BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE: Nuova Compagnia di Canto Popolare - 50 Anni in buona compagnia

Il ritorno della Nuova Compagnia di Canto Popolare con un disco doppio, dove tra nuove composizioni e classici, Fausta Vetere e Corrado Sfogli ritrovano Eugenio Bennato, Patrizio Trampetti e cantano per l’ultima volta con Carlo D’Angiò....

BF-CHOICE: Michele Gazich - La Via Del Sale

A distanza di due anni dall’ultimo disco, Michele Gazich prosegue il suo cammino con “La Via del Sale”, album di grande spessore nel quale risalta in modo ancora più marcato la sua tensione continua verso la ricerca musicale e letteraria...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

giovedì 12 gennaio 2017

Numero 289 del 12 Gennaio 2017

Blogfoolk numero 289 mette al centro uno strumento dalla grande storia, ma anche molto bistrattato e diventato parte – suo malgrado – dell’oleografia napoletana: il mandolino. Difatti, la copertina di questo secondo numero di gennaio è dedicata a un maestro dello strumento a pizzico, Mauro Squillante, che ci parla dei suoi recenti lavori discografici (“Charles Avison. Concerti Grossi After Scarlatti“ e Mandolini Al Cinema”, del La Casa del Mandolino, che ha aperto i battenti a Napoli, e della didattica dello strumento. Proseguiamo il nostro viaggio in Italia in Molise, andando alla scoperta di “Mondi Stropicciati”, il nuovo album di Alberi Sonori. Poi scendiamo in Salento con le interazioni tra rock e tradizione di “Assud” di Luigi Bruno e Mediterranean Psychedelic Orkestra. Sul fronte world tre dischi da non trascurare: prestate ascolto a “Damar” della signora del canto bosniaco Amira Medunjanin e all’incontro polacco-georgiano di “Duch Gór: The Spirit of the Mountains”, frutto della collaborazione tra i Trebunie-Tutki e il quintetto Urmuli. Il disco consigliato della settimana è “Libraries on Fire” il nuovo album del virtuoso chitarrista sudafricano Derek Gripper, che ha trasposto sulle sei corde le composizioni per kora dei grandi maestri dell’Africa occidentale subsahariana, e. Ritorna la nostra rubrica Cantieri Sonori” con l’intervista al liutaio romano Amenio Raponi, mentre sul versante jazz vi raccontiamo di “Effetto Kw”, dedicato alle composizioni di Kurt Weill, dove interagiscono il pianista Antonio Francesco Quarta e la cantante Romina Modolo. La rubrica contemporanea con la recensione di “Statea” del duo Murcof e Vanessa Wagner chiude il numero. Buona lettura e buon ascolto!

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
STRINGS
CANTIERI SONORI
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA

EDITORS' CHOICES
Le playlist del 2016 di Blogfoolk

L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Splendori musicali settecenteschi, “Mandolini al Cinema” e Pink Floyd a pizzico: intervista al maestro e outsider del mandolino Mauro Squillante

I concerti scarlattiani di Charles Avision con L’Orchestra Mandolinistica Pugliese, la Napoli MandolinOrchestra di “Mandolini al Cinema”, la trasposizione sui cordofoni del capolavoro pinkfloydiano in “The Dark Side of the Mandolin”: Mauro Squillante racconta a “Blogfoolk” dei suoi recenti progetti discografici, delle attività de “La Casa del Mandolino”, che ha aperto i battenti nel centro di Napoli, e affronta il tema della didattica del mandolino.

Tra il Seicento e primi del Settecento si sviluppano in Italia le diverse ‘famiglie’ locali di mandolini. A Napoli la Casa Vinaccia inizia la produzione di strumenti a pizzico e ad arco in Rua Catalana. All’epoca il mandolino napoletano montava quattro corde doppie di budello e chiavi in legno, con la tastiera che arrivava fino al re acuto. A cavallo tra Settecento e primi dell’Ottocento lo strumento acquisisce un enorme successo: a Napoli operano numerose liuterie tra le quali, oltre a Vinaccia, si segnalano i fratelli Fabbricatore e Donato Filano. L’Ottocento è l’epoca dei circoli mandolinistici, del successo dello strumento, mediatore tra musiche euro-colte e divulgazione popular, dell’interesse crescente che lo porta a diffondersi tanto a corte quanto nei salotti aristocratici e alto borghesi; ma il mandolino circola anche nelle botteghe artigiane ed è in strada ad accompagnare i musicisti girovaghi.  Sempre a Napoli, alla dinastia Calace, oggi costruttori da quasi due secoli, si devono ulteriori significative innovazioni in termini di forma della cassa, corazza, tastiera e altro ancora. Da ricordare qui la figura del liutaio-musicista Raffaele Calace, creatore del mandolino da concerto (Per saperne di più, cfr. www.calace.it. Inoltre, Raffaele La Ragione ha dedicato la sua tesi di laurea alla famiglia napoletana di liutai, ndr). I mandolinisti diffondono arie d’opera e romanze, lo strumento accompagna i suonatori di concertino ed entra a pieno titolo nello strumentario della ‘nuova canzone’ urbana napoletana. Sempre all’ombra del Vesuvio, Pasquale Vinaccia ridisegna e riprogetta lo strumento modificandone la meccanica e la tensione delle corde, che nel frattempo sono diventate metalliche, rendendolo più robusto per garantire una maggiore potenza sonora. 
Quanto si è consapevoli del fatto che in ambito ‘colto’, pagine per il piccolo strumento a pizzico sono state composte da Vivaldi, Mozart, Scarlatti, Beethoven, Haendel, Paisiello e Verdi. E poi ancora, in tempi più recenti, da Bizet, Webern, Mahler e Schönberg. Insomma, nell’arco di tre secoli lo strumento a corde dal timbro delicato ed espressivo, dolce e argentino, ci ha offerto grandi emozioni. Intanto, tra stereotipi, ambiguità culturali e ghettizzazione, il mandolino ha sofferto una crisi di legittimazione proprio nella città che con esso si identifica. Negli USA il viaggiatore può scegliere tra i locali che offrono musica popolare americana, i musei dedicati agli strumenti e agli artisti e tanto altro per attraversare la storia delle musiche d’oltreoceano, a Vienna o Salisburgo gli itinerari musicali si snodano lungo le pieghe del tempo e dei compositori, in Irlanda strumentisti e strumenti della tradizione popolare entrano nel circuito turistico culturale, e potremmo continuare citando il fado a Lisbona, il bandoneon a Buenos Aires e il flamenco in Andalusia. Per contro, arrivi a Napoli e non trovi neppure uno straccio di informazione o una pubblicazione che parli della storia del mandolino, della liuteria, dei compositori e dei musicisti, dei percorsi tra colto e popolare novecenteschi, delle relazioni tra strumento e canzone classica napoletana, folk revival e popular music. E che dire poi della storia sociale dello strumento? La sua rilevanza identitaria locale non sfuggì ai sovrani, tant’è che sia Maria Carolina d’Austria che la regina Margherita si fecero ritrarre con in mano un mandolino, utilizzandolo come ottimo mezzo di propaganda. Si rende quanto mai necessario e urgente un intervento volto non solo alla conservazione del patrimonio strumentale, ma alla piena fruizione della sua letteratura, al riconoscimento della presenza dello strumento nella città, al suo rilancio sul piano della costruzione e dell’insegnamento, visto che insieme agli altri strumenti della sua famiglia (mandola, mandoloncello), rappresenta uno dei vertici dell’arte costruttiva dei liutai italiani. Per fortuna da qualche tempo qualcosa si muove nella città del golfo. Dal 1988 è attiva l’Associazione Mandolinistica Napoletana, nata con l’intento di promuovere l’esecuzione e l’arricchimento della letteratura musicale degli strumenti appartenenti alla famiglia dei plettri (mandolino, mandola e mandoloncello). Esiste un gruppo strumentale, il Mandolin Ensemble, che propone brani del repertorio mandolinistico e trascrizioni espressamente realizzate per organico di plettri. Non meno rilevante il ruolo formativo svolto dalla cattedra dello strumento al Conservatorio di San Pietro a Majella.
Nondimeno, si sta imponendo per le molteplici attività di studio e divulgazione l’Accademia Mandolinistica Napoletana, creata nel 1929 per iniziativa di Raffaele Calace, e ripresa nel 1992 al fine di ricollocare il mandolino napoletano sul piano della tradizione colta, ponendosi come punto di riferimento cittadino. Numerose registrazioni internazionali, un’intesa attività concertistica fanno dell’Accademia un punto di forza della cultura musicale a Napoli. Altro punto di riferimento per lo strumento è la Casa del Mandolino, nato con il crowdfunding, luogo di concerti e di produzione culturale nel centro antico della città. Il Maestro Mauro Squillante presiede l’Accademia Mandolinistica Napoletana, mentre il violoncellista Leonardo Massa ne è direttore artistico. Con Carlo Aonzo, Dorina Frati, Ugo Orlandi, Duilio Galfetti, Squillante è uno dei nomi di punta del cordofono panciuto in Italia. Specialista di strumenti a plettro (mandolino, mandola, mandolone, colascione, cetra), sul cui repertorio, organologia e prassi esecutiva conduce una costante attività̀ di ricerca, Squillante, diplomato presso il conservatorio Pollini di Padova, ha approfondito i propri studi musicali con Hopkinson Smith e Crawford Young presso la Schola Cantorum Basilensis, Enrico Baiano, Federico Marincola, Emilia Fadini ed Edoardo Eguez. Vanta numerose collaborazioni italiane e internazionali e un’intensa attività concertistica. Ha pubblicato un numero consistente di registrazioni, dalla musica antica a quella tradizionale popolare, dal barocco alle pagine ottocentesche con prestigiose etichette discografiche [Per la sua discografia vi rinviamo al suo sito web www.maurosquillante.com, ndr]. Squillante insegna mandolino al Conservatorio “Piccinni” di Bari e tiene corsi al "Martucci" di Salerno. “Blogfoolk” lo incontrato in una mattinata di gennaio nei magnifici appartamenti di Palazzo Reale di Napoli, che hanno ospitato un concerto dell’ensemble dell’Accademia da lui diretto.

Iniziamo da uno dei tuoi recenti progetti discografici che è “Charles Avison. Concerti grossi after Scarlatti”, inciso con l’Orchestra Mandolinistica Pugliese.
L’idea è stata quella di riportare questi concerti grossi al timbro originario. Avison li ha composti dopo aver ascoltato gli esercizi per clavicembalo di Scarlatti, che sono l’unica edizione a stampa di musica di Scarlatti nel periodo in cui il compositore era vivente. Evidentemente, quando si trovò con questi spartiti in mano dovette rimanerne folgorato e pensò di omaggiare quella musica facendone una trascrizione per orchestra d’archi e la forma del concerto che all’epoca era quella più diffusa. A me è capitato di ascoltare per caso questa musica per radio: nel sentirla ho immaginato che con i mandolini avrebbe suonato bene, perché è nata per clavicembalo. L’abbiamo realizzata con un’orchestra a plettro, che rispecchia in tutte le parti l’orchestra d’archi originale; in più c’è la parte di chitarra che rispetta il continuo, che altrimenti avrebbe realizzato un cembalo.

Svolgi attività didattica tra Puglia e Campania. A Bari e a Napoli sono attive, rispettivamente, l’Accademia Mandolinistica Pugliese e l’Accademia Mandolinistica Napoletana. 
Il gruppo di Bari è nato nella mia classe di mandolino ed è composto dai ragazzi che si sono diplomati con me. Non a caso rimanda nel nome a quella napoletana, pur essendo due associazioni distinte, quando c’è bisogno loro vengono qui a Napoli o noi andiamo in Puglia a dare una mano. Il direttore dell’Accademia Pugliese, Leonardo Lospalluti è venuto spesso a dirigere l’orchestra qui a Napoli. Quello napoletano è un nucleo che in qualche modo facciamo più fatica ad alimentare, perché la fucina è al Conservatorio di Bari, dove insegno. Tuttavia, il gruppo napoletano raccoglie persone con cui condividiamo una visione del mandolino. In ogni modo, siamo riusciti a mettere su un gruppo che funziona.

Altro recente impegno discografico è quello con la Napoli MandolinOrchestra per “Mandolini al Cinema” Di che si tratta? 
In realtà, è come se fosse la seconda uscita di un progetto che nasce con “Mandolini all’Opera”. Come in quel caso è stato commissionato da un’etichetta discografica giapponese. I dischi della Napoli MandolinOrchestra  sono realizzati dalla Respect Records in Giappone dietro licenza dell’italiana Felmay. La scelta di pezzi è stata dettata da Kenichi Takahashi della Respect, il quale voleva musica da film italiani. Ci ha addirittura indicato alcuni brani come la “Rustichelliana”. Evidentemente, sono film che hanno avuto successo. Difatti, non è la prima volta che ci viene commissionato un disco in Giappone, altre volte è uscito direttamente su quel mercato perché si è trattato di richieste molto specifiche, perfino canzoni difficili da rintracciare da noi in Italia, perché dimenticate. Da gruppo che ha una forte connotazione geografica, se avessimo suonato colonne sonore di John Williams non saremmo risultati credibili. D’altra parte, c’è una notevole tradizione di musica italiana per film, da Morricone a Rota a Piovani.  

Che strumento utilizzi nel disco? 
Un mandolino della liuteria napoletana Anema e Corde del 2004. 

L’organico del disco?
Sei mandolini: oltre al mio, suonano Adolfo Tronco, Alessandro Pignalosa, Carla Senese, Massimiliano Del Gaudio e Tommaso Sollazzo;  Leonardo Massa suona violoncello e mandoloncello, Enrico Capano e Gianluca Campanino alle mandole, Lorenzo Marino alla chitarra, Proto Zorro è la seconda chitarra in “Rustichelliana”. Poi, al contrabbasso c’è Dario Franco, Vittoriana Di Grazia suona il clarinetto in “Nuovo Cinema Paradiso”, Roberto Natullo suona il whistle nei brani “Spaghetti Western” e Sergio Vacca è al banjo in “Rustichelliana”.

“The Dark Side Of The Mandolin” è un album che uscirà prossimamente sempre con Felmay, ma che avete già portato in concerto. 
È nato per gioco, tra una lezione e l’altra e durante le prove dei concerti che facevamo per il Conservatorio. Era il 2013, l’anno del quarantennale di “Dark Side” dei Pink Floyd: ci è venuta voglia di affrontare quella musica. L’idea ci ha iniziato a conquistare davvero quando è venuto fuori il nome “The Dark Side of the Mandolin”, perché ci siamo ritrovati un po’ come i ragazzini che stanno per fare una marachella… In seguito, abbiamo cominciato a suonare e abbiamo visto che la cosa funzionava, ma fintantoché non abbiamo eseguito le musiche dal vivo non pensavamo fosse qualcosa di credibile. Suoniamo in trio, io al mandoloncello, Gaio Ariani al mandolino e Valerio Fusillo alla mandola. Nella prima esecuzione a Modena, c’è stato un attimo di silenzio che ci ha fatto pensare… poi è partito l’applauso. 

Cosa ha comportato trasporre quei celebri brani su strumenti a pizzico? 
Come “The Dark Side of the Moon” è un concept album, anche noi abbiamo lavorato senza interruzione, abbiamo molto improvvisato.  Mi piace dire che il vero parallelo tra “Dark Side” dei Pink Floyd e “The Dark Side of the Mandolin” è che come loro all’epoca sperimentarono, noi abbiamo un po’ violentato i nostri strumenti, visto che anche tutti rumori del disco originale li abbiamo riprodotti sui mandolini. Abbiamo creato atmosfere diverse, perché non abbiamo rifatto il disco pari pari: non siamo stati fedeli al disco ma ai nostri strumenti, Ci sono pezzi, come “Us and Them”, che hanno preso tutto un altro colore, ma sono piaciuti molto. Anche “Money” convince. 

Magari lo faremo ascoltare a Gilmour quando uscirà il disco…
Ritorniamo al mandolino a Napoli. La “Casa del Mandolino” oggi è una realtà. Di cosa si tratta?
Qui a Napoli ti muovi in un ambiente non ostile ma melmoso; per quanto tu abbia idee chiare in testa per raggiungere i risultati, devi prendere vie traverse. Perciò la realtà fatica a prendere forma. Stiamo mettendo i mattoncini poco per volta. “La Casa del Mandolino” è un locale di fronte alla chiesa di San Severo al Pendino, restaurato e adattato ai nostri bisogni. Ne è stata ricavata una sala con quaranta posti a sedere, lo spazio per concerti, per i corsi e per accogliere musicisti, musicofili o turisti, che vengono a trovarci per capire perché il mandolino è stato così importante per la storia musicale della nostra città, anzi dell’Italia tutta. È un progetto realizzato con il crowdfunding, dietro, naturalmente, c’è stata l’Accademia, che è un punto fermo visto che esiste da venticinque anni. Le cose stanno prendendo una forma: è partita la scuola, abbiamo una convenzione per fare corsi pre-accademici con il Conservatorio di Salerno, ora partirà un master internazionale, che si svolgerà nell’arco di cinque mesi, sotto la mia guida, con allievi che verranno anche dall’estero. Lo scorso agosto c’è stato un campus con persone che si sono iscritte non solo dall’Italia, ma dal Canada e dall’Australia. Anzi, erano più stranieri che italiani. Poi ci sono i concerti per i turisti cui teniamo molto, perché a Napoli serve questo tipo di offerta. Così come funziona a Buenos Aires con il bandoneon o ad Atene con il bouzouki. Vogliamo offrire questo servizio e approfittare della presenza dei turisti per dare opportunità di lavoro ai mandolinisti. In tal senso, siamo stati presenti a importanti Borse internazionali del turismo. Siamo ancora in fase di costruzione, ma i risultati vengono, le attese sono realistiche, perché siamo a Napoli. 

Ci sarà possibilità di aver corsi, master-class e concerti dedicati ad altri strumenti a pizzico di respiro mediterraneo o afro-americano? 
È nelle intenzioni. Alla fine, lasciamo che le cose avvengano secondo il loro naturale percorso senza forzare i tempi o mettere delle idee che vorrebbero essere realizzate a tutti i costi. Per ora l’importante è gestire i costi, cominciare a creare lavoro per chi studia il mandolino. Il mandolino non è ancora accreditato come oggetto che fa cultura, quindi è importante dare delle possibilità agli strumentisti oltre che suonare ai matrimoni. Ma occorre non forzare i tempi. Quando si va fuori Napoli, lo strumento si identifica con Napoli e la cultura napoletana fuori è vincente, la vendi facilmente. Invece, qui da noi si fa fatica. Molti sono rimasti all’epoca felice in cui per suonare c’erano soldi pubblici e sovvenzioni quando entravi nei canali giusti… Ora non è più così, ti devi attrezzare secondo una logica di mercato, cercare di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Devi venire a compromesso pur cercando di fare cose dignitose ed eleganti. Così ci sentiamo di essere anche quando cerchiamo di arrangiare una canzone napoletana: cerchiamo l’arrangiamento ben fatto per comunicare delle emozioni. Non siamo convinti che basta parlare di mandolino per far piacere alle persone. È una questione di onestà intellettuale.

Qual è il tuo punto di vista sulla didattica dello strumento nella scuola secondaria di primo grado e nei Licei musicali. E nei Conservatori?
Nella scuola media a indirizzo musicale noi mandolinisti purtroppo siamo assenti, un po’ per colpa nostra e un po’ colpa delle istituzioni. Il mandolino sarebbe stato inseribile molto facilmente: è uno strumento molto facile, lo metti in mano a uno studente e subito suona, diversamente dal violino o da unostrumento a fiato. Ma la questione delle scuole medie non è stata seguita sul nascere. Pertanto, la legge ha fotografato la situazione dell’epoca, nella quale noi mancavamo. Adesso è difficile correggere la situazione. Nei Licei si insegna il mandolino, ma come scelta di secondo strumento, perché il ragazzo che esce dalle medie non viene mandolinista. Nei Conservatori ci sono sette cattedre, così problemi di sopravvivenza non dovremmo averne, ma dobbiamo racimolare gli allievi come capita. Non arriva mai qualcuno che abbia fatto un percorso di studi regolari, a partire dal prima media, come previsto dall’ordinamento italiano. Capita di avere a che fare con chi ha il diploma in un altro strumento e ha suonato un po’ il mandolino ai matrimoni e vuole studiarlo. Speriamo che con l’Accademia si possa accentuare l’interesse. [Occorre rilevare che si è avuta l’introduzione dell'insegnamento dello strumento musicale del mandolino in qualche scuola secondaria di primo grado in base all’autonomia scolastica. Così, come dal 2014 esiste una proposta legge per l’introduzione dell’insegnamento del mandolino nella scuola secondaria di primo grado, ndr].

Da docente di Conservatorio, qual è la tua prospettiva sulla didattica?
Mi tiro fuori dalla scuola che c’è attualmente in Italia. Insegno altre cose, utilizzo una tecnica che è quella che si è usata dal Settecento fino a tempi recenti anche qui a Napoli, che chiamo ‘tecnica napoletana’. Innanzitutto, devo dire che la scuola attuale di mandolino non ha una cultura del suono, usa un modo di muovere le mani che non aiuta lo strumento a suonare meglio, perché non si appoggia su un’esperienza stratificata nel corso di 300-400 anni. È qualcosa che stata più o meno sviluppata da un mandolinista e da lì si sono seguite le sue tracce in maniera un po’ acritica. In questo momento uno dei motivi per cui non si fa abbastanza con il mandolino in Italia, a differenza di ciò che accade fuori, è che si è imboccati una strada senza futuro, che non ha sostanza. Basterebbe fare un po’ di analisi delle fonti scritte. Poi ci sono i video dei mandolinisti del passato che spiegano, per non dire dei dischi come le registrazioni di Calace: è un altro mondo, di cui spero ci si accorga. Personalmente, lavoro in una direzione diversa e credo di raccogliere risultati. Anche “The Dark Side of the Mandolin” non sarebbe venuto fuori senza una mentalità di recupero della tradizione ma anche di estro e fantasia, com’è sempre stata la tradizione: occorre sapersi mettere in discussione. Ti prendi il tesoro del passato e ti metti a giocare sul futuro. Mi dichiaro orgogliosamente un outsider e tale vengo considerato, e a dirla tutta, anche un po’ anche ostacolato… Ma questo fa parte della mia storia personale.

Per i cultori dello strumento e i turisti culturali è possibile fornire un itinerario napoletano per immergersi nell’universo del mandolino?
Al momento più che visitare le liuterie: Calace, Aneme  e Corde e Masiello, non è possibile fare altro! Notizie sul mandolino ce ne sono poche a partire dal Settecento. Napoli è avara perché la storia è stata poco indagata. Inoltre il nell’Ottocento Risanamento  ùha fatto perdere le tracce. Così le liuterie di un tempo: Vinaccia, Filano, Fabbricatore hanno chiuso e non c’è più traccia di quello che esisteva. Sarebbe bello raccogliere in un’unica esposizione gli strumenti, perché ci sono delle belle cose nei musei, ma come Accademia non siamo riusciti ad affrontare una discussione con la Sovrintendenza a riguardo di tutta la liuteria napoletana, che come scuola ha una continuità nel tempo maggiore di quella di Cremona. Però lì, grazie ad Amati, Guarneri del Gesù e Stradivari, ne hanno fatto un business, qui da noi solo cani sciolti.  Per quel che riguarda gli strumenti, qualcosa era esposto al Museo di Capodimonte, ma ormai molti strumenti sono conservati negli scantinati e non vengono tirati fuori. Qualche strumento è visibile nella collezione del Conservatorio di San Pietro a Majella. Come Accademia Mandolinistica, vorremmo esporre gli strumenti importanti, raccogliendoli, ma resta uno dei progetti futuri. In termini di ricerca, una cosa importante che sta accadendo, e che riguarda ancora noi dell’Accademia, è un progetto di ricerca sul mandolino nel Settecento a Napoli, in svolgimento con l’Università di Uppsala in Svezia, l’Università di Bologna e il Conservatorio di Bari. Vedrà la realizzazione di tre CD sulle musiche conservate nella collezione “Gimo” a Upssala [La collezione conservata nell’università svedese è di fondamentale rilevanza in seno alla musica strumentale del XVIII secolo, ricca di composizioni per mandolino in svariate combinazioni strumentali, è imprescindibile per chi voglia avvicinarsi alla letteratura musicale mandolinistica, ndr], ci saranno convegni e giornate di studio con l’intento di coinvolgere musicologi intorno all’argomento mandolino per affrontarlo da un punto di vista scientifico.  Tra gli eventi didattici internazionali ne è previsto prossimamente uno a Londra, organizzato dalla Lute Society in collaborazione con la Banjo, Mandolin and Guitar Federation. Sarà un incontro sui mandolini storici (http://www.lutesociety.org/) esposti presso il Royal College Museum, con interventi di Paul Sparks, Lars Berglund, Anna Rita Addessi, e Mimmo Peruffo, una master-class e dei recital. Il progetto di ricerca, a parte la realizzazione dei CD, consentirà di indagare gli archivi napoletani, ma soprattutto di raccogliere tutte le musiche di provenienza napoletana che si trovano nelle biblioteche sparse per il mondo. 


Ciro De Rosa


Orchestra a plettro Accademia Mandolinistica Pugliese – Charles Avison. Concerti Grossi After Scarlatti (Digressione Music, 2016)
Il 1685 ha rappresentato un anno straordinario per la musica europea che nel giro di pochi mesi assistette alla nascita di tre artisti come George Friedrich Händel, Johann Sebastian Bach e Domenico Scarlatti. Proprio quest’ultimo è il protagonista della storia raccontata dall’album “Charles Avison. Concerti Grossi After Scarlatti” edito da Digressione Music. Si tratta di un pregevole lavoro monografico dedicato ai concerti grossi di Charles Avison (Newcastle upon Tyne, febbraio 1709 – Newcastle upon Tyne, 10 maggio 1770) nell’esecuzione dell’Orchestra a Plettro dell’Accademia Mandolinistica Pugliese diretta da Leonardo Lospalluti che getta nuova luce sull’attività artistica del compositore inglese, considerato tra i più importanti di fine Settecento e ben noto per la sua attività di critico, teorico e didatta, nonché di impresario per concerti ed orchestre. Avison, infatti, si dedicò per molti anni a un intenso lavoro di riarrangiamento in forma di concerto grosso per orchestra delle sonate per clavicembalo di Domenico Scarlatti, dando anche alle stampe nel 1744 “Twelve Concerto’s in Seven Parts... Done from Two Books of Lessons for the Harpsichord Composed by sig. Domenico Scarlatti” nel quale, con grande libertà ed eleganza, riprese temi scarlattiani arrangiandoli per orchestra. Seguendo la pratica consolidata di riadattare le composizioni altrui, il compositore inglese fece qualcosa in più nello scrivere le partiture orchestrali per composizione pensate in origine per clavicembalo, aggiungendovi un tratto elegante che le rende più uniformi e coerenti come dimostra la composizione di alcuni movimenti lenti per mantenere la ripartizione caratteristica della forma concerto. Un esempio ne è certamente il Largo del Concerto n.6 o i tempi del Concerto n.12. In altri casi il compositore inglese sceglie di rileggere i temi di Scarlatti in tonalità diverse come nell’adagio del Concerto n.1 o dell’allegro spiritoso del Concerto n.3. Ciò che colpisce maggiormente è il lavoro di cesello compiuto da Avison nell’addolcire le asprezze armoniche o nel tagliare ripetizioni o ancora nel normalizzare alcune battute. Lo Scarlatti riletto dal compositore inglese ha tratti meno esuperanti ma certamente elegantissimi e pieni di fascino, come dimostra la magistrale rilettura che ne ha fatto l’Orchestra a plettro Accademia mandolinistica pugliese diretta da Leonardo Lospalluti, chiudendo il cerchio di una storia che parte da Napoli e a Napoli ritorna attraverso la suggestiva ed avvincente ipotesi, suggerita e documentata da Squillante e Vrenna, che già in origine Scarlatti avesse utilizzato il mandolino come strumento di accompagnamento solista, avendo conosciuto a Napoli quello a quattro cori e a Venezia quello a sei. Il pregio principale di questo disco è quello di offrirci non solo delle splendide versioni dei concerti di Avison, in una forma molto fedele all’originale per clavicembalo, ma anche di ricomporre i tasselli di una storia poco nota come la risonanza che ebbe l’opera di Scarlatti in Inghilterra. Di non minor importanza è poi il fatto che album come questo, contribuiscano a restituire la nobiltà perduta al mandolino, per anni relegato a strumento inferiore, ma che ebbe una fondamentale importanza nella diffusione su larga scala proprio del repertorio classico. Insomma, l’Accademia Mandolinista Pugliese diretta da Leonardo Lospalluti e il mandolino solista di Mauro Squillante ci hanno regalato un piccolo gioiello da ascoltare con grande attenzione.


Salvatore Esposito

Napoli MandolinOrchestra – Mandolini al Cinema (Felmay, 2016)
In formazione da camera o in organico orchestrale la Napoli MandolinOrchestra si esibisce con successo il tutto il mondo, svolgendo un ruolo centrale nella promozione e diffusione del mandolino napoletano. Il titolo richiama un precedente disco in cui la NMO era alle prese con il repertorio di grandi pagine del melodramma (“Mandolini all’Opera”), qui l’ensemble guidato da Mauro Squillante (mandolino) e Leonardo Massa (violoncello e mandoloncello), con l’intervento agli arrangiamenti di Leonardo Lospalluti, si cimenta con temi provenienti dalle colonne sonore di rinomate pellicole del cinema Italiano. L’organico è costituto da un ensemble di plettri con sei mandolini, mandoloncello, mandola, chitarra, violoncello e contrabbasso con interventi occasionali di clarinetto, whistle e banjo. Con indovinata impronta timbrica e di orchestrazione, il gruppo rilegge celebri composizioni d’autore: vi trovate pagine del Morricone di “La leggenda del pianista sull’oceano”, “Nuovo Cinema Paradiso”, “C’era una volta il west” e “Il buono, il brutto, il cattivo”, un trittico di Carlo Rustichelli tratto da “Il Ferroviere”, “Sedotta e Abbandonata” e “La Ragazza di Bube”. Né potevano mancare il Piovani di “La vita è bella” e il Bacalov de “Il postino”, ma la chiusura è a firma di Nino Rota con “Amarcord” di Federico Fellini, eseguita in quartetto (Mauro Squillante, Alessandro Pignalosa, Enrico Capano, Leonardo Massa), in cui nell’arrangiamento ci mette lo zampino Daniele Sepe. 


Ciro De Rosa

Alberi Sonori – Mondi Stropicciati (RadiciMusic Records/Egea, 2016)

A tre anni dalla pubblicazione del disco di debutto “D’Amur’e Santi”, la formazione calabro-molisana Alberi Sonori torna con “Mondi Stropicciati”, secondo lavoro che segna una importante svolta nel loro percorso, evidenziando non solo una piena maturazione artistica ma anche una maggiore consapevolezza nelle loro potenzialità. In particolare questo nuovo album prende le mosse dall’idea di mettere insieme e dare respiro ai background dei membri del gruppo nell’ambito della musica tradizionale, sentieri diversi che hanno segnato la crescita e la formazione di ognuno di loro, permettendogli di entrare in contatto con piccoli mondi solo in apparenza differenti l’uno dall’altro. In questo senso indicativo è già il titolo del disco ad identificare quei microcosmi fatti di luci ed ombre al quale si lega l’aggettivo “stropicciati” ad evocare le mille pieghe che li caratterizza e li rende unici. Riscoprire e donare nuova vita a tutto ciò vuol dire, come scrivono nella presentazione del disco, “mantenerne vivo il fuoco e non venerarne unicamente le ceneri” nella convinzione “che un altro mondo sia possibile, un mondo dove la diversità sia realmente fonte di ricchezza e di vita, dove non ci sia la superbia della superiorità sugli altri, ingurgitando denaro e riversando morte e miseria. Un mondo che accetti la bellezza di quel caos apparente che racchiude invece un ordine complesso e profondamente perfetto. Un'utopia? La tradizione insegna”. Il risultato è, dunque, una sorta di itinerario di viaggio che prende le mosse dalla Sardegna tocca la Puglia, il Molise e la Calabria per approdare, in fine ai Balcani. La voce e le percussioni di Cinzia Minotti, le corde di Giuseppe Ponzo (chitarra battente, chitarra acustica,lira calabrese, frischettara, fujara, tamburi a cornice, campana tibetana, bottiglia) e Oreste Sandro Forestieri (mandolino, bouzouki, baglama, kaval, flauti a paru, friscaletto, marranzano, tamburi a cornice, bottiglia, cupa-cupa) ed il violino di Giuseppe Rossi costruiscono strutture musicali di impianto acustico dense di lirismo dove si inseriscono la voce di Chiara Scarpone, la zampogna di Matteo Stringaro e i tamburi a cornice di Michele Di Paolo, a cui si aggiungono le partecipazioni degli ospiti Silvia Santoleri all’organetto e Nicola Di Fiore (darbuka, timpani, piatti, tamburi a cornice) ad impreziosire il tutto. Ad aprire il disco è la filastrocca tradizionale sarda “A’badda” a cui seguono una trascinante “Tarantella” di San Nicandro e il tradizionale molisano “A' mamm dù vinde” in cui spicca la voce di Chiara Sarpone. Gli Alberi Sonori ci conducono poi in Calabria con il canto “Guarda dipettu” e poi ancora in Basilicata con la splendida “Fronni d’Alia”. Si fa tappa in Campania con una “Fronna” e il “Canto Sul Tamburo” prima di discendere giù nel Salento per l’invito al ballo di “Pizzica di San Marzano”. Se il tamburo a cornice di Michele di Paolo guida il tradizionale abruzzese “Saltarella Orsognese”, la zampogna di Matteo Stringaro è protagonista de “La Ballata di Ninella”. E’ tempo di attraversare l’Adriatico e giungere nei Balcani con il trittico “Uskudar' a gider iken“, “Sve se more” e “Rumelay” che ci conducono al finale con lo strumentale inedito “Come foglie al vento” che suggella un lavoro assolutamente interessante e da ascoltare con grande attenzione. 


Salvatore Esposito

Luigi Bruno & Mediterranean Psychedelic Orkestra – Assud. Mediterranean Psychedelic Session Vol.1 (Bajun Records/Irma Records/Illsun Records/Self, 2016)

Noto per essere il frontman dei Muffx e per le collaborazioni prestigiose con Claudio Simonetti (Goblin), Aldo Tagliapietra (Le Orme) e Richard Sinclair (Caravan), Luigi Bruno è un chitarrista e cantante salentino attivo su molti versanti, il quale ha raccolto intorno a sé alcuni tra i migliori strumentisti del Tacco d’Italia per dare vita ad un viaggio sonoro attraverso quella generazione di musicisti che si è dedicata alla sperimentazione nell’ambito della tradizione popolare, dando vita alla Mediterranean Psychedelic Orkestra. Protagonisti di questa avventura al fianco di Bruno (chitarra elettrica, chitarra acustica, voce, synth), Michele Russo (chitarra elettrica, chitarra acustica), Lorenzo Ronzino (basso elettrico), Matteo Debenedittis Semolle (tastiere, piano, synth), Cristian Martina (batteria), Max Però (organetto diatonico), Andrea Doremi (trombone, basso tuba), Valerio Barone (tromba), Roberto Negro (basso tuba), Tiberio Pati (percussioni), le voci di Loredana Biondo e Manuela Colazzo e i cori di Paola Marzano, Madia Biondo, Tiberio de Mitri, e un folto gruppo di ospiti tra cui spiccano Nandun Popu dei Sud Sound System, Claudio “Cavallo” Giagnotti dei Mascarimiri, Giancarlo Paglialunga del Canzoniere Grecanico Salentino e Giancarlo Dell’Anna. Il risultato è “Assud. Mediterranean Psychedelic Session Vol.1” nel quale hanno raccolto nove brani tra composizioni originali e riscritture di brani tradizionali, registrati presso il Giallo Studio di Alezio (Le) e che nel loro insieme compongono un viaggio sonoro che si snoda dall’Africa ai Balcani passando ovviamente per il Salento tra suggestioni world, divagazioni psichedeliche ed energiche incursioni nel rock. Tradizione, innovazione e sperimentazione sono, così, gli ingredienti principali di questo disco, nelle cui trame va letto anche il desiderio di riportare alla luce temi di grande attualità come l’imbarbarimento della civiltà, lo smarrimento della consapevolezza nelle proprie radici e la continua mercificazione della cultura orale. Nel tradimento sonoro della tradizione salentina operato dalla Mediterranean Psychedelic Orchestra c’è un grido di allarme affinché quest’ultima esca dai musei per tornare realmente ad essere in movimento verso il futuro. Ad aprire il disco sono i ritmi speziati di “Sciamunde All’Africa” in cui spicca la voce di Idrissa Sarr ed alla quale segue il singolo “Surfinikta” con la partecipazione di Nandu Popu, che nel mettere alla berlina il Salento da cartolina ci offre una sorprendente rilettura in chiave surf del tradizionale griko “Kalinifta”. Il breve valzer “Aayo Nene” ci introduce, poi, prima alla sinuosa “La Tortula” e poi alla travolgente “Balkan Brown” in cui fa capolino il violino di Giorgio Doveri di Officina Zoè. Se la torrida pizzica rock “Santu Paulu Tou” vede protagonisti Claudio “Cavallo” alla voce e al tamburreddhu e Giancarlo Paglialunga al tamburreddu, la successiva “Sonido Amazzonico” è una piacevole divagazione in territori prog-world condita da ritmi in levare. Il vertice del disco arriva con la rilettura di “Balkanica Pizzicata” di e con i Mascarimirì e qui proposta in una versione che estremizza l’incontro tra pizzica, tradizione balkan e rock dell’originale. “Ritorno a sorridere” con il suo crescendo solare con i fiati in grande evidenza chiude un disco intrigante, del quale non ci resta che attendere il volume due per conoscere gli sviluppi di questo progetto. Da ultimo ci piace segnalare che una parte del ricavato dalle vendite del disco sarà devoluto alla onlus italo-senegalese Casa di Ibrahima, nata per la tutela dei diritti universali dei bambini ed in particolare quelli che vivono condizioni di forte disagio in Senegal. 


Salvatore Esposito

Amira Medunjanin – Damar (World Village, 2016)

Da signora del canto bosniaco folk emozionale e melanconico, Amira Medunjanin si è fatta largo nel panorama world con un pugno di ottimi album (soprattutto “Silk & Stone” e “Amulette”), acquisendo una reputazione più ampia di vocalist e interprete sopraffina. Questo nuovo lavoro – registrato negli studi Real World – non fa che consacrare la compiutezza dell’artista, che cerca un equilibrio tra stili più antichi e sperimentazione, dall’intimismo lirico della sevdah alla produzione di impronta jazz del pianista e percussionista serbo Bojan Zulfikarpašić, con le chitarre di Boško Jović e di Ante Gelo, il contrabbasso di Zvonimir Šestak. È un piccolo ensemble acustico che esalta le fattezze vocali della cantante di Sarajevo, sempre controllata, dal timbro caldo e ‘soulful’. «La mia voce è al servizio della canzone, che detta come dovrebbe essere espressa», dichiara la cantante nel presentare l’album, aperto da ”Pjevat ćemo šta nam srce zna”, una sevdah composta dall’innovativo conterraneo Damir Imamović. A seguire il tradizionale macedone “Tvojte oči Leno mori”, che a tratti si tinge di armonizzazioni flamenche. Invece, “Vjetar ružu poljuljkuje” ci trasporta nella Chicago dei primi anni Quaranta del Novecento, quando questa canzone venne composta da un emigrate bosniaco, Edo Ljubić. Si cambia registro in “More izgrejala sjajna mesečina”, un tradizionale serbo in cui il pianismo brillante di Bojan Z fornisce il valore aggiunto. Si ritorna in Bosnia con le note di “Kad ja pođoh na Bentbašu”, una vecchia canzone di Sarajevo, basata su una melodia liturgica sefardita rielaborata in maniera squisita per le due chitarre. La canzone serba “Oj golube moj golube” è un dialogo profondo tra voce e pianoforte. Ancora umori iberici per la bosniaca “Moj dilbere”, mentre nella title-track (musica di Boško Jović, testo di MarijaKrznarić) Amira esplora il suo registro basso e scuro accompagnata dal piano con punte elevatissime. Tutto va a concludersi con “Ah, što ćemo ljubav kriti”, di nuovo un tradizionale originario dalla Bosnia-Erzegovina. Diretta raffinatezza per un album che si attesta tra i migliori dell’anno appena trascorso. 


Ciro De Rosa

Trebunie-Tutki & Quintet Urmuli - Duch Gór: The Spirit of the Mountains (Unzipped Fly Records/Polish Radio Program 2, 2016)

I Trebunie-Tutki sono un’istituzione della musica tradizionale polacca, praticando la musica dei montanari dei Monti Tatra, ai confini con la Slovacchia, di cui sono originari; nello specifico, provengono dal villaggio di Biał Dunajec nei pressi della rinomata località turistica di Zakopane. È un gruppo musicale familiare attivo sin dagli anni ’90, che ha collaborato, tra gli altri, con i giamaicani Twinkle Brothers e con Adrian Sherwood. Oggi alla guida ci sono Kryzysztof Trebunia-Tutka (violino, flauti, cornamusa, corno di legno, campane), Anna Trebunia-Wryrostek (canto, violoncello popolare) e Jan Trebunia Tutka (voce) con Andrzej Polak (violino e voce) e Kuba “Bobas” Wilk (contrabbasso). “Duch Gór: The Spirit of the Mountains” è un album condiviso con il quintetto Urmuli, proveniente da Tbilisi, Georgia: cantori e strumentisti, attivi da vent’anni con un repertorio di canto polifonico e melodie strumentali di matrice tradizionale. Il quintetto annovera Nugzar Kavataradze (canto, phanduri, duduk), Shalva Abramashvili (voce e chüniri), David Ratiani (voce e chüniri basso), Tamaz Mamaladze (voce, phanduri basso, cornamusa georgiana) e Gela Tabashidze (canto e salamuri). L’iniziale “Powstańcie Przodkwie” è una sorta di chiamata propiziatoria degli antenati, che fonde due motivi, uno polacco e uno georgiano. Si prosegue tra canti d’amore (“Moja Dziwczyno”, “Na Zbój”), elogio della danza (“Do Tańca”), storie di briganti (“Moja Frejerka Ciupazka”, “Ballada O Śmierci Janosika”), leggende (“Hej Giewoncie”: uno degli episodi migliori del disco), ritratti della vita montanara (“Redy”, “Poźegnanie”, “W Lesie”) e visioni montane (“Anioł”). Le composizioni, alcune originali altre di tradizione orale, vedono i due gruppi fondere i codici canori e i motivi strumentali generando una celebrazione delle due culture montanare, ben rappresentata da “Mięzy Wschodem A Zachodem” (“Tra Est e Ovest”), brano trionfale costruito sull’incontro di bordoni, corni, flauti, corde pizzicate. “Duch Gór” significa “spirito buono”, a simboleggiare quanto di potente emerga da questo incontro. 


Ciro De Rosa

Derek Gripper – Libraries on Fire (New Cape Records, 2016)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Una chitarra solista, raccolta in una registrazione pomeridiana in uno studio di Cape Town, con un microfono e senza post-produzione. “Libraries on Fire” è il nuovo album del virtuoso chitarrista sudafricano Derek Gripper (nato nel 1977), che ha trasposto sulla sei corde – uno strumento costruito dal liutaio bavarese Hermann Hauser III – composizioni per kora, la spettacolare arpa-liuto a 21 corde dei cantastorie mandinghi, che ha il suo epicentro stilistico tra Mali, Senegal, Guinea e Gambia. L’artista aveva già mietuto consensi con il suo precedente disco del 2012 intitolato “One Night on Earth”, in cui riprendeva brani di Ali Farka Touré e Toumani Diabate, impressionando non solo lo stesso creativo strumentista di Bamako, ma l’immenso chitarrista John Williams. Studi di piano e violino a scuola, poi Gripper suona il basso in una rock band, fino a rivolgersi alla chitarra classica, che imbraccia già in piena adolescenza. La scoperta del suono della kora e delle chitarre maliane fanno il resto, tant’è che si lancia in un indefesso studio imitativo dei raffinati pizzicatori di corde antiche dell’Africa occidentale. Impressiona il modo con cui Gripper governa le linee di basso distintive del suono del kora, le dolci cascate di note e gli scatti incisivi; notevole la sua capacità di gestire e bilanciare gli elementi melodici. Il titolo di questa seconda opera dedicata a classici per kora fa riferimento alla celebre immagine metaforica della biblioteca che va in fumo ogni volta che un anziano scompare in Africa. Si parte con “Duga”, un brano di Sekou Batourou Sekou, uno dei maestri di Toumani, reso in maniera magistrale in equilibrio tra improvvisazione, senso ritmico e abbellimenti. “Lampedusa” è stata concepita per due kora da Toumani e da suo figlio Sidiki, eppure Gripper riesce a combinare le due voci strumentali sulla sua chitarra. “Miniyamba” è un antico canto mande, appreso dagli archivi della British Library e parte del repertorio del gambiano Jali Nyama Suso (1925-91). 
La versione di archivio incontra la rilettura fattane da Toumani Diabate e da suo figlio, Ancora una volta, Gripper riesce a condensare due kora in un chitarra sola. Sublime la resa di “Salama”, proveniente da quel caposaldo che è stato “New Ancient Strings”, la registrazione di Toumani Diabate con il cugino-fratello Ballaké Sissoko. “Dove si incontrano I due fiumi”, questo è il significato di “Bafoulabe”. In realtà, la canzone originale parla di un ippopotamo che vive in armonia con la gente di un villaggio fino all’arrivo di un cacciatore bianco, in epoca coloniale, che lo uccide; la versione proviene ancora dalla raccolta “New Ancient Strings”. ”Si Naani” riproduce il coté innovativo del kora mediante l’uso di nuove accordature che riproducono la scala temperata. Il brano è derivato dalla fusione di due canti tradizionali: “Musu Maramba” e “Njaaro”; nella trasposizione sulla chitarra, Gripper si è avvalso di un’accordatura di Egberto Gismonti, il compositore brasiliano di cui è grande estimatore. “Maimouna” fa parte del repertorio di Ballaké Sissoko, artista dallo stile trascinante, comunque diverso da quello di Toumani; la versione di Gripper è suonata in Re, una terza al di sotto dell’originale di Ballake. Invece, “Korabali” era stato composto in origine per il liuto ngoni, basato su una melodia tradizionale settecentesca. Dal momento che il brano serve a celebrare personalità importanti, Gripper lo ha dedicato a Mandela, che era ricoverato in ospedale quando il musicista ha iniziato a suonare questo pezzo. La conclusiva “Alfa Yaya / Anna Magdalena” appartiene a Amadou Bansang Jobarteh (c.1914-2001), fratellastro del padre di Toumani, uno dei grandi suonatori gambiani. Il lamento per AlfaYaya Diallo, che lottò contro il colonialismo francese, è accostato a una composizione dedicata alla seconda moglie di Bach. Inevitabile la domanda: ma perché suonare su una chitarra ciò che magnificamente possiamo ascoltare sul cordofono dei bardi mandinga? Gripper ha le idee chiare: un personaggio come Toumani Diabate è come il Segovia del kora. Pertanto Gripper si prefigge lo scopo di portare il repertorio verso nuovi pubblici, sollecitando i chitarristi classici a introdurlo nei loro programmi concertistici. 



Ciro De Rosa

Intervista con Amenio Raponi

Formatosi sin da giovanissimo al fianco del padre, il maestro Orlando Raponi, Amenio Raponi è uno dei più importanti ed apprezzati liutai italiani, vantando una lunghissima carriera e numerosi riconoscimenti come il primo premio al concorso internazionale di Ascoli Piceno del 1969.  Specializzato nella costruzione sia di chitarre classiche che di flamenco, realizza le sue opere nel cuore di Roma, costruendo strumenti a corda e ad arco in numero limitato, destinati principalmente a musicisti professionisti italiani e stranieri come Alirio Diaz e gli IntiIllimani. Più recente è il suo avvicinamento allo studio e alla sperimentazione di nuovi materiali per la realizzazione di casse acustiche in carbonio per enfatizzare al meglio le vibrazioni emesse dalle casse acustiche della chitarra. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua formazione, le peculiari tecniche costruttive e soffermarci sulla commercializzazione e la manutenzione delle chitarre.

Dove e come ha imparato l'arte della liuteria?
Ho iniziato con mio padre, quando lui decise di intraprendere quest'arte, io avevo 14 anni ed avevo una grande passione per la lavorazione del legno.

Chi è stato il suo primo maestro?
Posso dire mio padre, dato che lo seguivo passo passo nella sua ricerca; in questo periodo ho conosciuto molti grandi liutai, sia italiani che stranieri come Gallinotti, Ramirez III, Fleta, Hauser III ecc.

Che rapporto c'era e c'è con la musica nella sua famiglia (genitori, nonno ecc.)?
Nella famiglia di mio padre, c'era mio nonno e due fratelli di mio padre che suonavano la chitarra e il fratello di mio nonno che suonava il violino; l'unico che non si è dedicato alla musica era mio padre.

Quanto è durato l'apprendistato?
Dato che costruivo con mio padre, non c'è stato apprendistato; se c'è stato è durato fino alla sua morte.

Pensa di aver raggiunto il massimo come liutaio?
No, non ho raggiunto il massimo, in quanto la mia vita da liutaio è una continua ricerca, amo questo lavoro perché non si finisce mai di imparare.

Che materiale utilizza per la costruzione delle sue chitarre?
I materiali sono i più svariati; si va dal palissandro all'ebano, mogano, acero, cipresso, ecc.; per il piano armonico di solito uso l'abete, cedro, o redwood (sequoia).

C’è differenza tra i diversi tipi di legno da utilizzare per la costruzione?
Ogni tipo di legno ha le sue caratteristiche e vanno utilizzate per dare voci diverse a diversi strumenti.

Da cosa dipende, la scelta dei diversi materiali?
Dalla scelta dei materiali dipende il buon esito dello strumento; bisogna conoscerli per poterli manipolare a proprio vantaggio.

Ci può descrivere le fasi e le tecniche di costruzione delle sue chitarre?
Costruisco con una forma esterna e non con la “solera” come gli spagnoli; una volta piegate le fasce e inserite nella forma e applicati gli zocchetti, vado a preparare il piano armonico e dopo averlo posizionato ed incollato, pratico la coda di rondine per il manico, successivamente preparo il fondo e lo incollo; dopo di che la cassa è pronta e viene estratta dalla forma e applicata la filettatura, poi viene montato il manico e la tastiera, dopo il tutto lo strumento è pronto per la verniciatura; portato a termine il tutto si procede alla messa a punto dello strumento dopo di che è pronto per essere suonato.

Passando ai modelli da lei prodotti, ci può descrivere quali sono i principali?
Costruisco diversi modelli: chitarre classiche, flamenche, acustiche, elettriche; ma quelle a cui tengo molto sono le classiche, ne produco due tipi le tradizionali e quelle con piano armonico reticolare.

Quali sono le peculiarità delle sue chitarre?
Hanno una voce con sonorità superiore e gli armonici non sono da meno.

Quale è il pubblico che acquista le sue chitarre?
Quei concertisti che apprezzano il suono dei miei strumenti.

Quale è il suo approccio al mercato e i suoi metodi principali di commercializzazione?
Partecipo a qualche mostra, ma principalmente sono i miei strumenti utilizzati che si propongono.

Quali sono le richieste che le fanno gli acquirenti?
Sono le più disparate e vanno dal tipo di suono che desiderano alla personalizzazione dello strumento.

Come bisogna approcciare la manutenzione di una chitarra?
Bisogna tenere in considerazione che la chitarra non è un manufatto di legno qualsiasi, ma è un qualcosa che vive e soprattutto vive in simbiosi con l'esecutore e gli sono dovute tutte le accortezze necessarie che non vengo ad elencare perchè scontate, (in primis è l'amore).

Da ultimo, com'è il rapporto con gli altri costruttori?
Ho sempre, e tutt'ora mantengo un buonissimo rapporto, li considero amici e li stimo per il lavoro che portano avanti con tanto amore.

Contatti
Amenio Raponi - Liutaio
Via della Magliana Nuova, 196 00146 Roma
Tel.: 06-55268600 Cell.: 339-8675177
http://www.amenioraponi.it



Salvatore Esposito

Antonio Francesco Quarta e Romina Modolo – Effetto KW (AFQ, 2016)

“Effetto KW” è un album profondo ed equilibrato, nel quale Antonio Francesco Quarta – di cui abbiamo avuto modo di parlare in queste pagine – affronta niente di meno che Kurt Weill. A ben vedere con questo tributo Quarta continua a sviluppare la sua personale prospettiva di riproposta sì di classici, ma attraverso uno sguardo senza dubbio analitico e sempre fuori dalla rappresentazione immobile, reificante. Se di disco tributo si tratta, infatti, va inteso e analizzato dentro un quadro estremamente personale, in cui gli elementi più forti sono l’idea e la selezione, ancor prima la conoscenza e lo studio del repertorio del compositore e musicista tedesco e, infine, la scelta del linguaggio attraverso cui ri-diffondere la scrittura ormai classica di Weill. D’altronde si può anche imparare a conoscere la visione di un musicista attraverso le sue scelte, e non solo attraverso le sue composizioni. Perchè credo si possa asserire che l’assemblaggio di un album, la raccolta di informazioni sugli elementi che vi convergono (ovviamente l’artista di riferimento, la sua produzione in riferimento ai brani che si vogliono riprodurre, il periodo storico-sociale di riferimento), lo stesso processo di organizzazione del materiale, sono tutti dati che informano su chi si muove, su chi sceglie di fare una cosa piuttosto che un’altra. In realtà questo processo, oltre a dare le informazioni di cui sopra, riflette anche un insieme di significati più profondi. I quali, se da un lato ci suggeriscono (o meglio ci danno la possibilità di riflettere su) questioni fondanti lo “spirito” dell’artista cui ci si ispira, dall’altro aderiscono in modo insolito (e per questo probabilmente avvincente) a una produzione da cui si rischia di rimanere “classicamente” distanti. Una produzione che galleggia nell’aurea fuori dal tempo della musica già scritta e soprattutto accettata, incorporata, da una società molto ampia (sicuramente buona parte di quella europea e statunitense) che, nello stesso tempo in cui l’ha consacrata ne ha anche preso le distanze, accettandone la straordinarietà. Allora la riproposizione reificante e la celebrazione dogmatica non sono due facce della stessa medaglia? Due facce che ci suggeriscono di trovarne una terza (almeno)? Sarà proprio questa la prospettiva immaginata dal musicista di origine salentine? Chi lo sa. Ad ogni modo il programma di Quarta va accolto con attenzione, perché oltre a essere piacevole sul piano estetico, è interessante sul piano storico e sociale. E, in ogni caso, vale la pena tenerne conto e considerare quella prospettiva come una plausibile “rete” entro la quale agganciare gli elementi musicali e testuali che Quarta ci propone. Innanzitutto perché, quando si parla di Weill, si parla anche di Bertolt Brecht (e qui ritorna il contesto storico-sociale in cui si produce la scrittura, l’interpretazione, la produzione), così come (basta scorrere la scaletta dei dieci brani dell’album) di Roger Fernay, Maurice Magre e Jacque Deval. Non mi soffermo su Brecht, ma forse vale la pena ricordare Roger Fernay, l’autore delle parole di “Youkali”, un brano molto popolare ispirato a una melodia tanguera, che Quarta ripropone nell’album con molta enfasi e partecipazione, grazie anche alla solida base musicale organizzata da Romina Monolo, che accompagna tutti i brani al pianoforte. Su un piano più tecnico, segnaliamo necessariamente “Le train du ciel”, con testo di Jacque Deval, in cui si condensa molto dell’effetto teatrale che pervade l’album – con variazioni di tono e di atmosfera, ma anche di dinamica e profondità – e che può, a buon diritto, annoverarsi tra gli elementi più indicativi del carattere di tutti i brani di “Effetto KW”. 


Daniele Cestellini

Murcof - Wagner – Statea (Infiné, 2016)

“Statea” nasce dall’incontro di Fernando Corona aka Murcof e di Vanessa Wagner che qui si confrontano con interessanti pagine tratte dal repertorio contemporaneo. Si passa da Satie, Cage, Feldman sino a Pärt, Glass, Adams e Aphex Twin in un viaggio sonoro organizzato con estrema cura e originalità. Il pianismo della Wagner, puro e cristallino, interagisce con i sostanziali inserti elettronici e le manipolazioni di Murcof, in grado di arricchire i brani rivestendoli di una personale aura e talvolta dilatandone le strutture, alla ricerca di un risultato che allontana decisamente l’album dall’essere una semplice e tradizionale antologia. “Statea” nella sua concezione Ambient pone in comunicazione e connessione emotiva i materiali con un ottimo esito, complice, oltre alla natura dei brani stessi, anche l’esperienza condivisa dai due sul palco vera genesi del progetto. Murcof e Wagner ci dimostrano che è possibile interpretare con rispetto pagine contemporanee senza remore accademiche, svelandone le molteplici (e ulteriori) possibilità senza intaccarne l’intento originario. 


Marco Calloni