BF-CHOICE: Nuova Compagnia di Canto Popolare - 50 Anni in buona compagnia

Il ritorno della Nuova Compagnia di Canto Popolare con un disco doppio, dove tra nuove composizioni e classici, Fausta Vetere e Corrado Sfogli ritrovano Eugenio Bennato, Patrizio Trampetti e cantano per l’ultima volta con Carlo D’Angiò....

BF-CHOICE: Michele Gazich - La Via Del Sale

A distanza di due anni dall’ultimo disco, Michele Gazich prosegue il suo cammino con “La Via del Sale”, album di grande spessore nel quale risalta in modo ancora più marcato la sua tensione continua verso la ricerca musicale e letteraria...

BF-CHOICE: Giuseppe D'Avenia D'Andrea - Ballate d'Argilla

“Ballate D’Argilla” di Giuseppe D’Avenia è un’opera sorprendente, che si snoda tra idiomi tradizionali lucani e influenze del chitarrismo anglo-celtico. Un'antologia di storie locali dal respiro mediterraneo ed europeo...

BF-CHOICE: Gigi Biolcati - Da Spunda

Precipitato delle esperienze accumulate, cantato in italiano e in dialetto santhiatese, "Da Spunda" è il primo disco solista per l'eclettico percussionista Gigi Biolcati. E' come un guardarsi allo specchio; un one-man-band che sgombra il campo da cliché folk facendo tutto da solo...

BF-CHOICE: Peppe Voltarelli - Voltarelli canta Profazio

Come «l’energia di un’onda che sbatte sulla riva»: il canzoniere del folksinger Otello Profazio riletto da Peppe Voltarelli, un progetto che viene da lontano, con il progessivo avvicinamento a questa multiforme personalità da parte di un artista che non si ferma mai...

martedì 29 novembre 2016

Numero 283 del 28 Novembre 2016

Artista sempre in movimento, pronto a guardare oltre e a lanciare sfide: è Antonio Infantino, cui è dedicata la copertina di “Blogfoolk”. Con lui non si ripercorre soltanto la lunga carriera di una delle menti propulsive del folk del Sud, ma si toccano anche i suoi progetti futuri.  Appartiene a tutta altra generazione Monica Pinto, già fondatrice e voce di Spaccanapoli/Spakka-Neapolis 55, al debutto da cantautrice con "Canthara", un album ardito di chanson elettronica, lontano dai cliché vecchi e nuovi della napoletanità. Lo spazio world presenta "Recados de fora" di Bonga, settantaquattrenne icona angolana e voce militante e critica del passato coloniale e delle ingiustizie del presente: è il nostro disco consigliato della Settimana, tra l’altro già ai vertici della Transglobal World Music Chart. Un’altra chicca arriva dal Paese che è confine tra mondo arabo e nero africano: parliamo della Mauritania, di cui è originaria Noura Mint Seymali, la quale ha da poco pubblicato il suo nuovo lavoro intitolato "Arbina". Da tutt’altra parte del mondo, dalla provincia marittima canadese dell’Isola del Principe Edoardo, ecco lo spumeggiante trio bilingue Ten Strings and a Goat Skin, la cui ultima fatica è l’ottimo “Auprès du Poêle”. Per la musica live, cronache molto diverse: apriamo con il diario di viaggio a Capo Verde di Stefano Saletti, ospite del Festival Sete Sois Sete Luas, con cui collabora da anni, e impegnato in un intenso lavoro in residenza con due orchestre locali. Poi, il report del concerto di Jon Boden, andato in scena l'11 novembre a The Union Chapel di Londra. A seguire, il racconto della performance di Demdike Stare Presents Feedback Loop per il festival Nuova Consonanza. In coda, a conclusione della nostra emissione 283, che chiude il mese di novembre, trovate le recensioni di due nuovi album prodotti da Almendra Music ovvero “Heptacord” di Alessandro Blanco e Nicola Mogavaro e “An Italian Tale” di Antonio Cicero e Luciano Troja.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
CONTEMPORANEA

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Intervista con Antonio Infantino

“È un personaggio che incarna in senso letterale alcune tra le cose migliori della cultura e dello spettacolo di questi ultimi quarant’anni”, così Fernanda Pivano parlava di Antonio Infantino, sottolineando tanto la sua articolata formazione artistica, quanto il suo genio creativo. Lucano di origine, ma fiorentino di adozione, Infantino nel corso della sua carriera ha spaziato dalle arti figurative all’avanguardia musicale, dalla poesia della Beat Generation alla sperimentazione in ambito popolare, dando vita ad una delle esperienze artistiche più emblematiche della musica italiana. Nella sua musica infatti si intrecciano nel tradizioni musicali lucane e ricerche sul suono, evocazioni ancestrali e ritmi ipnotici dettati dall’utilizzo di ritmi percussivi che rimandano alla trance e agli antichi riti tribali. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere insieme a lui la sua lunga carriera, senza dimenticare uno sguardo verso i progetti futuri.

Partiamo da lontano, come hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della musica?
Ero arrivato a Firenze dalle montagne della Basilicata per studiare architettura e frequentavo la Galleria Numero, una galleria d’arte a livello internazionale con sedi anche a Milano, Venezia e Roma. E’ stato lì che ho incontrato persone che facevano avanguardia, musica e arte sperimentale. 
Era la metà degli anni Sessanta, tra il 1964 e il 1965. C’era Pietro Grossi, il quale stava lavorando a Pisa nello stesso laboratorio che stavano preparando per Olivetti e IBM con i primi computer, e lì scoprirono che l’elettricità aveva un suono proprio chiamato “suono bianco” e per la prima volta registrarono questo “ooooo”. La sera ci invitava a casa sua, eravamo quattro o cinque persone, e ci faceva ascoltare questi suoni prodotti dall’elettricità. Suoni puri prodotti dai campi elettromagnetici. In seguito Grossi portò questa esperienza anche al Conservatorio di Firenze dove nacque la prima scuola di musica elettronica in Italia, tra le prime al mondo. Contemporaneamente, in galleria venivano anche artisti già famosi come il grande ceramista francese Vallauris che aveva insegnato questa arte anche a Picasso ed era amico di Simone De Beauvoir, la moglie di Sartre, e tutto questo mi trasmetteva una visione del mondo che allora giovanissimo assimilavo ed incorporavo e sapevo avrebbe dato i frutti che poi ci sono stati. 

Insomma hai vissuto in un periodo di grandissimo fermento culturale a Firenze…
Ho vissuto a contatto con un tipo di cultura fuori dall’ordinario, ad un livello molto alto e ho avuto modo di fare una serie di esperienze che sarebbe impossibile da enumerare tutte. Per esempio, in anticipo sul rap fu la sperimentazione sulla poesia visiva di artisti come Pignotti, Miccini, Ori, e tutta una serie di personaggi diventati importanti e che hanno fatto un po’ la storia dell’arte moderna. Sono capitati poi a Firenze anche gli artisti del Living Theatre che fecero una rappresentazione dentro la mensa di Santa Apollonia. Eravamo in cinque ad assistere alla performance e loro erano trenta. Living Theatre hanno inventato la performance, il free jazz. Quella sera mi accorsi che non avevano nemmeno da dormire, e li ospitai nel mio studio a Via Degli Artisti al numero 6 che era molto grande. Sette o otto di loro a vennero a dormire là e si arrangiarono per terra, o sui cuscini. Tra loro c’era uno degli inventori del free jazz, uno dei primi a suonarlo con coscienza, lui parlava del rivolto musicale, ovvero quel particolare procedimento che permetteva di creare delle loghie, delle sequenze musicali completamente nuove con gli accordi rivoltati. 

In questo, anche tu sei stato molto curioso nell’avvicinarti a certe esperienze …
Attraverso rapporti di amicizia e contatti diretti con quelli che sono stati gli sperimentatori del teatro e della musica contemporanea, ho avuto modo di assorbire grandi novità per l’epoca. Sulla mia curiosità ho innestato tutti questi sementi che poi sono sfociati in altre cose. Ovviamente anche all’università ebbi modo di incontrare personaggi straordinari come Gillo Dorfles con cui sostenni il primo esame sulla comunicazioni di massa, “nuovi riti e nuovi miti”, e presi trenta e lode. Anche all’esame con Umberto Eco presi trenta e lode, e divenni anche suo amico. All’epoca facevo l’autostop per andare a Milano. Da Firenze a Milano non facevamo altro che parlare e ovviamente è una cosa diversa rispetto a quando si insegna in cattedra. Avevo la possibilità di capire la costruzione del pensiero, delle idee partendo proprio dalla persona. Questo mi ha segnato poi in tutte le esperienze successive, non guardando la formalità delle cose ma andando all’essenza stessa delle cose sia nelle persone che nel lavoro.

In quel periodo hai frequentato anche la scena artistica di Milano, e il Nebbia Club…
Sul giornale vedevo dove si faceva musica e nel pomeriggio mi presentavo nei nightclub, sapendo che a quell’ora i proprietari faceva le pulizie nel locale. Furbescamente avevo capito che quella era l’ora adatta per proporsi, andavo lì e chiedevo se potevo suonare, e avendo quei dieci minuti di tempo mi guardavano incuriositi perché mi vestivo molto strampalato, fuori dal normale. 
Così mi chiedevano di fargli sentire cosa facevo, e puntualmente la sera suonavo là. Mi accompagnavo con una chitarra scordata, perché non sapevo accordarla. Avendo esperienze di free jazz la accordavo con la voce e da quelli che erano i suoni che tiravo fuori, inventavo lì per lì qualcosa che sembrava in qualche modo già preparato. Il Nebbia Club era frequentato da artisti come Enzo Jannacci e dai grandi jazzisti, ma si faceva ogni tipo di musica. Lì ho incontrato Fernanda Pivano. 

Veniamo all’incontro con Fernanda Pivano. Fu lei a presentarti a Giangiacomo Feltrinelli che pubblicò la tua prima raccolta di poesie…
Era il 1966 e fu al Nebbia Club che Fernanda Pivano mi ascolto e mi chiese subito di pubblicare le cose che cantavo. Il giorno successivo venne anche Giangiacomo Feltrinelli che ascoltò le mie poesie e mi propose di farle uscire per la sua casa editrice, e nello stesso anno uscì la mia prima raccolta dal titolo “I denti cariati e la patria”. Io, infatti, nascevo come poeta non come cantante. Anzi ti dirò di più, non lo sono assolutamente. All’epoca si facevano dei reading dove tanti ragazzi recitavano poesie, perché non c’è italiano che non abbia una poesia nel cassetto. Erano sullo stile di quelli che facevano Allen Ginsberg e i poeti della Beat Generation, ma questo portava il pubblico ad annoiarsi, oltretutto erano piene di parolacce come cazzo, vaffanculo, rottinculo, e bestemmie continue. Ovviamente i proprietari dei locali si arrabbiavano molto e il pubblico ancora di più e diventava un casino generale. Pensai quindi di accompagnare le mie poesie con un banjo non accordato, e quindi ngre, ngre, ngre declamavo: “Baffi baffi di donna psicologicamente causa di esaurimenti nervosi, baffi baffi di donna delicatamente biondi ossigenati, strapazzati da trapani meccanici, baffi baffi di donna”, dreng dreng dreng, drung drung dung, din din din, “superormonicamente degenerati piani, impianti di donna, impianti, pianti di donna, baffi baffi di donna… ect”. Un’altra poesia era questa: “Anonimo cittadino del ventesimo secolo, sei Coca Cola, guarda il sole che nasce e grattati la pancia, anonimo cittadino del ventesimo secolo”, ngleng ngleng nglung nglung,  “anche se hai il televisore, l’asciugacapelli, il tritacarne, la macchina, la lavatrice, l’elicottero, la Jaguar, una corazzata, un aereo, non sei che un numero. 
Anonimo cittadino del ventesimo secolo rendi di pubblica opinione la tua masturbazione, lo sai meglio di me che non ami che te, lo sai meglio di me che non ami che te”. Erano cose per l’epoca non scioccanti, scioccantissime. 

Nel 1968 hai pubblicato il tuo primo 33 giri “Ho la criniera da leone (perciò attenzione)” nel quale eri accompagnato dagli Orchestrali della Scala di Milano…
Sempre in quel periodo qualcuno mi propose di fare un disco con Nanni Ricordi. Andai da lui e cantai “Il Cantico delle Creature” di San Francesco d’Assisi, inventando la musica e aggiungendovi alcuni versi tra cui: “che domani sarà distrutta”. Era l’epoca del pacifismo, e il contrasto tra la meraviglia del creato divino e l’incombere della guerra nucleare era un tema forte. C’era una paranoia fortissima perché c’era la Guerra Fredda con la crisi dei missili a Cuba. Vivevamo tutti quell’angoscia. Nanni ricordi rimase molto colpito, tant’è che mi chiese di ricantarla. La eseguii di nuovo ma in modo del tutto differente, e subito mi propose di fare un 33 giri. Se l’avessi rifatta uguale, è probabile che non avrei avuto quell’opportunità. Da come la cantai la seconda volta, lui aveva capito che avevo la stoffa. Come ho già detto, io nasco come poeta e il suono come in Joyce accompagna la parola nella mia arte. 

Poi ci fu l’incontro con Dario Fo per lo spettacolo “Ci ragiono e canto” …
La Ricordi mi chiese se volevo andare a Sanremo perché avevo fatto il 33 giri. All’epoca sia Lucio Battisti sia Edoardo Bennato avevano pubblicato dei 45 giri e dunque il prescelto per il Festival di Sanremo ero io. Io però non volevo fare il cantante e preferii l’esperienza con Dario Fo che, partendo dalle radici della musica del popolo, quella che non si canta nei luoghi ufficiali, stava mettendo su uno spettacolo dove valorizzare e rendere contemporanea questa musica. C’era il Coro di Aggius, Caterina Bueno, Rosa Balistreri e io cantavo “Avola” che avevo composto con Dario Fo ed Enzo Del Re. Era ispirata ai fatti avvenuti in questo paese della Sicilia negli anni sessanta: l'occupazione delle terre da parte dei braccianti. Entrando in contatto con la tradizione, rispolverai tutto quello che era la mia cultura del mondo contadino da cui provenivo. Chiusa l’esperienza con Fo, tornai a Firenze e completai il percorso di studi laureandomi in architettura con 110 e lode. Insegnai un paio di anni arte dei giardini a Firenze, ma nello stesso tempo facevo delle performance in varie parti d’Italia.

Qualche anno più tardi hai dato vita ai Tarantolati di Tricarico con i quali hai reinventato e riattualizzato la tradizione musicale lucana ed inciso tre album per la Fonit Cetra…
Ero stato in Egitto e Creta e lì avevo scoperto che c’era un’idea di suono che non era popolare, ma piuttosto qualcosa di vivo tra la gente. 
Pensavo che questa fosse una musica da non relegare nel popolare  perché aveva forza ed attualità. Non era un oggetto come il berretto della nonna. Nonera da museizzare. Così pensai che andava fatto la stessa cosa. Forte di questa esperienza, anziché usare la tammorra, cominciai ad usare i tamburi, creando un effetto quasi tribale. Un tamburo o la zampogna nella mia mente venivano tradotti in questo modo. Usavamo poi strumenti del paesaggio come i campanelli degli asini, l’incudine, insomma tutto ciò che produceva suono. Diventammo subito molto popolari con il primo disco omonimo, “La morte bianca” e “Follie del divino spirito santo”, usciti sull’etichetta Folkstudio di Giancarlo Cesaroni. Avevo scelto il nome di tarantolati, per evocare la disperazione dei contadini del sud di Rocco Scotellaro. Quelli che avevano fatto le rivolte per l’occupazione delle terre, erano anarchici, gente che finiva in galera e usciva con un senso della libertà molto forte che faceva paura. Quando ideai il nome Tarantolati non pensavo ad Ernesto De Martino, ma piuttosto al morso della tarantola come l’arte brut di molti pittori, come l’arte dei pazzi. E’ la pazzia che ti avvicina a Dio che di da la libertà. Il massimo di creatività per me signficava quello. Da uno stato di disagio arrivi ad una condizione quasi divina.

Nel 1978 hai dato alle stampe il progetto “La Tarantola va in Brasile”…
Francesco De Gregori voleva fare un tour con me, quello che poi fece con Lucio Dalla perché io dissi di no. A me interessava di più questo paesaggio di suoni delle radici, così decisi di andare in Brasile, ma prima di partire Giancarlo Cesaroni mi chiese di fare un altro disco. 
Lì ebbi modo di conoscere artisti come Toquinho e altri musicisti del giro di Milton Nascimento, nonché di suonare con alcune scuole di samba. Il risultato fu questo documentario sonoro “La Tarantola va in Brasile” nel quale suona anche Fafà De Belem. 

Quando hai cominciato ad esplorare la trance…
Non cerco il contatto con la trance. Facendo un certo tipo di musica la trance è una conseguenza naturale perché si ci immette nei ritmi della natura. Devi conoscere il ritmo del cavallo, bisogna avvertire questa creatività naturale, ancestrale, primitiva, che ci tocca dentro, non perché è un oggetto del passato ma perché è un qualcosa che produce ed induce in ognuno di noi. Io con la mia musica non racconto la taranta faccio una tarantata vera, è una grande differenza. Il mio non è uno spettacolo. Le mie canzoni degli anni Settanta mettevano insieme in modo irriverente le tradizioni pseudopopolari, il mondo agro-pastorale, teatro delle lotte contadine degli anni Cinquanta, ed il suo bisogno di cambiamento per uscire dalla miseria sia fisica che psichica, esaltando in un clima euforico e sfranto di tarantolati, l’istinto e l’energia vitale che ci spinge al cambiamento. Oggi non ci sono più muli o asini mia macchine, non ci sono più le strade polverose di campagna ma c’è l’asfalto. Non ci sono più i telegrammi ma c’è il cellulare. Non c’è l’immaginazione, ma c’è internet. Oggi parti e vai intorno al mondo e a te stesso in un clima forsennato di tarantati ruotanti di modo circolare in un ritmo sempre più vorticoso e come le comete escono fuori da un’orbita per entrare in un’altra, affiorano memorie del passato e visioni del futuro. Nella mia tesi di laurea in Architettura ho enunciato il principio della materia dea interndersi come corde vibranti. 
Voce e parola, in quanto suono, suono stringhe, corde vibranti, materia immateriale vagante nel cosmo, aggregandosi e disgregandosi tracciano orbite che si intersecano in infinite dimensioni assumento significati multipli e molteplici gradi di azione nel modificare la materia: affiorano, persistono e si dissolvono nella memoria, secondo concause, creando incui ed ossessioni, piacere o felicità.

In questo senso si sono mossi anche i tuoi studi sulla sezione aurea…
La sezione aurea è un suono specialissimo che contiene in sè: rumore, suono bianco, battimenti, interferenze, terzo suono, hyperarmonici, risonanze simpatiche, suono vuoto, sitenzio controfase, il tutto è prodotto con una semplice chitarra. Questo suono è solare, aperto ad infinite combinazioni creative, espressione della divina proporzione di cui ne è la risultante. Tale suono l’ho definito la nota d’oro che come il numero d’oro è alla base del ritmo. Questa nota applicata al rotante movimento della pizzica tarantata o della tarantella ne fa qualcosa di assolutamente trascinante ed esplosivo.

Il tuo gruppo è attualmente composto da giovani e giovanissimi. Da dove è nata questa scelta?
C’è un ricambio continuo con loro che sono cresciuti con le mie musiche. Io li perfeziono, gli insegno i trucchi, l’affinamento, i segreti per poter creare questa circolarità del suono che crea quello stato di trance di cui accennavamo prima. I ragazzi che suonano con me li faccio sempre improvvisare per tirare fuori da loro il massimo dell’energia e dell’autenticità. Quello che voglio non è un repertorio ma una creazione in tempo reale. 
Questa è arte di avanguardia che rimanda alla purezza delle colonne del tempio dorico, senza fronzoli, orpelli o curve. E’ essenzialità. Seguo l’insegnamento di Dario Fo e invitandoli direttamente a salire sul palco, perché quello è la scuola migliore e vale più di cento giorni di prove. Quando sei tu il mediatore, l’adrenalina che si prova in quei momenti la provi sulla tua carne. L’artista è come un medium tra il suo dentro e l’anima del pubblico. Per fare tutto questo è necessario essere liberi e la mente non deve avere il tempo di pensare, ma deve fare e pensare al tempo stesso. Bisogna essere in simbiosi con il pubblico. Nei miei concerti accelero e diminuisco il ritmo in base a quello che avverto dalla gente. Solo in questo modo si entra in sintonia con chi ti è di fronte, ma tutto questo non è sempre facile. La parola popolare salta, non c’è più perché non esistono categorie. Le onde antigravitazionali sono ancora qui e sono già proiettate verso il futuro, oltre quattrocento milioni di anni. In tutto questo tempo si ha modo di distinguere tra popolare e classico, sacro e profano. Cerco suoni che agiscano sulla percezione sensoriale come i cuba cuba, i nostri tamburi a frizione, hanno delle frequenze che vanno sotto i 7khz, come la danza delle api che è un vero e proprio linguaggio. 

Quanto è stato importante  il contatto continuo con la tradizione musicale della tua terra?
La tradizione bisogna interiorizzarla, non bastano solo i libri. Nella mia infanzia ho conosciuto Rocco Scotellaro, il poeta che ha guidato le lotte contadine, abitava 50 metri da casa mia,  ed era un grande amico di mia madre con cui era cresciuto. 
Scotellaro e mia zia che poi è diventata una missionaria in India sono stati allattati dalla stessa donna. Negl’anni Cinquanta c’era la miseria, e i contadini occupavano le terre e facevano scioperi, battagliavano, sparavano contro i carabinieri, ma poi mi prendevano in braccio con tanto amore. Per me non erano cattivi, perché volevano un pezzo di terra da coltivare , in modo da poter essere sicuri di dare da mangiare ai propri figli. Si può odiare questa gente o chiamarla delinquente? La mia musica è quella dell’anima degli uomini che sono contadini ma anche esseri umani. Mi hanno trasmesso questo calore quello che Scotellaro descrive nel verso: “soffiatemi dentro i vostri fiati caldi contadini”, quindi il respiro, l’anima stessa. Non c’è la differenza tra intellettuale e contadino , il contadino è intellettuale e l’intellettuale è contadino. Il mestiere non può essere confuso con l’intelligenza. Ho conosciuto veri e propri geni, dei sapienti da cui ho imparato tanto. Gli stessi pensieri profondi li ho ritrovati nei grandi filosofi da Parmenide a Leucippo, da Filolao Lucano ai pre-socratici che erano grandi osservaotri della natura. Sentivo parlare di contadini di classi subalterne, ma poi leggendo i libri capivo che i filosofi ragionavano alla stessa maniera. E’questione di linguaggi non di essenza. Questo alla borghesia non fa piacere perché ha paura di perdere il posto il suo ruolo. Io non ho niente da perdere e non avendo paura ho insegnato anche due anni all’università ad architettura.  Nel 1991 a Bruxelles sono stato insignito del Premio e dell’Alloro Accademico dell’Accademia Reale Belga di Scienze, Letteratura e Belle Arti, la antica Gilda di San Luca. 
Questo premio è superiore al Nobel nel settore delle belle arti. Mio padre pure essendo professore di francese e di letteratura con palma accademica del governo francese, faceva il contadino a novantasei anni coltivava ancora le viti innestava faceva l’olio a 0,0 gradi di acidità. La sera poi studiava, leggeva francese inglese portoghese, tedesco, teneva il tavolo coperto di libri, univa pensiero ed azione. Parlare di popolare vuol dire parlare di ciò che il popolo può produrre non occorre essere ricchi per essere geniali, a me interessa questo la purezza e questo non è una questione di classe o di mestiere, è necessario essere umani. Superuomo vuol dire andare al di là, oltre l’umano cercare il divino, cercare quella scintilla divina che è dentro ognuno di noi.

Hai collaborato alla realizzazione dell’ultimo album di Vinicio Capossela. Puoi parlarci di questa esperienza?
E’ un grande poeta, lui sta facendo un operazione interessante perché vede il mondo contadino del paese, i miti che venivano sognati, e li mescola ai mariaci al tango al valzer. Prende gli originali e li restituisce con suoni nuovi come quelli Tex Mex.

Concludendo, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
A breve entrerò in studio per un disco sui suoni ancestrali, quelli presenti in natura e quelli che sono nel subliminale di ognuno di noi. Questo nuovo lavoro sarà distribuito dalla Sony in tutto il mondo.


Salvatore Esposito

Monica Pinto – Canthara (MaxSound, 2016)

Chi ha conosciuto il calore e il colore del canto di Monica Pinto con SpaccaNapoli/Spakka-Neapolis 55 e, prima ancora, nella versione world-oriented de ‘E Zezi, potrebbe restare sconcertato dal nuovo, inatteso e ardito corso artistico intrapreso dalla vocalist, che in questo suo primo album solista, prodotto da Max Carola, si fa autrice ed interprete di una chanson elettronica, tenendosi alla larga dai vecchi e nuovi cliché della napoletanità. Il titolo “Canthara”, commenta la cantante napoletana, unisce le due parole "canto" e "hara" (quest’ultimo nello zen è il centro vitale dell’equilibrio tra mente e corpo) a rappresentare l’incontro tra due stati dell’anima complementari nel creare l’armonia del tutto. Musica e liriche che respirano in simbiosi con natura, arte e tecnologia. Una Monica Pinto che abbandona l’afflato terragno della lingua napoletana per l’idioma nazionale, ma soprattutto si reinventa in un’espressività limpida, eterea ed evocativa, che non ripudia la melodia, riprendendo la mai obliata lezione di cantautori storici italiani (Tenco, Fossati, de André e Battiato) e degli chansonnier francesi. Anzi, la contorna costruendo tessiture pop e post-rock, colte e raffinate, fondendo strumenti acustici e digitali, portandoci, inevitabilmente, a pensare alle avventure soniche dell’islandese Björk. Il disco si dipana in dodici brani minimali e stratificati al contempo, con i due inserti “Canthara I” e “Canthara II”, in cui è complice nella scrittura Salvio Vassallo (Do you remember “Il Tesoro di San Gennaro”?). Il primo è una rielaborazione elettronica dell’antico suono curativo giapponese ‘wun’ (emesso nel registro grave, il suono risalendo lungo la colonna si espande in tutto il corpo che si radica alla terra), il secondo riprende suoni yogici (i bija mantra ‘ham’ e ‘ram’, i suoni prodotti dalla rotazione dei chakra, rispettivamente il quinto e il terzo), posti in una successione che produce una connessione armonica tra energie discendenti e ascendenti dell’essere e, quindi, tra il radicamento alla terra e la proiezione verso l’alto. L’autobiografico “Viaggio Incompiuto” è l’energico biglietto da visita dell’album, singolo e video, mentre ne “L’ideal-mente”, in cui si fanno avanti le riflessioni sull’identificazione nei propri ideali che può condurre alla chiusura nei confronti degli altri, si prende un ruolo di primo piano il violoncello di Manuela Albano. Tra i pezzi più intensi c’è senz’altro “Nuovamente Essente”, l’immaginario incontro con la propria morte, trasfigurata nelle sembianze di una donna a cui ci si consegna: qui brilla il violino di Edo Notarolberti. In “Anime minori”, lo sguardo si apre sulle ineguaglianze del mondo. Sorprendono il valzer musette e le movenze folk di “Schermo della felicità” (la fisarmonica è di Sasà Piedepalumbo), un appunto critico sulla televisione che offusca la coscienza critica. Si cambia registro, ed ecco “Aria”, elogio dell’elemento etereo, del respiro, che musicalmente ci porta dalle parti del gregoriano. L’ispirazione dostoevskiana è il punto di partenza de “Il bacio sulla bocca”, che improvvisamente assume sapore jazz-balcanico (ancora la fisa di Piedepalumbo). Ha un titolo assertivo “Apri le gambe”, nel suo rimarcare la libertà dell’erotismo femminile: un «inno al potenziale femminile», spiega ancora Monica, una presa di posizione forte messa a contrasto con il mood morbido del brano. È il passare del tempo, l’equilibrio tra gioia e dolore il tema reso nella cantabilità elettro-acustica di “Tutto va bene”. Una composizione di Fausto Mesolella intitolata “Per la rivoluzione”, con il pianoforte di Tommy De Paola e il superbo arrangiamento di Ernesto Nobili (chitarre, prog e midi), è l’ultima traccia, altro momento topico di questa opera avventurosa. 


Ciro De Rosa

Bonga – Recados de fora (Lusafrica, 2016)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

I settantaquattro anni di Bonga sono intimamente intrecciati con la storia del suo Paese, benché il musicista – originario di Kipri, nel nord dell’Angola, ma cresciuto a Luanda – viva in Portogallo. Monumento della musica angolana, Bonga, nato José Adelino Barceló de Carvalho, conosciuto anche come ‘Kota’ (‘il saggio’), torna in scena con “Messaggi dall’altrove”, un album a cinque stelle, che unisce lirismo a critica sociale nell’Angola post-coloniale, ritratta nell’iniziale “Água Raz”, un appassionato squarcio aperto sulla vita nelle musseque (le favelas, che sono state i luoghi principali della resistenza socio-culturale angolana al colonialismo fascista lusitano). Come sempre Bonga è compositore, voce guida e strumentista (dikanza e percussioni). “Tonokenu” chiama alla danza con il suo ritmo tradizionale sembe (da cui si è generato il più attuale kizomba), mentre in “Banza Remy” la fisarmonica accompagna il dolce ricordo dell’amico Rémy Kolpa Kopoul, giornalista e DJ francese, da poco scomparso. Sull’incedere dei fiati e delle chitarre di Betinho Feijò, la voce arrochita di Bonga denuncia i soprusi del sistema politico nei confronti della libertà d’espressione (“Ngo Kuivu”). Dal Brasile proviene “Sodade Meu Bem, Sodade”, canzone degli anni Cinquanta di Zé do Norte, costruita sull’intreccio fadista tra chitarra portoghese (Ricardo Parreira) e chitarra (Tiago Oliveira): come dire un matrimonio atlantico-lusofono. 
Ancora a ritmo di semba si sviluppa la scattante title-track, che mette in fila i piatti nazionali kipico, kibeba, kanjika e kizaka, per esortare il popolo a vigilare sugli imbrogli della classe dirigente ed evitare le guerre tra poveri piuttosto che mettere troppo cibo in tavola. L’opulenza mostrata nelle feste dai ricchi è messa alla berlina in “Espalha”, mentre Bonga è più esplicito nel chiedere agli angolani di alzare la voce in “Anangola”. L’altra cover è “Odji Maguado”, una morna a filo di cavaquinho e chitarra a dodici corde, scritta dal capoverdiano B. Leza negli anni Cinquanta e già registrata in passato dal cantante angolano, ma ripresa anche da Cesaria Evora. La nostalgica “Outros Tempos” precede il semba di “Marikota”, in cui l’andamento danzante sembra scontrarsi con il realismo delle liriche, che raccontano della fuga verso Lisbona di una donna che intende sfuggire alla miseria e alla violenza degli slum delle città angolane. Sono passati quarantuno anni dall’indipendenza, ma ‘a luta continùa’ attarverso il canto. 


Ciro De Rosa

Noura Mint Seymali – Arbina (Glitterbeat Records, 2016)

A due anni di distanza dal pregevole “Tzenni”, la straordinaria cantante mauritana Noura Mint Seymali torna con “Arbina”, quarto album in carriera e secondo pubblicato a livello internazionale grazie all’illuminato lavoro della Glitterbeat Records di Chris Eckman. Prodotto dal batterista Matthew Tinari ed inciso con un ristrettissimo gruppo di strumetisti composto dal marito il griot Jeiche Ould Chighaly (chitarra) e Ousmane Touré (basso), il disco raccoglie dieci brani inediti che nel loro insieme ci schiudono le porte sulla religiosità e la mistica delle tribù della Mauritania e del Sahara Occidentale. Come lascia intendere già il titolo “Arbina”, che in lingua araba identifica una delle invocazioni a Dio, il disco ruota intorno alla necessità di richiedere la protezione e la benevolenza divina da parte degli uomini, ma nel contempo mette in luce il concetto di “sébeu”, la riappropriazione del proprio destino con l’emancipazione, la libertà e l’autocoscienza per un futuro migliore. Le canzoni di Noura Mint Seymali nella sua voce profonda e struggente sono un atto di devozione verso il creato, una richiesta potente affinché illumini ed ispiri il cammino del suo popolo. Tutto questo dal punto di vista musicale è stato tradotto da arrangiamenti che mescolano funk e desert blues, il tutto impreziosito da un’energia e una intensità che pervade ogni brano, coniugando la forza del rock e la potenza emotiva della musica tradizionale dei griot. Così i fascinosi melismi desertici della voce della Seymali sono incorniciati dal suono del suo inseparabile ardine, strumento tradizionale nordafricano a nove corde usato prevalentemente dalle donne, e dalla chitarra di suo marito, Jeiche Ould Chighaly, suonata con la stessa tecnica del ngoni a creare sinuosi arabeschi sonori. A fare il resto il travolgente groove afro-beat della sezione ritmica che rapisce ed avvolge l’ascoltatore sin dalle prime note. Durante l’ascolto emergono i ritmi in levare della title-track in cui la Seymali affronta il tema della prevenzione sanitaria per le donne, le complesse architetture sonore di “Na Sane”, la fascinosa “Richa” nella quale canta del potere curativo della musica, o ancora lo splendido invito a realizzare i propri sogni di “Ghizlane”. In generale la poetica della cantante mauritana affonda le sue radici nella tradizione griot dove l’esperienza di vita personale incontra temi di carattere sociale, andando a comporre le tessere di quello straordinario mosaico che è la cultura nord africana. Insomma, “Arbina” è il disco più compiuto, affascinante e potente di Noura Mint Seymali, un lavoro da ascoltare con grande attenzione, lasciandosi catturare dalla sua voce. 


Salvatore Esposito

Ten Strings and a Goat Skin - Auprès du Poêle (Autoprodotto, 2016)

Il giovane trio dell’Isola del Principe Edoardo produce il seguito del più che promettente “Corbeau” (uscito nel 2013, anche se a dirla tutta quando erano poco più che ragazzini i Ten Strings avevano già inciso). Con i Vishtèn sembrano aver ereditato dai Barachois lo scettro di portavoce della musica della provincia marittima del Canada nordorientale. Il nome della band bilingue fa riferimento alle dieci corde (chitarra e violino) e alla pelle di capra del bodhràn, ma in realtà lo strumentario annovera anche bouzouki, cajon e podiritmia. “Auprès du Poêle (“Intorno alla stufa a legna”), prodotto da Leonard Podolak (della premiata roots band The Duhks), trasuda animo e carattere: Jesse Périard e i fratelli Rowen e Caleb Gallant hanno cucito un repertorio parte tradizionale e parte contemporaneo, ma in stile popolare, conferendo al tutto un piglio assolutamente originale, tanto da dare punti a gruppi più navigati. Partenza alla grande con il set di jig & reel “The Ukrainian Expedition”, per poi lanciarsi nella title-track in cui gli abbellimenti del violino e il sostegno ritmico di plettri e percussioni apre la via a splendide armonie vocali in francese e poi alle sillabazioni ritmiche del finale. Il banjo di Podolak entra nel successivo medley strumentale (“Igen”), caratterizzato anche dall’uso della podoritmia quebecchese. Inatteso l’organo B3 (Mark Busic) che accompagna con il violino di Pèriard la canzone “When First I Came To Caledonia”. Lo strumentale “Shoot The Moon” fonde Irish style e inserti balcanici. La scaletta pesca a pieni nel repertorio francofono con le armonie vocali di una canzone gallo-bretone a tempo di hanter dro, “Maluron Lurette”, che ricordiamo incisa in un lontano disco dei Tri Yann. Si passa ad una soft folk song in inglese (“The Town”), cui segue la cangiante “Lament for Buckles”, dove il banjo si unisce nuovamente alle corde e alle pelli dei Ten Strings. Top track dell’album per fusione di tradizione e modernità il tradizionale quebecchese dall’esplicito titolo “Maudit Anglais”, cui partecipa la alt-folk band di Montreal Les Poules à Colin. Invece, un bordone di tastiera sostiene prima la voce solista e poi l’intreccio vocale nella rilettura di “Coal Not Dole”, la magnifica ballata mineraria di Kay Sutcliffe, moglie di un minatore del Kent scritta durante lo sciopero del 1984. In coda la suite “Duhk Duhk Goat”, in cui si uniscono The Duhks, che assomma la marcia svedese “Begåvingsmrschen”, un reel del Québec, “Le réel du poteau blanc” e uno scozzese, “The Midnight Visit”, fino a giungere, trionfalmente, a “Katie Hill”. Una band assolutamente da scoprire. 


Ciro De Rosa

In viaggio a Capo Verde con Stefano Saletti

Nelle sue note di viaggio, il compositore e polistrumentista racconta la sua esperianza nell’arcipelago di Capo Verde, dieci isole dirimpettaie della costa senegalese, ricche di sfumature sonore e di notevoli personalità musicali. Venti giorni trascorsi con la Banda Ikona all’interno del Festival Sete Sois Sete Luas, con cui collabora da anni, e di intenso lavoro in residenza con due orchestre locali.

Venerdì 28 ottobre
Partiamo alle 13.35 per Lisbona dove facciamo scalo e poi alle 20.50 ci imbarchiamo per Praia, la capitale di Capo Verde nell’isola di Santiago. Tra attese agli aeroporti e volo, il viaggio dura quasi 11 ore. Sono mezzo influenzato e confido nei 30 gradi capoverdiani per guarire, intanto mi imbottisco di aspirine e ho una faccia da pugile suonato. Mario scatta foto impietose che poi cancellerò.

Sabato 29 ottobre
Arriviamo all’una di notte e incontriamo Marco Abbondanza, il direttore del Festival Sete Sois Sete Luas, che starà con noi in tutte le tappe del tour. Dopo poche ore di sonno, sveglia all'alba per volare a Sao Filipe nell’isola di Fogo, da qui in traghetto ci spostiamo a Nova Sintra sull’isola di Brava. Il caldo cominciare a fare effetto: sto già meglio. Conosciamo la Brava 7 Luas Band, un ensemble di musicisti che ha lavorato sotto la direzione artistica di Sofia Neide, una contrabbassista portoghese. Facciamo un workshop con loro, che sono bravi, ma hanno la sezione ritmica un po’ fragile. Diamo loro indicazioni sui singoli strumenti. 
In particolare, Mario e Giovanni lavorano su basso e batteria cercando di migliorare alcuni aspetti esecutivi. Il repertorio è misto tradizionale e di nuova composizione. Proveniente da Boa Vista, all’inizio del Novecento, ad opera del poeta e compositore Eugenio Tavares (1867 – 1930) qui si è diffusa la morna, lo stile musicale più rappresentativo di Capo Verde reso immortale da Cesaria Evora. Un misto di tristezza e nostalgia che rimanda al fado ma con un andamento più latino, come se davvero fosse la sintesi tra Portogallo, Africa e America Latina. A Tavares è dedicata la piazza centrale di Nova Sintra e una statua lo ricorda al centro.  Naturalmente suoniamo i suoi brani. Siamo subito in clima capoverdiano quando ascoltiamo “Dispidida” di Tavares. Con noi ci sono anche i musicisti della Luas Iberica Orchestra che riunisce artisti di Spagna, Portogallo e Brasile e con alla voce il mio caro amico Juan Pinilla, che cantava nelle Voix du Sete Sois, l’ensemble che avevo diretto nel 2010.  La sera si chiude con una jam session tutti insieme che ci diverte molto.

Domenica 30 ottobre
Facciamo il giro dell’isola. Brava è diversa sia da Santiago sia da Fogo. È selvaggia, rurale. Difficile da raggiungere non ha turismo. Ha una natura aspra dove le montagne finiscono a picco sul mare. I tedeschi avevano costruito un aeroporto, ma l’hanno progettato male in una zona troppo ventosa e sette anni fa, all’ennesimo incidente, l’hanno chiuso. 
Ora è raggiungibile solo in traghetto e il mare quasi sempre mosso scoraggia il viaggio e infatti Brava sconta questa solitudine. Facciamo il primo concerto. Ci chiediamo come verrà accolto il nostro suono mediterraneo. Prima del concerto c’è l’inaugurazione del Centro culturale Sete Sois Sete Luas. Oltre ad Abbondanza, c’è l’ex sindaco di Ponte de Sor Joao Pinto e l’Ambasciatore Ue José Manuel Pinto Teixeira, grande sostenitore del Festival, che avevo conosciuto ad aprile quando avevo suonato all’Ambasciata davanti al Presidente Fonseca. Questi Centri sono dei veri e propri poli culturali, ospitano mostre di pittura e fotografia, hanno sala prove, foresteria per alloggiare i musicisti, uno spazio cucina e in futuro saranno anche ristoranti. Unire arte, cibo e musica è un'idea vincente del Sete Sois. Prima del concerto sono teso. C’è tanta gente davanti e raccontare il sabir (la lingua del mare che utilizziamo nei nostri brani) e i suoni dalle città di frontiera non è facile. Qui parlano creolo e portoghese. Io non conosco né l’uno né l’altro. Attacchiamo con “Lampedusa andata” e subito capiamo che c’è l’attenzione giusta. Il repertorio è un mix dagli ultimi tre CD, con ampio spazio a “Soundcity”, il nostro ultimo lavoro dedicato alle città di frontiera del Mediterraneo. Presento in italiano, con un po’ di spagnolo e portoghese, in pratica è il mio sabir, che alla fine funziona sempre all’estero. Iniziano a ballare e gli applausi sono forti e convinti. Anzi, per il troppo entusiasmo interviene la polizia a fermare le danze: potrebbero disturbare le autorità in prima fila… 
Insomma, un gran successo. Alla fine il sindaco mi dà un prezioso volume di trascrizioni di morne di Tavares e mi chiede di tornare per arrangiarle con lo stile Ikona. Chissà, potrebbe essere un’idea. 

Lunedì 31 ottobre
All’alba ci dobbiamo spostare a Fogo. Ma il taxi che dovrebbe portarci al traghetto non arriva. Santo whatsApp ci permette di comunicare tra di noi (siamo ospitati in luoghi differenti). Alla fine uno dei musicisti dell’orchestra di Brava ci viene a prendere e ci porta all’imbarco dopo una corsa folle di venti minuti. Arriviamo un minuto prima che parta il traghetto. Il successivo ci sarebbe stato la sera e non avremmo potuto suonare. A Fogo suoniamo al Centro Sete Sois. Non c’è tanto pubblico, anche se riusciamo comunque a fare un buon concerto. Dopo di noi suona l’Orquestra popular Sete Sois do Fogo. È l’ensemble con cui avevo lavorato ad aprile che però non fa una grande esibizione. Hanno una nuova cantante che non funziona e il tutto sembra scollegato. Consiglio a Carlos Lucio, il motore dell’orchestra, di cambiarla. Ci sarà da lavorare quando tornerò qui tra due settimane. Al Centro viene inaugurata una mostra di Ugo Nespolo. Un murales di Zed1, bravo artista toscano, colora l’esterno. 

Martedi 1 novembre 
Ci muoviamo per Maio in un viaggio stile Camel Trophy. Marco Abbondanza ce l’aveva preannunciato. Aereo fino a Praia, poi in furgone al porto di Praia Braxo. Poi viaggio in catamarano con tutti gli strumenti e approdo su un molo dopo trasbordo su un gozzo e arrampicata su una stretta scaletta alta due metri. 
Gli strumenti vengono issati con le corde. Insomma un po' complicato e infatti una chiave dell'oud si spezza. In compenso avvistiamo un branco di delfini e Barbara si emoziona. Danzano in lontananza tra le onde, che spettacolo. Irma ci accoglie nella sua pensione sul mare. Ha 73 anni. È arrivata qui nel 2001 con Alfio, suo marito, poi lui si è innamorato della cameriera e ha cambiato anche la scritta nel locale: Alfio e Maria José. Lui si riempie di viagra. Un ictus lo paralizza da tre anni. Oggi Irma gestisce il locale da sola. Racconta della figlia cantante lirica che ha smesso di fare concerti perché stanca e adesso insegna. Ripete più volte la stessa storia, l'età avanza... Il concerto è al Forte di Porto Ingles, il palco è sul mare e la notte gli strumenti saranno praticamente zuppi. C’è tantissimo pubblico e il nostro suono piace parecchio. Mario e Giovanni picchiano duro e Barbara è in gran forma. Quando suoniamo “Sbendout” con il suo incedere rappato è un'ovazione. Il bagno nel mare di Maio resterà tra i ricordi memorabili del tour. Maio è selvaggia e affascinante. Un sorta di buen retiro per lasciarsi un po’ di stress alle spalle (la stessa cosa sarà a Tarrafal). Anche qui viene inaugurato un Centro Sete Sois che avrà spazio mostre, sala prove, foresteria e ristorante. Sul lungomare, con una vista spettacolare. La sera assaggiamo il grogue, una sorta di grappa locale dal sapore forte che scopriamo essere la bevanda nazionale, di cui molti però abusano.

Mercoledì 2 novembre
Nel pomeriggio partiamo per Praia in traghetto e poi in furgone ci muoviamo per Tarrafal, sempre nell’Isola di Santiago, dove arriviamo di notte dopo un viaggio di molte ore. Qui resterò la settimana prossima a fare la residenza artistica con la Sete Sois Tarrafal Orchestra. Suonano la sera del nostro arrivo. La cantante Katea Oliveira ha una grande personalità. Ascolto anche un gruppo locale di batuque, un genere musicale tipico di Tarrafal molto interessante. Una cantante intona una melodia e un gruppo di donne che battono su un panno un tempo in 6/8 fa il coro di risposta alla voce principale. È uno stile molto primordiale e rimanda a una tradizione tipicamente africana. Noto che la melodia e anche il ritmo lo fanno sembrare un canto popolare italiano: o c’è stata un’influenza dei missionari che oltre al Dio cristiano portavano le musiche o è vero che la musica popolare si somiglia anche a distanza di migliaia di chilometri. Mi riprometto di approfondire la storia del batuque.

Giovedì 3 novembre
Anche a Tarrafal il mare è spettacolare e con la Banda ci concediamo il secondo bagno del tour, con succo di cocco bevuto sulla spiaggia. Tutto sembra quasi finto… La sera c’è il quarto concerto. Facciamo un buon soundcheck (che qui chiamano check sound) e infatti il concerto è grintoso e coinvolgente. Finisce in crescendo e quando tornerò qui per giorni continueranno a fermarmi per strada per fare i complimenti al gruppo. 
Che soddisfazione! Suoniamo nel vecchio mercato centrale che oggi è diventato la sede del Centro Sete Sois con una sala prove, una sala esposizione, una scuola di musica, un ristorante e in futuro anche una foresteria. 

Venerdì 4 novembre
Altra partenza all’alba, andiamo a Praia e da qui in aereo a Sao Vicente e in traghetto all’isola di Santo Antao. All’aeroporto “Cesaria Evora” di Sao Vicente la statua di Cize, come qui la chiamano affettuosamente, ci accoglie all’uscita. Nel 1996 ci suonammo insieme ai tempi dei Novalia a Salonicco e tutti i tranfer li facevamo nello stesso furgone. Vederla lì, icona della musica capoverdiana fa impressione, segno del grande rispetto della musica che hanno da queste parti. Cesaria è sempre con te: oltre ad ascoltarla ovunque è anche sulle banconote da 20.000 escudos (i nostri 20 euro). La sera, davvero stanchi per il lungo viaggio, ho paura di non farcela a essere trascinante. Immagino un concerto in tono minore, un po’ spento. Mi dispiace anche perché è il nostro ultimo concerto qui a Capo Verde. Invece vedere la piazza piena ci dà carica. E facciamo il miglior concerto del tour. La teoria di Marco Abbondanza – ex uomo di teatro seguace di Jerzy Grotowski, per il quale sotto pressione si lavora meglio, trova conferma. In realtà, è un po’ lo stile del festival. Finisce con tutti a ballare pieni di entusiasmo. Siamo distrutti, ma felici. Conosciamo dei francesi, tre fratelli che viaggiano con una mamma davvero sportiva, entusiasti del nostro concerto. Anche qui, i complimenti ci accompagneranno per le strade di Ribeira Grande per tutta la nostra permanenza.

Sabato 5 novembre
La mattina facciamo un workshop con i musicisti dell’Orchestra Sete Sois di Santo Antao. Avevano lavorato con un altro amico, Mario Incudine, in estate. Avranno un concerto la sera. Suoniamo insieme, poi ascoltiamo i brani che eseguiranno. Diamo indicazioni su parti di arrangiamento da sistemare. Sono bravi, in particolare il cantate e compositore John D’Brava. A differenza delle altre orchestre suonano quasi esclusivamente brani originali. L’altro cantante, Rogers, non potrà suonare perché è in lutto per la morte del padre. Ci spiegano che qui è brutto farsi vedere su un palco se la morte è così recente. Scopriremo il giorno dopo che ha una voce meravigliosa, peccato. Dopo visitiamo Santo Antao: spettacolare. Sembra un paesaggio incantato, pieno di verde rigoglioso, con montagne con picchi irreali. Se c’è un’iconografia del paradiso, potrebbe essere rappresentata da queste montagne. Ci porta in macchina l’assessore alla cultura di Ribera Grande. Giovanni – seduto dietro - non capisce bene il ruolo politico e alla fine vorrebbe dargli la mancia… lo fermo in tempo prima della possibile gaffe istituzionale. Beviamo un tipico succo di canna che si estrae dalla pianta, dal sapore dolcissimo. Meglio del grogue, soprattutto a quest’ora. Nel pomeriggio ripetiamo il workshop e aiutiamo a sistemare la scaletta del concerto, a integrare meglio il violino nel gruppo. Ci chiedono di ascoltare il concerto e dare suggerimenti. Ci sono decine di gruppi che suonano, una grande festa popolare che comincia alle 21.30 e finisce alle 7 del mattino, con migliaia di persone fino all’alba. Il concerto dell’Orchestra Sete Sois di Santa Antao piace molto. All’1.30 stanchi molliamo e andiamo a dormire. Dall’hotel si sentirà suonare fino all’alba.

Domenica 6 novembre
La mattina abbiamo un nuovo workshop con i musicisti di Santo Antao. Viene anche Rogers e ascoltiamo come sarebbero stati brani anche con la sua voce. Davvero notevole. Spieghiamo cosa ha funzionato e cosa no del concerto di ieri e il confronto è molto positivo. Barbara dà indicazioni sulla voce, Mario e Giovanni sulla ritmica (e non solo), io sul ritmo del concerto e la scelta della scaletta. Hanno un bel po’ di lavoro da fare, ma sono bravi e riusciranno a tirare fuori un buon suono. Ripartiamo per Sao Felipe in traghetto. Arriviamo a Mindelo, la città di Cesaria Evora e andiamo a visitare il museo della morna. Peccato che è domenica ed è chiuso, ma anche da fuori ci emoziona: quanta attenzione alla musica e alla cultura a Capo Verde. La notte arriviamo in aereo a Praia e qui ci dividiamo. Sono già passati dieci giorni. Barbara, Mario e Giovanni tornano in Italia io partirò subito per Tarrafal per cominciare da domani il lavoro con i musicisti locali. L’abbraccio all’aeroporto è intenso. Siamo stati davvero bene e oltre alla stima e al gusto di suonare insieme c’è affetto vero. 

Lunedì 7 novembre 
Resto una settimana a Tarrafal. Pranzi e cene al Centro Sete Sois gestito da Melocy una cuoca capoverdiana: riso e verdure alternati con pesce e pollo. Non c’è gran varietà di piatti a Capo Verde, ma tutto è fresco e molto buono. Compresa la sobramesa, il dolce che immancabilmente chiude pranzi e cene. Nel pomeriggio incontro i musicisti della Sete Sois Tarrafal Orchestra: Katea alla voce, Venanzio alle tastiere, Budo alla chitarra, Nenè al basso e Mario Kemps alla batteria. 
Una buona sezione ritmica, chitarra e tastiere precise, voce decisamente interessante. Lavoriamo ogni pomeriggio per tre ore e cerco di correggere i difetti dovuti all’inesperienza. Suonano i vari stili dell’isola, il batuque e la tabanka (dall’andamento trance africano), la coladeira e il funanà (più sudamericano, vicino al samba) e naturalmente la morna, anche se qui è poco suonata e infatti nessuno ha il cavaquinho, lo strumento simbolo dell’isola. Le mattine riesco anche ad andare al mare, e la cosa non mi dispiace. La sera ci sono due locali dove fanno musica dal vivo, da Buzio e Vista mare, un residence italiano. 

Martedì 8 novembre 
Vado a visitare il campo di concentramento di Chao Bom, dove il regime portoghese fascista di Salazar deportò centinaia di oppositori negli anni '30 e fino agli anni '70 del Novecento. Era chiamato ‘o campo da morte lenta’, venne usato anche per rinchiudere angolani e altri oppositori africani che lottavano per l'indipendenza. C'era un cubo di cemento chiamato ‘frigideira, poi sostituito dalla ‘holandina’, dove venivano messi per settimane i più riottosi. Di giorno si infuocava sotto il sole, la sera era preda delle zanzare che portavano la malaria. 
Visitare il campo ti lascia senza parole. Torno a piedi perché camminare ti libera la mente dall’orrore. Ripenso a quando con i Novalia suonammo a Weimar e poi andammo al Campo di concentramento di Buchenwald. Un silenzio irreale ci accompagnò per tutto il viaggio di ritorno, non riuscimmo a dire nulla per ore…

Mercoledì 9 novembre
Mi risveglio con la notizia della vittoria di Trump. Sembra un brutto sogno, ma è la realtà. Vista da qui fa venire voglia di fermarsi in quest’oasi di pace, tra mare, sole, musica e succo di cocco. Penso che avremo davanti anni bui, dove sarà difficile difendere quei valori di civiltà, tolleranza, solidarietà giustizia sociale per i quali abbiamo lottato. Sarà un periodo segnato dalla paura e dall’intolleranza.

Giovedì 10 e venerdì 11 novembre
Proseguiamo con le prove. Cerchiamo di far dialogare sempre di più il mio mondo mediterraneo con la loro tradizione. L’insieme funziona molto bene. Intanto conosco un bel po’ di persone che sono a Tarrafal per turismo o per lavoro. Per tutti sono il maestro di musica italiano e, anche grazie al successo del concerto con Banda Ikona, mi conoscono e mi salutano un po’ tutti. C’è Gabriele, un italiano che ha aperto un’agenzia di viaggi a Boa Vista, c’è Manuel un antropologo spagnolo interessato al sabir e alla mia musica. C’è Santà una cantante franco algerina che è in vacanza con la sua amica Martine fidanzata con un ragazzo di Capo Verde. Ci sono tanti turisti francesi, tedeschi, svizzeri. 
Molte ragazze vengono qui attratte dalla bellezza dei capoverdiani. Molte le coppie miste. I ragazzi hanno un culto del corpo incredibile. All’alba li vedi a centinaia che vanno a correre, un po’ dappertutto, a Praia, a Tarrafal, a Santo Antao. Anche sulla spiaggia è un continuo fare esercizi, corsa, addominali. Certamente per esibizionismo (cercano di rimorchiare) ma anche per piacere. C’è poi da dire che sia uomini che donne hanno già di base dei fisici da paura. La donna è molto libera e non c’è il peso della religione (per quanto siano tradizionalmente cristiani).

Sabato 12 novembre 
Facciamo la prova generale del concerto. Io e Katea suoneremo “Hija mia mi querida” il brano sefardita contenuto in “Folkpolitik”, voce e bouzouki (ed è bellissimo sentire il ladino cantato con accento africano), poi con tutto il gruppo “Lampedusa andata”, quindi quattro brani del loro repertorio, una coladeira, un batuque, una tabanka e una funanà. Io suonerò oud e bouzouki in due dei loro brani. La prova finale va bene, anche se Katea si presenta con grande ritardo. Sono imbestialito e minaccio di mollare tutto. Lei si scusa a mo’ di John Belushi su The Blues Brothers (ci mancavano solo le cavallette e le ha dette tutte…). Spiego che se vogliono diventare professionisti il rispetto degli orari (cronico difetto locale) è fondamentale. Ma forse pretendo troppo. Comunque ha funzionato, c’è molta concentrazione adesso. Ci rivedremo direttamente martedì 15 al Palazzo presidenziale. Puntuali mi raccomando, dico ironico e mi guardano ridendo… Non mi sembrano per nulla agitati di dover suonare davanti al loro Presidente. La cosa mi colpisce.

Domenica 13 novembre
Riparto e vado a Praia e poi a Fogo. Torno a lavorare con L’Orquestra Popular do Fogo. Va risistemata dopo il brutto concerto del 1 novembre. Mi porta in macchina Pai, l’autista del festival, simpaticissimo, che ha un taxi e guida come un pazzo. In pratica prende dieci lavori al giorno e per portare tutti i clienti da una parte all’altra dell’isola corre come se stesse in un rally. Gli imploro di andare piano (già all’andata di notte avevo sperimentato la sua guida sportiva). Ma questo è niente… la giornata è lunga e lo spavento più grande l’avrò nel volo da Praia a Fogo. Nell'atterraggio prende fuoco uno pneumatico. Ci hanno fatto letteralmente scappare dall'aereo appena toccato terra. C’era fumo non si vedeva nulla nella scaletta. Cercavo il bouzouki che era rimasto sull’aereo. Momenti di panico... poi hanno spento tutto con gli estintori. Forse il troppo calore della pista. Quando in aeroporto mi hanno ridato il bouzouki integro mi sono rilassato. Nel pomeriggio a Sao Felipe incontro il mio amico Carlos Lucio (tastierista e leader del gruppo) e gli altri musicisti: Jusè Rasta il batterista, Arlindo suonatore di cavaquinho, Josè bassista e la nuova cantante Nandy Mendes Gomes. Lei è bravissima, una vera sorpresa. Una voce profonda, emozionante. Suonano un nuovo brano, Dimokransa di Mayra Andrade e Lua di Princezito, con un’interpretazione bellissima. Dico a Carlos: «Perché non l’hai chiamata prima? Avreste fatto un concerto bellissimo». Non era a Praia è tornata adesso, mi ha risposto. Lei è emozionata. Fissiamo una nuova prova per il giorno dopo.

Lunedì 14 novembre
Vado in giro per Sao Felipe. La città ormai la conosco bene. Ad aprile avevo anche trovato il tempo per andare sulla caldera di Fogo, il vulcano che sovrasta l’isola, uno dei posti più incredibili che ho mai visitato, un paesaggio lunare e spettrale, meraviglioso. È incredibile come siano differenti le isole, ognuna ha la sua identità e peculiarità. Capo Verde non finisce mai di stupirti e affascinarti. Nel pomeriggio facciamo l’ultima prova. Do un bel po’ di indicazioni, soprattutto proviamo bene i finali, vero problema per i musicisti di qui. Sono sempre un po’ approssimativi, come gli stacchi. Nandy è bravissima. Dovranno lavorare molto per diventare una vera band, ma la strada è tracciata.

Martedì 15 novembre
Riparto per Praia. Oggi è il grande giorno del concerto al Palazzo presidenziale. Viene a prendermi Pai e mi porta all’hotel dove mi appoggerò in attesa di suonare. A pranzo andiamo a Cidad Velha, l’antica capitale da dove partivano gli schiavi che venivano portati in Europa e in America. Anche questo posto fa impressione. Carico di storia e di dolore. Alle 16 c’è il soundcheck, poi alle 19 il concerto. Il Presidente Juan Carlos Fonseca è affabile come sempre. Mi saluta, si ricorda che suono quello strano strumento col manico lungo, mi stringe la mano. Ha da poco rivinto le elezioni. La sua immagine campeggia sui muri di tutta Capo Verde con lo slogan: “O Presidente sempre com as pessoas” (il presidente sempre con la gente). In effetti ci sa fare. Con Katea suoniamo “Hija mia mi querida” per voce e bouzouki. 
Quando spiego il senso di “Lampedusa andata” c’è un lungo applauso da parte degli ambasciatori UE: penso tra me, spero se ne ricordino quando si tratta di sostenere l’isola siciliana nella quotidiana battaglia per salvare la vita di migliaia di migranti e per dargli un futuro. Il concerto è bello. Quando finiamo in tanti vengono a farci i complimenti, ambasciatori olandesi, spagnoli, austriaci. Sono curiosi di questo incontro tra musica mediterranea e capoverdiana. Anche l’Ambasciatore dell’UE José Manuel Pinto Teixeira ci fa grandi complimenti. Si era raccomandato di fare un grande spettacolo, e gli è piaciuto molto. La foto di rito con Fonseca chiude la giornata. Ci abbracciamo con i ragazzi dell’orchestra. Adesso sì sono commossi: «Ci mancherai», dicono. Anche voi, rispondo.  

Mercoledì 16 novembre
Parto alle 2 del mattino da Praia. Alle 7 sono a Lisbona e alle 13.30 a Roma. Stanco, ma felice. Ripenso a questi venti giorni a Capo Verde. Lunghi, belli e intensi. 10 voli, 5 traghetti, un catamarano, svariati furgoni e taxi, 5 concerti bellissimi con Banda Ikona in 5 differenti isole, uno con la Sete Sois Tarrafal Orchestra davanti alle autorità, 12 giorni di workshop con quattro differenti orchestre a Brava, San Antao, Tarrafal e Fogo. Un atterraggio burrascoso, un paio di attacchi di dissenteria, tante levatacce all'alba, un bel po' di bagni in un mare spettacolare, paesaggi e natura da sogno, riso a iosa (qui usato al posto del pane), qualche grogue, gente fantastica piena di calore, tanta musica tra morna, coladeira, tabanka, funanà e batuque.  Insomma, come dice il mio amico Carlos Lucio: «Ormai sei capoverdiano», non esageriamo, ma forse un po' è vero. 

Stefano Saletti

Jon Boden, The Union Chapel, Londra, 11 Novembre 2016

La Union Chapel è un tempio congregazionale, costruito quasi centocinquanta anni fa nel quartiere di Islington, zona a nord della capitale britannica famosa per la presenza di numerose venues per la musica dal vivo. Questa location è prestigiosissima e ospita concerti soprattutto di formazioni ridotte e di musicisti che già hanno un nome ma che non riempirebbero teatri più grandi come il Barbican o la Royal Festival Hall. L'acustica impeccabile e l'indiscutibile bellezza del luogo, la cui capienza effettiva è di ottocento posti, ne fanno uno dei luoghi della musica più belli di Londra. Il concerto di Jon Boden, parte del suo primo tour da solo, ha rassicurato chi voleva testare la solidità del musicista di Sheffield, una volta dissolta la bellissima storia musicale che prendeva il nome di Bellowhead, ovvero dieci anni di grande musica nel nome di un sound che affondava le radici nella tradizione, ma che si apriva a stimoli diversi come il rhythm & blues, il vaudeville, la musica da strada e altro. Di questa magnifica formazione Boden, oltre a essere il cantante solista e uno dei violinisti, era anche co-leader insieme a John Spiers, suonatore di concertina e melodeon con il quale Boden ha diviso anche le sorti di un ottimo duo. Ebbene il concerto non solo non ha deluso le attese, ma è stato molto più bello e interessante di quanto fosse lecito aspettarsi. 
Cantante eccellente, Jon ha mostrato di essere a suo agio non solo con il violino, ma anche con la concertina e, soprattutto, con le chitarre, acustiche ed elettrica, con le quali ha esibito una notevole maestria alle accordature aperte (con qualche perdonabilissima stecca negli assoli, condita da risatine e occhiolino al pubblico). Forte di cinque dischi in studio con i Bellowhead, di cui almeno tre capolavori assoluti, e due dischi a suo nome, il bellissimo “Songs from the Floodplain”, un concept-album sull’apocalisse, e l’appena ristampato “Painted Lady” (http://www.blogfoolk.com/2016/10/jon-boden-painted-lady-navigatorproper.html), il concerto ha attinto in maniera massiccia soprattutto proprio dal repertorio Bellowhead, con alcuni dei brani più famosi della band arrangiati in maniera completamente acustica, ma per niente inferiori rispetto alle pompose versioni originali. Il concerto si apre con “Rigs of the Time”, per violino pizzicato e voce, dedicata a «chi pensa che per essere moderni bisogna ripristinare la tratta degli schiavi», seguita da altre perle del repertorio Bellowhead come “10.000 Miles Away”, “Whiskey is the Life of Man”, con uno splendido arrangiamento di chitarra che ricorda il miglior Martin Carthy, “Roll Alabama Roll”, una bella versione di “Jordan” con i foot-stomp collegati a luci di diversi colori (splendidi i giochi di luce e la scenografia) e il bis “New York Girls” cantata da tutti i presenti. Spazio poi ai brani dei due dischi solisti, “Days Gone By” e la bellissima “Has been Chivarly” accompagnata dalla concertina, tratte da “Floodplain”. Infine, i brani tratti da “Painted Lady”, “Blue Dress”, “Josephine”, “All Hang Down” e la bella e irriconoscibile cover di “I Want to Dance With Somebody who Loves Me”, portata al successo da Whitney Houston. 
A chiudere la prima parte (il concerto era diviso in due set) la lunghissima ballata “Rose in June” accompagnata da una dinamicissima chitarra elettrica, forse il brano più bello del concerto, a rappresentare il corpus di ballate “A Folk Song a Day” nel quale Boden ha raccolto e cantato 365 brani tradizionali e nella quale raccolta il brano è però eseguito interamente a-cappella. Gradita sorpresa, a inizio del secondo set, un omaggio a Leonard Cohen, scomparso il giorno prima, una versione acustica di “Hallelujah” cantata a luci e impianto spenti, a bordo palco; versione molto toccante e anche piuttosto interessante armonicamente rispetto a quelle che siamo abituati ad ascoltare. Un concerto bellissimo, che ha confermato la grande statura di questo musicista che è la punta di diamante dell'intero movimento folk britannico contemporaneo. Ad aprire la serata un breve e gradevole set di Blair Dunlop. Il musicista, che è il figlio di Ashley Hutchings (storico fondatore di Fairport, Albion Band e Steeleye Span), ha chiuso il suo opening-act con una cover della celebre “Dancing in the Dark” di Springsteen ed è sembrato votato ad un pop acustico abbastanza di maniera ma di buona qualità, nobilitato da una splendida voce e da una notevole abilità chitarristica. 


Gianluca Dessì

Demdike, MACRO, Roma, 24 novembre 2016

Avete presente quella pubblicità di un noto brandy dove, durante una festa piuttosto scialba, un famoso dj francese fa cadere del ghiaccio sul vinile e “scratchando” (involontariamente?) nel tentativo di raccogliere il cubetto, trasforma radicalmente il party? Bene, questo spot potrebbe rappresentare perfettamente l’aspettativa comune quando la cosiddetta “musica colta” o “accademica” incontra l’elettronica. “Ginc Remix”, titolo dell’appuntamento dello scorso 24 novembre nell’ambito del 53° Festival di Nuova Consonanza si prestava molto bene a questa ingannevole lettura. L’incontro fra le registrazioni inedite (datate 1980 e 1984) del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza e il duo inglese Demdike Stare, però, ha seguito tutt’altro copione. Il Ginc, fondato nel 1964 da Franco Evangelisti, è passato alla storia come primo e (allora unico) collettivo sperimentale di compositori-esecutori. Non solo il ruolo di ciascun musicista non era definito, ma si avvalevano di strumenti “preparati”, oppure suonati in maniera non convenzionale, oltre a ricorrere a tutte le soluzioni elettroniche dell’epoca: alterazioni, manipolazioni, creazione di suoni ex novo. La parola d’ordine era improvvisazione. La grande dote di questa musica, già all’epoca per certi versi troppo libera, è quella di aver inaspettatamente prodotto oggi un’appassionata riscoperta da parte del pubblico dei giovani. Gli stessi Sean Canty e Miles Whittaker, dj e produttore artefici di una miscela arcana di dub, techno, psichedelia, drone e ambient, ammettono candidamente di essere ammiratori della formazione di Evangelisti e di possedere tutti i loro dischi. 
La loro operazione nella serata romana diventa così non un semplice riordinare le componenti dei brani in un altro modo, ma riscrivere, remixare inteso come dare una nuova codifica a un brano. Sicuramente il lavoro diventa più facile quando il materiale di base possiede già una sua carica propulsiva imprevedibile e innovativa, come gran parte della produzione del Ginc. Al pubblico in sala è richiesto di abbandonarsi alle suggestioni e sensazioni sonore piuttosto che a un ascolto razionale e ragionato. Tutto è dominato da un battito cardiaco potente e struggente, con l’effetto di fruscio del vinile che si sostituisce al regolare tintinnio dell’elettrocardiogramma. L’inizio della performance sembra una registrazione di Steven Feld nella foresta della Papua Nuova Guinea, in realtà di naturale non c’è nulla, si tratta invece di voci elettroniche risvegliate dai due stregoni di Burley. Dopo almeno una ventina di minuti d’inquieto rapimento più che di ascolto, spostando lo sguardo sulle persone intorno, nella singolare cornice della piattaforma rossa sospesa del Museo d’Arte Contemporanea di Roma (MACRO), si ha quasi l’impressione di essere in un film di David Lynch. Un ritmo quasi tribale e sonorità distorte avvolgono l’intero uditorio, filtra solamente, come proveniente dal fondo di un pozzo, il suono di un pianoforte. È pura illusione. La sensazione di familiare rifugio che il pianoforte poteva rappresentare scompare quando questi viene riassorbito perdendosi in un’allucinazione elettronica. Sui volti dei presenti serpeggia l’irrefrenabile curiosità di sapere che cosa stanno pensando i maestri e reduci del Ginc, Ennio Morricone, Alessandro Sbordoni, Giovanni Piazza, Giancarlo Schiaffini presenti in sala. I pareri saranno inevitabilmente discordanti e forse anche piuttosto perplessi, difronte a questa improvvisazione sull’improvvisazione, al remix di libertà creativa passata. O più semplicemente davanti ad un’affascinante seconda vita musicale. 

Guido De Rosa

Alessandro Blanco, Nicola Mogavero – Heptachord/Antonino Cicero, Luciano Troja– An Italian Tale (Almendra Music, 2016)

Alessandro Blanco, Nicola Mogavero – Heptachord (Almendra Music 2016) 
Il recente capitolo Almendra ci immerge questa volta in un curioso e inedito amalgama sonoro dove la chitarra di Alessandro Blanco e il sassofono soprano di Nicola Mogavero tracciano percorsi mirati all’indagine del nuovo. La pressoché totale assenza di musiche originali per questo insolito duo ha infatti facilitato il coinvolgimento di compositori contemporanei interessati a sperimentare con differenti possibilità. Nei suoi trenta minuti “Heptachord” presenta due composizioni: “Grottapinta. Op. 200” di Dimitri Nicolau (1946 – 2008) e “Trittico di Vulcano” di Melo Mafali (1958). All’ascolto emerge la consueta capacità d’accostamento e scelta dei materiali tipica di Almendra, così come la piacevole varietà timbrico/tematica delle musiche permeate naturalmente da palpabili aromi mediterranei, cari ai compositori quanto agli esecutori. Da segnalare sicuramente l’eccellente lavoro di produzione di Gianluca Cangemi e Luca Rinaudo, abili nel valorizzare le potenzialità sonore dell’inedito duo. “Heptachord” riesce a unire sapientemente ricerca e piacevolezza d’ascolto non dimenticando ancora quanto l’emozione sia parte fondamentale della fruizione musicale. 

Antonino Cicero, Luciano Troja– An Italian Tale (Almendra Music, 2016) 
“An Italian Tale” volge il sempre curioso sguardo di Almendra al recente “passato”… L’inedito duo (fagotto, pianoforte) dimostra eccellente gusto nel ri-immaginare l’elegante cantabilità tipica della tradizione musicale italiana. L’ ispirazione proviene dai brani del milanese Giovanni D’Anzi, si percepisce infatti quell’aurea malinconica che profuma di bianco e nero resa a perfezione dai timbri del fagotto. Il “concept” non risulta però forzato o palese ma estremamente appagante complice l’ottimo equilibrio tra i musicisti e l’eccellente resa sonora. Un album di composizioni originali quindi, che trasmettono più sensazioni e attitudini di un tempo, in grado di trattare deliziosamente melodia italiana con una mentalità jazz senza perdersi in superflui orpelli ma mantenendo sempre e ben salda l’idea di partenza di una musica di qualità altamente godibile ed emozionante. 


Marco Calloni.