BF-CHOICE: Gigi Biolcati - Da Spunda

Precipitato delle esperienze accumulate, cantato in italiano e in dialetto santhiatese, "Da Spunda" è il primo disco solista per l'eclettico percussionista Gigi Biolcati. E' come un guardarsi allo specchio; un one-man-band che sgombra il campo da cliché folk facendo tutto da solo...

BF-CHOICE: Peppe Voltarelli - Voltarelli canta Profazio

Come «l’energia di un’onda che sbatte sulla riva»: il canzoniere del folksinger Otello Profazio riletto da Peppe Voltarelli, un progetto che viene da lontano, con il progessivo avvicinamento a questa multiforme personalità da parte di un artista che non si ferma mai...

BF-CHOICE: Flo - Il Mese del Rosario

“Il mese del rosario” è un album acustico pieno della profondità femminile, in cui coesistono poetica crudezza e desideri, ombre scure e amori violenti, memorie familiari trasfigurate e spunti narrativi che diventano cronache individuali e collettive, storie scomode, perfino inconfessabili:...

BF-CHOICE: Stefano Saletti e Banda Ikona - Soundcity

“Mediterraneo come intersezione, luogo di antiche persistenze e di nuove contraddizioni, di migrazioni, fughe e diaspore, di ferite, di sangue e di lutti ormai quotidiani. Mare plurale (Matvejević), di transiti culturali, di musiche prossime per tratti comuni (di ieri e di oggi), di remote e ritrovate assonanze...

BF-CHOICE: Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Da ineffabile magister, troviamo il compositore e trickster napoletano Daniele Sepe, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, nei panni di Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida più che della Tortuga, sfoderando il suo sax..

giovedì 18 agosto 2016

Numero 269 del 18 Agosto 2016

Blogfoolk vi porta musiche anche a metà agosto. Il nostro numero 269 offre in apertura un approfondimento-intervista con Giorgio Gobbo, frontman della Bottega Baltazar, band veneta che ha pubblicato “Sulla Testa dell’Elefante”. Spostandoci a  Sud, invece, eccoci a parlare di “Nun Tardare Sole”, il nuovo lavoro della cantante Fiorenza Calogero, nato dalla collaborazione con Enzo Avitabile. Il fronte world accoglie una sorta di focus sul flamenco nelle sue declinazioni più aperte, con il nostro disco consigliato della settimana, che è “Al Viento”, inciso dal chitarrista Pedro Soler con suo figlio, il violoncellista Gaspar Claus, e con l’altrettanto notevole “Logos”, in cui si incontrano la chitarra flamenco di Gerardo Nuñez e quella acustica di Ulf Wakenius. Ancora corde in primo piano per “Japanistan” di Kengo Saito, nel quale il musicista nipponico dà libero corso alle corde del suo liuto rubâb, muovendosi tra atmosfere dell’Asia centrale e dell’Estremo Oriente. Torniamo in Italia,  parlando dell’ennesima band salentina, i Vudz, con il loro electro-swing-gipsy di “Balkan Trip”. Per la musica dal vivo, facciamo tappa a Bordeaux, tra sole e buon vino, con la cronaca di Grazia Rita di Florio dal Reggae Sun Ska Festival. La lettura della settimana è “Ribelle e Mai domata. Canti e racconti di antifascismo e resistenza”, il libro con 2 CD allegati, edito da Squilibri. realizzato da Alessandro Portelli con Antonio Parisella. In conclusione, si parla ancora di sei corde, poiché la rubrica Strings odpita la recensione di “Distanze”, CD del chitarrista pugliese Vito Ottolino.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LIBRO
STRINGS

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Bottega Baltazar – Sulla Testa dell’Elefante (Azzurra Music, 2016)

Formatasi nel 2000 dall’incontro tra Giorgio Gobbo (voce e chitarra), Sergio Marchesini (pianoforte e fisarmonica), Antonio De Zanche (contrabbasso e basso elettrico), Graziano Colella (batteria, percussioni) e Riccardo Marogna (clarinetto, clarinetto basso, sax tenore ed elettronica), la Piccola Bottega Baltazar, nell’arco di quindici anni di attività, ha dato vita ad uno straordinario percorso di crescita artistica, spostando sempre più avanti i confini della propria ricerca musicale, dalle esplorazioni nei territori del folk e della canzone d’autore, alle musiche per cinema, teatro e danza. Il nuovo album “Sulla Testa dell’Elefante”, giunge a cinque anni dal pregevole “Ladro di Rose” e segna una ulteriore svolta nel cammino del gruppo veneto, come dimostra anche la scelta di mutare il nome in Bottega Baltazar. Abbiamo intervistato Giorgio Gobbo, front-man del gruppo per farci raccontare la genesi e le ispirazioni alla base di questo nuovo lavoro.

Da qualche tempo avete festeggiato i vostri primi quindici anni di attività. Come è cresciuta e come è cambiata in questi anni la Piccola Bottega Baltazar?
Da laboratorio artigianale dedito esclusivamente alla realizzazione di canzoni negli ultimi anni ci siamo spesso dedicati alla produzione di musiche per il cinema, il teatro e la danza. La collaborazione con altri artisti si è rivelata fonte di ispirazione e crescita, miniera di preziosi incontri umani, al punto che per l’ultimo album abbiamo abbandonato la denominazione “piccola” per chiamarci solamente Bottega Baltazar.

Nella vostra cifra stilistica gli stilemi del folk si mescolano ad echi di musica popolare, jazz e contemporanea. Come nasce la vostra alchimia sonora?
E’ il frutto del desiderio di poter essere noi stessi, lasciando confluire nella realizzazione dei nostri dischi le influenze musicali dei componenti della band, rinunciando a priori solo a quelle soluzioni che ci parevano troppo consuete o banali.

Come si è evoluta la ricerca sonora del gruppo in questi anni?
Siamo partiti da un sound essenzialmente basato sulla leggerezza delle fisarmoniche e sulla ricerca della possibilità espressive di questo strumento. Più recentemente abbiamo accentuato la varietà timbrica utilizzando un’orchestrazione più ampia, sia acustica che elettrica.

Venendo al vostro nuovo album “Sulla Testa dell’Elefante” quali sono le identità e le differenze rispetto ai lavori precedenti?
Nei nuovi arrangiamenti abbiamo inserito legni e ottoni come il clarinetto basso, la tromba e il corno francese, strumenti capaci di evocare atmosfere potenti, nobili, a volte spaventose. Analogamente la chitarra classica ha lasciato posto alle corde di metallo dell’acustica e al ringhio dell’elettrica. La sezione ritmica ha ricercato più che nel passato la profondità della pelle percossa con energia, rinunciando in parte ai consueti toni tenui. In questo modo abbiamo ricavato un impasto sonoro sul quale il pianoforte, le ance della fisa e naturalmente il canto potessero raccontare meglio la storia che contiene questo nuovo lavoro.

Ci puoi raccontare la genesi del disco, le sessions di registrazione?
Le canzoni che compongono l’album sono nate durante un periodo di eremitaggio ad alta quota, ispirate dall’asprezza e dalla magnificenza di monti selvaggi. Per realizzare gli arrangiamenti è venuto naturale ricercare dei suoni che evocassero sia l’energia dello scatenarsi degli elementi che il lieve calore dell’incontro con un proprio simile, il sussurro della legna sul fuoco. Altre atmosfere più misteriose richiamano l’apparente indifferenza dello scorrere delle nuvole, la fragilità dell’essere umano, l’eterno rinascere dei fiori tra le rocce. Per la registrazione abbiamo utilizzato uno studio mobile con il quale i nostri tecnici hanno saputo confezionare un sound di ottima qualità.

Filo conduttore dell’album è il tema dell’immigrazione in una regione come il Veneto non sempre predisposta all’accoglienza dei migranti…
Se si gratta sotto la superficie della cronaca si può scoprire una realtà fatta da tantissime persone che ogni giorno sperimentano l’incontro con l’Altro tra i banchi di scuola, sul posto di lavoro, al mercato… Non crediamo che la diffidenza verso lo straniero sia un fatto solo veneto, quello che appare evidente è che il mondo si evolve e anche in Italia si sta realizzando – non senza difficoltà – una nuova società, multirazziale e ricca di occasioni di crescita reciproca. 
La politica insegue la realtà con affanno e stenta a mettere in atto strategie di integrazione efficaci; dalle esperienze raccontatemi da molti amici insegnanti mi sono persuaso dell'importanza di investire nella scuola, ad esempio. La titubanza del Potere va a svantaggio dei cittadini, sia italiani che immigrati e offre dardi infuocati alle forze politiche che campano sugli umori più neri del popolo.

In questo senso quanto è stata importante la collaborazione con il regista Andrea Segre, da sempre interessato al tema delle migrazioni?
Molto, perché il suo cinema racconta storie di persone: davanti al volto di un proprio simile vacillano le opinioni basate su stereotipi e slogan e si apre lo spazio per l'incontro e la riflessione. Il linguaggio del documentario consente di investigare la realtà e allo stesso tempo suscita emozioni, in questo senso l’utilizzo della musica riveste un ruolo narrativo importante.

Dal punto di vista del songwriting quali sono stati i vostri riferimenti nella scrittura di questo disco?
Nell’ultimo decennio specialmente negli Stati Uniti una generazione di cantautori e band ha saputo rivitalizzare il genere folk, qualcuno grazie a felici contaminazioni, altri con una creativa rivisitazione degli stilemi della musica acustica degli anni ‘60 e ‘70. 
Per quanto la nostra italianità ci conduca verso sentieri creativi differenti vogliamo citare artisti come Sufjan Stevens, i Fleet Foxes, gli Other Lives…

Il titolo del disco rimanda a Monte Summano nelle prealpi venete, e i vari brani sono disseminati di riferimenti al vostro territorio. Quanto è importante il legame con la vostra terra e le vostre radici?
Siamo cresciuti in un’epoca di grandi sradicamenti: anche volendo non sapremmo come rivendicare una appartenenza identitaria precisa. “Nostra patria è il mondo intero” cantavano dei ragazzi dalle idee libertarie cento anni fa, e c’è da credere che avessero visto giusto. In realtà i riferimenti alla nostra terra d’origine sono dovuti al fatto che ci piace scrivere e raccontare di cose che conosciamo in prima persona. E’ lo sforzo di dare ai versi il vibrare della vita e una certa onestà intellettuale, evitando la vuota retorica di “ciò che sembra bello, ma non è vero”, per dirla con le parole dello scrittore vicentino Luigi Meneghello, partigiano prima e poi docente a Reading in Gran Bretagna per quasi quarant’anni.

Nel singolo “Rugby di Periferia”, la fisicità del rugby diventa sinonimo di coraggio nell’affrontare le avversità della vita. Quanto c’è delle vostre esperienze in questo brano?
La prima volta che mi presentai presso un campo da rugby venni accolto da un tizio dall’aspetto rude chiamato “Ciccio bestia”, con accento abruzzese mi disse senza preamboli: “Tre cose sono sacre qui: l’arbitro, l’avversario e il tuo capitano”. 
Devo dire che una certa sportività fa parte del mondo della palla ovale al di là dei luoghi comuni. Il rugby è uno sport che si presta a fare da scenario a storie epiche in cui gente comune mette da parte le differenze e fa prevalere spirito di sacrificio e aiuto reciproco. 
E’ una metafora dell’esistenza e racconta una verità quasi banale: la vita è dura e fa male, eppure è un’esperienza straordinaria, da giocare facendo rete con gli altri. Io mi porto dietro una placca di titanio sulla clavicola, un’orribile cicatrice sulla spalla e mi sento autorizzato a confermare quanto sopra.

In “Sora del mont” usate una sorta di grammelot. Com’è nato questo brano?
Questa canzone nasce dall’esperienza del ritiro volontario sulla Montagna, una sorta di viaggio introspettivo e psichedelico dentro il proprio microcosmo umano che com’è noto ad alcuni iniziati altro non è che uno specchio segreto dell’intero universo. Per descrivere questa indicibile esperienza sciamanica abbiamo coniato – non senza divertimento – una lingua inventata che mescola diversi idiomi… dall’esotico dialetto bellunese fino all’inglese.

State portando in tour “Sulla Testa dell’Elefante”. Come si è evoluto dal vivo il disco?
In questi primi mesi di presentazione abbiamo proposto le nuove canzoni in contesti molto diversi: dai grandi palchi all’aperto dove ci siamo esibiti in una formazione allargata a sette elementi fino al trio nell’intimità di un rifugio alpino. Siamo una un gruppo folk e abbiamo una certa attitudine all’elasticità: ovunque ci sia qualcuno disposto a regalarci la sua attenzione possiamo far risuonare la nostra musica anche senza amplificazione ed effetti scenici.

Quali sono i progetti futuri su cui state lavorando?
Insieme all’attore Vasco Mirandola abbiamo in cuore di lanciarci nel progetto di un disco che metta in musica il lavoro di una scelta di poeti contemporanei, gente capace di raccontare anche con speranza i tempi confusi che viviamo. Ne abbiamo letti e incontrati molti dotati di voci visionarie ma limpide, e troppo spesso ignorate.



Bottega Baltazar – Sulla Testa dell’Elefante (Azzurra Music, 2016)
Sono passati cinque anni dalla pubblicazione di “Ladro di Rose” e la Bottega Baltazar giunge al suo quinto album di inediti con “Sulla Testa dell’Elefante”, disco che mette in fila dieci brani inediti, concepiti nel corso di un ritiro “eno-spirituale” sul Monte Summano, da cui si osserva tutta la pianura vicentina. Da questa inedita prospettiva il gruppo veneto ci offre dei veri e propri racconti in musica nei quali si mescolano tematiche differenti che spaziano dagli spaccati del Nordest al vivere quotidiano, passando per frammenti di storia, il tutto permeato da speranze, sogni, attese e suggestivi paesaggi montani. Dal punto di vista prettamente musicale, il disco si caratterizza per gli eccellenti arrangiamenti che evocano in modo sorprendente le atmosfere dei testi. Fondamentale in questo senso è stato anche l’apporto di Carlo Carcano alla produzione il quale esalta la tensione continua verso la ricerca sonora del gruppo veneto, sempre pronto a muoversi con agilità tra tradizione e modernità, alla continua ricerca di un sound riconoscibile ed unico nel quale si mescolano folk, musica colta, jazz e canzone d’autore. L’organico a geometrie variabili della Bottega Baltazar, di brano in brano si apre anche collaborazioni differenti convolgedo il violoncello di Valentina Cacco, il theremin di Vincenzo Vasi, gli ottoni di Gabriele Mitelli e Dario Cavinato, le chitarre di Gianluca Segato e Mirko Di Cataldo e la voce di Laura Gentilin. Ad impreziosire il tutto è la voce di Giorgio Gobbo che spazia attraverso registri vocali differenti, regalandoci di volta in volta momenti di rara suggestione come nel caso dell’iniziale “A colloquio con i Nembi” la cui trama eterea funge da perfetta ouverture del disco. Le fascinazioni sonore che rimandano ai Mercury Rev di “Sora del Mont” con il suo irresistibile gramelot, e l’incontro tra realtà e fantasia di “Drago Bianco” ci conducono nel cuore del disco dove a spiccare sono il singolo “Rugby di Periferia” con lo sport che diventa metafora delle avversità della vita, e la splendida “Il Sogno del Gatto Melville” ispirata ad una leggenda cinese. Le storie della Grande Guerra dell’intensa “Osteria All’Antico Termine” ci conducono nella seconda parte del disco nella quale scopriamo le sperimentazioni de “La Smortina Innamorata”, la sofferta e dolcissima “Bussarti alla finestra con la neve” e la toccante “Venite Adoremus”. “Foresto Casa Mia” cantata in veneto chiude un disco di grande spessore che certamente rappresenta il vertice più alto della produzione artistica della Bottega Baltazar. Assolutamente consigliato.


Salvatore Esposito

Fiorenza Calogero - Nun tardare sole (iCompany/Black Tarantella, 2016)

Compostezza e sensualità, pudore e sfrontatezza, intensità e leggerezza, sono le cifre che caratterizzano la vocalità di Fiorenza Calogero, cantante e interprete stabiese. Con “Nun tardare sole”, interamente scritto e arrangiato da Enzo Avitabile, Fiorenza raggiunge la pienezza della sua espressività. Nella sua carriera, ricca di illustri collaborazioni, la cantante ha spaziato in generi musicali diversi, dalla musica napoletana – Roberto De Simone l’ha voluta ne “La gatta Cenerentola” e “Li turchi viaggiano” – alla musica jazz. È stata ambasciatrice della musica napoletana negli Stati Uniti nel 2007 al Columbus Day di New York, ha lavorato con John Turturro nell’entusiasmante “Passione” (nella scena delle Lavandaie del Vomero). Con Enzo Avitabile aveva già collaborato nel film biografico “Enzo Avitabile Music Life” del 2011, diretto dal regista premio Oscar Jonathan Demme. “Nun tardare sole” è il quarto CD della Calogero, dopo “Fioreincanto” del 2007, “Fiorenza” del 2009 e “Sotto il vestito… Napoli”, uscito nel 2011, e realizzato con il pianista jazz Lorenzo Hengeller. Nelle dodici tracce, che compongono una raccolta dalle scelte estetiche coerenti fino in fondo, risaltano elementi di grande bellezza. Impossibile non cogliere la ricchezza di sfumature del canto: voce brillante, intensa, ammaliante, sussurrata, sospirata che Fiorenza usa con sapienza e consapevolezza. Arrangiamenti che si rifanno alla musica antica e allo stesso tempo sono contemporanei, sobri ma non scarni, essenziali ma ricchi di sonorità, che danno profondità alla vocalità della cantante. Marcello Vitale alla chitarra battente scandisce ritmicamente ogni istante dell’album, mentre Rodney Prada alla viola da gamba spazia tra sonorità cangianti, da brillanti a scure. Oltre a tutto ciò, la raffinatezza e la musicalità dei testi napoletani di Avitabile sono un ulteriore elemento che va a comporre la compiutezza del lavoro. In dodici tracce misurate e affascinanti, tra le quali dieci originali, più i due classici della musica napoletana: “Lu cardillo” e “Uocchie c’arraggiunate”, si realizza una riscrittura ‘altra’ della canzone napoletana, scevra da stereotipi e oleografie, che riporta alla mente “Napoletana”, con cui Avitabile si aggiudicò la Targa Tenco nel 2009. Di quell’album ritroviamo due brani, “Sango e grano” e “Canto ‘e primmavera”, che rappresentano i vertici del disco della Calogero. Anche in questo CD Fiorenza realizza collaborazioni: con le voci di Pino de Vittorio in “‘A carità”, di Cristina Branco in “Lu cardillo”, della cinese (della Mongolia interna) Urna Chahar-Tugchi in “Uocchie c’arraggiunate”, dello stesso Avitabile in “Sango e grano” e “Tre fronne e tre ciuri”. Si incontrano anche gli strumentali “Megaris”, featuring il chitarrista flamenco Carlos Piñana, e “Angelo et liuto”, con in primo piano Marcello Vitale. Mettere a nudo l'anima sembra essere l’intento, molto ben riuscito, del connubio Avitabile-Calogero e la malinconia, che ha profondamente contrassegnato il già citato “Napoletana” di Avitabile, accompagna pure questo viaggio, sottolineata anche dalla scelta della scala musicale minore. Lavoro notevole, dal profondo lirismo, che merita un ascolto attento per apprezzarne appieno le tante sfumature, “Nun tardare sole” incarna una proposta musicale e culturale di alto profilo. 


Carla Visca 

Pedro Soler & Gaspar Claus – Al viento (Infiné, 2016)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Portano cognomi differenti, ma sono padre e figlio. Pedro Soler (nato Pierre Alfred Genard, classe 1938; Soler è il cognome materno) è il grande chitarrista francese, di origini spagnole ma cresciuto in Francia, iniziato all’arte della chitarra manouche prima e di quella flamenca poi dal maestro granadino José Maria Rodriguez a Tolosa, capitale degli esiliati repubblicani fuggiti dalla Spagna franchista. Pedro predilige uno stile ‘arcaico’, che guarda alle dinamiche e alla ricchezza del suono piuttosto che agli eccessi virtuosistici. Com’è noto, si è esibito accanto a cantaores del calibro di Pepe de la Matrona, Almaden, Juan Varea ed Enrique Morente, ma a testimonianza di una grande apertura, ha incrociato le corde del suo strumento anche con Renaud Garcia-Fons, Raúl Barboza, Beñat Achiari, Kudsi Erguner e Ravi Prasad. Da parte sua Gaspar Claus (1983) è un violoncellista sperimentatore e versatile, con studi al conservatorio di Perpignan, dal cui formalismo si è poi affrancato, che da anima libera si muove a tutto campo (collaborazioni con Jim O'Rourke, Sufjan Stevens, Angélique Ionatos, Keiji Haino, Serge Teyssot-Gay Bryce Dessner e Barbara Carlotti). I due si erano ritrovati in “Barlande” (2011), ora è la volta di “Al Viento”, disco registrato in Islanda (con Valgeir Sigurösson) e rifinito in Spagna (Didier Richard). Spira un vento di libertà compositiva in questo album che, pur muovendosi sulla medesima fabulazione sonora del precedente lavoro della coppia, conduce a una più riuscita concordanza di spirito improvvisativo e andamento di derivazione flamenco. 
Si ascoltino gli otto minuti dell’iniziale “Cuerdas Al Viento”, una malagueña trasfigurata, ora malinconica ora rabbiosa, dove l’arpeggio delle sei corde incontra le sinuosità, le asperità dei raschiamenti e i bordoni ritmici del cordofono ad arco di Claus. Proviamo a seguire la sequenza delle track, pur convinti che non si riuscirà a rendere la densità, la sfida fatta di invenzioni, raffinatezza e sottigliezza di questo terreno comune familiare creato intorno all’arte del flamenco. Nella successiva “Vendaval”, su un modulo di buleria, i due si confrontano con sequenze più classicheggianti, mentre in “Corazon de Plata” – tra i brani di punta del disco – nel suono terso di Soler si innesta il tumulto violoncellistico del figlio, che con il suo strumento assume il ruolo del cantaor o imita le percussioni. Dalle serranas di “Sale la Aurora” si passa al vigore delle sevillanas (“Rocio y corrales”). D’improvviso, si entra nella condizione onirica e oscura di “Silencio Ondulado”, prodotta dal canto sussurrato di Matt Elliot e dalle distorsioni chitarristiche elettriche dell’ex-Noir Désir Serge Teyssot-Gay e del violoncello, che incorniciano il profilo dei tientos ordito dalla chitarra di Pedro. Dalla chiaroscurale petenera “Cien Enamorados” alla degna conclusione di “El sueño de la Petenera”, tra corde accarezzate e sfregate, si generano pulsioni intimistiche e accelerazioni, afflato meditativo e passaggi corposi: un trionfo di coinvolgente e incantevole complementarietà di individualità consanguinee. 


Ciro De Rosa

Gerardo Nuñez & Ulf Wakenius – Logos (Act Music, 2016)

La prematura scomparsa del grande Paco de Lucia, ha dato la stura, da parti di appassionati e giornalisti, alla ricerca dell'erede del grande chitarrista andaluso. Se gli amanti di generi più tradizionali hanno da anni incoronato come principe ereditario Vicente Amigo, gli adepti del nu-flamenco riconoscono nel chitarrista di Jerez Gerardo Nuñez il miglior interprete contemporaneo della musica andalusa fusa con altri generi quali il jazz e certa musica leggera più o meno raffinata (Nuñez è stato per anni il chitarrista di Julio Iglesias). Il nuovo lavoro, edito, come il precedente “Travesia”, dall'etichetta tedesca Act, lo vede duettare con uno dei chitarristi più interessanti della scena jazz europea, lo svedese Ulf Wakenius, perfettamente a suo agio nel ruolo di sparring-partner o di side-man, come si diceva un tempo, del chitarrista spagnolo. Eppure proprio i brani dove i due musicisti duettano, come lo splendido “Philia” e il signature-tune del chitarrista scandinavo “Mirlo”, sono quelli più riusciti, anche se viene difficile citare nell'album, un episodio meno riuscito degli altri. Forse non ai livelli creativi e stilistici della joint-venture di trentacinque anni fa fra Paco de Lucia, Al di Meola e John McLaughlin, il disco, che è anche la proiezione discografica di un progetto live che prende il nome di “Jazzpaña”, è non solo gradevole, ma mostra la collaborazione fra due maestri nella massima resa della propria arte. La differenza dei due approcci è ben visibile nella bellissima “Sevilla”, ove i due chitarristi eseguono per buona parte del brano le stesse frasi, persino all'unisono, ma abbellite e eseguite secondo i propri stili. Ma la vera perla del lavoro è la suite conclusiva “Fui Piedra”, con la partecipazione del cantaòr Cancun, la cui performance è basata sul testo “Fui Piedra y perdì mi centro y me arrojaron al mar”, già cantato magnificamente da Nina de Los Peines e da Enrique Morente, considerato costui il padre del nuevo-flamenco, nonché padre di Estrella, forse la più celebre cantaòra contemporanea. Le percussioni di Cepillo, soprattutto cajon e batteria, unitamente al suono molto ‘mellow’ delle chitarre di Wakenius, conferiscono al disco un interessante gusto pop (per carità, niente a che vedere con le suggestioni new-age, chill-out e easy-listening dei vari Ottmar Liebert di turno) facilmente degustabile anche dal non addetto ai lavori, qualora non bastasse l'impressionante abilità tecnica dei due, mai pacchianamente ostentata, per altro. Insomma, un disco che coniuga il rigore del flamenco tradizionale a un'estetica che sfiora il mainstream, ma sempre con gran gusto e, soprattutto, eseguita con incredibile tecnica da entrambi gli interpreti. 


Gianluca Dessì

Kengo Saito – Japanistan (Lokanga, 2016)

Quello di Kengo Saito è un itinerario globale, umano ed estetico. Giapponese di nascita, trascorre l’adolescenza negli Stati Uniti, poi si trasferisce in Francia, dove pensa di diventare un pittore. Intanto studia chitarra e violino, per poi essere rapito dalla musica indostana. Apprende a suonare le tabla, ma, soprattutto, il sitar con Pandit Kushal Das. Quindi si immerge nella musica afghana studiando il cordofono rubâb, sotto la guida di Daud Khan Sadozai. ”Japanistan” è il suo progetto nuovo di zecca – va bene, il titolo può far sorridere, ma la musica suonata nei cinquantasette minuti di durata del CD è superlativa –, che porta come sottotitolo emblematico “Melodies between Afghanistan and Japan”. Con spirito creativo, il ‘parigino’ Saito dà libero corso alle corde del liuto rubâb, proponendo undici brani, in cui interpreta melodie tradizionali afghane e del Sol Levante e brani propri. Al suo fianco interagiscono tabla (Prabhu Edouard), daff (Ershad Tehrani), zarb (Antoine Marineau), zerbaghali (Gholam Nejrawi) e bansuri (Guillaume Barraud). La musica di Kengo è un invito a cogliere il virtuosismo strumentale, le sfumature timbriche, i cambi di ritmi, l’abilità nel coniugare mondi musicali non prossimi. È tutto un bell’ascolto fin dall’apertura “Pahari Sukiyai Song” (dove si sposano un tradizionale afghano e una canzone pop giapponese), ma se proprio volete scegliere, allora i picchi si raggiungono con il tradizionale afghano “Mahali”, nella rilettura del tema nipponico “Sakura Variations”, nei quattordici minuti di “Bairagi”, un raga eseguito su un protocollo di improvvisazione-sviluppo di tipo indiano e afghano, in “Yumeh”, basato sulla musica delle Ryukyu meridionali, e ancora nella fusion centro-estremo asiaticha di “Japanistan”, mix di un tradizionale giapponese e di una canzone pashtu afghana. Kengo Saito ha portato lo spettacolo dal vivo con la formazione base del trio rubâb, shakuhaci e percussioni iraniane, e con ospiti tabla, koto, le danze tradizionali persiane di Sahar Dehghan e quelle di Masato Matsuura, danzatore del teatro Nô e maestro di spada giapponese. 


Ciro De Rosa

VudZ – Balkan Trip (Bajun Records, 2016)

Il progetto VudZ nasce dall’incontro tra Giancarlo Dell’Anna (tromba), Marco Rollo (piano e synth), Luca Manno (sax), Gianluca Ria (bassotuba) e Cristian Martina (batteria), cinque talentuosi strumentisti salentini dal diverso background musicale i quali, dopo dieci anni di esperienze artistiche comuni, hanno unito le forze per dar vita ad un originale percorso di ricerca sonoro che prende le mosse dalla musica balcanica per espandere il proprio raggio d’azione verso il jazz e il funky. Il risultato è “Balkan Trip”, disco nel quale hanno raccolto undici brani originali, per lo più strumentali, che nel loro insieme disegnano le rotte di un affascinante viaggio alla scoperta di nuove intersezioni tra Balcani e Salento, tra jazz e sperimentazione. Durante l’ascolto ad emergere è tutta versatilità e la dinamicità di questo quintetto in grado di muoversi con disinvoltura in territori sonori differenti, tra attraversamenti ed incroci sonori sorprendenti, esaltando non solo le potenzialità come gruppo, ma anche le individualità come l’eclettismo di Rollo al piano e all’elettronica o quello di Dell’Anna ai fiati. La tradizione balkan viene destrutturata e ricostruita nell’incontro con le sonorità contemporanee dello swing, del rocksteady e del funk, il tutto impreziosito da arrangiamenti originalissimi caratterizzati da strutture jazz ed ardite architetture ritmiche tutte da ballare. Ad aprire le danze è la travolgente “Snatch”, in cui spicca la partecipazione di Lele Spedicato dei Negramaro alla chitarra, e a cui seguono le atmosfere balcaniche di “Estam Bretone” e la fascinosa “Bubble” in cui spicca la partecipazione di Giorgia Faraone alla voce. Si prosegue con le esplorazioni pianistiche di Marco Rollo in “The Bridge” e le atmosfere balcaniche di “Gambling”, impreziosita dalla fisarmonica di Rocco Nigro, ma è con “No Trust” con il testo firmato da Vincenzo Baldassarre che si entra nel vivo del disco, dove a spiccare sono “Hora” con la complicità delle bravissime FemmeFolk, e le sperimentazioni sonore di “Breakfast Groove” in cui giganteggia tutta la potenza dei fiati dei VudZ e la chitarra di Luigi Bruno (ascoltate il suo nuovo album “Assud”). Il vertice del disco arriva però con l’incursione nel jazz di “Blakey” nella quale brillano le partecipazioni di Rosario Giuliani al Sax, le percussioni di Alessandro Monteduro, la chitarra di Raffaele Rufio, con il valore aggiunto del bel testo di Vincenzo Baldassare. Chiudono il disco il gustoso pop “Sorcey” con il testo e la partecipazione di Neffa, e il breve divertissement di “Game Over”. “Balkan Trip” è, insomma, un disco sorprendente, da ascoltare con grande attenzione per cogliere tutto il brillante approccio alla ricerca sonora dei VudZ. 


Salvatore Esposito

Reggae Sun Ska, tra sole e buon vino, Bordeaux, 5-7 agosto 2016

Bordeaux, la "bourgeois", come dicono i francesi, rinomata per i suoi vini rossi e i suoi pregiati vitigni, ha inaugurato lo scorso giugno l'apertura della Citè du Vin, un enorme edificio di architettura liquida dedicato alla cultura del vino. La città bordelaise ospita anche da alcuni anni uno dei più grandi festival di musica reggae dell'Esagono e uno dei più pregiati (reggae) festival d'Europa. Ma il Reggae Sun Ska (5-7 agosto), giunto quest'anno alla sua XIX edizione, ha cambiato varie sedi nel corso degli anni edé sopravvissuto a diverse traversie. "Il festival si svolgeva a Montalivet, una città situata sulla costa dell'Atlantico, ma nel corso degli anni abbiamo cambiato più volte la sede girovagando nella regione del Medoc, un anno si è anche abbattuta sul festival una tremenda tempesta che ha sradicato tutte le tende del camping e che ci ha costretto a smontare tutti i palchi impedendoci di proseguire; ora da tre anni siamo qui, nel campus universitario di Bordeaux", ci racconta Fred Lachaize, ideatore, organizzatore e direttore artistico del festival, nonché fondatore della label Soulbeats Records. Finalmente, una sorta di legittimazione culturale quella di potersi addentrare nei confini (fisici e materiali) di una delle più importanti istituzioni della società? 
Non ne è convinto Fred, che fa notare con tono un po' puntuto come il reggae sia nell'immaginario comune un genere associato ad una serie di stereotipi negativi (la cannabis, i dreadlocks sporchi e puzzolenti, ecc.), che lo allontanano di gran lunga dalla possibilità dal divenire un genere di massa. Ma è pur vero, tuttavia, che il Reggae Sun Ska è riuscito a imporsi nella città bordelaise come un evento culturale degno di interesse e a coinvolgere un nutrito numero di partner e sponsor, sia pubblici che privati, anche di rilievo. Per questo motivo il carnet musicale di quest'anno era più ambizioso del consueto cooptando sessanta artisti da ogni parte del mondo, con un occhio di riguardo nei confronti delle proposte musicali ‘locali’ come, per esempio, Dub Inc, il cui nome campeggiava a caratteri cubitali sulla programmazione. "Ho cercato di scegliere gli artisti più seguiti ed attesi dal pubblico reggae: Dub Inc sono i boss in Francia e sono sempre molto attesi, poi ci sono ogni anno almeno quattro o cinque proposte della Soulbeats label", aggiunge Fred a proposito dei nomi in cartellone. Nei tre giorni di festival, frotte di dreadlocks, un pubblico prevalentemente giovane e famigliole ben assortite, hanno invaso il campus universitario di Pessac, un po' fuori Bordeaux, facilmente raggiungibile con i tram il cui orario era prolungato per l'occasione. 
Sui due palchi principali denominati simbolicamente One Love e Natty Dread si sono esibiti consecutivamente gli artisti in programma per un'ora di set ciascuno. Ad aprire, in prima serata, il venerdi (5) sono stati i Massilia Sound System, quando il sole splendeva ancora alto sul campus di Pessac; i pionieri del reggae in occitano hanno presentato la mattina seguente, anche il film, “Massilia”, sull'epopea del gruppo marsigliese, poi Dub Inc con il solito set energico e un paio di canzoni nuove dal nuovo album, So What, in uscita a settembre. Ma lo scettro per la migliore performance della prima serata spetta di diritto ad Alborosie anche per la pregevole scelta delle canzoni in scaletta; l'italiano di Giamaica accompagnato come di consueto dalla Shengen Band ha proposto un set brillante, medley infuocati e una scintillante versione di Still Blazing, con un sax da capogiro. Mentre sabato (6) dopo il gradevole passaggio del collettivo di musicisti provenienti da tutto il mondo, Nahko and The Medicine for the people, guidato da Nahko Bear, nato in Oregon con origini portoricane, apache e filippine, che hanno presentato un'inebriante intreccio di folk, rock e altre influenze ben amalgamate, é stato il ventunenne Naâman ad infuocare la scena; 
Naâman in ebraico vuol dire "piacevolezza", e in effetti il ragazzo normanno, ha gli occhi blu, una carnagione eterea e le sembianze di un angelo, in più una voce molto ‘soulful’, toccante e lievemente screziata di soul. Incredibile l'energia sprigionata da questa giovane rivelazione con la complicità dei fedeli Deep Rockers Crew, un gruppo di scalmanati ‘ribelli per la vita’ che fanno tremendamente sul serio e meritano perciò di essere tenuti d'occhio. L'ultima serata di domenica (7) il nome che ha dominato la scena é stato quello più importante in cartellone, ovvero Damian "Jr Gong" Marley, figlio del re del reggae e della modella e cantante Cindy Breakspeare. Come ogni rampollo che si rispetti, Damian ha dimostrato di padroneggiare egregiamente la scena proponendo un'efficace miscela di suoni raggamuffin, hip hop e il reggae di suo padre, provocando un cortocircuito emozionale nel pubblico che pendeva dalle sue labbra. Più deludente la seconda parte del set, in cui Damian si è appoggiato quasi interamente al songbook paterno anche senza arrangiamenti particolarmente innovativi e originali; più interessanti gli innesti tra i classici di papà Bob e i pezzi farina del suo sacco. 
D'altra parte il carisma nonché la carica eversiva e ‘rivoluzionaria’ di Bob sono fatti e virtù che vanno rubricati al passato; nessuno dei figli di Bob, è come era lui; quanto a Damian è forse il meno interessato tra i figli di Bob a perpetrare il discorso (pan)africanista portato avanti dal padre e tant'è. Ci sarebbe tanto altro da raccontare su un festival così riccodi iniziative, concerti e performance messi a fuoco a 360 gradi sulla musica reggae e dintorni, ma una nota conclusiva la merita senz'altro il passaggio di una leggenda vivente come Don Letts, nell'area Dub Foundation, che ha intrattenuto il pubblico di avventori con selezioni in bilico tra vecchio e nuovo foundation e le più recenti sonorità dubstep. Uno di quei casi in cui è il figlio (Jet) che influenza il padre. Cicli e ricicli della storia. 


Grazia Rita Di Florio

Alessandro Portelli con Antonio Parisella, Ribelle e mai domata. Canti e racconti di antifascismo e resistenza, Squilibri 2016, pp. 328, Euro 27,00, Libro con 2 Cd

Un verso di un canto di partigiani romani - «Questa città ribelle e mai domata…» - è stato posto a titolo della raccolta di storie e canti antifascisti provenienti dall’archivio “Franco Coggiola” del Circolo Gianni Bosio, con la collaborazione del Museo della Liberazione di via Tasso. Si tratta del quarto volume della collana “I giorni cantati”. I materiali coprono un ampio arco temporale, che dal 1922 arriva alla nostra contemporaneità. La ragione della scelta è nella prospettiva analitica dei due curatori, Alessandro Portelli e Antonio Parisella, i quali osservano come la guerra partigiana rappresenti solo il vertice di azioni resistenziali iniziate molto prima con la risposta alle aggressioni delle squadracce fasciste ai quartieri popolari e con il rinnovare la difesa dei valori – e questo andrebbe rammentato in continuità alle mezze figure di politici di oggi – per i quali si sono battute molte generazioni. Il libro raccoglie testimonianze specifiche di dodici donne di differente estrazione sociale ed esperienza di lotta, tutte coinvolte nell’opposizione al fascismo (Maria Michetti, Valtèra Menichetti, Lucina Romoli, Giovanna Marturano, Maria Teresa Regard, Puci Petroni, Carolina Zancolla, Ines Faina, Evelina Collazzoni Zenoni, Lina Ciavarella, Walkiria Terradura e Giacoma Limentani), che prendono la parola. Qui ricordiamo che almeno 35.000 donne hanno partecipato alla Resistenza e quasi tremila hanno pagato con la vita la loro scelta. Il lavoro è quindi in linea con quegli studi che hanno messo in rilievo la centralità della resistenza non armata. Incontriamo voci di donne partecipi di fasi drammatiche (confino, clandestinità, lotta armata), ma preziose nell’illuminare la quotidianità attraverso aspetti personali e intimi (dignità ingiuriata, contrasti d’amore, sofferenza fisica), restituendo un racconto della ‘Resistenza delle donne’ piuttosto che una disamina del contributo femminile alla Resistenza. La loro è una lotta per la libertà, ma anche una lotta di per la stessa propria umana sopravvivenza. I due CD musicali, che contengono rispettivamente ventuno e ventisette tracce, documentano un corpus originale e significativo, soprattutto sul piano geografico, apportando un contributo rilevante alla mappatura del canto partigiano a sud della Linea Gotica, nell’Italia centro-meridionale (Lazio, Sardegna, Toscana, Umbria, Abruzzo e Campania). A conferma di quanto osservato da Diego Carpitella, nei canti resistenziali troviamo «diversi livelli musicali» (p. 182) unificati dal tema e dall’ideologia, Così, ci imbattiamo in una pluralità di modelli di canti, raggruppabili in forme improvvisative e monostrofismo imperfetto (stornelli, strofette e ottave rime), parodie, riuso di canti e forme popolari, inni, canzoni d’autore. Se questi canti sono in stretto «rapporto con il tempo e la storia» (p. 183), intorno a questi due assi prende il via la disposizione antologica, secondo un criterio storico-cronologico che prende in considerazione tanto l’origine dei brani quanto gli eventi cui si riferiscono. Ne deriva una sequenza temporale che copre tre fasi: l’antifascismo durante il regime, la lotta partigiana, gli anni della Repubblica (memoria e attualità dell’antifascismo). Il primo CD è suddiviso in due parti, “radici” e “vent’anni”, il secondo CD propone una ripartizione in “resistenza” e “memoria”. Tra le tante voci ci sono quella dell’aedo umbro Dante Bartolini, di Francesca Albanesi, di Bruno Imperiali, di Luciana Romoli. Ancora c’è l’operaio Francesco Vincenti, che nel 1972 compone una canzone nello stile dei cantastorie per ricordare le bombe fasciste del dopoguerra, o la “moda” di Clara Farina sui martiri sardi delle Ardeatine. Tra le storiche chicche ci sono anche Piero Brega e il Canzoniere del Lazio. Numerose le versioni di “Bella Ciao”: una è di umore balcanico, raccolta in un campo rom della capitale e suonata alla fisarmonica da Odisela Cizmič, un’altra è stata registrata nel corso di una manifestazione ad Afffile contro la costruzione del monumento al criminale di guerra Rodolfo Graziani. Completano iI lavoro due ulteriori saggi, il primo firmato da Antonio Parisella, Presidente del Museo Storico della Liberazione (“Culture popolari, generazioni, spirito di resistenza”), il secondo di Francesca Koch, Presidente della Casa Internazionale delle Donne (“Storie di donne nella resistenza”). Il volume “Ribelle e mai domata” è uno strumento di studio, una commovente e intensa testimonianza di storia orale, un corpus narrativo e musicale che finalmente esce dagli archivi e che non va abbandonato: materia viva. 


Ciro De Rosa

Vito Ottolino – Distanze (Digressione Music, 2015)

“Distanze” è un album al quale non servirebbero tante parole. Nè per promuoverlo né per decifrarlo. Perché, come implicitamente ci suggerisce l’autore Vito Ottolino - che suona la chitarra e compone i brani che suona - si esprime in un linguaggio che difficilmente si potrebbe fraintendere. Attenzione non perché si riconosce in un genere dato e più o meno convenzionale (non diciamo né jazz né classico né nient’altro), ma perché è evidentemente sbocciato nelle mani di un chitarrista che sa il fatto suo. E che riesce a esprimere e a proiettare con nitidezza tutte le visioni che scorrono nel suo orizzonte musicale, sovrapponendo una tecnica esecutiva esemplare a una serie molto articolata di idee originali. Il brano “Distanze” è, tra gli altri, un buon paradigma di questo assetto, di questa organizzazione, di questo flusso programmatico che confluisce nella voce delle chitarre suonate da Ottolino (classica, acustica e dodici corde). È morbido e teso allo stesso tempo, profondo e fluido, sviluppato nel quadro di un andamento che è accennato nelle prime battute e che si configura con coerenza nel corso del brano, con Cesare Pastanella alle percussioni e Francesco Angiuli al contrabbasso. La chitarra (acustica) di Ottolino qui è limpida e decisa, va dritta verso l’orizzonte arcuato che ci accoglie, sul sostegno di un armonia e una ritmica leggere e levigate con cura. Nella parte finale il brano si asciuga di nuovo, richiamando le rarefazioni dell’incipit, addensate da alcuni passaggi unisoni tra chitarra e contrabbasso, che portano in discesa alla chiusura. Nonostante la formazione in trio di base - a cui si aggiunge Beppe Fortunato alle tastiere in “Movie’s song” e Felice Di Turi alle percussioni sulla chitarra in “Misunderstanding” - l’album si scopre, traccia dopo traccia, attraverso innumerevoli variazioni. C’è un esempio interessante anche di “scherzo” tradizionale. È “Brincadeira”, un breve brano (della durata di poco più di un minuto) che, oltre ad assumere i tratti di un intermezzo, sposta momentaneamente la scaletta dentro un’atmosfera più etnica, elaborata su un ronzio di contrabbasso molto piacevole e straniante, sul quale la chitarra classica veleggia attraverso una linea melodica pronunciata e corposa. Tra le dieci tracce della scaletta – che, come detto, partecipano tutte a differenziare il flusso musicale – ce ne sono almeno un paio su cui vale la pena soffermarsi. Sono due brani tra loro diversi, ma che definiscono più degli altri i riferimenti dell’autore. “Last train home” di Pat Metheny si porta dietro la grande evocazione della distanza e di uno spazio vuoto, che ognuno può riempire con le proprie riflessioni. Il timbro del brano è limpido e deciso, il contrabbasso rimane sotto il tema della chitarra dall’inizio alla fine, aderendo con più presenza ai passaggi più significativi. La linea melodica si sposta tra due poli coerentemente connessi: quello più evocativo (come detto prima) e descrittivo, da un lato, e quello più interpretativo dall’altro, lanciato con fraseggi più pieni e ritmati nella parte centrale del brano. Il finale riprende il prologo e ci riporta al trasporto di una melodia perfetta ed equilibrata. Il brano che lo segue è “Lungo la strada”, una sorta di sospensione più distesa e morbida. Sembra seguire il flusso lasciato da “Last train home”, ma appena dopo il prologo l’arpeggio si addensa, si appoggia sull’arco del contrabbasso e lascia saltellare una melodia più accentuata e acuta. L’ascolto di questa coda dell’album richiede più silenzio del resto dei brani: Ottolino si muove, senza quasi strisciare sui tasti, lungo tutta la tastiera e, nella seconda parte, lascia fiorire un fascio di note che si reiterano con brillantezza, per poi chiudere rallentando e risuonando. 


Daniele Cestellini