BF-CHOICE: Gigi Biolcati - Da Spunda

Precipitato delle esperienze accumulate, cantato in italiano e in dialetto santhiatese, "Da Spunda" è il primo disco solista per l'eclettico percussionista Gigi Biolcati. E' come un guardarsi allo specchio; un one-man-band che sgombra il campo da cliché folk facendo tutto da solo...

BF-CHOICE: Peppe Voltarelli - Voltarelli canta Profazio

Come «l’energia di un’onda che sbatte sulla riva»: il canzoniere del folksinger Otello Profazio riletto da Peppe Voltarelli, un progetto che viene da lontano, con il progessivo avvicinamento a questa multiforme personalità da parte di un artista che non si ferma mai...

BF-CHOICE: Flo - Il Mese del Rosario

“Il mese del rosario” è un album acustico pieno della profondità femminile, in cui coesistono poetica crudezza e desideri, ombre scure e amori violenti, memorie familiari trasfigurate e spunti narrativi che diventano cronache individuali e collettive, storie scomode, perfino inconfessabili:...

BF-CHOICE: Stefano Saletti e Banda Ikona - Soundcity

“Mediterraneo come intersezione, luogo di antiche persistenze e di nuove contraddizioni, di migrazioni, fughe e diaspore, di ferite, di sangue e di lutti ormai quotidiani. Mare plurale (Matvejević), di transiti culturali, di musiche prossime per tratti comuni (di ieri e di oggi), di remote e ritrovate assonanze...

BF-CHOICE: Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Da ineffabile magister, troviamo il compositore e trickster napoletano Daniele Sepe, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, nei panni di Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida più che della Tortuga, sfoderando il suo sax..

venerdì 26 agosto 2016

Numero 270 del 26 Agosto 2016

Le tragiche notizie che arrivano dal centro Italia, colpito duramente dal sisma, addolorano profondamente noi di Blogfoolk. Il nostro pensiero si rivolge, in particolare, ad Amatrice, terra di suonatori di zampogne, dove solo qualche settimana fa era andato in scena il Festival Delle Ciaramelle, di cui siamo stati partner, e di cui vi abbiamo raccontato nelle pagine del nostro magazine. Nella prima metà di ottobre, la direzione artistica del festival - presieduta dal Prof. Giancarlo Palombini - l'associazione For.Mu.S. e Blogfoolk daranno vita alla maratona musicale "Festival Delle Ciaramelle per Amatrice" per raccogliere fondi per la ricostruzione del Centro Culturale San Giuseppe e dell'annessa biblioteca. Venendo al menu del numero 270, la copertina è per “Shardana”, l'album di debutto della clarinettista e compositrice sarda Zoe Pia, che abbiamo intervistato per farci raccontare questa sua opera prima, nella quale si intrecciano jazz e suggestioni della tradizione musicale isolana. Dalla Sardegna all'alto Salento, per parlare di “Tarantaqua” dei Taricata, interessante formazione di San Vito Dei Normanni, le cui vicende artistiche si intrecciano con quella bella realtà che è la World Music Academy. Per lo spazio world music, anzitutto, ci occupiamo dei transiti sonori, delle geografie emozionali e dei flussi migranti tra States, Balcani e Mediterraneo,  che si si sostanziano nella musica di BadMashadi e Fanfara Station. Segue uno speciale dedicato sui suoni polacchi, dalla musica tradizionale al crossover, con un focus sui dischi di Orkiestra Świętego Mikołaja, Dagadana e del trio composto da Maciej Rychły, Elisabeth Seitza e Mateusz Rychły. L'ampia sezione sulla musica dal vivo ci porta prima all’Ariano Folk Festival, poi al No Logo Festival. Infine, al concerto leccese di Peter Hook & The Light. Per la rubrica Visioni, ci occupiamo del DVD "Suoni dalle isole", lo studio di Paolo Vinati sui suonatori di mih, la cornamusa diffusa nelle isole dalmatine di Cres e Losinj. In chiusura, la recensione della nuova emissione de La Piva dal Carner

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
VISIONI
LETTURE


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Zoe Pia – Shardana (Caligola Records/I.R.D., 2016)

Giovane e talentuosa clarinettista e compositrice sarda, Zoe Pia vanta una solida formazione spesa tra i Conservatori di Cagliari e Rovigo e numerosi seminari, e un altrettanto intenso percorso artistico che l’ha vista impegnata per quattro anni nel Campari Tour, nel 2009 nel Nastro Azzurro Tour ed infine anche in diverse esperienze all’estero. Vincitrice del Premio internazionale di partiture non convenzionali “Musica con vista”, la musicista sarda ha recentemente dato alle stampe “Shardana”, il suo album di debutto, un omaggio alla storie, ai suoni e alle tradizioni della Sardegna. Abbiamo intervistato Zoe Pia per farci raccontare dalla sua viva voce la genesi e le ispirazioni di questa sua opera prima. 

Partiamo da lontano, ci puoi parlare del tuo percorso formativo?
Sin dall'infanzia sono cresciuta in mezzo agli strumenti musicali perché mio padre Marco è un polistrumentista creativo innamorato della musica, nonché fonico. Abbiamo ancora in casa la “stanza degli strumenti musicali” dove da piccoli ci divertivamo, sia io che mio fratello, a giocare con la musica.  Ho iniziato a suonare il clarinetto alla banda di Mogoro all'età di otto anni, dopo averlo trovato sotto l'albero di Natale. Successivamente, al Conservatorio di Cagliari, il mio Maestro Alessandro Travaglini me ne ha fatto innamorare totalmente. Una volta conseguito il diploma in strumento son partita a Rovigo per una serie di bienni di specializzazione, quattro anni di composizione, un Erasmus al Conservatorio Superiore di Murcia, un corso annuale di imprenditoria musicale all'Accademia Teatro Alla Scala di Milano, diversi seminari estivi quali Accademia Chigiana di Siena, Siena Jazz e Nuoro Jazz oltre a una serie di esperienze professionali in diversi ambiti musicali che hanno accresciuto il mio bagaglio culturale.

Quali sono state le tue principali esperienze artistiche?
Le esperienze professionali sono state numerose e varie. Son partita con la musica classica, ho suonato con orchestre lirico-sinfoniche e in ensemble di musica da camera eseguendo repertori classici e contemporanei. Ho avuto l'onore di poter suonare come solista accompagnata dall'orchestra il Concerto K 622 di Mozart. E' capitato quasi per gioco di esplorare il mondo dell'elettronica ed è iniziata una serie di performance per importanti marchi quali Campari, Nastro Azzurro, Mercedes e Bulgari. Sono stata project manager per il Conservatorio di Rovigo e numerose associazioni di settore. Non sono mancate di certo le combo jazz con svariati progetti satellite che hanno permesso di conoscere diversi ambiti di questo meraviglioso mondo che mi ha portato al primo album: “Shardana”. Tra i tanti ho avuto l’onore di suonare a fianco di: A.Curran, S.Bernstein, B.Biriaco, R.Rogers, F. Di Castri, T. Tracanna, M.Ottolini, N.Gori, M.Tamburini, B.Ferra, V.Vasi, D.Cecchini, V.Corvino, M.Tonolo, S.Senni, M.Morganti, R.Truesdell, L.Mannutza, L.Kranzelbinder.

Come nasce il tuo disco di debutto “Shardana”?
“Shardana” nasce come un progetto di ricerca importante, durato quasi quattro anni e iniziato con un elaborato di project management per il Conservatorio di Rovigo intitolato “Comporre con i Suoni del Polesine”. Li è nata l'esigenza di valorizzazione della musica contemporanea e di sperimentare l'incontro tra linguaggi differenti utilizzando la tecnica della soundscape composition. Questa tecnica americana prevede la raccolta dei suoni autentici dei territori e per questo ho deciso di estendere il progetto alla Sardegna. Attraverso una serie di indagini legate alla storia, all'archeologia e ai miti della mia isola sono arrivata ad avere una varietà di materiali e stimoli ideali per le composizioni originali del disco “Shardana”. 

Le tue composizioni sono fortemente radicate nella cultura e nella tradizione sarda. Quali sono stati i tuoi riferimenti in questo senso?
Ho voluto raccontare in musica ciò che più mi ha entusiasmato e mi appartiene. La Sardegna ha una quantità inestimabile di diramazioni musicali legati alla tradizione e io essendo sarda ho sentito in primis quelli del mio paese Mogoro che sin da piccola ho vissuto intensamente suonando nella banda musicale. 

A livello musicale quali sono le principali ispirazioni alla base delle tue composizioni?
Sicuramente la musica contemporanea mi ha sempre entusiasmato, così come l'etnomusicologia e quindi il jazz. Una forte curiosità rispetto alle civiltà e alla sperimentazione mi ha fatto avvicinare molto ad una pluralità di generi. Vivere i concerti come protagonista o come pubblico e le riflessioni sulle dinamiche derivanti mi hanno portata a voler iniziare a studiare composizione e quindi a scrivere musica. “Shardana” disco infatti ha stimolato la creazione di “Shardana” partitura “a vista” grazie alla quale tra l'altro ho avuto un importante Riconoscimento di Merito all'International Prize for Competition for Non-Conventional Score Music Writing di Lucca. Si tratta di una partitura creata con la tecnica dell'alea controllata, ispirata alla navicella shardana o nuragica e consta di una serie di simbologie e numeri incisi sul sughero.

Quanto ti ha influenzato la musica tradizionale della tua terra?
La musica tradizionale della mia terra è molto varia, ogni zona ha delle caratteristiche ben precise e distinguibili molto affascinanti. Il mio percorso di vita, di studio e di esperienze professionali ha influenzato le composizioni. Vivere i luoghi e immaginare le leggende ad essi correlate, sognare la magnificenza della tribù degli Shardana e vederne nei miei conterranei il possibile connubio ha dato molti stimoli. 

Come sei riuscita ad integrare le registrazioni in soundscape con le tue composizioni?
I paesaggi sonori racchiusi in “Shardana” hanno determinato la composizione di tutto l'album. C'è stato un importante coinvolgimento e un grande entusiasmo già a partire da questa fase del progetto. Cercare, raccogliere e quindi documentare i suoni autentici prescelti, nella campagna di registrazioni audio condotta con Roberto De Nittis, hanno mosso un'infinità di emozioni e stimoli creativi che hanno permesso di creare le composizioni con grande fluidità. Due titoli del disco racchiudono unicamente elementi di soundscape.

Come hai scelto i musicisti che ti hanno accompagnato in questa nuova avventura?
Ho scelto Roberto De Nittis perchè è un pianista eccezionale e lui ha seguito e segue da vicino tutte le fasi del progetto. Sebastian Mannutza al violino e batteria è originario di Cagliari ed è un gran professionista. Glauco Benedetti al basso tuba è un amico da tempo oltre che essere un fantastico musicista. Il comune denomitatore è stato comunque dato dalla base culturale e accademica che vede tutti laureati in musica classica e in jazz.

Nel disco, oltre al clarinetto, suoni anche le launeddas. Come mai questa scelta?
Is launeddas sono uno strumento della Sardegna millenaria e studiando composizione mi sono accorta dell'inestimabile valore timbrico in esse contenuto. Mi sono divertita a esplorarne le particolarità e ho voluto utilizzarle in una veste sperimentale e personale.

Come saranno i concerti di “Shardana”?
Durante le fasi di registrazione in studio ho voluto tener conto del live e per questo i concerti presentano gli stessi elementi del disco più uno. Is Coggius live infatti è un inedito cameristico che riprende la sacra melodia corale ma si intreccia con la contemporaneità più aspra. Nel primo concerto in Sardegna tenutosi a Mogoro nel palcoscenico naturale del sito archeologico di Cuccurada ho avuto la collaborazione di alcuni esponenti vocali dei canti processionali de Sa Crufaria (confraternita) racchiusi nella traccia "S.M. Carcassa" e durante "Ballendi Su Ballu" si sono esibite due coppie di danzatori in costume sardo del gruppo folk Su Sticcau sempre di Mogoro. 

Concludendo quali sono i tuoi progetti futuri?
I progetti futuri iniziano a intravedere diverse possibilità, le strade da poter scegliere sono innumerevoli ma il processo creativo e ideativo di Shardana mi hanno regalato così tante emozioni che mi spingono a voler affrontare nuovi percorsi legati a tradizioni, luoghi misteriosi, miti e leggende.




Zoe Pia – Shardana (Caligola Records/I.R.D., 2016)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“Shardana” è questo il titolo del disco di debutto di Zoe Pia, clarinettista e compositrice sarda di grande talento, impegnata da diversi anni in un intenso lavoro di sperimentazione attraverso territori musicali differenti dal jazz alla musica classica fino a toccare la musica contemporanea. Complice un corso dedicato alla soundscape composition seguito presso il Conservatorio di Rovigo la giovane musicista sarda ha intrapreso una personale ricerca sulla tradizione musicale della sua terra, registrando sul campo diversi suoni dai mamuthones in processione alle campane della chiesa della natia Mogoro, fino alla struggente ninna nanna cantata da Renata Melis di Masullas, che ben presto sono diventati preziosi fonti di ispirazioni per i suoi brani. Ha preso vita, così, pian piano questo disco ispirato al popolo degli Shardana, “il popolo delle isole che stanno in mezzo” come lo descrive Ramses II nella Stele di Tanis del II Millennio a.C., ribelli indomiti che probabilmente vissero in Sardegna senza lasciare tracce di sé. Ad accompagnare in questa opera prima Zoe Pia (clarinetto, Launeddas, soundscape recordings) è un cast di eccellenti strumentisti composto da Roberto De Nittis (piano, Rhodes, tastiere, toy piano, kalimba of Costarica), Glauco Benedetti (tuba), Sebastian Mannutza (batteria, violino). Il risultato è un disco pregevole dal punto di vista compositivo nel quale la tecnica della soundscape composition si intreccia ad una scrittura contemporanea brillante che evoca in modo sublime i paesaggi sonori della Sardegna, le sue tradizioni musicali, il ballo, la sua storia mitica e le sue fascinazioni. Durante l’ascolto brillano, così, la title track che apre il disco e quasi fosse una piccola ouverture annuncia i temi che caratterizzeranno il prosegue. Si prosegue con le suggestioni di “S’Accabadora” con la voce antica di Renata Melis e le campane di Mogoro che fanno da preludio ad un brano dalla costruzione sonora ricercata. L’organetto di Simone Grossu e la banda di Mogoro durante una processione di  “S. Maria Carcaxia” fanno da preludio alle ardite architetture sonore di “Sa Dom ‘e S’Orcu, Trumbas de is Gigantes” di “Abb’Ardente… in Donniassantu” nella quale spicca l’uso personalissimo delle launeddas. L’omaggio ad Andrea Parodi di “Carmineras” ci conduce nella seconda parte del disco con i canti tradizionali della processione di Santa Prisca a Pau di “Is Coggius” che fa da preludio alle trascinanti “Domus de Janas “Su Forru de Luxia Arrabiosa” e “Ballendi su Ballu”che chiude un disco di grande spessore artistico e competitivo.



Salvatore Esposito

Taricata - Tarantaqua (Autoprodotto, 2015)

La formazione dei Taricata si occupa dalla fine degli anni settanta di ricerca e riproposta di musiche popolari salentine, con uno spirito che conosciamo bene e che possiamo sintetizzare nel modello del revival dello scenario articolato della pizzica. E di tutto ciò che si impernia - direttamente e indirettamente, implicitamente, consapevolmente, volontariamente o nel riverbero di riflessi spesso interessanti perché inaspettati - nel raggio di azione di un movimento ormai all’apice del suo (nuovo) sviluppo. O, come dicono alcuni, in evidente flessione, sopratutto in relazione alle derive populistiche che che ne hanno caratterizzato alcune espressioni. In entrambi i casi è comunque assicurato un certo dinamismo, che spinge molte persone a raccogliersi intorno a quella musica (è inutile rimarcarlo, specie in questo periodo) e anche a estrapolarne gli elementi più rappresentativi di un sentimento diffuso innanzitutto in un ambito sì regionale, ma i cui confini, sia sul piano storico che contemporaneo, sono evidentemente labili (fluidi si potrebbe dire aderendo a una terminologia più tecnica). San Vito dei Normanni - il paese e il fulcro storico-espressivo dei Taricata - ce lo dimostra con le sue tradizioni musicali, che si insinuano nel fascio delle espressioni salentine più meridionali con alcune variabili significative, ma che sopratutto si ricollocano nello spazio del revival dentro un progetto che guarda verso un orizzonte molto ampio. L’album, composto di quattordici tracce, ha un significato importante: non solo sul piano simbolico, ma anche storico. Perché raccoglie - nelle intenzioni dei numerosi protagonisti dell’ensemble, che comprende un organico di fisarmonica, organetto, chitarra battente, mandolino, mandola, basso, contrabbasso, tamburelli, percussioni e voci - sia un lavoro di ricerca, che finalmente si addensa in una scaletta, in una selezione di brani e in una pubblicazione, sia un lavoro di interpretazione di materiali tradizionali e originali. La struttura di “Tarantaqua” - nel cui titolo la trasfigurazione più rappresentativa legata alla tradizione espressiva della pizzica si lega all’acqua, richiamando alcune delle articolazioni meno note della ritualità del tarantismo non solo salentino - ci riconduce così ai due poli più significativi del processo di rappresentazione delle musiche popolari. Da un lato la storia, i significati e le forme che questa assume in un contesto riconoscibile in termini socio-politici e culturali. Dall’altro la contemporaneità, le sue connotazioni e gli elementi che ne determinano il profilo, richiamando di nuovo l’ordine politico, culturale e sociale. Sulla scorta di questi “movimenti” comprendiamo allora “La pizzica ti Santu Vitu”, registrata dal vivo con Lino Sabatelli (“l’ultimo musico terapeuta esistente”, ci ricorda Lorenzo Caiolo, coordinatore culturale del progetto) e “Ferma zitella”, “Li pinsieri ti Tamborrino”, i tre brani tradizionali dell’album, e gli altri pezzi riformulati nel riflesso di questi (“Pizzica d’acqua”), attraverso il rimando a temi quali il lavoro, la guerra, l’amore (“Pi te vogghiu cantari”, “La strata”, “World pizzica”, ma anche a una prospettiva forse più romantica e allo stesso tempo estesa, affrontata in “Tammurriata mediterranea”, “Nasci lu sole”. Questo progetto inclusivo si interseca anche con la “World Music Accademy” e “Coreutica. Residenza artistica sulle tarantelle del Mediterraneo”. In occasione dell’edizione 2016 della manifestazione dedicata alle danze popolari, che si svolge nei locali dell’Ex-Fadda a San Vito dei Normanni, è stato infatti organizzato un incontro incentrato sul tema delle musiche popolari e delle relazioni che queste hanno con alcune categorie (e metafore), come il “confine”, l’“identità”. Lo scopo principale è stato quello di riflettere sui modi in cui studiosi, giornalisti e artisti possano contribuire ad analizzarne i significati in una dimensione extra-locale, e le relazioni con i processi di rappresentazione delle musiche popolari. L’incontro, dal titolo “Oltre il muro. Identità locali e sconfinamenti musicali”, è stato presieduto da Lorenzo Caiolo e coordinato da Andrea Carlino (docente all’Università di Ginevra e membro del nostro comitato scientifico), con la partecipazione di Flavia Gervasi (etnomusicologa e docente all’Università di Montreal, membro del nostro comitato scientifico), Elton Kazanxhi (Tempio delle Arti) e del sottoscritto. Si è configurato come un momento di approfondimento molto partecipato, dal quale sono emerse riflessioni importanti sugli esiti non solo della convergenza di punti di vista provenienti da diversi ambiti, ma anche sui modi in cui un confronto tra soggetti con formazioni differenti ma accomunati dall’oggetto di studio possa contribuire a considerare, in una prospettiva diversa e più diaologica, un fenomeno ampiamente studiato e criticato come quello della pizzica salentina. 


Daniele Cestellini

Transiti sonori, geografie emozionali e flussi migranti tra States, Balcani e Mediterraneo: BadMashadi – Taxidriving under-City (Autoproduzione, 2016)/Fanfara Station – Fanfara Station (Autoproduzione, 2016)

La tag dice Iranian-Semitic-Gypsy. Improbabile? Mettiamola così: provate ad ascoltare “Travel Journal of Insanity”, che è la chiamata a raccolta, la dichiarazione d’intenti, l’attacco irresistibile con folate di cimbalom (Marinel Sandu) su contrabbasso, voce ed elettronica. Ebbene, stiamo parlando di “Taxidriving under-City” di BadMashadi, alias Ehsan Mashadi, cantante, fisarmonicista e percussionista (suona il tamburo a cornice daf) autodidatta, film-maker (laurea in cinema al Columbia College di Chicago) e tassista; nato in Iran, emigrato a Chicago sedici anni fa, oggi vive tra Bucarest e ‘The Windy City’. Tempo fa, dopo essersi invaghito della musica dei Taraf de Haidouk, Ehsan ha fatto rotta sulla città di Clejani, e con Marin “Tagoi” Sandu, figlio del compianto violinista Nicolae Neacşu, ha prodotto l’album ‘Bahto Delo Delo’ (si veda qui). Ora è la volta del suo “Taxidriving under-City”, registrato tra Chicago, Clejani, Bucarest e Skopje. Tutti i brani sono composti da Ehsan Mashadi, ad eccezione di "Nemisheh", basato su una ninnananna rom, e una traduzione di "To Wear This Crown", firmata da Tom Musick, con cui Ehsan ha suonato. I testi in lingua farsi riflettono lo spaesamento, le aspirazioni e le contraddizioni dell’esperienza migrante, soprattutto dalla prospettiva di chi vive negli States, tra overdose di multiculturalismo, ‘globalofobia’, libertà, pregiudizio e razzismo e presunti ‘scontri di civiltà’, filtrati anche attraverso la visione di un taxi driver dell’umanità viaggiante. Mi dice: « Si tratta di accettare il ruolo di ‘perdita’ nella vita, abbracciando la condizione di essere un immigrato permanente in un mondo che sembra avere sempre meno spazio per le persone come me, persone che sono considerate dissidenti da una parte e invasori dall'altra, e che non hanno un posto da chiamare casa, ma che vivono nella faticosa ricerca di luogo di appartenenza». Badmashadi riunisce, sotto la sua egida, uno stuolo di dotati musicisti. Musicalmente, il disco è una fusione spuria di musiche festive dell’Est Europa e del Medio Oriente, con inserti urban dance. In primo piano ci sono fiati, violino, tastiere e dosi di elettronica, tenuti insieme dal disincanto canoro di Eshan. Dopo la fulminante traccia d’apertura, c’è spazio per un brano prestato dalla tradizione rom ungherese, “Nemisheh”, che porta in dote un bel solo di chitarra di Alex Wing. La tromba di Andrei Balaceanu si libra contrappuntando e accompagnando la voce in “Februarism”. Si afferma il battito di tamburi a cornice in “Shandizi” (accanto vi sono il violino di Mihai Balabaș, il contrabbasso di Kiril Tufekcievski e il sax soprano di Kiril Kuzmanov). È la trasfigurazione di un villaggio in festa “Intangible Home” (per tastiere, elettronica, tamburi e fiati, canto), mentre si aprono squarci rock in “Falling”, si avverte una virata jazz-swing in “Biography’n’Sax”. Altrove prevalgono cut’n’mix di voci di passeggeri, effetti ambientali ed elettronica (“Taxidriving Undercity”), influenze arabe (“Falling”). Poi è la volta di voce, fisarmonica e violino, che rileggono la già citata “To wear this crown”. Infine, la fisarmonica solitaria di Badmashadi accompagna il fine turno di “Improvisation for Last Passenger”. Info su http://badmashadi.com/ 
Fanfara Station è un altro connubio senza frontiere, di quelli che appaiano musicisti provenienti da parti del mondo completamente diverse, che hanno trovato Napoli come approdo. Marzouk Mejri, percussionista, compositore, cantante e flautista nato a Tebourba, nord est tunisino, da una famiglia musicale, è arrivato all’ombra del Vesuvio venti anni fa. Se vi siete persi il suo palpitante album d’esordio, “Genina”, siete ancora in tempo per riparare. Affermato musicista, negli anni lo abbiamo ascoltato e visto con il Mediterranée Ensemble, il Marzouk Ensemble e accanto a Peppe Barra, Eduardo De Crescenzo, 99 Posse, Daniele Sepe ed altri ancora. Marzouk è stato tra i protagonisti del docu-film “Napolislam” di Ernesto Pagano, mentre è in produzione un’altra pellicola (titolo provvisorio “I semi di Marzouk”), imperniata proprio sulla sua vita. Invece, Charles Ferris arriva da San Francisco (nato in Canada, a Toronto, adolescenza trascorsa a Louisville, Kentucky), trombettista con studi di etnomusicologia alle spalle, una predilezione per l’improvvisazione e immersione totale nella musica delle fanfare balcaniche (rom e macedoni, soprattutto). Giunto a Napoli per studiare il mondo sonoro popolare dell’entroterra partenopeo, Ferris finisce per restarvici. Come Marzouk, anche lui mette su famiglia, diventando uno dei più acclamati session man locali, coinvolto nei progetti più disparati. Dopo dieci anni di collaborazione su una scena partenopea sempre in tensione tra radicamento e ibridazione, i due polistrumentisti hanno trovato il ‘common ground’ nella Fanfara Station: Marzouk (voce, darbouka, tar, tabla, skascka, castagnette, mizwud, zocra, nay) e Charles (tromba e trombone), che ha pubblicato il primo EP eponimo. Fiati, effetti, percussioni e voce, un duo che suona come un’orchestra, spinta dal groove incessante. Si tratta di un precipitato di flussi sonori migranti, con liriche che riprendono poesie classiche arabe e poeti contemporanei tunisini o, ancora, portano la firma del musicista maghrebino. Il disco si sostanzia in sei composizioni che si nutrono di ciclicità folk-blues, di ritmi provenienti dallo stambeli (la musica di ascendenza sub-sahariana), della musica d’arte araba di espressione tunisina, della tradizione popolare dell’entroterra partenopeo. Gli ottoni di una fanfara balcanica incrociano una banda municipale del sud, nutrendosi dei quarti di toni arabi e aggiungendo sprazzi di melopea napoletana in “Gazela” (dove citano “Cicirenella”). Densa e avvolgente nella sua stratificazione sonora è anche la successiva “Sus”, titolo che contiene la parte iniziale della parola napoletana ‘susete’, ossia ‘alzati’: una visione dell’amore inteso come comprensione, desiderio e passione fondati sulla reciprocità. In “Rahail” la tromba ricama sul fraseggio del flauto ney e sull’incessante sostegno percussivo, si aprono vortici balcanici e squarci improvvisazione, mentre la voce di Marzouk commenta le difficoltà di chi emigrando ha avuto il coraggio di lasciare la sua terra di origine, ma poi resta ghettizzato in un unico spazio urbano di emarginazione, rinuncia a cercare quel cambiamento che lo aveva spinto alla partenza. Invece, “Talila” è un canto propiziatorio di festa ispirato alla musica popolare del sud tunisino. È uno dei brani più rappresentativi dell’incontro tra Charles e Marzouk, per la sua tessitura corposa, che fonde melodia medio-orientale, ritmi afro-tunisini, tammurriata e vibes blues. “Mariage” canta l’amore sognante, ma consapevole che amare significa anche avere dedizione per l’altro. Infine, per portare la musica a temperature ancora più torride, c’è l’iniezione di loop ed elettronica di Ghiaccioli e Branzini, alias Marco Dalmasso, DJ & producer torinese ma fiorentino d’adozione, che ha messo le mani su un brano e che unendosi al duo sul palco crea un impatto ancora più festaiolo. Ecco allora che “Sus” si rigenera nel trattamento dub-electro-dance del performer digitale. Info a fanfarastation@gmail.com oppure www.facebook.com/fanfarastation


Ciro De Rosa

Suoni dalla Polonia, dalla tradizione al crossover: Orkiestra Świętego Mikołaja – Mody i Kody (Dalmafon, 2016)/Dagadana – Meridian 68 (Karrot Kommando Records, 2016)/Maciej Rychły, Elisabeth Seitza e Mateusz Rychły – Uwolnione dźwięki/Released sounds (NRA, 2015)

Dopo tredici album in ventotto anni di attività, che sono un bel traguardo, non è facile trovare ancora parole per la band di Lublino, che è stata seminale nella scena neo tradizionale polacca. L’Orkiestra Świętego Mikołaja (vale a dire l’Orchestra San Nicola) è una vera e propria istituzione, un laboratorio musicale per la disseminazione delle espressioni etnofoniche (dalla Rutenia al resto della Polonia), curatori di un festival musicale (Mikołajke Folkowe) e propulsori di altre attività mediatiche che affiancano le produzioni discografiche. L’Orchestra è stata tra i primi a superare l’assetto degli ensemble di danza e canto vestiti di sgargianti costumi, istituzionalizzati nella Polonia del socialismo reale che, in realtà, traducevano l’ideologia sul mondo popolare e il pervasivo controllo culturale da parte dello Stato sull’identità nazionale e sull’espressione artistica. Se è vero che il movimento di folk contemporaneo si è sviluppato proprio in opposizione a quel modello, d’altra parte, suonatori e repertori, liberati dell’apparato folkloristico, si mostravano degni di essere protagonisti come testimoni vibranti della musica dei villaggi. In un certo senso è ciò che avviene con questo nuovo album “Mody i Kody” (la prima parola nella duplice accezione di ‘moda’ e di ‘modalità’, nel senso usato in informatica, la seconda parola significa ‘codici’), disco in cui si sostanzia la visione di chi il ‘codice sorgente’ della musica tradizionale lo ha appreso e se lo tiene stretto, ma costruisce musica in maniera personale, in una persistente tensione tra continuità e discontinuità con il passato. Nell’album l’Orchestra, composta da Anna Kołodziej (voce e violino), Bogdan Bracha (flauti, violino, voce), Agnieszka Kołczewska (percussioni e voce), Marcin Skrzypek (dulcimer, mandolino, chitarra, koboz e voce), Weronika Kijewska (violoncello e canto), si muove con creativa mobilità strumentale e buoni impasti vocali, esibiti fin dal brano d’apertura “Plon” (“Il raccolto”), che fonde una melodia appresa da un festival e un testo che proviene da un volume sul folklore, oppure in “Mazureczek” nel quale la band lavorando su uno standard, ha proceduto utilizzando loop, passaggi tra maggior e minore e di cambi di ritmo. Punte abrasive e derive rock e prog in “Maciek”, nella danza-ballata “Oberek” e in “Rutka”. 
 L’Orkiestra Świętego Mikołaja è sulla breccia da quasi tre decenni, eppure è ancora animata da verve e spirito d’innovazione. Si muovono su un’estetica crossover i Dagadana: Daga Gregorowicz (voce ed elettronica), Dana Vynnytska (voce e tastiere), Mikołaj Pospieszalski (voce, contrabbasso, basso elettrico e violino), Bartosz Mikołaj Nazaruk (batteria e percussioni), quartetto in attività da otto anni, che fonde elementi della tradizione ucraina e polacca con jazz, elettronica, classica e pop. L’album d’esordio "Malenka" (2010) ha ricevuto il premio "Fryderyk" ed è stato riconosciuto come miglior album world music dell’anno. Consensi anche per il successivo “Dlaczego nie” (2011). Quanto al terzo lavoro “Ciebie” (comprendente poesie di Janusz Różewicz), è stato ben ricevuto in Polonia in ambito letterario non solo musicale. Ora, i Dagadana pubblicano “Meridian 68” (esce in un curatissimo artwork contenente copertina e illustrazioni interne opera dell’artista ucraina Olya Kravchenko): l’album prende il titolo dal meridiano che si trova a metà strada tra Czestochowa e Pechino, le due città dove la band ha registrato. Sì, perché questo loro quarto disco è il frutto della collaborazione con las band North Lab, nello specifico con il canto armonico e il morin khuur di Hassibagen dalla Mongolia e il violoncello di Aiys Song dalla Cina; altri collaboratori nel disco sono Frank Parker Jr. (percussioni), Marcin Pospieszalski (violino), Szczepan Pospieszalski (tromba e corno), Lidia Pospieszalska (tamburi a cornice). L’eterogeneità di ambientazioni, le diverse soluzioni timbriche, strumentali e vocali (pop, psichedelia, jazz-rock, elettronica, inserti mongoli e cinesi) affascinano, pur rendendo arduo conferire un tratto unificante all’album, che tocca nel segno soprattutto con il canto della Podolia ”U poli bereza”, “Plywe kacza po Tysyni”, una canzone dei coscritti di origine rutena, che ha acquisto nuovi e pregnanti significati nel corso delle proteste del 2014 in Ucraina, e la ballata “Koby ne moroz”. I Dagadana sono una band da scoprire. Altro musicista visionario è Maciej Rychły (flauti e cornamusa polacca), nativo di Poznań, già noto come membro del Quartet Jorgi, ma anche psicologo, uomo di teatro che ha collaborato con la Royal Shakespeare Company di Stratford, il National Theatre di Londra, istituzioni polacche, nonché compositore di musica per film e programmi radiofonici. “Uwolnione dźwięki” (“Suoni liberati”) lo vede in trio con il figlio Mateusz (chitarra tipo Stauffer e tambura), soprattutto chitarrista folk-blues, e la strumentista bavarese, esperta di musica antica, Elisabeth Seitz (salterio), che vanta collaborazioni con Christina Pluhar (L'Arpeggiata), Philippe Pierlot (Ricercar Consort), Claude Michel (Aromates), Tone Kopmann (Amsterdam Baroque Orchestra). 
In un duetto con la sorella Johanna Seitz ha inciso un CD con la musica barocca. L’idea del progetto è di partire dalla decodificazione di notazioni musicali presenti in alcuni dipinti di artisti polacchi ed europei (tra i quali H. Bosch, Holbein, Caravaggio e Watteau) tra sedicesimo e diciottesimo secolo. Partendo dai quadri, dai contesti in cui i maestri della pittura hanno prodotto le loro opere e dalle scene musicali, Rychły ha composto sviluppando partiture in cui sono accostati frammenti di autori famosi (Händel), episodi tradizionali e brani di autore ignoto. Il lavoro è stato sviluppato nel corso di un programma residenziale al centro culturale Zamek di Poznań. Ne è scaturito un quadro sonoro in diciannove tracce per niente convenzionale, dove i tre musicisti sono abili nel combinare elementi barocchi, musica tradizionale (dalla Polonia all’area balcanica fino alle influenze irlandesi) e improvvisazione. Bella la “Doyna Vallacha” d’apertura: si tratta di una composizione inedita di Chopin annotata sul suo taccuino durante un viaggio in Valacchia; “Kolo” è un duetto tra flauto e salterio, mentre “Ground” e “Carravagio” (sic!) vedono protagonista la cornamusa sierszenki (strumento più arcaico, privo di bordone, dotata di una sacca fatta con una vescica animale, un chanter e una canna di insufflazione), “Szkocki”, invece, ha un feeling celtico. Un suggestivo viaggio nella storia della cultura europea. 



Ciro De Rosa

Ariano Folk Festival XXI Edizione. Metixage, Ariano Irpino (Av), dal 18 al 22 agosto 2016

Giunto alla Ventunesima edizione, l’Ariano Folk Festival si afferma come una delle rassegne che resistono nel Sud Italia e nel contempo conferma la sua importanza con un ricco ed intenso programma di eventi. Tema centrale dell’edizione 2016, svoltasi nella cittadina irpina dal 18 al 22 agosto è il Metixage, neologismo coniato per intendere la voglia di aprirsi sempre di più a culture diverse ed intorno alla quale aggregarsi grazie ad una proposta musicale estremamente variegata e trasversale. Si è iniziato sul palco principale, il Folkstage, realizzato per il secondo anno in piazzale Calvario, il 18 agosto con una serata all’insegna del meticciato musicale con i concerti della band Xixa dall’Arizona e de La Dame Blanche, musicista cubana che vive a Parigi. Il sestetto Xixa, che ha pubblicato quest’anno il primo disco “Bloodline”, prende nome ed ha come riferimento musicale la chicha, la musica di strada peruviana, combinata con umori psichedelici e con un’estetica del deserto, associata all’idea di libertà, solitudine, nomadismo, sogno. Anche a giudicare dai lineamenti dei visi dei musicisti che si sono potuti vedere sotto i cappelli da gringos indossati durante la loro performance, la formazione fa riferimento ad un crogiuolo multiculturale che parte dalla musica nord americana e guarda alle proprie radici verso sud. 
Brian Lopez e Gabriel Sullivan (entrambi alle voci e alle chitarre elettriche) da Tucson, a pochi kilometri dal confine con il Messico, il nucleo della formazione, insieme agli altri artisti della band (basso, tastiere, batteria, percussioni) hanno proposto, nella veste di un suono alquanto ruvido che a primo impatto tende piuttosto all’hard rock, una musica in cui si possono avvistare tanti elementi, dal rock latino alle chitarre dalle sonorità “desert” , dai suoni indigeni della cumbia alle atmosfere rarefatte. A seguire l’esibizione di Yaitè Ramos, alias La Dame Blanche, cubana, figlia d’arte (il padre è direttore del Buena Vista Social Club), già flautista e corista di Sargento Garcia, che ha al suo attivo il CD “Paradise”, ha proposto una scatenata musica di fusione tra ritmi cubani e quelli urbani dell’hip-hop che ha contribuito a far danzare gli spettatori. I suoi testi sono impegnati e parlano di amicizia, lavoro, condizione della donna. In nottata la performance dei colombiani Systema Solar. La seconda sera del festival - alla quale non abbiamo partecipato- ha visto sul palco le israelo-yemenite A-WA, ovvero le sorelle Tair, Liron e Tagel Haim che, cresciute in una famiglia di musicisti, reinterpretano la tradizione musicale delle loro radici (tramandata attraverso la linea femminile) alla luce di ritmi hip- hop, dance e techno. 
A seguire i Terrakota, portoghesi d’origine, con una proposta impegnata nel sociale nel riconoscimento di una comune natura umana, con un melting-pot di musica multilingue che affonda le sue origini in Africa ma attinge anche alla cultura del sud America. Conclusione di serata con dj Panko. Sabato 20, riprendendo una consuetudine di precedenti edizioni, l’AFF ha proposto un concerto pomeridiano presso l’auditorium comunale, con Angelo Debarre, chitarrista jazz manouche e la sua band. Il concerto si è aperto con il quartetto torinese Miraldo Vidal, che ha suonato classici della chitarra swing preparando il terreno all’esibizione molto attesa di Debarre, accompagnato da un’eccellente formazione. Il concerto, una vera perla, ha proposto soprattutto brani dal repertorio di Django Rheinardt, di cui Debarre ha raccolto l’eredità artistica, plasmando a tutto tondo una musica estremamente sensuale, e concludendosi nell’entusiasmo del pubblico con un finale tutti insieme sul palco. Nella stessa serata Davide Van De Sfroos, cantautore lombardo di lungo corso, che già aveva partecipato all’AFF nel 2003, ha proposto insieme alla giovane band di Lecco degli Shiver armata di banjo, violino, tastiera, chitarre e percussioni una tappa del Folk CooperaTour, con il suo repertorio in dialetto laghée a cavallo tra canzone d’autore, folk-rock americano e invenzione creativa delle radici locali. 
"La ballata del Cimino", "Pulenta e galena fregia", Grand Hotel", "La balada del Genesio", "Il costruttore di motoscafi", La curiera", sono alcuni tra i brani suonati che hanno fatto la storia della carriera musicale di Van De Sfroos. Adesso Davide si rinnova attraverso il legame con gli Shiver, dei quali sono anche stati presentati alcuni brani originali. La loro esibizione, carica d’energia e di comunicatività, ha coinvolto e fatto ballare il folto pubblico presente. A seguire Moses Concas all’armonica, il giovane artista sardo, resudente a Londra, ha potuto presentare al grande pubblico dell’AFF il suo incontenibile talento e la sua grande passione per il suo strumento e per la musica. La serata è proseguita con The Reggae Circus di Adriano Bono, attraverso la proposta di un mix di reggae, hip hop, arte circense e giocoleria: giochi con il fuoco e burlesque hanno animato il concerto integrandosi perfettamente nella musica e divertendo un pubblico che per l’occasione era composto da persone di tutte le età. Conclusione nella notte con Pat Thomas & The Kwashibu Area Band dal Ghana. La calda giornata di domenica 21 agosto è stata aperta dal concerto delle ore 13 di Chico Trujillo, una delle orchestre più importanti del Cile, con una travolgente festa danzante rinfrescata dai getti degli idranti. 
La serata è stata ispirata alla musica pirotecnica delle fanfare, dapprima con la festosa Fanfarria del Capitàn dall’Argentina, poi con Fanfara Tirana meets Transglobal Underground, il progetto che ha messo fianco a fianco la brass band albanese con la musica elettronica “globale” della formazione britannica. La Fanfarria del Capitàn, guidata da Victoria Cornejo, energica e coinvolgente front-woman, mescola profumi e sonorità della musica balcanica e di quella latina in una divertente e scatenata patchanka che ha fatto ballare il pubblico. La formazione, nata in Argentina, alla quale contribuiscono musicisti provenienti da molti paesi diversi che aspirano a girare il mondo continuando ad espandere i confini della musica (è la loro mission), è titolare di quattro uscite in CD e mescola melodie in modo irriverente (soltanto nella serata si sono ascoltate canzoni che, con la musica latina hanno shakerato musica brasiliana, greca ed anche popolare italiana con una versione di Bella ciao) travolgendo il pubblico con la sua vitalità. Un suggestivo set è stato presentato da Fanfara Tirana e Trans Global Underground. Le due formazioni, accomunate da un progetto comune che ha condotto, nel 2013, all’uscita del CD “Kabatronics”, hanno raggiunto un intrigante livello di espressività musicale mettendo a contatto linguaggi, melodie e ritmi diversi tra loro ed arrivando ad un punto di contatto ed una sintesi straordinaria. 
Entrambi pescano nella tradizione attraverso modalità molto diverse: mentre i FT si riappropriano e valorizzano il repertorio delle brass band, i londinesi TGU, accedendo a giacimenti sonori delle musiche del mondo (in particolare indiana) e lavorando molto sull’elettronica, creano paesaggi sonori inediti e futuribili. Eppure il risultato finale è entusiasmante, estremamente ballabile e sembra proporre un nuovo linguaggio. Energia, passione e testa guidano la loro proposta assolutamente affascinante, in cui si sono alternati momenti travolgenti guidati dalle percussioni e dagli ottoni, e parentesi oniriche e quasi meditative, con la voce e la danza del leggendario Nyko Zela e gli interventi al campionatore che hanno creato basi ritmiche e melodiche molto particolari. Conclusione nella notte con il dj Luca Vaga. La serata finale dell’AFF, lunedì 22 agosto –anche a questa non siamo stati presenti-, ha visto l’apertura con Nosenzo ed infine il concerto di Daniele Silvestri, cantautore romano che ha appena pubblicato, dopo una carriera ultraventennale ricca di prestigiosi riconoscimenti di pubblico e critica, l’ultimo CD “Acrobati”. In nottata, chiusura con una presenza storica del festival, il dj Lord Sassafras. Con le tante opportunità collaterali ai concerti serali del Folkstage, l’AFF ha proposto, nelle piazze del centro storico di Ariano Irpino, aperitivi world, presentazioni di libri nel piazzale S. Francesco, laboratori teatrali in villa comunale con il progetto Artheatre Orchestra, proiezioni di film presso l’auditorium comunale e lo Spazio Yoga. 
A partire da quest’anno anche il Rugby FolkFestival curato dai giocatori dell’Ariano Rugby per conoscere i principi di questa disciplina e mettersi alla prova mentre, per rimanere in ambito musicale, l’Hip hop corner in piazza Duomo ha ospitato giovani musicisti (Coqò Djette, Oyoshe, Bes & Without, Moses Concas Band, A Tweed, SandrSkizzo, Beatboxer, Tonico 70 e Morfuco, Dj Panko). Poco fuori città presso il Birrificio Giorgia in contrada Valleluogo è stata organizzata per la quinta volta consecutiva il Sonazone, una rassegna nella rassegna curata da Mooove!, che quest’anno nella notte di sabato 20 ha invitato il dj partenopeo Flavio Diaz come ospite d’eccezione all’insegna della techno made in Italy, con il supporto di Mycola, Sisio e Nicola Virnicchi. Oltre, naturalmente, al campeggio presso il boschetto Pasteni che ha ospitato anche un palchetto per concerti pomeridiani (Napoli Rockers Syndicate, La Rua Catalana, Jambassa,Le storie di Carmela Bi, Indubstry, I-Sciamina). Il Folkstage in piazzale Calvario era circondato su tre lati da stand enogastronomici, costantemente affollati, dove gustare le prelibatezze irpine proposte dai ristoratori del territorio. Anche quest’anno era possibile accedere al Folkstage a costi contenuti, acquistando l’abbonamento alle cinque serate a 35 euro (t-shirt inclusa) oppure il ticket d’ingresso alla singola serata al costo di 8 euro mentre per la serata conclusiva il costo saliva a 20 euro. In conclusione, nonostante l’assenza di fondi regionali (il progetto presentato per poche posizioni non è entrato nella rosa di quelli finanziati) una collaudata organizzazione e direzione artistica ha consentito un festival riuscito anche quest’anno: una rutilante proposta musicale di ottimo livello con artisti provenienti da quattro continenti (“quattro continenti in cinque giorni” erano le parole d’ordine di questa edizione), tanta partecipazione, di giovanissimi e meno, tanto divertimento e ballo (cifra caratteristica delle notti dell’AFF), una valida proposta di aggregazione e di apertura alle culture del mondo. 


Carla Visca 
Foto di Giuseppe Porcaro

No Logo Festival, Forges à Fraisans, Fraisans, dal 12 al 14 Agosto 2016

Una cartolina da Fraisans, No Logo Festival, nel segno dell’indipendenza È ormai assodato che per capire il reggae non è necessario andare in Giamaica. Perché in Europa esistono oggigiorno tantissimi artisti, luoghi ed eventi impegnati a legittimare un genere ancora collocato, per varie ragioni, in fondo alla scala delle gerarchie della musica popular (o meglio delle “musiche” popular). E gli organizzatori dei festival sembrano fare a gara per proporre cartelloni e location sempre più allettanti e ricercate. Come il No Logo che ha luogo da quattro anni alle Forges de Fraisans, un vecchio sito metallurgico trasformato in un “haut lieu” (ardua la traduzione in italiano) del patrimonio industriale della Franca-Contea proprio nel cuore dell’Alto Giura, riabilitato allo scopo di ridare vita a un luogo carico di storia. Il festival ubicato al punto d’incontro tra il fiume Doubs e un parco verde di 1100 ettari, si é svolto dal 12 al 14 agosto, in cui una carovana di visitatori paciosi e festanti ha invaso il piccolo centro del Giura, quasi raddoppiando le presenze della scorsa edizione (aumentate dalle 19000 del 2015 alle 36000 di quest’anno); il parco e la riva del fiume si trasformano per tre giorni all’anno in un’oasi accogliente tra musica, fumi e bagni di sole ed uno spirito calmo e allegro. 
Questo il climax registrato tra i festivalieri accorsi qui da tutta la Francia e dalle nazioni limitrofe (Svizzera, Germania) per ascoltare i loro beniamini convocati da ogni parte del mondo e gustarsi l’incredibile panorama, in perfetta sintonia con l’attitudine spiccatamente indipendente del festival. La denominazione di No logo é infatti un riferimento del tutto voluto all’omonimo saggio di Naomi Klein (2000)e al fenomeno del branding e del movimento no-global, di cui gli organizzatori condividono appieno l’ispirazione anti-brand e anti-globalizzazione che traducono nell’ideazione di un evento culturale che non fa ricorso a finanziamenti, né pubblici né privati, e conta esclusivamente sull’adesione del pubblico a questo spirito no-global. Per queste ragioni lo sforzo di mettere insieme un cartellone di proposte musicali così prestigioso è apparso ancor più encomiabile visto e considerato che annoverava vecchie e nuove leggende della musica giamaicana, (venerdì 12), Inner Circle e Damian “Jr Gong” Marley, (sabato 13) Inner Circle e Israel Vibration, (domenica 13), The Congos e Kabaka Pyramid e band europee dall’ indiscussa consacrazione come i Dub Inc (13), con un occhio di riguardo per gli “autoctoni” come il dj e producer Manu Digital(12); 
e ancora Alborosie, Balkan Beat Box (14) e molti altri, alcuni dei quali già incontrati sul lato della costa atlantica francese, al Reggae Sun Ska, di cui abbiamo già raccontato. Tra i nomi meno noti c’è da segnalare la performance della cantante olandese Leah Rosier, una sorta di “égérie” (testimonial) del festival accompagnata dalla locale Shine&Rise band; nel pomeriggio, sotto un sole cocente, é toccato alla ex-modella ed erborista di Amsterdam, presenza statuaria e voce d’angelo, dare la stura alla carrellata dei concerti dei nomi stellati che dal venerdì e nei giorni consecutivi hanno calcato il palco del No Logo Festival, dalla “royal family” del reggae Inner Circlese al figlio del re, Damian “Jr Gong” Marley (12) che ha ripetuto il medesimo set del Reggae Sun Ska sul quale permangono le impressioni già riportate. Apprezzabile lo show dei figli dell’artista Denroy Morgan che hanno presentato brani intramontabili da “Protect Us Jah” fino all’ultimo album “Strictly Roots”. Nella prima serata, una sorprendente rivelazione é stata Flavia Coelho, la trentaseienne nata a Rio de Janeiro e trapiantata a Parigi da ormai dieci anni, di cui abbiamo particolarmente gustato la gradevole miscela di ritmi pernambucani e battiti in levare condensati in un’inebriante “Bossa Muffin” (l’album uscito nel 2011) e la vitalità contagiosa che questa novella Gal Costa dalla folta chioma di capelli ricci spruzzava da tutti i pori. 
Ma i nomi storici del reggae giamaicano sono giunti a Fraisans nella seconda serata (sabato 13), gli Inner Circle, ormai orfani della leggenda che fu Jacob Miller alla cui memoria i superstiti fratelli Ian e Roger Lewis hanno reso omaggio con brani quali “Forward Jah Children”, “A chapter a day”, e “Tenement yard”; questo momento commemorativo è stato il più memorabile di un set molto tirato e ricco di prestazioni in pieno stile statunitense, visto che la band si è trasferita a Miami da tempo. Più roots e contemplativa è stata senza dubbio la performance di Skelly di Israel Vibration, altro trio vocale dell’epoca d’oro della musica giamaicana, fondato nel 1975 da tre musicisti malati di poliomelite, Cecil “Skelly” Spence, Albert “Apple” Craig et Lacelle “Wiss” Bulgin conosciutisi in un centro di riabilitazione per malati di polio a Kingston. Nel 2015 Wiss e Skelly hanno rilasciato il loro diciottesimo album in studio, “Play it Real”, per festeggiare i loro quarant’anni di carriera. Skelly é atterrato da solo in Europa a causa dei soliti problemi con il visto d’ingresso che ha trattenuto Wiss in Giamaica. Skelly si é sobbarcato il set in solitaria accompagnato da quella macchina ritmica che sono i Roots Radics, preparando egregiamente la scena in perfetto stile mistico agli Inner Circle e in chiusura Dub Inc, effervescenti come non mai. 
Domenica (14) la serata conclusiva con Alborosie, The Congos, Kabaka Pyramid e Balkan Beat Box, tra i più significativi. I Balkan Beat Box hanno irrotto sulla scena al tramontar del sole facendo saltellare tutti gli astanti con il loro lisergico gipsy-punk; Tomer Yosef, il cantante è un eccellente performer, israeliano di origine yemenita Yosef si è mostrato molto attento a uno degli aspetti più interessanti del fervore musicale emerso in Israele negli ultimi anni come la rinascita della cultura mizrahì, che appartiene agli ebrei di origine nordafricana e mediorientale, producendo ritmi per il trio vocale femminile A-wa. Si tratta di comunità che hanno convissuto con quelle musulmane per secoli, intrecciando attività e relazioni, fino alla nascita dello Stato ebraico e alla conseguente ostilità tra le due fazioni; un modo come un altro, il suo e quello delle A-wa, per promuovere il dialogo e l’integrazione tra popoli e culture differenti. Tornando allo show, impossibile resistere alla scarica elettrica e al muro di suono di questi specialisti della patckanka, assai più godibili dal vivo. Il misticismo però l’hanno portato i leggendari The Congos di Cedric Myton; a quasi quarant’anni dalla realizzazione del loro capolavoro “The heart of Congos” prodotto da Lee Perry questo incredibile gruppo, passato attraverso varie disavventure è arrivato fino ai nostri giorni con la suggestione delle armonie vocali  pressoché intatta, il pubblico in trance ha applaudito e sognato fino alla fine. Ci aspettavamo di più invece da Kabaka Pyramid, giovane esponente del cosiddetto Reggae Revival, che ha omaggiato il compare Chronixx con una cover non molto convincente di “Who Knows”. Una menzione speciale per le coriste, che relegate nell’ombra, costituiscono spesso l’ancora di salvezza di molti show. 



Grazia Rita Di Florio

Peter Hook & The Light, Anfiteatro Romano, Lecce, 17 Agosto 2016

Appuntamento di chiusura della decima edizione del Festival Sud Est Indipendente, organizzato dalla Cooperativa CoolClub, il concerto all’Anfiteatro Romano di Lecce di Peter Hook & The Light era molto atteso, non solo per vedere in azione dal vivo il bassista di Salford con la band messa insieme dopo il burrascoso divorzio con i New Order, ma anche per fugare le malignità che lo davano alla guida di una cover band di lusso. Hook ed il suo basso sono stati sempre avanti un passo, andando oltre il punk con i Joy Divisione e verso la new wave con i New Order, ed ancora dando vita a sperimentazioni sonore continue, e dunque vederlo salire sul palco in silenzio, ed alzare al massimo sin dalla prima nota il tasso dell’elettricità è stata una bella sensazione, ma ancor di più lo è stato poter ascoltare in apertura una selezione di brani tratti dal quinquennio d’oro 1981-1986 dei New Order con brani come “ICB” da “Movement” e le superbe “KW1” e “Age Of Consent”, e poco importa se per strada si perde l’attesa “Blue Monday”. Terminata la prima parte, Peter Hook prosegue il suo viaggio nel tempo proponendo per intero quel capolavoro che è “Closer”, il secondo ed ultimo capitolo della straordinaria parabola artistica dei Joy Division, pubblicato postumo dopo la morte di Ian Curtis. 
Ad aprire la porta spazio-tempo con il 1980 è la sorprendente versione di “Dead Soul”, brano pubblicato sul 7" “Licht Und Blindheit” del 1980, a cui seguono in sequenza “Atrocity Exhibition”, “Isolation”, “Passover”, le trascinanti “Colony” e “A Means to An End” fino a giungere al vertice del concerto con la toccante “The Eternal”, caratterizzata da un ottima prova vocale. 
La bella rilettura di “Decades” fanno da preludio ad un ulteriore salto indietro nel tempo, e precisamente al 1979 con “Unknow Pleasure”. Si parte da “No Love Lost” dall’Ep del 1977 “An Ideal For Living” e “Digital” dall’Ep “A Factory Sample” del 1978, prima di entrare nel vivo con “Day Of The Lords”, “She’s Lost Control” e “Wildernes” proprio mentre sull’Anfiteatro Romano comincia a scendere qualche goccia di pioggia che ci accompagnerà fino ai bis finali. I The Light accompagnano Hook in modo impeccabile nelle scorribande elettriche, piace e sorprende allo stesso tempo la scelta del doppio basso nella line up ad aumentare il groove di ogni brano, ma anche per rendere in modo ancor più personale le intricate strutture melodiche del repertorio di New Order e Joy Division. Dopo una breve pausa, il bassista inglese torna sul palco per i bis e ci regala “Atmosphere”, “Ceremony”, “Transmission” ma sorprattutto una sontuosa “Love Will Tear Us Apart” che ascoltiamo con il giusto trasporto mentre la pioggia si è fatta più fitta, a suggellare un concerto indimenticabile. Due ore e mezza per oltre trenta brani, un pezzo di storia del rock da ascoltare con devozione. 


Salvatore Esposito

Paolo Vinati – Zvuci Otoka/Suoni dalle isole (2016)

Le zampogne del gruppo mih sono presenti con fogge leggermente diverse in Croazia (Istria e Dalmazia) e Bosnia-Erzegovina. Il documentario “Zvuci Otoka”, in italiano “Suoni dalle isole”, si occupa del mih, mjeh o ludro, nomi con cui è denominata la cornamusa diffusa nelle isole dalmatine di Cres e Lošinj. Lo strumento, privo di bordoni, munito di una sacca di pelle di capra, capretto o pecora, è alimentato a bocca da un cannello e possiede due canne del canto ricavate da un unico blocco di legno, fornite di fori digitali. L’etnomusicologo bresciano Paolo Vinati – collaboratore di diversi enti accademici e istituti di cultura, già autore di numerosi documentari a carattere etnografico e musicale e di ricerche in Lombardia, Trentino Alto Adige, Austria e Montenegro – ha realizzato questo DVD che esplora la pratica dello strumento attraverso interviste ai mjehničar, i suonatori. In precedenza, lo studioso Roberto Starec e il musicista ed etnomusicologo Dario Marusić si sono occupati più in generale delle pive istriane ed anche dello strumento isolano, sul quale, tuttavia, non esiste molto materiale di studio. Ne consegue che il contributo di Vinati assume rilevanza perché indaga l’attualità della prassi esecutiva del mih. Nei cinquantotto minuti del DVD parola e strumenti passano a sei musicisti attivi nei contesti d’uso della cornamusa, come l’accompagnamento di danze folkloristiche delle isole e la pratica strumentale familiare. I sei musicisti intervistati sono Jordan Kučić (55 anni), Ive Mužić (77 anni), Dario Kučić (55 anni), Mario Mužić (55 anni), Dinko Mlacović (55 anni) e Dinko Zorović (30 anni), che raccontano del loro apprendimento, delle caratteristiche dei loro strumenti, dei maestri del passato e delle occasioni di fare musica; scorrono riprese di vita quotidiana nelle località delle due isole, sequenze raccolte durante eventi festivi e festival musicali e, ancora immagini, di repertorio degli ultimi decenni del secolo scorso provenienti da video storici e amatoriali che documentano la pratica strumentale delle passate generazioni di musicisti, tra i quali ascoltiamo estratti degli scomparsi Anton ‘Toni’ Brako e Josip Damjanievic. Un tempo gli strumenti erano auto-costruiti dal musicista stesso ricopiando i vecchi strumenti; oggi sulle isole Ive Mužić costruisce otri di pelle e Dinko Mlacović di Lubenice è stato in grado di costruirsi il suo mih, ma, in realtà, essendo pochissimi i suonatori rimasti, e, pertanto, non essendoci forte domanda di strumenti, nessuno si specializza nella costruzione. Cosicché gli strumenti che servono ai pochi suonatori rimasti o a chi, venendo da fuori, vuole apprendere a suonare sono costruiti in Istria da costruttori professionisti. Per cultori e suonatori di zampogne e cornamuse, occorre dire che a Orlec, a Cres e a Nerezine, nell’isola di Lošinj, intorno alla fine della primavera, si svolge un festival di cornamuse chiamato “Meha”, giunto alla sesta edizione. Oltre a suonatori della cornamusa locale, prendono parte alla manifestazione strumentisti di aerofoni a sacco provenienti da altre parti d'Europa (in passato, si sono esibiti musicisti bulgari, macedoni, slovacchi, cechi, austriaci, serbi e italiani).  Il DVD “Zvuci Otoka”, alla cui realizzazione hanno contribuito le amministrazioni locali delle due isole della Dalmazia, si può acquistare presso gli uffici turistici di Cres o di Lošinj, oppure contattando direttamente Paolo Vinati (pavinati@tiscali.it). 


Ciro De Rosa

La Piva Dal Carnér, Serie II, n.14, Luglio 2016

L’opuscolo rudimentale di comunicazione a 361°, “La Piva Dal Carnér” torna con una emissione speciale dal titolo “Il Cuore In Pensilina”, pregevole raccolta di cinquantuno liriche firmate da Bruno Grulli. Sebbene in apparenza possa sembrare una deviazione di percorso rispetto alla sempre pregevole opera nell’ambito della ricerca sulla cultura di tradizione orale ed in particolare gli aerofoni, basta sfogliare solo poche pagine per comprendere come questa nuova emissione si inserisca perfettamente nel progetto culturale del quadrimestrale. Nelle poesie di Grulli, infatti, è racchiuso lo spirito, la passione e le motivazioni che hanno animato a sempre il suo percorso di ricerca attraverso le tradizioni e la cultura orale del territorio reggiano, dal dialetto alle pive, dalle case rurali alle fiabe. Ordinate secondo la personale logica dell’autore, queste liriche prendono vita da ispirazioni personali come il lavoro, la politica l’amore, ed allo stesso tempo si inseriscono in una progettualità culturale in cui la dimensione locale ha assunto un ruolo preponderante, lontana da qualsiasi processo di omologazione ai quali tanti altri si sono adeguati. Come racconta Paolo Vecchi nell’introduzione, questa raccolta è stata a lungo meditata fino alla sua stesura definitiva, accompagnata dal saggio “Oggi come prima” di Tullio Masoni, e raccoglie testi scritti fra il 1967 e il 1966 a cui si aggiungono i due poemetti “A lume di naso” e“Nell’era del faldone”. Dal punto di vista prettamente stilistico a risaltare è senza dubbio l’uso del dialetto, definito in maniera calzante da Gian Paolo Borghi nella presentazione come “autentica-indispensabile lingua del suo mondo esistenziale e culturale, in grado tuttora di reggere al terzo millennio senza farsi condizionare da più o meno esplicite e italianeggianti suggestioni di una parlata maggiormente diffusa ai nostri giorni”. Grande attenzione è risposta anche nella riscoperta delle radici celtiche e longobarde degli idiomi reggiani, così come attenta ed appropriata è la ricerca dei vocaboli della tradizione che spaziano dall’Appennino alla Bassa, muovendosi all’interno di un lavoro di costante ricerca tanto letteraria, quanto interiore. “Un Cuore in Pensilina” è, dunque, una raccolta di poesie dal leggere con attenzione per cogliere tutte le sfumature della poetica di Grulli e apprezzare il profondo legame con le radici della sua terra. 

Salvatore Esposito