Pietro Sassu, Voce Colta Della Cultura Popolare

A.D. 2014. Quest’anno ricorre il settantacinquesimo della nascita di Pietro Sassu, la cui dipartita, nel 2001, giunse prematura e inaspettata, poiché avvenuta a seguito di una malattia dal decorso aggressivo e celere. Rabbrividendo, ricordo ancora la telefonata con Renato Morelli, suo miglior amico e collaboratore. Eravamo sbigottiti, avendo piena consapevolezza di quanto avesse perso quel giorno il mondo della ricerca. Per un settimanale sardo, subito scrissi un articolo in sua memoria: “Etnomusicologia in lutto per la perdita di Pietro Sassu”. Il Prof. Roberto Leydi, nei primi anni Ottanta, a Bologna, lo aveva nominato mio correlatore per la tesi sulla musica sarda. In questo modo conobbi Sassu, il quale per alcuni anni mi diede suggerimenti e consigli preziosi. A lui dedicai la mia opera “Dialogo del Canto a Tenore” (2001), della quale avevamo a lungo parlato al telefono nei mesi precedenti alla pubblicazione. Come ricercatore Sassu aveva dato tanto alla Sardegna, per la quale spese buona parte della propria esistenza, deciso a spiegare secondo scienza la grandezza culturale e musicale della propria regione. Parlare con Sassu era sempre un’esperienza arricchente, poiché era uno studioso eclettico, in grado di spaziare con agilità nei diversi ambiti del sapere. Tuttavia era persona assai riservata che non amava vantarsi in pubblico e che sempre cercava, con signorilità, di mettere a proprio agio l’interlocutore. Sapeva ascoltare con un’attenzione speciale. Da lui ho avuto modo di apprendere molto per stile di ricerca. La prima volta che gli mostrai i miei materiali etnomusicali, li mise da parte. Prima di leggere il contenuto dei testi, s’interessò alla persona, desiderava dialogare. 
Volle sapere dei miei studi musicali. S’informò sul percorso di ricerca linguistico-letterario intrapreso da mio padre, mi chiese di parlargli dei cantori delle confraternite e di quelli del “tenore”. Dato il mio percorso di studio, volle conoscere i motivi che mi avevano spinto a scrivere una tesi di etnomusicologia, anziché una sulle musiche classica e jazz. Parlammo a ruota libera per un’oretta. A quel punto prese in mano il voluminoso plico di ricerca e prima di aprirlo, con il suo consueto “humor sardo-english”, pacatamente mi disse:- Le anticipo che non avrò niente da insegnarle, tuttavia se avrà bisogno di qualche consiglio o informazione specifica sarò ben lieto di poterla aiutare. Sassu all’epoca non era ancora docente universitario, ma insegnava Storia della Musica presso il Conservatorio di Bologna. “Insegnare in Accademia è piacevole e gratificante”, una volta confidò, “ma il mio cuore batte altrove e quei pochi che ben mi conoscono lo sanno”. A Roma era stato allievo di Diego Carpitella, dal quale io ritengo apprese la passione giovanile per la ricerca a tutto campo, estesa in pratica a tutta la nazione. In comune con il Prof. Carpitella aveva anche la tendenza a sviscerare i contenuti di uno stesso argomento spaziando nei diversi ambiti del sapere musicale, e ciò lo portava a cesellare e a rifinire di continuo i propri scritti. Forse per questo motivo entrambi pubblicarono numerosi contributi in libri e riviste specializzate ma poche opere monografiche. “Per scrivere un libro”, evidenziava Sassu, “non si può improvvisare, servono accurate ricerche, controlli incrociati, avanzate competenze musicali, approfondimenti e revisioni continue. Bisogna avere la consapevolezza che, una volta pubblicato, il testo passerà sotto la lente di attenti studiosi e dei posteri. Purtroppo, nei giorni nostri, in Italia, sono in pochi a capire la complessità degli studi etnomusicologici, ma questo limite non deve esimere chi scrive dal produrre ricerche di qualità, soprattutto in un settore di frontiera come il nostro, dove in molti pensano che si tratti di studi secondari”. Sassu puntava molto sulla qualità del lavoro di ricerca e, in privato, talvolta, disapprovava quando sentiva usare toni professorali sulla musica popolare sarda da parte di intellettuali che ben poco conoscevano il linguaggio musicale. 
Era uno accademico con un “curriculum” inizialmente votato alla musica colta. A Roma aveva conseguito il diploma in Corno con il Maestro Domenico Ceccarossi. A Parma aveva compiuto studi di composizione e a Cremona, come musicologo, si era specializzato in Paleografia e Musica antica. Aveva suonato in diverse formazioni di musica da camera e in orchestra. Aveva, inoltre, una speciale predilezione per gli studi archeologici, linguistici e antropologici, in particolare citava spesso quelli di Claude Lévi-Strauss. Tra i “consigli” che era solito darmi, vi era quello di arricchirmi culturalmente con sempre nuove letture. Talvolta m’invitava a rileggere specifici passi di autori come Fara, Bartók, Brăiloiu, Sachs, Schaeffner, Schneider, Merriam, Blacking. “Lei sta inseguendo un progetto ambizioso”, mi disse una volta, “tuttavia, anche se deve concentrare l’ attenzione sulla musica sarda, sarà importante che allarghi l’orizzonte delle conoscenze, perché queste le permetteranno di dare maggiore spessore alle ricerche”. Il mio progetto era ambizioso ma circoscritto, Sassu, invece, perseguiva da qualche tempo un orizzonte di ricerca ben più ampio, che non esitai a definire “Patriae Monumenta” della Musica Sarda. Un “corpus” onnicomprensivo del patrimonio vocale e strumentale della sua terra, cui restò sempre amorevolmente legato nonostante gli oneri professionali in diverse parti del continente. 
Terminati gli studi universitari, i miei contatti con Sassu si allentarono. Tuttavia tramite Renato Morelli, restai sempre aggiornato sul conseguimento dei loro risultati e delle loro ricerche. Sassu-Morelli è un binomio di ricerca sino a oggi ingiustamente sottovalutato, ma che, certamente, per qualità e quantità, rappresenta una delle vette più elevate raggiunte dagli studi etnomusicologici nazionali nel Novecento. Nessuno lo scrive, ma la storia farà il suo corso. Per meglio comprendere l’umanità e il valore delle ricerche di Pietro Sassu, suggerisco di leggere il saggio di Morelli, “Musiche a memoria. Pietro Sassu e il Trentino, fra ricerca, divulgazione e multimedia” (2011, visionabile nel web), poiché, tra quelli di mia conoscenza, è il testo che meglio valorizza la poliedrica personalità dello studioso sardo. Ho sempre guardato a loro con massima stima, considerandoli pionieri e nomadi culturali, opposti nel carattere, ma dotati entrambi di spirito giovanile, sempre alla ricerca di nuove scoperte e di fecondi approfondimenti. Quanti sacrifici personali per giungere a quelle vette! Sassu, scherzando (ma non troppo), un giorno, sapendo la mole di lavoro che stavo affrontando per la mia tesi, mi chiese incuriosito:- Se tornasse indietro, sceglierebbe ancora una tesi in etnomusicologia? Sbuffai titubante, ma non ebbi modo di rispondere. Il professore aveva colto l’imbarazzo, conoscendo il mio amore verso la Sardegna. Con la sua consueta calma, iniziò a raccontarmi di un momento critico della propria esistenza, di quando cioè si trovò di fronte a un bivio nel quale dover scegliere se specializzarsi negli studi etnomusicologici o continuare ad approfondire quelli classici. Probabilmente, una scelta definitiva Sassu non la compì mai, poiché possedeva una lucida visione unitaria della musica. Tuttavia mi disse che per fare quella scelta iniziò a viaggiare per tutta l’Italia, senza una vera meta precisa, ma avendo chiaro che stava operando come ricercatore. 
Mi sono sempre chiesto se di quel periodo avesse lasciato riflessioni personali scritte. Come consuetudine a quei tempi, viaggiò a sue spese, armato di taccuino e di registratore a bobine che solo successivamente, grazie a Carpitella, riuscì a farsi parzialmente rimborsare (le sole bobine), lasciando in deposito delle registrazioni presso L’ “Archivio” sonoro di Roma. Girando e stando a contatto con la gente, Sassu consolidò la propria passione verso le tradizioni popolari e, in particolare, verso quelle della sua Isola. Diversi citano l’opera, ma in pochi, persino tra gli etnomusicologi, hanno avuto modo di leggere la sua prima opera monografica. Mi riferisco a “La gobbula sassarese nella tradizione orale e scritta", opera poderosa, pubblicata per conto dell’"Archivio Etnico Linguistico Musicale” di Roma, nella quale furono condensati gli esiti di una ricerca condotta tra il 1961 e il 1967. Il libro testimonia la serietà dello studioso sardo ed è centrato intorno a un articolato studio interdisciplinare, in cui, a più livelli, s’intrecciano le analisi storico-etno-linguistiche e musicali tenendo conto del panorama degli studi sardi. Di certo Sassu in quegli anni ebbe modo di assorbire una metodologia operativa accademica, tipica degli appassionati e dei ricercatori gravitanti intorno alla cattedra di etnomusicologia coordinata da Diego Carpitella. Una cerchia di ricercatori della quale fece parte anche la cantante Maria Carta, di cui quest’anno ricorre il ventennale dalla sua dipartita (si veda l’articolo in Blogfoolk, del 19 marzo 2014). Sassu, passo dopo passo, scalò tutti i gradini della carriera pubblica. Iniziò a insegnare nelle Scuole medie, in seguito, tra il 1968 e il 1976, divenne docente di Storia della Musica presso il Conservatorio di Sassari. Nel 1977 si trasferì a Bologna, dove consolidò il sodalizio con Roberto Leydi e con tutto il Gruppo dei ricercatori del DAMS a lui collegati, compresi quelli del “Laboratorio di Spettacolo Popolare” della Scuola di Arte Drammatica, a Milano: Sandra Mantovani, Remo Melloni, Italo Sordi, Renato Morelli, Febo Guizzi, Alessandra Litta, Dina Staro, solo per citare i più autorevoli. 
Un po’ tutta la carriera professionale di Pietro Sassu rimase da un lato stimolata, dall’altro compressa, da due figure titaniche dell’etnomusicologia italiana, Carpitella e Leydi, che di questa disciplina, fino agli Ottanta, risultarono gli unici titolari Ordinari di cattedra universitaria. Qualche anno dopo la pubblicazione sulla “Gobbula”, nel 1973, in collaborazione con l’Istituto di Storia delle Tradizioni Popolari dell’Università di Roma e dell’Istituto Sardo di Studi Etnomusicologici di Sassari (da lui stesso fondato a Sassari), Sassu partecipò alla pubblicazione del saggio “La Musica Sarda”, nel quale scrissero anche Diego Carpitella e il linguista Leonardo Sole. Un testo base, pubblicato dall’“Albatros” (Collana diretta da Roberto Leydi), cui era allegato un cofanetto contenente tre LP, vera summa per l’epoca del repertorio coreutico, vocale e strumentale dell’isola. Successivamente Sassu scrisse a favore della musica sarda diversi saggi, tra cui pare utile almeno ricordare “Funzione degli stereotipi nel canto sardo” (in RMI, n. 1, 1973) e “La Musica di tradizione Orale” (in Enciclopedia “ La Sardegna”, 1982). Sassu documentò in modo sistematico il repertorio della polivocalità sacro-popolare, principalmente legata ai riti paraliturgici. Non soddisfatto delle sole ricerche regionali, le estese a tutta l’Italia collaborando con Roberto Leydi e Renato Morelli. 
Tali ricerche portarono alla pubblicazione, sempre per l’ “Albatros”, del cofanetto “Canti Liturgici di Tradizione Orale” (1987), contenente quattro LP con allegata un’estesa ricerca interdisciplinare, firmata dai tre ricercatori e da Piero Arcangeli. Sassu si distinse per il saggio principalmente centrato sulle tradizioni sarde. In quegli anni, in qualità di esperto, veniva invitato in ogni parte d’Italia per tenere conferenze sulla musica religiosa di tradizione orale. “A volte, quando vado a parlare nelle conferenze, si stupiscono e mi chiedono:- Ma lei è un prete?” Divertito, una volta raccontò questo aneddoto a Milano durante una lezione presso il “Laboratorio di Spettacolo Popolare”, nella quale spiegò che, benché etnomusicologi e musicisti, nel contesto religioso siamo tenuti ad approfondire e a rispettare la ritualità, indissolubilmente legata alla storia della liturgia e, più in generale, a quella delle religioni monoteiste. Il rispetto verso le comunità studiate era uno dei capisaldi del suo metodo di lavoro, che comportava, quando necessario, l’immergersi nella vita ordinaria, vivendola come se si fosse un componente attivo della stessa comunità. Questo principio valeva sia per i riti religiosi sia per le feste profane. Dove trovava amici (e ne aveva sparsi per tutta l’Isola), il professore si trasformava, facendosi dare del “tu” da cantori e suonatori popolari, perché durante le ricerche voleva sentirsi uno loro e non un “freddo” docente di accademia in trasferta. Il “festlich”, per dirla con Kerényi, per Sassu andava vissuto appieno dal vivo. Sul finire degli anni Ottanta, da Roma, insieme alla ricercatrice Mara Rengo, mi ero recato per lavoro a Mamoiada, paese della Barbagia, per assistere al carnevale caratterizzato dalle maschere dei “mamuthones”. Lì ho incontrato il Professore, intento a far ricerca, ma totalmente immerso nell’atmosfera festosa e danzante. Vedendolo ballare mi sono subito venute alla mente le sue lezioni e i consigli che era solito fornire agli studenti per affrontare le ricerche sul campo. 
Nel dicembre del 1991, insieme allo storico Giampaolo Mele, a Santu Lussurgiu, nel Montiferru, organizzarono il “Primo Congresso di Studi Liturgia e Paraliturgia nella Tradizione Orale”, cui parteciparono numerosi esperti del settore. Da un punto discografico, con l’inseparabile amico Renato Morelli e il produttore Valter Colle, dal 1993, pubblicarono “Musica a memoria: Repertori di tradizione orale”, una storica “Collana” dedicata ai gruppi polivocali di Castelsardo, Cuglieri, Orosei, Santu Lussurgiu. Riferendoci alla ricerca organologica di Sassu, pare opportuno citare i saggi “Gli strumenti della musica popolare sarda”, compreso nell’opera “Sonos”, del 1995; “Microstrutture melodiche nella musica sarda”, del 1997, inserito in un’opera sulle “launeddas” curata da Giampaolo Lallai e scritta a più mani. Sebbene gli studi sardi rappresentino la struttura portante delle ricerche di Pietro Sassu, sarebbe limitativo circoscrivere la sua opera alla sola musica sarda, in quanto come etnomusicologo aveva costantemente avvertito la necessità di ampliare le proprie conoscenze sia verso la musica popolare della penisola sia riguardo alle discipline correlate (linguistica, sociologia, antropologia culturale, teologia, storia…), delle quali come ho riferito era profondo conoscitore. Avendo girato l’Italia munito di registratore e di taccuino, ebbe modo di scrivere di numerose comunità contadine. Negli anni Settanta, la sua più importante “scoperta” fu quella di Premana, un paesino del comasco (oggi in provincia di Lecco, noto per la lavorazione dei metalli), del quale valorizzò, attraverso dischi e pubblicazioni (successivamente sponsorizzati anche dalla Regione Lombardia), la ricchezza locale del repertorio monodico e polivocale. Suoi saggi di riferimento, in questo caso, sono: “Canti della comunità di Premana”, 1978, in “Como e il suo territorio”, a cura di R. Leydi e Glauco Sanga; “Racconto di una cultura”, 1979, inserito nel libro titolato “Premana”, al quale hanno partecipato diversi ricercatori. In questo contesto va ricordato che Sassu era componente della “Redazione scientifica” de "Il Mondo Popolare in Lombardia", che ha prodotto opere poderose, grazie al coordinamento di Roberto Leydi. Della Redazione facevano parte Tullio De Mauro, Diego Carpitella, Gianluigi Bravo, Glauco Sanga, Bruno Pianta, Annabella Rossi e Italo Sordi. 
Nel Trentino, Sassu era di casa, avendo iniziato le sue collaborazioni con i Centri di ricerca universitari dal 1976, grazie ad una richiesta di Roberto Leydi ad Andrea Mascagni, allora direttore dell’Istituto Musicale di Trento (poi divenuto Conservatorio). Soprattutto in collaborazione con Renato Morelli, analizzarono con attenzione (e a più riprese) le musiche popolari di quella regione, contribuendo a far emergere un repertorio realmente tradizionale, ben lontano dalle rielaborazioni colte polifoniche d’ispirazione popolare sul tipo di quelle proposte dal “Coro SAT”, a partire dalla fine degli anni Trenta. Rilevanti sono anche gli studi etnomusicali compiuti nel Tesino, situato in una ristretta valle nella parte orientale del Trentino, dove, agli inizi degli anni Ottanta, sinergicamente, insieme a Marcello Sorce Keller, analizzarono i canti in relazione alle componenti poetiche e alle pratiche comunitarie. Grazie soprattutto alla collaborazione con Roberto Leydi e Renato Morelli, Pietro Sassu ebbe modo di realizzare, a partire dagli anni Ottanta, anche numerose produzioni radiofoniche, televisive e documentarie, prodotte principalmente dalle sedi RAI di Trento e di Cagliari. Tra queste ricordo “Musiche a Memoria” (1981-1990); “Tradizioni Popolari Religiose in Italia” (1983); “Il Carnevale Tradizionale” (1986); “Voci del Sacro” (1990). Per quanto attiene la produzione filmografica sarda di antropologia visiva, ritengo utile menzionare due importanti lavori curati da Pietro Sassu: “La Settimana Santa a Castelsardo” (1981, RAI Cagliari, con la regia di Giampiero Cubeddu e Paolo Sanna) e “Su Cuncordu. Settimana Santa a Santulussurgiu” (1988, RAI Trento, regia di Renato Morelli). Come ho evidenziato, Sassu era riuscito a raggiungere numerosi obiettivi di ricerca e professionali, in questo articolo solo sommariamente citati. 
Fino all’ultimo lo sapevo impegnato a realizzare l’articolato progetto riguardante il “corpus” delle musiche popolari sarde, come già evidenziato da Roberto Leydi nell’introduzione del mio libro “Folklore Sardo” (1991). Un Progetto che, a mio avviso, avrebbe potuto portare a termine da tempo, se non si fosse scontrato con una chiusa mentalità burocratica che, in quegli anni, troppo spesso si dimenticò di valorizzare in modo adeguato la musica sarda. Tuttavia ho di recente appreso che il corpus dei materiali sonori registrati, circa 250 bobine, verrà presto digitalizzato tramite l’Associazione “Archivi Sassu”, diretta dal figlio Simone. Nel 1988, Sassu riuscì a superare il concorso di accesso all’Università, divenendo docente di Storia della Musica a Udine. Lo ricordo (provato fisicamente) quando era intento a studiare per il superamento del colloquio orale:- Non mi sono mai sentito vicino ai miei studenti come in questo momento, mi disse con tono scherzoso, ben sapendo che come etnomusicologi e musicisti è sempre utile considerarsi “eterni studenti”. Personalmente rimasi impressionato da come le Istituzioni sarde non seppero adeguatamente valorizzare questo loro illustre studioso, pur tenendolo in gran conto. Nel 1995, Sassu fu promosso Ordinario di Etnomusicologia, presso l’Università di Potenza. Di questi anni, agli etnomusicologi sono note le sue campagne di ricerca in aree poco battute della Basilicata, come ben argomentato da Nicola Scaldaferri, nel saggio “Basilicata 1997. Resoconto di una ricerca sulla musica tradizionale lucana promossa da Pietro Sassu” (in “Archivio di Etnografia”, anno VI, 1-2, 2011). Delle ricerche e dei suoi studenti collaboratori, mi parlò riferendomi alcune frasi che mi colpirono particolarmente:- Il nostro lavoro di etnomusicologi ha qualcosa che ci avvicina agli artisti rinascimentali…, lavoriamo artigianalmente, rifinendo a bottega, passo dopo passo, i nostri “manufatti”, scegliendo di collaborare, di volta in volta, con motivati e preparati collaboratori. 
Alcun mesi prima del suo decesso, durante una delle nostre rare ma prolungate comunicazioni telefoniche, all’epoca concernenti la mia futura pubblicazione “1999: Humanitas Musicale Sarda”, provai a chiedere al Professore una spiegazione di tanta chiusura da parte degli Enti pubblici verso la musica popolare. In particolare gli chiesi se non reputasse maturi i tempi per chiedere a gran voce di istituire nell’Isola almeno una cattedra di “Musica sarda”. Egli, con la consueta calma e signorilità, rispose:- Ho lottato a lungo per questo, ma è una battaglia persa… perché oggi in Sardegna troppi studiosi sono concentrati sulla questione della “Limba” (Lingua)… e pochi riescono a cogliere appieno l’importanza della musica nelle comunità sarde… anche perché numerosi ricercatori temono di confrontarsi con un linguaggio che non conoscono o conoscono poco e che, quindi, non riescono adeguatamente a dominare…. Pietro Sassu, silenziosamente, il primo luglio del 2001 ci ha lasciato, donandoci i frutti di una seria, approfondita e quarantennale ricerca, elaborata per fornire alla musica sarda solide radici, necessarie per permetterle di sopravvivere e di affermarsi anche in una società globalizzata, la quale sempre più sembra preferire l’omologazione delle culture ma che, al contempo, ha permesso una diffusione senza precedenti delle conoscenze locali e regionali. Con rigore scientifico, egli seppe dare lustro alla civiltà vocale e strumentale sarda e di molte altre comunità della penisola. Personalmente sono convinto che il contributo offerto da Sassu come studioso fu determinante per favorire l’affermazione e l’apprezzamento della musica sarda nel panorama internazionale. Nonostante la sua prematura scomparsa, confido che l’operato di Pietro Sassu venga nel tempo sviscerato interdisciplinarmente, essendo sicuro punto di riferimento per tutti coloro che vorranno seriamente approfondire le tradizioni musicali nazionali. Ironizzando sul proprio nome, in ambito privato, Pietro Sassu (etimologicamente dal latino “petra” e “saxum”) riferiva che difficilmente qualcuno sarebbe potuto risultare più “tosto” di lui. Effettivamente fu esempio di tenacia e di solidità culturale. Grazie, Pietro, Professore caro! Nelle mie opere monografiche dedicate alla musica sarda, di sovente, ti ho dedicato specifiche sezioni, con sentimento di profonda stima e riconoscenza. Affidando queste brevi note al “web”, concludo auspicando che sempre più, in futuro, le Istituzioni pubbliche e private si diano da fare, affinché l’opera di Pietro Sassu venga adeguatamente valorizzata e trasmessa alle generazioni future con gioia e amore, vere scintille da cui, con passione, traevano origine tutte le sue ricerche etnomusicologiche. 

Paolo Mercurio

Copyright foto di Paolo Mercurio