BF-CHOICE: Giuseppe D'Avenia D'Andrea - Ballate d'Argilla

“Ballate D’Argilla” di Giuseppe D’Avenia è un’opera sorprendente, che si snoda tra idiomi tradizionali lucani e influenze del chitarrismo anglo-celtico. Un'antologia di storie locali dal respiro mediterraneo ed europeo...

BF-CHOICE: Gigi Biolcati - Da Spunda

Precipitato delle esperienze accumulate, cantato in italiano e in dialetto santhiatese, "Da Spunda" è il primo disco solista per l'eclettico percussionista Gigi Biolcati. E' come un guardarsi allo specchio; un one-man-band che sgombra il campo da cliché folk facendo tutto da solo...

BF-CHOICE: Peppe Voltarelli - Voltarelli canta Profazio

Come «l’energia di un’onda che sbatte sulla riva»: il canzoniere del folksinger Otello Profazio riletto da Peppe Voltarelli, un progetto che viene da lontano, con il progessivo avvicinamento a questa multiforme personalità da parte di un artista che non si ferma mai...

BF-CHOICE: Flo - Il Mese del Rosario

“Il mese del rosario” è un album acustico pieno della profondità femminile, in cui coesistono poetica crudezza e desideri, ombre scure e amori violenti, memorie familiari trasfigurate e spunti narrativi che diventano cronache individuali e collettive, storie scomode, perfino inconfessabili:...

BF-CHOICE: Stefano Saletti e Banda Ikona - Soundcity

“Mediterraneo come intersezione, luogo di antiche persistenze e di nuove contraddizioni, di migrazioni, fughe e diaspore, di ferite, di sangue e di lutti ormai quotidiani. Mare plurale (Matvejević), di transiti culturali, di musiche prossime per tratti comuni (di ieri e di oggi), di remote e ritrovate assonanze...

giovedì 29 settembre 2016

Numero 274 del 29 Settembre 2016

Il primo “Blogfoolk” autunnale mette in copertina James Senese, sassofonista e cantante napoletano, fresco vincitore della Targa Tenco per il miglior disco nella sezione dialetto con "’O Sanghe", in ex-aequo con l’autrice algherese Claudia Crabuzza. Del suo recente album, registrato insieme a membri storici di Napoli Centrale, ma anche di molto altro, si è parlato nel corso della lunga intervista che il nero a metà partenopeo ci ha rilasciato. Sul fronte world, vi proponiamo i suoni meticci con voci occitane e arabe, percussioni e corde di "Cinc", il nuovo album dei Du Bartàs, provenienti dalla regione di Linguadoca-Rossiglione. Restiamo in Francia per occuparci dell’etno-jazz a tinte mediorientali di "Joussour", disco del sestetto guidato dal suonatore di ‘ūd palestinese Issa Murad. Ancora corde vibranti, ma questa volta sono per "Joint Control", opera dal vivo che fotografa in modo straordinario la collaborazione tra John Renbourn e Wizz Jones. Da ultimo, torniamo in Italia per presentarvi "Echoes" del duo Free Dot, ovvero il percussionista Paolo Paciolla e il flautista Antonio Cotardo. In questo numero 274, ci è caro lo spazio dedicato alla live music, perché Giorgio Zito ci parla della trentaduesima edizione di “Folkermesse”, svoltasi a Casale Monferrato nelle scorse settimane: è la rassegna ideata e diretta da quel grande artefice del folk italiano che è Maurizio Martinotti. Da una manifestazione storica a una nata da poco, raccogliamo, infatti, il report dalla seconda edizione del “Bruno Petrachi Folk Festival”, che ha ridestato l'attenzione sul folk urbano del Salento. Ancora, le nostre antenne captano i segnali dal #NuovoMEI 2016, 'andato in scena' a Faenza dal 23 al 25 settembre. In conclusione, vi proponiamo una lettura in musica con il libro-CD "La Grande Guerra Cantata" di Modesto Brian e Domenico Zamboni. In conclusione, ci piace ricordare due musicisti recentemente scomparsi, che in modo diverso hanno dato tanto alla musica tradizionale italiana: Mimmo Boninelli, ricercatore e fondatore del Canzoniere Popolare Bergamasco, e il polistrumentista friulano Alfredo Lacosegliaz.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

JNC James Senese & Napoli Centrale – ‘O Sanghe (Ala Bianca/Warner Music, 2016)

Nel disco dal vivo “Passione Tour – Live in Naples”, oltre alla bella versione del classico dei Napoli Centrale “Campagna” contiene una vera gemma. E’ la rilettura di James Senese di “Passione” di Libero Bovio, Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente, nella quale presente e passato sembrano incontrarsi, tradizione e rivoluzione diventano un tutt’uno nella sua voce increspata ed intensa, ma soprattutto nella struggente coda strumentale dove giganteggia il suo sax. James Senese, nell’arco di cinquant’anni di carriera, ha rappresentato tutto questo, essendo l’anello di congiunzione tra la tradizione napoletana e la sperimentazione jazz rock del Neapolitan Power di cui è stato l’indiscusso caposcuola con i suoi Napoli Centrale. Nella sua biografia “Je sto ccà” di Carmine Aymone pubblicata da Guida editore, c’è un passaggio illuminante in questo senso: “Io sono nato nero e sono nato a Miano, suono il sax tenore e soprano, lo suono a metà strada tra Napoli e il Bronx, studio John Coltrane dalla mattina alla sera, sono innamorato di Miles Davis, dei Weather Report e in più io ho sempre creato istintivamente, cercando di trovare un mio personale linguaggio, non copiando mai da nessuno…il mio sax porta le cicatrici della gioia e del dolore della vita”. Dai primi successi con gli Showmen di Mario Musella alla fine degli anni Sessanta, passando per gli straordinari dischi con Napoli Centrale dei Settanta fino a giungere ai lavori più recenti, James Senese ha ci ha raccontato in modo unico la sua città attraverso le note del suo sax. Lo intervistiamo raggiungendolo al telefono, qualche a pochi giorni di distanza dalla vittoria della Targa Tenco per il miglior album in dialetto con il suo ultimo album “’O Sanghe”. Come se ci conoscessimo da tempo, il sassofonista risponde alle mie domande con grande disponibilità, ora con poche parole, ora come un fiume in piena, nel ripercorrere alcune tappe della sua carriera. La trascrizione non rende giustizia al nostro dialogo, perché è difficile rendere a parole la passione con la quale si racconta a cuore aperto, rigorosamente in napoletano.

Ci puoi raccontare come è nato il nuovo album “’O Sanghe”?
Io suono e compongo in ogni momento, ogni nota che esce dal mio sax nasce da un sentimento molto forte del quale non posso fare a meno. Suonare per me è la vita. Ho cominciato a lavorare a questo disco due anni fa, e volevo raccontare quello che ci circonda nel mondo, quello che vediamo in televisione e nelle nostre città. Sembra tutto un film, mi capisci? Le guerre di religione che fanno milioni di morti, il dramma dell’immigrazione e quello di chi va all’estero per cercare lavoro, le donne che vengono uccise per motivi futili. Abbiamo perso ogni capacità di provare sentimenti. 

Come mai hai scelto questo titolo molto forte?
Ho scelto “’O Sanghe”, il sangue, come titolo perché volevo che si avesse subito di fronte un’immagine forte, estrema. Il sangue rappresenta la vita, il nostro DNA, ma allo stesso tempo è anche l’immagine della disperazione che avvolge la vita di tutti. E’ il sangue del popolo napoletano e di tutti quelli della terra, dei gli ultimi, dei povericristi che stanno in mezzo alla strada senza lavoro. Io non credo nella Chiesa e nella politica, ma so che c’è qualcosa di meglio dopo perché qua stamm troppo nguaiat. Tutto quello che abbiamo fatto non è servito a niente, stamm’ punt e a capo. Così cerco di pregare con il mio sax, e alla fine posso dire che in questo disco c’è anche la speranza che il mondo possa cambiare.  Le canzoni di questo disco sono una specie di preghiere, cerco di mettermi in comunicazione diretta con Dio. A Lui mi rivolgo per chiedergli: tu che l’è fatt stu munn, pecché è tutt’accussì sbagliato? Il miracolo che chiedo a Dio è che ci faccia capire che siamo sulla strada sbagliata. Abbiamo sbagliato tutto, abbiamo perso l’anima.  

In questo nuovo disco ritroviamo Napoli Centrale in formazione allargata, con la presenza alla batteria e in veste di autore di Franco Del Prete…
Questo disco sarebbe dovuto uscire solo a mio nome, ma in realtà è sempre la stessa cosa che venga pubblicato a nome di James Senese o a nome di Napoli Centrale. Questo gruppo è nato con me e Franco Del Prete, e in qualche modo li ho sempre voluti con me. All’epoca degli Showmen eravamo si può dire dilettanti che suonavano la musica americana, ma io sentivo che volevo andare da un’altra parte. Con Franco Del Prete facemmo i Napoli Centrale, il primo Lp fu un successo con “Campagna”. Avevo trovato quel qualcosa in più che con Mario e gli Showmen non avevo: la sperimentazione. La prima volta che ho composto un brano è stata una rivelazione, mi ha dato lucidità, ma avvenne tutto in modo molto naturale. Io ho fatto fino alla quinta elementare ma ho sempre studiato. A dodici anni sentii per la prima volta in un jukebox il suono del sax, non sapevo cosa fosse e andai subito a chiedere in giro. Poco tempo dopo, mi comprai il mio primo sassofono. In tanti anni mi sono sempre fatto un mazzo tanto per cercare quel suono che avevo nel sangue, nella pelle, non volevo copiare gli americani ma volevo cantare in napoletano. I Napoli Centrale sono un gruppo di avanguardia, e nelle mie composizioni vedo sempre oltre quello che ci circonda. Noi siamo abbiamo aperto la strada al Neapolitan Power, ma anche ai gruppi italiani del Nord Italia. In questi anni non ho mai smesso di cercare, di andare sempre oltre, sono rimasto quello che ero sempre. Con questo nuovo disco ho voluto far rivivere Napoli Centrale come è stata sempre e ritrovare Franco Del Prete è stata una cosa naturale perché è un fratello.

Questo nuovo disco arriva a quasi due anni dalla morte di Pino Daniele. Quanto ti manca?
Mi manca assai. Eravamo due fratelli, avevamo molti segreti in comune. Io Pino l’ho cresciuto perché ha suonato per due anni con Napoli Centrale, gli ho trasmesso tutta la mia esperienza, la mia vita. In tanti anni è stato sempre un amico sincero, ci chiamavamo sette, otto volte al mese per raccontarci le nostre storie, le nostre paure, proprio come due fratelli.

Tornando al disco. In apertura troviamo “Bon Voyage”, un brano dal testo molto attuale…
In questa canzone c’è quello che vediamo in ogni momento, che è sotto ai nostri occhi, c’è quello che abbiamo fatto nel passato e che oggi ritora in modo diverso. “Bon Voyage” racconta di chi lascia la propria terra per andare a cercare lavoro e fortuna lontano, e poi se ne pente amaramente. L’emigrazione è attuale oggi in Italia come lo era ieri, ma in questo brano potrebbe esserci anche la storia di chi viene in Italia per cercare un futuro migliore. Nessuno vorrebbe mai abbandonare la propria famiglia, la propria terra, il posto in cui è nato, ma bisogna farlo.

Prima parlavi di un mondo ormai senza sentimento, questo tema caratterizza “Addo' se va”...
Dove andiamo, con una società che chiude gli occhi di fronte ai problemi. La sensazione è che anche la speranza sia morte. Dove si va? Qual è il futuro che ci aspetta?

“Povero munno” nasce dalla collaborazione con Enzo Gragnaniello…
E’ un bel brano. Come Pino, anche Enzo è un fratello per me. Lui è venuto a casa a farmi ascoltare alcuni brani. A colpirmi fu proprio questa e gli ho chiesto di regalarmela per questo disco. Questa è un po’ una novità, visto che è la prima volta che prendo un brano di un altro artista. 

Dal punto di vista sonoro come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Credo che il mio suono sia molto attuale, anzi ti dirò di più credo di essere avanti anni luce. Io sono sulla scena da quarant’anni e in poche parole il mio suono è unico da sempre perché non copio nessuno. Il suono di Napoli Centrale nasce dalla mia vita, dal mio vissuto. Io sono figlio di padre americano e madre napoletana, da questo connubio è nata la mia unicità.

Dal testo alla musica, cosa dici con il sax che non riesci esprimere a parole?
Il sax è l’estensione della mia anima, di quello che tengo dentro. Non c’è separazione tra la musica e il testo, è un tutt’uno nella mia visione: come suono, così scrivo. Le mie canzoni nascono in modo naturale, quando comincio a scrivere non so nemmeno dove vado a finire, poi mi rendo conto che è nato qualcosa di bello. Mi commuovo quando sento questa cosa. E’ come se ci fosse dentro di me qualcosa che mi dice che devo suonare in un certo modo.  Quando hai una sensazione dentro devi fare in modo di trovare il modo giusto per comunicarlo, devi far uscire il suono che ti porti dentro. Questa è la sensazione più bella che si possa avere, fa parte del mio modo di essere. Io song accussì. E’ il mio modo di essere che da quarant’anni è vincente. Mi entusiasma continuare a cercare, anche se oggi navigo nell’oro, il mio camino prosegue sempre.

Hai appena vinto con “’O Sanghe” la Targa Tenco per il miglior disco in dialetto. Come si ci sente a ricevere un riconoscimento così importante a settant’anni? 
Ho ricevuto tanti premi, nella mia carriera, ma so che questo è molto più importante degli altri. Io però non sono abituato ad atteggiarmi, sono una persona vera. Quello che mi viene dato, quello mi spetta, in ogni caso meglio tardi che mai. La cosa bella è che questo disco è arrivato dove altri lavori non erano riusciti e non so nemmeno perché, ma di una cosa sono certo è un lavoro sincero, forte, nel quale c’è tutto quello che sento.

Questo disco e soprattutto questo successo arrivano in un momento di grande fermento creativo per la scena musicale di Napoli…
Napoli è una città molto particolare, lo sai bene. E’ piena di sentimento, e da qua sono nati tanti musicisti di talento, di cui Napoli Centrale può essere considerata la caposcuola. A Napoli non ci fermiamo mai, c’è sempre voglia di andare oltre. Sono contento che con me siano arrivati in finale anche gli Almamegretta e Daniele Sepe, così come mi fa piacere che ci sia questa bella generazione di giovani che fanno musica, e sono consapevoli del fatto che Napoli Centrale ha fatto la storia della musica a Napoli. Io mi sento un po’ come il loro fratello maggiore, diciamo.

Hai portato in tour il disco durante tutta l’estate e proseguirai anche in inverno. Com’è stata la risposta del pubblico.
I concerti sono molto belli ed efficaci perché gran parte del pubblico resta incantata per quello che ascolta, finalmente stanno capendo il sentimento forte che ha James e Napoli Centrale. Questo l’ho trovato in ogni contesto dal grande teatro alla festa di piazza.

Parlando di concerti. Come è andata l’avventura con il tour di “Passione” dal quale avete tratto anche uno splendido disco dal vivo?
Passione ha rappresentato un grande ritorno alla cultura napoletana, è stata una cosa importante. Non ci dimentichiamo, però, che io sono uno di quelli che hanno vissuto e fatto quella cultura. Il fatto è che io ho già sperimentato tutto, e dunque è difficile che trovi qualcosa che mi entusiasmi più di tanto.



JNC James Senese & Napoli Centrale – ‘O Sanghe (Ala Bianca/Warner Music, 2016)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

A settantuno anni e con alle spalle una discografia che conta oltre venti album, tante collaborazioni di prestigio tra cui quella con l’indimenticato Pino Daniele e una intensa attività live, James Senese non smette di regalarci belle sorprese e quest’anno ha dato alle stampe “’O Sanghe”, disco tra i più belli ed intensi degli ultimi anni, nel quale si conferma artista unico nella scena musicale italiana, per la sua capacità di spostare sempre più avanti il confine della sua ricerca sonora. Il suo percorso artistico ci racconta, infatti, di un musicista in continuo movimento in grado di spaziare dalla fusion al soul, dal funk al jazz rock, fino a toccare il blues e la world music ma con le radici ben salde nella tradizione della sua terra. Questo monumentale background artistico e il successo consolidato, che ne ha fatto una leggenda, non lo hanno mai distratto lasciando immutato il suo desiderio continuo di fare musica, e di raccontare la sofferenza, l’emarginazione, i problemi che affiggono il mondo e la sua Napoli sospesa tra bellezza e contraddizioni profonde. Rispetto ai dischi del passato, la musica di James Senese si è fatta ancora più sofferta, e per certi versi intimista, il ruggito incazzato nero di “Campagna” ha lasciato il posto alla riflessione e a suoni più tenuti. Nel titolo “’O Sanghe” è racchiuso tutto il senso del disco, il sangue raccontato dal sassofonista napoletano è quello di chi lavora, di chi soffre, di chi muore, ma anche di chi vive, resiste e spera dal Medioriente a Napoli in un mondo che ha perso ogni sentimento buono e ogni pietà. Il sax e la voce di James Senese intrecciano la denuncia e la preghiera laica, saldandosi alla perfezione ad un sound unico che mescola soul, jazz, funk e rock. Al suo fianco ci sono i compagni di viaggio di sempre, i Napoli Centrale nella formazione storica che vede protagonisti Ernesto Vitolo (tastiere), Gigi De Rienzo (basso), Fredy Malfi (alla batteria) e il ritorno in veste di autore e batterista di Franco De Prete co-fondatore del gruppo, ai quali per l’occasione si sono aggiunti come ospiti Agostino Marangolo (batteria), Franco Giacoia (chitarra) ed Enzo Gragnaniello (voce). Aperto dal groove lento di “Bon Voyage”, brano che apre uno spaccato sulla disoccupazione giovanile e l’esigenza di lasciare la propria terra per cercare fortuna lontano da essa, il disco è un susseguirsi continuo di belle sorpresa tra esaltanti spaccati sonori e liriche dense di poesia. Così passiamo dalla fusion dei Weather Report che spicca tra le trame di“Addò se va” al soul della splendida “Ch’ Jurnata” fino al soul rock de “Il mondo cambierà” in cui spicca la chitarra di Giacoia. Aperta dallo scat travolgente di James, il funk di “Mille Poesia” ci introduce alla seconda parte del disco dove spicca il potente soul della title-track, e i ritmi in levare di quel gioiello che è “Povero Munno” in cui spicca la partecipazione come autore ed alla voce di Enzo Gragnaniello. Verso il finale arrivano, poi la trascinante “Portame cu'tte”, e ancora il funk che ritorna in “Tutto e nientre”. Il ritmo incalzante di “Addo’vaje” chiude un disco superlativo che promette di restare a lungo tra i nostri ascolti. 


Salvatore Esposito

Du Bartàs – Cinc (Sirventès, 2016)

Se amate i marsigliesi Lo Còr de la Plana, non lasciatevi sfuggire i Du Bartàs, voci, percussioni e corde di cinque musicisti, attivi da quasi dieci anni, fautori del meticciato di Linguadoca di ieri e di oggi. Il loro nuovo album si intitola “Cinc” come i loro dischi incisi finora, Il loro nuovo album si intitola “Cinc” come i membri del gruppo, che manifesta un forte spirito collettivo. Du Bartàs sono Titouan Billon (canto, percussioni), Abdelatef Bouzbiba (canto, violino orientale, percussioni), Laurent Cavalié (canto, bendir, fisarmonica), Clément Chauvet  (canto e pandeiro), Jocelyn Papon (canto, grancassa, charango e cuatro, nonché liutaio). ”Cinc” raduna elementi canori del meridione di Francia, impasti polivocali di gran fattura, ci infila sonorità magrebine, tocchi andini e accenti blues. Ascoltate l’apripista “Truca-Morron” o la danzante “Jib al-Guellal” per farvi un’idea. Tra patrimonializzazione dell’espressione occitana e creazione, il quintetto canta in lingua d’oc e arabo esprimendo lirismo libertario, invocando giustizia sociale, raccontando la tragedia dei migranti (“La mar te pren”), pescando nella memoria locale per narrare di personaggi umili che hanno fatto la storia come il protagonista di “Chimboumboum”, un barbone di gran cuore ucciso dai nazisti nella liberazione di Carcassonne. Ancora, i cinque riportano alla memoria la vicenda del brigante Cavanac, vittima di un errore giudiziario, e la storia ottocentesca dell’eremita “Camba-de-fèr” che viveva nella grotta di Aldène. La splendida melismatica “Los Lops” è un adattamento da Léon Cordes, grande poeta visionario di Minervois, mentre in “Son de Gosses” i Du Bartàs cantano con il poeta Damien Valero, a.k.a. Balelo. “La Fringala”, invece, riprende il testo di Maxime Cantier,‘libero pensatore’ di Montjoie. Segno della gran vitalità mediterranea che arriva dal Languedoc-Roussillon, terra del sud dell’Esagono, i cinque Du Bartàs, novelli fabulatori che raccontano migrazioni di ieri e di oggi, portano con loro amore per il canto a più parti ed indole festiva. E si sente! 


Ciro De Rosa

Issa Murad – Joussour (Mazzika, 2016)

Suonatore di ʿūd palestinese nativo di Betlemme, Issa Murad ha iniziato a suonare lo strumento e a cantare con suo padre, prima di intraprendere studi formali al Conservatorio Edward Said e divenire egli stesso didatta a Ramallah e Gerico. Nel 2001 ha vinto il Premio Marcel Khalifé come migliore suonatore di ʿūd in Palestina. Stabilitosi in Francia nel 2007 per frequentare un master in etnomusicologia alla Sorbona, ha proseguito l’attività tra stage, insegnamenti, concerti e collaborazioni accademiche. Tra i suoi modelli di strumentisti classici e moderni troviamo Farid el Atrash, Ryad el Sonbaty, Mohammad el Qasabgy, Sherif Muhittin Targan, Gamil and Munir Bashir e Simon Shaheen. Murad si esibisce da solista e in gruppo, e numerose e variegate sono le sue esperienze con artisti diversi, tra i quali Aïcha Redhouane, Suor Marie Keyrouz e Jan Schumacher Quintet. “Joussour” è il suo nuovo progetto di sue composizioni, a cavallo tra jazz di marca medio-orientale che si muove nei territori del maqām, e impronte sonore balcanico-ottomane e indiane. Gli spartiti di Murad si dipanano intorno a un efficace sestetto composto da valenti musicisti, due dei quali impegnati con strumenti di tradizione extraeuropea: il percussionista siriano Samir Homsi e Rishab Prasanna, suonatore di bansouri (e voce in “Joussour”), originario di Nuova Delhi, proveniente da una rinomata schiatta di musicisti; poi ci sono i tre strumentisti dal background jazz, che sono Richard Turegano al piano, Marc Buronfosse al contrabasso e Frédéric Chapperon alla batteria. Nei dieci titoli del disco (della durata totale di quarantasei minuti), la poetica del compositore palestinese predilige un robusto ancoraggio nella tradizione araba, ma si rivela propensa alla confluenza di linguaggi sin dal titolo d’apertura, “Joussour”, dove si integrano cellule ritmiche della musica indostana e linguaggio jazzistico. Sulle sue procedure compositive, Issa Murad mi dice: «Credo che la musica non abbia e non ‘debba avere’ confini. L’uso dei ritmi tradizionali e dei modi del maqām riflettono il mio punto di vista sulla musica a cui sono stato esposto sin dalla mia fanciullezza. Pertanto, questa è musica che vuole essere libera fin dal principio e mostrare che, invece, di confini possiamo costruire ponti. “Joussour” significa, per l’appunto, “ponti” e la nostra musica rinvia alle nostre diversità. Ho dovuto comprendere questi elementi di ricchezza, facendo sì che il mio stile rispettasse tutte le diverse componenti culturali di cui il gruppo è portatore. Ho imparato a non aver paura di mischiare cose che sembravano ‘difficili da mischiare’». Sono molte le fonti di ispirazione dell’artista palestinese, che rimarca: «L’immagine è una grande fonte di ispirazione, mi aiuta molto nella fase di composizione. Molte immagini che mi vengono in mente sono trasformate in musica. Forse, per questo mi dicono che i miei pezzi potrebbero essere adatti come musica per film. Prima di andare in studio, il 90 % della mia musica è fatta di idee già definite, ma una piccolo parte si sviluppa in sala di registrazione in base allo stato d’animo del gruppo e all’energia del momento, ma ciò riguarda più l’interpretazione che la forma stessa del brano». Il sestetto, guidato da liuto arabo e flauto indiano, si muove con passo sicuro ed elegante nella successiva “L’égaré”, altro brano dall’ampio respiro e dalle composite modulazioni. Segue la rotta balcanica, invece, “La Folle qui Danse”, uno degli episodi di punta dell’album con la sua complessità ritmica. Tonalità calde di fusione di stili e di prospettive sonore per “La Mer”, “Houroub” e “Zeina”, prima di entrare nella dimensione dell’avventurosa di “The Mysteriuos Person”, un altro brano dagli aromi ben assortiti; drumming e percussioni, contrabbasso e piano ben assecondano e intersecano le impennate di flauto ed ʿūd in “Yanayer”. Pianoforte e liuto sono in misurata simbiosi nella breve “Caravane I”, pronti ad aprire la strada all’energia e alla solarità rassicurante del pieno strumentale di “Caravan II”. Da conoscere. www.issamurad.com 


Ciro De Rosa

John Renbourn & Wizz Jones – Joint Control (Riverboat Records, 2016)

Era stata la raccolta “The Attic Tapes”, uscita nell’autunno dello scorso anno, a dare il via alle celebrazioni postume di John Renbourn, uno dei chitarristi più influenti non solo nella storia del revival anglosassone, ma in quella dello strumento in generale. “Attic Tapes”, conteneva una serie di registrazioni inedite, per lo più risalenti alla metà degli anni '60, di materiale in buona parte già presente nelle registrazioni dello sterminato catalogo renbourniano (faceva eccezione una più recente registrazione di un duetto con Davy Graham, nel classico “Nobody Wants you When You’re Down and Out”, semplicemente meravigliosa). Invece, “Joint Control”, largamente pubblicizzato come l’ultimo lavoro di Renbourn, è un disco, prevalentemente live, del musicista inglese, scomparso nel marzo 2015, insieme a Wizz Jones, altro mito del chitarrismo anglosassone, fingerpicker (classe 1939!) dallo stile percussivo che molto deve a ragtime e blues, e cantante dalla voce gentile, in perenne contrasto con la sua funambolica tecnica strumentale. Wizz è giustamente considerato il caposcuola del blues acustico inglese, venerato da artisti come Keith Richards, Eric Clapton e Rod Stewart e ammirato persino da Springsteen, che ha eseguito dal vivo la sua “When I Leave Berlin”. La prematura scomparsa del chitarrista fondatore dei Pentangle, ha interrotto il progetto di un disco in studio in duo, già in fase di stesura e dei cui provini il CD conserva tre brani, “Hey Hey” di Big Bill Broonzy, “Fresh as a Sweet Sunday Morning” e “Joint Control”, brani di Bert Jansch, il secondo dei quali eseguito magnificamente dal solo Renbourn e non ascoltabile in alcun disco ufficiale del chitarrista di Glasgow, ma presente nella compilation “Live in Edinburgh 1962/64”. 
E Bert, compagno di avventura nei Pentangle di Renbourn, e grande ammiratore di Wizz Jones, che amava definire «the most underrated guitarist ever », è rappresentato anche dall’inno hippie “Strolling down the Highway” cantato, come “Fresh...” dallo stesso Wizz. Il disco è bello, in alcuni momenti bellissimo, testimonianza di come i due amassero esibirsi insieme; infatti Renbourn aveva da qualche tempo circoscritto la propria attività live ai soli tour con Jones, per godersi il suo ‘buen retiro’ scozzese, dove alternava lo studio della musica (Renbourn era un maniaco della trascrizione) alla pesca. Il repertorio è per lo più blues, con omaggi a Big Bill Broonzy, a Mose Allison e persino a Bob Dylan, la “Buckets of Rain”, già incisa da Renbourn nel 1980 in “Early in the Spring”, disco inciso in Giappone e poco conosciuto, ma che anticipava (in studio) il repertorio live di Renbourn nelle due decadi successive, repertorio qui rappresentato da “Great Dream From Heaven”, del chitarrista delle Bahamas Joseph Spence. Non c’è niente del periodo folk-baroque e dei dischi ‘colti’ come “The Black Balloon” e “Nine Maidens” e, ancora meno del folk-revival britannico (no “Lord Franklin”, no “John Barleycorn” per intenderci...), e in buona parte dell’album, la chitarra di John serve da ‘countermelody’ alla voce del chitarrista di Croydon. Unico richiamo alla grande stagione del folk britannico sono le cover di Archie Fisher “Mountain Rain” e l'immancabile “Blues Run the Game” di J.C.Frank (che britannico non era, ma che a Londra ha vissuto la sua breve stagione creativa). 
Il momento migliore del disco, almeno fra i brani live è la versione del brano “National Seven”, già incisa da Renbourn nel suo primo, eponimo album e da Wizz Jones nel bellissimo “The Legendary Me”, qui, cantata da Jones, perde forse la sua connotazione bluesy, ma l'intreccio delle chitarre è davvero impressionante. Le registrazioni live, tratte dai tour del 2014 e del 2015, consegnano all'ascoltatore due musicisti in gran forma, ma sono le tracce in studio, provini di un album che sarebbe potuto essere addirittura sontuoso, a far immaginare come la parabola di questa leggenda del folk fosse lontana dall'esaurirsi. Il destino ha purtroppo deciso diversamente: proprio durante il tour immortalato nella registrazione, il 26 marzo 2015, Renbourn è mancato nel sonno. Lo scorso 22 settembre la Cecil Sharp House, tempio londinese del folk, ha dedicato a Renborn una serata-tributo (andata sold-out già dalla prevendita) che ha visto l'esibizione, fra gli altri dello stesso Wizz Jones, e di Jacqui McShee, che dei Pentangle è stata vocalist anche dopo l'abbandono di John, e che è attesa a giorni da un tour italiano in venue prestigiose. Inoltre, il 9 ottobre uscirà “Finale”, doppio CD che racchiude registrazioni live tratte del reunion tour del 2008. Questo va ad aggiungersi alla meritoria serie di ristampe e di divulgazione di materiale inedito che la Earth Recording sta dedicando a Bert Jansch. 


Gianluca Dessì

Free Dot – Echoes (Sutra Arti Performative, 2015)

Il duo Free Dot è composto da Paolo Paciolla e Antonio Cotardo e il nuovo album “Echoes” è un fascio di composizione ed estemporaneità che si snoda attraverso sei tracce piene e profonde. Paciolla – polistrumentista, compositore, etnomusicologo e insegnante al conservatorio di Vicenza – suona vari strumenti (tra i quali mbira, bodhran, steel pan, mouth arp) e canta. Cotardo suona i flauti, che in questo contesto stretto ancorchè frenetico e denso, assumono un ruolo melodico preponderante, nel quale confluiscono un insieme di rappresentazioni coerenti e spesso forti, legate a doppio filo a un paesaggio sonoro articolato (“Flute, birds and the night”, “Rain”, “Air movements”) e a una tensione introspettiva ricca di spunti di riflessione. La formazione del duo, che evidentemente spinge le esecuzioni su un piano sperimentale e fuori da ogni retorica etnicista, è abbastanza recente e ha prodotto tre album in tutto. I primi due – “Ariband” del 2009 e “Just Flux” del 2013 – sono stati realizzati in collaborazione con la label londinese Slam, mentre “Echoes” è maturato in seno a Sutra Arti Performative, un laboratorio di musiche e danze che moltiplica gli interessi dei due pilastri (Luisa Spagna, oltre a Paciulla) verso lo studio, la ricerca, l’organizzazione di eventi e la produzione artistica. L’ascolto di “Echoes” non è semplice, specie nei primi approcci, ma fin da subito si configura come interessante e curioso. Non solo perché le forme che assumono i suoni sono eterogenee e vagamente stranianti, ma soprattutto perché si percepisce una struttura coesa, uno sviluppo coerente. Insomma una serie di avvicendamenti – nelle melodie, nel ritmo, nei timbri – che riflettono un programma senza freni né formali né strutturali: la definizione di uno spazio libero ma mai amorfo, nel quale i confini non sono definiti convenzionalmente ma si percepiscono in modo chiaro. Specie dopo che si entra in sintonia con il linguaggio dei due esecutori, che si alternano e si sovrappongono, si rincorrono, si incrociano senza mai scontrarsi, anzi lavorando ogni passaggio con attenzione, con rifiniture certosine. Quando si entra in questi echi, d’altronde, non possiamo illuderci di poterci accomodare e aspettare passivamente di essere colpiti dalle “soluzioni” imbastite da chi produce il suono. Ci dobbiamo piuttosto preparare a lavorare sulla nostra capacità di assorbire un insieme di riflessi, di ritorni, di rimbalzi. Ci possiamo sedere e sdraiare ma con attenzione, con lucidità, con la prontezza di chi deve scoprire la formula che tiene insieme i dati. Perché, soprattutto se non si ha un orecchio elastico o se non si ha dimestichezza con il suono di certi strumenti, ciò che sono capaci di evocare e i risultati che l’accostamento tra alcuni di questi possono determinare, non si ha nessun riferimento o nessuno strumento di interpretazione. Invece, con attenzione e con il giusto grado di permeabilità, si può comprendere l’effetto di “Echoes”. Che può essere ricondotto alla performance, certo, ma anche alla configurazione di un linguaggio estremo non tanto nella forma, quanto nel codice. In altri termini, forse la soluzione è proprio provare a comprendere attraverso uno sforzo di riconoscimento. Riconoscere ad esempio la volontà di creare una narrazione epica, senza tempo e senza luogo (senza convogliare le energie nell’esercizio di localizzazione del suono degli strumenti, che genera soltanto un’illusione e una deformazione irriducibile). D’altronde il duo ci parla di pioggia, di movimenti, di aria, di uccelli, di notte (basta scorrere i titoli dei brani in scaletta): sono le componenti dell’illusione, il ribaltamento, il rovescio di una visione pragmatica. Sono gli effetti di una riflessione, di un insieme di suggestioni che ci devono colpire. E gli autori ci danno tutto il tempo necessario: “Rain”, uno dei brani più interessanti dell’album, ha una durata (epica) di oltre dieci minuti. E, anche per questo, ciò che evoca è un paesaggio sonoro, un passaggio dentro una dimensione descrittiva fondata sull’evoluzione e la variazione. 


Daniele Cestellini

Folkermesse, Casale Monferrato (AL), 16-25/09/2016

Si è chiusa domenica scorsa la trentaduesima edizione della “Folkermesse”, manifestazione che ha visto per sei serate, distribuite lungo due week end, dal 16 al 25 settembre, la città di Casale Monferrato tornare importante centro della musica folk in Piemonte. La storica manifestazione casalese, organizzata dall’Associazione Culturale EthnoSuoni e diretta da Maurizio Martinotti (ricercatore e musicista, tra gli artefici della rinascita del folk italiano negli anni ’70 con la Ciapa Rusa), in questi tre decenni è stata un punto centrale, in Piemonte e non solo, per la riscoperta e la diffusione della musica folk, con un lavoro prezioso di ricerca nella tradizione popolare, ma anche di sostegno alle nuove formazioni. Da qui sono passati i nomi migliori della scena folk italiana, (impossibile citarli tutti, da Ricardo Tesi ai Tre Martelli, dai Caliacanto ai Baraban) qui sono nati incontri, amicizie, progetti. L’edizione 2016, svoltasi tra le pareti dal Salone Tartara e la nuova location della Corte del Castello, è riuscita ancora una volta a rappresentare al meglio le molte anime della musica popolare italiana, dalle proposte più tradizionali a quelle più contaminate. 
Il cartellone ha visto alternarsi alcuni ritorni storici e molte nuove promesse. Tra i primi, Raffaello Simeoni (ricercatore e fondatore dei Novalia), che ha avuto il compito di aprire la Folkermesse n. 32, tornato a Casale con il suo nuovo spettacolo “De la’ de l’acqua sta’ la mia morosa”, Simone Campa, fondatore de La Paranza del Geco, con l’Orchestra Suonatori, e Roberto Tombesi, anima dei Calicanto (anche questo un gradito ritorno alla Folkermesse), per presentare il suo primo album da solista. Tra le formazioni più giovani, da ricordare l’irish combat folk dei piemontesi Folkamiseria, i liguri Uribà, le contaminazioni elettroniche dei Saber Sistème, costola dei Gai Saber, anch’essi presenti nella stessa serata, e soprattutto gli scatenati fratelli Nicolò e Simone Bottasso dell’omonimo duo. Proprio questi ultimi sono stati tra gli artefici della serata più interessante, quella di sabato 24, insieme all’eclettico Gigi Biolcati ed a Roberto Tombesi. Il fondatore dei Calicanto ha aperto la serata da solo, organetto e voce, per poi chiamare sul palco Gigi Biolcati e per proporre con il percussionista (già presente nel suo ultimo disco) un inedito duo live organetto e percussioni. 
Biolcati, lasciato poi da solo sul palco per presentare il suo album "Da spunda", ha dato prova di essere un vero one-man-band, capace di creare suoni da qualunque oggetto, e in grado di attraversare i generi musicali con una facilità estrema. A lui si sono aggiunti in seguito i fratelli del Duo Bottasso, esponenti di punta della nuova generazione folk, capaci di innovare e ridare vigore alla musica, arrivando a contaminazioni ardite con il jazz di Thelonius Monk. E quando la serata sembra volgere al termine, torna sul palco Roberto Tombesi, e i quattro musicisti insieme propongono un omaggio a Maurizio Martinotti, “Piccole storie”, tratto dal progetto “Padus” che vide i due collaborare. Tre generazioni diverse sullo stesso palco, e tre modi diversi di rifarsi alla musica delle proprie radici, ma con un filo rosso che unisce le tre proposte, il filo rosso della musica popolare: questa è stata alla fine l’immagine più bella e rappresentativa della 32° edizione della Folkermesse. 


Giorgio Zito 

Folkfestival “Bruno Petrachi”, Anfiteatro Romano, Lecce, 22 Settembre 2016

Lo scorso 22 settembre, nella splendida cornice dell’Anfiteatro Romano di Lecce, è andata in scena la seconda edizione del Folkfestival “Bruno Petrachi”, facendo tornare a ruggire e non ad arrugginire le note e i ricordi del cantante e fisarmonicista leccese, scomparso il 16 maggio 1997, la cui gigantografia campeggiava sul fondo del palco. Non casuale è stata tanto la scelta della data, in quanto il 22 settembre è il giorno in cui nacque, quanto la location, a sottolineare l’esigenza di riaffermare l’importanza del folk urbano che per anni ha caratterizzato musicalmente la città barocca e l’intero Salento. Infatti, con la riemersione e la riproposta della pizzica pizzica nell’ultimo ventennio, questo genere è stato ingiustamente marginalizzato pur rivestendo una grande importanza dal punto di vista storico e sociale. Negli ultimi anni, il folk urbano ha ripreso pian piano vita, grazie all’opera del figlio di Bruno Petrachi, Enzo, il quale ha dato vita lo scorso anno a questa rassegna, intraprendendo una strada senza dubbio interessante come dimostra il successo riscosso. 
Se la prima edizione, svoltasi fuori dal centro cittadino, aveva visto una platea composta per lo più da giovani, quella di quest’anno è stata caratterizzata da un pubblico agée che ha subito occupato le oltre cinquecento sedie, predisposte nell’arena, non lasciandosi sfuggire l’occasione di riascoltare le canzoni della loro gioventù. Meno fortunati sono stati i più giovani a cui è toccato occupare i gradoni in pietra dell’anfiteatro, ma in linea generale il risultato di pubblico è stato davvero sorprendente contando oltre mille spettatori. La serata ha visto un susseguirsi continuo di belle sorprese a partire da Checco Lepore, capitano del Lecce Calcio, che ha cantato in duetto con Enzo Petrachi “Mieru Pezzetti e Cazzotti”, uno dei classici del repertorio del cantante leccese, diventato quest’anno il tormentone della squadra salentina nel ritiro precampionato ed ovviamente anche di tutti i tifosi. Nel corso della serata è intervenuto anche il vicesindaco di Lecce, Gaetano Messuti il quale ha annunciato l’intenzione del comune di intitolare una strada alla memoria di Bruno Petrachi, e tra gli apprezzamenti generali, dal palco qualcuno ha urlato in dialetto salentino “era ura!” (era ora!). 
In effetti, intitolare semplicemente una strada, magari anche periferica, non basta. E’ necessario riscoprire le canzoni, gli stornelli di Bruno Petrachi, che hanno scaldato il cuore di intere generazioni di salentini, emigrati in tutti gli angoli del mondo. Il cantante e fisarmonicista leccese ha raffigurato musicalmente i tratti somatici di questa terra, ha letto prima di altri le dinamiche di una società che stava mutando i suoi connotati. Attraverso le sue canzoni, possiamo leggere e ascoltare, lo spaccato di quelle vite vissute riconoscendone i vizi e le virtù. Il festival ci ha regalato proprio questo, facendoci respirare di nuovo l’atmosfera unica delle sue canzoni, quella di una Lecce che forse non c’è più ma che merita di tornare alla luce. Nel corso della serata sono saliti sul palco tantissimi ospiti da Emanuela Gabrieli a Mino De Santis, da Luigi Bruno a Cristoforo Michele passando per Terron Fabio dei Sud Sound System, Salento All Stars, Rankin Lele, Papa Leu, i quali hanno ricordato quello che Bruno Petrachi ha rappresentato per la loro crescita musicale, ma soprattutto hanno fatto tornare in vita le sue canzoni, rileggendole con gli eccellenti arrangiamenti curati dalla Folkorchestra. In particolare ci piace sottolineare le belle interpretazioni di Claudio “Cavallo” Giagnotti che con la sua voce ricca di virtuosismi ha ridato nuova vita a “Ndaticchia”, e di Enza Pagliara che ha incantato il pubblico con “Malachianta”, già nel suo repertorio da molto tempo. Da sottolineare anche il brano inedito in dialetto salentino cantato da Franco Simone, il quale è sceso poi in mezzo al pubblico per cantare “Lascia che sia respiro l'amore tra noi...." . Forse è questa aria, questo respiro, la chiave in cui scrivere un nuovo foglio pentagrammato? 


Giovanni Epifani

Foto di Rodolfo Pati

#NuovoMEI 2016, Faenza (Ra), 23-25 Settembre 2016

Dal 23 al 25 settembre scorso è andato in scena a Faenza il #NuovoMEI 2016, edizione conclusiva della rassegna ideata e curata da Giordano Sangiorgi, e lo ha fatto raccogliendo un foltissimo pubblico, ma soprattutto chiamando a raccolta artisti, addetti ai lavori e operatori culturali da tutta Italia, che hanno popolato lo splendido centro storico della città romagnola. Nonostante il disagio provocato da Ferrovie dello Stato che aveva comunicato con pochissimo anticipo l’interruzione della tratta Faenza-Bologna, il festival ancora una volta ha dimostrato di avere le spalle forti, raccogliendo il successo che meritava. Nell’arco delle sue venti edizioni, il MEI ha vissuto alterne vicende, dai grandi successi del primo decennio con l’aumento progressivo della sua proposta culturale, passando per la resistenza recisa alla grave crisi che ha colpito l’economia in generale e il settore discografico in particolare negli ultimi anni, fino a toccare l’esperienza con il Medimex a Bari e quella di Supersound, il tutto senza però mai perdere di vista l’obiettivo principale ovvero la valorizzazione delle nuove proposte musicali, e di quegli artisti che operano fuori dalle major del disco. In tempi più recenti ed in particolare quest’anno, il MEI ha raccolto grandi soddisfazioni prima con la Festa della Musica con il Mibact a Mantova Capitale Cultura d’Italia, per la prima volta inserita nel panorama della Giornata Europea della Musica, poi con il successo della Notte del Liscio promossa con la Regione Emilia-Romagna ed in fine con“Rotte Indipendenti” andato in onda su Sky Arte. 
In questo contesto, comprendiamo la scelta di Giordano Sangiorgi di dare vita ad un nuovo corso che coinvolga in modo più diretto le istituzioni locali e nazionali, mettendo in piedi un nuovo format che, come ha scritto lui stesso, in una nota diffusa negli scorsi giorni: “permetta alla città di essere ancora più aperta ed europea, dando maggiore spazio a chi evidentemente sa cogliere le esigenze dei nuovi pubblici e reperire da subito maggiori risorse, indispensabili per la sostenibilità e lo sviluppo di un nuovo progetto che permetta di fare nascere una Vetrina Nazionale della Nuova Musica Emergente definitivamente ufficiale, come nei fatti è da 20 anni. Ora ripartiamo da zero e lavoriamo d’accordo con l’Amministrazione Comunale, creando quelle indispensabili e necessarie condizioni, per un lavoro durante tutto l’anno sul territorio e che culmini con un grande evento nazionale che permetta di potersi realizzare al meglio con tutto il territorio insieme a fare squadra a favore della comunità”. In questo senso, il #NuovoMEI2016 può essere considerato l’edizione zero di questo nuovo festival che sta per vedere la luce, e lo dimostrano le tante novità che hanno caratterizzato il programma con eventi dedicati agli addetti ai lavori e la solita ed immancabile raffica di live act disseminati tra Piazza del Popolo, il Teatro Masini, Piazza delle Erbe, Piazza del Duomo, Corso Mazzini, Ridotto del Teatro, Palazzo delle Esposizioni e tutti gli altri spazi del centro cittadino. Girando per le vie di Faenza si è respirato una vera e propria ventata di aria nuova, segno evidente che dalle ceneri del MEI nascerà qualcosa di ancor più importante ed autorevole. 
Anticipato dall’anteprima di giovedì 22 con il Party presso l’Osteria della Sghisache ha visto protagonista il DJ Luigi Bertaccini, il #NuovoMEI2016 ha preso il via ufficialmente venerdì 23 con l’inaugurazione della mostra “Ro(ck)magna Mia (alle origini del Rock in Romagna)” presso la Galleria Della Molinella che a seguire ha ospitato l’incontro su origini, presente e futuro del Liscio alla luce dell’esperienza e del successo della Notte del Liscio che ha visto protagonisti tra gli altri il giornalista Pierfrancesco Pacoda, Giampiero Bigazzi e Giordano Sangiorgi. La serata è stata aperta dall’aperitivo romagnolo “Declina la tua idea di Romagna” che ha fatto da perfetto preludio per il concerto di Extraliscio in Piazza del Popolo. Dal vivo il progetto musicale nato, dalla collaborazione tra Mirco Mariani e due figure storiche della scena romagnola come Moreno il Biondo e Mauro Ferrara, funziona magnificamente con i brani del repertorio classico del liscio che scintillano rivestiti di nuovi ed innovativi arrangiamenti dove le melodie tradizionali si sposano alla perfezione con le sonorità moderne del rock. La chitarra del leader di Saluti da Saturno dialoga alla perfezione con il clarinetto e il sax di Conficconi, confezionando una architettura sonora in cui si inserisce la voce di Mauro Ferrara che passa in rassegna i brani tratti dall’ottimo “Canzoni da Ballo” tra cui spicca la splendida “Riviera Romagnola”, accanto a qualche grande classico come “Romagna Mia”. 
Ad impreziosire la serata è stata la partecipazione di Finaz che ha offerto un set particolarmente coinvolgente in cui protagonista assoluta è stata la sua sei corde. La scelta di affidare l’apertura al pubblico del festival con un focus sulla musica da ballo romagnola, è la conferma della grande attenzione del MEI verso i fermenti che attraversano la scena folk in Italia, ma ancor di più abbiamo apprezzato la parte conclusiva della serata con il brillante live act all’Osteria della Sghisa degli Ochtopus, formazione dal sound tentacolare in grado di spaziare con disinvoltura ed originalità dalle melodie balcaniche alla musica klezmer, dai suoni latin del Sud America alla tradizione Italiana. La seconda giornata del festival si è aperta al mattino con il corso di professionalizzazione per musicisti a cura di Exitwell, e quello per Booking Agent Musicale a cura di MArteLabel, mentre il pomeriggio è stato dedicato agli Stati Generali del Giornalismo Musicale, prima grande occasione di incontro e confronto tra coloro che scrivono di musica in Italia, ideata da Giordano Sangiorgi e curata da Enrico Deregibus. Giornalisti e critici, tra cui il sottoscritto, hanno dato vita ad un sette tavoli tematici per analizzare lo stato dell’arte dell’informazione in ambito musicale e sviluppare proposte nei diversi aspetti che la caratterizzano: dal significato e le modalità di approccio della critica, al confronto tra professionismo e dilettantismo, della criticità professionali al peso della critica, passando per l’informazione online e la carta stampata, fino a toccare la gestione di un webmagazine e il giornalismo musicale su radio e tv. 
Per ragioni di specificità, ho preso parte al tavolo dedicato alla gestione delle testate online, e dal confronto con i colleghi (Luca D’Ambrosio, Rossella Vetrano, Giorgio Bonomi, Giulia Zichella, Gabriele Antonucci, Paolo Gresta) sono emersi non pochi spunti di riflessione e proposte interessanti, come la creazione di un coordinamento tra i vari operatori. In contemporanea, si è tenuta l’Assemblea AudioCoop sui nuovi modelli di ripartizione dei diritti, una lunga serie di concerti tra Corona Cocktail Plaza, Palazzo Laderchi e Area Caffè 900, e presso le presentazioni, presso l’Area Book Caffè, dei libri: “Storia del Rock Italiano” di Daniele Bianchesssi, “Ivan Graziani. Il primo cantautore rock” di Paolo Talanca e “Lucio Battisti: Parole di Lucio” di Renato Marengo con la partecipazione di due collaboratori storici del cantautore laziale: Alberto Radius e Roby Matano. Ricchissimo è stato anche il programma serale con l’evento clou del #NuovoMEI ovvero il concerto di Daniele Silvesti, aperto dagli opener Tartaglia Aneuro, Geometra Mangoni, Cortex e Suntiago. Non potevamo perderci il set della formazione napoletana, fattasi conoscere con la gustosa “Le Range Fellon” da quel capolavoro che è “Capitan Capitone e I Fratelli Della Costa” di Daniele Sepe, e nonostante il tempo ridottissimo riservatogli, hanno confermato di essere una delle realtà più interessanti della scena partenopea. Freschi di pubblicazione del loro album di debutto “Per Errore” del quale prossimamente vi racconteremo su queste pagine, Tartaglia e Aneuro propongono un originale intreccio tra canzone d’autore e rap condito da belle scelte sonore e una spruzzata di ironia che non guasta mai. 
Tre brani, tra cui la già citata ed applauditissima “Le Range Fellon” sono bastati ad Andrea Tartaglia e soci per far vedere di che pasta sono fatti, incuriosendo non poco un pubblico che era lì sostanzialmente per vedere Daniele Silvestri. Dividendoci tra Piazza del Popolo e il Teatro Masini dove è andato in scena la serata omaggio a Lucio Battisti che ha visto protagonisti tra gli altri Calcutta, Chiara Dello Iacovo, Iacampo, Leo Pari, Miele e Motta, già apprezzati molto da chi scrive nelle selezioni delle Targhe Tenco, non abbiamo mancato di seguire anche il concerto del cantautore romano che ha interpretato al fianco dei suoi classici anche i brani tratti dall’ultimo disco “Acrobati”. Non potevamo esimerci anche di fare una visita agli amici di Musica Nelle Aie a cui è stata affidata la parte dedicata al folk con Gli Orsi, Pneumatica Emiliano Romagnola e Gli Sleego, formazioni già apprezzate nell’ultima edizione del festival di Castel Raniero. La location un po’ defilata in Corso Matteotti, non ha reso pienamente giustizia alla bella proposta musicale dei tre gruppi, che con coraggio e determinazione hanno proseguito a suonare fino a tarda notte incuranti del freddo e dell’umidità, con la Pneumatica Emiliano Romagnola che ci ha regalato una splendida “Il Sirio”. Domenica 25, terzo ed ultimo giorno del festival sono proseguiti, presso il Salone Delle Bandiere, gli Stati Generali del Giornalismo Musicale con il corso di formazione per i giornalisti che ha visto protagonisti quali relatori: Giò Alaimo che ha trattato il tema del Giornalismo musicale, tv e nuovi media, raccontando la sua lunga esperienza personale, Mario De Luigi con l’interessante contributo sulla critica musicale tra vecchio e nuovo millennio, gli interventi di Riccardo De Stefano e Federico Savini. 
In conclusione Ezio Guitamacchi ha esposto i criteri di formazione del giornalismo musicale 2.0 in relazione alla sua attività di docente del Master in Giornalismo Musicale presso il CPM. A seguire, i partecipanti ai diversi tavoli, tenutisi il sabato, hanno presentato le risultanze dei lavori, a cui è seguito un lungo dibattito. In contemporanea sono proseguiti il corso di Booking Agent Musicale curato da MArteLabel, le presentazioni di libri e di dischi tra cui il nuovo album di Otello Profazio: “La ballata del bergamotto e tante altre …vecchie, nuove e di mezzo tempo” che ha fatto da preludio alla Piazza Folk del pomeriggio con l’Orchestrona della Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli, Sleego, la Municipal, Mirko Casadei con i Khorakhane’ e i Folkabbestia. Immancabile anche la messe di premi distribuiti dal MEI, la proiezione di Rotte Indipendenti, la serie di 4 puntate messe in onda da Sky arte per i 20 anni del Mei, e i concerti presso il Corona Cocktail Plaza con la reunion dei Boohoss, storica band romagnola degli anni Ottanta, e l’anteprima del nuovo disco degli Avvoltoi. Insomma, il sipario cala sul #NuovoMEI 2016 lasciandoci la certezza che il futuro di questa rassegna sarà all’insegna di ulteriori sorprese. Le premesse ci sono tutte e a dimostrarlo ci sono i risultati straordinari di questa edizione conclusiva. Disperdere questa energia e quello che si è fatto in passato, sarebbe un vero peccato. La speranza è che il futuro veda sempre più spazio ed attenzione verso la scena folk e world in Italia perché il futuro è anche e soprattutto nelle musiche attuali. 


Salvatore Esposito

Modesto Brian e Domenico Zamboni, La Grande Guerra cantata. Storie di uomini, di donne e di canzoni, Agorà Factory Editore 2016, pp. 192, Euro 18,00 Libro con CD

Pubblicato da Agorà Factory con il contributo dell’Associazione Culturale Bandabrian, della Banca San Giorgio e della Regione Veneto, “La Grande Guerra cantata. Storie di uomini, di donne e di canzoni” raccoglie i frutti di trent’anni di ricerche sul campo condotte da Modesto Brian e Domenico Zamboni, i quali hanno messo insieme un enorme corpus di canti relativi alla Prima Guerra Mondiale, partendo dalla Val Posina nei primi anni Novanta per estendere il raggio d’azione alla Val d'Astico, l'Altopiano di Asiago, fino toccare la pianura veneta e le valli trentine. Chi conosce i pregevoli lavori di Bandabrian come lo splendido “Col primo colto Asiago l’è stato colto”, sa bene con quanta dedizione e rispetto questi due ricercatori si muovano attraverso la musica tradizionale ed in particolare i canti della Grande Guerra, e se quel disco era un primo risultato del loro intenso lavoro di ricerca, questo libro ne rappresenta il più compiuto coronamento che ne cristallizza i risultati. Aperto dalla interessante introduzione dello storico Emilio Franzina, il volume è un’opera unica nel suo genere in quanto offre al lettore un vero e proprio viaggio nella memoria del primo conflitto mondiale, il cui svolgimento viene ricostruito non solo attraverso gli oltre cento canti selezionati e divisi tematicamente corredati dal testo e dalla trascrizione della linea melodica, ma anche con le storie legate agli informatori, storie poco note ma dense di fascino di uomini, donne, montagne, valli, battaglie, e paesi, frammenti di vita di un secolo fa in cui si intreccia il dramma della guerra, avventure eroiche e fughe disperate. Il susseguirsi dei capitoli procede attraverso il criterio cronologico e quello tematico, prendendo le mosse dal periodo della neutralità italiana, passando per la partenza dei primi soldati trentini per la Galizia e di quelli veneti per i vari fronti, fino a toccare la Strafexpedition del 1916 con il bombardamento dell’Altipiano dei Sette Comuni e l’esodo delle popolazioni. La sequenza dei canti entra nel vivo con l’entrata in guerra dell’Italia e i canti relativi alle battaglie sulle montagne dall’Ortigara al Monte Grappa, dal Priaforà al Cauriol, fino al Pasubio. In parallelo scopriamo le storie di prigionieri, disertori, donne soldato come la Bersagliera, o ancora quella eroica di Chiarina Dal Prà, crocerossina della Val Posina, decorata con medaglia d’oro al valore e insignita della croce di Vittorio Veneto. Particolarità ulteriore del volume è la presenza delle musiche da ballo suonate nelle retrovie dai soldati francesi e scozzesi arrivati sul fronte italiano dopo Caporetto, ed ancora il contrasto forte del contenuto dei canti di trincea, tra l’esaltazione della guerra degli Arditi e le disperate invettive contro chi l’aveva voluta. Se accurata e non casuale è la scelta dei canti di cui è presente testo e linea melodica, ancor più dettagliati sono i riferimenti che li arricchiscono, spaziando dalle poesie insegnate e cantate nelle scuole nel primo dopoguerra, al ruolo dei cantastorie e dei loro fogli volanti che racchiudevano storie e memorie da riportare alla luce dall’oblio del tempo, fino a toccare le varianti e i diversi adattamenti di uno stesso brano a seconda dei luoghi. Insomma Brian e Zamboni hanno ordinato un patrimonio storico e culturale di grande importanza, e questo nonostante le difficoltà incontrate. Ad impreziosire il libro è un corposo apparato iconografico con foto inedite e cartoline curato da Andrea Rossett, e uno splendido cd allegato con oltre ottanta tracce, raccolte e registrate dalla viva voce degli informatori. “La Grande Guerra cantata” è, dunque, un lavoro pregevole non solo dal punto di vista storico ma anche da quello etnomusicologico, un’opera da leggere e custodire con cura perché in essa è racchiusa un pezzo importante della storia della nostra nazione. 

Salvatore Esposito