Febo Guizzi, etnomusicologo che ha portato all’apice gli studi organologici in Italia

Il 2 dicembre, Febo Guizzi ci ha prematuramente lasciato. Per oltre trentacinque anni, aveva operato con il fine di documentare e valorizzazione ai massimi livelli il patrimonio strumentale popolare. Era etno-organologo di fama internazionale, autore di numerose pubblicazioni specialistiche, faro di riferimento per molti ricercatori. Appassionato di musica medievale e d’iconografia musicale, negli anni Ottanta, iniziò a collaborare con Roberto Leydi presso il DAMS di Bologna. Dopo aver superato diversi traguardi accademici, era divenuto Ordinario di Etnomusicologia all’Università degli Studi di Torino, tenendo corsi di studio presso il CIFIS (Formazione degli insegnanti in Piemonte), il Dipartimento di Culture, Politica e Società, il corso di Laurea in DAMS, il corso di Laurea Magistrale in Cinema e Media, il Dottorato di Ricerca in Spettacolo e Musica o in Lettere. 

Valorizzare gli strumenti musicali
Pur avendo seguito un iter di studi giuridici, sin dagli anni Settanta, Febo Guizzi iniziò ad approfondire la conoscenza della musica popolare anche in altri Paesi quali Croazia, Bosnia- Erzegovina, Bolivia, Perù. Fu musicista del gruppo “Alia Musica” (specializzato nel repertorio medioevale), con Silvio Malgarini, Mauro Pagani, Piergiorgio Lazzaretto, Mauro Palmas, Brigitte Lesne, Gerard Lesne, Fabio Soragna, Giuliano Prada, Alexandre Regis, Roberto Barto, Francis Biggi.  Profondo conoscitore degli strumenti etnici e antichi, nei primi anni Ottanta, Guizzi venne scelto da Roberto Leydi come suo assistente. Da accademico, promosse diversi convegni sulla musica popolare, alcuni in raccordo con l’ICTM (International Council for Traditional Music-UNESCO). 
Dagli anni Novanta, fece parte del Comitato scientifico della rivista internazionale “Imago Musicae”, organo ufficiale del “RIDIM” (Répertoire International d’Iconographie Musicale). Inoltre, venne nominato nel Comitato scientifico di autorevoli riviste specialistico-musicali francesi. Nel 2002, divenne membro della “Commissione Fondo R. Leydi” (istituita dal Dipartimento dell’Istruzione e della Cultura della Repubblica e Cantone del Ticino), con funzioni di vigilanza e di consulenza nella gestione dell’“Archivio Roberto Leydi”, presso il Centro di Dialettologia e di Etnografia del Cantone Ticino di Bellinzona. Guizzi era riservato e noto per il rigore metodologico. Le sue pubblicazioni erano contraddistinte da un accurato stile di scrittura, forse condizionato dal retroterra culturale-giuridico che solo lui (a mia conoscenza) possedeva tra gli studiosi del settore. La sua principale opera - “Gli strumenti musicali della musica popolare italiana” (2002) - rimane tutt’oggi testo di riferimento in quanto fornisce, con sguardo d’insieme, un quadro organico ed esaustivo circa il patrimonio organologico italiano. Nella ricerca, per Guizzi era importante la cura dei dettagli i quali, se analizzati in chiave comparativa e storico-sociale, permettono di definire con maggior chiarezza le spinose questioni epistemologiche inerenti alla conoscenza dei singoli strumenti. In merito riporto un ricordo personale. Nei primi anni Novanta, ero stato invitato ad assistere a un concerto di “world music” concomitante a una mostra di strumenti musicali popolari. 
Inaspettatamente incontrai Guizzi e gli domandai un giudizio personale. Con umorismo tranchant rispose: “Troppe imprecisioni, i curatori dovrebbero perlomeno documentarsi adeguatamente”. Entrando nello specifico, compresi che parecchie di quelle imprecisioni erano riferite a dettagli organologici che forse solo lui e pochi altri avrebbero potuto comprendere. "L’organologia è una seria disciplina", proseguì. "Quando si fa informazione bisogna essere rigorosi, altrimenti si genera confusione che rischia di trasmettersi a catena, diffondendo disinformazione".  Per motivi di ricerca, ho sempre seguito con particolare interesse le pubblicazioni organologiche di Guizzi. Le sue opere possedevano una visione d’insieme e conoscenze specifiche uniche. Negli anni Ottanta, furono esemplari gli studi condotti con Roberto Leydi sulle zampogne in Italia, ai quali seguirono attività museali, filmiche e discografiche. Sono numerosi i contributi specialistici a firma di Febo Guizzi pubblicati all’interno di Riviste italiane e internazionali. Con Roberto Leydi scrisse, inoltre, importanti saggi monografici, tra cui “Strumenti musicali popolari in Sicilia” (Palermo, 1983), “Le zampogne in Italia” (Milano, 1985), “Strumenti musicali e tradizioni popolari in Italia” (Roma, 1985), “Gli strumenti musicali e l'etnografia italiana, 1881-1911” (Lucca, 1996). Nel corso della sua carriera universitaria, Guizzi collaborò anche con diverse Istituzioni culturali, in particolare, con il “Museo degli Strumenti popolari” del Castello Sforzesco di Milano e con il “Museo Teatrale alla Scala”.  Inoltre, cooperò con i curatori/conservatori della “Collezione Teatrale Marco Caccia” di Romentino di Novara e delle “Raccolte civiche” del Comune di Castelfranco Veneto. Insieme a Domenico Torta è stato ideatore e curatore del “Museo del Paesaggio sonoro”, a Riva presso Chieri.  

L’approccio culturale e accademico
Visionando il Programma di studio presentato agli studenti dell’Università di Torino, è possibile farsi un’idea dell’orientamento culturale seguito da Guizzi come docente. Innanzitutto dava evidenza al concetto antropologico di “diversità” musicale secondo ottica internazionale. 
Un concetto che pone domande critiche rispetto al ruolo che etnomusicologi e musicologi sono chiamati a svolgere all’interno della società contemporanea anche per quanto riguarda teorie, metodi e pratiche. Guizzi era orientato a fornire agli studenti una solida formazione generale, per mettere a fuoco alcune categorie generali che riguardano lo specifico musicale negli articolati rapporti tra musica e cultura, suoni e convenzioni, suoni e memoria, suoni e spazio-tempo, dando adeguato valore alla componente soggettiva dell’esperienza musicale che riguarda “…i sensi, i suoni, i sentimenti, le “identità”, lo status dei musicisti, la mediazione professionale, la trasmissione delle competenze, l'ascolto (voci e suoni, percezione e costruzione) ”. Guizzi desiderava far riflettere i propri studenti sulle modalità di ascolto e di fruizione della musica anche in relazione alla (dominante) comunicazione mediatica e alla tecnologia, la quale offre all’etnomusicologo utili strumenti ai fini della documentazione e della rielaborazione teorica. Inoltre, Guizzi riteneva utile rapportarsi all’antropologia culturale confrontando l’opera di diversi studiosi quali Gregory Bateson (la musica come “trama che connette”), Clifford Geertz (il suono come interpretante del mondo), Victor Turner (la liminarità performativa e il potere della musica), Tim Ingold (la materialità e la socialità dei sensi culturalmente costituiti e il corpo come luogo di conoscenza). Una particolare attenzione Guizzi dedicava alla dimensione “estetica” della musica. Suo tipico interrogativo era: "Di quale estetica e di quale epistemologia il musicologo deve fare uso, se la musica è un fatto sociale?"  Guizzi osservava con interesse i mutamenti sociali e tecnologici in atto, indispensabili per interpretare i fenomeni musicali in chiave contemporanea. Allo stesso tempo era interessato a evidenziare il campo d’indagine dell’antropologia della musica e in particolare «… i modi in cui i suoni contribuiscono a costruire specificità, fino ad erigere nuovi sistemi identitari e a innervare modi di resistenza culturale o di sostenere forme utopiche di ripensamento del mondo; essa ingloba nel lavoro etnografico il sistema stesso della musica d’arte, arrivando a descrivere e comprendere i grandi complessi produttivi dell’industria culturale, gli estesi apparati - egemoni a livello planetario - che progettano, elaborano e diffondono i sistemi comunicativi ed espressivi capaci di coinvolgere masse enormi di destinatari sparse ovunque nel mondo. 
Si tratta dunque di indagare sui modi in cui questi fenomeni sono capaci di contribuire a determinare l’immaginario degli uomini nel mondo contemporaneo, a plasmare la loro sensibilità, a fornire strumenti più o meno consapevoli della loro costruzione interpretativa del mondo, del loro “ascolto” delle relazioni sociali, della narrazione delle vicende personali e sociali veicolate dalla musica». Per Guizzi era straordinariamente vasto il campo della riflessione teorica e speculativa intorno agli argomenti di natura etnomusicale e organologica rilevando, ove necessario, i possibili condizionamenti ideologici, capaci talvolta di limitare i risultati e gli sviluppi della ricerca sul campo. In merito, ritengo esemplare la sua presentazione all’opera “Voci Alte” di Renato Morelli, riferita alla comunità di Premana e pubblicata (in extremis), nel 2014, dalla Fondazione Levi di Venezia. A giudizio di chi scrive, Febo Guizzi seppe dare grandezza culturale agli studi etno-organologici, perché operò con approfondita competenza specifica, avendo una prospettiva culturale ben più ampia di quelli che potrebbero essere i singoli rilievi storico-tecnico-sociali riferiti agli strumenti musicali. Guizzi conduceva le proprie ricerche organologiche con visione olistica, sempre attento a far convivere la cultura materiale con quella musicale, rilevando l’interazione uomo-strumento, nella quale si armonizzano materia, gesto e suono. Un’interazione che ha radici lontane, le quali trovano spesso riscontro con eventi storici e peculiarità geografico-sociali, secondo dinamiche e bisogni espressivi tipici delle differenti comunità. 
Vi sono strumenti musicali per bambini, per far ballare, per cantare l’amore, per vivificare la ritualità o per fare musica con professionalità. Ai fini della ricerca, talvolta, risultano illuminanti le fonti storico-bibliografiche e iconografiche. Dietro agli strumenti e ai suonatori vi sono, poi, le riflessioni riferite agli artigiani costruttori, conoscitori dei materiali e delle esigenze esecutive. Totalizzante era il mondo della ricerca sugli strumenti musicali secondo la metodologia seguita da Febo Guizzi, il quale è stato un “gigante” dell’etno-organologia italiana, sulle cui solide spalle potranno appoggiarsi tutti coloro che desidereranno dare rilievo specifico alle singole ricerche strumentali.  Grazie Febo, personalmente ho avuto numerose occasioni per verificare tale solidità anche in altri ambiti etnomusicologici (qui sottaciuti per ragioni di spazio). La tua ars avrà lungo corso negli anni a venire. Durante la carriera accademica, hai saputo mostrare negli studi tanta umanità, della quale beneficeranno tutti coloro che sapranno ben interpretare il tuo esteso metodo di lavoro, con grande vantaggio per le ricerche musicali e strumentali. 

Paolo Mercurio