Giovanni Dore, anima colta tra poesia religiosa e strumenti musicali sardi

L’etnomusicologia deve molto a Giovanni Dore (1930-2009), studioso di strumenti musicali popolari, ai quali aveva dedicato mezzo secolo di ricerche con l’intento di dare ulteriore rilievo alla civiltà musicale sarda. Uomo di fede, spese la propria vita avendo chiari gli obiettivi da perseguire sia in riferimento alla missione pastorale sia a quella culturale, concepite sempre a favore dei propri simili e della propria Isola che amava con passione. Era uomo di grande bontà, intellettualmente onesto, orgogliosamente sardo nel carattere. Ricercatore atipico, lontano dai cliché accademici, aveva conquistato la stima di studiosi internazionali, pur vivendo modestamente in un piccolo paese, Tadasuni (OR), che oggi conta circa 150 abitanti. Non apprezzava i soloni della cultura (“… soprattutto quelli autoreferenziali, chiusi nelle stanze universitarie”) e i burocrati (“alcuni dei quali attenti solo ai propri interessi”). La ricerca, era solito ripetere, “… va condotta tra la gente, sapendo ascoltare e avendo la capacità di apprendere le conoscenze anche da persone semplici, ma che hanno molto da insegnare in merito alla propria cultura orale. Gli studi teorici sono conseguenti, richiedono scrupolosità e apertura di vedute”. Con entusiasmo, Dore aveva ricercato sul campo a diretto contatto con i più rappresentativi suonatori tradizionali del secolo scorso. Inizialmente aveva concentrato gli studi nell’oristanese. Fino agli anni Settanta, per recarsi presso i vari suonatori e costruttori di strumenti musicali popolari, si era avvalso di accompagnatori, tra cui Francesco Castangia (detto “su Cau”), suonatore cabrarese che era solito trasportare il parroco di Tadasuni in motoretta. Viaggi cultural-musicali che, nel solo caso di “su Cau”, furono più di duecento. Come quasi tutti i ricercatori del dopoguerra, Dore era solito pagare le ricerche di tasca propria. Dalle istituzioni non sempre ricevette i sovvenzionamenti e i riconoscimenti che un intellettuale della sua levatura avrebbe meritato: questo un po’ lo amareggiava. Tuttavia non era uomo disposto ad arrendersi facilmente. 
Vedendo respinta l’approvazione di alcuni suoi progetti culturali, decise di allestire il Museo degli Strumenti della Musica Popolare nei locali della Casa parrocchiale di Tadasuni. Ogni anno, il Museo accoglieva visitatori provenienti da ogni dove. Conteneva centinaia di strumenti musicali popolari (più di cinquecento), a dimostrazione della ricchezza organologica dell’Isola. Previa prenotazione, l’accesso al Museo era gratuito, con eventuali offerte libere. La visita era guidata, con commenti che stringevano il cuore, poiché ogni strumento della Collezione rappresentava un momento specifico delle ricerche che Giovanni Dore era solito rievocare con sentimento, parlando di suonatori e costruttori popolari nonché di situazioni riferite a specifici momenti musicali. Particolarmente intense risultavano le sue esemplificazioni pratiche, poiché “… un conto è osservare gli strumenti altro è sentirli suonare. A favore di coloro che mi vengono a trovare, io sento il piacere di far rivivere tali strumenti con brevi esecuzioni …”. Al termine del percorso guidato, i visitatori uscivano arricchiti, avendo avuto modo di farsi un’idea generale della ricchezza organologica della Sardegna. In merito, ritengo utile menzionare “La voce della Musica”, meritevole “libro-custodia” della Prof.ssa Silva Marras, con due dvd acclusi, uno riferito alle riprese di una lezione tenuta a un gruppo di visitatori presso il Museo di Tadasuni, l’altro contenente le riprese video di una “presentazione” degli strumenti musicali, tenuta a Trescore (BG) nel 2007. Le musiche di accompagnamento sono di Gavino Murgia. Don Dore amava stare tra la gente con semplicità, apprezzando la buona tavola in situazioni conviviali o festive. Pochi giorni prima della sua dipartita, dopo essere uscito dall’ospedale a seguito di una lunga degenza, il suonatore Giovanni Casu, amico di lungo corso, desiderava organizzare per lui una festa come nei tempi passati. Sebbene sofferente Don Dore, scherzando, gli disse: "Giovanni accetto l’invito … ma dammi solo un pochino di tempo, perché mi devo riprendere bene prima di poter festeggiare adeguatamente”. La precaria condizione fisica aveva contraddistinto l’ultimo periodo della sua esistenza. Senza preavviso, un giorno andai a trovarlo a Paulilàtino (OR), dov’era alloggiato in un centro per anziani durante un periodo di convalescenza. 
Tutti i degenti erano stati collocati in un grosso salone. Don Dore stava in giardino, isolato, “… a contemplare le meraviglie della natura e a pregare. In questo modo non sono mai solo … anche se nessuno si ricorda di venirmi a trovare”. Usava spesso l’ironia e il sorriso era sempre radioso. Presto mi volle invitare a conoscere i suoi “anziani amici” che quotidianamente teneva su di morale, rallegrandoli e spendendo per loro parole di conforto. Data la distanza che ci separava, molti nostri dialoghi avvennero per telefono. Tema preferito era la musica sarda, tuttavia spesso si sconfinava sui temi affini quali la poesia religiosa, i riti, le credenze, le feste, il ballo, gli idiomi linguistici, l’archeologia… Don Dore era sempre un fiume di ricordi e d’informazioni. Con l’interlocutore disposto all’ascolto critico era sempre affabile, evitando prevaricazioni in virtù della propria autorevolezza. Sapeva coinvolgere nella discussione, portando sempre esempi concreti alla portata di tutti: “…la musica popolare non deve essere studiata solo a beneficio di pochi ricercatori…”. Negli ultimi anni, a seguito di esperienze non edificanti, era divenuto piuttosto guardingo nei confronti degli Enti preposti alla valorizzazione dei beni culturali: “… ho numerosissimi materiali di ricerca, musicali e letterari, che ho ben catalogato ma che dovrei rielaborare, ma non sempre riesco a trovare il tempo necessario e solo raramente, in Sardegna, mi hanno adeguatamente incentivato a farlo…”. Seppur in estrema sintesi, ritengo utile evidenziare alcune tappe fondamentali del suo percorso artistico-letterario. Giovanni Dore era nato a Suni, nel 1930. Terminati gli studi teologici (a Cuglieri), venne ordinato sacerdote a venticinque anni, operando a Bosa, Santulussurgiu, Sedilo e Scanomontiferro. Nel 1964 divenne parroco di Tadasuni e Boroneddu (nel Barigadu) e, più di recente, di Zuri. In quest’area della Sardegna operò fino al 2009, anno del decesso (avvenuto ad Alghero). Gli esiti delle proprie ricerche sono riportati in diversi saggi, tra cui il più noto: “Gli Strumenti della Musica popolare della Sardegna” (1976). Il testo (di oltre trecento pagine) venne diviso in quattro parti, offrendo “… una minuziosa descrizione e lo studio di ciascun strumento; un capitolo sul significato e simbolismo del suono e degli strumenti conclude l’opera”
Opera che è un evergreen, a distanza di alcuni decenni ancora solido punto di riferimento per la ricerca organologica in Sardegna. Nel 1977, Dore vinse il “Premio di Cultura” della Presidenza del Consiglio dei Ministri. In questi anni iniziò a distinguersi come autore e conduttore di numerose rassegne radiofoniche e televisive dedicate alla cultura popolare, la cui rubrica più rappresentativa è stata probabilmente quella titolata "Canne armoniose e cembali: riscoperta di costumi musicali della Sardegna" (trentasei puntate, per “Radio Sardegna”). Numerosi gli stage e le lezioni tenuti in diverse parti d’Italia. La professoressa Sandra Mantovani mi ha raccontato di quando don Dore giunse a Milano per una tenere conferenza, su invito del marito Roberto Leydi: “Dore era un uomo simpaticissimo, sempre sorridente… Ricordo che quella volta lo avevano bloccato in aeroporto, perché ritenevano che lo strumento che si era portato a mano fosse troppo ingombrante (si trattava di una “serraggia”). Luì provò a spiegare che era indispensabile per la conferenza che doveva tenere agli studiosi, ma non riuscì a convincere gli interlocutori. Allora tagliò in due lo strumento, in questo modo riuscì a superare i controlli…”. Dore si distinse anche come insuperabile ricercatore di poesie religiose in limba sarda che, sin dal 1980, iniziò a stampare nella poderosa raccolta Gosos e Ternuras (vol. I), alla quale negli anni fecero seguito altre pubblicazioni. Tra i suoi contributi (stampati in riviste, enciclopedie e libri), evidenzio “I testi del dramma silenzioso del Venerdì Santo ed il rito degli strepiti”, relazione per un Convegno organizzato da Pietro Sassu e da Giampaolo Mele nel 1991, avente come titolo generale “Liturgia e Paraliturgia nella Tradizione orale”. Inoltre, “I miei incontri con i suonatori di launeddas”, del 1997, nel quale l’autore ripercorse alcuni momenti toccanti della propria esperienza di ricercatore, a partire dall’incontro presso il Santuario del “Rimedio” a Oristano con il suonatore Felicino Pili (1910-1982), originario di Villaputzu, ma trasferitosi a Santa Giusta (OR) già nei primi anni Cinquanta. Di rilievo anche la pubblicazione “Canticos Sacros in Sardu Idioma”, una preziosa raccolta degli scritti di Giovanni Battista Madeddu (1741-1809), pubblicata nel 2006 per conto del Comune di Ardauli. Dore concluse la “Introduzione” con un pensiero che ben riflette il suo modo di agire in ambito sociale e letterario: "A noi il compito di approfondire ancora i valori riscoperti di questo patrimonio culturale ereditato, al fine ancora di dare alla comunità consapevolezza del suo passato e orientare verso un futuro migliore la carica innovatrice e dinamica che la cultura tradizionale racchiude"
Nel maggio del 2009, Giovanni Dore è passato a miglior vita, avendo la consapevolezza di aver donato ai propri simili i frutti di una seria ricerca, elaborata per permettere all’organologia sarda di poggiare su solide radici. La sua è stata una vita impegnata, spesa lontano dai riflettori, perché preferiva stare a contatto con la gente umile e bisognosa. Non a caso, venne scelto come testimonial per una campagna pubblicitaria nazionale a favore della CEI. Di certo, le energie investite da Dore a favore della musica e della poesia popolare sarda furono ingenti. Sarebbe opportuno ora agire con atti concreti, per rendere un doveroso e duraturo riconoscimento a questo illustre studioso. Come etnomusicologo ho a lui dedicato due pubblicazioni (“Cantores” e “Immagini della Musica Sarda”) e scritto diversi articoli, ma sono convinto che soprattutto le Istituzioni Pubbliche (e in particolare la Regione) dovrebbero impegnarsi anche finanziariamente per non disperdere quanto ereditato da don Dore, superando la logica dell’effimero, vincolata a concerti e a incontri culturali isolati. A mio avviso, sarebbe urgente far modernamente rinascere a Tadasuni (come auspicato dal suo ideatore) il “Museo degli Strumenti Musicali della Musica Popolare”, organizzandolo secondo principi interattivi e multimediali, secondo un articolato progetto di sviluppo e di ricerca. Spesso, Giovanni Dore era solito ricordare che la musica è l’anima di un popolo, da cui l’importanza per la Sardegna di conservare con consapevolezza la propria anima anche attraverso i suoni della tradizione. In modo originale - con sarditas e humanitas - perseguì l’obiettivo generale di dare rilievo internazionale alla musica popolare, in particolare dando importanza al patrimonio organologico dei Sardi e certamente, anche nei tempi a venire, i suoi studi continueranno a essere sicuro riferimento per tutti coloro che vorranno seriamente valorizzarlo. 


Paolo Mercurio

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