BF-CHOICE: Giuseppe D'Avenia D'Andrea - Ballate d'Argilla

“Ballate D’Argilla” di Giuseppe D’Avenia è un’opera sorprendente, che si snoda tra idiomi tradizionali lucani e influenze del chitarrismo anglo-celtico. Un'antologia di storie locali dal respiro mediterraneo ed europeo...

BF-CHOICE: Gigi Biolcati - Da Spunda

Precipitato delle esperienze accumulate, cantato in italiano e in dialetto santhiatese, "Da Spunda" è il primo disco solista per l'eclettico percussionista Gigi Biolcati. E' come un guardarsi allo specchio; un one-man-band che sgombra il campo da cliché folk facendo tutto da solo...

BF-CHOICE: Peppe Voltarelli - Voltarelli canta Profazio

Come «l’energia di un’onda che sbatte sulla riva»: il canzoniere del folksinger Otello Profazio riletto da Peppe Voltarelli, un progetto che viene da lontano, con il progessivo avvicinamento a questa multiforme personalità da parte di un artista che non si ferma mai...

BF-CHOICE: Flo - Il Mese del Rosario

“Il mese del rosario” è un album acustico pieno della profondità femminile, in cui coesistono poetica crudezza e desideri, ombre scure e amori violenti, memorie familiari trasfigurate e spunti narrativi che diventano cronache individuali e collettive, storie scomode, perfino inconfessabili:...

BF-CHOICE: Stefano Saletti e Banda Ikona - Soundcity

“Mediterraneo come intersezione, luogo di antiche persistenze e di nuove contraddizioni, di migrazioni, fughe e diaspore, di ferite, di sangue e di lutti ormai quotidiani. Mare plurale (Matvejević), di transiti culturali, di musiche prossime per tratti comuni (di ieri e di oggi), di remote e ritrovate assonanze...

giovedì 22 settembre 2016

Numero 273 del 22 Settembre 2016

Per raccontare di musiche, “Blogfoolk” n.273 parte dal Salento degli Alla Bua, il cui front-man, Gigi Toma, presenta in un’intervista “Salenticidio”, il nuovo disco dello storico gruppo originario del tacco d’Italia. Percorriamo ancora le strade artistiche del nostro paese per parlare dell’elegante “Presentimento”, secondo album nato dalla collaborazione tra Peppe Servillo e il Solis String Quartet. Apriamo la finestra world con  il disco consigliato della settimana “Storied Sounds” della fisarmonicista Tuulikki Bartosik, che conferma la vitalità della scena nu-trad estone. Di nuovo in Italia, per parlare de “La Serena”, l’opera prima del trio pugliese La Cantica De La Serena. Dai palchi, ecco la cronaca da “Li Ucci Festival”, andato in scena dall’11 al 17 settembre a Cutrofiano (LE). Questa settimana la rubrica Storie di Cantautori commenta le Targhe Tenco, i cui vincitori sono stati resi noti lo scorso 20 settembre. Alle riflessioni sul campo, nate tra la commissione pre-selezionatrice (di cui Salvatore Esposito e lo scrivente hanno fatto parte) e la giuria, abbiamo affiancato le considerazioni di Enrico de Angelis, responsabile artistico del Club Tenco. Dal nostro scaffale abbiamo selezionato per voi “Qualcosa Arriverà”, retrospettiva corale per testi e immagini dedicata a Pino Daniele, curata da Giorgio Verdelli e Alessandro Daniele. Di nuovo dischi in primo piano, con due lavori che mettono al centro la Sardegna: prima le geniali esplorazioni sonore di “Vostok” della Piccola Orchestra Gagarin, guidata da Paolo Angeli, poi “Skipper Doll. Concerto per 34 corde” del chitarrista Massimo Ferra. In conclusione, cogliamo l'occasione per ufficializzare che il "Festival delle Ciaramelle per Amatrice", di cui Blogfoolk è organizzatore insieme all'Associazione Culturale For.Mu.S., andrà in scena a Perugia dall'11 al 12 novembre. A breve renderemo noti anche i dettagli sul programma artistico.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
STORIE DI CANTAUTORI
LETTURE 
SUONI JAZZ
STRINGS

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Alla Bua – Salenticidio (Musicomania Produzioni Discografiche, 2016)

Storica formazione della scena musicale salentina, gli Alla Bua muovono il loro primi passi nel 1990 inizialmente tra le ronde della storica festa di San Rocco a Torrepaduli, nelle notti itineranti del canto pasquale di Santu Lazzaru, e nelle feste nelle corti tra vino, voci e tamburi a cornice, e pian piano si sono evoluti in una formazione più stabile, che li ha condotti nove anni dopo al debutto discografico con “Stella Lucente”. Animati dal desiderio di riproporre e valorizzare la tradizione musicale salentina, e seguendo la linea programmatica incisa nel loro nome - che in griko vuol dire altra cura, altra via - gli Alla Bua hanno improntato il loro cammino artistico verso l’esaltazione del potere curativo e liberatorio della musica sul palco. Ad una intensa attività live tra l’Italia e l’estero ha corrisposto un percorso discografico, progressivamente caratterizzato dalla presenza di brani originali, e che trova la sua espressione più compiuta nel recente “Salenticidio”. Nel corso dell’ultimo appuntamento della Rassegna La Notte Incanta, evento collaterale alla ragnatela di concerti del Festival Itinerante de La Notte della Taranta, abbiamo intervistato Gigi Toma, fondatore e percussionista degli Alla Bua, per approfondire insieme a lui questo nuovo lavoro che celebra i vent’anni di attività della formazione salentina.

Come nasce “Salenticidio”…
Nasce come sono nati tutti i dischi di Alla Bua, cioè attraverso un minuzioso lavoro di gruppo, tanto dal punto di vista musicale, quanto da quello della ricerca sui testi. In linea generale abbiamo seguito il metodo di sempre, senza aggiungere nulla di speciale, l’unica particolarità consiste in una maggiore attenzione verso i temi di attualità, come nel caso del brano che da il titolo al disco “Salenticidio”, nato su un testo di Giovanni Epifani. Dal punto prettamente musicale abbiamo cercato di sviluppare sonorità nuove, diverse anche per assecondare le tematiche impegnate di alcuni brani.

Dal 1990 ad oggi come si è evoluto il suono degli Alla Bua?
Il nostro suono si è evoluto in modo naturale, così come si evolvono i costumi e la società. E’ chiaro, però, che per aumentare sempre di più il livello qualitativo è stato necessario inserire man mano nuovi strumentisti in grado di misurarsi con difficoltà e contesti differenti. In questo non voglio parlare a titolo personale perché gli Alla Bua sono un gruppo forte, e solo perché sono il più anziano di età mi etichettano come leader, ma in realtà non esiste una guida unica, ma un lavoro di un gruppo costruito, negli anni, grazie a quei musicisti giovani che sono presenti attualmente nella line-up. 

Ci puoi presentare i musicisti di Alla Bua?
Cercherò di farlo seguendo l’anzianità in modo da non creare disparità. Alle chitarre abbiamo Dario Marti, Fiore Maggiulli ai tamburi a cornice e alla voce, Irene Toma alla voce e all’oboe, Francesco Coluccia alla fisarmonica e Michele Calogiuri al violino. 

Quali sono le principali differenze tra “Salenticidio” e i dischi precedenti?
Non credo ci siano grandi differenze, credo che questo nuovo album sia stato un po’ più pensato e ricercato e meno improntato all’improvvisazione. Abbiamo lavorato molto sulle musiche, curando maggiormente gli arrangiamenti, cercando di rinnovare in qualche modo il nostro suono. La particolarità degli Alla Bua è proprio questa, cercare di esplorare nuove sonorità senza dimenticare da dove arriviamo. Le nostre radici sono ben salde e non possiamo dimenticarle mai. Qualcuno diceva “chi dimentica il proprio passato è condannato a riviverlo” ed io sinceramente non voglio riviverlo. E’ inutile che stiamo qui a parlare del passato, della musicalità di una volta, perché quelle condizioni in cui si è sviluppata la nostra musica, non ci sono più fortunatamente. E’ impossibile pensare di ritornare nelle campagne e lavorare con la zappa per dodici, tredici, quattordici ore sotto al sole. Questo non esiste più, e di conseguenza non capisco perché la musica debba rimanere ancorata a quelle situazioni che non ci appartengono più non solo come salentini ma anche come popolo del Sud. 
Non abbiamo più bisogno del morso della Tarantola per andare in una piazza e ballare liberamente. Questo ritengo sia una reazione molto forte per un popolo sottomesso per anni in queste condizioni. Le donne non potevano uscire di casa, o ancora era assurdo vederle uscire senza il fazzoletto, il cosiddetto “maccaturo”, in testa. Se la nostra musica ha contribuito in qualche modo a tutto questo, io sono veramente molto fiero.

Torniamo più direttamente a “Salenticidio”, un brano legato ad una storia molto forte che ha segnato il vissuto dell’autore del testo…
Interpretare questo brano è stata per noi un’emozione fortissima, in quanto in esso è racchiusa una vicenda realmente accaduta. Ci ha colpito molto anche l’invito a reagire, alla resistenza, infatti ad un certo punto nel brano c’è un verso che dice: “alza la capu e difendi la terra” (alza la testa e difendi la terra), e questa voglia di proteggere il nostro territorio è un sentimento che sentiamo tutti all’interno del gruppo. Tutti coloro che hanno ascoltato il brano hanno sottolineato proprio questo significato duplice, non solo la storia toccante che racchiude, ma anche l’invito a difendere il Salento. In “Salenticidio” è racchiuso un po’ il lato scuro della nostra terra, i temi che tendiamo a dimenticare a favore del divertimento. Passate le vacanze estive, le feste in piazza, le sagre, noi torniamo ogni giorno a confrontarci con Cerano, con l’Ilva, con la provincia di Lecce che ha il tasso più alto di tumore ai polmoni, o ancora lo scempio della TAP. 
C’è un inquinamento nascosto, mascherato, ma in realtà esiste ed è tanto forte da sfregiare in modo irrimediabile questa terra. Il testo di Giovanni Epifani in questo senso lancia un messaggio molto chiaro e molto forte.

Quali sono gli altri temi del disco?
Innanzitutto c’è quello più scontato che è l’amore inteso come passione verso la persona amata, ma anche verso la propria terra, poi ovviamente c’è anche il tema del lavoro. Abbiamo inserito anche un brano strumentale per evidenziare proprio questa fase di ricerca sulla musicalità che ha caratterizzato il disco. 

Nel dico è presente anche una bella versione di “Klama” di Franco Corlianò, poeta ed autore della Grecìa Salentina, scomparso qualche anno fa…
La scelta di questo brano è stata di Dario Marti che rappresenta l’anima grika del gruppo, personalmente non avrei mai potuto interpretarlo, non avendo la conoscenza della lingua. Dario conosceva personalmente Franco Corlianò, il quale lo ha sempre invitato a cantare questo brano, e finalmente in questo disco abbiamo deciso di inserirla. I brani della Grecìa Salentina hanno un anima profonda, da riscoprire, qualcosa che va ben oltre il ritornello cantato in coro di Kalinifta. Interpretare questa canzone ha significato riscoprire l’anima profonda di questa canzone, non so se ci siamo riusciti ma certamente ci abbiamo provato.

L’attitudine degli Alla Bua è quella del palco. Ci puoi raccontare com’è il vostro concerto di presentazione di “Salenticidio”?
Gli Alla Bua sono quelli di sempre con il loro grande e forte ritmo. Ad agosto abbiamo suonato ogni sera per trenta giorni, e continueremo così fino alla fine di ottobre, quando saremo a Zurigo per l’ultima data di questo tour, per quest’anno. Poi non sappiamo cosa accadrà. Prima di essere un gruppo, gli Alla Bua sono un gruppo di amici nella vita, e questa è la nostra forza. Basta solo uno sguardo e sul palco ci capiamo al volo. Il nostro tour non finisce mai, è come incontrarsi ogni giorno, raccontarsi le storie, le cose. Non ci pesa per niente andare in giro, e siamo molto presi dalla nostra attività dal vivo, perché si può andare in una piazza dove ci sono diecimila persone e quella in cui arrivi a poco meno di duecento, o dove trovi solo gli anziani del paese. La gioia di suonare per queste persone è talmente grande, che finito il concerto ti senti veramente bene, e riprendi la carica. 



Alla Bua – Salenticidio (Musicomania Produzioni Discografiche, 2016)
A tre anni di distanza da “Russu Te Sira”, i salentini Alla Bua tornano con “Salenticidio”, nuovo album nel quale hanno raccolto undici brani di cui ben dieci originali, che nel loro insieme compongono una sorta di concept album, nel quale il travolgente ritmo dei tamburi a cornice, diventa lo strumento per “per trasmettere l’importanza fondamentale della tutela e salvaguardia del nostro ambiente”. “Questo disco nasce con l’intento di trasmettere la necessità di andare oltre la bellezza del mare e l’esigenza di far corrispondere alle acque cristalline lo specchio di una società sempre più consapevole e protagonista del proprio futuro”, si legge nelle note di presentazione dell’album, e per comprendere tutto ciò basta ascoltare la title-track, il cui testo di Giovanni Epifani rappresenta il crudo e struggente ritratto di un Salento sfregiato dai fumi tossici di Cerano e dell’ILVA di Taranto e segnato dall’aumento dei tumori, un Salento diverso da quello delle estati da cartolina. Ben lungi dalla museizzazione della tradizione, gli Alla Bua attraverso i brani di “Salenticidio” intendono esorcizzare i mali e le sofferenze del presente, proprio come la pizzica pizzica liberava i tarantati dal morso del ragno. L’ascolto rivela un lavoro sincero, intriso di amore e passione per la tradizione, ma allo stesso tempo animato dal desiderio di raccontare il presente, intrecciando gli stilemi della tradizione con le sonorità del presente. Gli arrangiamenti si reggono sull’intreccio tra la fisarmonica di Francesco Coluccia, il violino di Michele Calogiuri e la chitarra di Dario Marti, sostenuti dal ritmo incessante dei tamburi a cornice di Fiore Maggiuli, che fanno da cornice perfetta per le voci di Irene e Gigi Toma. Aperto dal canto alla stisa di Irene Toma che intona il tradizionale “La Tabaccara”, il disco mette subito in fila “Chiazza”, “Maletiempu” e “Terra Russa” tre pizziche trascinanti ed intense che fanno da preludio al canto d’amore “Core Meu” e alla già citata “Salenticidio”. La seconda parte si apre con il ritmo coinvolgente della pizzica pizzica d’amore “Eccume” e con la bella versione del canto in griko “Clama” di Franco Corlianò. Il gustoso trittico composto da “Strignu”, “Suspiri” e “Ceddru” completano un lavoro che certamente verrà ricordato per essere uno dei più rappresentativi della formazione salentina.


Salvatore Esposito

Peppe Servillo & Solis String Quartet – Presentimento (iCompany, 2016)

Consolida il felice sodalizio artistico tra il cantante Peppe Servillo e il quartetto d’archi Solis String Quartet l’uscita di “Presentimento”, a distanza di tre anni da “Spassiunatamente” che l’inaugurò. “Presentimento” è una raccolta di canzoni napoletane ispirate ai rapporti d’amore e reinterpretate dalla voce calda e carezzevole di Peppe Servillo. Spazia tra brani raffinati e celeberrimi composti nella prima metà del XX secolo, proponendo le creazioni di E.A. Mario “Canzone appassiunata” e “Presentimento” - che dà il titolo all’album - , “M’aggia curà” di Pisano e Cioffi, ”Tarantella segreta” di Raffaele Viviani, “Mmiez’o grano” di Nicolardi e Nardella, “Tutta pe me” di Fiore e Lama, “Palomma” di Armando Gill e “Scalinatella” di Bonagura e Cioffi, con l’aggiunta di “So’ le sorbe”, sarcastica composizione del maestro di cappella d’epoca settecentesca Leonardo Vinci, inserita nel libretto dell’opera buffa “Lo cecato fauzo”. “Presentimento” si riferisce anche all’idea che gli artisti siano un po' veggenti, degli interpreti della realtà in grado di coglierne anticipazioni e segreti. In effetti, le canzoni si addensano intorno a pene d’amore, inganni e segreti, paura di perdere la donna amata, amori passati. Dai testi struggenti e ricercati che hanno fatto la storia della canzone napoletana, quest’album cerca di estrarre il nucleo di emozioni più intimo. Notevole lo spazio espressivo affidato al valente quartetto d’archi formato da Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio (violino), Gerardo Morrone (viola) e Antonio Di Francia (violoncello e chitarra), con il quale si realizza un dialogo attraverso continui rinvii tra il canto e gli strumenti: nell’ironica “M’aggia curà” la parte strumentale enfatizza l’interpretazione “teatrale” di Servillo, così come accade in “Canzone appassiunata”, brano dal vibrante arrangiamento à la Piazzolla. Anche in “So’ le sorbe”, la sanguigna interpretazione di Servillo rimanda costantemente alla gustosa, brillante esecuzione del quartetto d’archi, in piena atmosfera settecentesca. Accanto alle canzoni, le composizioni strumentali dei Solis “MozarTango” e “Tarantella del Vesuvio” fanno apprezzare la timbrica e la ritmica del quartetto d’archi: “MozarTango”, incalzante, drammatica, elegante, gioca con la melodia di “Libertango” aggiungendo a questo lavoro un tocco dinamico in crescendo, mentre la “Tarantella” apre le porte ad un soffio fresco di scatenata, incalzante danza. L'ascoltatore che seguirà il CD nelle undici tracce che lo compongono, potrà essere colto da stati d’animo diversi: “Tarantella segreta” ci fa ‘intuire’ il sorriso ironico di Servillo; si passa, invece, attraverso il melodramma in “Presentimento” oppure dentro la nostalgia in “Mmmiez’o grano”. Attenzione e cura per le parole, pathos, abilità nei chiaroscuri, teatralità nel canto ci avvolgono; pause e note si rincorrono ed incalzano. Il cantante della Piccola Orchestra Avion Travel, che negli ultimi anni si sta cimentando con successo con la ‘parola’ napoletana anche insieme al fratello Toni, attore, veste queste canzoni con gusto moderno; nella ricerca di una rinnovata espressività le offre su un piatto d’argento facendole risplendere anche grazie all’asciuttezza ed all’incisività con cui le reinterpreta. In tutto l’album la voce e gli archi lavorano alla pari con arrangiamenti squisiti, messi a punto da un Solis String Quartet in forma smagliante. 


Carla Visca 

Tuulikki Bartosik – Storied Sounds (RootBeat Records, 2016)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

“Storied Sounds” è un disco che conferma la buona salute musicale della scena nu-trad estone (una visita al Tallinn Music Week Festival o al Viljandi Folk Festival ve lo confermeranno), caratterizzata dal coinvolgimento transnazionale di molti artisti, dalla loro pratica di collaborazione fondata sullo scambio, su patrimoni sonori condivisi per scelta estetica oltre che per appartenenza nazionale. A dire il vero, se riducessimo a espressione del neo folk estone la musica contemporanea prodotta dalla quarantenne fisarmonicista Tuulikki Bartosik (suona fisarmonica a bassi sciolti, metallofoni e canta) peccheremmo di approssimazione, considerata l’apertura compositiva di un’artista di formazione classica con un master in musica tradizionale conseguito all’Accademia Sibelius di Helsinki. Tuulikki proviene dalla contea sudorientale di Võrumaa, di cui ha subito il fascino del patrimonio naturalistico (foreste, specchi d’acqua, fauna) e sonoro, padroneggia cinque lingue e tre linguaggi musicali (estone, finlandese e svedese). La sua fisarmonica si espone liberamente nel duo Chatterbox in coppia con l’inglese Hannah James, nel sodalizio con la cantautrice estone Mari Kalkun e con il gruppo Pastacas, e, naturalmente, in questo CD a suo nome, che la vede protagonista con l’ottimo pianista finlandese Timo Alakotila, suo mentore da più di vent’anni, con il connazionale Villu Talsi al mandolino e con il valente chitarrista Dylan Fowler. nato in Libia ma di origini gallesi. “Storied Sounds”, pubblicato da una piccola label indipendente inglese, è infuso profondamente del fascino dei luoghi, tanto che le tracce composte da Bartosik si alternano o si mischiano a registrazioni dell’ambiente naturale e del mondo animale. 
Musicalmente, Bartosik attinge alle tradizioni di Scandinavia ed Estonia, con influenze classiche e sequenze di segno improvvisativo. Nell’inziale “Daniels Polska” le atmosfere minimali e liquide del piano diventano un tema danzante con l’ingresso della fisarmonica. Il fluire dell’acqua di un fiume e il crepitare della legna di un caminetto s’intersecano alla bella melodia della fisa in “November”; incursione di gabbiani in “Tormilind”, sviluppata in dialogo tra mantice e pianoforte. Se in “Time?/Aeg?” Bartosik spinge sul piede della sperimentazione, le figurazioni di “Leo Slängpolksa” si impongono a tale punto che il brano è tra i picchi del disco, anche in virtù della presenza del mandolino di Villu Talsi. Invita a cogliere le sfumature la melodia sottile di “Theo the Tiger/”Theo valss”, che vede il mantice di Tuulikki in felice combinazione con la chitarra di Fowler. Altrove, i quasi nove minuti di “Josefins Vaggvissa” portano in primo piano l’assetto in trio, che si produce in un gioco emozionale, fondendo improvvisazione e voce riflessiva della fisarmonica. Se “Zeltini secrets/ Zeltini saladused” è un intermezzo di umore nipponico, la successiva “Orsa” ci trasporta di nuovo nell’ambito coreutico della Scandinavia. Quanto alla magnetica “Moon Salutation”, essa è costruita su una sorprendente combinazione timbrica di bordone e vocalizzi. Si cambia registro nei due brani che conducono alla conclusione di questo disco, “To Hannah&Ben” e “Karins Brudpolska”: in entrambi è evidente non soltanto il processo di assimilazione di forme tradizionali, con un’accentuazione del portato ritmico di espressione danzante nella polska finale, ma anche la cifra estetica innovativa di chi come Tuulikki Bartosik, trabocca di memoria, ma è vincente nell’allargare gli orizzonti e le possibilità dello strumento sulla scia di altri campioni nordici della fisarmonica. 


Ciro De Rosa

La Cantiga De La Serena – La Serena (Workin' Label/I.R.D., 2016)

La Cantigas de la Serena è un trio, di base in Puglia, nato nel 2008 con l’intento di recuperare, rielaborare e riproporre la musica antica del bacino del Mediterraneo, unendo strumenti tradizionali e classici a momenti di improvvisazione. Il loro esordio discografico “La Serena” è un bel disco dedicato in massima parte alla musica degli ebrei sefarditi, cacciati dalla penisola iberica (“Sefaràd”, appunto, in ebraico) dopo la cossidetta “reconquista”, alla fine del quindicesimo secolo. La diaspora sefardita si è diretta verso Italia, Grecia, Balcani, Turchia e persino Nord-Africa. Nella migrazione, le popolazioni hanno connotato le proprie espressioni musicali contaminandole con la cultura musicale locale; ecco spiegato l’uso di strumenti musicali propri della cultura araba come ûd e tamburi a cornice e a calice, di strutture modali che si rifanno ai maqam e di tempi asimmetrici. “La Serena” è un lavoro sobrio negli arrangiamenti, ma entusiasmante, ben suonato, e, soprattutto cantato benissimo da Fabrizio Piepoli, già cantante dei Radicanto e, senza dubbio, una delle migliori voci del panorama italiano. La parte strumentale è affidata ai flauti di Giorgia Santoro, protagonista assoluta nei due strumentali ed eccellente nelle parti improvvisative, alle corde (ûd e cittern in particolare) del bravissimo Adolfo La Volpe, anche lui membro dei Radicanto, e ai tamburi a cornice dello stesso Piepoli (che suona anche il santur), spesso rinforzati dal riqq di Roberto Chiga dei Kalàscima. Siamo lontani insomma dall’affollamento sonoro a volte quasi irritante di progetti come come “Amàn Amàn” de L'Ham de Foc, (comparare la loro versione di “Si Verias” con quella del trio per comprendere quello che dico) o dalla veste pop di arrangiamenti come quelli del disco “Flamenco Judaico” di Timna Brauer, eppure la sensazione è che all’impianto sonoro del trio non manchi veramente niente, che suoni perfetto già così. Il repertorio comprende alcuni classici (la title-track, conosciuta anche come “Si la Mar era de Leche”, o le bellissime “Hija mi Querida” e “Asentada in mi Ventana”, già sentite nelle versioni di Françoise Atlan e Yasmine Levy) e alcune sorprese come la già citata “Si Verias”, che suggerisce come la migrazione dei sefarditi verso l’Est-Europa (Sarajevo era denominata “la Gerusalemme dei Balcani”) abbia favorito l’assorbimento anche di comportamenti musicali (es. l’uso dei tempi dispari) tipici della zona, e i due brani non sefarditi: l’evocativa “Reis Glorios, Verais Lum e Clartatz”, canzone del trovatore provenzale Giraut de Bornell (1160 ca.), emozionante nella resa vocale e essenziale nel tappeto strumentale affidato al bouzouki, all’harmonium e a un flauto basso, e la finale “A Madre Do Que a Bestia”, facente parte del corpus delle Cantigas di Santa Maria di Alfonso “El sabio”. Il repertorio è affrontato con idee chiare e perizia, tanto da non poter muovere nessun tipo di osservazione all'esecuzione e, tantomeno, agli arrangiamenti: un disco maturo, appassionato e consapevole. Il lavoro è pubblicato dalla Workin, giovane label leccese, già titolare di un catalogo importante fra jazz, “etno-world” e songwriting. 


Gianluca Dessì

Li Ucci Festival, Cutrofiano (Le), 11-17 Settembre 2016

Cutrofiano, terra d’argilla, terra de Li Ucci, terra di mani sapienti che hanno creato e modellato negli anni, vasi, fischietti in terra cotta e musica. Da questa mescola, diluita non solo con acqua, nascono Li Ucci, gruppo storico salentino, cantori e custodi di una tradizione che rivive in questo festival. Nessun vaso greco da contemplare attraverso il vetro spesso di una teca, niente filtri, questo è il festival di Cutrofiano, non è soltanto “Pizzica di Cutrofiano”, non è solo “Pizzica degli Ucci”, è l'essenza della musica, questo profumo di note floreali, è visibile negli addobbi e nei mazzi di fiori offerti dai fiorai, come benvenuto alle donne di questo festival. Proprio a Cutrofiano si è conclusa sabato 17 settembre la VI edizione de Li Ucci Festival: nove giorni di festa, sotto la direzione artistica del percussionista Antonio Melegari. All’interno di questo contenitore culturale, si sono susseguiti concerti, premiazioni, proiezioni di documentari, biciclettate culturali, mercatini artigianali di qualità e biologici, costruzioni artigianali dal vivo di ciaramelle e zampogne e tanto ancora, aspettando il Concerto-Evento di sabato 17. Il turismo di massa è fuggito a gambe levate o lavate dalle prime gocce d'acqua cadute a settembre. 
La stagione può incominciare a essere definita bassa, ma la qualità di questa manifestazione resta sempre alta, confermandosi all'altezza della mission che gli organizzatori si sono prefissati di raggiungere "ricordare prima di tutti i cantori de “Li Ucci“, lo storico gruppo cutrofianese custode degli stornelli, dei canti d’amore e di lavoro, spesso improvvisati al ritmo del tamburello. 
Uccio Bandello, Uccio Aloisi e Narduccio Vergaro sono stati depositari e interpreti di una tradizione raccolta e coltivata da una nuova generazione di musicisti, cantori e ricercatori. Nel corso degli anni, il gruppo ha coinvolto anche Uccio Melissano, Uccio Casarano, Uccio Malerba, Pippi Luceri, Giovanni Avantaggiato, Pino Zimba e Ugo Gorgoni. Nella serata conclusiva il pubblico è quello delle grandi occasioni, la piazza è stracolma di gente. Il canta-attore P40 e Donna Lucia sono i primi a esibirsi, aprendo il Concerto-Evento, seguiranno a stretto giro oltre 50 artisti, accompagnati da Li Ucci Orkestra, una band composta da 20 musicisti. Tantissime le donne sul palco, da Marina Leuzzi a Lina Bandello, Federica Caroppa, Francesca Ruggeri, Antonella Fiorentino, Michela Sicuro, le danzatrici Laura Boccadamo, Cristina Frassanito, Veronica Calati, Stella Temperanza, Sara Albano. 
Il pienone è ovunque, anche sul palco, sono in tanti questa sera a chiamarsi Antonio, l'accrescitivo in questo caso di Uccio, uno dopo l'altro si alterneranno, Mino Giagnotti, Antonio Amato, Gigi Marra, Antonio Castrignanò, lo stesso Antonio Melegari e tanti ancora, accompagnati dagli arrangiamenti travolgenti dell'Orkestra. Chiediamo al direttore artistico Antonio Melegari di parlarci di questa VI edizione: “Abbiamo scelto di accostare ad alcune voci più mature già con esperienza del palco, voci giovani e fresche ma con gran talento. Un Salento che offre tanti artisti e noi siamo alla ricerca sempre di volti e voci nuove. Siamo soddisfatti della riuscita del festival, ovviamente dove la semplicità è padrona di casa e va a braccetto con la professionalità dei musicisti coinvolti. Abbiamo deciso di scommettere nella destagionalizzazione ed è una scommessa che abbiamo vinto. Le tantissime persone presenti si sono lasciate coinvolgere emotivamente, in questi nove giorni, sette di festival e poi anteprima e festa finale. Tutte serate interessanti musicalmente, dove il pubblico è stato fino alla fine ad ascoltare, ballare e divertirsi. Siamo convinti di avere un bel pubblico di qualità, il turismo che portiamo a settembre è di gente davvero interessata a ciò che stiamo facendo. 
A Cutrofiano, le strutture ricettive (hotel, b&B) hanno avuto un ottimo riscontro. Soddisfazione tanta, sacrifici tanti e lavoro tanto. Le istituzioni dovrebbero essere più attente verso questo festival, perché per realizzarlo sono necessarie grandi risorse e con maggiori contributi potremmo certamente ampliare la proposta culturale. Il nostro obiettivo per il futuro è certamente quello di mantenere il festival a settembre, cercando di offrire un livello qualitativo sempre più alto, allargando gli orizzondi anche verso la world music. In ogni caso è nostra intenzione conservare intatta la formula del concerto evento, la cui scaletta sarà sempre dedicata al repertorio degli Ucci”. Da ultimo facciamo notare ad Antonio Melegari, che l'intuizione di premiare i gruppi che si sono contraddistinti in varie categorie è altrettanto vincente, come vincenti e avvincenti si sono dimostrati i Sancto Ianne (Benevento) neo-folk d'autore, premiati con il "Premio Carriera e Qualità" nella cornice della masseria Astore, in un live che ha deliziato «un pubblico attento che ti guarda dritto negli occhi e ti da la giusta carica», sono state queste le parole di ringraziamento di Gianni Principe, voce del gruppo. "Vorrei volare" cantava Uccio Aloisi, e gli organizzatori del Festival hanno scrutato l'orizzonte dall'albero maestro, e hanno visto lontano e in profondità, scommettendo sul radici, quelle che affondano nella loro Terra. Una terra a sfera, magica, non una zavorra. 


Giovanni Epifani

Immagini tratte dalla pagina Facebook de Li Ucci Festival

Targhe Tenco 2016: riflessioni a margine con Ernico De Angelis

Lo scorso 20 settembre sono stati annunciati i vincitori delle Targhe Tenco 2016, al culmine di nove mesi di lavoro, dapprima della commissione pre-selezionatrice, della quale ho avuto l’onore di far parte insieme a Ciro De Rosa, e successivamente della giuria al completo, composta da oltre duecentotrenta giornalisti per le fasi finali. La prima scrematura operata dalla commissione nominata dal Club Tenco, ha rappresentato un momento importante di riflessione, approfondimento e confronto tra quanti sono stati chiamati a selezionare le opere da sottoporre all’attenzione della giuria. Si è trattato di un lungo e affascinante brainstorming che ha impegnato i venti commissari, giorno dopo giorno, da gennaio a settembre 2016, con fitti scambi di e-mail, sempre ricche di spunti, prospettive diverse e stimoli utili all’ascolto. Un osservatorio privilegiato, dunque, che ci ha dato la possibilità e l’opportunità di verificare sul campo lo stato dell’arte della canzone d’autore in Italia. All’esito di oltre cinquecento dischi presi in esame per le varie categorie, e della successiva selezione che ha portato alla compilazione dei dischi votabili, possiamo affermare con certezza che la scena musicale della nostra penisola, gode di ottima salute. Limitarsi però alle sole liste emerse dalla selezione, sarebbe però molto riduttivo, in quanto a fronte di diversi dischi rimasti fuori per ovvi limiti qualitativi, altrettanti avrebbero meritato di superare la prima fase. 
Un esempio da annoverare certamente tra le opere prime sono “Le nostre guerre perdute” del duo leccese La Municipal e l’esordio da solista del percussionista Gigi Biolcati, tra i dischi in dialetto. In linea generale, abbiamo rilevato che il seme della nuova canzone d’autore è diventato un albero dalle radici solide e ben radicate in quel terreno dove fino a qualche anno fa si muovevano artisti che da Nord a Sud hanno fatto scuola. Accanto a chi resiste, piazzando ancora zampate discografiche di alto livello come Francesco De Gregori o Edoardo Bennato, si fanno man mano largo i cantautori sbocciati negli anni Novanta e negli anni Zero, che ci hanno regalato una messe di ottimi lavori discografici. Il 2016 ci ha consegnato album lontani dalle rassicuranti atmosfere passatiste su cui ancora qualcuno indugia, lavori perfino coraggiosi, nei quali giovani cantautori dimostrano di sapersi sporcare le mani, scommettendo sul proprio talento e sulle proprie ispirazioni, ma anche esprimendo punti di vista e riflessioni da non trascurare. In questo senso, ci ha fatto piacere che la Targa per l’album dell’anno sia andata a “Una somma di piccole cose” di Nicolò Fabi, ritemprato dal punto di vista ispirativo dalla bella esperienza in trio con Max Gazzè e Daniele Silvestri dello scorso anno. Il cantautore romano ha superato nelle preferenze un disco articolato e di non minor pregio come “Canzoni della Cupa” di Vinicio Capossela, gli Afterhours di “Folfiri o Folfox” e due outsider di lusso come gli YoYo Mundi con “Evidenti tracce di felicità” e Gerardo Balestrieri con “Canzoni nascoste”. La conferma dello stato di grazia della scena cantautorale in Italia ci giunge anche da Enrico de Angelis, responsabile artistico del Club Tenco, al quale abbiamo chiesto di commentare insieme a noi le Targhe assegnate: «Come noto, i vincitori delle Targhe non sono decisi dal Club Tenco ma da una giuria molto ampia, con tutti i limiti e le imperfezioni che può avere un sistema democratico. 
Paradossalmente noi del Club Tenco potremmo anche non condividere i risultati, ma nel caso specifico siamo contenti per vari motivi. Il fatto che Niccolò Fabi abbia vinto per la seconda volta la Targa Tenco dimostra come quella generazione di giovani cantautori emersi alla fine degli anni Novanta siano diventati ormai una certezza, un classico. I cantautori su cui si conta non sono più quelli degli anni Sessanta, Settanta o Ottanta, ma sta subentrando questa nuova generazione di cui Fabi si sta rivelando uno degli artisti di punta: questo ci consola molto». Nelle cinquine della fase finale avremmo visto bene anche gli ottimi “Il mese del rosario” di Flo e “Un mistero di sogni avverati” di Massimiliano Larocca, o quel gioiellino che è “Irrequieto” di Mezzala, ma la scelta non è stata affatto semplice. Allo stesso modo, ardua è stata anche la scelta per la Targa Tenco al miglior album in dialetto, che ha visto prevalere ex-aequo Claudia Crabuzza con il disco cantato nel catalano di Alghero “Com un soldat” e James Senese & Napoli Centrale con il napoletano “’O sanghe”, su due dischi che qui a “Blogfoolk” abbiamo molto apprezzato come “Capitan Capitone e i Fratelli della Costa” di Daniele Sepe e “SoundCity” di Stefano Saletti e Banda Ikona, nonché “Enneenne” degli Almamegretta rinvigoriti dal ritorno di Raiz. Sul punto sentiamo ancora il parere di Enrico de Angelis che sottolinea: «Per quanto riguarda il dialetto, sono contento che siano rappresentati il napoletano, che storicamente è sempre stata in prima linea nella musica italiana e più in generale in quella mondiale, e poi finalmente arriva anche un’altra lingua minoritaria come l’algherese che ci porta al Tenco una cantautrice sarda, aprendo un nuovo fronte che merita di essere riconosciuto»
Incalziamo il maître à penser del Club Tenco mettendo l’accento sul fatto che l’edizione 2016 delle Targhe ci ha segnalato diverse scene musicali in gran fermento, da quella laziale (pensiamo a Il Muro del Canto) a quella salentina, fino a toccare Napoli che ci ha regalato dischi come “S.P.O.T.” di Giovanni Block, “Mamma Quartieri” di Giglio, “Black From Italy” dei TheRivati, o ancora “Fate, Sirene e Samurai” di Tommaso Primo: «Tra i dischi che hai citato, c’è il bellissimo “Mamma Quartieri” di Giglio. Mi ha commosso, mi ha preso dal primo all’ultimo verso, tanto è vero che lo abbiamo invitato al prossimo Tenco Ascolta che faremo a Cosenza. Il caso di Giglio è un esempio di come la scena musicale di Napoli sia vitale e ancora in grado di rigenerarsi. Ascoltando le sue canzoni si capisce come abbia introiettato dentro di sé la lezione della canzone napoletana classica, c’è uno spessore di sentimento, un gonfiore emotivo tipico di certi ambienti popolari che rimandano a Raffaele Viviani. È un artista in grado di fare rivivere la canzone napoletana attraverso dei modi, stili e tonalità musicali nuove». Proseguendo l’analisi in retrospettiva dei dischi segnalatisi nella scena partenopea, evidenziamo come la prematura scomparsa di Pino Daniele possa essere letta come un passaggio generazionale da non sottovalutare, e de Angelis rimarca: «È probabile che sia così o forse è un caso. Tu hai citato Block, che noi abbiamo conosciuto come un cantautore molto originale in italiano, lo abbiamo coltivato parecchio, perché ci sembrava una voce un po’ anticonformista. 
In questo nuovo album in napoletano, che ha degli evidenti riferimenti a Pino Daniele, ci dimostra che anche un artista all’avanguardia è in grado di riproporre uno stile che tiene conto della lezione di chi lo ha preceduto. Mi dispiace che non sia entrato nella cinquina, però sappiamo che c’è stata una selezione serrata. Se pensiamo che non è arrivato alla fase finale anche, uno come Alfio Antico che ha fatto un disco bellissimo, comprenderemo chiaramente come ci fosse parecchio materiale buono quest’anno. Tutto questo ovviamente non inficia in alcun modo il valore dei dischi. In ogni caso Napoli sarà degnamente celebrata nel corso della rassegna, perché oltre a James Senese che verrà premiato, avremo come ospiti anche la Nuova Compagnia di Canto Popolare ed Enzo Avitabile». Sul versante Opera prima, la vittoria è andata meritatamente e con largo vantaggio a Motta, con “La fine dei vent'anni”, come ci racconta lo stesso de Angelis: «Motta ha vinto con un vantaggio sui successivi che, credo, sia da record nella storia delle Targhe Tenco, avendo triplicato i voti degli altri quattro della cinquina finale che in larga parte si sono equivalsi. La nostra soddisfazione è vedere che già qualche mese fa, ben prima, che arrivassero i risultati lo avevamo invitato alla nostra rassegna, perché avevamo intuito che era un po’ il personaggio dell’anno. La Targa è, dunque, la conferma che ci avevamo visto giusto»
Nella sezione Interpreti ha prevalso Peppe Voltarelli con “Voltarelli canta Profazio – nostro disco del mese di luglio – dedicato al repertorio del grande folksinger calabrese Otello Profazio, già annunciato come Premio Tenco 2016, in una rosa di concorrenti finalòisti che comprendeva “….E cammina cammina” di Peppe Barra, “Perle per porci” di Giorgio Canali &Rossofuoco, “Amore e furto. De Gregori canta Dylan” di Francesco De Gregori e l’omaggio a Piero Ciampi di Bobo Rondelli. Anche in questo caso, Enrico de Angelis rileva la lungimiranza del Club Tenco: «Non possiamo non essere soddisfatti della vittoria di Voltarelli, che ha realizzato un disco dedicato a Otello Profazio, l’artista a cui già tempo fa avevamo deciso di assegnare il Premio Tenco alla carriera. Un cerchio, dunque, si chiude, anche perché avevamo pensato di allestire per la rassegna un set con protagonisti Voltarelli e Profazio. Ancor di più adesso avremo sullo stesso palco ben due premiati insieme». Da ultimo, condividiamo senza dubbio la scelta della giuria di assegnare la Targa per la miglior canzone a “Bomba intelligente” del compianto Francesco Di Giacomo insieme a Elio e le Storie Tese. Così, de Angelis commenta a riguardo: «La vittoria come miglior canzone di “Bomba Intelligente” è il miglior modo per omaggiare Francesco di Giacomo, un artista molto amato, e tra l’altro il Banco del Mutuo Soccorso è stato uno dei pochi gruppi storici degli anni Sessanta e Settanta a venire al Tenco. La canzone poi è di estrema attualità in quanto investe temi come la guerra, la convivenza tra i popoli e un ulteriore motivo di soddisfazione, anche perché quest’anno durante la rassegna apriremo un filone dedicato alla pace tra i popoli»
Tracciando un bilancio sull’importanza del Tenco come punto di riferimento per la valorizzazione dei giovani talenti, Enrico de Angelis afferma: «Noi ci proviamo a valorizzare le nuove leve, almeno a livello di applicazione. Siamo sempre in cerca di nuovi talenti. Ascoltiamo centinaia di dischi, siamo in giro per l’Italia a vederli dal vivo con il format “Il Tenco Ascolta” che serve proprio a questo. Posso dire che di gruppi e di cantautori molto bravi ce ne sono molti in Italia. Il problema è farli conoscere, distribuirli, promuoverli, ma questa è tutta un'altra faccenda che noi più di tanto non possiamo assolvere. Noi al Tenco cerchiamo sempre di proporre artisti nuovi. Mi piace rimarcare che quest’anno, avremo con noi Gianluca Secco che abbiamo apprezzato molto al Tenco Ascolta di Sanremo e di conseguenza promosso alla rassegna. Da un paio d’anni abbiamo scoperto anche Vanessa Tagliabue York, una cantante di grande talento che abbiamo voluto nelle più recenti manifestazioni organizzate dal Tenco da quella di primavera sull’erotismo, passando per quella dedicata a Guccini in ottobre, fino a quella di maggio dedicata a Fernanda Pivano. Voglio ricordare che Vanessa oltre ad essere un’ottima interprete è anche un’eccellente cantautrice come dimostra il suo album “Contradanza” di cui è autrice di musiche, testi ed arrangiamenti. Quando ci piace un artista decidiamo di puntare su di lui anche in maniera insistente e con lei stiamo facendo proprio questo, tant’è che sarà protagonista anche della rassegna»
Non possiamo non aprire anche uno spaccato sulle criticità e le prospettive future delle Targhe Tenco: «Il problema maggiore è che le Targhe Tenco prevedono un meccanismo molto complesso e difficile. In questi anni abbiamo cercato di regolare in vari modi anche inventando cose nuove di volta in volta. C’è sicuramente qualcosa da aggiustare, ma l’attuale regolamento nella sua imperfezione è la migliore cosa che possa esserci, non avendo trovato un sistema ugualmente efficace. Finita la rassegna ci penseremo ancora, grazie anche ai suggerimenti ed al lavoro davvero appassionato che hanno fatto soprattutto i giornalisti che abbiamo chiamato nella commissione pre-selezionatrice per scegliere i dischi da candidare alla Targhe». In conclusione, lasciamo al direttore artistico del Club Tenco una considerazione sulle critiche che spesso hanno seguito la pubblicazione delle cinquine prima e dei vincitori poi: «Le reazioni e i commenti, a volte rasentano il grottesco, perché la reazione è evidente nella sua puerilità. Quelli che trovano nei risultati artisti e dischi che amano sono felicissimi e portano in palmo di mano tutto, quelli che non trovano nei risultati artisti e dischi da loro graditi, sparano a zero. Questo accade anche con giornalisti autorevoli che spesso ci invitano a cambiare le regole perché non è entrato il disco che gli piaceva. Non credo ci sia un nesso tra le cose, perché il regolamento sarà pure da cambiare ma non per quel motivo. Il regolamento va cambiato per motivi tecnici, perché vengono pubblicati così tanti dischi che bisogna trovare il modo di farli arrivare tutti o almeno la maggior parte ai giornalisti musicali che poi votano e devono essere messi in condizione di ascoltarli, devono avere voglia di ascoltarli». Dalla prospettiva di “Blogfoolk”, non si può tacere sul fatto che la maggior parte dei dischi entrati nella fase finale delle Targhe Tenco siano stati da noi trattati, attraverso la nostra linea editoriale votata all’analisi accurata, avendo ben chiaro che nella valutazione di un lavoro contano soprattutto l’ispirazione, la ricerca e le finalità. 


Salvatore Esposito

(A cura di) Giorgio Verdelli e Alessandro Daniele, Pino Daniele. Qualcosa Arriverà, Rizzoli 2016, pp.256, Euro 35,00

Sono passati quasi due anni dalla prematura scomparsa di Pino Daniele, e al grande vuoto lasciato nella scena musicale italiana, è corrisposta una intensa quanto sobria serie di iniziative volte a ricordarlo, dettate da una urgenza di riscoprire e valorizzare nel profondo la sua unicità stilistica, quella geniale capacità di far dialogare la canzone napoletana con il blues, il jazz, e le sonorità world, e cristallizzata nei solchi dei suoi dischi. Dopo aver apprezzato lo splendido disco dal vivo postumo “Nero a Metà Live – Il Concerto”, il corposo cofanetto “Tracce di Libertà”, e la mostra permanente “Pino Daniele Alive” ospitata al secondo piano al secondo piano del Mamt di Napoli, arriva nelle librerie lo splendido volume retrospettivo “Pino Daniele. Qualcosa Arriverà”. Curato da Giorgio Verdelli e da Alessandro Daniele, figlio e personal manager del cantautore napoletano, in collaborazione con la Fondazione Pino Daniele Trust Onlus, il libro ricostruisce e celebra il percorso artistico del cantautore napoletano mescolando fotografie in molti casi inedite, con ricordi, racconti e testimonianze di chi ha percorso insieme a lui un tratto della sua vita privata ed artistica. Si compone così un racconto corale per testi ed immagini, suddiviso in quattro capitoli, corrispondenti ad altrettante fasi della sua carriera. “Vogl’essere chi vogl’io” ci svela gli esordi, le prime canzoni registrate alla SIAE, il primo contratto discografico, “Il feeling è sicuro” è, invece dedicato ai primi successi a cui segue la lunga fase di ricerca e confronto con altre sonorità di “Da Nord a Sud del mondo”, fino a giungere a “Io ci sarò ad alzare il vento” in cui ad emergere sono gli ultimi anni della sua vita. “Fin dagli esordi, c’è una costante nella carriera artistica di mio padre: il rigore, la ricerca, lo studio e il confronto per migliorarsi, in evoluzione continua e ben ancorata alle sue radici, senza fermarsi sulle posizioni raggiunte”, scrive Alessandro Daniele nella prefazione di “Qualcosa arriverà”, e sfogliando le oltre duecento cinquanta pagine del volume ripercorriamo la carriera di Pino Daniele, scoprendolo ora nelle prime immagini da giovane, ora in studio di registrazione, ora ancora lanciato verso il successo che costellerà la sua carriera, attraverso gli scatti di artisti ed amici come Luciano Viti, Guido Harari, Giovanni Canitano, Lino Vairetti, Roberto Panucci, Cesare Monti, Priscilla Benedetti, Mimmo Jodice, Jasmine Bertusi, Daniele Venturelli, Giuseppe D’Angelo, e Rino Petrosino. Ad impreziosire il tutto sono i ricordi di compagni di strada come James Senese, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Tony Esposito e Rino Zurzolo, con quest’ultimo che ci offre uno degli spaccati più intimi ed intensi del suo rapporto umano ed artistico con il cantautore napoletano. Non mancano testimonianze di amici storici come Peppe Lanzetta, di chi ha avuto modo di collaborare con lui come Jovanotti, Clementino ed Enzo Gragnaniello e di star internazionali come Al Di Meola e Chick Corea, a cui si aggiungono, tra gli altri, i preziosi contributi di Gianni Minà, Enzo De Caro, Pasquale Scialò, Roberto De Simone e Renzo Arbore. Proprio quest’ultimo, è illuminante nel descrivere l’importanza di Pino Daniele nella scena musicale italiana: “Pino Daniele ha il merito di aver inventato la canzone napoletana d’autore moderna, trovando nuovi accordi, avvicinando la tematica alla Napoli di oggi (la Napoli che ha condiviso con Massimo Troisi) e battendosi contro gli stereotipi: una battaglia curiosa e difficile, perché il rischio era quello di cancellare anche le cose belle della Napoli classica e della cultura partenopea autentica. Insomma, questo è il vero valore di Pino Daniele, che sopravvivrà a tutti noi: aver inventato, nel Novecento e un po’ nel Duemila, la nuova canzone napoletana d’autore”. A completare il tutto ci sono anche le parole dei collaboratori più stretti del cantautore napoletano come il maestro Gianluca Podio, i fonici Fabio Massimo Colasanti, Fabrizio Facioni e Stefano Dinarello, e il suo tecnico personale Michele Vannucchi. Alla pubblicazione di “Qualcosa Arriverà” seguirà entro il 19 marzo 2017, giorno del compleanno di Pino Daniele, anche il documentario omonimo, prodotto da RAICinema e curato sempre da Giorgio Verdelli e Alessandro Daniele. Il docu-film ancora in fase di produzione, attraverserà Napoli, Roma, Milano, Venezia, Torino, Londra e New York per raccontarci Pino Daniele, attraverso interviste di eccezione, il tutto seguendo proprio lo spirito di questo volume, senza intenti biografici o celebrativi, ma piuttosto facendo emergere l’emozione, che come affermava lo stesso cantautore napoletano “è l’unica cosa che vale la pena di comunicare agli altri: qualunque sia il prezzo. Quel momento che succede tra noi che suoniamo e il pubblico che ascolta è un momento magico”

Salvatore Esposito

Piccola Orchestra Gagarin – Vostok (Whatabout/Goodfellas, 2016)

Uno di quei dischi che sfugge a etichette e incasellamenti di qualsiasi natura. Jazz ? World Music ? Avant-garde ? Divertissement ? Tutte queste cose insieme, ma anche tanto di più. Il trio composto dal violoncellista russo/israeliano Sasha Agranov, dal chitarrista (e non solo...) Paolo Angeli e dal batterista e “rumorista” catalano Oriol Roca, al secondo lavoro, dopo l'altrettanto brillante “Platos Combinados”, fornisce una serie di input all'ascoltatore, input talmente forti che l'ascolto di “Vostok” diventa una di quelle esperienze che, seppure per soli quaranta minuti, ti inchiodano alle cuffie (nel mio caso) o alle casse dello stereo. Il melange sonoro, soprattutto gli intrecci fra il cello di Agranov e la chitarra “preparata” di Angeli, è talmente tight che risulta in alcuni momenti persino difficile distinguere i due strumenti (una delle peculiarità dello strumento del musicista sardo, una chitarra “sarda” equipaggiata con pedali, pick-ups, martelletti e persino delle eliche, è che può essere usata ad arco e a pizzico), come nel brano “Llama”, uno dei più belli del disco. La parte ritmica (spesso un ritmo de-strutturato o sovrapposto poli-metricamente a quello dei temi) è affidata a Oriol Roca, originale e sempre ben inserito nel contesto sonoro. “Vostok” è un omaggio all'astronauta sovietico Yuri Gagarin, primo uomo a viaggiare nello spazio, che morì, ironia della sorte, in banale incidente aereo. Molti sono le tracce che rimandano al mondo dell'astronautica, anche grazie all'uso di frammenti sonori con voci o interviste dell'epoca: dal brano d'esordio “Mandla Maseko”, intitolato al primo space-voyager sudafricano e che all'Africa deve sonorità (la chitarra ricorda evidentemente il timbro della kora) e drumming e dove appare la voce di Mandla-Maseko-himself , campionata in un'intervista, a “Laika Come Home” che ricorda la cagnetta che venne lanciata nello Sputnik 2, a “Himne” dedicato a Gagarin stesso. Curiosa la track “Duck and Cover”, dove il campione è di un documentario che invita a bambini a difendersi nel caso di... scoppio di una bomba atomica. Altri brani sono quelli dove l'ispirazione tradizionale è più forte: “Piaghesa”, con la voce di Angeli, a richiamare uno dei brani del repertorio del canto a chitarra, argomento sul quale il musicista sardo è un' autorità in materia, avendo ad esso dedicato i suoi studi di etnomusicologo, fino alla pubblicazione del libro “Canto in Re”; il risultato non è così iconoclasta come nella “Corsicanskaya” dell'album precedente, ma di indubbio effetto. Poi “Krutitsa”, il cui tema, bellissimo, e anche facilmente memorizzabile, mutuato da un brano tradizionale russo. Apice del cd è “Canço de Bressol” composizione di Roca che, da un semplice tema, si sviluppa intrecciando distorsioni, eliche e post-rock: brano capolavoro ! In conclusione, un bel lavoro, solido, suonato bene, che lascia eguale spazio, anche a livello compositivo, ai tre musicisti i quali, e non è sempre scontato, mostrano anche di divertirsi parecchio, specie se vestiti da astronauti. 


Gianluca Dessì

Massimo Ferra GuitarSix – Skipper Doll. Concerto per 34 corde (S’ard Music, 2015)

Ci sono cinque chitarre e un contrabbasso nell’ultimo progetto di Massimo Ferra, chitarrista e compositore navigato, in movimento tra la scena jazz e classica. Il titolo dell’album è “Skipper Doll. Concerto per 34 corde” e non può andar meglio per chi vuole indagare le possibilità offerte dallo strumento. Sia sul piano della composizione, che confluisce, in modo sempre elegante e mai ridondante, in una serie di forme schiette ben rappresentate dai titoli della maggior parte dei sei brani in scaletta (“Settembre”, “Ferragosto”, “Rispetto”, “Nocturnal Spanish”): come una riflessione formalizzata nell’aderenza tra il suono e l’immagine che quei titoli evocano. Questo vale senza dubbio per la dimensione delle esecuzioni, che sono tutte equilibrate e dense, ancorché piene di aria, delicate, ricche di sfumature. Come in una piccola orchestra, le trentaquattro corde si avvicinano per ispessire il suono, ma anche per determinarne di nuovi, accorpati e generati dalla prossimità, oltre che dalla scrittura e dalla riflessione su una nuova possibilità di esecuzione. Non è certo il dato quantitativo che fa la differenza, sebbene credo sia una specie di codice attraverso il quale Ferra riesce a generare un linguaggio diverso, più definito e complesso, articolato. La differenza che conta è legata al salto, anche formale, che con queste composizioni è riuscito a far fare a quello stesso linguaggio. Che si trasporta dentro una serie di segni che significano uno a uno, cioè che hanno un senso pieno e compiuto. E che, oltre a questo, riflettono - dentro una spirale positiva di sovrapposizioni, di riflessi, di appoggi, risposte e rimandi - l’uno i timbri dell’altro. Ecco, l’insieme di queste dimensioni genera la grammatica compiuta e più definita di “Skipper Doll”. Una grammatica che è allo stesso tempo evocativa e incisiva, perché ci ancora all’esecuzione - di cui vogliamo capire i dettagli, i procedimenti, scomporre i suoni, gli elementi incastonati e imperniati - e, allo stesso modo, ci spinge a straniarci, a estrarci dagli aspetti più tecnici per sollevarci sopra gli effetti che producono. Forse la chiave di lettura sta proprio qui, perché ci sono sì trentaquattro corde, ma non di mendichiamo che (volendo rimanere dentro la dimensione più fisica) ci sono molte più dita che le suonano. Anzi che ci scorrono sopra, si appoggiano, pizzicano, stracciano, contribuendo a irradiare molti suoni e a definire l’ambito sonoro dell’album. Questi elementi non possono non incontrarsi nel movimento delle mani, che seguono spostamenti diversi (da orchestra), garantendo un arco armonico illimitato. Il brano di apertura, “Settembre”, è uno dei più significativi in questo senso. Racchiude molte prospettive e una dinamica compositiva ed esecutiva molto interessante. L’incipit è una delle frasi più delicate e riconoscibili dell’album, che viene riproposta in diverse parti del brano, sorretta dai movimenti più ritmici delle altre chitarre e dal contrabbasso. Ma, in termini generali, il brano è pieno di variazioni che, dentro una dinamica più legata all’estemporaneità e a un’ispirazione jazz (che torna spesso lungo la scaletta), modulano la linea principale fino a trasformarsi in un assolo che ricorda una passeggiata (forse un preludio all’autunno, a una stagione non ancora piena, a una dimensione più personale, solitaria). L’assolo viene assorbito dentro un leggero sostegno ritmico delle chitarre, che richiamano, dopo alcune variazioni più tematiche, la frase principale dell’incipit. Tutti i brani sono, d’altronde, delle storie compiute, che si prendono il tempo necessario per raggiungere il giusto sviluppo e completare la parabola narrativa (ogni “storia” ha una durata che varia dai cinque i nove minuti). L’ascolto non può che essere partecipato, concentrato. D’altronde l’atmosfera che ci avvolge è stringente: non c’è rarefazione ma estrema lucidità, concentrazione, profondità, passione. Insomma la bellezza di trentaquattro corde. 


Daniele Cestellini