Gavino Murgia, tra jazz, musica sarda, ricerca sul campo e progetti discografici

Gavino Murgia è gioviale, amante della natura e della buona tavola. Ben disposto al dialogo, porta la cultura della Sardegna nel cuore. È figlio d’arte, essendo stato Sebastiano (Bustianu) Murgia un noto ebanista e un apprezzato scrittore dialettale nuorese. Ha una speciale predilezione per le arti visive e figurative. Ha condotto diverse ricerche etnomusicali: di rilievo quelle a fianco di Pietro Sassu, nella seconda metà degli anni Novanta. Nonostante i venticinque anni di carriera, Murgia si definisce (con modestia) “un principiante”, poiché ritiene sia questo il giusto atteggiamento per farsi incantare con continuo e rinnovato stupore dal linguaggio dei suoni e dall’infinta ricerca a esso collegata. Ha all’attivo numerosi concerti e diverse pubblicazioni discografiche. Come primari riferimenti ha la musica jazz e quella popolare sarda, due mondi che, inizialmente, ha vissuto come distinti ma che, nel tempo, si sono sempre più avvicinati in un inestricabile unicum musicale.

Un esordio naturale e istintivo
Murgia conserva vivido il ricordo di un flauto dolce regalatogli da un amico di famiglia, Franco Ruju, all’età di cinque anni. Nello stesso periodo gli venne donato un “mangiadischi” per i quarantacinque giri. «Ascoltavo le musiche e col flautino mi divertivo a suonarci sopra. A volte riuscivo a ricostruire le più semplici melodie, altre volte imitavo solo il ritmo».  Il principio del “suonare a orecchio” ha avuto una notevole importanza nella sua evoluzione musicale. «Mio padre suonava il sax nella Banda di Nuoro che, a metà degli anni Sessanta, si sciolse. Lui era un appassionato di jazz e possedeva una nutrita discoteca. Io ascoltavo i suoi dischi e …, all’età di dodici anni, ho aperto l’armadio nel quale custodiva il suo strumento. Quando era a lavoro, lo suonavo per diletto: così ho iniziato. Per natura? per istinto? Di certo so che da allora non ho più smesso di suonare e che oggi sono un musicista con i giusti mezzi per proseguire la mia ricerca. Vorrei anche ricordare che, a undici anni, avevo assistito al mio primo concerto di jazz, con il quartetto di Paul Motian (Tim Berne, Graham Haynes Ed Shuller), che mi diede un energico imprinting musicale». Con il sax del padre, Gavino ha iniziato a improvvisare, cercando di trascrivere le linee melodiche o gli assoli dei grandi della musica afroamericana. Nel tempo sono cresciuti spontaneamente il desiderio e la necessità di approfondire il linguaggio scritto. «Il salto l’ho compiuto quando ho deciso di presentarmi alle selezioni di Siena Jazz. La mia formazione di allora era sostanzialmente da autodidatta. Nonostante fossi l’unico non diplomato in conservatorio, riuscii a superare le tre selezioni … poi per tre anni entrai a far parte dell’Orchestra Giovanile Italiana di Jazz come sax tenore. Furono anni d’intenso studio. I diversi Direttori dell’Orchestra, nel tempo, iniziarono a chiamarmi per collaborazioni e da allora ne ho avute tantissime»

La musica sarda
Il sei settembre a Goni (CA), Murgia si ritroverà sul palco a duettare ancora una volta con l’amico Luigi Lai, maestro di launeddas, del quale ha stima immensa, condividendo una visione aperta del comporre e dell’improvvisare.  La musica sarda è il “medium” con il quale Gavino si è imposto all’attenzione del pubblico internazionale. La sua sarditas è sempre presente: nel parlare comune, nel cantare a tenore, nell’uso dei ritmi a ballo, nel fraseggio con gli aerofoni, nel fare festa a tavola con i parenti o gli amici. Sin da ragazzo, oltre a essere un attento ascoltatore di musica popolare sarda, ha iniziato a cantare a tenore per diletto, per le strade della sua città, Nuoro, che ha sempre conservato un ambiente sociale conviviale, soprattutto nei bar o nel “Corso”, luogo principale di ritrovo amichevole per i ragazzi. Gavino utilizza la possente voce di basso nei concerti (spesso in forma sperimentale), ma anche durante le performance a tenore con il Gruppo denominato “Gòine”, attivo dal 1997. Murgia è anche uno dei maggiori virtuosi di “sulittos” (aerofoni popolari, “sulittu” al singolare), strumenti che ha iniziato a suonare a ballu secondo gli stili tradizionali. Nel tempo li ha utilizzati secondo le proprie esigenze concertistiche. Riconoscente a chi attraverso l’oralità gli ha insegnato qualcosa di musicale, durante la discussione ha parlato della sua giovinezza ricordando un anziano costruttore di Isili, tal Pitzalis il quale, oltre a essere un ottimo costruttore, gli aveva “aperto la mente” sulle numerose possibilità esecutive e ritmiche dello strumento. Negli anni, Murgia aveva selezionato per i concerti una quindicina di “sulittos”, i quali lo scorso anno sono spariti insieme alla sua valigia durante una tournée. Nel tempo, ha voluto imparare a suonare anche le launeddas, aerofono principe della tradizione sarda. Suoi punti di riferimento sono stati Cesare Carta e, successivamente, Franco Melis, di Tuili. Oggi suo faro musicale in tema di launeddas è Luigi Lai, con il quale condivide una mentalità musicale, tesa alla valorizzazione della musica sarda ma con i piedi ben ancorati al presente e lo sguardo rivolto al futuro. Murgia ha anche condotto ricerche sul campo, ed è solito pubblicare i lavori etnomusicali con la propria etichetta discografica denominata “Mankosa”. Tra i suoi maestri di ricerca Pietro Sassu, del quale ha inizialmente seguito le lezioni etnomusicologiche presso il Conservatorio di Sassari (a seguito del superamento di una selezione per ricercatori indetta dall’ISRE). In seguito Sassu gli affidò una collaborazione, per registrare dal vivo musiche popolari della Planargia e del Marghine. Nella seconda metà degli anni Novanta, a Murgia si deve l’importante riscoperta e rivalutazione del canto polivocale profano (“a cuncordu”) e religioso (detto “chidasantinu”) di Bortigali (NU). Di rilievo anche le sue ricerche condotte a Oliena e a Orune sul canto a tenore, o quelle di comunità condotte a Galtellì (polifonia religiosa) e ad Ardauli (nel Barigadu). Un cd, “Cantos a Kiterra”, riferito a una gara di canto accompagnato dalla chitarra (tipico repertorio del Logudoro e della Gallura), è stato a suo tempo presentato da Andrea Parodi, cantante con il quale ha a lungo collaborato. Murgia sul piano umano è socievole, tuttavia in ambito artistico non apprezza chi disconosce il merito altrui: «Rispetto alle ricerche, ho moltissimo materiale e ben selezionato che presto conto di raggruppare e di pubblicare, poiché ne conosco il valore etnomusicale. A volte sono stupito di non essere adeguatamente citato come ricercatore anche quando dovrei, ma questo forse dipende dalla qualità di alcuni scrittori di musica sarda». Rispetto alle collaborazioni dice: «Mi piace tutta la musica e non ho preconcetti di generi e stili nelle collaborazioni, ma ho la necessità di sentirmi in sintonia con chi suono, altrimenti preferisco suonare da solo o con amici, per progetti musicali che condivido e che riescono a coinvolgermi emotivamente. Aggiungo che per un musicista è importante sentirsi compresi nel proprio percorso artistico. Tuttavia nel tempo ho imparato che non è utile rimanere vincolati ai giudizi degli altri. Ascoltare i suggerimenti è importante, ma io ritengo che ogni musicista debba poi seguire la propria strada, ciò che sente interiormente, senza forzare la natura e la cultura che gli sono proprie»

La recente attività musicale
In queste settimane, Murgia è impegnato in concerti estivi. Di recente si è esibito a Siddi (nel Medio Campidano), presso la Tomba dei Giganti denominata “Sa Domu ’e s’Orcu”. «È stato fantastico. La sera era previsto il concerto di Nicola Piovani, il giorno seguente, all’alba, era il mio turno. Mi sono predisposto bene lo spazio gestendo tre diverse pedane, ho suonato il sax, il tumborro, i flauti, il duduk… e naturalmente “sa boch’ ’e bassu” (la voce di basso). L’atmosfera era magica, i suoni uscivano in libertà e sentivo l’attenzione del pubblico in ascolto: questo significa far musica, sentirsi bene con se stessi e con chi ti ascolta». Per quanto riguarda le collaborazioni e le produzioni discografiche, Murgia ha evidenziato che sta vivendo un momento particolarmente vivace da un punto di vista artistico. Per completezza d’informazione, citiamo qualche nome tra le sue collaborazioni internazionali: Bobby McFerrin, Rabih Abou Kalil, Al Di Meola, Sainko Namtcylak, Michel Godard, Famoudou Don Moye, Mal Waldron, Araik Bakhtckian, Roswell Rudd, Djivan Gasparian, Noa, Hamid Drake, Franck Tortiller, Babà Sissokò, Badara Seck. Nella musica d’autore ha collaborato con Mauro Pagani, Gianna Nannini, Andrea Parodi, Luigi Cinque, Vinicio Capossela, Piero Pelù, Piero Marras, Massimo Ranieri, i Tazenda, … In variegate formazioni, ha eseguito numerosi concerti con jazzisti italiani quali Paolo Fresu, Bebo Ferra, Danilo Rea, Paolo Della Porta … e tanti altri. Ha suonato in festival jazz di mezzo mondo, tra gli altri in Giappone, Sud Africa, USA, Russia, Francia, Germania, Portogallo, Inghilterra, Spagna, Finlandia, Norvegia, Svezia, Belgio, Austria, Polonia, Turkia, Marocco, Cuba, Yemen, Pakistan.  Osservo:- Le tue collaborazioni sono numerose! Risponde Gavino: «Le sonorità e i colori provenienti dalla tradizione li ho utilizzati all’interno del linguaggio jazz. Le diverse sonorità ottenute con su bassu, la voce gutturale, su sulittu, le launeddas riaccordate o riadattate … sono stati tutti elementi che hanno evidentemente affascinato chi mi ha sentito nei dischi o dal vivo. Forse proprio per questa ragione numerosi musicisti mi hanno coinvolto nei propri progetti. Di volta in volta, ho ricostruito la modalità di utilizzo dei suoni tradizionali non solo con le mie composizioni e le mie idee, ma anche con le composizioni altrui, apportando l’originalità che ne deriva dall’uso di strumenti tipici della musica sarda che, non dimentichiamolo, è inserita in una tradizione “Mediterranea”, capace di avvicinare mondi lontani. Per meglio comprendere il mio pensiero, però, è necessario ascoltare. Un esempio su tutti potrebbe essere “Morton’s Foot” di Rabih Abou Khalil. Peraltro io ritengo che la musica Jazz sia per eccellenza quella che più si adatta ad accogliere le sonorità delle tradizioni popolari e di quelle contemporanee. Questo mi hanno insegnato indirettamente alcuni grandi del Jazz, tra cui Don Cherry e John Coltrane».

Progetti e produzioni discografiche
Rispetto agli ultimi lavori creativi, si evidenzia che, nel dicembre del 2014, a Koln, Murgia ha realizzato per la WDR il progetto titolato “In Splendoribus”, un’opera comprendente l’alternanza del canto a tenore e di un quartetto jazz, con Michel Godard alla tuba e serpentone, Bruno Helstroffer alla tiorba, Murat Coskun alle percussioni.  La casa discografica è “Harmonia Mundi”, specializzata in musica antica e classica. L’incisione rappresenta il primo disco con musicisti sardi scritturati dall’etichetta francese. Gavino Murgia ha suonato il sax soprano, cantando come basso nel Tenore “Gòine”, con Antonello Mura (boche e mesu boche), Giovanni Mossa (contra), Francesco Pintori (boche e mesu boche). Poco prima, sempre nel 2014, aveva pubblicato “L’ultima mattanza”, per la Quinton records. Tra le altre pubblicazioni di rilievo sono da citare “Giornale di Bordo” (con Antonello Salis, Paolo Angeli, Hamid Drake, del 2011); “Monteverdi - A Trace of Grace” (con Steve Swallow, Guillemette Laurens, Michel Godard, Fanny Paccoud & Bruno Helstroffer, del 2010); “Megalitico (quintetto di Gavino Murgia, del 2009); “Deep” (duo Michel Godard-Gavino Murgia, Intuition Music, 2007). Murgia ha voluto concludere l’intervista, invitandoci nel suo nuovo studio di registrazione, pieno di strumenti, dischi e libri sardi. «È questo un luogo dove si fa musica a vari i livelli…, ho investito in tecnologia, ma ora sono autonomo e libero nel registrare le mie performance o quelle con amici musicisti di passaggio a Nuoro. Ascolta - mi dice - ora sto incidendo questo pezzo, sovrapponendo la voce di basso, il suono della serràggia (o “tumborro”, strumento sardo carnevalesco) e vari strumenti, tra cui quello dell’amico contrabbassista Paolino Della Porta».  Gavino inizia ad agire sul mixer e subito dalle casse fuoriesce potente il suono. 
L’inizio è accattivante, d’atmosfera, i suoni gravi, esotici e profondi si susseguono e si rispondono a effetto. Man mano il ritmo si stabilizza e s’intensifica ritmicamente, fino a tramutarsi gradualmente in un moderno ballo sardo in cui si contrappuntano polifonicamente più aerofoni. Durante l’ascolto gli occhi di Gavino sono attenti, puntati sullo schermo a colori, dal quale possono essere osservate le frequenze delle varie voci. Con il dito indice anticipa di un attimo gli ingressi e al termine alza le sue grosse mani, come fosse un bonario direttore d’orchestra. Dialoghiamo sulla composizione e dice: «… mi piace tutta la musica, è meravigliosa e ho numerosi progetti per il futuro. Sono divenuto musicista naturalmente, non per scelta a tavolino o perché ho studiato in accademia, e desidero continuare a essere musicista per tutta la vita, con la musica sarda e il jazz a scaldare il mio cuore e quello dei miei ascoltatori».  In queste parole risiede il focus di Gavino Murgia, le cui radici etnofoniche, negli anni, sono state armonizzate nel variegato contesto della musica afroamericana, rivelando originali percorsi compositivi. In merito al modo di suonare, osserva sinestesicamente: «Quando suono jazz ho l’accento sardo, quando eseguo musica sarda subentrano i colori del jazz». I prossimi concerti sono previsti all’interno del “XXVII Seminario Nuoro Jazz”. Il 20 agosto, suonerà in trio (musiche tratte dal cd “L’ultima mattanza”, con Michel Godard e Patrice Heral), la mattina seguente in duo (presso la Casa circondariale di “Badu ’e Carros”, con il contrabbassista Salvatore Maltana). Come di consueto, Gavino salirà sul palco con semplicità, indossando i suoi tipici abiti in tinta unita e “su bonete” (cappello usato da contadini e pastori sardi). Dopo le prime note, chiuderà gli occhi e la sua mente entrerà nel magico mondo dei suoni secondo i canoni jazz, usando l’improvvisazione con rinnovata vitalità ed espressività. Sono passate alcune ore. Il dialogo con Murgia giunge al termine, con l’impegno di ritrovarci un giorno per valorizzare l’opera di Pietro Sassu e per addentrarci più profondamente nelle ricerche etnofoniche e nel linguaggio tecnico-musicale, portando sempre nel cuore e nell’anima i suoni dell’amata Sardegna. 


Paolo Mercurio

Foto archivio Gavino Murgia per gentile concessione