BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

mercoledì 24 maggio 2017

Numero 308 del 24 Maggio 2017

In apertura questo numero di Blogfoolk parla di jazz contemporaneo: abbiamo incontrato il vibrafonista fanese Marco Pacassoni in occasione dell’uscita di “Grazie” del suo Marco Pacassoni Quartet, opera dalla variegata fisionomia stilistica. Il versante world internazionale offre il nuovo capitolo dell’irresistibile quartetto di armonicisti finlandesi Sväng (“Hauptbhanhof”) e il recente album delle galiziano-belghe Ialma (“Camiño”), compartecipi l’organettista Didier Laloy e il chitarrista Quentin Dujardin. C’è poi il gradito ritorno della Penguin Café di “The Imperfect Sea”. Dalle raffinatezze dell’ensemble guidato da Jeffes Jnr. arriviamo in Italia per “Diecianni” dei marchigiani Lu Trainà. Voltando pagina, Susanna Buffa ci racconta in prima persona – dalla sua prospettiva di artista e organizzatrice – la serata “Per i monti e per le piane. Le donne cantano per le donne di Amatrice e frazioni”, andato in scena il 21 maggio alla Casa delle Donne di Amatrice, sorta di anteprima del Festival delle Ciaramelle, che si terrà dal 4 al 6 agosto nella stessa località gravemente colpita dal sisma, per il quale è partita anche una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso. Finestra sul mondo della chitarra con “Into the Wild session” di Ciosi, dove il giovane musicista si cimenta con un repertorio quasi interamente composto di classici. A proposito di sei corde, il brasiliano Irio De Paula, scomparso all’età di 78 anni, è stato uno chitarrista dalla tecnica e dal feeling notevoli. Lo ricordiamo insieme al leggendario cantautore texano Jimmy LaFave, che se n’è andato a 61 anni per un cancro. Qualche giorno fa, ad Austin in Texas, era intervenuto a un concerto in suo onore. Torniamo alle recensioni discografiche con la rubrica dedicata ai cantautori italiani,  per la quale presentiamo “Nel Momento” del casertano Vitrone. In conclusione del numero 308, Valerio Corzani ha colto con il suo scatto d’autore Betty Bonifassi.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
I LUOGHI DELLA MUSICA
STRINGS
STORIE DI CANTAUORI
CORZANI AIRLINES 
L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Marco Pacassoni Quartet – Grazie (I-Musik Nasswetter Group, 2017)

Vibrafonista di grande talento, formatosi tra il Conservatorio "G. Rossini" di Pesaro e il Berklee College of Music di Boston, Marco Pacassoni vanta un intenso percorso artistico che lo ha portato a collaborare con artisti del calibro di Michel Camilo, Alex Acuna, Horacio "el negro" Hernandez e Francesco Cafiso, nonché a pubblicare tre album con il suo quartetto. Parallelamente all’attività musicale, di grande importanza è anche il suo impegno nella didattica come docente di strumenti a percussioni al Liceo Musicale Rinaldini di Ancona, presso l’University of Texas di San Antonio per i semestri italiani presso l'Università di Urbino, nonché nelle masterclass di vibrafono presso alcuni prestigiosi college americani.  A tre anni di distanza dal gustoso "Happiness", lo ritroviamo con "Grazie", pregevole album ispirato alla recente scomparsa del padre Giorgio. Abbiamo intervistato il musicista e compositore fanese per ripercorrere insieme a lui la sua carriera artistica, soffermandoci sulla genesi di questo suo ultimo lavoro.

Partiamo da lontano. Come ti sei avvicinato al vibrafono?
Mi sono avvicinato al vibrafono dopo essermi iscritto al conservatorio G. Rossini di Pesaro. Mi sentivo molto limitato ad essere soltanto un batterista, quindi grazie alla musica classica e alle percussioni classiche ho conosciuto questo favoloso strumento che rappresenta un po’ un collante tra la batteria e il pianoforte.

Ci puoi raccontare le principali tappe del tuo percorso artistico? 
Le mie prime esperienze sono state come batterista in vari gruppi della scena musicale fanese suonando in locali e piccole rassegne rock. Poi con il passare degli anni, migliorando anche negli altri strumenti a percussione (come il vibrafono, la marimba, i timpani, per percussioni latine, ecc…) son riuscito ad inserirmi in vari contesti jazz, pop, rock e classica. La bellezza di essere percussionista è data dal fatto che suoni tanti strumenti ed ognuno ti da un’emozione unica. Grazie la mia versatilità son riuscito a collaborare e tutt’ora collaboro con artisti di fama internazionale e nazionale come Michel Camilo, Alex Acuna, Horacio el negro Hernandez, Amik Guerra, Bungaro, Malika Ayane, solo per citarne qualcuno.

Come si è evoluta la tua ricerca musicale nel corso degli anni?
Sicuramente l’ascolto di tanti generi musicali mi ha aiutato a trovare la mia strada dal punto di vista compositivo che mi porta ad essere influenzato da tutta la musica, dalla classica al jazz, dal pop al rock, dal latin jazz alla musica contemporanea. Nei miei dischi si ascoltano brani di ogni genere.

Veniamo al tuo nuovo album “Grazie”. Come è nato questo nuovo progetto?
“Grazie”, edito da Nasswetter Music etichetta tedesca, segue i miei due dischi da solista “Finally” pubblicato da Groovemastereditions e “Happiness” uscito per AlfaMusic. E’ stato inciso insieme al mio quartetto, composto, oltre me, dal pianista Enzo Bocciero, dal bassista Lorenzo De Angeli e dal batterista Matteo Pantaleoni è giunta al primo decennio ed ha all’attivo 5 dischi. 
Sono molto legato a questa formazione e tengo molto al sound che abbiamo creato con il passare di anni, palchi ed esperienze insieme. “Grazie” nasce dopo la perdita di mio padre Giorgio, punto di riferimento nella mia vita musicale e non. Insieme a mia madre Maria e mia sorella Ilaria gli devo tutto per quanto riguarda la mia carriera musicale e la mia formazione come uomo. La sua passione per la musica ha condotto me nella carriera che sicuramente avrebbe voluto percorrere lui nella chitarra. Giorgio era un chitarrista amatoriale che per professione faceva il geometra. “Grazie” è un mix di emozioni che mi hanno portato nel comporre brani con tutto il sentimento che avevo. Michel Camilo mi disse tanti anni fa: “Marco devi suonare con il cuore se vuoi arrivare alle persone” ed io con tutta l’umiltà del mondo, da allora ho seguito il suo consiglio e non esiste concerto dove io non lo faccia.

Quali sono le ispirazioni alla base dei nuovi brani che hai composto con Enzo Bocciero?
Le ispirazioni vengono dalla vita quotidiana. Basti pensare che “Violet Wall” si chiama cosi proprio perché l’ho composto con una tastierina di 2 ottave in cucina davanti al mio muro viola. “Peninsula”,  firmata da Bocciero, evoca un viaggio tra paesaggi di campagna, mentre “One Day” è il brano che ho scritto per mio padre e ripercorre il dialogo tra me e lui attraverso la chitarra di Bertozzini, apprezzato chitarrista classico pesarese, e la mia amata marimba.

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Come sempre ho molta fiducia nei miei musicisti e portando le parti in sala prove, insieme si trova il sound e l’arrangiamento più adatto. Senza fiducia nei propri musicisti non si andrebbe da nessuna parte e l’amicizia che ci lega, prima ancor che nella professione, si sente sul palco ad un nostro concerto.

Quanto sono importanti le individualità nel tuo Quartetto? 
Le individualità sono importanti quanto il gruppo. La forza della mia musica e del mio quartetto è il gruppo. Gli arrangiamenti sono tutti studiati nei minimi particolari e sono arrivato alla conclusione che se cambio un elemento, il sound del gruppo ne risentirebbe troppo. 

Qual è il confine tra composizione ed improvvisazione in questi nuovi brani?
Le improvvisazioni sono al servizio del brano e non viceversa. Non amo brani con melodie di dieci secondi e improvvisazioni di dieci minuti. Ogni parte del brano è scritta, persino il groove di batteria, e le improvvisazioni sono complementari.

Identità e differenze tra “Grazie” e i tuoi precedenti lavori…
Parlo dei miei ultimi due dischi antecedenti a “Grazie”. “Finally” era molto più latin jazz grazie anche all’ottimo Filippo Lattanzi alla batteria e soprattutto Alex Acuna alle percussioni, mentre “Happiness” si avvicina molto all’ultimo disco con composizioni molto melodiche. 
In quest’ultimo è presente il grande pianista latin Michel Camilo in “Michele”, brano per vibrafono e pianoforte che ho composto per lui.  “Grazie” lo sento molto più maturo sia nel lato compositivo che interpretativo, grazie al lavoro quotidiano di studio e ascolto.

Come mai hai scelto di utilizzare le metriche dispari in “Grazie”?
Sono un amante della metrica dispari e sono un amante del rendere la metrica dispari poco pesante grazie ad una melodia fluida e orecchiabile che alleggerisce il tutto. A volte non sembra nemmeno dispari grazie all’armonia e melodia che ci costruisco sopra.

Il brano che apre il disco “Violet Wall” anticipa musicalmente l’evoluzione musicale del disco. Ci puoi parlare di questo brano?
Mi piaceva l’idea di iniziare il nuovo disco con la marimba e il piano Fender Rhodes, un’accoppiata vincente per un sound unico. La combinazione dell’accompagnamento in 3/4 e 7/4 con la melodia del Rhodes spostata ha creato un incastro molto interessante. L’apertura nella B porta alla melodia del Basso in 6/4 e di seguito del Vibrafono in 5/4.

Tra i brani centrali del disco c’è il blues swingante “Freedom”. Com’è nato questo brano?
“Freedom” si intitola così perché volevo creare una melodia su un accelerando per poi andare a finire su un classico blues. Non suono tanto jazz classico/tradizionale, ma ogni tanto sento il bisogno di “swingare” un po’.

“St. Click” è un originale 11/8. Ci puoi raccontare la genesi di questo brano?
Sono un amante degli incastri ritmici, e in questo caso ho voluto creare un incastro ritmico tra i 4 musicisti su una melodia semplice. Il brano si chiama “St. Click” perché il click in certe situazione è santo e ti salva la vita, musicalmente parlando.

“Prelude to One Day” e “One Day” sono dedicati a tuo padre, chitarrista, recentemente scomparso. Quanto c’è di personale in queste due composizioni?
Mi emoziono persino a parlare di questi due brani… pensa a suonarli. “Prelude” è nato in studio, perché volevo creare un intro ad hoc per il brano “One Day”. E’ tutta musica nata dal cuore e dall’emozione che provo a pensare a mio padre. Come dicevo prima, “One Day” è un dialogo tra me e mio padre che spero un giorno di poter riproporre insieme a lui in chissà su quale nuvola. Preziosa è anche la presenza di Amik Guerra al flicorno, mio carissimo amico e molto legato a mio padre. Ha voluto esserci a tutti i costi con qualche nota qua e là in un brano pieno di emozione.

Concludendo come stai portando in tour il disco? Come sono i concerti di “Grazie”?
Da poco ho conosciuto una bellissima persona, quale Rosario Moreno della BlueArtManagement che si è innamorato del mio progetto. Insieme stiamo cercando di proporlo nei vari festival italiani e non. E’ dura perché vogliono sempre nomi affermati ma la musica e il progetto, sono dell’idea che vincono sempre e infatti stiamo ricevendo diversi interessamenti. Intanto “Grazie”, oltre ad aver già ricevuto diverse recensioni positive, è stato già rodato dal vivo a Jazz in Provincia nelle Marche, al Festival di Percussioni di Hallein in Austria, a JazzFeeling a Cattolica (Rn) e in estate saremo in giro per l’Italia per finire a settembre all’Adams Percussion Festival a Ittervoort in Olanda.



Marco Pacassoni Quartet – Grazie (I-Musik Nasswetter Group, 2017)
A tre anni di distanza da quel gioiellino di ricerca melodica che era “Happines” nel quale brillava la presenza di Michel Camilo, Marco Pacassoni torna con “Grazie” nuovo album, registrato al Lunik Studio di Pesaro e masterizzato a Monaco di Baviera, e nel quale ha raccolto dieci brani che lo vedono spostare ancora più avanti il confine delle sue esplorazioni sonore, spaziando in lungo ed in largo attraverso gli stilemi classici del jazz per poi aprirsi ad influenze di generi musicali differenti. Fondamentale in questo senso è il contributo del suo quartetto, composto da Enzo Bocciero (pianoforte e tastiere), Lorenzo De Angeli (basso) e Matteo Pantaleoni (batteria), con i quali nel corso degli anni si è cementato una perfetta coesione sonora che si sostanzia in un originale interplay con il suo vibrafono e in sorprendenti aperture all’improvvisazione. A caratterizzare i dieci brani raccolti nel disco è l’intreccio tra metriche dispari e linee melodiche orecchiabili declinate ora in incursioni nel blues ora in spaccati fusion, ora ancora in evocative ballate e momenti percussivi. Sin dal primo ascolto si viene letteralmente trasportati dalla intrinseca forza evocativa dei brani, guidati ora da inaspettate evoluzioni ritmiche ora da eleganti temi densi di poesia. Aperto dalla intrigante “Violet Wall” tutta giocata su un originale riff ispirato al colore viola di una parete della sala da pranzo del vibrafonista, il disco entra nel vivo con la onirica “Peninsula” e i tempi irregolari di “Laughing” che ci conducono alla splendida “Serenade For The Unknowns” caratterizzata da una linea melodica di grande intensità. Se il blues di “Freedom” si caratterizza per il suo incedere swingante e le divagazioni improvvisative sostenute dal basso di De Angeli, la successiva “Something Changed” è un sorprendente crescendo nel quale spicca il dialogo tra il piano di Bocciero e il vibrafono di Pacassoni. Lo spiazzante quanto affascinante 11/8 “St. Click” e le complesse tessiture melodiche di “Tran Tran” ci conducono verso il finale con “Prelude To One Day” che funge da ouverture per la toccante “One Day (We’ll Play Together)”, impreziosita dalla presenza degli ospiti Maria Valentina Ricci (voce recitante), Amik Guerra (flicorno) e Riccardo Bertozzini (chitarra). Scritta dal vibrafonista fanese per ricordare il padre, questa ballata dalla trama introspettiva rappresenta il vertice di tutto il disco tanto dal punto di vista delle atmosfere quanto per il finale orchestrale che sembra evocare “The End” dei Beatles, brano conclusivo di Abbey Road. “Grazie” è, dunque, il disco che meglio sintetizza le istanze ritmiche e melodiche di Marco Pacassoni, ponendo in evidenza la solida compattezza sonora del suo quartetto.



Salvatore Esposito

Sväng – Hauptbahnhof (Galileo, 2017)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

È forviante classificare “Hauptbahnhof” semplicemente come ‘il meglio degli Sväng’: se da un lato dopo sette album vale la pena mettere punti fermi e riflettere sulla strada percorsa, dall’altro è difficile per i quattro armonicisti finlandesi crogiolarsi nei successi di quattordici anni di carriera – le loro virtù artistiche si sono incrociate nel dipartimento di folk dell’Accademia Sibelius di Helsinki nel 2003 – mietuti nei tanti festival e nei commenti unanimi della stampa folk & world music per la loro tecnica, ironia e verve sui palcoscenici. Sì, perché parliamo di quattro magnifici professori di armonica a bocca ad ampio spettro, che corrispondono ai nomi di Eero Turkka (armonica cromatica e diatonica), Eero Grundström (armonica diatonica e cromatica),Jouko Kyhälä (harmonetta, armonica diatonica e cromatica), Pasi Leino (armonica basso). “Stazione Centrale” presenta nuove registrazioni in studio di tredici composizioni tra le più amate dalla band e tre nuovi temi, tra i quali l’adattamento del brano portante dei film di Harry Potter (“Hedwig’s Theme” di John Williams) e l’esilarante “Kua Kua Komi Kiki”, che trae ispirazione da una battuta di Averell Dalton nel fumetto Lucky Luke. In realtà, questo splendido disco si apre con “Jampparaleele”, composizione di Turkka dal profilo ritmico balcanico (un geamparale della Dobrugia in 7/16). L’interesse coltivato nei confronti delle tradizioni musicali dell’Est Europa non segue le mode degli ultimi anni, deriva piuttosto da lunga pratica di studio e di ricerca dei membri del gruppo. 
Così, non sorprende ascoltare una kopanitsa bulgara in 11/16 (“Svängarska Kopanitsa”) e un’ “Haidukka” ispirata dal repertorio dei Taraf de Haidouks, entrambe creazioni di Eero Turkka, o ancora un melodia per violino tradizionale romena, “Moara”, che ai concerti diventa una spericolata tenzone tra le armoniche. Da finlandesi, immancabile la passione per il tango (“Tango de la Abuelita”), l’ispirazione proveniente dalla natura e dal folk locali (“Humaljärvi”, "Pääskysen polska”). La storia di “Muromskin tiellä” è quella di una melodia appresa ad orecchio da un soldato finlandese in Russia durante la guerra, mentre “Hoijakat”, dal repertorio di un maestro della fisarmonica finnico, Tauno Aho, arrangiata magnificamente da Eero Grundström, si avvertono reminiscenze folkloriche della Mordovia. Dal loro calderone cosmopolita i quattro pescano “Koi No Vacance”, la canzone giapponese dal passo swing degli anni Sessanta del Novecento divenuta un hit in Russia. Invece, tra i loro cavalli di battaglia c’è senz’altro “Svängtime Rag”, una delle prime melodie composte dagli Sväng: il brano che chiude alla grande i loro concerti. Poi, naturalmente, c’è sempre il bis, nel quale sono soliti suonare il tradizionale degli States “I'm Gonna Meet My Mother in Glory”, proposto nella versione degli armonicisti Jaybird Coleman e Ollis Martin. “Hauptbahnhof” è una delizia dalla prima all’ultima nota. 


Ciro De Rosa

Ialma - Camiño (Homerecords, 2017)

“De Bruxelas a Santiago” è il sottotitolo di questo album del quartetto di ‘cantareiras’ e ‘pandereiteras’ galiziane d’origine, residenti nella capitale belga. Il loro esordio risale al 2000, quando animavano i corsi di danza del centro culturale galiziano di Bruxelles. Da lì si è sviluppato il loro percorso che, dal ricalco dello stile tradizionale canoro di “Palabras Darei”, il loro primo CD, si è sviluppato in un più ampio spettro creativo, incrociando negli anni stelle del calibro di Mercedes Peon, Dulce Pontes, Kepa Junkera, Renaud e tanti altri ancora. In realtà, per questo quinto lavoro della loro discografia (http://homerecords.be) Veronica e Natalia Codesal, Magali Menendez e Marisol Palomo si avvalgono principalmente della collaborazione dell’eclettico chitarrista e direttore musicale Quentin Dujardin e del rinomato organettista Didier Laloy, ma sono oltre una dozzina i musicisti che suonano nel disco, compreso un coro di voci bianche (in “Seremos”). Nelle interviste le Ialma definiscono “Camiño” l’album più personale: «perché parla delle nostre storie e di quelle dei nostri genitori», storie di incroci di culture, di terre abbandonate, di identità migranti: «Noi siamo un esempio, siamo galiziane ma anche belghe», spiegano. Le quattro vocalist hanno composto le musiche o ri-arrangiato temi tradizionali; i testi sono tradizionali o sono liriche di Brais Fernandes (ma c’è anche la tarantella “Voa Voa” di Lucilla Galeazzi tratta da un disco di Philippe Edel). L’ambientazione sonora è galiziana con il ‘bello cantare’ polifonico delle quattro artiste, soprattutto in “Ai La La”, “Bicada Pola Lua” e “Novo Alen”, introdotta da una cornamusa (è belga, non è una gaita). La cornice sonora si arricchisce di inventiva ritmica, melodica e armonica grazie all’organetto di Laloy (si ascolti soprattutto “Baila Bela Fada"). Pur nella sua eccessiva morbidezza di arrangiamento, “Maneo en Bruxelas” si apprezza per il duetto della slide di Dujardin e del mantice di Laloy. Chitarra e organetto sono valore aggiunto anche nella vivace “Doutras Terras”, mentre ancora il motivo dell’emigrazione, che è il fil-rouge del disco, ritorna nella più intimista “Cantar do refuxiado”, brano di segno autobiografico («La storia dei nostri genitori», ha dichiarato Vèronica, «che lasciarono la Spagna in guerra»), dedicato ai rifugiati di oggi. Altrove, il gruppo si spinge nella direzione folk & world, innestando i timbri della marimba basca, la txalaparta di Iñaki Plaza (“Galeuska”), il low-whistle dello scozzese Ross Ainslie nella muiñeira “Liberdade”, l’incontro con il canto flamenco e le palmas di Esteban Murillo nella bulerìa “Na Tua Lembranza”. La bonus track “Compostela” è live in studio, esemplare conclusione del cammino. 


Ciro De Rosa

Penguin Cafe – The Imperfect Sea (Erased Tapes Records, 2017)

“The Imperfect Sea”, terzo album pubblicato dai Penguin Cafe continua la personale indagine di scenari sonori in bilico tra musica da camera, folk e pop. Questo ensemble nato nel 2009 per volere di Arthur Jeffes, figlio di Simon, storico leader della “Penguin Cafe Orchestra” prematuramente scomparso nel 1997, mostra una particolare abilità nel mantenere intatti tanto lo spirito quanto il peculiare guizzo che caratterizzavano la formazione madre, pur aprendosi a inedite contaminazioni; ricordiamo per esempio la presenza in formazione di componenti provenienti da: Gorillaz, Suede e Florence And The Machine. Come i precedenti “A Matter Of Life” e “The Red Book” anche “The Imperfect Sea” è un disco dotato di una personalità distinta; Arthur non cerca infatti di rievocare la surreale poetica paterna ma diversamente immagina un suono che sia espressione di una propria identità dagli orizzonti forse più netti e definiti. Se c’è una storia nell’album, è stata suggerita dall’accettazione delle imperfezioni in tutti gli aspetti della vita e dalla consapevolezza di quanto siano proprio queste imperfezioni e piccole casualità a costituirne le parti migliori, spiega Jeffes. Da qui anche il titolo “The Imperfect Sea” pensato come omaggio a una frequente affermazione del padre Simon: “ vaghiamo in un mare di imperfezioni”... Sul fronte prettamente musicale brani come “Control 1 (Interlude)”, la Kraftwerkiana “Franz Schubert” qui in un curioso arrangiamento acustico o la pianistica “Now Nothing (Rock Music), mostrano una spiccata attitudine ambient, ben evidente in tutto il progetto. Qui non ci troviamo davanti a un clone della Penguin Cafe Orchestra; come dimenticare lo storico esordio discografico del 1976 pubblicato per la Obscure di Brian Eno, uno dei dischi più interessanti di quegli anni... “The Imperfect Sea” non si fossilizza sul passato ma offre una deliziosa esperienza d’ascolto guidata da sonorità calde, raccolte e di sicura fascinazione. 


Marco Calloni

Lu Trainanà - Diecianni (Autoprodotto, 2017)

Il paesaggio sonoro che si apre facendo girare “Diecianni” de Lu Trainanà è quello subito riconoscibile del centro Italia. Dico questo non per semplificare e generalizzare, ma perché faccio riferimento a una macro area che si può connettere alla diffusione di alcuni repertori, di alcune forme e di alcuni strumenti specifici. Parliamo della struttura dello stornello, di una narrativa molto diretta, di un dialetto mitigato dall’italiano (mai esclusivo), di un immaginario che nelle canzoni popolari più diffuse e cantabili si trasfigura attraverso le immagini di figure precise: “La signora”, “La donna partoriente”, “La montagnola”, “La montanara”, “La bella molinara”, “La palommella” e così via. Tra gli strumenti - che qui si inseriscono in una scena più articolata e contemporanea, grazie al cajon e alle percussioni, ma anche al violino e al contrabbasso - spiccano gli organetti e la fisarmonica i quali, quasi da soli, riferiscono di un repertorio votato al canto e, ovviamente, alla danza. In termini generali l’album è molto piacevole, sopratutto perché è curato sia sul piano della selezione dei brani, sia su quello delle esecuzioni. Queste ultime sono semplici e dirette, ma sempre profonde, con punte interessanti - come in “Vaco pe li stradoni” - in cui il gruppo riesce ad assorbire il meglio della lirica popolare e a trasportarla in una dimensione onirica e densa, ricca di suggestioni e spunti melodici. Come dicevo prima, chi è avvezzo al panorama sonoro tradizionale di quest’area - così diverso da quelli più conosciuti anche dai non addetti ai lavori - riesce a leggere tra le dieci tracce dell’album una sorta di aderenza non solo al patrimonio musicale di tradizione orale, ma anche alle forme che questo assume nella nostra contemporaneità. Si scorgono così alcuni richiami a una forma di socializzazione legata non solo alla festa ma anche al racconto della storia, al racconto del territorio. Al racconto, infine, di alcune categorie tipologiche, estetiche, che nella società contadina rappresentano alcuni tratti archetipici, per curiosità, attrazione, sdegno, vergogna, ma anche per raffinatezza, peculiarità, ambivalenza, ambiguità. Non mancano gli echi de La Macina, il gruppo cardine della riproposizione delle musiche popolari marchigiane, qui agganciato come un vero e proprio tramite con i repertori storici di tradizione orale. Ecco, forse una riflessione che abbraccia l’ensemble di Gastone Petrucci e Lu Trainanà può aiutare a comprendere il carattere di questo album. Si può andare avanti attraverso piccoli parallelismi, tutti però confluenti nell’attenzione alla forma, nella riflessione sul senso dei brani scelti e sul valore (culturale, storico, sociale) che assumono sia in relazione al loro contesto originario di produzione, sia al loro contesto attuale di trasformazione e fruizione. Ho già detto della lirica, che addensa gli elementi migliori delle melodie dell’area e che, grazie alla padronanza dei musicisti, riesce a trovare uno spazio di primo ordine nell’insieme delle produzioni ispirate alle musiche popolari. Allora in questa chiave possiamo attraversare tutti i brani, considerandoli tutti significativi del processo di ricerca dell’ensemble. E, allo stesso tempo, considerandoli tutti rappresentativi degli elementi di cui si è accennato in queste righe. A partire dal primo in scaletta, “No no non canto” e “Tre passi da soldato”, passando per “La portesa” e il riferimento alla storia nazionale con “IL Generale Cadorna”, fino a “Sardarellu”, che suggella il legame de Lu Trainanà con il paesaggio sonoro marchigiano e, in particolare, dell’area maceratese-fermana. 


Daniele Cestellini

Per i monti e per le piane. Le donne cantano per le Donne di Amatrice e frazioni, Casa delle Donne di Amatrice, Retrosi, 21 maggio 2017

Domenica 21 maggio a Retrosi, frazione di Amatrice devastata dal terremoto, tutti i nostri sforzi per portare della musica alla popolazione sono stati ripagati dal calore, dall'affettuosa accoglienza e dalla commozione delle donne di Amatrice e delle frazioni, a cui abbiamo dedicato il nostro concerto. Sul palco le voci femminili del folk, molte presenti sul territorio dell'Italia centrale, alcune provenienti da molto lontano. Dalla Lucania è infatti arrivata fino ad Amatrice Daniela Ippolito, cantante e arpista molto nota nell'ambiente folk, che ha voluto portare il saluto della sua terra, anch'essa un tempo martoriata dal sisma, e la sua solidarietà alle donne del posto. Assieme a lei alcune tra le esponenti più note della musica di tradizione orale, come Lucilla Galeazzi e Sara Modigliani. Il nostro angelo custode, alle cui cure vigili e premurose ho affidato le artiste, è stato un tecnico del suono d'eccezione: il musicista e cantautore Piergiorgio Faraglia (già finalista al premio Tenco lo scorso anno), che si è fatto carico del titanico lavoro di avvicendamento backline di un gran numero di musicisti, da soli o in piccoli ensemble. 
L'arrivo sul posto è stato inevitabilmente preceduto dall'attraversamento di quella che è la zona più devastata dell'intera area sismica amatriciana, la località Piane, che comprende un gran numero di piccole frazioni completamente spazzate via dalla furia del terremoto del 24 agosto. La Casa delle Donne, tra i pochi edifici rimasti in piedi, è quindi apparsa a tutti noi come un'oasi nel deserto e subito, non appena entrati, siamo stati investiti dagli invitanti profumi provenienti dalla cucina. Le infaticabili, indomite donne della conca amatriciana avevano infatti preparato per noi un indimenticabile pranzo che abbiamo consumato, tra chiacchiere, abbracci e veloci prove del suono, mentre Piergiorgio continuava ad aggiustare il set di palco. Preview del Festival delle Ciaramelle che si terrà ad Amatrice dal 4 al 6 agosto prossimo, il concerto è stato aperto da un brevissimo stornello laziale che ho avuto l'onore di cantare accompagnata dalla magnifica Vanessa Cremaschi al violino. Subito dopo, mi ha raggiunto sul palco sul palco la chitarrista e cantante Stefania Placidi per eseguire con me un pezzo di Graziella Di Prospero; nel corso del pomeriggio la Placidi ha spesso accompagnato con la sua chitarra molte altre artiste. 
Diversi i piccoli organici in azione: il duo formato da Isabella Mangani e Sara Marchesi con la chitarra di Stefano Donegà per "Canto e cunto" di Rosa Balistreri: il quartetto Buffa, Placidi, Marchesi con Nora Tigges per i canti tradizionali amatriciani; il duo Tigges -Marchesi con un medley di canti tradizionali del basso Lazio; la grande Sara Modigliani a voce sola con un pezzo di Italia Ranaldi; il trio formato da Ludovica Valori, voce e fisarmonica, con Vanessa Cremaschi, voce e violino e Giovanna Famulari, voce e tamburello con canti ciociari e di mondine. E poi Ludovica Valori da sola con una bellissima "Maremma amara"; la voce di Anna Maria Giorgi e la chitarra di Mauro D'Addia per Graziella di Prospero e il suo canto di maggio; Susanna Ruffini e il suo organetto per "Serenata dei Castelli Romani"; l'incredibile voce di Roxana Ene accompagnata da Franco Pietropaoli per "La povera Cecilia"; Chiara Casarico, che ha ammaliato il pubblico con un esilarante tradizionale siciliano versione Balistreri, "Acidduzzu"; Marta Ricci in una esecuzione coinvolgente di "Zelletta" di Gabriella Ferri; la meravigliosa Alessandra Parisi, voce e chitarra con un'incantevole "Creuza de Ma" e il supporto insostituibile di Piergiorgio Faraglia alla chitarra. 
Grandissima emozione per l'intervento di Daniela Ippolito con la sua arpa per il tradizionale "Cupa cupa" e travolgente il finale di Lucilla Galeazzi, che ha regalato al pubblico una appropriata "Tarantella dei baraccati", per poi condurre l'intero cast delle cantanti nell'esecuzione di tre grandi classici della vocalità popolare femminile: "La lega (Sebben che siamo donne)", "Centurini" e "Bella ciao". Il pubblico, intervenuto numeroso a dispetto del maltempo, ha accolto con grande commozione e partecipazione i canti e si è infine stretto in un abbraccio con le donne della Casa delle Donne di Amatrice e Frazioni e con la popolazione, con la promessa di continuare a percorrere insieme un tratto di strada verso la rinascita di quelle terre. Ma era solo un arrivederci: l'appuntamento con Amatrice e la musica di tradizione resta fissato per il 4 agosto con il Festival delle Ciaramelle diretto da Giancarlo Palombini. 

Susanna Buffa
foto di Patrizia Cortellessa

Ciosi – Into The Wild Session (Autoprodotto, 2016)

Il flatpicking è la tecnica chitarristica, o meglio l'insieme di tecniche, che prevedono l'utilizzo del plettro, in opposizione al fingerpicking che prevede l'uso esclusivo delle dita; diversamente dallo strumming, tecnica meramente d'accompagnamento, il flatpicking è una tecnica largamente impiegata dai solisti e prevede il tocco di una singola corda per volta. Se negli Stati Uniti queste tecniche sono largamente impiegate (basti pensare ai grandi chitarristi bluegrass Clarence White, Norman Blake, Tony Rice, Doc Watson), in Italia hanno il massimo rappresentante nel genovese Beppe Gambetta, oramai egli stesso di casa negli Usa. Fra i giovani, merita interesse e considerazione il giovane Federico Franciosi, in arte “Ciosi”, che, già titolare di un bell'esordio intitolato “My First Time”, interamente composto di brani originali, si ripresenta ora con questo “Into the Wild Session”, dove si cimenta con un repertorio quasi interamente composto di classici. Il risultato è assolutamente buono: tecnica, tocco e padronanza dello stile fanno del giovane chitarrista veneto più che una promessa della scena nazionale della chitarra acustica. Ciosi sfoggia anche una voce interessante, con un inglese assolutamente credibile e un timbro adeguato al repertorio. Interessantissimo il fatto che questi repertori (blues, country-blues, ragtime, jazz) siano normalmente associati a tecniche fingerpicking, ma grazie ad un efficace accompagnamento di contrabbasso e batteria o percussioni e all'indiscutibile tecnica del leader, il risultato è sempre interessante. Unico difetto, la durata del dischetto, appena mezz'ora scarsa, che lascia un po' l'amaro in bocca all'ascoltatore. Il CD, registrato in presa diretta, contiene alcuni brani piuttosto famosi, ma sempre resi in maniera fresca e accattivante. Fra questi, “Sitting on the Top of the World”, dal repertorio di Doc Watson, “Corrina Corrina”, incisa fra gli altri da Dylan e Blind Lemon Jefferson, il manifesto ragtime di Scott Joplin “Maple Leaf Rag” e il classico di Thelonious Monk “Blue Monk”. I brani più belli sono però l'omaggio a David Grier (strumentista impressionante, già negli Psychograss con Darol Anger e Mike Marshall) “Wheeling”, e “Cheasapeake Bay” a firma del bravo Massimo Varini. Molto bello anche “Sliding Delta” di Mississipi John Hurt. Disco da ascoltare, per scoprire un giovane bravo strumentista e per ascoltare un approccio chitarristico inusuale al repertorio rurale americano (e non solo).


Gianluca Dessì

Vitrone – Nel Momento (G Records, 2017)

Cantautore casertano nato artisticamente nel fermento creativo della scena musicale casertana degli Ottanta e con alle spalle esperienze in diversi ambiti musicali, Gennaro Vitrone torna con “Nel Momento”, album che giunge a quattro anni di distanza da “Piccole Partenze” e nel quale ha raccolto otto brani di cui cinque inediti, prodotti da Giuseppe Polito e registrati con alcuni eccellenti strumentisti come Gianpiero Cunto e Dario Crocetta (chitarre), Roberto Caccavale (Basso e contrabbasso) e lo storico membro degli Avion Travel Mimì Ciaramella (batteria) ai quali si aggiungono gli ospiti Almerigo Pota (basso) e Alessandro Crescendo (piano Rhodes). Frutto di un intenso lavoro collettivo tanto in fase di arrangiamento quanto in quella realizzativa, il disco cristallizza una particolare fase creativa ed artistica del cantautore casertano caratterizzata dall’urgenza di raccontare la necessità di ritornare a valorizzare ogni attimo della propria esistenza, a partire dai piccoli gesti quotidiani, per resistere all’alienazione del mondo contemporaneo. In questo senso va letta anche la scelta di inserire nel disco tre brani, pubblicati nei dischi precedenti, arrangiandoli in una veste nuova che ne esalta il valore intrinseco. Tutto ciò si riflette nelle tematiche introspettive dei testi in cui Vitrone canta di abbandoni, partenze ed arrivi ed interiorità, e rimanda all’evocativa immagine di copertina con l’opera “Salto in lungo di Giacomo Montanaro “Salto in lungo” tratta dal progetto fotografico “Olimpiadi Domestiche”. Aperto dalla riflessiva “Respira”, singolo che ha anticipato la pubblicazione del disco e per il quale è stato relizzato un videoclip in collaborazione con Ubia, il disco entra nel vivo con la nuova versione di “Piccole partenze”, title-track del disco precedente, qui proposta in un nuovo arrangiamento che mette maggiormente in luce il testo. Se la ritmata “Oltre il buio” rimanda nell’arrangiamento a certe atmosfere tipiche dei dischi firmati da Daniel Lanois, la successiva “Una ragazza di oggi” è un brano rock che avvolge il racconto a cuore aperto del rapporto padre-figlia. Si prosegue con la ballata “Torno al giardino”, nella quale si intrecciano e si rincorrono ricordi del passato, e le trame acustiche de “Il finto fioraio” che ci introducono alla solare “Il pedonale” nella quale è racchiuso il senso di tutto il disco. Completa il disco “Nel Momento”, brano per soli piano e voce nelle cui trame è racchiusa la citazione dello splendido libro di Antonio Pascale “ritorno alla città distratta”, ritratto di Caserta e delle sue tante contraddizioni. “Nel Momento” è, dunque, il disco della piena maturità artistica di Vitrone e certamente uno dei lavori più interessanti prodotti nel capoluogo campano degli ultimi anni.


Salvatore Esposito

Corzani Airlines: Betty Bonifassi


Betty Bonifassi (Babel Med, Marsiglia - Aprile 2017)

Foto di Valerio Corzani


“Nella società contemporanea non è un bene sentirsi male, essere depresso. Alla gente non piace. Come si dice si solito? 'La gente non ti vuole quando perdi'. E io voglio parlare di qualcuno che perde. Voglio guardarlo [il personaggio] in faccia, lo vedo passare attraverso questo difficile momento e finire da qualche parte. Esattamente questo. Voglio parlare del dolore. "

Betty Bonifassi

fotografie e suggestioni