- Intervista a Giovanni Floreani
- Valentino Paparelli e Sandro Portelli, Valnerina Ternana - Un'esperienza di Ricerca-Intervento, pp. 180, 2011 cofanetto con libro + 2CD
- Nuovo Canzoniere Italiano, 29 Gennaio 2012, Teatro Valle Occupato, Roma
- Gualtiero Bertelli – Antologia (Alabianca/I Dischi del Sole)
- Orchestra Cocò - Passepartout Canzoni d'Amore (Felmay)
- Marcabru – Derive (Autoprodotto)
- Chiara Idrusa Scrimieri, Danze di Palloni e di Coltelli (Idrusa Visula Lab/Apulia Film Commission)
- Municipale Balcanica – Foua 1.1 (Beaming Productions/ORDIS GbR)
- Me'Shell Ndegéocello - Weather (Naive)
martedì 31 gennaio 2012
Indice 4/2012
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Intervista a Giovanni Floreani
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World Music
Da Suns Naturai? a Sound of…” un tracciato sonoro che corrisponde anche ad un’ipotesi sulla musica nel XXI secolo.
“Un percorso che ci ha permesso di esplorare ambienti musicali tenendo però conto degli aspetti filosofici, storici e antropologici che, in una sorta di continua metamorfosi, determinano cambiamenti, diverse valutazioni, dubbi, incertezze e misteri. Se, ad esempio, ai tempi di Suns naturai, ci si chiedeva cosa volesse significare naturalità, ora con Sounds of… cerchiamo di codificare e dare un senso all’infinità di suoni artefatti che escono dagli expander o dall’Ipad. Ci siamo liberati subito da un fardello ingombrante:
l’accostamento di naturalità e tradizione. Questo è un tema ben esplorato, a mio avviso, nel libro La Natura dei Suoni, la cui stesura ho condiviso con l’amico filosofo Alberto Madricardo. Contrariamente a quanto generalmente si pensi, tradizione significa passaggio, transito, dal latino traděre; esagerando, qualcuno attribuisce anche un senso di “tradimento” (in realtà, si tratta di una deriva semantica di traděre, scaturita dalla vicenda del Cristo, ‘consegnato’ da Giuda. Da qui lo slittamento di traděre che assume anche il significato di tradito e tradimento, ndr) nel momento in cui è riproposto un documento che fa parte della tradizione. È evidente che per rompere un consolidato connubio fra tradizione e naturalità sarebbe stato necessario, prima, indagare su quanto comunemente è indicato come tradizionale. La tradizione, di fatto, non ha né origine né tempo: è il frutto di una continua reiterazione che genera una consolidata abitudinarietà. Se rimaniamo nella sfera musicale appare evidente che questo ragionamento non prescinde dal tipo di musica o dalla vernacolarità del materiale reiterato o dalla presunta autenticità di certe esecuzioni. Quindi la naturalità non si identifica con tradizione. Liberati da questo vincolo, l’orizzonte sonoro si arricchisce di mille altre confluenze il cui unico comune denominatore è la volontà di mescolarsi rifiutando, o perlomeno cercando di farlo, uno schema predefinito con strutture scontate e prevedibili. Una musica senza tempo che, tuttavia, riflette riferimenti importanti e che si sforza di uscire da un ruolo rassicurante per le orecchie dell’ascoltatore”.
Quanto Sounds of… vuol essere anche Sounds from…?
“Qualche anno fa ho avuto l’occasione di conoscere Brian Eno con il quale ho trascorso una serata a parlare di musica e di vita. Inevitabilmente, visti i comuni interessi musicali, abbiamo a lungo discusso di globalismo. Ad un certo punto disse: ‘Se ho bisogno, per una mia composizione, di un suono etnico, preferisco costruirmelo nel mio studio con le mie attrezzature, piuttosto che rubarlo al suo luogo di provenienza’. Nello stesso istante mi venne in mente d’aver letto, in quei giorni, la notizia di un pakistano che rischiava il taglio della mano perché non aveva saputo dimostrare di saper suonare un tamburo tradizionale. Non so dire quanto veritiera fosse la notizia ma ricordo che era apparsa sul Corriere della Sera. Ma non solo, perché pensai anche ai suonatori della Val Resia o agli zampognari del Pollino oppure i musicisti che trovi nei pub di Edimburgo, i quali difficilmente ti permettono di unirsi a loro, se non conosci, almeno in parte, la loro musica. Ecco quindi che la provenienza o l’appartenenza di un suono diventa se non di poca importanza, molto relativa se si spostano i motivi d’interesse verso una certa proposta musicale, basata non sulla esoticità ma determinata dall’uso di un suono o rumore inconsueto, inaspettato. Questi inserimenti in un ampio contesto che ammiccano all’uso e alla fruizione del suono in quanto fenomeno sonoro nello spazio, che può essere acuto, stridulo, grave, debole, sinuoso, non privilegiano l’aspetto etnico, spesso fasullo o rubato, come dice Eno, ma guardano e guidano ad uno sviluppo, se vogliamo, anche armonico, di più ampio respiro, sicuramente più originale. Questo approccio permette di lavorare staccandosi dal dilemma dell’autenticità etnica e di liberarsi da vincoli dettati da un ragionevole rispetto verso i suoni di mondi che culturalmente non ci appartengono. Detto questo, credo sia anche interessante inserire suoni e rumori reali che spesso appaiono inaspettati, quasi a voler rivendicare la loro autenticità. Allo stesso modo la manipolazione elettronica, attraverso i molteplici midi devices, di suoni provenienti da strumenti popolari (nel nostro caso il duduk, il santoor, la musette) risulta accettabile, anzi piacevole e pertinente”.
Il disco inizia con una “canzone” del madrigalista Vecchi
“‘So ben mi c’ha bon tempo’ è stata inserita in Sounds of… quando il disco era ormai terminato. Il brano di Vecchi che nel CD appare come semplice citazione, ha un preciso ruolo di overture sia nel testo iniziale che esprime sia per il fatto che la sua forma canzone in quel tempo – siamo nel XVI secolo – rompeva, in qualche modo, un ciclo abitudinario di fare e ascoltare musica. Questi pochi versi dal sapore antico e al tempo stesso di ironica leggerezza preludono al primo brano ‘Cuancuantricule’, esso stesso anticipato da una lunga serie di citazioni che disegnano il leit motiv dell’intero album. Non c’è, però, un particolare messaggio, una specifica riflessione, una precisa accusa; si tratta piuttosto, di un ulteriore approfondimento di quel tema che debutta con Suns naturai e approda a Sounds of… e rimane in sospensione in attesa di ripartire verso altri lidi e altre ricerche. L’approfondimento al quale mi riferisco usa elementi diversi, sensibilità contrapposte, autoironia, a tratti emerge perfino una sottile forma di qualunquismo. Se apparentemente le citazioni iniziali potrebbero dare forza ad una posizione anarchica rispetto alle ‘Cuancuantrules’, che sono le innumerevoli voci del potere che quotidianamente ci assillano, vi è anche una netta colpevolizzazione, quasi reazionaria, della massa. Il testo recita: ‘Di bessoi non an nuje ce di e contâ, in trop a podin sei periculôs’, ossia presi uno ad uno sono sostanzialmente dei vigliacchi mentre nel branco diventano pericolosi e certamente non propositivi. Così come in ‘Aghe, aghe benedete’, la sacralità di uno degli elementi più cari alla tradizione popolare, l’acqua, viene deturpata da un’evoluzione sonora al limite dell’insopportabilità fisica con suoni e rumori che poco hanno a che fare con il flusso melodico e rassicurante di una fontana, di un cristallino corso d’acqua. Ma è anche la testimonianza di un’ironia, di una rabbia e di una saggezza popolare raccolte in ‘Charax Marathon’ e ‘Orarà la me gjalino’, per finire nella sublimazione del caos attuale, di una frantumazione che è diventata, oramai, una costante della nostra quotidianità. Ancora una volta, quindi, una sostanziale fotografia di una realtà, anche musicale, che viviamo con la consapevolezza di non saper e poter distinguere fra generi, appartenenze, naturalità, alterazioni, piacere puro all’ascolto e piacere intellettuale dell’ascolto”.
La chiusura non poteva che essere ‘Frantumazione’.
Mi piaceva l’idea di un percorso che parte con ‘So ben mi c’ha bon tempo’, con quel trallalalà cantato con leggero tono dimesso, e termina con un perentorio ‘destruction of the world’ estratto da uno dei più importanti discorsi del Mahatma Gandhi. Pessimismo per un mondo che va alla deriva? Così è troppo semplice, quasi banale. C’è qualcosa che ci impedisce di osservare l’evolversi della vita con occhi diversi, anzi da un punto di vista più alto. Sembra che le nostre valutazioni debbano viaggiare a quote molto basse, provocando quindi discussioni e contrapposizioni di scarso valore ma di grande conflittualità. La frantumazione è quindi intesa come polverizzazione di pensieri e opinioni che però non emergono, rimangono in superficie e quindi non evolvono. L’anima artificiale e i voli contaminati rappresentano il mondo artefatto che ha, paradossalmente, sostituito quello reale. Gli esempi sono sotto gli occhi di chiunque abbia desiderio di vederli. Ma, in definitiva, il centro della questione sta sempre nell’equilibrio e nella ragionevolezza di certe scelte: il virtuale non è deleterio se può agevolare la progressione del reale. Voglio dire, per esempio: se la finanza percorre strade parallele al reale flusso produttivo e, anzi, lo agevola nella semplificazione delle transazioni e nell’ottimizzazione dei costi passivi, questa finanza è positiva e, per quanto virtuale, essa si pone al servizio dell’esistente non in contrapposizione. Se parliamo di musica, la sostanza non muta: la tecnologia e la creatività umana possono compiere imprese inimmaginabili ma due sono le condizioni imprescindibili: un continuo e appassionante lavoro di ricerca e la volontà di spingere le proprie riflessioni ad un livello superiore”.
La maggior parte dei brani sono cantati in friulano, nella variante carnica. Non mi pare una scelta riconducibile solo ad un’asserzione identitaria, ad un’appartenenza locale da ricercare nella parte più remota della regione. Piuttosto, si avverte un interesse verso l’aspetto fonico della lingua.
“L’uso della lingua friulana (più corretto sarebbe dire carnica) è legata ad una appartenenza affettiva a questa terra che, per quanto non sia la mia terra d’origine: sono nato e cresciuto fino a 18 anni in quel di Venezia, è proprio qui, in Friuli, che ho creato e maturato la condizione di musicista e ricercatore. È ben vero che, in seguito, le mie frequentazioni extraregionali sono diventate sempre più assidue, ma il ceppo, la radice rimangono ancora qui e soprattutto in Carnia. Non nego che la questione dell’uso della lingua autoctona abbia sempre dato vita ad animate riflessioni all’interno della band ma anche con gli amici musicisti. Se negli anni ’70 - ‘80, cantare e parlare in friulano poteva essere un gesto forte e non violento di contrapposizione ad una cultura dominante, ricordo ancora le enormi scritte che campeggiavano sui muri di San Daniele del Friuli ai tempi della Fieste di Chenti – antesignana di Folkest: Autodeterminazion dal popul Furlan, ora, al contrario, diventa un modo quasi radical-chic di proporsi. Questo, ovviamente, è l’aspetto superficiale della questione. Ciò che, in realtà, può essere interessante è il suono della lingua. Ritorna, quindi, questo elemento, il suono non come strumento, mezzo espressivo ma quale protagonista nella sua autenticità e nella sua versione più originaria. Sono anche d’accordo con chi afferma che la lingua sia lo strumento più efficace per la sopravvivenza di un popolo, ma non è questo aspetto ad interessarmi maggiormente per quel che riguarda il mio lavoro di ricerca e sperimentazione musicale. Credo che dovremmo dedicare ampi sforzi ed energie verso un’approfondita riflessione su questo tema: se la parola cantata viene intesa come un suono l’aspetto della comprensione testuale viene di fatto a cadere. La musica, questa lingua universale, compresa da chiunque, ha queste capacità. Per esempio, le prime ‘parole’ di un bambino sono comprese da tutti gli adulti, a prescindere dalla loro provenienza geografica; non dico di ritornare ai primi tentativi gutturali d’espressione dell’uomo preistorico… ma, certamente, un lavoro più profondo sul ‘suono della voce’ potrebbe essere utile. Demetrio Stratos docet.
‘Charax Maraton’ è uno degli episodi più intensi e liberi del disco.
“Ormai in Friuli è diventato un tormentone da anni: se Giorgio Mainerio fosse ancora vivo e se avesse depositato alla SIAE ‘Schiarazzola Marazzola’ sarebbe milionario. ‘Charax Marathon’, che significa canna e finocchio in greco, rappresenta l’origine onomatopeica di ‘Schiarazzola Marazzola’, un testo scritto negli anni ’60 dal tuttora vivente don Domenico Zannier, sulla musica raccolta, appunto, da Giorgio Mainerio, nel XVI secolo e poi inserita nel famoso Primo (ed unico) Libro de’ Balli. Non so quanti dei musicisti o pseudo tali, che suonano, in tutte le salse, la famosa melodia, abbiano indagato sulle sue origini o quantomeno si siano incuriositi agli scritti di don Gilberto Pressacco, forse l’unico ricercatore che abbia dedicato ampi spazi della sua breve vita a questi temi. In ‘Charax Marathon’ c’è l’essenza della storia di questa nostra Terra: le origini alessandrine: lo sbarco di San Marco nel 45 D.C. ad Aquileia che consegna a sant’Ermacora il ruolo di primo Vescovo della città patriarchina, la celebrazione di Sante Sabide in essere fino a tempi non molto lontani che porta inevitabilmente a collegamenti con la chiesa alessandrina e con i rituali ebraici, per giungere poi ai tempi dell’Inquisizione, quando citiamo l’episodio: ‘un nutrito gruppo di donne…cantava a doi chori certa canzone… per impetrare la pioggia la notte di Pentecoste…’. Si dice che ancora oggi certe popolazioni dell’Africa utilizzino la canna e il finocchio per certi rituali. Don Gilberto Pressacco nelle sue intuizioni potrà anche avere esagerato, rimangono tuttavia forti segnali. Una visita approfondita alla basilica di Aquileia e ai suoi preziosi mosaici può essere di grande aiuto che confortano le sue affermazioni. Detto questo l’idea di rendere ‘Charax Marathon’ un inserto nel quale ognuno di noi avrebbe potuto esprimersi liberamente, pur rimanendo in un ambito sufficientemente circoscritto, è apparsa convincente. Credo che questo sia il brano che più identifica il percorso da seguire in futuro anche se, ovviamente, c’è ancora molto da lavorare”.
Nel corso dei diversi progetti discografici Strepitz ha incontrato Pierre Favre, percussionista tra i protagonisti della scena delle avanguardie europee, Yang Jing, solista del liuto piriforme cinese pipa, ed ora Paolo Tofani, già anima sperimentale degli Area. Quale il senso di collaborazioni, che non sono le classiche guest star con cui spesso neppure ci si incontra?
“La condivisione di progetti con musicisti di una certa fama è stata per me la conferma della precarietà del mondo artistico e del fatto che non potrai riuscire a fare l’artista se non accetti il rischio di una vita fluttuante. Superata questa soglia e preso atto che siamo tutti sulla stessa barca ciò che conta, come dice sempre Paolo Tofani, è divertirsi. Voglio dire: un progetto potrà anche nascere a tavolino e, dopo attente analisi tecnico-economiche si potranno anche definire gli attori di quel progetto e quindi far partire la business macchina. Per i soldi si può anche arrivare a fingere divertimento ma sicuramente un’operazione del genere non potrà incrementare il bagaglio intellettuale di un’artista. Sia con Pierre Favre sia con Paolo Tofani ho vissuto momenti di grande spessore umano; in ambedue i casi, inizialmente, mi colse un po’ di preoccupazione perché alle prove puramente tecniche (strutture, soli, passaggi, inserti, ecc) si preferiva spendere le ore a parlare di questioni, apparentemente, poco pertinenti rispetto al motivo per cui ci si trovava. Mi resi conto, di li a poco, che sbagliavo. Quel tempo trascorso assieme si è rivelato ricco di spunti, di idee e di appigli per altri percorsi. Un’ulteriore conferma che il tecnicismo nulla a che fare con l’esito efficace di un progetto musicale. Ovvero, il tecnicismo è qualcosa che ogni musicista coltiva e rafforza, se ne sente il bisogno, per proprio conto. Poi, nel momento del concerto o della performance ogni ruolo esce, nella giusta misura, quasi spontaneamente. Questo modo di operare attenua, perlomeno, la scontata scaletta che disegna il brano: tema, assolo, sviluppo, tema. Anche con Jing, eccezionale suonatrice di pipa cinese, ho vissuto momenti simili ma, in questo caso, la sua libertà dalla struttura che ingabbia un brano musicale è dovuta, ritengo, ad un prezioso background trascorso nella musica popolare in seguito arricchito da un virtuosismo tecnicistico di alto livello frutto di studio e applicazione sistematica. Probabilmente altri musicisti potranno smentire o contrapporre questo mio modo di pensare ma rimane il fatto che questi incontri hanno rafforzato il mio pensiero e gli esiti penso siano soddisfacenti”.
Sei il promotore di un festival dedicato al canto spontaneo.
“Allo stesso modo in cui qualcuno, nel 2003, mi pose la domanda ‘Cosa significa naturalità?’, dando vita, di fatto, all’inizio di un percorso che tutt’ora è in essere, nel 2008, mi chiesero: ‘Perché spontaneo?’ Si riferivano al Festival del Canto Spontaneo che Novella Del Fabbro ed io avevamo appena inaugurato. A quella domanda non ho ancora risposto se non aggirando l’ostacolo dicendo che sì, in realtà, bisognerebbe parlare di vernacolarità ma la parola spontaneo ci piaceva e quindi è stata adottata. In effetti, quanto lo sia, spontaneo, il canto che ormai raramente si ascolta all’interno delle chiese, nelle poche vere osterie rimaste e in qualche luogo di lavoro rurale, è difficile dirlo. Ci si illude, racchiusi in una specie di romanticismo nostalgico, di essere riusciti a fermare il tempo e ascoltare, ancora, quelle stridule voci di gola (intercalate talvolta da qualche colpo di tosse liberatorio) e quegli armonici che, magicamente, compaiono quando meno te l’aspetti. Padre Davide Maria Turoldo diceva: “Finché un popolo canta è un popolo vivo”; ed è questa, se vogliamo, la sintesi del festival che quest’anno raggiunge, consolidandosi, il quinquennio di vita. Come nel progetto Strepitz anche la mission del canto spontaneo insegue e privilegia l’aspetto fonico del canto, per certi versi l’archè della forma canto. Niente partiture scritte, niente polifonie, assolutamente contrari alle forme tristi e ingessate dei canti corali; siamo, oggettivamente, integralisti anche se chiudiamo spesso un occhio, anche se malvolentieri, di fronte a gruppi di cantori o di canterine che poco hanno di spontaneo. Un tentativo, quindi, di approfondire e conoscere più a fondo questo grande dono che l’essere umano (ma quasi certamente anche gli animali anche se con forme e trasmissioni diverse) ha avuto. In questo caso, però, il legame con la tradizione (meglio sarebbe dire i luoghi originari) è forte e fondamentale. E non è solamente una questione di appartenenza simbolica, vi sono motivi anche scientifici. Certi canti possono avere risultati efficaci solamente in taluni ambienti sonori e molti di essi nascono, ‘spontaneamente’ dai ritmi dettati da determinati lavori. Così come è ricchissimo il patrimonio di canti liturgici popolari. Iniziato nel 2008, il Festival del Canto Spontaneo, fu dedicato, quell’anno, a Lido Zanier, uno dei primi cantori che proprio a Givigliana – Rigolato dette vita, negli anni ’70 ad un gruppo di cantori diretto nei primi anni da don Gilberto Pressacco. Nel 2009 , nel trentennale della morte di Demetrio Stratos, iniziammo una trilogia, conclusa con l’edizione dello scorso anno, dedicata alla voce. Numerosi e qualificati furono gli ospiti che parteciparono in questi tre anni: Claudio Rocchi, Tran Quang Hai, l’ing. Tisato, ricercatore CNR di Padova, Daniela Ronconi Demetrious, Paolo Tofani, Renato Morelli, Valter Colle, Boris Savoldelli, Riccardo Marasco, Silvio Trotta, Valeria Cimò, la Compagnia Daltrocanto, Stefania Colafranceschi e tanti altri. Nel 2011 il passaggio del testimone ad un altro tema di grande fascino e mistero: il sacro, che porteremo avanti fino al 2013”.
Strepitz & Paolo Tofani - Sounds Of ... (Autoprodotto)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!
Giovanni Floreani (voce, cister, duduk, musette, live electronics), musicista ed operatore culturale di lungo corso, viene da lavori che da oltre un decennio hanno ripreso modi, forme, repertori della tradizione orale friulana, non limitandosi né ad una rilettura costruita sulla pretesa del ricalco né tantomeno a modelli tipicamente revivalistici. La sua creatura Strepitz (in friulano significa strepitìo, frastuono ma anche confusione e mescolanza di rumori) è un ensemble dal nucleo flessibile, in cui oggi troviamo Ermes Ghirardini (batteria), Lorenzo Marcolina (clarinetto, sassofono, Ewi), Paolo Viezzi (basso elettrico), tra i più versatili e brillanti musicisti del Friuli. Nella sua visione sonica, a partire da Suns Naturai? (2002) Strepitz ha esplorato aspetti ritmici, ritualità, prassi vocali della musica orale popolare, indagando il rapporto tra naturalità e manipolazione umana dei suoni e incrociando sintassi musicali della contemporaneità, linguaggio improvvisativo controllato, procedure multimediali. In un cammino di riflessione sull’origine dei suoni, divenuto anche ipotesi ossimorica di musica atemporale del XXI secolo, non è casuale che Strepitz percorra un tratto di strada comune con Paolo Tofani, anima innovatrice e avant-garde degli storici Area, che dopo una lunghissima esperienza religiosa come monaco vaisnava (il suo nome è Krsna Prema), ha ripreso a calcare le scene. Tofani fa convivere linguaggi della sperimentazione e moduli e timbri provenienti dall’immenso giacimento culturale musicale indiano; riprende mantra vedici, è a suo agio con chitarra elettrica e cetra trapezoidale santoor, con laptop e trikanta veena, l’affascinante cordofono dotato di tre manici, da lui stesso ideato. Dall’incontro scaturisce Sounds of… , una sorta di CD book contenente sei brani, di cui cinque di lunga durata (tra gli otto e i quattordici minuti). Un disco che scavalca i generi, allestito con liriche eterogene: dal frammento di canzone del madrigalista Vecchi ai canti tradizionali carnici, dalle melodie modali ai recitativi, dagli inserti sonori ambientali raccolti in località remote e urbane ai versi di animali, dalle voci dei Potenti alle litanie devozionali, da Demetrio Stratos a suoni tratti da Viaggio di Claudio Rocchi. Assoluta libertà melodico-timbrica-armonica, echi prog anni ’70 e spunti frippiani, suoni stridenti e vigorosi, cristallini ed foschi, elettronici ed acustici, melodie minimali, vincenti assoli strumentali accostati ad incisivi passaggi d’insieme: il tutto a disegnare un continuum sonoro avvolgente, una miscela fluida e viva, senza cali di tensione.
Ciro De Rosa
Valentino Paparelli e Sandro Portelli, Valnerina Ternana - Un'esperienza di Ricerca-Intervento, pp. 180, 2011 cofanetto con libro + 2CD
Primo volume della collana I Giorni Cantati, dedicata alla pubblicazione dei materiali dell'Archivio Sonoro Franco Coggiola del Circolo Gianni Bosio, La Valnerina Ternana, Un'esperienza di ricerca-intervento di Valentino Paparelli, già docente presso l'Istituto di Etnologia e Antropologia Culturale dell'Università di Perugia, e Sandro Portelli, professore di Letteratura americana all'università "La Sapienza" di Roma, è l'aggiornamento e l'ampliamento di un progetto di ricerca compiuto dai due studiosi a cavallo tra il 1972 e il 1975, che riguardò alcuni comuni come Arrone, Montefranco, Ferentillo, Polino, e Terni e sfociato poi nella pubblicazione da parte de I Dischi del Sole del long playing omonimo dei cantori del Gruppo della Valnerina. Composto da Dante Bartolini, Fiore Bartolini, Narciso De Santis, Giuseppe Fiorelli, Amerigo Matteucci, Firpo Matteucci, Luigi Matteucci, Gallerana Orsini, Giuseppe Perelli, Pompilio Pileri, Lucia Pileri, Trento Pitotti, questo collettivo di musicisti, sebbene non caratterizzato da una formazione stabile, rappresentava un esempio importante di fusione e confronto tra la tradizione popolare contadina e il mondo dei lavoratori delle fabbrice, e dunque l'opera di Paparelli e Portelli, fu volta non solo a valorizzare il loro straordinario repertorio di canti ma anche e soprattutto a metere in luce il valore umano dei suoi componenti. Figura centrale di questo gruppo di cantori era senza dubbio, Dante Bartolini, militante comunista e partigiano, del quale si ricorda la grande abilità nell'improvvisare poesie e racconti in ottava rima, ma tutti i componenti del gruppo si contraddistiguevano per un alto livello della coscienza politica e per grandi doti creative e comunicative come nel caso di Amerigo Matteucci, operaio edile e sindaco comunista di Polino, i cui stornelli, come scrive Portelli nella presentazione "hanno la stessa vena satirica delle contemporanee vignette (allora) di Forattini e poi di Vauro. Il lavoro di Paparelli e Portelli fu indirizzato anche alla scoperta di un territorio come il circondario di Terni, e in particolare la bassa valle del Nera, nel quale l'industria era arrivata senza intaccare il patrimonio delle tradizioni rurali, e non è un caso che i canti di mietitura vennero usati come base per parlare della Resistenza in un processo di crescita e trasformazione sorprendente. Questa ricerca non ebbe, dunque, solo fini conoscitivi di studio e documentazione ma piuttosto si poneva come la base di partenza per una successiva fase di intervento, come dimostrano le registrazioni contenute nel long playing dell'epoca, nel quale emerge chiaramente non tanto il folk regionale autentico ma piuttosto la nascita di un collegamento tra antico e moderno, in una contaminazione che vedeva la chitarra di Piero Brega ed il Canzoniere del Lazio affiancarsi alla voce di Amerigo Matteucci o la voce di Giovanna Marini confrontarsi con quella di Dante Bartolini, fino al Brecht messo in musica dagli opera delle Acciaierie. Fu così che un gruppo di semplici cantori popolari, composto da contadini della bassa valle del Nera e da operai delle Acciaierie di Terni, si ritrovarono ad esibirsi nei teatri di Roma e Francoforte, consapevoli dell'importanza della propria matrice culturale, in grado di esprimere le proprie esigenze e le proprie istanze partendo dalla contemporaneità. Questa nuova versione, curata magistralmente da SquiLibri, cristallizza tutto il lavoro compiuto da Paparelli e Portelli riannodando i fili storici della ricerca e fornendone una ricostruzione dettagliatissima che parte da un inquadramento geografico e sociale dell'area della Valnerina per estendersi successivamente ad una analisi approfondita della ricerca, scandagliandone i limiti, il radicamento e l'organizzazione dei materiali sonori, per concludersi con una serie di brevi profili biografici di tutti i protagonisti della ricerca. Il cuore del libro è rappresentato però dalla raccolta commentata di tutti i testi dei brani contenuti nel primo disco, incluso nel cofanetto, e che raccoglie tutte le registrazioni tratte dal long playing originario e una serie di brani esclusi da quella compilazione, non per la loro minore importanza ma piuttosto per motivi di spazio. Chiude il libro una raccolta di commenti canzone per canzone, dei brani contenuti nel secondo disco, nel quale alcuni artisti come Giovanna Marini, Sara Modigliani, Piero Brega, Lucilla Galeazzi e gli Almamegretta rileggono sedici brani del repertorio dei Cantori della Valnerina, a riprova di quanto quell'esperienza di ricerca abbia lasciato il segno in una cultura musicale che va ben oltre la dimensione locale.
Nuovo Canzoniere Italiano, 29 Gennaio 2012, Teatro Valle Occupato, Roma
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Concerti
Questo importante testimone è stato raccolto da istituzioni quali l’Istituto E. De Martino a Sesto Fiorentino, il Circolo G. Bosio a Roma e la Lega di Cultura di Piadena, che grazie alle loro tante iniziative hanno fatto si che non si disperdesse questo patrimonio. Per celebrare i cinquant’anni del Nuovo Canzoniere Italiano, alcuni storici componenti del gruppo come Gualtiero Bertelli, Paolo Pietrangeli, Sandra Boninelli, Giuliano Piazza, Paolo Chiarchi, Claudio Cormio, Rudi Assuntino, Piero Brega, Sara Modigliani e I Giorni Cantati di Calvatone e Piadena, guidati da Giovanna Marini, domenica 29 gennaio si sono ritrovati sul palco del Teatro Valle Occupato, insieme ad alcuni giovani musicisti che hanno inteso proseguirne idealmente il cammino come Alessio Lega, Marco Rovelli e Andrea Labanca, per dare vita ad un concerto nel quale hanno ripercorso in larga parte il loro storico repertorio spaziando dai canti politici, a quelli tradizionali fino a toccare l’attualità con composizioni più recenti.
E’ stata anche un’occasione importante, per venire in contatto con la coraggiosa realtà del Teatro Valle Occupato, che oggi si appresta a diventare una fondazione, nata dalla lotta di tanti precari del mondo dello spettacolo e trasformatasi in breve tempo in una fucina di iniziative preziose e soprattutto uno dei luoghi di culto della cultura in Italia. Tornando al concerto, la sensazione che si è avuta dalla platea, è stata quella di assistere ad un vero e proprio evento storico, ben lungi dall’amarcord, ma piuttosto un momento prezioso durante il quale diverse generazioni di musicisti e di spettatori si sono ritrovate per confrontarsi su tematiche sempre attuali come la lotta contro il potere e contro le sopraffazioni dell’uomo sull’uomo, ma anche per cantare insieme le storie di un’Italia minore ancora tutta da scoprire. A guidare i musicisti sul palco è una instancabile Giovanna Marini, che durante il concerto non manca mai di raccontare qualche aneddoto legato ai vari brani eseguiti e soprattutto non si tira mai indietro quando c’è da accompagnare ai cori i suoi vecchi amici, che la coadiuvano in modo impeccabile.
Alla fisarmonica c’è il grande Gualtiero Bertelli, alle chitarre in Piero Brega e Paolo Pietrangeli, mentre delle percussioni si prende cura “a suo modo” il mitico rumorista Paolo Chiarchi. La serata è così ricca di emozioni con Gualtiero Bertelli, che alla chitarra regala le due perle del suo repertorio ovvero la storica Nina e la poetica Noi, o Paolo Chiarchi che imbracciata la chitarra commuove tutti con la struggente Oh Cara Moglie dell’indimenticato Ivan Della Mea, ricordato più volte nel corso del concerto, o ancora Sara Modigliani che interpreta magistralmente Cecilia. Il folto pubblico che occupa il teatro in ogni ordine, segue ogni brano in religioso silenzio, ma di tanto in tanto si abbandona ai cori come nel caso di Su Comunisti della Capitale ed Uno Evviva Giordano Bruno, che chiudevano Quando Nascesti Tune, il primo disco del Canzoniere del Lazio, e qui interpretate magistralmente da un Piero Brega in grandissima forma accompagnato ai cori da Giovanna Marini e Sara Modigliani.
Non è mancata qualche divagazione nella musica tradizionale, come nei canti de I Giorni Cantati di Calvatone e Piadena, o il canto delle confraternite di Santu Lussurgiu, interpretato dal Quartetto Urbano, o ancora la magnifica resa de l’Attentato a Togliatti di Giuliano Piazza e Sandra Boninelli. Molto applauditi sono stati anche Rudi Assuntino, che ha cantato la sua storica La Rossa Provvidenza meglio nota come Le Basi Americane, e i giovani Alessio Lega, Marco Rovelli e Andrea Labanca, con quest’ultimo che ha cantato un suo brano sulla crisi economica. Splendida è stata poi l’insolita versione corale de I Treni Per Reggio Calabria di Giovanna Marini, accompagnata dal Quartetto Urbano e Alessio Lega, con quest’ultimo che subito dopo ha interpretato Per I Morti Di Reggio Emilia. Il finale ha visto protagonista Paolo Pietrangeli con Contessa con l’accompagnamento ai cori di tutti i musicisti, i quali poi hanno intonato Bandiera Rossa e come bis conclusivo Bella Ciao. Sebbene siano passati cinquant’anni, il Nuovo Canzoniere Italiano e i suoi musicisti rappresentano ancora una voce importante della coscienza civile del nostro paese, e il concerto del Teatro Valle Occupato è stata l’occasione per riannodare i fili della storia, perché dimenticare sarebbe un grande errore.
Foto e Video di Salvatore Esposito
Gualtiero Bertelli – Antologia (Alabianca/I Dischi del Sole)
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Canzone D'Autore
Nello scorso numero abbiamo dedicato ampio spazio ad una lunga intervista a Gualtiero Bertelli, nella quale abbiamo ripercorso insieme a lui tutto il suo vissuto artistico, mancava però un ultimo tassello, ovvero la recensione dell’Antologia edita da Alabianca, e che raccoglie quarantuno brani, di cui sei inediti, tratti da tutta la sua discografia a partire dai Dischi del Sole fino alle più recenti produzioni con Nota. Si tratta di un ritratto a tutto tondo di un cantautore che, come scrive Michele Serra nelle note di copertina: “cantando la classe cantava anche se stesso e viceversa. Le vicende personali, in quegl’anni, erano impensabili al di fuori della storia collettiva”. A differenza di molti altri suoi contemporanei però, Bertelli, forte anche di una formazione musicale non correlata al solo aspetto politico, è riuscito ad uscire dallo schema della canzone di protesta, per diventare la voce poetica del popolo, rileggendo l’attualità e i problemi della società moderna attraverso un approccio più introspettivo e personale. Nelle sue composizioni a partire dal 2001 in poi si avverte chiaramente come abbia sentito l’esigenza di cercare un nuovo pubblico e con esso nuovi stimoli e in questo senso non sono state casuali anche le collaborazioni con vari giornalisti come Gian Antonio Stella, Fabrizio Gatti e Edoardo Pittalis, con i quali ha realizzato numerosi ed applauditi spettacoli, dove il teatro e la canzone diventavano un tutt’uno per raccontare storie in cui l’impegno civile era lo stesso degli anni sessanta ma il linguaggio si è fatto più accattivante e forse meno ostico per quanti non hanno vissuto la stagione della lotta popolare. Bertelli è riuscito così a raggiungere un pubblico più vasto, un pubblico le cui proteste corrono attraverso la rete ma che colto nel vivo, riesce ancora a fermarsi a riflettere. Durante l’ascolto si passa così dalla stagione dei Dischi del Sole con brani come l’ancora attualissima A Portomarghera, Suona la sirena, Stucky, o Primo d'agosto Mestre sessantotto, fino a toccare le splendide pagine di Mi Voria Saver del 1975, nel quale viene ritratta una Venezia ormai priva di quel fervore culturale che l’aveva animata nei decenni precedenti. Arrivano poi A Mi Me Par ed Erba Mata tratte da quel gioiello che è Barche De Carta che nel 1987 gli fece conquistare il Premio Tenco, che fotografano un Bertelli nel pieno di quella sua evoluzione stilistica che lo condurrà ad una vera e propria rinascita con brani come la struggente Sai, o ancora la superba Noi (Che Sui Moli) fino a toccare gl inediti Il mondo Globalizza e Ninna Nanna del Costruttore d'Armi, scritte insieme al giornalista Michele Serra. A completare il tutto nel libretto sono presenti tutti i testi dei brani, comprensivi anche della traduzione per le composizioni in veneziano, una bella introduzione dello stesso Bertelli sulla sua vita e un ricchissimo apparato iconografico. Antologia è, dunque, un ottima base di partenza per conoscere ed approfondire la produzione discografica di Gualtiero Bertelli, scoprendo sia l’intensità e l’impegno sociale delle prime canzoni, sia la bellezza e il fascino delle composizioni più recenti.
Salvatore Esposito
Orchestra Cocò - Passepartout Canzoni d'Amore (Felmay)
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Jazz
L’Orchestra Cocò nasce quasi per caso con l’incontro tra Augusto Creni (chitarra), Lucio Villani (contrabbasso e voce) e Maturo Marco (chitarra) che, da spettatori, si ritrovano al Festival Internazionale Django Reinhardt di Samois, da quella sera nacque l’idea di suonare insieme partendo proprio dalla comune passione per la musica manuche. Per niente causale è stata poi la scelta del nome Orchestra Cocò, come omaggio a Mimì e Cocò, personaggi del passato rimasti nei modi di dire attuali, ma anche alle grandi orchestre del passato di Angelini e Barzizza. Dopo aver rodato il trio dal vivo in numerosi concerti nelle diverse regioni italiane, ha preso corpo un vasto repertorio che spazia attraverso vari generi musicali partendo dall’amato Django Reinhardt per arrivare, attraverso la canzone italiana degli anni quaranta fino a toccare Vangelis e Johnny Cash, il tutto caratterizzato da un sound molto originale ed accattivante. A coronamento del lungo periodo di rodaggio è arrivato Passepartout, opera prima del trio, che raccoglie sedici brani tra classici della tradizione melodica italiana, dello swing e della canzone internazionale, riarrangiati per voce, due chitarre e contrabbasso. Durante l’ascolto passato, presente e futuro si confondono e si rincorrono spaziando da ironiche riletture di classici della canzone italiana come La Macchina ce l'hai, Che si fa con le Fanciulle a spaccati di grande intensità come nel caso della struggente Nebbia o della sentita Tu che mi fai piangere. Non manca qualche piccola sorpesa come la traduzione italiana di un brano di Brassens La Pecora di Panurge, o la bella rilettura di Martha di Tom Waits, fino a toccare la dolce ninna nanna Petite Homme C'est l'Heure de Faire Dodo, che conclude il disco. Così tra avvolgenti melodie jazz, sonorità antiche e colori manuche, Passepartout è dunque un lasciapassare per un pugno di canzoni ben suonate ed arrangiate in modo originale che ci schiude le porte per un viaggio senza tempo dove Norma Bruni, Natalino Otto, Paolo Conte e Tom Waits si incontrano in una sala da ballo a tarda notte, per cantare le loro canzoni accompagnati da un’orchestra di musicisti gypsy. Un disco da non perdere, insomma, e che promette non solo un po’ di divertimento ma anche tanta bella musica.
Marcabru – Derive (Autoprodotto)
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Irish Folk,
World Music
Marcabru era un umile trovatore provenzale del XIII secolo, che partendo dalla tradizione popolare dei cantastorie divenne inconsapevolmente l’inventore del trobar clus, una forma poetica del tutto inconsueta per il tempo e che a differenza del trobar ric, si caratterizzava per una grande ricchezza di allegorie e per i tipici vers contradizentz. Ispirandosi all’originalità e all’inventiva di questo antico cantastorie, un gruppo di musicisti dell’Emilia Romagna ha deciso di dare vita ai Marcabru, progetto musicale che nasce dalle ceneri de I Musici, formazione nata circa vent’anni fa e che nel corso degli anni ha perseguito un percorso di ricerca attraverso la musica antica, quella celtica e la tradizione popolare. Dopo alcuni cambi di formazione, i Marcabru hanno trovato un assetto stabile della formazione ora composta da: Fabio Briganti (fiddle, cittern, dulcimer e voce) e Marie Rascoussier (basso, chitarra acustica e voce), gia membri de I Musici, assieme Fiorino Fiorini (didjeridoo, dan moi, giiro, cori) e Fiorenzo Mengozzi (batteria, bodhran, darbuka, egg-shaker, cori), questi ultimi abili nell’arrangiare melodie tradizionali spaziando dalla world music alla musica tradizionale, il tutto con un approccio molto moderno e sperimentale. Rispetto all’esperienza de I Musici ed in particolare al loro ultimo disco Ciapasogn, i Marcabru hanno conservato l’utilizzo del dialetto romagnolo, pur guardando verso la riscoperta di varie lingue europee antiche e moderne come l’inglese o il francese. Dal punto di vista del sound, le influenze spaziano dalla tradizione folk italiana al folk rock di matrice celtica, il tutto caratterizzato dall’uso di strumenti atipici rispetto alla tradizione europea come il didjeridoo, il cui bordone ritmico ed ipnotico caratterizza moltissimo il loro sound insieme al particolare approccio tecnico al basso della Rascoussier. Il loro ultimo album, Derive, raccoglie undici brani, nati da quattro anni di concerti nei quali i brani sono stati rodati e suonati molto dal vivo, e alla fine hanno trovato una radice comune in una frase tratta da Billy Bud di Herman Melville: “Un taglio alla mia gomena, andare alla deriva…”. Si tratta insomma di una sorta di viaggio alla deriva, nel quale ad accompagnarli ci sono gli strumenti che quasi come fossero barche li conducono a solcare ora il mare della tradizione della loro terra con l’iniziale La Barca de Vent, ora ad affiancarsi ad un vascello di pirati con Fire Down Below, fino a toccare prima la poesia di Rimbaud con Roi Blanc poi le coste dell’Oriente con lo strumentale Debka Oud/Debka Chaim. Si fa poi rotta verso l’irlanda con la splendida The Raggle Taggle Gypsy riletta attraverso una chiave che mescola suoni irish e musica klezmer, per poi toccare prima l’Italia con Onda Tonda e poi la Francia con L’Ecolier Assassin. Chiude il disco un bel terzetto di brani con Cluck Old Hen, una splendida rilettura in chiave irish di Wishlist dei Pearl Jam e il tradizionale Weile Waile. Derive è, dunque, un concentrato di suoni, emozioni e suggestioni che difficilmente deluderà coloro che vi si avvicineranno, e senza dubbio rappresenta un punto di svolta importante per la carriera dei Marcabru, che siamo certi in futuro ci regaleranno altre belle sorprese come questo disco.
Chiara Idrusa Scrimieri, Danze di Palloni e di Coltelli (Idrusa Visula Lab/Apulia Film Commission)
Finanziato dall'Apulia Film Commission nell'ambito del Progetto Memoria, nato per valorizzare personaggi, eventi e luoghi della Puglia del Novecento attraverso le produzioni di giovani filmaker, Danze di Palloni e Coltelli è un mediometraggio realizzato da Chiara Idrusa Scrimieri, dedicato alla figura di Leonardo Donadei, ballunaru e schermidore di Parabita (Le), noto per la sua grande perizia nel costruire palloni di carta in voto a Sant'Antonio Abate ma anche per la sua spiccata capacità di interpretare la danza a scherma. A dare l'idea di realizzare questa pellicola alla regista salentina è stato Alessandro Coppola dei Nidi D'Arac, il quale una sera dell'agosto del 2008 la invitò ad andare a Parabita dove ebbe modo di vedere l'esibizione di un gruppo di danza a scherma. La molla scattò però durante la cena quando la Scrimieri si rese conto di essere stata condotta nel cuore della sua terra, in quel Salento antico e segreto di cui aveva solo sentito parlare e dal cui fascino venne immediatamente catturata. Nacque così l'esigenza di cristallizzare in qualche modo questo mondo affinchè ne restasse una traccia viva nel tempo, e partendo dalla storia di Leonardo Donadei la regista salentina è riuscita a dare un'immagine molto fedele di quell'insieme di riti e tradizioni tipici dell'area di Parabita (Le) conservando intatti i colori, i suoni, le atmosfere al punto che durante la visione si riescono a percepire anche gli odori. Riscopriamo così quel Salento fatto di feste di paese, di bande musicali, fiocchi di zucchero filato, sospeso tra tradizione popolare e religiosità, tra sacro e profano, danza e musica, e in questo senso preziosissima è anche la colonna sonora realizzata da Alessandro Coppola che contribuisce non poco a rendere ancor più vivide le suggestioni che emergono dalle immagini. Attraverso le immagini entriamo nella quotidianità di Donadei, entrando prima nel suo laboratorio dove costruisce i palloni di carta, poi seguendolo prima nel circolo che gestisce con gli amici e poi su una terrazza dove si allena con il suo gruppo di danza a scherma, particolarissima espressione artistica tipica del Sud del Salento e che durante la Notte di San Rocco a Torrepaduli vive la sua più alta celebrazione, tra codici d'onore, colpi e parole taglienti come coltalli. Il culmine del racconto avviene attorno alla Focara di Novoli tra fuochi e palloni che spiccano il volo, quasi a rappresentare la dualità del loro costruttore sospeso tra cielo e terra, tra codici d'onore non scritti e devozione popolare. Fondamentale per la riuscita di questo film è stata anche la collaborazione del ricercatore e schermidore Davide Monaco il quale ha condotto la regista attraverso i segreti della danza a scherma consentendole di filmarne anche le fasi più segrete della preparazione. Questo lungometraggio della Scrimieri è dunque un esempio di come la riscoperta delle tradizioni salentine non sia limitata alla sola musica ma si estenda anche a tutto quel complesso di tradizioni popolare come la danza a scherma, ancora tutti da scoprire e da studiare.
Salvatore Esposito
Municipale Balcanica – Foua 1.1 (Beaming Productions/ORDIS GbR)
Proprio mentre è prossima l’uscita del loro terzo album, la Municipale Balcanica, ha da poco dato alle stampe Foua 1.1 edito dall’etichetta berlinese Beaming Productions, un Ep che contiene cinque brani del primo disco della band pugliese, magistralmente remixati da Dj internazionali. Si tratta di brani di grande successo, già ampiamenti noti nei club di tutto il mondo per essere entrati nei repertori di molti DJ appassionati di musica world, e proprio alcuni di questi hanno deciso di rieditare alcune tracce del primo disco proponendo una travolgente commistione sonora tra gli strumenti a fiato e le basi elettroniche, inserendosi così in quella fortunata scia del movimento Balkan Beat. Il risultato è un disco coinvolgente e pieno di fascino, la cui importanza va ben oltre il desiderio di far scatenare e ballare il pubblico ma punta soprattutto ad avvicinarlo a sonorità e culture nuove e non è casuale che abbia subito trovato terreno fertile negli Stati Uniti come in Australia e in varie nazioni d’Europa. Ad aprire il disco è la splendida Foua remixata da uno specialista della world come Stefano Miele, seguita dalla travolgente Odessa Bulgarish di Dj Farrapo in cui la melodia folk è valorizzata dalla eccellente base ritmica scelta per l’occasione. Si passa poi alla tradizione Yiddish con Hava Nagila, qui resa ancor più potente e carica grazie all’ottimo remix di Dj Delay, ma è con Unique Sun, Unique Blood!, ancora di Dj Farrapo che si tocca il vertice del disco, grazie alle sonorità solari e all’ottima base ritmica scelta per l’occasione. Chiude il disco una versione velocissima di Foua radicalmente scomposta dal DJ australiano Bryan May che ne crea una versione rarefatta, misteriosa e intensa. Seppur breve, Foua 1.1 è un ottimo antipasto in attesa del nuovo album della Municipale Balcanica, ma siamo certi che nel prossimo futuro il gruppo pugliese cavalcherà l’onda del successo di questo ep, magari pubblicando un intero disco di remix tratti da tutta la sua produzione.
Salvatore Esposito
Me'Shell Ndegéocello - Weather (Naive)
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Songwriters,
Taglio BASSO
Allora, mettiamolo in ordine per bene:
Me’ Shell, che significa più o meno, Libera Come un Uccello in swahili, è una bassista e cantante di rara capacità espressiva sia col basso elettrico che con la voce e le canzoni che scrive.
Io, personalmente, l’ho notata per la prima volta quando si è trovata ad affiancare John Mellencamp nella rivistazione di Wild Night di Van The Man Morrison, tutta giocata sul sound e sul timing perversamente funk della Nostra.
La voce di Me’ Shell sullo strumento è opposta a quella che ha in bocca, il suo phrasing bassistico è sinuoso, ricco di medie e decisamene funk. La sua voce sussurra ed accarezza, sottintendendo più che urlare.
Questo Weather è il suo nono album.
La Nostra si è data una calmata, lo conferma pure lei sul suo sito, le rabbie e i motivi di queste rabbie ci sono ancora ma la saggezza ha portato a veicolare diversamente la rivolta.
L’arte non ha risposte ma solo altre domande.
Ed è qui che entra in scena il produttore di questo Weather, da me adorato e rispettato, il grande Joe Henry con il suo alter ego batteristico Jay Bellerose e i suoni polverosi ma affascinanti che Joe è capace di creare per se’ e per gli altri.
Il disco si fa delicato, usa tinte acquerello più che olio, le canzoni sono quasi tutte dei midtempo dall’andamento lento e dilatato, non c’è volontà di veicolare una capacità tecnica che la Nostra possiede ma c’è la volontà di far arrivare le canzoni, i loro messaggi aperti a decine di interpretazioni, è un amore appena iniziato o sta raccontando di sua madre? E’ una colonna sonora di un film che deve ancora uscire?
Una cover stellare di Chelsea Hotel di Leonard Cohen completa il quadro.
Un delicato duetto su Crazy and Wild con Benji Hughes completano in quadro.
Una sola avvertenza valida più che in altri casi, se siete ascoltatori compulsivi, il disco non si svela al primo ascolto, anzi, l’apparente ermetismo che permea le registrazioni fa sì che le atmosfere vi entrino sotto pelle, la’ dove sono più vicine all’anima e vi rimangano a lungo.
Con la bella musica succede così.
Antonio "Rigo"Righetti
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