BF-CHOICE: Stefano Saletti e Banda Ikona - Soundcity

“Mediterraneo come intersezione, luogo di antiche persistenze e di nuove contraddizioni, di migrazioni, fughe e diaspore, di ferite, di sangue e di lutti ormai quotidiani. Mare plurale (Matvejević), di transiti culturali, di musiche prossime per tratti comuni (di ieri e di oggi), di remote e ritrovate assonanze...

BF-CHOICE: Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Da ineffabile magister, troviamo il compositore e trickster napoletano Daniele Sepe, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, nei panni di Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida più che della Tortuga, sfoderando il suo sax..

BF-CHOICE: L'Orage - Macchina del Tempo

A tre anni di distanza "L'Età dell'Oro", L’Orage torna con il pregevole “Macchina del Tempo” nel quale hanno raccolto nove brani originali e due riletture che cristallizzano in modo eccellente il loro folk-rock delle Montagne. ...

BF-CHOICE: Alfio Antico - Antico

Alfio Antico ritorna con il nuovo disco, “Antico”in cui parole e la vibrazione dei tamburi si intrecciano con chitarre ed elettronica, che si limitano ad ornare la pienezza di un artista che forgia il suono...

BF-CHOICE: Filippo Gambetta - Otto Baffi

“Otto Baffi” è il quarto album di Filippo Gambetta: dodici composizioni dalla pronuncia danzante, finestre aperte su un mondo, come quello del ballo tradizionale, con cui Filippo ha deciso di confrontarsi, lui che in passato ha privilegiato nuova musica per organetto finalizzata soprattutto all’ascolto. ...

venerdì 27 maggio 2016

Numero 257 del 27 Maggio 2016

Come sempre sono tanti i suoni, le lingue e le suggestioni che ogni settimana vi propone “Blogfoolk”.  La copertina del numero 257 è per il nostro disco consigliato: "Taverne, Café Amán e Tekés" dell’Orchestra Bailam, ambientato tra i suoni dei ritrovi multiculturali dell’epoca ottomana, lavoro che è anche un contributo alla memoria, un’urgenza avvertita in tempi di nuovi muri fisici e mentali. Le due anime guida dell’ensemble genovese, Franco Minelli e Edmondo Romano, ci conducono nelle vie e nei luoghi di un passato di fertili convivenze culturali e sonore. Ci spostiamo nel nord-est, dove Alessio Surian ha incontrato Roberto Tombesi, organettista e leader di Calicanto, che presenta "In ‘sta via" il suo primo album da solista. I suoni world internazionali partono da “Lema Lema: Eva Salina Sings Šaban Bajramović”, tributo della cantante Eva Salina al songbook di uno dei più importanti cantanti romanì.  Focus sull’Africa subsahariana di “Every Song Has Its End: Sonic Dispatches from Traditional Mali”, un’antologia di brani tratti dall’archivio del ricercatore Paul Chandler, in cui sono raccolti i risultati delle sue ricerche sul campo in Mali. La resilienza del popolo haitiano si mette in mostra in “Wa Di Yo”, debutto del combo isolano Lakou Mizik. Le nostre Visioni sulla strada del folk accolgono il DVD “Denominazione di Origine Protetta”, cronaca della storia de I Violini di Santa Vittoria, mentre dal nostro scaffale abbiamo selezionato “Il Ritmo Della Parola”, metodo per tamburi a cornice realizzato da Andrea Piccioni. Immancabile la nostra finestra sul jazz con l’omaggio ai Led Zeppelin di Giovanni Falzone. Chiusura con la Italian Sounds Good nella quale vi presentiamo "Faccio Quello Che Mi Pare" di Manuel Rinaldi

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VISIONI
LETTURE
SUONI JAZZ
ITALIAN SOUNDS GOOD

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Orchestra Bailam - Taverne, Café Amán e Tekés (Felmay, 2016)

Ritrovi multiculturali ottomani d’epoca: Franco Minelli e Edmondo Romano presentano l’Orchestra Bailam in “Taverne, Café Amán e Tekés” 

Con l’Orchestra Bailam ce ne siamo sempre andati in giro per il Mediterraneo percorrendo geografie sonore che privilegiano le sponde orientali, ma anche i nessi storici ed immaginifici con la loro Genova, come è stato nello splendido “Galata” (2013), il disco della piena maturazione per la longeva formazione ligure, sviluppo della collaborazione con la Compagnia di Canto Trallalero. In “Taverne, Café Amán e Tékes” (Felmay, 2016), il combo pesca nelle sue fonti di ispirazione, ambientando il lavoro in quel mondo di intrecci sonori e culturali interni all’impero ottomano tra fine Ottocento e inizi del Novecento, a Smirne come a Salonicco, nella capitale Costantinopoli come ad Aleppo, da Atene ad Alessandria d’Egitto. Franco Minelli (ûd, bouzouki, voce), Edmondo Romano (clarinetti, chalumeau, flauti), Luciano Ventriglia (darbuka, bendir, doholla, tef, chitarra, voce), Roberto Piga (violino, baglama), Tommaso Rolando (contrabbasso, bouzouki) con i collaboratori Ayham Jalal (ney), Giulio Fortunato (fisarmonica, baglama), Matteo Rebora (percussioni), Alessandra Ravizza e Matteo Merli (voce) puntano la bussola su un mondo pieno di suggestioni, evocato da una manciata di canzoni (e qualche strumentale) tradotte dal greco in italiano: impresa di grande rilievo artistico che favorisce la conoscibilità e il trasporto emotivo. Ma “Taverne, Café Amán e Tékes” è anche un contributo alla memoria, un’urgenza avvertita in tempi di nuovi muri fisici e mentali. Le due anime guida dell’Orchestra Bailam, Franco Minelli e Edmondo Romano, ci conducono nelle vie e nei ritrovi di un passato di fertili convivenze.

“Taverne…” è un concept che prosegue nella traccia dei transiti, delle musiche e delle genti migranti.  
Franco Minelli: L’Orchestra Bailam è da sempre sulla rotta dei transiti, fin dal primo album “Mamma li turchi” (Sud-Nord Crocevia 1991) tutte le sue produzioni parlano di musica e popoli in movimento. In questo nuovo progetto, l’argomento viene sviluppato analizzando un contesto storico che attraverso i nazionalismi ha preparato e portato a termine il dramma delle  guerre novecentesche ed il disgregamento di comunità che fino ad allora avevano convissuto. Un quadro drammatico che oggi si sta riproponendo e sta cercando consensi dove la memoria di quei tragici eventi non è presente. Questo album è un piccolo contributo alla memoria, che ci riporta all’attuale situazione mediorientale, dove anche l’occidente oggi come allora, ha la sua parte di responsabilità… 

Una forte fascinazione per le città dell’Impero Ottomano, come luoghi di varia e ricca umanità, vibranti di produzioni culturali.
Franco Minelli: Il secolare Impero Ottomano, grazie ad un’organizzazione sociale multietnica e multi-religiosa, fu il vero collante tra le etnie del territorio, che seppure al servizio del Sultano, collaborarono tra loro, creando una duratura multiculturalità.  Così, mentre alla corte del Sultano e nei monasteri Sufi si coltivavano gli studi della poesia e della musica colta, nei centri urbani più importanti dell’Impero, come Istanbul, Smirne, Salonicco, Aleppo, Beirut, Alessandria, Cairo erano attivi luoghi d’intrattenimento, dove il linguaggio musicale era sofisticato, ma al tempo stesso diretto e accessibile a tutti. Locali che si rifacevano all’antico modello del cafè turco e al Gazino di Galata, famoso per la mescita di alcolici. Erano Locali popolari, frequentati anche dai cosiddetti musicisti colti: le taverne, i cafè amàn e le tekès. 

“Taverne, Café Amán e Tékes“ è un disco che nasce da una ricerca approfondita?
Franco Minelli: “Taverne, Cafè Aman e Tekès” è una parentesi di tutto rispetto della produzione Orchestra Bailam, un tributo ad anni di studio e ricerca appassionata, che affonda in un universo musicale ricchissimo ed affascinante. Dalla voce di Oumm Koulthoum a quella di Asmahan, da Alì Ufki Bey a Tanbur Cemil Bey, da Mohamed Abdel Wahab a Farid El Atrache, dalla voce rotta dall’hashish di Vamvakaris alle decine e decine di composizioni di Tsitsanis, dalla musica Smirneika alla voce suadente di Rosa Eskenazy, dal Rebetiko al Cafè aman, dal Raqs al Sharky al Tsifteteli,  dalla Nouba andalusa al mondo Sefardita.
Edmondo Romano: A breve festeggeremo i trent’anni di attività, in tutto questo tempo la Bailam ha sempre affrontato i suoi traguardi con particolare attenzione all’aspetto musicale, studiando a fondo l’uso degli strumenti legati alla tradizione e alla loro espressione, questo approccio ci ha sempre permesso la libertà ‘consapevole’  di dare in parte una nuova veste alla musica tradizionale.

Quella di tradurre le canzoni in lingua italiana non sarà stata una scelta facile: un’operazione rischiosa sul piano estetico…
Franco Minelli: Non è la prima volta che mi dedico alla traduzione e all’arrangiamento della parte letteraria. Già nel CD “Non occidentalizzarti”, avevo tradotto un noto brano di Stellakis, “To fonì to narghilè” (“La voce del narghilè”), con una buona risposta sui web greci. Nel 1998 mi ero dedicato alla traduzione di “Dromos to rebetiko”, un libro sul rebetiko, e con il libro anche alla traduzione di diverse canzoni, materiale necessario per l’allestimento di uno spettacolo su quel mondo affascinante. Non ci riuscii, (….mai dire mai….) ma siccome nessun lavoro alla fine risulta inutile, parte di quel materiale è andato a riversarsi nel progetto “Taverne, Café Amàn e Tekès”. Queste operazioni che possono essere considerate ‘rischiose’, seguono semplicemente scelte artistiche che sono sempre una scommessa, tanto più sono personali, e vanno affrontate con entusiasmo e determinazione. 

Qualche fonte da cui attingere Franco, l’ha già citata, ma il resto? Come avete scelto i motivi da incidere?
Franco Minelli: Vorrei premettere che il CD nasce circa un anno fa come spettacolo, e solo successivamente viene vagliata l’idea di registrarlo, su pressione di Edmondo Romano.  Come ho già anticipato le fonti sono numerose e vengono da anni di ascolto e di studio. Il lavoro più difficile è stato quello di scelta e scrematura fra i tanti brani, per riuscire a realizzare un percorso storico cronologico in modo scorrevole. Un viaggio che riuscisse a sintetizzare un argomento così ampio e renderlo interessante, per raccontare al meglio gli aspetti musicali e sociali più autentici. 
Edmondo Romano: La scelta di far vivere all’ascoltatore un piccolo viaggio cronologico nel mondo della musica ottomana (se pur ridotto) è sembrato l’anello interessante da percorrere nell’evolversi dei brani presenti nel CD. Si parte da un brano di Ali Ufky Bey “Nikriz persrev” del 1650 per arrivare a “Psaropoula” di Stellakis composta negli anni ’40. Il libretto presente all’interno del CD è molto esaustivo al riguardo.

Come vi siete mossi operativamente sul piano linguistico per bilanciare parola e musica?
Franco Minelli: I musicisti che suonano e cantano musica mediorientale sono tanti e bravissimi, ma questa operazione di traduzione ha reso personale il progetto, dando la possibilità ai nostri ascoltatori di comprendere il contenuto del testo direttamente, senza filtri linguistici, regalando curiosità in più su quello che è la fonte principale d’ispirazione dell’Orchestra Bailam. Nonostante conoscessi i contenuti delle canzoni, è stata determinante la collaborazione degli amici, Alessandro Boutseros e Angela Piergallini per la consulenza linguistica. In questa occasione ho cercato di essere il più fedele possibile al testo originario, e molto spesso ho mantenuto parole gergali perché intraducibili, accompagnandole da una legenda esplicativa. Licenze poetiche personali hanno spesso dato più forza ai contenuti, avvicinandole ad un lessico più italiano facendole diventare più nostre. Per quanto riguarda gli arrangiamenti musicali, ho mantenuto lo stesso atteggiamento, non scostandomi dal contesto di ogni genere musicale svolto.

Nella scaletta ci sono brani dai tempi più lenti ed episodi più movimentati. Anime diverse nella Bailam?
Franco Minelli: In questo viaggio abbiamo toccato argomenti molto differenti tra di loro, e per ogni argomento abbiamo scelto una stanza musicale, che desse vita ad un contesto storico dai grandi cambiamenti epocali, ma anche travagliato da nazionalismi, conflitti etnico-religiosi e guerre fratricide, che causarono milioni di morti e milioni di profughi. Brani che potessero portare l’ascoltatore dentro ogni situazione, da quella più ludica e spensierata, a quella più dolorosa e struggente. Sì, forse tutto questo, potrebbe rappresentare le diverse anime della Bailam. Dopo tanti anni di musica, teatro e intrattenimento (siamo sulla soglia dei 30 anni….) ora siamo consapevoli della nostra potenzialità che può spaziare da una produzione di ricerca accurata come questa, ad una diametralmente opposta più fisica ed esplosiva.

È un disco registrato senza click, davvero in presa diretta e tutto di getto…
Edmondo Romano: Il disco è stato registrato senza guide metronomiche in cuffia. Abbiamo studiato e provato per mesi ogni singolo brano ed ogni singola sfumatura espressiva, così da poterla eseguire al meglio in diretta, ci siamo fatti ospitare dalla sala da concerto La Claque di genova, ci siamo seduti in cerchio ed abbiamo eseguito tre take per ogni singolo brano, così da poter successivamente scegliere la traccia migliore. L’esecuzione d’insieme rispetto a quella creata in studio tramite il lavoro delle singole tracce crea un risultato sonoro completamente differente. Nessuno di noi vorrebbe ascoltare un concerto di Musica Classica eseguita a metronomo, non avrebbe senso, per lo stesso motivo, secondo noi, l’esecuzione di musica tradizionale anche se fermata su un CD realizzato in studio se eseguito in diretta possiede dinamiche, respiri e sospensioni che in altro modo sarebbero artificiali e non altrettanto incisivi. Negli ultimi anni credo si pecchi un po’ troppo di correzione digitale. Quindi non solo non esiste metronomo, ma non è stato utilizzato nessun editing per via dei rientri microfonici e nessun artificio come Melodyne o auto tune vari. Le uniche tracce realizzate in un secondo momento sono state quelle delle voci, altrimenti difficili da riprendere in diretta.

Anche l’artwork è molto significativo con la riproduzione su CD di un’etichetta di disco grammofono a 78 giri…
Franco Minelli: Senza dubbio questo è la ciliegina sulla torta! Spinti dal contesto storico, abbiamo concepito la copertina del CD riproponendo una versione della “Domenica del corriere” del 1899, dove Matteo Merli, ricalcando il mitico Achille Beltrame, dà il meglio di sé disegnando un avventore di Cafè aman, a cavallo di una mezza luna tra un  grammofono e un narghilè.  Sul supporto, alla stregua di un 78 giri, campeggia un logo con un coniglio che allude al più famoso cane….. Al centro del libretto, fa bella figura una foto Belle Epoque mediorientale, realizzata nella famosa stanza turca di Castello D’Albertis di Genova, che ritrae l’Orchestra Bailam insieme a tutti gli artisti che fanno parte del progetto. E il gioco è fatto!

Sono canzoni che raccontano storie, che ritraggono personaggi e ambienti singolari. C’è qualche aneddoto in cui vi siete imbattuti? 
Franco Minelli: Nelle feste rituali della Grecia classica, durante i banchetti, era usanza rompere delle anfore prima di dare inizio alle celebrazioni. Simbolicamente il gesto era liberatorio. L'anfora rappresentava il corpo e romperla significava liberare l’anima affinché si potesse abbandonare per la catarsi. Questo è il motivo per il quale ancora adesso nelle taverne Greche, rompere piatti e bicchieri durante le feste è di buon auspicio….. 

Un brano peculiare è “Ya habibi taala”: testimonianza delle migrazioni e dei rimescolamenti lirici e sonori? 
Franco Minelli: È l’unico brano che ho scelto di non tradurre, per lasciare questo affascinantissimo incontro tra la lingua araba ed una lontana reminiscenza argentina alla vocalità di una splendida Alessandra Ravizza.

Il finale “In Riva al mare”… è il richiamo della vostra Genova, da sempre avamposto mediterraneo?
Franco Minelli: Genova non è il solo avamposto mediterraneo, l’Italia ha 7500 chilometri complessivi di costa, che sono l’avamposto di avvistamento e salvamento di centinaia di migliaia di profughi che scappano da guerre e carestie lasciandosi alle spalle le loro terre martoriate. “In riva al mare” è una canzone gioiosa, nonostante parli di giovani che lasciano le loro terre per un lavoro rischioso e usurante: la pesca delle spugne.  Nel lavoro di traduzione ne ho colto un lato malinconico che mi faceva pensare che partire alla ricerca di una vita migliore fa parte naturale delle cose ed è nel diritto di ogni donna e di ogni uomo. Qualsiasi lido si toccherà comunque, sarà inevitabile imbattersi nella nostalgia della madre terra che non ci abbandonerà mai, come la percezione di una musica lontana in riva al mare….

Da sempre siete un gruppo molto portato pe rla dimensione live: come avete intenzione di ricreare dal vivo questo mondo a cavallo tra ‘800 e ‘900?
Franco Minelli: Abbiamo già ricreato quest’atmosfera con un’ottima riuscita! Il 29 Aprile scorso, con un sold out entusiasmante, abbiamo presentato ufficialmente il CD a “La Claque”, di Genova, con un’ottima risposta di pubblico. 8 musicisti su un palco al servizio di una voce femminile e una maschile nonché al servizio della danza, con una conduzione precisa per ogni argomento che si è andato a raccontare e a sviluppare. Uno spettacolo coadiuvato da immagini e filmati di repertorio che hanno portato lo spettatore in un viaggio mediorientale, alla scoperta delle musiche che si suonavano, si cantavano e si ballavano nei locali d’intrattenimento tra ‘800 e ‘900. 
Edmondo Romano: Il concerto ripropone per filo e per segno il percorso storico e cronologico del CD, ampliandolo tramite l’esecuzione di più brani e con l’utilizzo di brevi letture che coinvolgono lo spettatore nel conoscere meglio la musica ottomana, dove è possibile si utilizzano anche proiezioni di immagini, filmati storici, disegni, quadri, foto...


Ciro De Rosa

Orchestra Bailam - Taverne, Café Amán e Tekés (Felmay, 2016)
Il mosaico sonoro acustico assemblato dall’Orchestra Bailam prende forma con lo strumentale “Nikriz Pesrev”, composto a metà del XVII secolo da Bobowski, alias Ali Ufki Bey, musicista polacco alla corte del Sultano: proficuo intreccio di corde, tamburi a cornice e fiati. Subito lo spirito della danza ci possiede al ritmo di tsifteteli in “Opa Nina Nai” (di Stelios Kazantzidis) con i fiati di Edmondo Romano in bella evidenza. Entriamo decisi nella convivialità multiculturale del cafè amán per ascoltare il canto melismatico di “Sto café amán”, proveniente dal repertorio rebetiko di Kostas Skarvelis. Nella deliziosa “Iaroubi” (“Amor mio”), in origine una canzone smirniota, l’ottimo Matteo Merli, che si porta appresso il suo timbro popolare ligure. Il secondo strumentale, “Ҫeҫen kizi” (“Ragazza cecena”), ornato a dovere dall’Orchestra, esce dalla penna di grande levatura del compositore tardo ottomano Tanbur Cemil Bey. Come dimenticare nel cosmopolitismo sonoro imperiale l’apporto da un lato degli ebrei – Alessandra Ravizza è la voce protagonista del canto sefardita “Hija mia” – e dall’altro degli armeni? Lo strumentale “Hayastan” fonde due temi tradizionali, a evocare il contributo caucasico, ma anche il dramma del ‘Medz Yeghern’, il grande crimine, il genocidio nei confronti della popolazione armena perpetrato tra  il 1915 e il 1916. Ancora tragedie cantate: “San tis Smirnis” ("Brucia Smirne") è la struggente testimonianza delle stragi nazionaliste turche durante la guerra greco-turca del 1919-1922. L’universo urbano sottoproletario del rebetiko si fa strada in “Toi proi me ti dhrosula”, imperniata su belle trame di plettri.  “Ya habibi taala”, l’unica canzone non tradotta, cantata in arabo – di cui ricordiamo una versione del Kronos Quartet – ci porta al repertorio appassionato di Midhat Assem, egiziana emigrata in Argentina, permeato degli umori del tango. Infine, in “Psaropoula”, siamo in riva al mare, sospesi tra la nostalgia della terra lasciata e gli aneliti di speranza per una vita migliore. Con creatività, passione e perizia di suono, l’Orchestra Bailam scrive un’altra appassionante pagina sulla rotta delle musiche dei popoli in movimento. 


Ciro De Rosa

Roberto Tombesi - In ‘sta via (Felmay, 2016)

Sulle strade nordestine del folk. Roberto Tombesi presenta “In ‘sta via” (Atelier Calicanto/ Felmay, 2016)

Le vicende dell’organetto diatonico nel nostro Paese attraversano almeno quattro decenni di attività revivalistica da parte di musicisti che non si sono limitati solo a riprendere la funzionalità tradizionale, ma hanno elaborato nuove tecniche e sperimentato con le timbriche, che hanno inventato nuovi repertori sulla base della loro sensibilità musicale contemporanea, facendo anche profitto di ascolti, relazioni e scambi con alcuni tra i nuovi maestri europei dello strumento. Per limitarci al nord-est, i mantici hanno trovato nuovi percorsi soprattutto con Andrea Del Favero in Friuli e Roberto Tombesi in Veneto. Quest’ultimo, architetto ed etnomusicologo, attore, compositore e didatta (già nel 1993, con quell’altro campione di Riccardo Tesi ha proposto al pubblico dei cultori un manuale per suonare l’organetto) è da sempre con l’ensemble Calicanto un punto di riferimento per la ricerca e riproposta delle musiche tradizionali di area veneta. È recente anche il suo intervento nell’ideazione dell’Orchestra Popolare delle Dolomiti. Eppure solo ora, Tombesi si è deciso a realizzare il suo primo lavoro da solista. Alessio Surian ha incontrato il musicista patavino in occasione della pubblicazione di “In ‘sta via” (Atelier Calicanto, distribuzione Felmay), un album elegante anche nell’artwork, che raccoglie quindici brani tradizionali: il portato delle ricerche intraprese da Roberto fin dai primi anni Ottanta del Novecento

Da oltre tre decenni hai suonato e composto all'interno di un collettivo, Calicanto: cosa ti ha spinto a esplorare la dimensione solista?
Francamente, fino a poco più di un anno fa, non avevo mai sentito l'esigenza di un CD da protagonista. Ho sempre saputo, come dici, di essere uomo da collettivo, attratto dal polistrumentismo (con tutti i limiti che la definizione sottende) e con una costante visione organica dei progetti sempre in bilico tra ricerca etnomusicologica e riuso creativo della tradizione. In questa dimensione, tutto sommato, mi ci sono sempre trovato abbastanza bene; certamente “una vita da mediano” con le luci e le ombre del ruolo. Non stento tuttavia ad ammettere che il mio lavoro sull'organetto (in certi periodi in secondo piano rispetto a mandola e liuto cantabile per strategie musicali legate ai progetti di Calicanto) meritava, dopo quasi 35 anni di carriera, qualche attenzione in più. 
Ora mi pare che i tanti anni di ricerche sullo strumento e sui repertori trovino nel CD “In’ Sta via” una buona complementarietà e valorizzazione; mi riferisco alle ricerche culminate già nel 1993 nella pubblicazione del libro “L’organetto diatonico”, frutto della collaborazione con Riccardo Tesi e con i più attivi organettisti italiani di quel periodo, un lavoro che è stato a lungo un punto di riferimento per intere generazioni di appassionati di questo strumento. Devo a Calicanto, e in particolare a Francesco Ganassin e a mio figlio Alessandro, e anche al resto della famiglia (che, come si leggerà nel booklet del CD, ha collaborato in vari modi), l'avermi convinto che era giunto il tempo... In verità, ancora non mi sento di ringraziarli in toto perché, inconsapevolmente, mi hanno riposizionato in mezzo ad un ginepraio artistico, organizzativo, promozionale e di aggiornamenti tecnologici di cui non avevo nessuna nostalgia, essendomi da tempo ripromesso di incamminarmi tranquillamente verso una sorta di “decrescita felice…”. Diciamo che intanto prendo la cosa come un'affettuosa proposta di stimolo contro il rimbambimento senile, poi vediamo come va l'avventura e spero quanto prima di poterli ringraziare veramente a piene mani. Devo anche dire (oggi che il problema sembra in parte superato) che fare questo CD mi ha aiutato a uscire da un periodo di forte scoramento legato a un intervento chirurgico e alla constatazione che in fin dei conti non siamo immortali.

Come hai scelto i brani del disco e gli ospiti? Vuoi raccontarcene qualcuno?
La scelta dei brani è stata difficilissima. Inizialmente pensavo ad un CD che mi rappresentasse anche come compositore visto che sono stato tra i primi a rivalorizzare lo strumento anche in questa prospettiva, oggi ampiamente sviluppata tra le nuove generazioni. Alla fine, forse con un briciolo di saggezza, che a noi attempati qualche volta viene riconosciuta, ho propeso (un po’ anche in bonaria controtendenza con il dilagare del movimento “neotrad”) per un disco totalmente di musiche tradizionali. Di questa sofferta scelta oggi sono particolarmente soddisfatto, anche da un punto di vista strettamente etico, perché mi pare che indirettamente renda omaggio anche a tutti gli amici organettisti della mia generazione che si sono spesi attraverso un lavoro sulla tradizione (anche proprio dal punto di vista organologico dello strumento) che poi ha consentito di traghettare il nostro mantice nella contemporaneità che stiamo vivendo fatta anche di acrobatici e talentuosi giovani. 
A dirla tutta: mi sarebbe piaciuto inserire brani anche di altre tradizioni e di altri ricercatori, specialmente veneti, ma alla fine, scorrendo le ricerche di una vita e in particolare i recenti ritrovamenti sul patrimonio dolomitico, i brani che meritavano attenzione erano davvero molti ed era doveroso valorizzarli anche alla luce del nuovo interesse che si sta sviluppando attorno al repertorio coreutico veneto. Le musiche del disco, infatti, prevedono una rivisitazione di alcune danze che già dai primi anni ‘80 abbiamo contribuito a rivitalizzare e che sono ormai divenute pietre miliari della nostra tradizione e del bal folk come la “Polesana” e la “Pairis di Lamon”; ce ne sono altre, invece, praticamente inedite e, a mio avviso, di particolare suggestione come “Subiotto”, la “Tarantella agordina”, le “Vilote lagunari” e la “Manfrina dei Coce”, quest'ultima frutto di un recente e appassionante lavoro di ricerca e ristrutturazione condiviso con lo storico collaboratore Guglielmo Pinna e il musicista cadorino Andrea da Cortà, concretizzatosi nell'estate del 2014 con il ritrovamento della musica e della coreografia della danza documentata presso alcuni anziani di Borca di Cadore (BL). Riguardo agli ospiti, inizialmente l'organetto doveva essere appoggiato da arpa, clarinetto e poco ancora. Nel corso della gestazione del lavoro ammetto che mi sono fatto prendere la mano dagli arrangiamenti e così, alla fine, ho coinvolto tutto Calicanto, con in più, i preziosi contributi delle percussioni di Gigi Biolcati, del violino di Tommaso Luison, del banjo di Andrea Da Cortà e del mandolino di Stefano Santangelo, oltre all’irrinunciabile cornamusa di Gabriele Coltri che nonostante la lontananza milanese rimane sempre uno di noi.

In che modo gli altri musici di Calicanto sono entrati anche in questo lavoro?
Come dicevo sono stati loro che mi hanno convinto nell’impresa. I patti erano che nell’eventualità mi fossi convinto e avessi deciso per la produzione discografica, tutti sarebbero stati precettati... Così è stato: tutti – compresi Claudia Ferronato,  che mi ha appoggiato in quattro canti a ballo, e Alessandro Arcolin, che ha partecipato con la sua energica batteria in “Gajarda” e “Polesana” – mi  hanno sostenuto con grande disponibilità.

Quale ruolo ha avuto tuo figlio Alessandro?
Fondamentale. Per pudore paterno so di non essermi mai troppo speso per valorizzare il figliolo, né per farmene in qualche modo vanto, ma questa volta esco allo scoperto e offro senza ritegno il petto all'accusa eventuale di nepotismo. Senza la collaborazione di Alessandro questo CD non sarebbe uscito. Insieme a Francesco Ganassin (che, poi, in seguito alla nascita del secondogenito Jacopo, ha dovuto allentare), Alessandro è stato un costante punto di riferimento per forma e contenuti: fondamentale nei missaggi, negli equilibri dei suoni e nell’orchestrazione, severo e ideale collaboratore nei momenti decisionali e nella direzione artistica di tutto il lavoro. Inoltre, ha puntualizzato in quest’occasione un interessante ruolo di sostegno armonico-ritmico della sua arpa ispirandosi al singolare ruolo che tale strumento svolge ancora oggi nei repertori altoatesini e tirolesi. Non ultimo, ha inserito poi preziosi contributi con la sua recente passione, l’oboe, (che affianca allo studio dell’arpa al Conservatorio di Castelfranco Veneto) in alcune danze, tra cui un’inedita quadriglia di mio padre cui tengo particolarmente.

Le presentazioni del disco sono ogni volta diverse: hai una formazione ideale per proporlo dal vivo?
Ho scelto una grande libertà per la formazione con cui presenterò questo album. Si va dal mio solo organetto e voce fino all'ottetto. Questo è stato determinato dalla volontà di mettermi particolarmente in gioco senza essere troppo vincolato dagli inevitabili molteplici impegni dei singoli musicisti. La cosa, pur faticosa, mi diverte molto e, in qualche modo, mi riporta ad un progetto che ho sempre ammirato di Elvis Costello che organizzava all'istante la scaletta del concerto facendo ruotare una sorta di grande ruota della fortuna. Proprio per questo, una formazione ideale non c’è, anche se è doveroso segnalare, per gratitudine ai miei sodali, che il progetto nasce attorno al trio Tombesi (Roberto, Giancarlo e Alessandro) più Francesco Ganassin, quartetto di base che poi affronterà il tour estivo-autunnale. Tuttavia, sperando nell'addolcirsi di questi feroci tempi dalle risicatissime risorse economiche, mi piacerebbe molto allestire per qualche particolare occasione una sorta di “Roberto Tombesi Band”, coinvolgendo tutti i dieci musicisti che mi hanno sostenuto in questa avventura.

Due parole sul passato, presente e futuro dei balli veneti...
Nel passato sappiamo che la diffusione del repertorio dei balli veneti è stata per vari motivi marginalizzata. Oggi la situazione è cambiata positivamente e mi auguro che in questo cambiamento di tendenze qualche merito possa essere ascritto anche al nostro operare. Forse i recenti ritrovamenti cadorini e il conseguente libro che abbiamo pubblicato nel 2012 “Ballabili antichi per violino o mandolino. Un repertorio dalle Dolomiti del primo ‘900”, forse la nascita dell'Orchestra Popolare delle Dolomiti, forse il buon lavoro di divulgazione fatto dai gruppi di danze e dai gruppi musicali del territorio, forse anche una certa assuefazione agli standard franco-celtici, credo abbiano hanno portato molti giovani e in generale molti appassionati ad un rinnovato interesse per le nostre danze popolari. Anche a livello istituzionale sembra muoversi qualcosa visto che il festival “Ande Bali e Cante” di Rovigo di cui sono direttore artistico da 15 anni, ha deciso di dedicare sia nel 2015 sia per il prossimo festival (che stiamo organizzando per il 10 e 11 settembre 2016) ampio spazio a convegni e stage dedicati alle danze del genere della “Manfrina”, valorizzando l'encomiabile lavoro di studio e divulgazione fatto da un collettivo composto da varie entità del territorio tra cui il Gruppo Danze Popolari di Castelfranco, il Gruppo Danze Festa Continua di Padova, il Gruppo Danze Ande Cante e Bali di Rovigo, oltre a noi di Calicanto e dell’ Orchestra Popolare delle Dolomiti.

Dove ti troviamo nei prossimi mesi?
Proporrò il concerto “In ‘sta via” a 360 gradi privilegiando, quando possibile, i luoghi più amati del paesaggio veneto. Tutta la grafica del CD, nata anche questa volta dalla fraterna collaborazione con l’amico Carlo Buffa, è giocata, infatti, su un costante rimando al pittore Caspar Friedrich e alla sua opera “Viandante sul mare di nebbia”, a sottintendere quanto tutto il lavoro sia stato una sorta di appassionato struggimento che, oltre la musica, ha coinvolto il mio costante rapporto con questo territorio di grande bellezza e scempio: su questi temi, vale la pena leggere le presentazioni contenute nel libretto del CD di Toni Mazzetti e Francesco Jori. In primis, privilegerò luoghi particolari dell’anima: presenteremo il disco nella storica Locanda Italia in Valsugana, all’Anfiteatro del Monte Venda e alla Pieve di San Sabino sui Colli Euganei, nell'amata Istria (con tappe in luoghi singolarissimi di Trieste, Capodistria e Dignano), nel borgo di pescatori di Scardovari alle foci del Po, alla Fortezza di Osoppo, in vari luoghi del Trentino, per arrivare nel corso dell'estate ai festival internazionali di Vialfrè e Civitella Alfedena (I), di Ham (B), dell'isola di Paxos (GR) e di Bourgoin-Jallieu (F). In futuro la proposta si farà più contaminata e arricchirà la poetica dello spettacolo per confrontarci anche con i non luoghi, le fabbriche fatiscenti di cui siamo sommersi, i tipici capannoni veneti (rigorosamente vuoti… e ne continuiamo a costruire...) e le anonime periferie che, come dice Renzo Piano, è tempo di bonificare, anche attraverso la musica. Con la collaborazione degli amici registi Titino Carrara e Giorgia Antonelli stiamo rifinendo il concerto (che prevede anche un sottile filo narrativo e teatrale) che avrà nella voluta geometria variabile dei protagonisti musicali un suo punto di forza: per me un costante stimolo creativo e per il pubblico una continua scoperta da seguire nel tempo.

Alessio Surian

Roberto Tombesi - In ‘sta via  (Felmay, 2016)
Da oltre trent’anni Calicanto è punto di riferimento per la ricerca e la rilettura delle musiche legate alla tradizione veneta. All’interno del gruppo i mantici di Corrado Corradi e di Roberto Tombesi hanno giocato un ruolo chiave, volentieri anche di sperimentazione timbrica. Ogni lavoro discografico del gruppo potrebbe essere riletto all’insegna dello sviluppo delle voci strumentali. Altrettanto importante è stata l’attività “progettuale” di questo “atelier” che ha spaziato dai contesti coreutici, a quelli della riabilitazione e dell’educazione, al teatro. La penultima fatica di cui Calicanto è stato enzima ha i connotati dell’impresa: sembrava un  sogno poter riunire in un’unica Orchestra Popolare delle Dolomiti la varietà di gruppi dell’arco alpino italiano testimoniata dal recente “Concier di Testa”? Evidentemente, questa capacità di guardare avanti è in proficua tensione con la volontà di continuare a leggere in profondità il passato e il nuovo lavoro, “ In ‘sta via” (distribuito da Felmay), il primo da solista, di Roberto Tombesi ne è una riuscita testimonianza. La storia stessa di Calicanto si intreccia con le quindici tracce proposte nel CD: dalla “Quadriglia di Italo”, raccolta dal padre di Tombesi, marchigiano, memore delle feste da ballo degli anni ‘30, allo scotis “Gran Vechia”, brano che Ugo Nespoli suonava a Santa Maria di Punta (Rovigo) e al cui arrangiamento stava lavorando il violinista Riccardo Sandini, scomparso in un tragico incidente nel 1989. Il CD è, soprattutto, un’occasione per “visitare” i diversi contesti ambientali e coreutici veneti, dalla laguna alle montagne, sia cucendo vestiti nuovi per brani già presenti nel repertorio di Calicanto e dell’Orchestra Popolare delle Dolomiti, a cominciare dall’ennesima reinvenzione della “Gajarda” (fra le danze più antiche), sia andando a selezionare alcuni dei brani più significativi frutto della ricerca etnomusicologica dell’ “atelier”. Emblematica è, per esempio, la suite di due danze: “Do passi” riprende i legami con la tradizione istriana, mentre “Sette passi” (o “Cori cori Bepi”) strizza l’occhio agli incontri balfolk facendo sintesi di versioni che spaziano dal Polesine alle Dolomiti. L’organetto è raramente da solo: si va dal duo al settetto, coinvolgendo dieci musicisti ospiti. L’album diventa così una riuscita occasione non solo di riproposta di danze tradizionali, ma anche di sperimentazione di un ampio ventaglio di arrangiamenti acustici. La cura e la ricerca che impreziosisce le diverse soluzioni sonore è visibile anche nei testi e nella grafica del CD e del primo video legato a questo lavoro. Un invito ad esplorare i diversi orizzonti nordestini.



Alessio Surian

Eva Salina - Lema Lema: Eva Salina Sings Šaban Bajramović (VogitOn Records, 2016)

Nata a Santa Cruz, California ma attualmente di base a New York, Eva Salina è una talentuosa cantante innamorata della musica balcanica, appresa sin da bambina dopo essersi appassionata alla tradizione yiddish, come racconta lei stessa: “Mi sono sempre interessata ad altre culture, e quando avevo sette anni qualcuno mi diede un nastro con alcune canzoni yiddish, e le imparai da sola tutte. I miei genitori, nel loro desiderio di incoraggiare questa mia passione, cercarono qualcuno che potesse insegnarmi i canti yiddish. Incontrai così una giovane donna crescita alle Hawaii ma anche aveva cantato musica balcanica per quindici anni”. Da quel momento la cantante californiana ha intrapreso un lungo percorso di studi al fianco dei più importanti musicisti dell’Est Europeo, attraversando le tradizioni di Albania, Bulgaria, Grecia, Macedonia, Serbia, Turchia, fino a quella del popolo Rom, per giungere anche alla laurea in Etnomusicologia conseguita presso la University of California, Los Angeles. La sua voce intensa e duttile l’ha condotta, così, a diventare una delle più apprezzate interpreti di musica balcanica negli Stati Uniti, nonché a raccogliere una lunga serie di collaborazioni con Slavic Soul Party!, Which Way East, Kadife, Veveritse, Choban Elektrik, Seido Salifoski’’s Romski Boji, Édessa, Tzvetanka Varimezova, KITKA e la band balkan italiana Opa Cupa, guidata da Cesare Dell’Anna. Attualmente, Eva Salina si divide tra la sua attività didattica come insegnante di canto e i concerti come solista ed in duo con Peter Stan, ma soprattutto ha voluto coronare il suo articolato percorso artistico, debuttando con un disco a proprio nome. E’ nato, così, “Lema Lema: Eva Salina Sings Šaban Bajramović”, disco che omaggia una delle grandi leggende della tradizione musicale romanì, la cui parabola artistica raggiunse il vertice tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta ma le cui canzoni risuonano ancora oggi in tutto il mondo nelle comunità Rom. Proprio in una di queste, a New York, Eva Salina è entrata in contatto con lo straordinario repertorio di Bajramović, rimanendone profondamente affascinata, tanto da volerlo rileggere in chiave moderna in questa sua opera prima. Prodotto dalla stessa cantante californiana e registrato tra Brooklyn, Woodstock e la Serbia, il disco vede la partecipazione di un folto gruppo di alcuni tra i migliori strumentisti della scena jazz e world newyorkese, tra cui amici di lunga data come il fisarmonicista Peter Stan, Frank London dei Kletzmatics ai fiati, il chitarrista Brandon Seabrook, il percussionista indiano Deep Singh e i polistrumentisti Ron Caswell e Patrick Farrell. Non mancano anche numerosi musicisti balcanici tra cui vale la pena citare, il famoso trombettista romanì Ekrem Mamutović che la Salina ha raggiunto a Pavlovac in Serbia. Il risultato è un lavoro esemplare di tradizione in movimento che dona nuova luce al repertorio di Bajramović costruendo un ponte ideale tra passato, presente e futuro, che conduce le fanfare balcaniche a mescolarsi con i suoni urbani di New York. Le note distorte provenienti da un vecchio 78 giri ci schiudono le porte del disco con la trascinante festa di “Akaja Rat” nella quale la voce di Eva Salina è incorniciata dal dialogo tra ottoni, organo, percussioni ed elettronica. Il ritmo si mantiene sostenuto con il 9/8 “Boza Limunada” con il basso synth e la chitarra a tracciare la linea melodica in chiave quasi punk-rock su cui si inserisce la fisarmonica di Peter Stan che ritroviamo protagonista anche nella successiva “Djelo Djelo”. La sofferta “Jek Jek Desujek” ci conduce dritto prima ai ritmi da dance hall della title track e poi alla più sperimentale “Koj Si Gola Roma” in cui i suoni balcani incrociano i ritmi in levare del reggae. La splendida “O Zvonija Marena” ci porta con la sua poesia verso il finale con la divertente “Pijanica” e “I Barval Pudela” che suggellano un disco da ascoltare con grande attenzione per cogliere tutto il talento di Eva Salina, e la potenza ritmica e melodica del suo ensemble. 



Salvatore Esposito

Lakou Mizik – Wa Di Yo (Cumbancha, 2016)

La resilienza del popolo di Haiti (i primi schiavi a buttare in mare padroni e colonizzatori e a rendersi indipendenti: ricordiamocelo sempre!), colpito sei anni fa prima da un disastroso terremoto con epicentro in prossimità della capitale Port-au-Prince, poi da un uragano che si abbatté sulle coste occidentali e ancora da un’epidemia di colera, passa anche per la pratica e il riconoscimento del proprio grande patrimonio musicale dell’isola caraibica. Costituitosi proprio dopo il sisma, l’ensemble intergenerazionale Lakou Mizik mette insieme veterani ultrasessantenni e giovani talenti poco più che ventenni, in un organico che comprende quattro voci, percussioni, chitarre, bassi, fisarmoniche e corni. A mettere su il collettivo (qualcuno lo ha descritto come una sorta di Buena Vista haitiano) è stato il chitarrista e cantante Steeve Valcourt – una vita tra l’isola nativa e Long Island, figlio della leggenda musicale locale del Caribbean Sextet Boulo Valcourt – in sodalizio con il cantante Jonas Attis (altra vita scampata a un terribile naufragio) e Zach Niles, produttore degli States, già protagonista con i Sierra Leone’e Refugee All Stars, e giunto ad Haiti proprio per promuovere la rinascita del Paese attraverso l’arte musicale. Accanto a loro, nel team di produzione ci sono il canadese Chris Velan (chitarra e banjo), già impegnato proprio con i dischi dei Sierra Leone's Refugee All Stars, e il britannico Iestyn Polson (visto e ascoltato con David Gray, Patty Smith e David Bowie). Il resto della band annovera Louis Lesly Marcelin “Sanba Zao” (altra leggendaria personalità musicale isolana), Nadine Remy, Woulele Marcelin, Peterson Joseph “Ti Piti”, James Carrier “Ti Malis” e Belony Beniste. Insomma, quello che con termine locale si chiama un gruppo di mizik rasin (ossia roots music), che in questo potente disco d’esordio riflette il mix di espressioni di cui è ricca la cultura creola haitiana: influenze afro-caraibiche e francofone, poliritmie della ritualità vudu, canto call & response, fiati carnevaleschi, stilemi processionali rara, riff rock e funky. Dopo l’ornitologica intro (“Morning in Jaemel”), si parte alla grande con la fisarmonica che guida “Poze” e “Panama’m Tonbe”: In quest’ultima, proveniente dal repertorio carnevalesco, splende la voce di Nadine Remy. Spingono a fondo “Anba Siklon” e “Zao Pile Te”. Voci e percussioni ci fanno accedere all’espressività vudu in “Bade Zile” (già incisa dagli indimenticabili Boukman Eksperyans) e in “Parenn Legba”. Se “Tanbou’n Frape” è una bella ballata in stile folk ‘twoubadou’ (vale a dire troubadour), “Pran Ka Mwen” è impreziosita dai fiati e da suadenti voci femminili. È ancora tempo di Carnevale con “Is Fa Ti Bo”, mentre la morbida title-track conclude l’album con una netta dichiarazione d’intenti: infatti, il titolo in creolo significa “Siamo ancora qui”. 


Ciro De Rosa

Artisti Vari – Every Songs Has Its End: Dispatches From Traditional Mali (Glitterbeat Records, 2016)

Produttore e ricercatore musicale Paul Chandler è un profondo conoscitore del panorama sonoro Subsahariano, avendo dedicato gran parte della sua carriera allo studio, alla promozione ed alla diffusione della tradizione musicale maliana. In particolare, nel corso degli anni, ha raccolto moltissime registrazioni sul campo che documentano la fase di grandi trasformazioni e mutamenti che sta vivendo il Mali, attraversato dalla guerra civile, ma anche caratterizzato dall’abbandono progressivo delle aree rurali e l’emigrazione verso i centri urbani. Tutto ciò ha inevitabilmente segnato anche la forte tradizione musicale maliana, tanto nelle contaminazioni con i suoni moderni, quanto con il pericolo di scomparire nell’oblio. Negli ultimi anni fondamentale nella valorizzazione del patrimonio tradizionale del Mali è stata anche l’attività discografica portata avanti da Chris Eckman con la sua Glitterbeat Records volto a valorizzare le più importanti realtà musicali maliane, ma senza perdere di vista il legame con le radici tradizionali. In questo senso si inserisce la pregevole antologia “Every Song Has Its End: Sonic Dispatches from Traditional Mali” che raccoglie dodici brani selezionati da Paul Chandler dal suo archivio di field recordings, offrendoci un affresco sonoro di rara bellezza ed intensità. Ascoltare queste registrazioni ci permette non solo di cogliere il loro superbo valore musicale, ma anche di scoprire la grande quantità di sfumature e generi musicali che caratterizzano la musica maliana, a seconda dell’area o del gruppo etnico di provenienza. Protagonisti di queste field recordings sono, dunque, musicisti locali, noti nel ristretto ambito delle comunità rurali, che ci consentono di scoprire vere perle come l’iniziale “Le Souvenir” del Group Ekanzam, o di quel gioiello che è “Nianju Wardé” in cui spicca l’uso del sokou e la partecipazione di Afel Bocoum, già membro della band di Ali Farka Touré. Ascoltiamo ancora il fascino di “Houmeïssa” dei Super Onze, il blues desertico “Taka Kadi” di Boukader Coulibaly nella quale brilla il cordofono danh, le sonorità magiche e senza tempo di “Apolo” del Mianka Cultural Troupe, i ritmi dilatati che rimandano al dub di “Kabako” dei contadini Bambara e la conclusiva “Woyjka”, un canto di guerra nel quale si staglia il bolon suonato da Ibrahim Traoré. Progetto di grande spessore etnomusicologico, “Every Song Har Its End” è la dimostrazione di come il patrimonio culturale del Mali si possa proiettare verso il futuro scampando dall’oblio, e raggiungendo il vasto pubblico della scena mondiale. A fare da compendio al Cd c’è anche un interessantissimo DVD, la cui visione ci sentiamo di consigliare vivamente ai nostri lettori. 


Salvatore Esposito

Denominazione Di Origine Popolare. La vera o presunta storia dei Violini di Santa Vittoria, diretto da Nico Guidetti, durata 77 min., Italia 2015

Diretto dal registra reggiano Nico Guidetti, il docu-film “Denominazione Di Origine Popolare. La vera o presunta storia dei Violino di Santa Vittoria” racconta la genesi dello spettacolo omonimo dei Violini Di Santa Vittoria, e segue a qualche mese di distanza la pubblicazione del disco dal vivo che ne raccoglie la registrazione.”«L’idea di fare un film su questa storia – spiega Guidetti nelle note di regia – mi venne quando, alla fine del 2013, Orfeo Bossini mi contattò perché desiderava realizzare un video “promo” del loro ultimo spettacolo. Fu allora che ebbi modo di conoscere il gruppo, di approfondire la storia dei violinisti braccianti di Santa Vittoria e scoprirne il portato storico e il valore non solo artistico, ma anche, mi viene da dire, morale. Da sempre, come documentarista, ho preferito approfondire fatti e aspetti legati alla mia terra, forse per un bisogno istintivo di dare forma alla mia stessa identità, alle mie radici. E fare un documentario sulla tradizione del liscio di Santa Vittoria l’ho sentita come un’occasione, per me, di aggiungere un tassello importante al mio percorso. Avevo l’opportunità di affrontare, innanzitutto, argomenti che da sempre mi appassionano (la storia dei primi del Novecento, la musica, le tematiche del lavoro) attraverso un registro, stavolta, più ironico e, per così dire, leggero”. Catturando le fasi preparatorie dello spettacolo, tenuto al Teatro Sociale di Gualtieri, il film crea una connessione tra presente e passato intercalando le immagini delle prove con le musiche e gli interventi del quintetto, con le testimonianze degli eredi delle famiglie di violinisti e braccianti che diedero vita alle prime realtà musicali a Santa Vittoria per trovare una via di fuga dalle dure condizioni di lavoro a cui erano sottoposti. A legare le varie fasi del docu-film è il violinista Orfeo Bossini che ci accompagna alla scoperta delle storie dei musicisti del passato con materiali d’archivio e vecchie foto, i liutai, e i vecchi spartiti scritti a mano, senza dimenticare i quadri di Antonio Ligabue. In parallelo vediamo lo spettacolo prendere vita con la scelta dei luoghi dove provare, e l’avvincente sfida del crowfunding per la realizzazione del disco. Non mancano frammenti dai concerti come quello tenuto a Palazzo Greppi o in occasione della Festa del Primo maggio nella piazza del paese. “Denominazione Di Origine Popolare” è, dunque, un documento prezioso perché ha il pregio di raccontare il presente ed il passato, ancorchè avvolto dalla leggenda, dei Violini di Santa Vittoria. 



Salvatore Esposito

Andrea Piccioni, Il Ritmo della Parola, pp.99, Euro 20,00 Ebook con Files audio online

Considerato uno dei più autorevoli maestri del tamburo a cornice, Andrea Piccioni vanta un lungo percorso formativo e di ricerca che gli ha consentito, negl’anni, di sviluppare e sperimentare una originale tecnica esecutiva per utilizzare lo strumento a 360 gradi confrontandosi con qualsiasi contesto musicale, dal jazz alla world music fino alla musica contemporanea. Parallelamente all’attività artistica, il percussionista romano si è dedicato anche alla didattica tenendo non solo workshop, masterclass e lezioni-concerto in tutto il mondo, ma anche collaborando con la rivista “Percussioni” e dando alle stampe il volume dal titolo "Il tamburello italiano". A distanza di alcuni anni da quest’ultimo, Andrea Piccioni ha recentemente pubblicato il suo secondo libro “Il Ritmo della Parola” in formato ebook, al quale seguirà a breve la versione cartacea. Si tratta di un’opera interamente dedicata alla pratica del Solkattu (in lingua tamil significa: sol = sillabe, kattu = gruppo di), tecnica di vocalizzazione e conteggio del ritmo, propria della didattica musicale della tradizione del sud dell’India, solitamente utilizzata per suonare il kanjira, piccolo tamburo a cornice di circa 18/20 cm con una singola coppia di sonagli nella cornice ed una membrana in pelle di varano o di serpente. Rimasto profondamente affascinato da questa tecnica antichissima, tanto da lasciarsi influenzare nell’approccio stilistico, il percussionista romano ha sviluppato una metodologia che parte da essa e da alcuni dei suoi principi per diventare applicabile, non solo a qualsiasi genere musicale, ma anche ad altri strumenti o ancora al canto ed alla danza, e questo in ragione del fatto che il ritmo è una componente essenziale della musica. E’ per questo motivo, dunque, che quest’opera non si rivolge esclusivamente ai percussionisti, ma a chiunque abbia a che fare nella sua vita o nel suo lavoro con il ritmo, ed in particolare al pubblico occidentale, che spesso si confronta con generi musicali differenti, consentendo di ampliare la percezione ritmica e ponendo solide basi per l’accompagnamento o l’improvvisazione sia in solo che in ensemble. Nell’arco delle sue cento pagine, il volume si apre con un approfondimento sulle origini del metodo e le sue applicazioni dal gati, alle prassi esecutive nella musica carnatica, dall’applicazione del Solkattu, alle differenziazioni, fino al concetto di pulsazione, ciclo e ritmo, e la vocalizzazione. Si prosegue con la parte dedicata alla pratica con i cicli ritmici descritti in modo semplice ed efficace, tra esercizi, esempi e suggerimenti, tutti opportunamente contestualizzati, e frutto dell’esperienza e degli studi dell’autore. Man mano che si va avanti si svelano suddivisioni sempre più complesse ed impegnative come quelle dispari, il tutto impreziosito da tabelle, schemi, e diagrammi dalla grande efficacia didattica. Non manca una breve divagazione nella tradizione persiana, mentre in conclusione è proposta una composizione riassuntiva ed un glossario. Ad accompagnare lo studio, Andrea Piccioni ha predisposto sul suo sito personale una sezione riservata che raccoglie una serie di files audio con tutti gli esercizi presenti nel libro, disponibile inserendo il codice presente in ogni copia. “Il ritmo della parola” è, dunque, un lavoro prezioso non solo perché fa scoprire al pubblico una tecnica esecutiva molto antica, ma anche per la semplicità e l’efficacia del suo approccio didattico. Per acquistare il volume si consiglia di visitare il seguente link: http://andreapiccioni.net/shop/index.html

Salvatore Esposito

Giovanni Falzone Contemporary Orchestra – Led Zeppelin Suite (Musicamorfosi/EGEA, 2016)

Nata nel 2011 con l’intento di superare i confini tra diversi generi musicali, la Contemprary Orchestra del vulcanico trombettista Giovanni Falzone, riunisce giovani musicisti e veterani del jazz componendo un large ensemble non convenzionale nel quale spiccano il flauto di Jacopo Soler, la seconda tromba di Simone Maggi, il trombone di Andrea Andreoli, il trombone basso di Carlo Grandi, il sax tenore di Massimiliano Milesi, il fagotto di Marco Taraddei, la chitarra di Valerio Scrignoli, il basso di Michele Tacchi e la batteria di Antonio Fusco. Una formazione perfetta per proseguire il percorso di esplorazione dell’universo rock, cominciato cinque anni fa dal trombettista con il pregevole “Around Jimi” dedicato a Jimi Hendrix, e che ora si rivolge la sua attenzione ai Led Zeppelin con “Led Zeppelin Suite” disco che rende omaggio al repertorio della band di Jimmy Page e Robert Plant rielaborando le idee e le ispirazioni alla base di primi quattro album della band inglese. Da artista eclettico e sempre pronto a dar vita ad incroci sonori ed ibridazioni, Falzone con questo disco è riuscito nell’intento di creare un osmosi creativa con il repertorio della band inglese, scovando nei riff della chitarra di Page nuove soluzioni melodiche e nella batteria dell’indimenticato John Bonham nuovi sentieri ritmici, permeando il tutto con echi di musica classica e contemporanea. Qualcosa di ben diverso, insomma, da un lavoro di asettica rilettura, ma piuttosto il tentativo riuscito di creare nuove costruzioni sonore, nelle quali la ritmica del rock incontra i fiati del jazz e i legni della musica classica. In questo senso vale la pena sottolineare anche l’importante lavoro di scrittura di Falzone che intercala i brani dei Led Zeppelin con composizioni proprie, nelle quali emerge più marcatamente la vitale creatività alla base di questo concept. Composto da quattordici brani, suddivisi in quattro quadri che rimandano ai primi quattro dischi della band inglese, il disco si apre con “Dark Times”, brano originale ispirato da “Good Times, Bad Times”, brano che ritroviamo subito dopo in una versione esplosiva in cui brillano i soli di Milesi e Taraddei. Gli echi di “Babe I’m Gonna Leave You” ci accompagnano poi nella sofferta “Migrant Ballad” con l’improvvisazione di Falzone che ci introduce al secondo quadro in cui spiccano una intrigante versione del classico “Whole lotta love” in cui spicca la potenza melodica e ritmica dei fiati e il medley “Heartbreaker/Moby Dick”. Il terzo quadro è interamente dedicato a composizioni di Falzone con la poetica “Elegia”, ispirata ad “Immigrant Song” e le splendide “Friends” e “Psychedelic Dance”. Il vertice del disco arriva nel quarto ed ultimo quadro in cui scopriamo le pregevoli riletture di “Black Dog” e una maestosa versione di “Stairway To Heaven” a suggellare un lavoro di incredibile fascino e bellezza. 


Salvatore Esposito

Manuel Rinaldi – Faccio Quello Che Mi Pare (Autoprodotto, 2015)

“Faccio Quello Che Mi Pare” è questo il titolo del secondo disco di Manuel Rinaldi, cantautore emiliano con alle spalle trascorsi in ambito punk-rock con i Pupilla, e un apprezzato disco di debutto come solista, “10 Minuti”, pubblicato nel 2014 e caratterizzato da sonorità brit-pop. A distanza di due anni lo ritroviamo con “Faccio Quello Che Mi Pare”, disco che raccoglie undici brani dal sound diretto ed essenziale nei quali testi taglienti, ironici e provocatori nei quali Rinaldi mette alla berlina lo Stato in cui viviamo, chi manipola e chi si lascia manipolare in un mondo popolato da essere umani il cui unico scopo è il denaro. A riguardo il rocker emiliano nella presentazione sottolinea: “Parlo di me e delle mie “paranoie” su cosa poter fare per star bene al mondo (Non ho capito, Faccio quello che mi pare, Stanco degli Dei), parlo della voglia di mandare a quel paese tutti quelli che vivono perché devono e non perché vogliono, (Non far finta di niente, Il mio avatar, Lo fai per il mio bene?), parlo della vita e del Paese in cui viviamo (L’ ultimo giorno, Lo stato dei soldi). Ho scritto, suonato e arrangiato tutti i brani. Hanno collaborato con me come per l’album precedente Fabio Ferraboschi che ha curato la produzione artistica e suonato il basso e Stefano Leonardi che ha collaborato in veste di autore in 4 brani del disco». Ad aprire il disco è il sound energico e serrato de “Lo Stato dei Soldi” che ci introduce prima agli spaccati di vita quotidiana de “L’Ultimo Giorno “ e poi alla title-track, in cui Rinaldi canta la sua insofferenza e il suo desiderio unico di star bene. “La tua faccia come quella di Courtney” apre poi la strada alla sofferta “Il mio avatar”, e all’autobiografica “Non Ho Capito”, fino a giungere all’ironica “Compro Un Volo Per La Libertà In Inghilterra”, uno dei brani più riusciti del disco. “Non far finta di niente” ci conduce verso il finale in cui spiccano la riflessiva “La Gente Giusta” e il viaggio psichedelico di “Stanco degli Dei”, che chiude il disco.


Salvatore Esposito