzione di specifiche esigenze comunitarie del popolo sardo. Chi studia i fenomeni sincretico-religiosi non si stupisce che siano state accettate quali strumenti popolari per edificare il culto religioso cristiano. Lo studio della liturgia e della paraliturgia regionale evidenzia che, soprattutto in passato, nel Centro-Sud dell’Isola, le launeddas furono impiegate all’interno di numerose chiese, come strumenti popolari capaci di sostituire polifonicamente le funzioni dell’organo, usato sin dal medioevo in diverse comunità della Penisola anche durante le sfilate e le processioni (“organo portativo”). Andreas Fridolin Weis Bentzon (1936-1971) è l’etnomusicologo danese che, a partire dagli anni Cinquanta, documentò in modo sistematico, secondo moderni criteri scientifici, l’uso dello strumento tricalamo nella società sarda, lasciando in eredità una mole di registrazioni, talvolta supportate da documentazioni visive in pellicola, negli anni Novanta montate in versione filmica dal regista Fiorenzo Serra, con la consulenza etnomusicologica di Pietro Sassu. Come testimoniato nelle “Relazioni” stilate dall’abate Vittorio Angius nel XIX secolo, le launeddas, in diverse parti della Sardegna, sono state per secoli punto di riferimento per l’accompagnamento del ballo, sulla cui varietà coreutica hanno scritto vari ricercatori, tra i quali spiccano i nomi di Pino Gala, Gerolama Carta Mantiglia e Antonio Tavera. 
Oltre al ballo, il repertorio delle launeddas è da associare all’accompagnamento della poesia che, in Sardegna, secondo tradizione, era quasi esclusivamente cantata, contestuale ai canti profani, alle versificazioni dialettali dei poeti locali oppure ai canti religiosi “in limba”, come ad esempio ne “is goccius” (o “sor gotzos”), usati in prevalenza durante la ritualità paraliturgica e ben documentati da Giovanni Dore (1930-2009). Il “Sinis” è un’area della Sardegna nella quale le launeddas venivano usate anche per l’accompagnamento dei canti poetici. Massimo esperto di tale modalità esecutiva è, ancora oggi, Giovanni Casu, suonatore di Cabras, il quale ha fatto conoscere il repertorio locale esibendosi per un lungo periodo con i cantori Salvatore Manca (noto come “Gavaurru”) e Salvatore Murtas (noto come “Patata”), deceduti da alcuni anni. 
Una componente importante per la conoscenza delle launeddas è riferibile alla costruzione dello strumento musicale, che richiede avanzate conoscenze specialistiche nonché una raffinata tecnicalità nel taglio delle ance, una competenza approfondita nella scelta dei materiali naturali e della loro conservazione ai fini musicali. Come noto, l’esecuzione delle launeddas richiede l’impiego di una particolare tecnica esecutiva detta del “fiato continuo”. Ogni repertorio prevede l’uso di specifici modelli strumentali (in dialetto definiti “cuntzertus” quali, ad esempio, “punto d’organo”, “fiorassiu”, “mediana” etc.), realizzati secondo tonalità, in modo da permettere agli esecutori estrema flessibilità durante l’accompagnamento o per suonare “a cuncordu”, quando due o più suonatori di launeddas “dialogano” contemporaneamente. Un filone di studi e di analisi delle trascrizioni musicali ha permesso agli etnomusicologi di rilevare, anche da un punto di vista della teoria musicale e contrappuntistica, la ricchezza compositiva e creativa tipica dei differenti esecutori sardi, tra cui indiscussi artisti musicali quali, ad esempio, Efisio Melis, Antonio Lara, Aurelio Porcu, (Villaputzu), Dionigi Burranca, (Ortacesus), Giovanni Lai, Francesco Castangia e Daniele Casu (Cabras), le famiglie Sanna e Figus (Ussana), e i contemporanei Luigi Lai (San Vito), Beppe Cuga (Ovodda), e il già citato Giovanni Casu. Intrisa di spiritualità naturale, la musica per launeddas è stata a lungo funzionale punto di riferimento musicale di numerose comunità sarde. Inserita nella ritualità festiva e religiosa, la musica delle launeddas risulta indispensabile per comprendere l’importanza di custodire la “memoria” storica di una società, la cui ricchezza è legata a un articolato patrimonio di conoscenze musicali trasmesse dai nostri predecessori. 
Lodevole, quindi, sarà ogni concreta iniziativa pubblica (a mia conoscenza, l’ultima risale al dicembre 2013) per dare valore a questo strumento che, da troppo lungo tempo, merita di essere inserito nella Lista di salvaguardia dei Beni Immateriali istituita dall’UNESCO. A favore della tutela e promozione delle launeddas sono necessarie sinergiche azioni mirate, sostenute da intellettuali (per quanto compete loro musicalmente e culturalmente), da Amministratori pubblici e da cittadini che – in modo corale – dovrebbero far sentire la propria voce nelle opportune sedi politico-burocratiche regionali, nazionali e internazionali. Da qui il mio invito agli amministratori e ai cittadini a unirsi in nome della Musica a favore del riconoscimento delle launeddas quale Patrimonio dell’Umanità, simbolo dell’intera civiltà sarda e segno d’unione musicale tra i popoli del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Innanzitutto tale preziosa civiltà abbiamo il compito di valorizzare e consegnare con gioia alle generazioni future guardando, come dicono in Sardegna, “semper indainnantis” (sempre in avanti). Da parte mia, come ricercatore, continuerò l’opera di divulgazione, elaborando contributi etnomusicologici in promozione dei contenuti sintetizzati nell’articolo e, più in generale, a favore della musica sarda. 


Paolo Mercurio

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