BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

giovedì 20 aprile 2017

Numero 303 del 20 Aprile 2017

In apertura del nuovo “Blogfoolk”, partiamo dall’Estremo Oriente: protagonisti di un acclamato showcase a Babel Med, non potevano lasciarci sfuggire i sud-coreani Black String, straordinario quartetto che fa convivere suoni avant-garde, improvvisazione e distorsioni elettroniche con le timbriche degli strumenti tradizionali come il geomungo, i flauti daegeum e i tamburi janggu. Abbiamo intervistato la leader Yoon Jeng Heo per ripercorrere la storia del gruppo e soffermarci sul loro ultimo lavoro “Mask Dance”, nostro disco consigliato della settimana. Un’altra storia di ricerca sonora contraddistingue fratelli i tunisini Amine & Hamza Mraihi i quali, con la cosmopolita The Band Beyon Borders e un parterre di eccellenti ospiti, sono autori di “Fertile Paradoxes". Dagli Stati Uniti, invece, ecco il roots sound di "Brand New Day" dei Mavericks. Lo sguardo in casa nostra mette in primo piano "'O Figlio D''o Vient" del cantautore campano Francesco Di Vicino, poi vi conduce a Torino per il doppio concerto andato in scena lo scorso 13 aprile al Folk Club, che ha visto sul palco due eccellenti chitarristi come Sergio Arturo Calonego ed Enrico Negro. Continuiamo a parlare di sei corde nella terza ed ultima parte dello speciale “Storia della chitarra acustica”, mentre sul versante jazz presentiamo "Kon-Tiki" del contrabbassista e compositore Francesco Ponticelli. Ancora all’insegna della trasversalità sonora è l’ultima recensione del numero 303, dedicata  alla riedizione di "Instrumentals" di Arthur Russell. Per chiudere in bellezza c’è lo scatto di Corzani Airlines, che immortala un altro artista dalla personalità artistica frastagliata: l’argentino Daniel Melingo. Da ultimo, vi annunciamo con grande piacere che dal 4 al 6 agosto si terrà la seconda edizione del Festival delle Ciaramelle di Amatrice, alla cui realizzazione Blogfoolk collabora fattivamente con l'associazione For.Mu.S.. Sarà una preziosa occasione per ribadire l'esigenza di far conoscere la cultura amatriciana di tradizione orale, perché siamo convinti che, per far risorgere Amatrice, è fondamentale mantenere viva la sua cultura. La distruzione delle strutture materiali infatti porta con sé il rischio di spazzare via anche la cultura stessa delle persone, della quale fanno parte integrante le tradizioni musicali. In questo senso si inserisce la scelta, anche simbolica, di tenere il concerto finale sui monti della Laga in località Sacro Cuore,  tutto ciò ci permetterà di distaccarci e guardare dall’alto le macerie degli edifici della conca amatriciana. È con queste convinzioni che riproponiamo questo Festival con la stessa formula della prima edizione.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
I LUOGHI DELLA MUSICA
STRINGS
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES


L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Black String – Mask Dance (ACT, 2016)

Black String: esplorazioni coreane, tra tradizione e contemporaneità 

Il successo della performance del gruppo coreano al recente Babel Med di Marsiglia aiuta a capire come, smarrita la carica propulsiva delle proposte musicali di quelle aree storiche di riferimento del movimento world music (Africa Nera, Maghreb, Caraibi, Est Europa), i progetti più interessanti e originali degli ultimi anni vengano da aree musicalmente finora poco esplorate, vedi l’Estonia della bravissima Maarja Nuut, la raffinata patchanka creola dei Saodaj, dell’arcipelago della Réunion, e appunto Black String, incredibile quartetto proveniente dalla Corea del Sud, che mescola suoni avant-garde, improvvisazione, distorsioni, elettronica e ritmi asimmetrici con i suoni degli strumenti tradizionali come il geomungo (pronuncia go-moon-goh), un cordofono a pizzico e a percussione, sorta di zither a cinque corde che usa una tecnica simile al meendi nel  sitar, i flauti daegeum e i tamburi janggu, assemblati in una sorta di batteria. In cinque anni di attività il gruppo ha suonato in alcune delle vetrine più importanti in Europa dal London Jazz Festival al Womex 2016 di Budapest e, appunto, nella fiera-festival di Marsiglia, dove la loro performance è stata seguitissima ed acclamata. 
E i Black String non sono i soli alfieri asiatici, visto che il panorama neo-trad sud coreano, supportato internazionalmente dalle istituzioni centrali, annovera altri ensemble interessanti come Geomungo Factory e Jambinai.  Abbiamo incontrato Yoon Jeong Heo, brava leader della band Black String, nella sala stampa del Babel Med, in un’ affollata conferenza stampa che ha dimostrato l’interesse dei media per questa interessante band, che da lì a poche ora regalerà nella Sala Cabaret de “Le Dock Des Suds” una torrida e partecipata performance.

Parliamo del tuo strumento il geomungo, quando hai iniziato a suonarlo e che origine ha?
Lo strumento è molto antico, si trovano testimonianze iconografiche della sua esistenza che risalgono ad oltre un millennio fa. Ha cinque corde che vengono pizzicate con un bastoncino di legno. Ho iniziato ha suonarlo che avevo cinque anni, quasi ormai trent’anni fa, così potete anche indovinare quanti anni ho... purtroppo non esiste una versione ridotta per bambini e ho dovuto iniziare con lo strumento grande. La sua pronuncia corretta è 
go-mung-ho. 

La trasmissione di repertorio e tecnica è ancora di tipo “orale”? Come hai imparato?
In un mondo in cui si inventano continuamente nuove musiche, nuovi suoni e nuove tecniche esecutive, il mio strumento testardamente continua a resistere nella sua forma arcaica. Il mio stile è tutto sommato tradizionale, la novità sta nel combinarlo con altri strumenti moderni.  La trasmissione è dipendente dal tipo di repertorio: c’è una musica di corte, aristocratica, formale che è in buona parte scritta, quella folk, con i suoi ritmi e le sue scale, ha una parte improvvisativa forte.

L’ascolto del vostro album è stato davvero stimolante: quanto di quello che ascoltiamo sul disco è dal vivo è tradizione e quanto è materiale interamente composto da voi?
La base è interamente tradizionale, utilizziamo melodie, testi, storie che sono parte della tradizione, ma la rielaborazione è una parte importante del nostro lavoro. Il pubblico in Corea all’inizio era scioccato dal nostro approccio, anche se credo che la nostra ispirazione tradizionale sia ben riconoscibile, poi ha prevalso un sentimento di curiosità: mischiare strumenti tradizionali, chitarre distorte, effetti elettronici era qualcosa di nuovo nel nostro paese, che peraltro ha un’importante vocazione tecnologica. La nostra ispirazione sono tutti i musicisti (ma anche gente di teatro, scrittori) con cui abbiamo incrociato il nostro cammino.

Com’è la gioventù coreana di oggi?
Penso non sia diversa da quella degli altri paesi del mondo, come ti ho già detto, il paese ha puntato molto sulla tecnologia e questo ci ha reso aperti agli stimoli che provengono dall’Europa o dall’America. La gente ascolta musica proveniente da tutta il mondo, e i giovani sono molto veloci nell’assimilare gli stimoli e rielabolarli, inclusa ovviamente la musica. 
La nostra musica tradizionale è molto supportata dalle istituzioni, e questo mix di ascolti e differenti input non può che essere un bene. Personalmente siamo continuamente influenzati da certo jazz contemporaneo e da musiche provenienti da altri paesi. Nel ventunesimo secolo non consideriamo la musica europea come qualcosa di esotico.

Il nome “Black String” da cosa deriva?
Nella cultura orientale il nero non è solo un colore, ma allude a qualcosa di misterioso e occulto. Black String è la traduzione del nome del Geomungo, il mio strumento. La spiegazione ha a che fare con la filosofia, la mistica e con la nascita del Cosmo. Il nero è qualcosa che ha a che fare con il mistero della creazione.

Cosa ha in comune la musica coreana con la musica degli altri paesi dell’estremo oriente e del Sud Est Asiatico?
La storia dei diversi paesi, la filosofia, la musica sono ben differenti. Noi orientali abbiamo una sorta di “sentire comune” che in qualche maniera ci accomuna, ma le nostre culture sono differenti. Anche gli strumenti sono simili, ad esempio i tamburi giapponesi koto sono imparentati con i nostri, ma le tecniche di esecuzione sono totalmente diverse.



Black String – Mask Dance (ACT, 2016)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

La magia live del gruppo di Seoul, rimane intatta nella loro prima prova in studio “Mask Dance”, distribuita in Europa dalla tedesca Act (etichetta che gravita nell’ambita del jazz e delle sue contaminazioni). Sette composizioni tutte piuttosto lunghe, per lo più attribuibili alla leader e suonatrice di geomungo Yoon Jeong Heo, con l’eccezione del tradizionale “Song from Heaven” (nell’edizione europea del CD, i titoli sono in inglese) e del brano “Floating, Flowing” del compagno di etichetta Esbjorn Svensson. Tutte le composizioni sono delle vere e proprie suite dove la fusione fra tradizionale e moderno, fra acustico, elettrico ed elettronico è sempre in perfetto equilibrio e dove le parti cantate, affidate al percussionista Min Hwang, rendono ancora più accattivante il mélange di sensazioni. I paradigmi delle diverse anime del suono Black String sono identificabili nella title track, una cavalcata sonora dove geomungo e  percussioni  forniscono un intricatissima trama ritmica, e la chitarra del bravissimo Jean Ho, giovane musicista di prestigiose frequentazioni e studi newyorkesi, è libera di spaziare fra suoni a volte lancinanti a volte liquidi, e dove i vocalizzi della bellissima voce di Hwang regalano spazialità ad un suono diversamente costretto in ritmiche serrate, e in “Growth Ring” dove sono i flauti di bamboo a condurre il tema e a fornire le parti improvvisate, con il versatile geomungo sempre presente a fornire contrappunti melodici e ritmici. Una prima prova matura e convincente per il quartetto coreano che a luglio si esibirà in una lunga tournée che toccherà diversi Stati.


Gianluca Dessì

Amine & Hamza with The Band Beyond Borders – Fertile Paradoxes (Arc Music, 2017)

Se non apparisse una locuzione abusata, parleremmo di fusion che abbatte barriere geografiche e musicali: eppure è quanto evoca l’ascolto della notevole nuova prova di Amine e Hamza Mraihi, due fratelli tunisini residenti in Svizzera. Specialisti dei loro rispettivi strumenti appartenenti alla tradizione araba classica, il liuto ‘ūd e la cetra a corde pizzicate qanoun, in cui eccellono per padronanza tecnica e approccio creativo, i due hanno alle spalle una solida discografia e hanno suonato su palcoscenici e festival di primo piano (fra i tanti Istituto del Mondo Arabo di Parigi, Kennedy Center a Washington concerti della BBC, Opéra de Il Cairo, Teatro della Médina a Beirut). Il titolo, “Fertile Paradoxes”, racchiude il senso della ricerca della coppia, che realizza molto di più che un incontro ed una commistione di generi. Il disco li vede magnifici autori, con il sestetto base in cui operano l’indo-svizzero Baiju Bhatt (violino), lo svizzero Valentin Conus (sax tenore e soprano), il tablista indo-francese Prabhun Edouard e lo svedese Fredrick Gille (percussioni assortite, dall’Africa all’India, passando per l’America Latina). Uno stuolo di guest si unisce alla Band Beyond Borders nelle otto composizioni (le tracce oscillano tra i sette minuti e mezzo e i dieci minuti): in “Spleen” e “Café Tunis” c’è la voce di Kaushiki Chakraborty, Vincent Ségal mette il suo archetto in “Spleen” e “Letter to God”, i mantici di Vincent Peirani e Jakub Mietla entrano in “Brahim's Dream”, “Café Tunis” e “Letter to God”, un’orchestra d’archi si mette all’opera ancora in “Spleen” e in “Lullaby for Leo”, mentre i bassisti Lukasz Adamczyk e Jean-Pierre Schaller accrescono quell’elemento jazz, che si fonde con l’universo modale di matrice arabo-mediorientale, con gli inserti vocali e la ritmica indostana, gli sprazzi flamenco e i passaggi cameristici. Incisivo e avvolgente il dialogo tra cordofoni di ”Love is an Eternal Journey”, non smarrisce l’approccio collettivo “The Quest”, fa colpo la composita anima di “Frozen Rivers”. Persuadenti paradossi. 


Ciro De Rosa

The Mavericks – Brand New Day (Mono Mundo/Goodfellas, 2017)

Formatisi nel 1989 a Miami, dall’incontro tra il cantante di origini cubane Raul Malo ed il bassista Robert Reynolds, i Mavericks in breve tempo conquistarono la scena live californiana con il loro originale intreccio tra country, rock e ritmi latin. Nell’autunno dell’anno seguente, mentre a Seattle cominciava ad esplodere il grunge e sulla West Coast ancora permanevano i focolai del punk, Malo e soci debuttarono in piena controtendenza con le mode debuttarono con il disco omonimo che suscitò subito l’interesse delle major, tant’è che nel 1991 siglarono il contratto con la MCA con cui diedero alle stampe “From Hell To Paradise”. Il grande successo arrivò però con il terzo disco “What A Crying Shame” del 1994 che fruttò il disco di platino e ben quattro hits nelle charts country: “O What a Thrill”, “There Goes My Heart” e “I Should Have Been True”. Gli anni successivi grazie a dischi come l’ottimo “Trampoline” fecero incetta di consensi, ma agli albori del nuovo millennio qualcosa cominciò a scricchiolare e, complice lo scarso successo di “The Maverics” nel 2003 la band si sciolse, e Raul Malo si dedicò con alterne fortune alla sua carriera come solista. Dopo dieci anni, il frontman decise di rimettere in piedi il gruppo con “In Time” che ebbe un buon riscontro dal punto di vista commerciale, ma i giorni di gloria del passato erano ormai un ricordo perché a riportarli con i piedi per terra arrivò l’inatteso insuccesso di “Mono” del 2015. A distanza di due anni da quest’ultimo Raul Malo e soci tornano con “Brand New Day”, non disco in studio che sin dal titolo segna una nuova fase nel percorso artistico dei Mavericks, svelandoci una band completamente rigenerata dal punto di vista dell’ispirazione. Se per ripetere quanto fatto in passato sarebbe praticamente impossibile, questo nuovo lavoro è una sorta di compendio dell’ampio raggio sonoro in cui si muove la band americana. I dieci brani, infatti, si muovono su sentieri sonori differenti spaziando dal sound tex mex dell’iniziale “Rolling Along” al country soul della title-track, passando per le atmosfere jazzy old time di “Easy As It Seems” e la vanmorrisoniana “I Think Of You”. Non è finita qui però, perché il disco svela brano dopo brano altre belle sorprese come il letto “Goodnight Waltz”, la divagazione sul border messicano di “Damned (If You Do), e la ballata fifthies “I Will Be Yours”. L’irresistibile boogie “Ride With Me” ci conduce verso il finale in cui godibilissime sono il crooning di “I Wish You Well” e il tex mex di “For The Ages” che chiude il disco. Nell’arco dei suoi trentotto minuti, “Brand New Day” veleggia su acque sicure regalandoci un pugno di ottimi brani che non cambieranno certamente di un millimetro la storia della musica americana, ma per gli appassionati del genere saranno l’occasione per riconciliarsi con la band di Raul Malo. Bentornati! 


Salvatore Esposito

Francesco Di Vicino 'O Figlio d' 'o Viento – Preta Santa (Autoprodotto, 2016)

Non di rado il nostro viaggio sonoro attraverso l’Italia ci regala piccole grandi sorprese, facendoci entrare in contatto con artisti che percorrono sentieri lontani dai grandi palcoscenici, ma non per questo motivo privi di talento. E’ il caso di Francesco Di Vicino, chitarrista e cantautore napoletano con alle spalle una carriera ormai trentennale spesa tra la sua intensa attività live che lo ha portato ad esibirsi in tutta la penisola, collaborazioni con artisti come Mimmo Cavallo, Tony Cercola e Carlo Faiello e una serie di dischi a proprio nome. Dopo aver debuttato nel 2003 con “Il Bianco & Il Nero” disco marcatamente cantautorale nel quale spiccava il brano “Massimo” dedicato a Massimo Troisi, l’artista napoletano, a partire dal suo secondo album “Tammurriango” del 2008, ha intrapreso un percorso di riavvicinamento alla tradizione musicale campana, concretizzatesi nel 2012 con la pubblicazione di “Zingari Distratti” con il moniker Figlio d’ ‘o viento ad affiancare il suo nome in copertina. A distanza di quattro anni da quest’ultimo, Francesco Di Vicino prosegue il suo cammino con “Preta Santa”, disco nel quale ha raccolto undici brani autografi che nel loro insieme ampliano il raggio della sua ricerca sonora, aprendosi alle sonorità della world music. In questo senso determinante ci sembra l’apporto del folto gruppo di strumentisti che lo accompagna composto da Costantino Artiaco (basso e contrabbasso), Salvatore Abete (batteria), Teodoro Delfino (percussioni e tamburi a cornice), Tony Panico (sassofoni), Vittorio Cataldi (fisarmonica), Pasquale Nocerino (violino), Sergio De Angelis (batteria), Angelo Ruocco (tromba) e Marco Di Palo (violoncello). L’ascolto rivela tutta la dedizione e la passione con la quale il cantautore napoletano approccia il songwriting mantenendosi in un equilibrio perfetto tra influenze che spaziano dai Musica Nova ad Enzo Avitabile ed il suo originale approccio allo storytelling. Le canzoni di Di Vicino racchiudono istantanee di vita quotidiana, frammenti di attualità, ricordi personali e sguardi verso il passato, il tutto velato da un amaro disincanto come nel caso dell’inziale “Africa” o della sofferta “Sei Sette” in cui spicca la ciaramella di Mimmo Maglionico o ancora della riflessiva “Sto capenno”. Se la trascinante “Abballa” ci riporta alla mente le pagine di controstoria dell’unità d’Italia, la successiva “Nun te scurdà ‘e me” è una splendida ballata d’amore, a cui seguono in sequenza “Piccolo Bu”, “Canzone sciuè sciuè”, e “Quanno ‘o sole se ne va” nella quale fa capolino la voce narrante di Ciro Esposito. Il ricordi di infanza di “Sciallo d’’a nonna” e il raggio di speranza di “Dimane” ci conducono verso il finale in cui a spiccare è la title-track nella quale Di Vicino rilegge in modo personalissimo le profezie contenute nei libri di Daniele e dell’Apocalisse. “Preta Santa” è, insomma, un disco genuino ed intenso che non mancherà di appassionare i cultori della canzone d’autore made in Napoli. 


Salvatore Esposito

Sergio Arturo Calonego & Enrico Negro, Folk Club, Torino, 13 aprile 2017

Ci siamo già occupati di Calonego e Negro in occasione dell’uscita dei loro ultimi lavori “Dadigadì” e “Le memorie dell’acqua”. Il Folk Club di Torino ci ha offerto ora l'occasione per vederli condividere il palco per la prima volta. La comune passione per il chitarrista Pierre Bensusan li ha fatti incontrare nel febbraio dello scorso anno proprio tra i sedili di questo locale, ed è così che nasce questa prima collaborazione tra i due. L’occasione è certamente interessante per via delle personalità profondamente diverse dei due artisti. Enrico Negro ha alle spalle una ormai lunga carriera come chitarrista classico, soprattutto con il Vivaldi Guitar Trio, attività che da sempre affianca alle collaborazioni con ensemble di musica di estrazione popolare. Più tortuoso invece il percorso di Sergio Calonego che ha seguito un suo personalissimo iter artistico: partito dal blues si propone in seguito anche come autore e cantautore, e solo da ultimo si dedica alla chitarra acustica, dopo un percorso molto intimo e un lungo apprendistato svolto al chiuso “nel bagno di casa”, come ha ironicamente ricordato egli stesso nell’occasione. Il concerto si è svolto con due set separati per i due artisti, che si sono riuniti alla fine per un solo brano. 
Ha aperto la serata Enrico Negro con il brano che dà il titolo al suo ultimo disco, e diciamo da subito che “Le memorie dell’acqua” è forse in assoluto il brano che ci è piaciuto di più, una interpretazione molto convincente con uno stile ed un suono che a tratti ci ha piacevolmente ricordato il primo Alex De Grassi. La scaletta si è poi sviluppata con incursioni nel repertorio classico inframezzate da brani più vecchi del proprio repertorio come “Autunno Pedemontano” e “Cuoricino”. Certamente per i palati più fini la “Gnossienne n.1” di Erik Satie (da un adattamento per chitarra di Roland Dyens), mentre il Claudio Monteverdi di “Chi vol che m’innamori” ci ha riportato immediatamente allo spirito del John Renbourn più barocco, stavolta però al servizio della tradizione italiana e del grande compositore cremonese. Ma, a nostro avviso, è il folk il vero territorio dell’artista, ed è qui che Negro ci pare esprimersi al meglio, nella rivisitazione e nell’adattamento del reportorio musicale popolare. È il caso della reinterpretazione di due brani dei La Ciapa Rusa, storico gruppo piemontese di musica tradizionale attivo a cavallo degli anni ’70-’80, brani in cui Negro, insieme al brano di apertura, raggiunge la maggiore intensità interpretativa della serata. Chiude l’interpretazione strumentale di “A’ cumba” di Fabrizio De André e Ivano Fossati, un brano che nasce già per chitarra e con una forte ispirazione folk che ma che Negro reinterpreta stavolta, sorprendendoci, variando sensibilmente l’armonia e linea melodica con un approccio quasi jazzistico, confermando ancora una volta la non banalità delle proprie scelte e il proprio eclettismo. Enrico Negro si conferma artista maturo, capace di passare con scioltezza da uno stile all’altro. Ma riesce a dare il meglio nelle composizioni che coniugano l’ispirazione della musica popolare con la tecnica chitarristica classica. Ci piace sicuramente la sua capacità di accostare musica colta e tradizione popolare senza banalizzare la prima (Giovanni Allevi docet!)
 e nobilitando invece la seconda, senza restare imbrigliato nel formalismo della impostazione classica dello strumento, ma adattandosi invece anche alle piccole imprecisioni come un ostinato o un bordone, volutamente non sempre esatti, che rendono credibile i brani di ispirazione più folk. Sergio Arturo Calonego ha aperto il secondo set dimostrando subito un divertente istrionismo, raccontando anche la particolare storia sul come si sia avvicinato alla chitarra acustica (per chi volesse saperne di più rimandiamo a questa intervista su Fingerpicking.net), inoltre la curiosa scelta di accordare la chitarra “calante” a 432Hz, chitarra che Calonego suona esclusivamente con accordatura DADGAD (dalle sigle inglesi di Re La Re Sol La Re). La scaletta si è sviluppata alternando brani strumentali, “Seluna”, “Dissonata”, “Dadigadì” e brani cantati, “Suite r.” e “Darlin’”, quest’ultimo in inglese, lingua che sembra meglio esaltarne il grave timbro vocale e che ben si sposa con i cenni blueseggianti che l’artista spesso lascia trasparire nei brani. I brani strumentali dimostrano la frequentazione degli stili contemporanei della chitarra acustica, conditi da quegli effetti percussivi che sono ormai corredo di ogni chitarrista acustico contemporaneo, ma questi non prendono mai il sopravvento e rimane un preciso senso della melodia che ce lo fa apprezzare. 
Simpatico intermezzo è la medley di “Summertime”, Crossroads”, dell’ “Adagio in Sol minore” di Albinoni e un divertente accenno finale a … “Smoke on the Water”. Calonego gioca stavolta un po’ a fare la parodia del bluesman ed il pubblico apprezza anche questa capacità di non prendersi troppo sul serio. L’intreccio è sicuramente divertente ed efficace sul palco, l’artista mostra voglia di comunicare e di ricercare l’empatia con il pubblico. Senza mai eccedere, l’approccio è sincero e non serve a “mascherare” la musica” dietro le parole. In un caso la presentazione di un brano si fa più seria, e coincide con l’interpretazione che sicuramente ci ha colpito di più, lo strumentale “Dolcezza”; è il brano è sicuramente il più sentito ed ispirato, inoltre ha un sapore vagamente mediterraneo che lo fa distinguere dagli altri. La serata si conclude con l’unico brano suonato insieme dai due musicisti, “All along the watchtower” opportunamente “dylaniata” dalla cavernosa voce di Calonego. Serata piacevole, equilibrata dalla diversa personalità musicale dei protagonisti che ha donato varietà al programma. Una proposta di qualità, come da solida tradizione per il Folk Club, e due artisti interessanti e diversi, che vi consigliamo decisamente di andare a vedere se ve ne capita l’occasione. 


Pier Luigi Auddino

Storia della chitarra acustica solista pt.3

Gli anni ’80 – oltre la tradizione
Alla fine degli anni '70 e per tutti gli anni ’80 il posto che era stato della Takoma viene preso dalla casa discografica Windam Hill, fondata dal chitarrista William Hackerman (1949). La Windam Hill sarà la casa dei più importanti chitarristi di questo periodo: Alex De Grassi (1952) e Michael Hedges (1953-1997) sopra tutti, ma anche di altri ottimi musicisti come Michael Gulezian (1957). In essi la tecnica sullo strumento mostra ancora un deciso passo in avanti, mentre la complessità compositiva, che si stacca ormai nettamente dalle radici del blues acustico, rivela ora le influenze della musica colta e del jazz, nel tentativo di creare una sorta di “forma orchestrale su sei corde”. Caratteristica comune a molti chitarristi di questa generazione è anche lo sviluppo di quegli stili percussivi sullo strumento che sono oggi corredo di quasi ogni chitarrista acustico e, grazie anche alle migliori tecniche di registrazione e amplificazione, lo sviluppo anche sulla chitarra acustica della tecnica del tapping, che proprio in quegli anni si diffonde ma che fino a quel momento era prerogativa dei soli chitarristi elettrici 1. A parte va citato il caso del chitarrista francese Pierre Bensusan (1957), che a soli 17 anni si rivela al pubblico come talento precoce. 
La sua musica segue un percorso molto personale, legato più alla cultura del folk europeo, senza seguire troppo l'onda dello sviluppo tecnico sullo strumento, ma privilegiando piuttosto uno spiccato lirismo compositivo.

Chitarristi contemporanei
Negli ultimi anni lo sviluppo degli approcci compositivi segna una battuta d’arresto. I chitarristi dell’ultima generazione, indicativamente dagli anni’90 in poi, sono tutti per lo più degli stilisti: virtuosi dello strumento che esaltano e perfezionano approcci musicali che non sono però del tutto originali. Il livello di raffinatezza come esecutori ormai è sempre notevole e raggiunge i vertici con Peppino D’Agostino (1951) e Preston Reed (1955) e che mostrano tutta l’eredità della scuola Windham Hill. Woody Mann (1953) è invece il più legato al fingerpicking classico mentre Tommy Emmanuel (1955), dopo una prima parte della propria carriera come chitarrista elettrico, si è poi definitivamente convertito alla chitarra acustica diventando ad oggi certamente il chitarrista più popolare ed ammirato, anche per una notevole abilità tecnico-percussiva.

In Italia 
Già dalla fine degli anni '70 assistiamo alla formazione di una piccola ma dignitosissima schiera nostrana di chitarristi acustici. Oltre al già citato Peppino D’Agostino, che è ormai da considerarsi a tutti gli effetti statunitense, i nomi più importanti sono quelli di: Maurizio Angeletti, il più legato all'esperienza di Fahey e della sua "scuola" insieme a Roberto Menabò; Riccardo Zappa che, animato da un vivace eclettismo, arriva spesso a sperimentare le più diverse sonorità; Franco Morone lirico e arioso, il più vicino al modello di Renbourn assieme a Giuseppe Leopizzi; il già citato Beppe Gambetta, il campione del bluegrass nostrano. Dalla metà degli anni ’90 la più recente schiera di chitarristi italiani si è notevolmente infoltita grazie anche al contributo di numerosi chitarristi che talvolta arrivano da esperienze musicali diverse: Paolo Giordano, Stefano Nobile, Armando Corsi, Giovanni Pelosi, Daniele Bazzani, Pino Forastiere, Luca Francioso, Roberto Dalla Vecchia, Walter Lupi e molti altri.

Considerazioni attuali
Negli ultimi anni le reali novità paiono veramente poche e lo sviluppo creativo della musica per chitarra acustica solista sembra purtroppo essersi fermato 2
Molti dei musicisti di oggi possiedono un livello tecnico ottimo ed invidiabile, ma troppo spesso manca loro un'autentica spinta innovativa, magari capace di rileggere la tradizione per guardare avanti. Troppi musicisti infatti si relegano nella riproposizione degli stessi stilemi, sempre più raffinati e stilizzati fino al parossismo, scadendo però a volte in una sorta di paradossale "pop acustico"! La musica per chitarra acustica rischia, e purtroppo spesso già accade, di diventare una musica ad uso "esclusivo" dei chitarristi, incapace di rivolgersi ad un pubblico più ampio e "non preparato", a volte un'esibizione compiaciuta di tecnica e acrobazie percussive spettacolari che, seppure sul momento possono incantare il pubblico, di fatto sacrificano la melodia e la composizione all'effetto spettacolare e alla lunga allontanano invece l’ascoltatore da una musica che si mostra troppo "altra" e "poco musicale" in senso stretto. Un esercizio di stile e tecnica insomma che può mascherare una povertà di idee compositive anche drammaticamente profonda. All'origine di ciò sta probabilmente un malinteso. Il tentativo di ampliare le possibilità espressive della chitarra porta di fatto a costringere approcci non chitarristici sullo strumento che, se non sapientemente dosati, sacrificano la composizione all'effetto timbrico e ritmico, o addirittura puramente “scenico”. 
Forse si dovrebbe piuttosto accettare che la chitarra è uno strumento intrinsecamente limitato in alcune possibilità, soprattutto armoniche, e che invece entro quei limiti è da ricercare, e si spera qualche volta "trovare", la massima creatività ed espressività. Credo vada considerato pure un fatto strettamente economico: suonare la chitarra da sola “costa poco”. L’ingaggio di un musicista per una esibizione dal vivo è certamente inferiore a quanto sarebbe avendo altri musicisti al seguito, mentre pur con un ingaggio ridotto il margine di guadagno per il singolo musicista può risultare anche maggiore, il che, unito ad un impegno organizzativo sia tecnico-pratico che orchestrale praticamente nullo, attrae alcuni musicisti verso la forma del “concerto solo” di chitarra acustica, e non necessariamente, a mio avviso, per una scelta squisitamente artistica. Ciò è più evidente in quei chitarristi che non si riconoscono, o comunque non mostrano nella propria musica, una dimestichezza con la dimensione propriamente "acustica" dello strumento, e che provengono per lo più da esperienze e tradizioni musicali diverse, classica, jazz, rock o addirittura pop, ma che trovano nella chitarra acustica uno mezzo idoneo allo sviluppo di una personale dimensione artistica, e sfruttano appieno invece le potenzialità dei più recenti sistemi di amplificazione e di conseguenza anche le tecniche mutuate dalla chitarra elettrica.



Pier Luigi Auddino


Torna alla seconda parte

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1 Il primo uso sistematico ed efficace del tapping su chitarra elettrica lo si può ascoltare nel disco omonimo dei Van Halen (1978) ad opera del chitarrista Eddie Van Halen,che diede immensa popolarità a questa tecnica e imponendo una svolta decisiva per l’evoluzione stilistica della chitarra elettrica. Si ascolti soprattutto il brano Eruption.
2 Non si vorrebbe essere tacciati di passatismo, né apparire come uno dei tanti laudatores temporis acti. Piuttosto vale per la musica acustica una considerazione spesso riferita ad altri generi come il blues, il jazz o il rock che pure dimostrano una vitalità e una capacità di reinventarsi a mio avviso maggiore, per quanto ridimensionata rispetto all’esplosione incessante di nuove idee che si è registrata fino alla fine degli anni settanta.

Francesco Ponticelli – Kon-Tiki (Tûk Music, 2017)

Sbocciato nelle fila della band New Generation di Enrico Rava, Francesco Ponticelli è un talentuoso contrabbassista e compositore con alle spalle un intenso percorso artistico maturato dal vivo e in studio in diverse formazioni, e ben noto per essere il leader del quartetto, nato nel 2011, e composto da alcuni dei migliori strumentisti italiani del momento: Enrico Zanisi al piano e synth, Dan Kinzelman ai sassofoni e clarino ed Enrico Morello alla batteria. A tre anni di distanza dal debutto “Ellipses”, ritroviamo il quartetto con “Kon-Tiki”, pregevole album nel quale hanno raccolto nove brani inediti firmati dal contrabbassista che nel loro insieme condensano tutta l’esperienza accumulata in questi anni. Rispetto al precedente legato ad un’estetica prettamente elettronica, questo nuovo lavoro evidenzia una importante crescita tanto dal punto di vista della ricerca sonora, quanto da quello compositivo che si riflette in brani più aperti alle improvvisazioni dei vari strumentisti. Accolti dalla copertina, opera dell’artista spagnola Pilar Cossio, il disco durante l’ascolto svela un sound, ormai lontano dai riferimenti musicali americani, caratterizzato da atmosfere e spaccati cantabili di grande forza evocativa, come dimostra l’iniziale “Verso rosso” o quel gioiello che è “14 Agosto” in cui brilla l’affascinante linea melodica con Zanisi che si divide tra pianoforte e sintetizzatori, assecondato magistralmente dal clarinetto di Kinzelman. Se “Rings” si dipana tra le atmosfere sintentiche delle prime battute ed una sontuosa parte acustica in cui protagonista è ancora Kinzelman questa volta al sax tenore, la successiva “Auf Wiedersehen” colpisce per la trama eterea del pianoforte che ci schiude le porte ad un crescendo corale di puro lirismo. La complessa trama ritmica di “Withe” e la trascinante “El Dorato” ci introducono prima ai ritmi spezzati di “Alabama” e poi alla superba “Underground Railroad” che rappresenta, senza dubbio, il vertice assoluto del disco. La poesia quasi mistica di “Onde” suggella un album notevolissimo che non mancherà di rapire letteralmente gli ascoltatori più attenti. 


Salvatore Esposito

Arthur Russell – Instrumentals (Audika Records, 2017)

Giunti ormai nel 2017, la statura artistica di Arthur Russell non è certamente un mistero. L’indagine della sua opera iniziata dopo la morte nel 1992, continua intensamente da ormai più di un decennio rivelando costantemente tracce di un’eclettica e talvolta profetica genialità sicuramente meritevole di maggiori consensi. Nato il 21 maggio del 1951 a Oskaloosa nell’Iowa, si avvicinò molto presto alla musica suonando il violoncello nella banda municipale del suo paese. Trasferitosi a San Francisco nel 1967, entrò nella comune di Neville G. Pemchekov Warwick, dove si immerse nella meditazione e nella nascente cultura hippie. Tutto iniziò nel 1970, quando, passeggiando in un parco, Arthur incontrò per caso il poeta Allen Ginsberg che lo coinvolse nella registrazione di alcuni mantra. La multiforme sensibilità del timido giovane e la capacità di destreggiarsi con strumenti e performers impressionarono decisamente Ginsberg che incoraggiò il suo talento… Russell era ormai pronto per dedicarsi definitivamente a ciò che più amava, la musica. Il trasferimento a New York nel 1973 si rivelò decisivo; se da una parte, gli ambienti più accademici non compresero da subito la sua proposta, dall’altra, il sostegno di artisti del calibro di: Philip Glass, Rhys Chatham o Ernie Brooks, fu determinante. Proprio Chatham avrà un ruolo particolarmente determinante nella vita artistica di Russell, affidandogli il suo posto come direttore di The Kitchen, mecca per le nuove sperimentazioni musicali/artistiche Newyorkesi e sede d’incontro di nuovi amici e collaboratori tra cui: Jon Gibson, Peter Gordon, Julius Eastman, Peter Zummo e moltissimi altri. “Instrumentals” recente pubblicazione Audika su doppio vinile è una perfetta fotografia di questa prima fase della vita di Russell. Non a caso, gran parte delle composizioni omonime suddivise in due volumi furono eseguite e registrate proprio a The Kitchen tra il 1975 e il 1978 con una lineup comprendente oltre allo stesso Russell al violoncello, molti dei musicisti precedentemente citati. “Instrumentals” si potrebbe definire come uno splendido tentativo (riuscito) di far convivere insieme musicisti differenti suonando secondo una cosciente arbitrarietà, che lasci spazio ai micro eventi possibili all’interno delle composizioni stesse. L’apparente senso di indeterminatezza e “precarietà” che ne deriva, rafforzano in realtà il potenziale emotivo dei brani che mantiene sempre una valenza determinante. Una delle grandi peculiarità del primo Russell, è proprio quella di riuscir a trasmettere alle composizioni una sensibilità melodica unica, tanto da sembrare sospese e fluttuanti in una dimensione altra. All’ascolto i brani sembrano rievocare un curioso incontro tra Moondog e i tipici aromi minimalisti, fusi però con le sgargianti sonorità degli arrangiamenti pop e easy listening della cultura americana in un melting-pot piuttosto unico e personale. La compilation in questione include anche due composizioni dalla natura più esplorativa e sperimentale registrate nel 1975 presso la Phill Niblock’s Experimental Intermedia Foundation: “Reach One” un pezzo ambient e meditativo per due Fender Rhodes e Sketch For “Face Of Helen” brano ispirato dal lavoro di Arthur con l’amico e compositore Arnold Dreyblatt per testiera e registrazioni ambientali del brontolio di un rimorchiatore sul fiume Hudson. Tutti i materiali inclusi in “Instrumentals” sono già stati precedentemente pubblicati in passato sulla raccolta “First Thought Best Thought” edita sempre da Audika nel 2006. Questa rimane però un’ottima occasione per ri ascoltare una parte importante e consistente delle prime composizioni di Arthur Russell che anticipano la successiva e personalissima svolta disco affermatasi con la fondazione della Sleeping Bag Records. Un documento da non perdere. 


Marco Calloni

Corzani Airlines: Daniel Melingo


Daniel Melingo (Hotel Palatino, Roma, Aprile 2017)
Foto di Valerio Corzani


“Il tango è un gran sentimento che abbraccia musica, ballo, poesia, filosofia, una maniera di vita. E’ la storia del vivere quotidiano. Io personalmente con il tango-canción canto ai perdenti, alla gente che non ha avuto fortuna, è una musica per definizione nostalgica. Politica? Tutto è politica, ma io non parlo di politica nella musica: la faccio; la mia canzone è cronaca, non critica, e nel raccontare cerco di combinare dramma, commedia e istrionismo”.
Daniel Melingo

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