BF-CHOICE: Peppe Voltarelli - Voltarelli canta Profazio

Come «l’energia di un’onda che sbatte sulla riva»: il canzoniere del folksinger Otello Profazio riletto da Peppe Voltarelli, un progetto che viene da lontano, con il progessivo avvicinamento a questa multiforme personalità da parte di un artista che non si ferma mai...

BF-CHOICE: Flo - Il Mese del Rosario

“Il mese del rosario” è un album acustico pieno della profondità femminile, in cui coesistono poetica crudezza e desideri, ombre scure e amori violenti, memorie familiari trasfigurate e spunti narrativi che diventano cronache individuali e collettive, storie scomode, perfino inconfessabili:...

BF-CHOICE: Stefano Saletti e Banda Ikona - Soundcity

“Mediterraneo come intersezione, luogo di antiche persistenze e di nuove contraddizioni, di migrazioni, fughe e diaspore, di ferite, di sangue e di lutti ormai quotidiani. Mare plurale (Matvejević), di transiti culturali, di musiche prossime per tratti comuni (di ieri e di oggi), di remote e ritrovate assonanze...

BF-CHOICE: Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Da ineffabile magister, troviamo il compositore e trickster napoletano Daniele Sepe, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, nei panni di Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida più che della Tortuga, sfoderando il suo sax..

BF-CHOICE: L'Orage - Macchina del Tempo

A tre anni di distanza "L'Età dell'Oro", L’Orage torna con il pregevole “Macchina del Tempo” nel quale hanno raccolto nove brani originali e due riletture che cristallizzano in modo eccellente il loro folk-rock delle Montagne. ...

mercoledì 27 luglio 2016

Numero 266 del 27 Luglio 2016

Questa settimana prendiamo le mosse dal Salento, terra di prolifica produzione artistica – comunque se ne dica – con il pregevole “Sine Corde” di Valerio Daniele, disco intenso e appassionato, che propone un’originale rilettura di tradizionali della penisola del sud-est. Altra terra fertile di note è la Sardegna: dall’isola mediterranea proviene il prezioso approfondimento di Paolo Mercurio, che ci parla di “Animas”, il nuovo doppio album del Cuncordu de Orosei. Ci spostiamo verso latitudini settentrionali per proporre il nostro disco consigliato della settimana, che è “Une Meeles”, secondo atto discografico della violinista e cantante estone Maarja Nuut. L’artista sarà in Italia prossimamente: fin d'ora segnatevi la data del suo concerto, fissato per il 10 settembre all’Alkantara Fest di Catania.  Parlando di musica dal vivo, eccoci nei luoghi della musica con la cronaca dei quattro intensi giorni del Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana e con il racconto del concerto del Cyrus Chestnut Trio, andato in scena nel corso del festival Sant’Elpidio Jazz 2016. Poi tocca al musicista Giuliano Gabriele, in veste di direttore artistico, presentare il cartellone del Festival Internazionale della Zampogna di Scapoli, che si svolgerà dal 29 al 31 luglio nella località molisana. Invece, Flavia Gervasi, componente del nostro comitato scientifico, ha seguito per noi l’incontro all’Università del Salento con Carmen Consoli, prossimo maestro concertatore  de La Notte della Taranta. Per la rubrica Letture, non privatevi di “Musica Sottile”, volumetto denso di riflessioni del compositore Girolamo De Simone. In chiusura del numero 266 di Blogfoolk, la rubrica Strings ospita il disco “Dadigadì” del chitarrista Sergio Arturo Calonego.

Ciro De Rosa 
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
STRINGS

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)


Valerio Daniele - Sine Corde. Ballate salentine d'altro tempo (Anima Mundi, 2016)

Produttore, ma soprattutto chitarrista e compositore, Valerio Daniele è una delle figure di maggior talento nell’articolato panorama musicale salentino, tanto per la sua capacità di muoversi attraverso territori sonori differenti dalla tradizione alla world music fino al jazz e alla musica contemporanea, quanto per aver dato vita ad una delle esperienze artistiche italiane più interessanti degli ultimi anni, quel collettivo desuonatori che a partire dal 2013 ha dato alle stampe una serie di produzioni discografiche originali ed innovative. A due anni di distanza dall’eccellente “Àspro”, inciso in coppia con Ninfa Giannuzzi, il chitarrista torna con “Sine Corde. Ballate salentine d’altro tempo”, nel quale attraverso ci offre la sua visione della tradizione musicale salentina, frutto di una sedimentazione esperienziale maturata lavorando a numerosi dischi prodotti negli ultimi. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la genesi di questo nuovo album.

Come nasce il progetto "Sine Corde"?
Ho lavorato e lavoro tuttora come chitarrista e arrangiatore per molti progetti di cantori e cantrici della riproposta. Da qualche anno progettavo di condensare in un disco la mia personale visione su una parte del repertorio tradizionale salentino. L’anno scorso ne ho parlato con Marco Leopizzi di AnimaMundi e di lì a qualche mese il master era pronto.  Alessia Tondo, Enza Pagliara, Dario Muci, Ninfa Giannuzzi, Rachele Andrioli, Emanuele Licci, Marco Stanislao Spina (marimba), Giorgio Distante (tromba), Roberto Gagliardi (sax e harmonium) ed Egidio Marullo (videoclip) sono le persone che ho voluto al mio fianco per questo lavoro. E le ringrazio infinitamente per la generosità e per l’unicità che esprimono nella musica e nella vita.

Quali sono state le ispirazioni alla base di questo disco?
Nessuna, credo, a parte le stesse melodie tradizionali. Di sicuro non posso prescindere da una certa letteratura e da certi ascolti, ma per questo lavoro in particolare, non credo di aver avuto riferimenti specifici. E’ stato, in qualche modo, una gioco di condensazione, un lavoro di sintesi condotto lungo diversi anni. 

Come hai selezionato il materiale da reinterpretare?
Nel corso degli anni, prendendo appunti. Si tratta per lo più di ballate, di brani scelti per particolare affezione. Ho preferito melodie poco note, in alcuni casi mai riproposte, che ho lasciato sedimentare in me molto lentamente. In realtà, col trascorrere del tempo, il fascino che le singole melodie esercitavano su di me ha lasciato il posto alla generazione di una sorta di universo interno organico e unitario. Non so spiegarlo bene a parole…tuttavia, credo che il disco ne sia una diretta conseguenza. 

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Ho smesso di considerare le melodie tradizionali come occasione per costruirvi arrangiamenti. Ho cominciato invece a scrivere musica di sana pianta, a cercare connessioni sottili ma viscerali fra un certa via compositiva e quel linguaggio antico, una sorta di personale semantica, in fondo, che prescindesse completamente dalla parafrasi e che invece porgesse la musica all’ascoltatore in modo diretto, crudo, naturale. 
Anche l’improvvisazione, che nei precedenti lavori assumeva un carattere rilevante, su “Sine corde” ha lasciato il passo a cellule sonore più essenziali e rigorose. Il testo è quasi sempre cantato integralmente, spezzato il meno possibile; ho preferito introduzioni o code strumentali agli intermezzi.

Che rapporto c'è tra questo disco e l'esperienza con il coordinamento desuonatori?
Beh, desuonatori fa parte di me. Il linguaggio debole, plastico, non statico, sfuggente che con desuonatori tuttora cerchiamo di costruire è alla base di ogni mia azione musicale. Tuttavia questo non ci costringe a pubblicare necessariamente con desuonatori.  Questo disco in particolare, sin dall’inizio, è stato concepito per AnimaMundi. Perché AnimaMundi è la sua casa. Per una lunga serie di ragioni storiche ed ovviamente di genere. Certamente è stata determinante la forte sintonia umana, valoriale e concettuale con Marco Leopizzi e Giuseppe Conoci. Credo che questa etichetta, insieme a pochissime altre realtà, in questi anni abbia dato grande slancio alla ricerca e alla cultura di questa terra.

Valerio Daniele - Sine Corde. Ballate salentine d'altro tempo (Anima Mundi, 2016)
“Il suono di questa musica è scarno, è vuoto e viaggia nel pulviscolo. Ha le catene della carne e i guizzi della disperazione. E deve restare così, libero, sciolto il più possibile da strutture e ordini sequenziali. Ricco, ricchissimo ma del vuoto e dell’accoglienza che per sua natura incarna”, così Valerio Daniele scrive nella presentazione di “Sine Corde” nuovo album, prodotto con il sostegno di Puglia Sounds Records, che lo vede rileggere la tradizione musicale salentina, attraverso il suo originale approccio sonoro a metà strada tra sperimentazione e musica contemporanea, una visione di “altro tempo”, dove l’astratto prende il posto del didascalico e la suggestione quello della verbosità. Il chitarrista salentino rilegge, così, undici canti, per lo più tradizionali, scelti tra quelli meno affrontati dalla riproposta ed in alcuni casi mai reinterpretati sin ora. Ad affiancare Valerio Daniele in quest’avventura che lo vede destreggiarsi tra molteplici strumenti come chitarre acustiche, elettriche, baritone e battenti, glockenspiel, e-bows, Ehx Hog, e diamoniche, sono alcune tra le voci più intense e rappresentative del Salento, come Alessia Tondo, Enza Pagliara, Dario Muci, Ninfa Giannuzzi, Emanuele Licci e Rachele Andrioli a cui si aggiungono le suggestioni sonore di Giorgio Distante (tromba), Marco Stanislao Spina (marimba), e Roberto Gagliardi (harmonium e sassofono soprano ricurvo). Aperto da quel suggestivo bozzetto sonoro che è la title-track, il disco entra subito nel vivo con la splendida “Muntagne Fine”, brano tratto dalle registrazioni in Salento di Diego Carpitella effettuate tra il 1959 e il 1960, e qui interpretato dalle voci di Rachele Andrioli ed Alessia Tondo, che ritroviamo nella dolcissima ninna nanna “None none nanna” per la quale è stato realizzato anche un videoclip diretto da Egidio Marullo. La voce di Enza Pagliara è protagonista, poi, di “Cinquecentu” con le increspature della chitarra elettrica a caratterizzare il refrain melodico. Se dal repertorio dei Cantori dei Menamenamò arriva “La Monacella” con la tromba di Giorgio Distante in grande evidenza, la successiva “Morolòi” è un tradizionale della Grecìa Salentina costruito intorno alla voce di Assunta Surdo, tratta dalle registrazioni sul campo di Brizio Montinaro. Il canto d’amore “Beddhu Meu” con la voce di Alessia Tondo ci conduce ad uno dei vertici del disco “Oh Che Tormentu” nella quale duettano Dario Muci ed Enza Pagliara, evocando i canti alla stisa, mentre la chitarra di Valerio Daniele tesse una elegante tessitura melodica. “O Diu quantu sta casa è benedetta” con la voce antica di Rocco Gaetani, tratta dall’Archivio Sonoro di Luigi Chiriatti, ci conduce verso il finale in cui brillano “Il Mito” su testo di Rina Durante interpretata da Ninfa Giannuzzi, “Luna Otrantina” in cui protagonista è Emanuele Licci, e “Fiumi Currenti (Beddha Ci Stai Luntanu”) nella quale ritroviamo la voce di Dario Muci. Rifuggendo ogni retorica della riproposta, Valerio Daniele ci ha regalato un disco in cui tradizione e sperimentazione si intersecano dando vita ad un affresco sonoro di grande suggestione.


Salvatore Esposito

Animas: dialogo tra polivocalità religiosa e profana nella tradizione di Orosei (Nu)

Per l’elevata qualità sonora e la sapienza espressiva, riteniamo che “Animas” sia un’opera musicale di rilievo nel panorama della discografia sarda. Suggeriamo di ascoltare i due cd (editi da “Cronta record”) con spirito meditativo e silenzio interiore, lasciandosi trasportare con libertà dalle polifonie virili del Cuncordu de Orosei. Alcuni dati storico-sociali potranno aiutare il lettore ad avvicinarsi con maggiore consapevolezza ai canti polivocali giunti fino a noi oralmente.  “Animas” è frutto di un prolungato lavoro di ricerca condotto con passione e sacrificio da alcuni cantori oroseini, al fine di valorizzare la cultura musicale locale, cercando di tramandare ciò che hanno appreso dai propri predecessori senza stravolgimenti. Dagli anni Sessanta del secolo scorso, tziu Antoni’ Maria Nanni, per decenni, è stato magister all’interno della confraternita di Santa Croce. Nanni era esperto del repertorio paraliturgico, comprendente sor gotzos e alcuni canti latini tipici del triduo pasquale. Determinante è stato anche l'insegnamento di tziu Angheleddhu Mula e di tziu Angheleddhu Sannai, punto di riferimento vocale per gli Oratori delle “Anime” e del “Rosario”. Ricorda Martino Corimbi: “Gli anni Settanta sono stati difficili, con aperti scontri contro chi voleva cambiare arbitrariamente la tradizione, magari prendendoci in burla, perché pensavano all’Oratorio come luogo per persone che non avevano altro da fare se non passare i pomeriggi invernali nelle sacrestie delle Confraternite buffandhe vinu (bevendo vino)”. Un dato è certo, a partire dagli anni Ottanta - grazie anche al sostegno ricevuto da autorevoli etnomusicologi - al Cuncordu sono arrivati unanimi riconoscimenti e conseguenti successi discografici, tra cui basterà ricordare: “Canti della tradizione di Orosei” (Archivio etnomusicologico n.1, a cura di Martino Corimbi, Sassari, 1990); le registrazioni in “Sardaigne. Polyphonies de la Semaine Sainte” (a cura di Bernard Lortat-Jacob, Paris, 1992); “Sardegna, confraternite delle voci: Orosei” (a cura di Pietro Sassu e Renato Morelli, Nota, Udine, 1994, cd libretto informativo scritto da Martino Corimbi, Pietro Sassu e la consulenza linguistica di Giuseppe Mercurio); “Miserere e Amore profundhu” (Winter & Winter, Monaco, 1998, due cd con libretto di oltre cento pagine tradotto in sette lingue, testi di Paolo Mercurio e Martino Corimbi); “Requiem”, Cuncordu de Orosei, Frorias, Cagliari, 2007, due cd e libro accluso, sempre con testi di Corimbi e Mercurio). 
“In questi decenni - prosegue Corimbi - a vari livelli, si sono interessati al nostro repertorio numerosi studiosi e musicisti di rilievo tra cui Roberto Leydi, Pietro Sassu, Paolo Mercurio, Renato Morelli, Bernard Lortat-Jacob, Bachisio Bandinu, Andrea Deplano, Emil Lubej, Vittorio Montis, Ernst Rejiseger, Alan Purves, Andrea Saba, Giovanna Marini, Riccardo Dapelo, Richard Bonnet etc. Con criterio, abbiamo effettuato concerti in varie parti d’Europa e abbiamo in programma importanti collaborazioni per il futuro”. Oltre a Martino Corimbi fanno parte del Cuncordu de Orosei Franco Sannai (nota voce di basso, in grado di cantare sempre con ottimi risultati in ambito religioso e profano), Giovanni Rosu (voce robusta, capace di conferire al canto giusta compostezza, indispensabile nei canti religiosi) e Paolo Burrai (il giovane del gruppo, con un’esperienza vocale ormai ventennale).  Corimbi, Sannai e Rosu praticano il canto polivocale da circa trentacinque anni, dimostrando sensibilità verso quanto ereditato dai predecessori. Sono consapevoli del loro valore musicale e partecipano in modo selettivo alle rassegne canore di qualità, integrando partecipazioni con gruppi di spessore, quale quello de “Il Suonar Parlante” diretto da Vittorio Ghielmi.  Come cantori sentono il compito di esportare cultura in nome della propria comunità. Inoltre, hanno chiaro che, nonostante la practica consolidata, vi sono in prospettiva importanti obiettivi musicali da conseguire, come quello di ricomporre integralmente l’ordinarium missae. Chi scrive, ha in più occasioni analizzato le articolate tematiche etnomusicologiche riferite alla polivocalità oroseina, tenendo conto che, fino agli anni Cinquanta, erano attivi due gruppi di cantores, quello specializzato nell’esecuzione dei canti liturgici (sos cantores de cresia, i cantori della chiesa) e quelli delle tre confraternite (sos cantores de sas corfarias), qualificati per i canti paraliturgici. 
A Orosei, figura di riferimento per il coordinamento dei gruppi e per l’insegnamento dei canti polivocali religiosi è stato per decenni Giacinto Michele Sebastiano (1880 - 1959), noto in paese come tziu Michelli Quartu. Con l’avvento del Concilio Vaticano II, i canti della messa di tradizione orale vennero definitivamente sostituiti da quelli in lingua italiana. Senza la conservativa tenacia dei citati Antonio Maria Nanni († 2001), Angelo Mula († 1985) e Angelo Sannai († 2014), buona parte dei canti confraternali, probabilmente, avrebbe seguito stessa sorte. Nel repertorio polivocale, un gruppo di canti appartiene ai cosiddetti gotzos, testi poetici a carattere prevalentemente agiografico e narrativo utilizzati, in passato, per svolgere un’efficace azione didattica presso le comunità locali. È da evidenziare che i gotzos a quattro voci oroseini sono tra i più apprezzati poiché, nella maggior parte dei paesi della Sardegna, tali canti sono eseguiti monodicamente o a due sole voci.  I canti polivocali eseguiti dal Cuncordu de Orosei sono a forte impatto uditivo. Innanzitutto perché sono stati originariamente composti tenendo conto delle leggi acustiche che permettono di ottenere quella che siamo soliti definire “autoarmonizzazione”, posta in risalto dai cantores facendo un uso sapiente dei suoni “armonici”, cercando di evitare l’effetto dei cosiddetti “battimenti”, non consonanti.  Nella registrazione dei canti polivocali è indispensabile farsi supportare da tecnici preparati, con una specifica sensibilità musicale e in possesso di adeguata strumentazione tecnologica. Nei cd di “Animas”, Adrian von Ripka ha saputo garantire spessore sonoro alle polifonie dei cantores e del tenore, dando sapiente risalto alle combinazioni armoniche e ai corrispettivi impasti timbrici. Von Ripka, peraltro, si era già egregiamente distinto come ingegnere del suono nel citato cd del 1998. La qualità sonora riscontrabile in “Animas” è elevata e l’ascolto induce a un’intensa esperienza mistico-sonora, garantita dall’ancestralità dei suoni del tenore e dall’intensità espressiva dei differenti canti sacro-popolari.  
La voce del bassu ha funzione di sostegno, rafforzata da sa cronta (da contra= contro, opposto) che intona a una quinta (superiore) dal basso e a una quarta (inferiore) da sa voche (la voce principale dell’intonatore). La voce più acuta è detta sa mesuvoche, la quale normalmente intona una terza maggiore (superiore) a sa voche. Di conseguenza, se rapportata a “parti strette”, l’armonia dei cantores è racchiusa all’interno di una decima, un intervallo magico che, a mio avviso, potrebbe trovare storicamente riscontro con i principi teorico-cosmogonici della tetractis (1+2+3+4=10, numero della perfezione), filtrati attraverso il sincretismo cristiano-medievale e rinascimentale.  Nel primo cd di Animas sono stati incisi tredici brani del repertorio polivocale. Stabat Mater (sequenza liturgica) viene cantata durante la Settimana santa, per rievocare la sofferenza della Madonna presso la Croce. Magnificat (cantico) è intonato la domenica al termine di due brevi processioni che culminano ne s’Incontru (“Incontro” rituale tra le statue della Madonna e del Cristo risorto). Normalmente Magnificat viene preceduto dall’esecuzione solistica dei quattro versi ripresi dal Regina Coeli, alla quale il coro risponde con il quadrisillabo Alleluja. Tzeleste tesoro (detto anche su Ninniu de Pasca ’e Natale) è un canto natalizio conosciuto in tutto il nuorese, ma qui eseguito secondo la modalità tipica oroseina. Libera me, domine è un canto dei riti funebri, come pure Requiem, preghiera nella Missa pro Defunctis celebrata in suffragio delle anime. In questo contesto trovavano esecuzione anche i Gotzos de su Nefressariu, Sendhe mortu chin rigore (canto di apertura del primo cd) e Divina consoladora (tipico della novena del Rimedio). Miserere (salmo 50), in passato, veniva cantato a casa del defunto e processionalmente nei riti funebri. Sempre in latino vi è il Sanctus (dell’Ordinarium missae), caratterizzato dalla triplice acclamazione.  
Tra i gotzos, nel cd sono riportati Cuntempla coro induradu, intonato dai cantores durante le processioni quaresimali dette de sa’ Rughes (delle Croci) e Ia chi non li cheren dare seportura, eseguito durante il Venerdì Santo. Entrambi i gotzos fanno parte del repertorio dell’Oratorio di Santa Rughe (Santa Croce). Ave Maria, canto tipico dell’Oratorio del Rosario, viene talvolta intonato coralmente dalle differenti confraternite quando si ritrovano comunitariamente.Il secondo cd (10 esecuzioni) è interamente dedicato al canto a tenore secondo la modalità tipica oroseina, sulla quale avremmo molto da scrivere, avendo negli anni Ottanta a lungo dialogato con Vissente Gallus († 1994), magister della tradizione profana locale.  Nel booklet accluso, il cd del tenore è stato presentato da Andrea Deplano, apprezzato linguista, autore d’importanti testi, in alcuni dei quali (segnatamente in “Bidustos”, 2010) ha notato l’arcaicità del repertorio oroseino. I cantori del tenore sono Giovanni Rosu, Franco Sannai (già citati nel cuncordu), Francesco Busu e Francesco Fronteddu. Secondo consuetudine, la prima esecuzione (A su primu ispuntare) è riferita alla modalità detta voche seria, con la quale il tenore è solito mostrare al pubblico (o alla giuria) la propria abilità espressiva e la compattezza nell’amalgama delle voci. A una rosa è cantato secondo la modalità detta a boch’’e notte antica. Rondinella amorosa appartiene a sas grobes, in questo caso su testo allusivo dedicato alla donna amata. Un gruppo di canti comprende i cosiddetti mutos, forme poetiche contraddistinte da un’introduzione (in prevalenza di tre versi) e da uno sviluppo (detto torrada). Tipica di Orosei è anche la modalità agreste detta a boch’’e torrare voes, riscontrabile nel canto Bonas dies comare, con testo di Giommaria Masala (di Giave). Non potevano mancare i balli tipici cantati a tenore: No mi leas non ti leo (ballu turturinu); si fit a modu de ti ndhe furare (ballu brincu), Coro, si venis ajoe (dillu). Mortu est Juanne ‘e Pira (a s’andira, dal nome dell’intercalare), Vista bi ‘azis sa mala vigura (lellere, a voche lestra). Con rispetto e riconoscenza i cantori hanno dedicato i cd “a sor mannos”, ventidue esecutori non più tra noi che hanno tramandato la tradizione, senza dei quali il presente sonoro polivocale religioso e profano non potrebbe esistere. Un presente sempre più “glocale” per il Cuncordu de Orosei, con concerti già programmati in numerosi stati europei, a testimonianza di come la musica popolare possa beneficamente espandersi oltre i confini originari senza stravolgere le proprie radici. 



Paolo Mercurio

©Foto di Alessandro Addis per Spexi

Maarja Nuut - Une Meeles (Autoprodotto, 2016)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Di Maarja Nuut abbiamo parlato su “Blogfoolk” in occasione del suo esordio discografico, “Soolo”, pubblicato del 2013 . Nel 2014 agli showcase del Womex, la violinista e cantante estone ha impressionato pubblico e operatori con il suo solo act, che attinge alle suggestioni del patrimonio folklorico baltico, costruendo un suono folk minimalista elettroacustico elegante ma deciso, che incastra linee melodiche di violino (padroneggia sia la tecnica classica sia gli stili tradizionali) ed improvvisazione, canto ed elettronica. Un recupero della memoria musicale in chiave contemporanea ispirato dalle storie folcloriche e dalle forme musicali popolari della sua terra, dalla natura che la circonda, ma anche dai suoi studi musicali, tra i quali la struttura ritmica della musica indostana: insomma, è una musicista che non è rimasta impantanata nel mondo degli archivi etnofonici. Se vi sono cari i paragoni, il nome più prossimo a cui pensare è la compositrice-violinista avant-garde ceca Iva Bittová. Maarja Nuut, nata nel 1986 nella cittadina di Rakvere, realizza un formidabile e sorprendente secondo atto della sua carriera discografica. Le dodici composizioni di “Une Meeles” – tradotto in inglese come “In the Hold of a Dream”, coprodotto da Maarja con Kaur Kenk e registrato a Tallinn l’estate scorsa e pubblicato a giugno 2016 – esplorano le potenzialità delle sfumature oniriche, da intendersi come il superamento di un’eccessiva e delimitante razionalità, racconta l’artista nelle interviste. 
Il disco si annuncia con l’ipnotico minimalismo di “Kargus” per voce, bordone e una linea melodica di violino. Il tradizionale “Hobusemång” è costruito in forma canora responsoriale, dominato dalla tensione incessante creata da stratificazioni di archi e loop: davvero un brano notevole. Invece, in “Sammud” c’è l’uso del pizzicato appoggiato ad un ritmo composito realizzato con la registrazione dello strascicamento di piedi. Si ripete il loop vocale con effetti magnetici in “Ödangule”. L’iterazione pizzicata di “Kellatoas” e il suo finale di drone acuti meritano un ascolto attento; cercate, poi, la seduzione delle dissonanze di “Kiik tahab kindaid”, prima di lasciarvi cullare dalle arcate violinistiche boreali della ‘canzone’ “Südisulis linnukene”. Gli archetti si incrociano nella danzante “Eeva & Maarja labajalg”, dove Maarja duetta con Eeva Talsi. Con “Vaals” e “Jaa-ti-daa” ritorna la struttura di pizzicato e sillabe astratte del canto intimista di Maarja. Dopo la danza “Kuradipolka”, mai scontata nello sviluppo del tema, l’album sfocia nel lirismo di “Vaga linnuken”, una canzone in un certo senso convenzionale, ma dall’ambientazione che incanta. Musiche folk? Musiche attuali? Fate voi: resta che “Une Meeles” è un lavoro notevolissimo. Info su www.maarjanuut.com


Ciro De Rosa 

Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana, XII edizione, Loano (SV), 18-21 Luglio 2016

Il Premio Loano è al lavoro per tutto l’anno. C’è la votazione primaverile di una giuria di qualità, che raccoglie giornalisti e musicologi, per il miglior disco di musica “tradizionale” italiana pubblicato nel corso dell’anno precedente. C’è il riconoscimento alla carriera e alla realtà culturale nazionale, scelto dagli organizzatori de La Compagnia dei Curiosi e dal direttore artistico John Vignola, che ha assicurato negli anni una coerenza e una continuità di intenti, con la consulenza di altre figure che nel movimento folk italiano agiscono da molto tempo. Infine, sulla base della scelte estetiche dei giurati, si costruisce la programmazione del festival estivo, che fa della cittadina ligure uno dei luoghi della musica, sito di confronto tra addetti ai lavori, musicisti e operatori culturali: non è un caso che il sottotitolo-slogan della manifestazione sia “Suonare, cantare, raccontare la musica popolare”. Per quanto detto prima, il Premio è unico in Italia, ed è un peccato che in dodici anni non si sia trovato modo di richiamare osservatori stranieri del mondo world per far conoscere quanto di ottimo si produce in Italia, accogliendoli in una località affascinante come la riviera ponentina o che il servizio radiofonico pubblico di qualità (per esempio Radio 3) non abbia mai pensato di portare i propri attrezzi per registrare i concerti o gli incontri che, al pomeriggio, tematizzano note, personaggi e culture musicali. 
Certo è il consueto problema di budget ballerini, di tempi stretti per la programmazione, di chi lotta, anno dopo anno, per portare avanti un progetto culturale di cui altrove in Europa andrebbero orgogliosi. Che i folk awards di Loano siano un evento di primo piano, lo dimostra il fatto che quest’anno, dopo la pubblicazione dei nomi dello strameritato vincitore (l’organettista Filippo Gambetta con “Otto Baffi”) e dei piazzati, un navigato e colto musicista folk-world si lamentava (informalmente) dei riscontri, comunque solidi, ma non tali da portare al vertice il proprio album: segno che vincere il palmares di Loano conta. Questo aneddoto serve a far capire di cosa stiamo parlando e sottolineare che occorrerebbe che certi operatori culturali dessero più rilevanza a questa vivace manifestazione –non una riserva indiana ma un luogo di elaborazione culturale che dura tutto l’anno – per comprendere meglio lo stato dell’arte folk, invece di limitarsi a correre in Salento alla Notte della Taranta. Quest’anno la rassegna è partita dal territorio ligure, non soltanto perché si sono accesi i riflettori su alcuni “luoghi dei Doria”, ma soprattutto perché l’avvio lo ha dato (18 luglio) il concerto della storica Compagnia Sacco di Ceriana (IM), in occasione della pubblicazione del CD “Tabulae”. Delle loro polivocalità, del confronto con altre forme polifoniche italiane e mediterranee si parlato in un focus pomeridiano con il cantore cerianese Matteo Lupi, il produttore esecutivo Davide Baglietto e con il discografico-musicista Beppe Greppi della label Felmay, che il disco lo ha pubblicato, in un’intervista realizzata dallo scrivente. 
Nell’occasione il sestetto cerianese ha dato prova delle originali procedure vocali a più parti, che fanno emozionare chi ha orecchio e sensibilità, con estratti dal proprio repertorio profano. Diversamente, nel concerto all’Oratorio delle Cappe Turchine, dove ha eseguito il repertorio religioso della Settimana Santa intonato dalle confraternite cerianasche (“Miserere”, “Stabat Mater”, “Domine Jesu Christe”, “Lauda da Madonna da Vila”, “Alma Contempla”, “Quasi Cedrus”). La Compagnia Sacco, di cui hanno scritto eminenti studiosi da Alan Lomax fino ai giorni nostri, è animata da una vivacità nel cantare insieme, che a Loano è proseguita con canti impromptu nell’informalità di un bar e della piazza del municipio loanese. Il giorno successivo Giuseppe Moffa (voce, chitarra e zampogna modificata e cornamusa) con i suoi affiatati Compari (piano e hammond, violino, percussioni, contrabasso) ha presentato il suo “Terribilmente demodé”, terzo classificato, già piazzatosi nella cinquina delle Targhe Tenco (Su quanto scritto da Blogfoolk si veda lo speciale). La cifra folk, i giri e accordi blues, rock e manouche di Spedino fanno breccia a Loano: la band sa il fatto suo, lui tiene il palco raccontando lo spaccato della piccola provincia molisana (è originario di Riccia tra Campobasso, Benevento e Foggia), che esce affrescato attraverso le sue song in dialetto o in italiano, ma anche con la ripresa di canzoni popolaresche entrate nel circuito tradizionale. 
Prima del concerto, allo spazio lungomare Orto Maccagli era stato consegnato il Premio per la Realtà Culturale all’Istituto Ernesto De Martino, presenti il presidente Stefano Arrighetti e il ricercatore Antonio Fanelli. Nell’incontro pomeridiano, i due sono stati intervistati dal direttore artistico del Club Tenco Enrico de Angelis, e in compagnia del grande Gualtiero Bertelli hanno fatto vivere la lunga storia (dal 1966) di documentazione sul mondo popolare e proletario, portata avanti, non senza difficoltà logistiche e di finanziamenti, dall’Istituto prima a Milano, oggi a Sesto Fiorentino. Si diceva del cantautore veneziano Gualtiero Bertelli, monumentale personalità del folk revival italiano (ma sempre attivissima tra teatro e concerti con il gruppo La Compagnia delle Acque). Con l’autobiografia “Venezia e una fisarmonica. Storie di un cantastorie” e il ritratto che ne ha fatto il documentarista Piero Cannizzaro (cfr. l’estratto del film) si coglie quel fertile intreccio tra lingua nazionale e dialetto, la sua gioventù nella Venezia operaia del tempo che fu, la storia che da fisarmonicista novello lo porta nel Nuovo Canzoniere Italiano e oltre, ma anche l’essere lontano da certe diatribe filologiche. A lui è stato conferito il premio alla carriera 2016 e non abbiamo potuto fare a meno di emozionarci nel riascoltare la sua “Nina”, non solo una delle grandi canzoni d’amore italiane, ma, ha scritto Alessandro Portelli: «La più bella di tutto il nostro canone della canzone politica e di protesta, proprio perché la politica non è sbandierata ma incarnata nei suoi effetti sulle vite, i sentimenti, i rapporti dei protagonisti». 
Venendo al vincitore Filippo Gambetta, lo strumentista genovese si è esibito in coppia con la canadese Emilyn Stam (pianoforte e violino) il 20 luglio sul lungomare. La sfida vincente di “Otto baffi” (si veda quanto scritto da “Blogfoolk”, che ne ha fatto un disco del mese) è quella di coniugare danza e ascolto; Gambetta è artista irrequieto e curioso, un esploratore a cui piace girovagare per pentagrammi geograficamente diversi, da solo o in compagnia di musicisti affini per capacità di dialogo. Se con Stam al violino, il duo è riconducibile alla pratica della nuova musica tradizionale, quando organetto diatonico e pianoforte si incrociano in maniera inusitata – e con successo – siamo di fronte a musica contemporanea dal forte appeal, perché Filippo è uno che ha idee per fare fruttare le potenzialità dell’organetto (melodiche, ritmiche e armoniche), conservando quella levità del linguaggio popolare (sottolineato dal ballo, per l’appunto). L’organettista era stato protagonista anche dell’incontro pomeridiano, in compagnia di Jacopo Tomatis, giornalista, saggista e studioso di popular music, e di Goffredo Plàstino, curatore del poderoso volume “La musica folk” (il Saggiatore 2016. Si veda la recensione del nostro Daniele Cestellini) e docente di etnomusicologia all’Università di Newcastle (Regno Unito). 
Con il sottoscritto si è messo mano (e non è, letteralmente, sempre facile, considerate le sue circa 1280 pagine, più una sezione online scaricabile gratuitamente preso l’editore) a questo libro-strumento di lavoro, che percorre la teoria del fenomeno folk revival attraverso documenti, esperienze, tra ricerca e spettacolarizzazione, testimonianze di interpreti, polemiche tra studiosi (si veda la querelle sul folk a “Canzonissima”) fino alla contemporaneità con saggi teorici e case study. Tra gli ultimi un intervento che ha come ‘oggetto’ proprio Gambetta, musicista cosmopolita, testimone di ‘intercultura di affinità’ (Mark Slobin) attore di quell’articolato fenomeno di interazioni tra musicisti all’interno del circuito dei festival folk transnazionali, di cui il disco “Otto baffi” è la testimonianza. Era molto attesa la produzione-conclusiva (21 luglio) “Polvere” di Vinicio Capossela all’Arena Estiva Giardino del Principe. Per chi storce il naso di fronte ad un nome altisonante che ama il folk, ma non è folk: insomma è fuori dal “folk revival” – per fortuna? – , come fenomeno storico-musicale, diciamo che Vinicio era in forma ed è entrato con lo spirito giusto per la notte di Loano, con il suo set, applauditissimo da un pubblico accorso numerosissimo (tutti i concerti sono gratuiti), in sintonia con quanto fatto in questo festival ligure in una dozzina d’anni. 
La sua band: Glauco Zuppiroli (contrabbasso), Mirco Mariani (batteria, mellotron), Sara Loreni (cori), la chitarra western e il banjo di Alessandro “Asso” Stefana, il cupa cupa gigante e la grancassa di Agostino “Ago Trans” Cortese, la vihuela, i flauti e il doppio clarinetto di Giovannangelo De Gennaro, vestito a metà strada tra un officiante e un pellegrino sulla via di Santiago. Capossela sciorina in prevalenza materiale tratto dal recente “Canzoni della Cupa” (si veda la nostra recensione di Salvatore Esposito), girovagando tra realtà e magia nelle lande di Irpinia e Texas, Gargano e Messico. La voce da folksinger, teatrante e storyteller non è sempre smagliante (ma così è Vinicio, lo sappiamo), su qualche passaggio indugia troppo, alcune incongruenze si avvertono nel sound della band, qualche canzone è fuori misura come il canto di lavoro salentino “Femmine”: siamo abituati a ben altre cifre canore (ah, ci fosse stata Enza Pagliara!), ma tant’è, la serata ci sta tutta. Quando con la sua visionarietà ci porta nel “Paese dei coppoloni”, tra conforto e dolore, gioia e memorie, quando protagonista è l’Alta Irpinia con i suoi personaggi, quando riprende le suggestioni dal mondo popolare sardo (la figura di “Su componidori” della Sartiglia di Oristano), tributa gli onori a Matteo Salvatore (il primo premio alla Carriera di Loano) con “Il lamento dei mendicanti”, “Lu ben mio”, “Li Maccaruni”, allora l’intensità cresce e si comprende cosa significa ricreare il mondo popolare con scelta estetizzante, ma con tratto poetico o che significa dare il giusto merito ai giganti del folk, come il cantastorie di Apricena (inutile fare confronti con l’originale: è un altro sentire, è un altrocantare). 
Si susseguono “Dagarola del Carpato”, con tanto di guitarron e banjo, “La padrona mia”, che trova le trombe dei Mariachi Mezcal Sergio Palencia e Angelo Mancini. C’è la ballata “L’acqua chiara alla fontana”, impreziosita dalla vihuela di De Gennaro, ci sono “Zompa la rondinella” e “Lo furastiero”, mentre “Canti della Mietitura” sono intonati cappella da quattro voci. Ecco “Sonetti, “Franceschina la calitrana”, che è in salsa tex-mex, con i sospiri dellla fisarmonica di Vinicio. Ancora “Pettarossa la puttanazza”, e “Lo sposalizio di Maloservizio”; si balla all’incontraire con Ciccillo “Al Veglione”. Poi, gli immancabili cavalli di battaglia “L’uomo vivo”, “Al Colosseo”, “Il ballo di San Vito”, fino a “Il treno”, che chiude il cerchio con la “Cupa” ed annunciare la riapertura turistica, per un periodo breve, della tratta Rocchetta-Conza, nella terra del suo “Sponz Fest” (che quest’anno si svolgerà dal 22 al 28 agosto). Il pubblico balla e non sono solo i più giovani… È festa a Loano con la musica folk. 


Ciro De Rosa

Cyrus Chestnut Trio, Sant’Elpidio Jazz 2016, Piazza Matteotti, Sant’Elpidio A Mare (Fm), 23 Luglio 2016

Nato nel 2000 come evoluzione di un ciclo di tre anni di stages, workshop e masterclass con gli insegnanti del Berklee College Of Music di Boston il festival Sant’Elpidio Jazz giunge quest’anno alla sua diciassettesima edizione proponendo un ricco cartellone di eventi legati al jazz nelle sue varie declinazioni. Grazie all’impegno dell’Associazione Syntonia Jazz presieduta dal direttore artistico del festival, Alessandro Adinolfi, questa rassegna si conferma come uno degli eventi più importanti nella scena jazz marchigiana tanto per la qualità della sua programmazione, quanto per il costante impegno nella valorizzazione e nella promozione del territorio. Sant’Elpidio a Mare si trova, infatti, nel cuore dell’area più industrializzata delle Marche, ma allo stesso tempo racchiude un tessuto urbano ricco di sorprese. Partendo dai resti della cinta muraria medioevale che circondano l’abitato, ed attraversando le sue stradine in salita, si giunge in Piazza Matteotti, luogo in cui si tengono i concerti, nella quale spiccano il Palazzo Comunale, l’imponente Torre dei Cavalieri Gerosolimitani e Basilica di Santa Maria della Misericordia, nota agli organisti per essere una delle poche chiese in Italia ad ospitare due organi a canne, e per essere la sede dell’importante rassegna organizzata dall’Accademia Organistica Elpidiense. 
Dopo il successo riscosso dal concerto di apertura che il 17 luglio ha visto in scena il bassista e cantante camerunense Richard Bona accompagnato dal suo sestetto Mandekan Cubano, lo scorso 23 luglio è andato in scena il secondo appuntamento del festival con il trio composto da Cyrus Chestnut (pianoforte), Buster Williams (contrabbasso) e Lenny White (batteria), quest’ultimo ben noto per aver collaborato alla realizzazione di “Bitches Brew” di Miles Davis e di “Return To Forever” di Chick Corea. Protagonisti della serata sono stati i brani tratti da "Natural Essence", album pubblicato quest'anno dal pianista  per la Highnote ed inciso in trio con Williams e White.  Un lavoro intenso ed appassionante che esalta l’incontro tra background musicali diversi, eppure accomunati da un senso fortissimo per le aperture armoniche e la melodia. Nonostante la differenza di età e di esperienza con i suoi compagni di avventura, Cyrus Chestnut dal suo pianoforte guida il trio con autorevolezza, dettando i tempi, tracciando la linea melodica e scandendo le aperture all’improvvisazione, ma soprattutto portando avanti con coraggio la sua idea di jazz urbano, esuberante e sempre aperto a nuove soluzioni. Ad aprire il concerto sono le note soulful di “Toku-do” nella quale spiccano le doti compositive di Chestnut e la sua ispirazione ben radicata nella tradizione gospel, con l'aggiunta di evocazioni di lontane melodie giapponesi. 
Si prosegue con l’esuberanza creativa della spontanea “It Could Happen To You” e con una intensa “Faith among the unknow”, vibrante di spiritualità, che ci conducono alla splendida ballad “Dedication” nella quale spicca l’elegante tessuto melodico. Ogni brano è caratterizzato dal perfetto interplay tra piano, contrabbasso e batteria, con queste ultime a costruire una architettura ritmica sempre ricca di belle intuizioni e cambi tempo. “This is I dig for you”, “Blame It On My Youth” e “Minority”, proposte in sequenza, aprono la strada prima ad un eccellente rilettura di “Mamacita” di Joe Henderson e poi alla poetica “Lover” che suggella, insieme, ai bis finali una performance di altissimo livello qualitativo. Sant’Elpidio Jazz proseguirà il 3 agosto con Rosario Giuliani e Luciano Biondini quartet che proporranno un originale progetto con le musiche di Nino Rota ed Ennio Morricone, il 6 agosto con il concerto di Mirko Fait Quintet con gli special guests Roberto Piermatire e Antonio Zambrini, e chiuderà in grande stile il 7 agosto con il tributo ad Ella Fitzgerald di Simona Molinari. 


Salvatore Esposito

Festival Internazionale della Zampogna di Scapoli dal 29 al 31 Luglio

Il prossimo 29 luglio prenderà il via il Festival Internazionale della Zampogna di Scapoli, storica rassegna nata nel 1975 come mostra mercato per la valorizzazione dell’artigianato locale dei costruttori di zampogne, e successivamente diventato uno degli eventi più importanti in Italia dedicati alla musica popolare ed alla world music, grazie al suo ruolo determinante nella riscoperta, nella tutela e nella valorizzazione degli aerofoni. Riattualizzazione, sperimentazione e costante confronto con l’innovazione e la creatività contemporanea hanno rappresentato, negli anni, la guida costante di questo festival che quest’anno si presenta in un’edizione rinnovata con importanti novità come i laboratori di danza popolare ed il Dopofestival, ad arricchire la proposta culturale della tre giorni molisana. Abbiamo intervistato il coordinatore artistico Giuliano Gabriele per farci illustrare il programma di quest’anno ed approfondire le prospettive future.

Sei al tuo primo anno di direzione artistica del Festival Internazionale della Zampogna di Scapoli. Come nasce questa tua collaborazione con questa storica rassegna?
E’ avvenuto tutto in modo naturale, perché artisticamente sono nato nelle vie di Scapoli. Proprio lì ho iniziato a suonare musica popolare e pian piano è nata una frequentazione costante, a cui è seguito un divenire di scambi, consigli, fino a che l’amministrazione comunale mi ha chiesto un aiuto più concreto chiamandomi come coordinatore artistico. 
Al mio fianco c’è il mio amico e musicista Eduardo Vessella, molisano doc che vive a pochi chilometri da Scapoli, a differenza mia che sono della provincia di Frosinone. Insieme stiamo lavorando a questa nuova edizione del festival che, negli ultimi anni, è stato in tono minore, un po’ in sordina per evitare che scomparisse a causa della mancanza di fondi dell’Amministrazione Comunale. Questa è la sorte che è toccata a tante rassegne in Italia che oggi soffrono a causa di un sostegno economico solido. 

Come ti sei relazionato con il Circolo della Zampogna, storico organizzatore del Festival?
In modo molto tranquillo. Abbiamo fatto alcune riunioni con il Circolo della Zampogna, che è lo storico organizzatore del Festival, per cercare di mediare tra loro ed il comune, e fare un po’ da ago della bilancia. Per come è andata quest’anno, devo dire che c’è stato un piccolo passo avanti, un piccolo contatto con scambio reciproco di informazioni. Penso che questa sia la strada giusta su cui continuare a lavorare perché il Festival non è di nessuno, ma è della gente, del territorio e dei musicisti. Noi abbiamo cercato di smuovere un po’ la situazione e siamo apertissimi ancora a tutte le collaborazioni, a tutti i consigli, specialmente di coloro che lo hanno organizzato per diversi anni. 
Penso che tutto questo si sta cominciando a capire e a diffondere. Di tutto questo sono molto contento, anche se so che non sarà facile e che non avverrà in pochi mesi. La volontà c’è.

Quali sono i finanziamenti di cui gode il festival?
Il festival è finanziato dal Comune di Scapoli con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Regione Molise e la collaborazione della Proloco, tuttavia abbiamo voluto lanciare anche una campagna di crowdfunding su Musicraiser per dare un primo segnale che qualcosa stava cambiando, ed in questo senso ci è servito anche come strumento pubblicitario. Per quanti volessero contribuire la raccolta fondi non è ancora terminata.

Ci puoi illustrare il programma di questa tre giorni dedicata alla zampogna?
Il Festival della Zampogna nasce quarant’anni fa come una mostra mercato di zampogne ed ance, e questo è ancora oggi l’elemento più importante. Non a caso abbiamo scelto di dare il via alla rassegna, venerdì 29 luglio con la presentazione della mostra mercato a cui seguirà l’apertura delle cantine dei maestri artigiani dove nascono le zampogne di Scapoli. Avremo poi la proiezione del docu-film “Moulin – Il poeta del Pastello” dedicato al pittore Charles Moulin, realizzato dal molisano Pierluigi Giorgio che è noto per essere la voce di Geo&Geo ed altri programmi TV. Si terrà poi lo stage di danze tradizionali, una delle novità di quest’anno del Festival visto che in passato non si erano mai tenuti. Poi alle ore 20,00 ci sarà l’esibizione della  scuola di danza “Scarpette Rosse” di Campobasso che è una delle più rappresentative del Molise. Il programma serale prevede l’apertura con gli Zampognari delle Mainarde, a seguire si esibirà il giovanissimo gruppo laziale Trillanti, una formazione molto interessante nel loro modo di rileggere la tradizione, e che da poco ha pubblicato il suo album di debutto. In conclusione avremo il concerto della Compagnia Daltrocanto che arrivano dalla provincia di Salerno. 
Il sabato avremo altri stages di danza e poi nel pomeriggio, avremo la cerimonia di riconoscimento ai Maestri Artigiani e Suonatori ”L’Impronta dello Zampognaro”. Si tratta di un'altra delle novità di quest’anno, infatti, stiamo raccogliendo l’impronta della mano di alcuni tra gli zampognari più rappresentativi del territorio che verranno raccolte ed inserite nel museo internazionale della zampogna di Scapoli. Nel pomeriggio ci sarà lo spettacolo di teatro-canzone con I Voria di Walter Santoro “MoLLisani “Lassa Stà ‘u munne cumme ze trove!”, e alle 18,00 si terrà il concerto di Piero Ricci, uno dei più importanti zampognari italiani con il suo nuovo progetto Nuovamusa. La serata sarà, poi, ricchissima con il concerto “La Lunga Notte del’Otre” con i molisani Patrios, i laziali Amasud e i lucani Amarimai e il progetto speciale del Giuliano Gabriele Ensemble con Gabriele Russo e Goffredo Degli Esposti dei Micrologus. Si tratterà di qualcosa di molto particolare perché daremo vita ad un esperimento particolare con l’incontro tra la musica popolare e quella medioevale, con gli strumenti di Gabriele e Goffredo ad impreziosire il tutto. Replicheremo l’11 agosto anche a Paleariza Festival in Calabria. L’ultimo giorno, nel primo pomeriggio proseguiranno gli stage di danze tradizionali, ed alle 17,00 ci sarà la consegna dei premi con il riconoscimento “La Zampogna è Donna”, già presente nelle precedenti edizioni, che verrà assegnato ad Irene Di Marco, una giovane zampognara della provincia di Pescara. 
Avremo ancora le presentazioni della “Zampogna Cromatica” del Maestro Artigiano Fabio Ricci e “Missa cum Utriculo”, pubblicazione di brani liturgici per Zampogna e ciaramella a cura di Antonino e Gioele Scaringi. Proseguiremo ancora con la cerimonia di riconoscimento ai Maestri Artigiani e Suonatori ”L’Impronta dello Zampognaro” ed in fine ci saranno le donazioni al museo della zampogna di Amatrice in ricordo di Nello Sciarra (Lazio), della ciaramella di Carmine Dante Zenone da Buccino (Campania) e della zampogna di Domenico Michele Cestari da Montesano sulla Marcellina (Campania), con quest’ultimo che eseguirà anche alcuni brani. A completare il pomeriggio ci sarà l’esibizione dei Suonatori protagonisti de “L’Impronta dello Zampognaro” e il concerto di Symphoniae Ensemble, gruppo guidato Cristian Di Fiore, un vero talento della zampogna di Scapoli. Concluderemo la sera con il doppio concerto del polistrumentista croato Stjepan Vckovic, che suonerà i suoi strumenti a fiato in trio con una cantante e un’altra strumentista, e degli Unavantaluna, altro gruppo italiano in cui spicca la zampogna suonata da uno zampognaro doc come Pietro Cernuto. 

Tutte le serate saranno concluse con un dopofestival. In cosa consisterà?
E’ un’altra delle tante novità dell’edizione 2016. Semplicemente abbiamo rubato un po’ l’idea ai vari festival del Sud Italia come Kaulonia, che tiene il proprio dopofestival sullo sperone dietro la piazza del paese e dove si vede il mare, e lì continua la festa. Noi faremo lo stesso e ci ritroveremo in una piazzetta che si trova nella parte alta di Scapoli dove suoneremo e balleremo con il pubblico fino a tarda notte. 

Quali sono gli obiettivi dell’edizione 2016 e le prospettive future?
L’obiettivo è essenzialmente quello di riportare il Festival ai livelli di qualche anno fa, quando funzionava come le rassegne che si tengono in Francia ed in Germania, purtroppo tutto questo è abbastanza difficile da riprodurre in Italia e soprattutto al Sud. 
Vogliamo che torni ad essere un occasione di incontro e scambio per artigiani e musicisti, ma anche un momento di riflessione e studio sugli strumenti acustici ed in particolare sulla zampogna. Ci piacerebbe ricreare l’atmosfera di una volta, e per farlo intendiamo non solo seguire il modello consolidato negli anni, ma anche seguire strade nuove, ispirandoci ai festival europei. L’entusiasmo non manca, e se arriveranno altri fondi sarà ancora più semplice.

Salvatore Esposito

Carmen Consoli in cattedra all’Università del Salento

Che Carmen Consoli fosse così a suo agio nei panni di oratrice in un’aula universitaria non è forse risaputo ai più. Eppure la raffinata cantantessa catanese, maestra concertatrice in carica della diciannovesima edizione de La Notte della Taranta, lo scorso 22 luglio ha intrattenuto gli studenti dell’Università del Salento imbastendo una lectio appassionata e ricca di spunti sul mestiere della musica. Si è presentata puntuale nell’aula magna dell’ateneo salentino al cospetto di un folto uditorio di studenti, con fare umile e cordiale, con un’attitudine naturale al rispetto di qualsiasi pubblico. È entrata nel discorso in punta di piedi, ma ha disquisito di musica con profonda consapevolezza, con spirito critico e con lo slancio civile che la contraddistingue. Sì perché, analizzare le dinamiche della creazione e della distribuzione del prodotto musicale oggi in Italia può essere al tempo stesso un garbato, ma incisivo discorso civile. Un discorso civile, e quindi per definizione appassionato, che Carmen Consoli ha sapientemente articolato percorrendo tematiche di grande attualità: il tempo, la creazione artistica e l’etica del musicista. E poi, il suo personale rapporto con La Notte della Taranta, con il Salento e qualche considerazione a caldo sulla sua esperienza in corso di maestra concertatrice del più grande festival italiano di world music. 

Il tempo
“Per lavorare bene ci vuole tempo e passione”, questo è in qualche modo il leitmotiv dell’allocuzione della cantantessa. E il tempo è la parola chiave che l’artista catanese declina nelle plurime accezioni del termine, senza dimenticare il tempo musicale. Allora, il lavoro artistico concepito come dedizione che richiede tempo non è che una pubblica dichiarazione etica. Una critica incisiva ma educata alla “civiltà dello spettacolo” dove l’arte è una merce di consumo e una canzone un prodotto che deve funzionare. E così la cantantessa si fa storica della musica popular e ricorda, per averne fatto esperienza, che negli anni novanta dettava legge il pensiero unico de “il pezzo deve girare”, secondo la filosofia pop dei discografici di allora con spiccato accento milanese. Oggi il pezzo deve andare in radio – aggiunge – e allora deve rispondere a una serie definita di canoni che lei stessa ha sempre sentito come delle vere e proprie limitazioni artistiche. Nella composizione di una canzone, l’autore non deve superare i classici due o tre accordi, deve affidarsi alle soluzioni armoniche più semplici, e, dal punto di vista dei contenuti, non affrontare tematiche scomode. Il processo di confezionamento dell’oggetto musicale è sottomesso alla legge della rapidità, della semplificazione del messaggio perché sia fruibile ai più e di facile consumo. La musica che suona nei dischi è regolata dal click, dal metronomo. I ritmi biologici sono quantizzati e resi più semplici per un ascolto standardizzato. Il tempo musicale e il tempo biofisico ed esperienziale dell’artista non coincidono più. 
E allora sarebbe il caso – chiosa l’artista – di prenderci il tempo necessario per fare bene le cose, perché fare le cose per bene richiede un certo tempo.  Gli spazi e il tempo per coltivare e sviluppare il proprio talento musicale sembrano, invece, progressivamente ridursi. E qui la cantantessa spende parole di sincera stima e riconoscenza per quei rari luoghi della musica come La Notte della Taranta dove artisti e musicisti hanno modo di misurarsi con il proprio talento. Di contro, si suona sempre meno nei locali, le occasioni di formazione si riducono, mentre si è da subito esposti nei reality o ci si autoproduce su internet prima che i tempi siano maturi. Il messaggio è chiaro e inequivocabile e risuona con delicato garbo femminile nell’aula magna dell’ateneo salentino: dopo vent’anni in cui la cultura è stata violentemente mortificata, è tempo di liberarsi delle limitazioni artistiche che la “civiltà dello spettacolo” impone.

Il mistero della creazione artistica
Carmen Consoli è un’artista che studia e questo pare chiaro all’intero auditorio già dopo qualche battuta. La consapevolezza e l’umiltà con cui affronta tematiche più consuete in un corso di sociologia della musica o di storia della popular music che in uno studio di registrazione, che di certo le è più familiare, denotano una certa attitudine all’approfondimento critico, all’analisi. E non avevamo dubbi che quella stessa attitudine, quella stessa dedizione, amplificata dal potere della passione guidassero il lavoro musicale della cantautrice catanese. 
Le sue canzoni, la sua musica sgorgano dall’urgenza di scrivere, ma si accompagnano alla disciplina. Dopo l’istinto, d’altronde, ci vuole il mestiere – su questo Carmen Consoli non ha dubbi. E ancora una volta torna sul concetto che tempo e lavoro nobilitano l’arte. Nel lavoro di creazione artistica le conoscenze, quelle strettamente legate al mestiere ma non solo, incanalano e rafforzano istinto e potenzialità e, secondo una concettualizzazione particolarmente felice del lavoro di creazione, la Consoli suggerisce che la musica composta altro non è che codificazione dell’istinto. Ma allora, come si concilia la “società dello spettacolo” con l’etica della buona creazione musicale? L’artista non deve seguire le mode, ma farsi seguire dal proprio pubblico, crearla una moda e non avere paura di disattendere le aspettative. E qui è chiaro che è proprio il percorso che la Consoli ha seguito nella propria carriera musicale. L’aula è attenta e partecipe. Gli applausi a scena aperta si susseguono. Sì perché l’artista non solo dà prova delle proprie competenze, di un’intelligenza fine, di capacità oratorie e argomentative degne di un’aula universitaria, ma si fa mentore e guida al cospetto dei tanti studenti accorsi per ascoltarla e li esorta a credere nel proprio lavoro e nelle proprie inclinazioni, sottraendosi alla banalità delle leggi del mercato.

La Notte della Taranta e Carmen Consoli 
Era il 2006 quando Carmen Consoli calcò per la prima volta il palco de La Notte della Taranta come ospite. Quell’anno c’era anche Lucio Dalla, ricorda. Ma il più grande festival italiano di world music lo conosceva già, lo seguiva dalla prima edizione, quella del 1998 diretta da Daniele Sepe. Lo conosceva e lo seguiva con interesse e ammirazione. Sì perché, pensava, anche i siciliani dovrebbero avere un festival così. Un festival in cui radici e identità vengono recuperate, il dialetto e la poesia popolare nobilitati. “Ho sempre amato la musica popolare”, dice la cantantessa, e la ragione è chiara: ritornare alla nostra musica popolare ci ha permesso di distogliere lo sguardo dalla tradizione musicale americana. Grazie alla musica popolare abbiamo finalmente smesso di imitare gli americani e abbiamo cominciato a suonare la nostra musica. La Notte della Taranta, incarna un processo di lenta ma efficace consapevolezza del valore aggiunto delle nostre tradizione popolari e lei, siciliana, guardava “la Taranta” e il Salento come gli appassionati di blues guardano Memphis e New Orleans. La Taranta è un modello di sviluppo culturale e di internazionalizzazione della musica popolare che è la nostra. Dal Salento ci hanno mostrato che potevamo creare una risorsa economica, che potevamo diventare internazionali e far parlare di noi e della nostra identità musicale. Ed è proprio sull’identità che si sta giocando la sfida della Consoli come maestra concertatrice della diciannovesima edizione de La Notte della Taranta. 
L’identità è quella salentina, l’idioma, il linguaggio musicale sono quelli salentini ed è con questi ingredienti che l’artista sta lavorando. Ha studiato, sta ancora studiando perché – dichiara – volevo parlare di qualcosa avendone consapevolezza. C’è tanta passione nella sua conduzione musicale, tanto rispetto e tanta umanità e non è un caso che abbia tenuto a sottolineare che tutto il gruppo si sta impegnando e un po’ innamorando. La formula pare funzionare e quando si prova con l’orchestra, si suona insieme, si lavora l’atmosfera è quella di una famiglia, si respira armonia. Il gruppo è composto dai musicisti dell’orchestra e dai direttori artistici Luigi Chiriatti e Daniele Durante. “Sono una cuoca discreta – afferma con una metafora – ma ho degli ingredienti eccezionali”, alludendo a orchestrali e direttori artistici. Con Daniele Durante la Consoli lavora a stretto contatto per la preparazione del concertone e insieme stanno costruendo un nuovo percorso di ricostituzione dell’identità del linguaggio musicale salentino. 

Flavia Gervasi

Girolamo De Simone, Musica Sottile, Guida Editori, 2016, pp. 115, Euro 10,00

La vocazione alla ricerca, il rivolgersi a “libri-zibaldone”, che consentono molteplici approfondimenti, transiti, ma anche “approdi multipli”, la rinuncia all’autoreferenzialità propria di molta scrittura accademica costituiscono una dichiarazione d’intenti e una premessa estetica, etica ed esistenziale al contempo, alla base del volumetto scritto da Girolamo De Simone. Perché il suo parlare di musica, abbandonando la «scrittura lineare, rinunciando anche alla pretesa esaustività e alla cosiddetta “scientificità” del testo», come l’autore rileva nella “Ingressa” (p. 7), lontano dalla retorica ma non dalla consapevolezza, è in linea con il suo ininterrotto porsi – musicalmente parlando – “sulla frontiera”, sulla “soglia”. In poco più di cento pagine, divise in capitoli sintetici nel dipanarsi sulla carta, ma densi di riflessioni e di rimandi, che chiedono al lettore (com-)partecipazione, il compositore (ma sono inscindibili le visioni dello studioso, del docente e dell’operatore culturale) sviluppa tracce che tengono insieme la storia della musica e delle origini della chiesa cristiana, la spiritualità, la tecnica pianistica, la tecnologia, la percezione, che è centrale nella fruizione della musica stessa e, non da ultimo, le politiche culturali. Le pagine restituiscono numerosi nessi con le ricerche desimoniane, con i suoi lavori discografici (opportuni link nelle note ne propongono l’ascolto) concepiti come forme di ibridazione, e con le sue performance e installazioni. “L’avventura degli Inni”, “I due Giovanni”, “Ho suonato quasi in preghiera…” e “La complessa semplicità di Qâf” sono i passaggi-capitoli in cui il compositore vesuviano esplicita le ispirazioni, le suggestioni, le curiosità, le ricerche letterarie, filosofiche e musicali, le procedure compositive, le mescolanze di temi e modi, gli antichi e storici intrecci tra musiche, dalla Siria fino ai nostri lidi. È naturale che in alcune sequenze narrative l’autore riprenda i compositori più influenti come Cage, Eno, Grossi, Chiari e Cilio e altri ancora, che ha incontrato, con cui si è confrontato, da cui ha appreso. Con i capitoli “Il senso, i sensi” e “Ricerca del sottile” De Simone entra nel pieno della presentazione delle sue modalità esecutive, mettendole in relazione con le sue motivazioni esistenziali, la sua poetica, il suo agire così lontano da rozzi clamori. Prosegue riflettendo sulla grammatica della musica, tra armonia e armonie, intervalli, testure e timbri, ritmi e densità di accordi, tonalità e modalità, tecniche e tecnologie. Insomma, la sua “musica sottile” richiede un mutamento prospettico e percettivo, che pertiene tanto a chi produce i suoni quanto a chi nefruisce. Nel conclusivo “Politiche e Fabbriche”, De Simone mette al centro la riflessione umanista e operativa sul territorio, sulle culture popolari, sul ruolo degli intellettuali, sulla deriva populistica della politica, entrando nel pieno delle disastrose normative regionali in materia di associazionismo e di progettualità culturale, denunciando il mancato riconoscimento di chi, operando da decenni e decenni, possiede un archivio di «’fatti’ culturali e artistici» (p. 101), che dovrebbero affrancare da incombenze e paletti che hanno a che fare con la burocrazia e con una corsa a ostacoli, piuttosto che con la produzione culturale. Osserva: «Basterebbe destinare infima parte delle risorse non a progetti eclatanti (basta progetti, basta grandi eventi, megalomania inconcludente, compilatoria, modulistica!) ma a… persone: cinque giovani all’anno, ognuno che porti avanti il suo agire, la sua idea, per almeno tre anni. Assegnare borse di studio e finanziare gli esiti del lavoro. Dopo pochi anni saremmo meta di turismo autentico, non solo oleografico. Questi fermenti arricchirebbero la vita culturale-artistica delle città» (ibidem). Invoca, infine, la trasformazione degli spazi in “fabbriche di senso”, le città in “città fluxus” o “città generative”, perché non basta essere “porose”: qui il riferimento è a Napoli, ma l’analisi è allargabile ad altre realtà della Penisola. “Musica sottile” è un libro per non smettere di pensare: e non solo di musica. 

Ciro De Rosa

Sergio Arturo Calonego - Dadigadì (Autoprodotto, 2015)

Gli appassionati di chitarra apprezzeranno “Dadigadì”, l’ultimo album in solo di Sergio Arturo Calonego, nel quale si rincorrono due mani su una tastiera e una cassa armonica che definiscono uno spazio molto espanso. Uno spazio in cui il ritmo, la ricerca sullo sviluppo ritmico, sembra poter allacciare la scrittura a una forma libera e piena di significato. Come ha sottolineato lo stesso Calonego a proposito di “Marinere” - l’album del 2014 che ha preceduto quello di cui parliamo in queste righe, e che ha di fatto confermato la nuova direzione della sua scrittura, ricevendo anche riconoscimenti importanti nell’ambito sia della musica indipendente che mainstream - la visione, l’idea, la spinta è quella narrativa. Cioè è la scoperta di sapere elaborare una o più serie di storie, o meglio narrazioni, dalle quali si irradiano gli elementi più significativi di un linguaggio che certamente ha dei confini nei codici a cui fa riferimento (l’orizzonte della chitarra acustica: sei corde, una cassa armonica, due mani), ma che stralcia anche qualche convenzione. In questo quadro la successione delle tracce di “Dadigadì” assume un significato più profondo, che può essere ricondotto a un linguaggio estremo nell’impianto, nella matrice, ma estremamente elastico e pieno di possibilità nella forma e nei riflessi che assume dentro lo svolgimento delle singole parti di cui si compone. A ben vedere la sensazione che disorienta al primo ascolto è quella che si prova quando si è colpiti da un fascio di espressioni a loro modo coerenti (“Dadigadì”, il brano di apertura dell’album, ci dice questo senza possibilità di fraintendere). Dico a loro modo perché la coerenza della struttura, e prima ancora dell’idea (torno a pensare alla visione e sopratutto al processo di traduzione attraverso il quale diviene una canzone e poi un album) non è la coerenza appariscente ed equilibrata che può essere subito condivisa e addirittura compresa (“Dissonata”). Non ci fermiamo su questa sospensione, che è anche un’opposizione o una dicotomia ormai inutile, perché di fronte a questo artista (e a molti altri di cui abbiamo spesso la fortuna di scrivere in queste pagine) ciò su cui è necessario riflettere è l’elaborazione di una lingua riflessiva e allo stesso modo descrittiva (“Dancera”). La riflessione e la descrizione sono probabilmente i due poli del cantautorato che più ci piace nella tradizione espressiva del nostro paese. E qui, per i motivi che si sono già detti, si espandono dentro uno scenario più ampio (“Delta”). Innanzitutto perché sono espressi attraverso uno strumento. E poi perché le forme dei brani in scaletta ci rimandano - forse in modo più convincente di come ci ha abituato l’immagine del cantautore che riflette sul mondo che lo circonda - alla relazione stretta ed esclusiva che un musicista istaura con uno strumento. Ecco, l’immagine che si impone a questo punto è quella del suonatore che sfrega la sua chitarra, dentro uno spazio che per molti può essere un’illusione, ma che per chi si lasca impregnare dalla visione e dai riflessi dello strumento si configura come infinito e sempre rinnovabile (“Duende”). Calonego ha richiamato più o meno questo spazio a proposito del suo album “Marinere”, descrivendolo come il risultato, in parte non previsto, di un faccia a faccia con la chitarra, di una riflessione più avanzata sulle idee che covava da tempo. Di un approccio che ha assunto una forma e un significato nuovi nel momento in cui è stato condiviso, cioè nel momento in cui da quello spazio si è manifestata una delle uscite. Il risultato più compiuto di questo percorso di elaborazioni lega insieme gli otto brani di “Dadigadì”, in un crescendo di movimenti, di armonia, di ritmo, di possibilità interpretative che spingono l’album molto in alto. Gli andamenti melodici dei brani sono originali e affascinanti, sopratutto perché, quasi sempre, Calonego riesce a incastrarli con equilibrio nella narrazione ritmica, che si configura come l’elemento primario del suo chitarrismo. Quando emergono in modo più netto, configurano una scena lineare e morbida, originale ancorché coerente con la struttura generale e l’dea che ne è alla base: è il caso di “Dea” e “Darandel”, il brano di chiusura dell’album. 


Daniele Cestellini