Da più di due decadi i Kardeş Türküler (il nome significa “Canti della fraternità”), nati nel circuito universitario e in origine fortemente influenzati dalle istanze politico-musicali della nueva cancion chilena, rappresentano un faro per la musica popolare di Turchia più illuminata. ...
Black Tarantella è il nuovo album di Enzo Avitabile uscito lo scorso marzo per l’etichetta CNI, che in poco settimane ha raggiunto i vertici di vendite di iTunes ed entrato nella classifica FIMI. Da sempre aduso alle collaborazioni, Avitabile questa volta condivide la scena con una dozzina di star italiane e mondiali del rock, del pop, della cosiddetta musica del mondo.
Parlare con Sergio Berardo, fondatore e leader dei Lou Dalfin, la storica band da trent’annimassima espressione della musica dell’Occitania italiana, significa tuffarsi nella storia di quel grande mondo culturale del sud della Francia da cui mosse tutta la tradizione letteraria dell’Europa moderna....
Da più di due decadi i Kardeş Türküler (il nome significa “Canti della fraternità”), nati nel circuito universitario e in origine fortemente influenzati dalle istanze politico-musicali della nueva cancion chilena, rappresentano un faro per la musica popolare di Turchia più illuminata. Negli anni l’ensemble ha flessibilmente incorporato tratti flamenco, ritmi dell’Est Europa e modi della musica iranica, unendoli all’archivio di fonti delle differenti componenti etniche del Paese (curdi, azeri, alevi, laz, armeni, zaza, rom), con un’attenzione rivolta anche alle aree contigue (dai Balcani al Caucaso). Una riproposta creativa di forme e stili tradizionali, ma anche una sensibilità artistica dalla forte connotazione politica, che ha attraversato momenti cruciali del dibattito pubblico turco sulla questione identitaria: dalla censura nei confronti delle lingue minoritarie all’apertura politica e culturale successiva al 1991. La nuova produzione per la Kalan, autorevole etichetta di Istanbul, vede il gruppo dall’ampio organico vocale e strumentale condividere la scena con il compositore e percussionista armeno Arto Tunçboyacıyan, che ama definirsi “Mr Avantgarde Folk”, direttore musicale del progetto: un sodalizio che assume sempre una forte valenza simbolica in Turchia. Disco in sedici tracce, imperniato sul mondo infantile, con la tenera e divertente immagine di copertina, che mostra un bimbo che aggiunge una H alla parola akli (mente), trasformandola in hakli (ragione). Cosicché il titolo gioca sul doppio significato di “La mente del bambino” e “Il bambino ha ragione”. È un album a cui l’ispirato compositore armeno apporta la sua vibrante immaginazione. L’iniziale “Güneşim Riza” ha passo austero e ieratico, il successivo “1-0”, cantato in curdo e karmanci (dialetto curdo settentrionale), ci introduce ai sorprendenti accostamenti ritmici di cui Arto è maestro. Come d’abitudine, testi e materiali musicali provengono da tutta l’Anatolia, ma i Kardeş questa volta si spingono perfino in Cecenia con la dolce canzone “Daymohk”, suggellata dal notevole lavoro percussivo di Arto, e nel mondo palestinese con “Yoyo”, dove sono messe a confronto le diverse costruzioni dei media turchi della resistenza dei bambini palestinesi e di quelli curdi. Nel brano liriche arabe e curde si combinano: procedura frequente nel lavoro di ricreazione della tradizione portato avanti dalla band, che in questa nuova opera ha accresciuto la sua vena compositiva . L’armeno-americano Ara Dinkjian apporta la sua arte di eccellente suonatore di oud in “Zamanin Bahçsinde”, mentre “Haydo”, ancora una composizione di Arto, brilla per la vocalità d’insieme. Primeggiano ancora “Sevdayla Uslandi Gönlüm”, con la notevole performance canora di Feryal Öney , e “Nazar”, brano che tocca il tema dello sgombero di un quartiere rom, dove, non casualmente, dettano legge gli irresistibili fiati romanì della Koçani Orkestar in confronto serrato con zurna e percussioni.
Apprezzata cantante ed attrice Saba Anglana ha di recente pubblicato il suo terzo album Life Changanyisha, registrato in Tanzania e cantato in swahili. L'abbiamo intervistata per parlare con lei del disco e per approfondirne le principali tematiche.
Come nasce questo nuovo disco? Già nel precedente Biyo, avevi incrociato il tuo cammino con AMREF, ora l'impegno è cresciuto. Il tu non è solo un viaggiare metaforico.
Il viaggio è stato fondamentale per la costruzione di questo disco perché abbiamo incontrato moltissime persone e visto con i nostri occhi in che cosa è attivamente impegnata AMREF, come funzione il sistema delle donazioni, dell'aiuto, quale filosofia c’è dietro. Attorno a queste grandi operazioni c'è in genere sempre una certa diffidenza. Per me che ho sempre difeso le politiche di AMREF era importante anche addurre una testimonianza viva in prima persona. Non soltanto agire sulla fiducia, ma proprio andare a constatare quali sono i meccanismi, se, effettivamente, costruire i pozzi, occuparsi della salute di un popolo è qualcosa che ha una vera presa sul possibile cambiamento. Così è stato, fortunatamente. Ho avuto la conferma di come la politica degli aiuti sia rivolta a fare in modo che queste persone non abbiano più bisogno di aiuto, in quest'ottica supporto in pieno la fatica e l'impegno di AMREF, perché significa agire non solo nelle emergenze ma anche a medio e a lungo termine. Questo non è il primo lavoro sul rapporto tra la mia parte italiana e quella africana. Noi, come ambasciatori di AMREF, e dico noi perché ho viaggiato insieme a Fabio Barovero, che è co-produttore del disco e co-autore non solo di questo disco ma anche degli altri due che ho realizzato, abbiamo trovato una grandissima accoglienza, perché non appena sapevano che eravamo ambasciatori AMREF, o comunque visitatori AMREF si aprivano un po' tutte le porte, anche i villaggi più remoti. Quindi attraverso AMREF abbiamo avuto la possibilità di vedere delle realtà che i semplici turisti difficilmente riescono a vedere. Avevamo provato con il disco precedente e per certi versi c’eravamo un po' riusciti appoggiandoci solo sulle nostre forze, in questo caso c'è stata proprio un’organizzazione bene radicata che attraverso un travaso di project manager e capi villaggi pian piano ci ha portato laddove i nostri passi non ci avrebbero mai portati da soli.
Che difficoltà avete incontrato?
Abbiamo avuto due ordini di difficoltà: intanto abbiamo cercato dei strumentisti kenioti a Nairobi, ma è stato difficile trovare delle realtà che non fossero già simili a certa musica internazionale. Era difficile estrapolare qualcosa di molto radicato, non perché stessimo cercando con il lanternino qualcosa che non esistesse più, ma perché volevamo restituire un po' l'idea del viaggio. Dal mio punto di vista e da quello di Fabio il disco non doveva suonare come qualcosa che, senza guardare la copertina o senza leggere il booklet, poteva essere stato registrato indifferentemente a New York o a Nairobi. La difficoltà è stata quella di individuare gli ingredienti che raccontassero questa nostra visione, non siamo riusciti a trovarli negli strumenti, nella musica suonata, anche se abbiamo comunque trovato musicisti straordinari, molto pregni di musica internazionale, ma l'abbiamo individuato nelle voci. Allora, abbiamo corretto il tiro, e visto effettivamente come attraverso le voci e il linguaggio, lo swahili cantato era fortemente evocativo dell'idea che fossimo lì. Abbiamo capito che era importante raccontarlo attraverso le voci. La difficoltà è stato fare tutto ciò nel corso del viaggio. Anche se siamo stati sei settimane, è stato qualcosa che abbiamo dovuto individuare mentre facevamo gli ambasciatori AMREF. Perciò, da un lato avevamo un ruolo, tra virgolette, istituzionale e ufficiale, dall'altro eravamo là come musicisti e piccoli antropologi, che si dovevano misurare con la realtà sociale e culturale, ed individuare voci interessanti, convincendole a registrare, raccontare loro perché lo stavamo facendo, per non sembrare dei pazzi oppure dei turisti che arrivano lì e fanno man bassa di quello che c'è li… e poi chi li rivede! Noi volevamo raccontare loro che saremmo ritornati e realizzare qualcosa che testimoniasse il viaggio, raccontasse il nostro rapporto con le comunità, il lavoro di AMREF, ma soprattutto le loro esistenze, i loro sogni che sono anche i sogni nostri. Creare dei ponti anche fertili che non si esauriscono lì nel momento. Dal punto di vista tecnico la tecnologia ti permette di registrare ovunque, la tecnologia è ancora amica della musica suonata. Anzi, senza un piccolo studio mobile, senza registratori digitali, senza la possibilità di editare sul luogo, non avremmo potuto registrare in loco, catturare velocemente le voci, le idee, comporre addirittura durante il viaggio. Da questo punto di vista sono assolutamente a favore della tecnologia.
Jidka era la strada, Biyo, l’acqua ma, per estensione, l’acqua che scorre come un fiume. Qui è la vita che ci mescola. Il divenire, il viaggio sembrano elementi costanti nella tua personalità.
Il titolo è esploso nella mia testa mentre dovevamo decidere come consegnare questo disco a chi lo avrebbe ascoltato. È esploso come una piccola frase che contiene veramente la mia formazione, non soltanto artistica ma anche umana. Ma non solo, perché contiene anche l'approccio psicologico che io ho con le cose che entrano nella mia vita. È una specie di manifesto programmatico, e volendo, nel mio caso, anche esistenziale. Nella fattispecie è anche la chiave che racconta come si è costruito il disco, come l'entrare in contatto con altre personalità e con delle storie, attraverso il viaggio, fatalmente fa sì che la nostra identità si mescoli con altre identità. Se decidi veramente di trasformarti da turista in viaggiatore e in più un viaggiatore che ha anche come missione quella del racconto, non puoi conservare la tua identità, il tuo modo di vedere le cose, a meno che tu non abbia dei pregiudizi. Questo lo vedo anche nelle persone, succede anche nelle interviste. Entrare in contatto con una persona, anche fare semplicemente un’intervista, significa intraprendere un viaggio anche di dieci minuti. Vedo spesso che ci sono idee preconcette, tu puoi raccontare quello che vuoi nell'intervista, ma poi il giornalista ha già una sua idea… Questo non significa mischiarsi! È un pericolo costante che da questo piccolo esempio diventa un problema se portato su larga scala, entrando nella politica, nella storia, nelle decisioni più macroscopiche, perché fa di ognuno di noi delle piccole isole, degli atolli e non un territorio comune.
Sono sempre gli altri a voler per forza classificare persone, a circoscrivere le identità, ti sta bene la definizione di cantante italo-africana usata dalla stampa per parlare di te?
Ti ringrazio moltissimo di questa domanda, perché metti la lente d’ingrandimento su qualcosa che non sono stata lì ad analizzare ma che è perfettamente sotto i miei occhi, cioè quando si tratta di una personalità artistica, una mente, un cuore che parla in diverse lingue, che canta in diverse lingue, che fa della mescolanza la propria bandiera, c'è questa necessità di dover dire in cima alla piccola biografia: italo-africana, qualche altro dice italo-somala, qualche altro ancora italo-etiope. E la cosa bella è che nemmeno loro sanno come definirmi, e io dico: “Non lo so neanch'io, ma non è importante”. Questa definizione geografica è quasi un’ossessione per gli addetti ai lavori, più di quanto lo sia per il pubblico che da questo punto di vista è più vergine. Ossia, se parli di una cantautrice italiana, può essere una volta su tre, una volta su cinque, che ti dicono che è catanese o vicentina. Lo dicono quando sono i catanesi o i siciliani a difenderla come patrimonio del proprio bagaglio culturale. Invece, nel mio caso, c'è sempre questa piccola carta di identità che devono enunciare, come se mi qualificasse. Questo paradossalmente crea un effetto di allontanamento del pubblico. Continuando ad insistere su questa cosa, mi si butta in una specie di nicchia, di ghetto culturale, come quando si legge in un portale che tutti gli articoli che parlano di Africa entrano nella rubrica di “mondo solidale”. Questi sono dei ghetti pericolosi. C'è ancora bisogno che le persone imparino che nel mondo esistono degli artisti pensanti che sono formati da diverse influenze culturali. Se ancora non lo diamo per scontato, è perché ancora i media sono molto lenti rispetto a quello che succede nella società. Per me non è un onta, è una sorta di arricchimento, è un'ossessione di cui io mi sono liberata. Già gli insegnanti ti chiedono da dove arrivi, e allora tu sei lì a dire: “Vengo da casa mia, vengo dalla pancia di mia madre”. E loro rispondono: “Ma perché tua madre è nera e tuo padre bianco?” Da quando sei piccola, devi dare queste informazioni e questa cosa deve essere chiara da subito nella tua testa. Ma io non voglio farlo per tutta la vita, perché una volta comprese quali sono le proprie origini, diventano qualcosa di cui liberarsi. Come dice il mio amico Gian Luca Favetto, con cui sono impegnata in un reading intitolato “Le Radici Davanti”, le proprie origini corrono davanti a te e tu devi ritrovare te stesso in movimento, e non devi stare lì a preoccuparti da dove vieni. Liberarsi da questa ossessione significa un passo avanti anche per questo Paese.
In un disco è fatto di incontri e confronti, la questione delle identità e delle appartenenze è comunque un tema che affronti da subito. L’album si apre con la storia di una creatura ibrida che è non ha appartenenza, né locale né di gruppo.
Per me era nata come una specie di moto di rabbia quando giù a Nairobi, nel posto in cui stavo, nella casa in cui mi appoggiavo, che era tenuta da una donna, mi pare, di etnia Luo, con questo pancione enorme perché stava per partorire, che mi raccontava come il suo matrimonio fosse stato molto difficile, visto che aveva sposato un giovane uomo di etnia diversa dalla sua. Nairobi è una città modernissima che guarda al futuro, molto bella, un po' come tutte le capitali africane che stanno cambiando, forse troppo velocemente, la loro faccia. Mentre mi raccontava queste cose, la televisione in sottofondo sparava immagini di MTV, CNN, simboli del mondo moderno. La signora metteva in risalto il contrasto tra modernità e tradizioni ataviche condivise dalla società che la circondava. Insomma, è la difficoltà di mescolarsi anche tra kenyoti, quella divisione tribale di cui soffre anche il Paese in cui sono nata, la Somalia: una terra che un tempo era meravigliosa e che oggi continua a sanguinare a causa di questa emorragia continua causata dalle divisioni. Ho avuto una specie di moto di rabbia e ascoltando il racconto di questa donna mi sono detta: “Non sarebbe meglio che il mondo fosse composto da animali ibridi, con la pelle verde, gli occhi rossi? Che ci scaldassimo al sole come lucertole? Ci facemmo due risate su questa cosa, però è rimasta questa ispirazione. Addirittura la prima idea era quella di portare in copertina questo piccolo mostriciattolo che è come un piccolo diavolo che ritorna. Se si fa caso alle lyrics, torna in altri brani la descrizione di questo piccolo mostriciattolo verde. Ho pensato che fosse una specie di messaggio subliminale, è un po' un inno della mescolanza che se ne infischia delle regole, delle separazioni. Anche quello rientra in un manifesto programmatico vero e proprio, tant’è che la prima canzone: Life Changanyisha, la vita che ci mescola.
Un altro aspetto centrale è rappresentato dalle donne che, giustamente, definisci pilastro delle società africane.
Ho sempre pensato di considerarmi prima che una donna, un essere umano, ho sempre ragionato come se i miei pensieri, il mio modo di essere al mondo fossero neutri, da essere umano. Pian piano mi sono resa conto, anche nella costruzione musicale di tre album, che le canzoni hanno molte attinenze con il mondo femminile, c'era molta attenzione per la donna, non solo dal punto di vista personale ma anche da quello delle storie che raccoglievo, soprattutto volte alla narrazione dei luoghi che visitavo. Allora, mi sono resa conto che una differenza c'è, non solo antropologica e culturale, ma di spirito, ma anche per così dire, di "hardware". Tant'è che mi sono scoperta più donna proprio attraverso la musica e lo sguardo. Avvicinarmi attraverso la musica all'Africa, mi ha portato a far affiorare in me questa componente femminile. Soprattutto perché come dicevi, ho raccontato storie di donne in una parte del mondo dove la società tutta, la microeconomia, la famiglia è tutto veramente sulle spalle delle donne che faticano tanto fisicamente. Con grande sdegno vedevo veramente le donne raccogliere sulla propria testa chili e chili di legna, di erba, di materiali, di acqua. Donne, tantissime donne. Da una parte anche i bambini, e questo lo racconto anche nel disco. C’è la tendenza dell'uomo africano a far faticare la propria donna, e a trascorrere il proprio tempo al bar con gli amici, come ci si lamentava qui da noi in Italia fino a poco tempo fa. Questa situazione è aggravata anche dalla condizione culturale delle donne, che da un certo punto di vista sono rese schiave della mancanza di mezzi, per cui si sposano molto presto e hanno figli piuttosto presto. In questo l'organizzazione AMREF ha creato delle scuole che sono un potente mezzo di emancipazione e di affrancamento da questa situazione. Sono argomenti che hanno una grande presa lì, ma che hanno anche un grande respiro universale. Quando raccontavo queste storie, ho avuto la netta sensazione di raccontare delle cose che riguardano ancora la nostra società. La reazione del pubblico nei concerti, nei quali dò molta importanza alla parola parlata mi dà ragione, perché le persone si riconoscono. Anche quando parlo di parto, perché sono testimonial della campagna “Stand Up For Africa” del 2012, vedo che è un argomento che tocca molto da vicino. Io, per esempio, ho perso una mia zia molto cara perché non c'è stata un’assistenza medica adeguata. La campagna è rivolta alle donne che non hanno adeguata assistenza medica in Africa. Il rapporto è 1 a 31 in Kenya e 1 a 30mila nei Paesi occidentali, quindi c'è una proporzione molto forte nei Paesi occidentali, il che ci dice che questo problema è sotto controllo. Il parto è una cosa molto naturale, tutti quanti potrebbero affrontarlo senza angosce particolari. Invece in Africa le vittime sono molte, molte di più. Questa campagna è volta alla formazione di levatrici, che possono sostituire il ruolo dell'ostetrica, avendo delle conoscenze per poter far partorire le donne. Ho visto questi luoghi con le donne con i pancioni, immagina che sei in mezzo alla campagna desolata e ci sono delle complicazioni. Come fai a raggiungere un ospedale nella capitale? Nei villaggi ci sono dei dispensari o dei luoghi nei quali c'è del personale che sa fare questo. C'è una penetrazione capillare della conoscenza, della conoscenza, informarsi. È una cosa fondamentale, mi permetto di dire questa cosa, anche se è molto difficile non essere strumentalizzati in questo periodo in Italia, però l'unica persona che batte il chiodo sul fatto che è importante la conoscenza e la formazione alla base del potere, e come anche le persone possono aumentare il loro potere con la conoscenza, forse è Grillo in questo momento nel nostro panorama politico. Poi lo si può volere bene o lo si può odiare, ma dice una verità che molti ignorano. Io parlo dal particolare all'universale, un po' è quello che ho visto: più si danno strumenti di conoscenza alle persone, più ci si affranca non soltanto dalla miseria ma anche dalla malattia, non soltanto dall'ignoranza ma anche dalle condizioni disagevoli. Al di là della salute, sono importanti gli strumenti della scolarizzazione. AMREF cerca di valorizzare anche gli strumenti di formazione. Io l'ho visto in prima persona, sono stata testimone, non solo perché presto la mia faccetta sui giornali.
Parlavi prima di Nairobi, mi viene in mente questo rapper dei sobborghi James Ndichu, che è un po' il simbolo di una vita di speranza ma anche di difficoltà.
James è una figura a me molto cara, un ragazzo che non dimenticherò mai, cerco di restare in contatto con lui. Quando siamo tornati a Nairobi abbiamo portato il disco e la gente diceva: “Siete dei pazzi, lo avete fatto davvero!” Non solo lo abbiamo fatto, ma abbiamo invitato sul palco anche gli artisti che hanno collaborato alla realizzazione del disco e fra tutti anche James. Un ragazzo che adesso compie 18 anni, l'anno scorso ne aveva 17 e si manteneva cercando di raccogliere della plastica dalle discariche. Ci sono queste enormi montagne di rifiuti su cui veramente saltellano i bambini che cercano così di mettere insieme la cena. Lui tra l'altro è un ragazzo che, come molti, faceva uso delle droghe dei poveri, delle droghe sintetiche. Abbiamo composto con lui un paio di brani, e devo dire che ritrovarlo un anno dopo con il viso più pulito con gli occhi più limpidi, per me è stata una cosa molto importante. Lui aveva ancora la faccia di un bambino ma di una persona diversa, cresciuta. Anch'io sto cercando di essere una persona diversa, perché sto cercando di inserirmi in questi programmi, e avere la sua voce nel disco significa tantissimo, mi dà un grandissimo senso di orgoglio per la grande creatività talento di questo ragazzo.
“Xamar” è il racconto di quella che è la tua Mogadiscio, un brano che avete registrato a Zanzibar, crocevia simile alla città somala, in cui Africa, mondo arabo ed Oriente si mescolano.
Questa è stata una scelta fortemente voluta perché, in realtà di “Xamar” avevamo in mente una versione, che tra l'altro facciamo anche dal vivo, con lo djembè e la chitarra, una versione ritmicamente molto vivace. Però io avevo già scritto il testo di questa canzone prima di andare a Zanzibar. Un testo che parla di Mogadiscio, di come mia mamma viveva in questa città, di quando si vestiva per la festa con i vestiti occidentali. Quando Mogadiscio anche i copti, come la famiglia di mia madre, potevano celebrare l'Id al-fitr, la fine del Ramadan. C'era questo mescolamento che portava molta gioia e molta voglia di vivere. C'era mia nonna che chiedeva a mia madre di tornare presto, perché non voleva che le succedesse qualcosa, come succede da noi le madri si preoccupano sempre. Un vita normale, una normalità felice, che si contrappone alla Xamar di oggi, che è molto triste. Avevo questo testo che era già pronto per il disco, ma poi Fabio Barovero ha voluto andare a Zanzibar, luogo che in alcuni tratti morfologici ricorda la costa dell'Oceano Indiano e quindi di Mogadiscio. A Mogadiscio non si poteva tornare e non si può tornare ancora, malgrado ci siano alcuni segnali di incoraggiamento ultimamente. Zanzibar come Mombasa, l'India, l'Arabia Saudita, i suoni arabi si mescolano con l'africanità del luogo. Quindi, era il luogo giusto per riportare delle sonorità che ricordassero Mogadiscio, quindi attraverso Werner Gräbner, un grande conoscitore della taraab music, un tedesco che ha fatto moltissimi dischi registrati proprio a Zanzibar, abbiamo incontrato questi musicisti che sono gli eredi della taraab. Sono suonatori di violini, qanoun, come Rajab Souleiman, maestro di questo strumento. Abbiamo conosciuto questi musicisti in una realtà all'inizio di una decadenza, ed è stato anche un po' triste, malinconico, perché anche lì non ci sono finanziamenti per far sopravvivere la cultura, e quindi fanno fatica anche loro. C'è una struttura, il Culture Music Club, che è stata grande in passato e che rappresentava la taraab Music a Zanzibar e che oggi sta cadendo a pezzi. Entrare in questa struttura un po' fatiscente, è come una specie di resistenza della memoria che a Mogadiscio non esiste più, mentre a Zanzibar questa musica sta subendo i colpi di un mainstream musicale che sta tritando tutto a favore dell'appiattimento. Lì a Stone Town, c'è questa resistenza, questa voglia di resistere e non solo perché si è legati nostalgicamente al passato, ma perché del passato ci sono alcune cose che bisogna assolutamente portare nel presente per tramandarle nel futuro, sono veicolo di ricchezza.
Altro incontro significativo, è quello con la comunità masai. Descrivi una notte nella Savana, siamo in un altro ambito sia culturale sia di suggestione… sempre col rischio di diventare cartolina dell’”autenticità” tribale africana.
È uno dei must dei turisti che passano una settimana nel resort e poi vanno a vedere i Masai.. Si, ci sono ancora i Masai che fanno bella mostra di sé nei parchi nazionali, che per pochi dollari fanno la danza, un po' tristemente c'è anche questo aspetto. Noi, invece, abbiamo incontrato delle comunità abbastanza isolate, spingendoci fino ai confini con la Tanzania. Grazie a quell'approccio di cui parlavamo all'inizio, siamo riusciti a catturare quell'autenticità nelle loro forme di vita, nel loro rapporto con l’alterità, con i visitatori. Sono comunque persone che hanno al collo insieme alle collane, confezionano con le perline anche il porta cellulare, e questo non deve sorprenderci perché non siamo mica conservatori. Loro fanno un giorno a piedi per raggiungere il luogo per caricare il cellulare e poi se lo vanno a prendere due giorni dopo, facendo lo stesso tragitto. Però i Masai che abbiamo visto noi, e con i quali abbiamo registrato di notte i canti intorno a fuoco, li abbiamo visti partire veramente in trance e ballare non dieci minuti, come fanno per i turisti, ma per diverse ore. Non capivo come facessero dopo due ore a continuare a saltare così in alto. E la stessa cosa facevano i bambini. È stata una delle esperienze più intense dal punto di vista del viaggio. Poi ho parlato con loro, del loro villaggio, erano veramente coscienti come l'acqua, i pozzi rappresentassero un reale cambiamento e miglioramento delle loro condizioni. Abbiamo anche assistito a come un capo villaggio volesse organizzare un sistema di pipeline, quindi una sorta di acquedotto sotterraneo che portasse l'acqua agli altri villaggi per condividere questa ricchezza. Ci sono questi due aspetti: una forma primitiva e una forma molto moderna che convivono in alcune parti in maniera spontanea e graduale, in altre parti del Kenya invece in maniera stridente, accade il contrario. Si può scrivere un disco, un libro alla propria scrivania, facendo un viaggio dentro di sé, e va benissimo perché si tratta comunque di scoperte. Il mio è stato, invece, un viaggio che mi ha portato alla scoperta degli incontri che hanno nutrito le canzoni, e si sente che queste voci, questi personaggi di cui ti sto parlando, si ascoltano nel disco, si leggono in filigrana dalla prima all’ultima traccia. Il mio è stato un viaggio verso l'altro, e questo coincide anche con un viaggio che sto facendo da quando sono tornata ovvero un viaggio interiore dentro di me, ci sono molte cose, delle tristezze stupide della quotidianità occidentale che, se si porta questo viaggio dentro di sé, si possono tranquillamente esorcizzare. Si può fare a meno di tantissime cose spesso inutili, dannose, cercando veramente la proiezione verso l'esterno che può diventare un viaggio interiore. Questa è la chance non solo di chi fa musica ma anche di chi ascolta. È un disco di cui puoi fruire semplicemente perché ti fa allegria o esotismo, ma è anche un disco che, se vuoi andare a scoprire delle cose, ti può servire per scoprire qualcosa dentro di te. Mi piace dare queste molteplici possibilità, e spero che qualcuno più curioso si voglia appropriare anche di questo…
In “Mukulal” confronti la vita di certe zone di Nairobi con quella dei tanti clandestini in Italia e nei paesi occidentali, Italia davanti a tutti per infamia e discriminazione, razzismo di stato e di senso comune.
Purtroppo credo che più che un problema del nostro Paese, sia un problema legato alle genti, alle persone normali che hanno un grande cuore, come sono gli italiani, ma questo cuore è scollegato da quei gangli di potere, di gestione che invece agiscono male, siamo stati governati male, ci sono stati degli input terribili dal punto di vista politico, l’immigrazione vista come “problema”, una dicitura che la dice lunga. Questa riflessione sull’immigrazione c'è nei dischi, nei live e c'è ovunque, anche quando si parla con gli amici, perché io sono il prodotto di una doppia immigrazione, mio padre è andato in Africa e la mia famiglia è andata in Italia: un doppio viaggio. Figuriamoci se non ne parlo, molti amici sono immigrati, molti amici vivono destini simili. Era fondamentale dunque che parlassi anche di immigrazione. “Mukulal” è una specie di metafora. In somalo significa gatto, in swahili lo stesso termine si traduce in “paka”. Il gatto diventa il simbolo del “randagismo”, della vita di strada, che James conosce bene. Le sessioni di registrazioni si trasformavano in momenti di scambio, e così ho raccontato che puoi essere immigrato anche nella tua stessa città, se vivi un uno slum, perché ti senti uno che vive alla giornata proprio come fanno i gatti, i gatti che erano intorno a queste discariche, i gatti randagi. Ognuno di loro ha portato il suo apporto. Non ultimo James che racconta la sua vita come gatto randagio. James scuro, scurissimo aveva paura degli altri, parla di un gatto nero che ha una pelle così luminosa che sembra bella come luminosa del Taj Mahal, e qui si sono divertiti esorcizzando con dei ritmi molto vivaci, esorcizzando forse anche il dolore del randagismo, essendo l'uomo un animale sociale avente in mente l'idea della propria casa, della propria cuccia, essere un randagio provoca, a lungo andare, delle sofferenze, tanto è vero James era stanco di essere un randagio tanto è vero che un anno dopo James ha provato a trovare un luogo dove atterrare, può essere la sua famiglia. Questo è un po' nella testa come un’ossessione per gli immigrati che stanno in Italia, un luogo da dove ripartire. La riflessione era fondamentale, in questo che è il vero pezzo che chiude il disco. È un po' come dire: “Chi vuole raccogliere il messaggio lo raccolga”, è una riflessione che assolutamente dobbiamo fare in questo momento di crisi in Italia, in cui hanno bloccato i flussi migratori per quest'anno, perché non c'è lavoro per gli italiani figuriamoci per quelli. Sono temi che si sovrappongono e si confondono, ma non dimentichiamo il problema degli immigrati anche perché in questo momento sono gli italiani che stanno iniziando ad emigrare, ed andarsene è dura. Lo so perché lo sto sentendo da amici che stanno andando via perché l'Italia non offre più nulla.
Ciro De Rosa
Saba - Life Changanyisha (Vero Sounds/Egea)
“La vita ci mescola” è il terzo capitolo musicale di Saba. Il viaggio, la scoperta, l’incontro con strumenti e suoni diversi, il narrare sono centrali nel rapporto della cantante con la musica. Viaggio e incontro non sono solo metafore o meri artifici artistici per chi, come Saba, porta in sé e con sé l’intreccio diasporico di storie e memorie post-coloniali, ma con tenacia si affranca da demarcazioni e assolutismi identitari. Come spiega nell’intervista che proponiamo di seguito, raccolta al telefono, la genesi di Life Changanyisha sta nell’impegno – già intrapreso con il precedente lavoro Biyo, che si occupava del tema dell’acqua – con l’organizzazione sanitaria Amref (African Medical and Research Foundation) con sede a Nairobi. Amref porta avanti progetti di sviluppo sanitario in Africa con il coinvolgimento attivo delle comunità, del personale e dei sistemi sanitari locali. Quindi, un viaggio fisico in compagnia del musicista e produttore Fabio Barovero, personaggio chiave sin dall’esordio di Jidka (La Linea, la strada in somalo), suo mentore che l’ha condotta sulla via delle musiche del mondo, lei che da piccina era rimasta ammaliata e turbata, al contempo, dal canto iterativo coranico a Mogadiscio, per poi seguire da adulta modelli soul e r’n’b. Jidka, uscito con la celeberrima etichetta World Music Network, era disco di fattura immediata, cantato in somalo, arabo, inglese e amarico, ma anche con sprazzi di francese e bassà. Non lingue da intendere come steccati, ma come ponti sonori e culturali. Con il successivo Biyo (Water is love), pubblicato da Egea, la cantante metteva l’acqua – metafora di viaggio ma anche di vita e amore – al centro dei suo interessi. Cantato in amarico, inglese, somalo e italiano, Biyo era un lavoro musicalmente più sofisticato, frutto anche della collaborazione con prestigiosi musicisti di Addis Abeba. Il nuovo disco Life Changanyisha, nato da sei settimane di viaggio, in cui Saba e Barovero hanno condiviso la vita dei villaggi del Kenya sud-orientale, ha preso la forma di un concept album, registrato prevalentemente sul campo. In seguito, in Italia si sono aggiunti altri musicisti che si sono avvicinati alla musica registrata con “l’idea di continuare quel viaggio nell’Est Africa”, dichiara Saba. È un disco emozionale, empatico, lavoro plurilingue come ci ha abituato l’autrice. Negli undici brani Saba canta in inglese, kiswahili e somalo: le prime due intese come “idiomi universali”, spiega nelle note del booklet, la terza come simbolo del legame di nascita con quella parte d’Africa. Disco scevro da patinature etniche, paternalismi (sempre in agguato quando gli artisti occidentali vanno nell’immenso continente africano), e ricerca di autenticità. Piuttosto, forte tensione civile, propensione al confronto, all’elaborazione dialogica, al porsi come mediatrice, ma anche cassa di risonanza di storie dall’Africa Orientale urbana e rurale. Non mancano ospitate di lusso, come quella di Thomas Gobena, basso dei Gogol Bordello, Luca “Vicio” Vicini dei Subsonica, ma a corroborare il suono sono soprattutto Federico Sanesi, maestro italiano delle tabla, e i musicisti africani incontrati nel corso del viaggio. Si presenta fresco e vivace sin dall’iniziale “Life Changanyisha”, brano di spiccata matrice afro con sprazzi in levare, e l’accoppiata kora di Cheikh Fall e chitarra battente di Francesco Loccisano. Ha una veste pop un po’ troppo pesante “From within”, mentre possiede un gran tiro “East African Women”, luminoso omaggio alle donne cantato con il gruppo vocale Kayamba Africa, e bei passaggi della fisarmonica di Barovero. Le voci dei bimbi della scuola di Olmapinu, sostenuta da Amref , al confine con la Tanzania, aprono “Wambie”, parola che in swahili significa “Raccontate a loro”, una canzone-testimonianza dalla linea melodica dolce ed essenziale. Cambio di atmosfera con “Xamar”, una delle tracce musicalmente più belle del lavoro, racconto della Mogadiscio che Saba ha lasciato da bambina, impreziosita dalla presenza del maestro di qanoun Rajab Sulyman e del violinista Said Ali, esponenti della musica taraab di Zanzibar, portato degli incroci sonori di Africa, mondo arabo e oriente. Si passa attraverso gli umori pop-latini di “Mamanita”, per giungere all’altro tributo alle donne, pilastro delle società africane, che è “Heskenna”, cantata con il collettivo di voci femminili somale Bismillahi Gargar, in cui la fusione di elementi sonori raggiunge punte elevate. La ninna-nanna “Only Babies” in stile pop ha il contrappunto delle voci del Kayamaba Africa, “Night in Manyatta” è il racconto delle suggestioni di una notte nella savana trascorsa con una comunità masai. La splendida “Mukulal” riassume il mescolamento del lavoro: su un tappeto percussivo di tabla che si fonde con il ritmo pop dance, Saba si unisce al coro dei ragazzi di Dagoretti (sobborgo di Nairobi), la voce da rapper di James Ndichu, gli ottoni arabi della Banda Ionica. Chiude il disco ancora la voce del rapper James, protagonista e simbolo scelto da Saba per raccontare speranze e difficoltà nella vita di una metropoli africana.
Vocalità potente e limpida (se non fosse vocabolo così abusato, si direbbe intensa) quella di Brunella Selo, artista con un curriculum eccezionale di cantante, autrice, attrice, ma anche didatta e musicoterapeuta. Ugola preziosa che purtroppo non sempre trova piena visibilità (il grande pubblico e il giornalista generalista l’hanno conosciuta per un’apparizione televisiva sanremese – peraltro magnifica – al fianco di Nino D’Angelo, immancabile citazione di ogni articolo scritto su di lei). Io sono Ulisse, pubblicato dall’etichetta partenopea di Ninni Pascale, usa la metafora dell’eroe omerico per dare vita ad un unicum concettuale. Tuttavia, non è l’usurata simbologia del viaggio di terra in terra a muovere le corde dell’anima di Selo, è piuttosto la consapevolezza del nòstos, il cercare Itaca negli affetti, nella quotidianità, “nella capacità di incontrare il mondo al di fuori di me”, racconta la cantante. I testi sono tutti scritti da Brunella, con inserti in spagnolo e portoghese, come già accaduto in lavori precedenti, perché pur ritornando a casa, occhi e orecchie continuano ad essere sensibili a musiche, fonemi e lingue del mondo. Liriche fortemente poetiche, introspettive, ma anche descrittive, votate ad osservare e scavare nell’interiorità, ma anche a raccontare inquietudini, cambiamenti, rabbia, ricordi, ispirazioni letterarie, sogni che si sono poi realizzati. Musicalmente fondamentale il contributo compositivo di Piero De Asmundis, Gino Evangelista, Daniele Sepe, amici di sempre, per un album che naviga tra folk ballad, canzone d’autore, pop dalle melodie mai banali, sprazzi jazz e umori latinoamericani. Palpita di emozioni questo disco di undici canzoni, tra le quali ci piace segnalare Noli me tangere, Diluvio Universale, Agua e Vinho di Egberto Gismonti, Filastrocche, scritta sulle note di Life in a tree di Michael Manring, Di terra e d’acqua, senza dimenticare Piccole storie dell’indimenticato Paolo Di Sarcina.
La recente pubblicazione de L’Imperdonabile, ha rappresentato per Michele Gazich una svolta importante per la sua vita artistica, vedendolo per la prima volta calato nei panni del cantautore. Si è trattata di una vera e propria rivoluzione copernicana, nata da un momento di sofferenza, e come spesso accade nel dolore spesso risiede anche la luce della speranza. In quest’ottica si inserisce anche lo splendido convegno, “Verso Damasco - Amore e carità in San Paolo - La Parola, la Musica e l'Arte”, curato dallo stesso musicista bresciano, e che si è tenuto dal 17 al 19 maggio a Brescia presso la Sala della Gloria dell'Universitá Cattolica del Sacro Cuore. Le tre giornate di studi hanno visto protagonisti il Vescovo di Brescia Mons. Luciano Monari, lo stesso Michele Gazich che ha parlato del canto 90 di Ezra Pound “Ubi Amor Ibi Oculos”, numerosi docenti universitari e studiosi di cinematografia, musicologia e teologia che hanno analizzato la figura dell’Apostolo Paolo, spaziando dalle fonti evangeliche all’arte fino a toccare la musica e l’arte.
La sera del 18 maggio, nella splendida cornice del Duomo Vecchio di Brescia, si è tenuto il Concerto Spirituale di Michele Gazich, che accompagnato da Marco Lamberti (chitarra, bouzouki, dulcimer, pianoforte) e dalla talentuosa Francesca Rossi (violoncello, seconda voce), ha ripercorso il suo repertorio spaziando dal primo disco con la Nave dei Folli fino al più recente L’Imperdonabile. Proprio i brani tratti dalla trilogia incisa con La Nave dei Folli, sono stati certamente la sorpresa più bella della serata, perché ad interpretarli è stato lo stesso musicista bresciano. La voce intensa e toccante di Michele Gazich ha riportato alla luce lo spirito originario e l’ispirazione che animava quei brani. L’aver usato come schermo la voce femminile nei tre dischi con La Nave dei Folli, è servito a veicolare le canzoni, ma ora appare evidente che sono le canzoni stesse a reclamare la voce del loro autore.
Gazich così non si è sottratto a questa prova, e il suo recitar cantando, i suoi toni bassi, ma allo stesso tempo profondi e intimi, hanno consentito agli spettatori di percorrere un sentiero poetico di grande suggestione, avvolti dalle mura di pietra del Duomo Vecchio, uno degli esempi più belli ed affascinanti di rotonda romanica in Italia. Dividendosi tra violino, viola e piano, il musicista bresciano ha eseguito quelli che possono essere definiti come le sue composizioni più poetiche, in cui il suo ispirato songwriting mescola suggesioni che spaziano dal cinema, all’arte, fino a toccare la spiritualità. Brillano così brani come Guerra Civile, vero manifesto programmatico del Gazich cantautore, la struggente l’Angelo di Saorge in una versione intensa e commossa, e quel piccolo gioiello che è Leggenda degli Amanti che Camminano Sul Filo. Tra i momenti più intensi del concerto vanno segnalate le superbe versioni di Verso Damasco, che interpretata dal suo autore e impreziosita dal bouzuki di Marco Lamberti si colora sorprendentemente di sonorità world, e della toccante Il Latte Nero Dell’Alba, senza dubbio uno dei vertici compositivi del musicista bresciano nel quale viene rievocata la figura e la vicenda di Paul Celan. Imperdonabile come i suoi numi tutelati Pierpaolo Pasolini, Cristina Campo ed Ezra Pound, Michele Gazich con questo concerto ha messo un’altra pietra angolare nella costruzione della sua carriera artistica. Il suo songwriting spirituale denso di vibrazioni, emozioni e poesia, rappresentano qualcosa di unico nella scena cantautorale italiana.
Sulle scene ormai da quasi quarant’anni e con alle spalle numerose collaborazioni di prestigio tra cui quella con l’indimenticato Johnny Cash, Marty Stuart negli ultimi anni ha intrapreso un interessante percorso di ricerca attraverso i vari rivoli che confluiscono nella grande tradizione musicale americana. Spaziando dall’antica passione per i bluegrass con l’ottimo Live At Ryman al gospel di The Soul’s Chapel fino al più recente Ghost Train, nel quale ritornava alle radici del sound di Nashville ripartendo dalle leggendarie sale dello Studio B. Il suo nuovo album, Nashville Volume 1:Tear The Woodpile Down, il secondo pubblicato per la Sugar Hill, nasce sull’onda del successo del Marty Stuart Show, da tempo ormai sui principali network americani, e riprende il discorso cominciato con il precedente lavoro, e lo amplia dando vita ad una vera e propria serie completamente dedicata alla country music e alla città di Nashville. Stuart ha dato così vita ad un disco nel quale viaggiano di pari passo tanto i ricordi personali, dalla gavetta appena sedicenne con Lester Flatt ai giorni gloriosi con Johnny Cash, quanto la ricerca di un sound nel quale convivano antico e moderno. Nelle note di copertina lui stesso sottolinea come ci sia l’esigenza di tornare alle radici perché "oggi la cosa più fuorilegge che tu possa fare a Nashville, Tennessee è suonare country". Mantenendosi così ben alla larga dalle sirene delle vendite e dai suoni mainstream, Stuart ci regala un disco di puro country, intenso, elettrico, forte, nel quale è riuscito a trovare il dosaggio perfetto tra suoni urbani, hillbilly e roots music, nel quale brilla l’intreccio tra chitarre elettriche, twang guitar e steel guitar. Al suo fianco come sempre i Fabulous Superlatives, arricchiti dalle presenze di Kenny Lovelace al fiddle e Buck Trent al banjo che contribuiscono in modo determinante alla caratterizzazione del sound. Durante l’ascolto si spazia dalla trascinante Holding on to Nothing, al travolgente country'n'roll acustico di Truck Driver's Blues fino a toccare la splendida ballata Sundown in Nashville. Non manca qualche divagazione strumentale come nel caso di Hollywood Boogie che celebra la grandezza di Buck Owens e i suoi Buckaroos e qualche spaccato intimista come nel caso dell’intensa The Lonely Kind. Vertice del disco è invece il country-rock southern della title track, Tear the Woodpile Down, che ci conferma a pieno come Marty Stuart sia uno dei pochi musicisti country a non suonare anacronistici e retorici. Chiude il disco la splendida versione acustica di Picture From Life's Other Side di Hank Williams, cantata in duetto con Hank III. Nashville Volume 1: Tear The Woodpile Down, ci conferma come Marty Stuart sia, senza dubbio, uno dei nomi più rappresentativi dell’American Music non solo per la sua capacità di saper confezionare ottimi dischi ma anche per il suo approccio rigoroso con la tradizione.
Il progetto musicale Taranta Minor raccoglie alcuni musicisti provenienti dal basso Salento, e nasce dall’incontro tra Ambrogio De Nicola (voce, chitarra e tamburello) già con Officina Zoè ed autore di alcuni brani della colonna sonora di Sangue Vivo di Edoardo Winspeare, e Angelo Litti (tamburello e voce), ai quali si sono uniti Giuseppe Profico (voce e chitarra), e Roland Koçillari (basso). Forte dell’esperienza maturata dai vari componenti singolarmente in varie formazioni locali, questo gruppo si è proiettato subito come una realtà importante della musica di riproposta salentina, proponendo un ricco repertorio che spazia dalla pizzica agli stornelli passando per i canti di lavoro e quelli d’amore. A corollario di una intensa stagione di attività live arriva H2941 – Allegro, disco di debutto dell’ensemble salentino, che raccoglie dieci brani tradizionali arrangiati da Ambrogio De Nicola ed eseguiti in modo brillante mescolando gli insegnamenti dei vecchi alberi di canto e qualche bella intuizione originale. Ispirandosi alla Costellazione del Ragno, i Taranta Minor attraverso questi dieci brani hanno voluto offrire all’ascoltatore una summa di quello che è l’enorme patrimonio della musica popolare salentina. Durante l’ascolto brillano così i canti d’amore come Quant'ave, Quannu camini tie e Ninnella ma anche i canti di lavoro della tabacchine come Fimmene, Lu Sule Calau e La Tabbaccara o ancora gli stornelli come Fior Di Tutti I Fiori. Non mancano due travolgenti pizziche come Pizzica Salentina e il classico Santu Paulu. Ciò che piace dei Taranta Minor è, senza dubbio, l’approccio rispettoso con la musica tradizionale e la loro genuina sincerità, e laddove manca la capacità di osare, il gruppo salentino non si risparmia imprimendo ai brani una intensità ed un energia difficilmente riscontrabili in altre realtà. H2941 – Allegro è dunque un ottimo disco e rappresenta senza dubbio una eccellente base di partenza per il futuro.
Geologo e docente di scienze, Gianfranco Grilli sin da giovanissimo ha coltivato la sua passione per la musica suonando l’organo e successivamente il sax soprano, successivamente dopo aver militato in alcuni gruppi della sua zona, si è dedicato alla musica elettronica ed in particolare alla ambient e alla musica new age. Nel suo percorso musicale vanta prestigiose collaborazioni tra cui quella con la RAI e quella con il conservatorio “G. Rossini” di Pesaro. Il suo debutto arriva nel 1997 con Heaven’s Corner, seguito da Il Tempio di Karnak entrambi molto apprezzati dal pubblico e dagli addetti ai lavori. Il musicista marchigiano recentemente ha dato alle stampe due dischi molto interessanti Memorie Of The OldDays e SkyFragments, entrambi registrati nel proprio studio casalingo di Mondavio e realizzati in collaborazione con la A.M. Songs & Music di Aldo Menti. Memories Of The Old Days, è composto da sei brani caratterizzati da atmosfere intimiste e meditative, in cui musica elettronica e ambient aprono uno spaccato nell’introspezione dell’autore, che sembra riflettere sul senso della vita, sul presente, sul passato, sul rimpianto.
In questo senso molto bella è anche la copertina del disco, nella quale il sole al tramonto racchiude molto bene il senso di malinconia latente che pervade i vari brani, quasi l’autore avesse voluto ripercorrere alcuni momenti della sua vita per scoprire quelle sensazioni e quei pensieri che prima non lo avevano mai sfiorato. Tra echi di Popol Vuh, Bian Eno e David Sylvian, Grilli con questo disco ha firmato senza dubbio la sua opera più poetica, un disco nel quale la musica si sostituisce totalmente alla parola diventandone piena manifestazione. Nato come continuo del precedente Dream Fragments, il secondo disco Sky Fragments si compone di una lunga suite di circa settanta minuti, in cui Grilli si cimenta con la musica minimalista, ripercorrendo le orme di Brian Eno. Il risultato è assolutamente sorprendente con le linee melodiche quasi ipnotiche che vanno ad incidere e scavare nell’inconscio, diventando un viatico per la ricerca di verità nascoste, quasi ogni scheggia sonora si trasformasse nella chiave per aprire varchi profondi nella nostra anima.
Memorie Of The OldDays e SkyFragments rappresentano le due anime di Gianfranco Grilli, l’una intensa e poetica, l’altra ancor più introspettiva ed auto confessionale, insomma due opere di ottimo livello che meritano un ascolto approfondito.
In occasione del recente ed applauditissimo concerto dei Coldplay a Torino, Blogfoolk pubblica un’interessante analsi sull’impatto sociale della musica di Chris Martin e soci. Un grazie ad Enrico Paolantonio, amico e lettore di Blogfoolk, che ci ha concesso questo breve saggio.
Salvatore Esposito
Qualche tempo fa osservavo come, ancora prima dell’uscita dell’ultimo album dei Coldplay, su YouTube già si potevano vedere cover perfette dei vari brani realizzati da ragazzi di tutto il mondo, Cina, Israele, Cile, Australia. Con il loro ultimo album, i Coldplay si consacrano come la “band della globalizzazione”, non solo perché incrociano stili e linguaggi musicali diversi, ma anche perché si fanno interpreti di un sound che potremmo definire universale e rappresentativo di quello che è il sentire musicale europeo. Realizzano la diffusione di quel nuovo processo di crescita interculturale mondiale che in Brian Eno a suo tempo aveva già affidato agli U2. Proprio a loro infatti sembrano sostituirsi per due motivi: il primo è banale ed è sostanzialmente anagrafico; quello più interessante risiede, invece, nel diverso impegno e messaggio della loro musica.
Gli U2 restano il simbolo di quel rock impegnato degli anni Ottanta e Novanta, che ha fatto irruzione nella società affermando il bisogno dei valori e dei principi di pace sociale, religiosa e politica (Gloria, Pride-In The Name Of Love, Acthung Baby, Zooropa, etc.) e così si sono ritagliati il particolare ruolo di interlocutori dei Grandi Del Mondo, diventando la voce autorevole ed autorizzata del rock rispetto all’ “establishment” politico dell’Occidente (pensiamo alla lotta per la cancellazione del debito nei paesi in via di sviluppo). In questo senso gli U2 rimarranno un "punto fermo" nella storia della musica contemporanea. I Coldplay non sono nati con la decisa connotazione politica degli U2, e fin dagli esordi hanno pensato soprattutto a far parlare la profondità del loro universo musicale. La loro musica è arrivata al cuore e al cervello con una semplicità e un’intensità spaventosa.
Sono stati subito compresi, suonati e meravigliosamente reinterpretati dai ragazzi talentuosi di tutto il mondo che percepiscono, nelle loro sonorità quei messaggi universali, destrutturati dalle visione politico-ideologiche, liberamente decodificati e disvelati a tutti, siano essi la bellezza della vita (Viva La Vida), la velocità del suono (Speed of Sound), la vita tecnologica (Life in Technicolor), etc. In questo senso sono tra i pochi occidentali (bianchi) a poter essere musicalmente compresi e amati nel mondo, senza essere idolatrati come Michael Jackson o Madonna. A differenza delle altre grandi rock-band risucchiate dal grande carrozzone mediatico, i Coldplay sembrano riuscire, non solo con la musica ma anche con i testi a by-passare la totale massificazione musicale e culturale prodotta dalla globalizzazione, attraverso messaggi che colgono la improvvisa crisi economico sociale che si è creata nei paesi evoluti dell’occidente e che contraddistingue questa paradossale vita di benessere tecnologico e di crisi del lavoro delle generazioni di oggi. Se leggiamo il testo di Every Tear Is a Waterfall, c'è un verso che è quasi un vero manifesto rivoluzionario e recita: "preferisco essere una virgola che un punto".
Credo che si esprima un mutamento esistenziale a dir poco epocale. Se ci pensiamo, la loro musica e le loro canzoni sembrano affrontare le idiosincrasie del mondo di oggi e sembrano volergli contrapporre la loro visione dell’uomo - virgola e non punto – uomo non più barricato al passato fatto di quei capisaldi ideologici, religiosi, sociali e culturali che avevano animato le generazioni di giovani vissute nei decenni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale , di fatto superato dai mutamenti della storia, dalla globalizzazione informatica e tecnologica, dalla scomparsa dei confini economici e politici (pensiamo all'entrata dell’Euro) dalla caduta dei Muri (e quello caduto a Berlino spiega davvero parte della complicata epoca che stiamo vivendo). Questa band prova più che mai a lanciare tanti piccoli nuovi messaggi a tutto il mondo, parlando di dimensioni forse ultraterrene, come il Paradiso (Paradise) forse fantasiose come i personaggi dei fumetti (Charlie Brown), ma credo, invece, espressive più che mai di una nuova portata sociale sì globalmente condivisa, di un nuovo orizzonte e di un nuovo domani comune, dove conta la forza di ogni persona se unita alle altre in un avvenire comune; come è importante non disperdere ogni lacrima versata che unita alle altre diventa cascata, così è importante non perdere il contributo di idee e di energia di ogni singola persona, di ogni piccola virgola che si collega alle altre e non vive come punto a sé stante. E’ nel messaggio di comprensione e di condivisione mondiale del senso sociale e umano della potenziale portata di questo dilagare di tecnologia che i Coldplay si trovano a esprimere un ruolo che forse mai si sarebbero sognati di avere. Siamo entrati nell’era del mercato globale e non mi stupirei se presto un giorno i Coldplay, come John Lennon negli anni Settanta, come gli U2 negli anni Novanta, volontariamente o no diventassero una voce credibile e autorevole per sostenere la nuova battaglia contro le planetarie diseguaglianze sociali create dal bisogno di mercati a danno della società civile.
E adesso? Adesso che l’unica figlia di Elvis, l’ex signora Jackson (nel senso che è stata anche sposata con Michael Jackson) , adesso che Lisa Marie ha fatto un disco prodotto da T Bone Burnett come la mettiamo? Se si chiamasse Lisa Light from Tucson diremmo tutti tranquillamente che il disco in questione, pure non un capolavoro di scrittura, è sicuramente un bel disco, con atmosfere maudit ed europee anche se saldamente infilato nel solco della grande musica americana. Certo, per il geniaccio TBone deve essere stata una tentazione troppo forte quella di produrre un disco per la figlia di colui che ha tracciato quel solco.
Possiamo disquisire di onesta’, verità, urgenza espressiva in ogni caso il disco in questione ha una sua particolarità: a me ricorda il piglio vocale di TRacey Thorn degli Everything but The Girl, fateci caso. I musici sono come al solito, quanto di meglio la scena intelligente americana possa offrire, su tutti si staglia con i suoi toni gessosi e nebbiosi l’astro nascente del drumming Jay Bellerose già con Joe Henry. Qualche canzone è stata scritta da Richard Hawley ed Ed Harcourt, testimonianza di una volontà di uscire dagli schemi. La produzione è sicuramente di alto livello, di quelle che in italia ci scordiamo. Elvis credo apprezzera’, dalle ultime notizie fa il benzinaio da qualche parte in Montana, si è fatto crescere la barba e canta solo la domenica.
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