BF-CHOICE: Flo - Il Mese del Rosario

“Il mese del rosario” è un album acustico pieno della profondità femminile, in cui coesistono poetica crudezza e desideri, ombre scure e amori violenti, memorie familiari trasfigurate e spunti narrativi che diventano cronache individuali e collettive, storie scomode, perfino inconfessabili:...

BF-CHOICE: Stefano Saletti e Banda Ikona - Soundcity

“Mediterraneo come intersezione, luogo di antiche persistenze e di nuove contraddizioni, di migrazioni, fughe e diaspore, di ferite, di sangue e di lutti ormai quotidiani. Mare plurale (Matvejević), di transiti culturali, di musiche prossime per tratti comuni (di ieri e di oggi), di remote e ritrovate assonanze...

BF-CHOICE: Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Da ineffabile magister, troviamo il compositore e trickster napoletano Daniele Sepe, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, nei panni di Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida più che della Tortuga, sfoderando il suo sax..

BF-CHOICE: L'Orage - Macchina del Tempo

A tre anni di distanza "L'Età dell'Oro", L’Orage torna con il pregevole “Macchina del Tempo” nel quale hanno raccolto nove brani originali e due riletture che cristallizzano in modo eccellente il loro folk-rock delle Montagne. ...

BF-CHOICE: Alfio Antico - Antico

Alfio Antico ritorna con il nuovo disco, “Antico”in cui parole e la vibrazione dei tamburi si intrecciano con chitarre ed elettronica, che si limitano ad ornare la pienezza di un artista che forgia il suono...

giovedì 23 giugno 2016

Numero 261 del 23 Giugno 2016

È il tropicalismo mediterraneo degli Os Argonautas ad aprire Blogfoolk #261. La band pugliese con la passione per le sonorità portoghesi e brasilianeha ha pubblicato “Samba delle Streghe”. Della storia del gruppo e del secondo album parliamo con il bandleader Giovanni Chiapparino. Proseguiamo con i suoni world di marca italiana con le note irlandesi di “The Northern Breeze” del flautista Michel Balatti, musicista raffinato e molto attivo nel panorama del folk italiano ed europeo, conosciuto per la sua militanza in Birkin Tree e Liguriani. Discendiamo la Penisola per andare alla scoperta di “Rosamarino”, progetto che ruota intorno alle voci di Ninfa Giannuzzi, Rachele Andrioli, Simona Gubello e Meli Hajderaj. Oltreoceano poi, a New York, ad incontrare il sound transnazionale dei MAKU SoundSystem giunti al quarto album, intitolato “Mezcla”. Di nuovo in Italia, per “Fabioulous Ocarina”, disco made in Budrio di Fabio Galliani & Ocarinamania. Per i live act, vi raccontiamo la performance site-specific “Passage Through The World”, firmata dagli iraniani Shirin Neshat e Shoja Azari (immagini, video e spazio scenico), con musiche del loro connazionale  Mohsen Namjoo e la partecipazione del quartetto vocale Faraualla, di Antonella Morea e del coro i Giullari di Dio, andato in scena per il Napoli Teatro Festival Italia. Con Mauro Palmas presentiamo “Mare e Miniere”, un lungo cartellone di seminari, stage di strumenti e canto, concerti e attività culturali collaterali, che si svolge da nove anni in diverse località della Sardegna. La pagina jazz ci porta a “Cosmic Renaissance” dell’ottimo Gianluca Petrella, mentre quella delle produzioni extra-folk italiane è dedicata a “Between Myth and Absence” dei Leptons.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVERSTORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
I LUOGHI DELLA MUSICA
SUONI JAZZ
ITALIAN SOUNDS GOOD


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Os Argonautas - Samba delle Streghe (Digressione Music, 2016)

Nato nel 2011 nel 2011 dall’esigenza di esplorare l’incontro tra canzone d’autore e le sonorità portoghesi e brasiliane, passando attraverso la new-wave, la world music e la sperimentazione, il progetto Os Argonautas è in breve tempo diventata una delle realtà più interessanti della sempre vivace scena musicale pugliese. A distanza di quattro anni dall’apprezzato disco di debutto “Navegar è Preciso”, questa eclettica ciurma di musicisti in continuo movimento torna a prendere il largo con “Samba delle Streghe”. Ne abbiamo parlato con il polistrumentista  Giovanni Chiapparino, con il quale abbiamo ripercorso loro cammino artistico, per soffermarci ad approfondire questo loro ultimo lavoro.

Partiamo da lontano come nasce la tua passione per la musica brasiliana?
La passione spesso non ha una spiegazione e quindi mi sento di dire che quella per la musica brasiliana e portoghese sia nata per pura propensione. Probabilmente le musiche che si affacciano all'Oceano hanno qualcosa di comune a quelle che si affacciano al Mediterraneo. Credo che la presenza del mare contribuisca a far si che qualcosa si mescoli nelle culture, che sia una sorta di enorme ponte fra le terre. In particolare il Tropicalismo in Brasile è riuscito davvero a fondere musica, poesia e anche azione in una espressione d'arte unica, partendo già da un background musicale che riesce ad unire l'estemporaneità dell'improvvisazione jazz e l'ordine del contrappunto più classico. La musica del Brasile porta con se la storia di rock, jazz, musica popolare, reggae. Sarà stato questo ad affascinarmi e a farmi avvicinare agli altri componenti della band che avevano la stessa mia passione.

Come si è formata la ciurma di Os Argonautas?
ll progetto Os Argonautas nasce nel 2011 con la volontà di esplorare la canzone d’autore e mescolarla a influenze essenzialmente portoghesi e brasiliane, passando attraverso la tradizione della musica mediterranea e arabo-andalusa, e affrontando a tratti la new-wave che unisce un lavoro di matrice fortemente folk-acustico con la sperimentazione.  Ci siamo trovati a decidere di formare una band quasi come se fosse un bisogno fisiologico. Un incontro fortunato non si decide ma capita e a noi è capitato di trovarci insieme e avere la necessità e il piacere di raccontare il nostro percorso musicale così come si racconta un viaggio, una esperienza di vita. La band attraversa diverse formazioni fino a trovare il suo assetto stabile nel quintetto composto da Federica D'Agostino (voce), Domenico Lopez (chitarra classica), Giulio Vinci (chitarra classica ed elettrica), Alessandro Mazzacane (violoncello e basso elettrico) e Giovanni Chiapparino (percussioni, fisarmonica). 

Nel vostro disco di debutto “Navegar è preciso” avete sperimentato l'incontro tra i suoni del tropicalismo e la poesia della canzone d'autore italiana. Come nasce questa fortunata alchimia?
L'idea prende subito forma dopo l'ascolto di un brano di Caetano Veloso (“Os Argonautas”). Si tratta di un brano che esprime tutta la filosofia del gruppo. È un brano che porta in se tre matrici letterarie e culturali differenti (Veloso, Pessoa, Pompeo) che riescono a convivere in una sola nuova forma. Ne vien fuori qualcosa di sorprendente: un fado brasiliano le cui parole son prese in prestito e rielaborate da un motto Romano che affonda le sue radici nella mitologia Greca. È la dimostrazione di come si possano avvicinare culture e continenti col preciso e unico scopo di "creare". L'arte, atto d'ogni creazione, diventa, in questo brano, simile al viaggio per la conquista del Vello d'Oro, per cui è quasi più importante Navigare che Vivere. La meta diventa così solo la metà del viaggio così come l'arte non è più un risultato ma il processo stesso della creazione libera da vincoli e scopi. Volevamo continuare questa pratica e vedere cosa poteva succedere nel fare questo partendo dalla nostra matrice culturale e fin dove potesse estendersi e mischiarsi alle altre. Il risultato, sorprendente ma infondo aspettato, non è stato un collage ma la nascita di una cosa a se stante. Quello che in molti hanno definito "Tropicalismo Mediterraneo".

Come si è evoluta la vostra ricerca sonora e composita dal vostro disco di debutto al nuovo album "Samba delle Streghe"?
La cosa bella, intrigante e divertente della nostra formazione è che partendo da una base comune si snoda nelle esperienze di ogni singolo musicista che ne fa parte. E' come se noi facessimo come fa la nostra musica. L'evoluzione della ricerca sonora e compositiva è altresì un esperimento come quello suddetto sulla contaminazione. In questo caso siamo noi i luoghi e Os Argonautas lo spazio ideale in cui si incontrano. La formazione dei nostri cinque elementi è molto diversa e poliedrica. Non c'è quindi una ricerca pensata e studiata ma piuttosto una spontanea unione delle esperienze. Questo secondo disco nasce in realtà subito dopo l'incisione del primo. E' un lavoro lungo tre anni che naturalmente porta con se tutte le fasi della nostra ricerca sonora. Anche la scaletta del disco (tranne piccole incursioni) rispetta una cronologia di composizione e così si parte da "Lo Stivale" (brano più legato al Portogallo, il nostro "primo amore") a "Come Spose" (che fonde tango, musica arabo-andalusa, elettronica). Ognuno di noi ha continuato a seguire le proprie ricerche e ad assecondare le proprie propensioni per poi portarle nel disco. Così la formazione classica di Alessandro Mazzacane (violoncello) e Giulio Vinci (chitarra) ci hanno portato precisione ed ordine nelle orchestrazioni e nella gestione dell'espressività, quella più legata al flamenco e alla musica brasiliana di Domenico Lopez (chitarra) ci ha regalato un tocco di improvvisazione ed estemporaneità fondamentali in un lavoro di contaminazione (oltre che la composizione delle musiche di due brani presenti nel disco). La formazione dapprima pop e reggae e poi lirica, unita alla sua pratica sul canto MPB e fado di Federica D'Agostino ci ha regalato una molteplicità di sfumature davvero importante per quello che facciamo. Io ho cercato di far tesoro della mia esperienza nel progressive rock, nella musica popolare e nella composizione di musica per film per tentare di tenere le fila di tutto e riuscire ad arrangiare un genere musicale che a questo punto non poteva appoggiarsi su nessuna prassi.  L'evoluzione dal primo disco si può individuare in una grossa sfida, spero riuscita, che è quella di far entrare tanta musica e tanta letteratura in brani semplici che suonino come vere e proprie canzoni e che si allontanino da sovrastrutture intellettualistiche.  

Ci puoi raccontare la genesi di "Samba delle Streghe"?
Il primo disco di Os Argonautas nasceva col preciso intento di scrivere musica d’autore esplorando e contaminando il terreno delle musiche che si affacciano sul mare. Partendo dal versante europeo del Portogallo e da quello americano del Brasile (oltre che dall’ovvio ceppo Mediterraneo). Gli Os Argonautas si sono dedicati dapprima alle reinterpretazioni della canzone portoghese e brasiliana contaminandola con la cultura mediterranea per poi allargare il raggio d’azione, in questo secondo album, alla scrittura di un genere che comprenda tutte le influenze che possano derivare dall’essere vicini al mare. In questo secondo disco è come se si sia allargato il ventaglio delle contaminazioni che adesso fondono alla canzone italiana i suoni e gli stilemi di MPB, fado, elettronica , folk, tango, bolero, afro, flamenco. Il tutto è per costituzione appoggiato sulle fondamenta di un linguaggio già di per se molto contaminato (specie dalla cultura araba) che è proprio del Mediterraneo. Il proposito è dunque fondere, tramite l’unione di lingue, generi e scritture diverse, ciò che di più simile ci sia nelle culture circostanti al proprio “luogo” dimostrando che la peculiarità dell’espressione artistica non risiede nell’appartenenza ad un luogo, una disciplina o un genere ma piuttosto nello spazio (anche metaforico) che separa luoghi, culture e generi. Il risultato è molto lontano e diverso da una sterile e complicata rappresentazione intellettualistica della musica e della parola. Tutt’altro, il tentativo è quello di trasferire un pensiero complicato in una forma semplice che ben si adatti al concetto più naturale di canzone. La sfida è quella di far entrare gli argomenti e la prassi dei generi cosiddetti “colti” o “di nicchia” in un contenitore non “commerciale” ma “commerciabile” in modo da separare il binomio “orecchiabile-stupido”. A differenza del primo disco (che contiene soltanto quattro brani originali) "Samba delle Streghe" è più personale e più carico di ciò che siamo noi come autori. Il filo narrativo è essenzialmente una specie di naufragio negli abissi di se stessi da cui a volte si riesce ad essere vittime ed altre superstiti. Il mare, in questo disco rappresenta la duplicità dell'essere umano che è in continuazione superficie e abisso. Il "Samba delle Streghe" è difatti parafrasi divertita del dipinto "sabba delle streghe" di Francisco Goya in cui i rapporti tra Demone e Angelo, Bene e Male, Istinto e Morale, vengono invertiti così come spesso succede nell'essere umano. Inoltre tutto questo è rimarcato in maniera altrettanto poetica e magistrale dalle illustrazioni di Rosalba Ambrico (straordinaria illustratrice pugliese) che ha saputo esprimere in disegno questo alternarsi di livelli e questa duplicità dell'essere umano in cui in continuazione le due parti naufragano e risorgono.

Quali sono le ispirazioni alla base di questo disco? Quale il filo conduttore che lega i vari brani?
L'ispirazione di questo disco credo che sia più letteraria che musicale e lo stesso vale per il filo conduttore che lega i brani. Questo filo narrativo è essenzialmente una specie di naufragio negli abissi di se stessi da cui a volte si riesce ad essere vittime ed altre superstiti. Il mare, in questo disco rappresenta la duplicitá dell'essere umano che è in continuazione superficie e abisso. Il "Samba delle Streghe" è difatti parafrasi divertita del dipinto "sabba delle streghe" di Francisco Goya in cui i rapporti tra Demone e Angelo, Bene e Male, Istinto e Morale, vengono invertiti così come spesso succede nell'essere umano. Inoltre tutto questo è rimarcato in maniera altrettanto poetica e magistrale dalle illustrazioni di Rosalba Ambrico (straordinaria illustratrice pugliese) che ha saputo esprimere in disegno questo alternarsi di livelli e questa duplicità dell'essere umano in cui in continuazione le due parti naufragano e risorgono. Tutto il resto si è appoggiato a questo.

Tra i brani più belli ed intensi del disco c'è "Francesco Padre". Come nasce questo brano?
Sono venuto a conoscenza di una terribile vicenda avvenuta nel nostro mare oltre vent'anni fa. Si tratta dell'affondamento di un peschereccio Molfettese per un errore (diciamo così) della N.A.T.O. Ciò che mi ha colpito molto di questa vicenda è stato il fatto che io non ne sapessi nulla pur essendo molto attento alla vita politica del mio territorio. Ho scoperto, così, un'altra faccia dell'amato Mediterraneo che mai avrei voluto conoscere. Questa è una vicenda che ha l'importanza di Ustica ma se ne è parlato poco perché i poteri politici e militari coinvolti erano troppo e troppo sensibili.  I protagonisti della vicenda (le famiglie dei pescatori defunti) mi hanno chiesto di scrivere una canzone a riguardo che speravamo funzionasse come un'arma simile a quella che ha affondato il peschereccio "Francesco Padre" e lo facesse metaforicamente tornare a galla. 
I tentativi di rendere una giustizia mai avvenuta a queste famiglie e soprattutto una informazione corretta sui fatti sono stati tanti (documentari, libri, videoclip, presentazione a Sanremo) ma si può ben immaginare che un Paese che riesce ad affondare le prove di una simile tragedia possa con altrettanta facilità affondare una canzone che scopre qualcosa di importante e purtroppo non conosciuto da molti.  In ogni modo come recita un verso di questa canzone: “Nell’inganno che non seppi più tacere/Mi accorsi di sapere/che una barca si può allontanare/ma l’amore non può naufragare/che il ricordo tende a galleggiare/che il pensiero non lo puoi affondare”. Quindi non sarà questo ulteriore affondamento a toglierci la voglia di far emergere questa la canzone, la nostra band, la verità e un po' di senso di riflessione su ciò che ci circonda 

Altro brano cardine del disco è "SUDditanza" un brano dalla trama tradizionale che guarda ai Balcani...
Sudditanza è un chiaro gioco di parole. E' un brano che parla dei danni che può fare la logica della gerarchia.  L'uomo, oggi, rischia di vivere una doppia sconfitta: quella dettata dal fallimento all'interno di una gerarchia e quella dettata dal fallimento del suo sentirsi fuori da una gerarchia. È paradossale ma è quello che succede. Sudditanza prende solo spunto da una sorta di "questione meridionale" ma in realtà poi parla del Sud di ognuno di noi. Noi che siamo costretti a vivere dei ricordi di qualcosa di bello che eravamo è che potremmo essere. Quale possa essere il ruolo di un musicista, un artista, in questo marasma davvero mi riesce difficile spiegarlo. Credo che non si tratti più di qualcosa di simile a ciò che succedeva nei primi del '900 o nei più recenti anni '70 perché siamo andati indietro. In quei tempi (quelli della scoperta della psicoanalisi, delle ricostruzioni dei dopoguerra, della nascita dei nuovi mondi, dell'era dell'Acquario, della Beat generation) c'era qualcosa da contrastare e l'arte era conferma di un pensiero. Oggi, il cancro da combattere risiede in noi stessi ed è troppo difficile contrastarlo, piuttosto è più semplice trovare conforto in un arte comoda e che distragga e non distrugga. 

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento del disco?
Come spiegavo prima ci siamo presi tutto il tempo necessario perché i brani nascessero con calma e riflessione e fossero loro a chiederci come arrangiarli. Mi sono occupato io degli arrangiamenti del disco ma con un approccio molto rispettoso nelle proposte di tutti i musicisti che vi hanno partecipato. La guida dell'arrangiamento su una canzone secondo me dev'essere il suo testo (il suo significato) e bisogna assecondare ad esso un timbro specifico che ne definisca meglio la sensazione finale. Il resto viene abbastanza semplicemente se si sanno tenere in equilibrio le forme e le voci. C'è stata sicuramente una grande libertà nella decisione degli stilemi perché lo scopo era proprio quello di allontanarsi da un esercizio di stile e lasciar scorrere, col testo tutto ciò di cui ogni brano potesse aver bisogno. L'apporto dei musicisti in questa fase è stato come al solito fondamentale perché mi ha di volta in volta suggerito delle cose. Un bravo arrangiatore, si sa, non scrive solo note e orchestrazioni ma scrive note e orchestrazioni per determinati musicisti e non può prescindere da questo. Di sicuro molto ci hanno influenzato, come spiegavo prima, gli ascolti e le esperienze così disparate.

Al disco hanno collaborato Daniele Di Bonaventura e Jaques Morelenbaum. Quanto è stato importante il loro apporto nella definizione del sound del disco?
Spiegare la soddisfazione e l'emozione nell'avere questi due grandissimi artisti nel nostro disco è praticamente impossibile. Per anni ho studiato arrangiamento sui dischi di Caetano Veloso o di Jobim arrangiati dal maestro Jaques Morelenbaum. Questo musicista è uno degli inventori della bossa-nova è il padre insieme a Veloso proprio del Tropicalismo. Lavorare con lui è stato semplicissimo perchè dietro un grande artista abbiamo scoperto una grande persona piena di umiltà (che avrebbe potuto benissimo non avere data la sua grandezza) la cui unica preoccupazione è stata quella di chiederci se ciò che ci proponeva era in linea con quello che avevamo pensato di trovare in lui. Poche ore di registrazione, a Milano, hanno riempito il nostro disco di un suono che porta con se parte della storia del Brasile musicale. Un regalo grandissimo. Una profonda e commovente soddisfazione. 
Con Daniele Di Bonaventura è stato altrettanto bello. Daniele è diventato per noi un grande amico. Lo è perchè ha deciso di esserlo e perchè è uno che mastica musica e vita indistintamente al di là di qualsiasi etichetta e “forma”. Se a Daniele piace una cosa la fa e basta... e la fa bene. Lo abbiamo contattato la prima volta per accompagnarci nella serata finale della XXIV edizione di Musicultura e quasi increduli ce lo siamo trovati con noi sul palco quella sera allo Sferistereo di Macerata. Ricordo che mentre faceva il sound-check del nostro brano mi sono commosso. Ho capito in quel momento che stavamo avendo a che fare con uno dei grandi maestri del nostro tempo, una mente geniale e una sensibilità indiscutibili. Daniele è un compositore “istantaneo”, riesce a far muovere le voci di quello che suona in maniera nuova, unica e straordinaria... un’altro diamante nel nostro disco. Direi che è stato fondamentale nella creazione di un disco unico perché il suono e il modo di suonare di entrambi è unico ed irripetibile.

Come saranno i concerti di presentazione del disco?
Il nuovo spettacolo ripropone la maggior parte dei brani del nostro ultimo disco inframmezzati da alcune incursioni nel Brasile e nel Portogallo. Si cerca di raccontare anche il perché di alcune scelte per mezzo di brevi presentazioni dei brani. Si racconta come accennato prima di un altro tipo di viaggio questa volta: quello nel mare di noi stessi faccia a faccia con le proprie tempeste e i nostri giorni di mare fermo. Un alternarsi di stasi e ritmo che prevede anche una grossa interazione con il pubblico che cerchiamo sempre di non tenere distaccato dalla scena ma che spingiamo ad entrare con noi nell'esperienza di questo viaggio. In cantiere anche l'idea di preparare uno spettacolo con una orchestra… tutto però da capire ancora.


Os Argonautas - Samba delle streghe (Digressione Music, 2016)
“Samba delle streghe” è un album composto di dodici tracce delicate e incastonate l’una nell’altra con un equilibrio perfetto. Equilibrio di suoni, di voci, di strumenti. Ma anche di programma. Il progetto dell’ensemble è chiaro fin dall’inizio e possiamo ricondurlo a qualcosa di molto personale, nonostante - come è ovvio - i riferimenti siano diversi e in alcuni casi formalmente eterogenei. Il nucleo della formazione è composto da Federica D’Agostino (voce), Giovanni Chiapparino (percussioni, piano, rhodes, acordeon, bandoneon, sintetizzatori e basso), Alessandro Marzapane (violoncello) e Giulio Vinci (chitarre e bouzuki). All’album però hanno partecipato anche Jaques Morelenbaum (violoncello in “Passanti” e “A historia sem fim”) e Daniele Di Bonaventura (bandoneon in “Come spose”), oltre a un nutrito gruppo di ospiti: Andrea Campanella (clarinetto e clarinetto basso in “Samba delle streghe” e “Sogno”), Alessio Campanozzi (basso in “Samba delle streghe” e contrabbasso in “Valzer del poi” e “Disseram que voltei americanizada”), Cris Chiapperini e Danilo Grillo(voci rispettivamente in “A historia sem fim” e “Disseram que voltei americanizada”), Antonello Losacco (contrabbasso in “Sporca estate” e “Come spose”), Roberto Piccirilli (violino e viola in “Francesco Padre”) e Domenico Ricco (basso in “Francesco Padre”). In termini generali, i riferimenti dei musicisti sono molto ampi. Tutti gli strumenti intervengono con una perizia straordinaria, cesellando un suono e una timbrica d’insieme senza sbavature. In questo quadro la voce - perfetta e suadente, limpida, spesso allungata in melodie morbide e soffuse - assume un ruolo trainante. Non perché sia lo “strumento” sempre in primo piano, ma piuttosto perché mantiene un valore di amalgama, nel quale convergono le parole, sempre raffinate e ricercate, e il suo suono. Quest’ultimo è come una marea, un flusso straniante che striscia come un sottofondo, che avvolge chi ascolta in un’onda costante, implicita e calda. La scena include senza dubbio l’idea di un cantautorato radicato nella tradizione musicale italiana. Ma sul piano sopratutto musicale e, di conseguenza, dell’insieme, include elementi eterogenei (certamente il Portogallo e il Sudamerica, come si può facilmente evincere dai titoli di alcuni brani), che sono stati sedimentati con cura e pazienza. Quando si esce in modo più netto dallo schema più “allungato” e flessibile di brani come “Lo stivale” o “Nella valigia”, le esecuzioni diventano più cadenzate, lasciando emergere una bravura diversa dei musicisti. Non solo in termini tecnici (le esecuzioni sono lineari e sempre calibrate sulle relazioni degli strumenti) ma anche strutturali. Cioè in relazione a quel nucleo di elementi che compongono un tema e che includono la tenuta dell’insieme, oltre che il dinamismo delle singole parti. In questo senso “SUDditanza” è un brano molto significativo. È il quarto in scaletta e si configura come un primo strappo nello scenario che ci avvolge. Uno strappo che matura innanzitutto nella voce, che si presta a sillabare un testo più ritmico e veloce, ma anche nell’andamento di tutti gli strumenti. I rumori dell’incipit ci assorbono in un ambito più frenetico, così come il tema di base, sorretto dalle corde e ingrandito dalle percussioni. Pur in un quadro pieno di suoni, nel quale anche le voci si sovrappongono in alcune parti, rimane un’alternanza precisa tra tutte le parti, specie quelle di chitarra e di violino. La chitarra rimane anche sotto la strofa - con poche note, acute e stranianti - mentre gli archi legano le varie parti, sia vocali che musicali. Il testo è molto interessante e vale tutto l’album, per almeno due motivi. Il primo è che è tutt’altro che celebrativo della categoria “sud”. Il secondo è legato alla capacità dell’ensemble di aggrapparsi - fuori dalla retorica - alla descrizione ironica e amara di alcune dinamiche, rese con un gioco di contrari molto efficace: “Estrema spiaggia d’Oriente”, oppure “Ultima linea d’Africa”. Tra i brani più interessanti segnalo “Nella valigia”, in cui le voci in coro, con sotto le percussioni appena sfregate, producono un piacevole effetto di sospensione. Si tratta di tratti solo apparentemente marginali e che, a ben vedere, introducono sempre qualcosa di nuovo. Un passo più dinamico, un’armonia più piena, una trama strumentale più profonda.



Daniele Cestellini

Michel Balatti – The Northern Breeze (Felmay, 2016)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

«Questo album è stato un vero e proprio ‘labour of love’ , come direbbero gli inglesi: nell’arco di circa quattro anni ho costruito la raccolta, che comprende un po’ tutto quello che amo del repertorio irlandese, un genere musicale particolarmente vitale in cui la linfa del repertorio ‘secolare’, appartenente alla tradizione più antica, viene costantemente integrato con nuove composizioni di autore. Questa vitalità è talmente peculiare e forte per cui, sovente, accade che brani di composizione abbastanza recente comincino a essere riconosciuti come brani tradizionali dai musicisti». Così, il flautista Michel Balatti, musicista molto attivo nel panorama del folk italiano ed europeo, conosciuto per la sua militanza nei Birkin Tree e nei Liguriani. Formatosi in Conservatorio (è diplomato in flauto al Paganini di Genova), nel corso degli anni Michel si è impossessato a tal punto degli stili irlandesi e delle musiche per flauto traverso in legno a sistema semplice da acquisire un modo di suonare «autenticamente irlandese, come quello dei migliori strumentisti che ti aspetteresti di ascoltare nella contea di Clare o di Sligo», l’affermazione non è di chi scrive, ma, nientemeno che di un fenomeno come Martin Hayes, con il cui violino Balatti ha più volte incrociato i suoi strumenti. In “The Northern Breeze”, dunque, è proposto un gioco di contrasti e giustapposizioni; subito si è presi dall’attacco del set di reel “O’Connel Trip to Parliament”, uno standard appreso – rivela Michel – da quel caposaldo discografico del folk revival irlandese che è “The Eavesdropper” di Kevin Burke e Jackie Daly, saldato a “Splendid isolation”, scritto dal violinista Brendan McGlinchey, e al tradizionale “The Cloon”. 
Si passa a una coppia di jig suonati in compagnia di Caitlin Nic Gabhann alla concertina, «ho conosciuto Ciatlin nel 2008, che aveva 22 o 23 anni, – dice Michel – ormai è un’amica di famiglia, che ha suonato molte volte con i Birkin Tree». Il programma dell’album è molto vario ed è caratterizzato da una produzione volutamente diretta, fatta di arrangiamenti minimali, che privilegiano l’aspetto melodico, esaltano il fraseggio degli strumenti a fiato (oltre ai flauti di legno in Sib e Re, Michel suona anche i whistle in Fa e Sib); un bell’esempio è il trittico di “Coleman’s march” dove alla chitarra c’è lo scozzese Michael Bryan, strumentista molto dotato con cui sono stati costruiti gli arrangiamenti del disco, che è stato registrato in soli quattro giorni: «Tutto in presa diretta senza metronomo», racconta ancora Balatti. Atmosfere delicate contrassegnano “For Johnny”, in cui entra l’arpa da concerto di Elena Spotti, mentre Fabio Biale (piano e bodhran), l’altro accolito di Liguriani e Birkin Tree, è una presenza costante e solida in molti brani. Se è gustoso il set svedese-irlandese “Vals efter Lars Höpkers/ Timmy Clifford’s jig “, non lo è meno la celebre “Eleanor Plunkett” di Turlough O’Carolan, composizione che fonde aspetti musicali gaelici con influenze musicali di matrice barocca. Dal Settecento ad autori contemporanei, quali il prolifico fisarmonicista Paddy O’Brien, omaggiato in “Harvest Moon”, e la violinista chicagoana Liz Carroll, di cui Michel suona “The Air Tune” in un duetto di whistle con l’ottima Nuala Kenendy (altra artista con cui Balatti ha condiviso più volte il palco). 
Il musicista genovese ci mette anche sue composizioni: «Ne avrei avute molte di più, ma tendo a essere ipercritico, per cui ho finito per incidere solo quelle di cui ero veramente convinto». C’è un articolato medley intitolato “The humours of Giulia/ Anthony Spiders/ Farewell to the moptop” e c’è la conclusiva “Agata”, che racchiude due melodie, la prima scritta per la gioia di essere diventato padre di una bimba – Agata, per l’appunto – la seconda un jig tradizionale (“Adam and Eve”) accompagnato al pianoforte da Biale. Un’ultima nota su questo veramente raffinato album di Irish Flute music, le foto della copertina e dell’artwork non vengono da uno specchio d’acqua dell’isola verde, ma sono state scattate dal fotografo Antonio Ragni nel Parco Naturale del Delta del Po («Sono immagini che trasmettono bene la mia poetica musicale del disco», osserva Michel), in prossimità del capanno in cui si spense Anita Garibaldi. 


Ciro De Rosa

Foto di Antonio Ragni

Rachele Andrioli, Ninfa Giannuzzi, Simona Gubello, Meli Hajderaj – Rosamarino (Amo Per Amo/Kurumuny, 2016)

Ideato e prodotto da Ninfa Giannuzzi, cantante tra le più apprezzate della scena musicale salentina, il progetto “Rosamarino” nasce dal desiderio di esplorare il patrimonio ritmico-sonoro del Mediterraneo partendo dalla riscoperta della centralità del canto, matrice comune di tutti i popoli per i quali le acque di questo mare hanno rappresentato occasioni importanti di scambi, relazioni e influenze culturali reciproche. In questo senso non è stata casuale anche la scelta del nome che rimanda al nome antico della pianta di rosmarino, una delle spezie più diffuse sulle rotte del Mare Nostrum, evocando suggestioni emotive ed olfattive intense. Accanto alla Giannuzzi in questa nuova avventura musicale, che giunge a due anni di distanza dal pregevole “Áspro” in coppia con Valerio Daniele, troviamo le voci della talentuosa cantante salentina Rachele Andrioli, del soprano Simona Gubello e della cantante albanese Meli Hajderaj. Il sorprendente incontro tra queste quattro straordinarie interpreti ha dato vita a sorprendenti quanto complesse architetture vocali nelle quali le diversità stilistiche e di background musicale diversificati trovano il loro punto di forza in alchimie, collisioni, intrecci e dialoghi di rara intensità. A cristallizzare e documentare questo progetto è il disco omonimo, realizzato e promosso con il sostegno di Puglia Sounds Record 2016, nel quale hanno raccolto dieci brani provenienti da diverse tradizioni musicali, i cui particolari arrangiamenti sono stati curati da musicisti differenti, ed alla cui realizzazione hanno preso parte Vito De Lorenzi alle percussioni, Giorgio Distante all’elettronica e Rocco Nigro alle percussioni. Ogni brano conserva integra la propria matrice tradizionale ma al tempo stesso viene proiettato verso il futuro nell’incontro tra le quattro voci e l’elettronica. Tradizione e contaminazione diventano un tutt’uno nella contemporaneità e nel confronto tra le diversità stilistiche. Ad aprire il disco è lo splendido arrangiamento per sole voci di Eliseo Castrignanò del tradizionale madrileno “Los Cuatro Muleros” il cui testo è stato ripreso anche da Garcia Lorca, ed alla quale segue l’intensa versione del tradizionale salentino “Damme Nu Ricciu” dove scopriamo le quattro voci ad evocare i canti alla stima nel contrasto riuscito con le increspature elettroniche di Valerio Daniele. Se Ninfa Giannuzzi è protagonista del canto sefardita “Yo m’enamori d’un aire”, la successiva “Barcarolle” di Jacques Offenbach curata da Vanessa Sotgiu è una delle perle del disco con il soprano Simona Gubello a guidare le tessiture vocali. Attraversiamo il Mediterraneo ed approdiamo in Turchia con “Üsküdar’a gider iken” per poi far ritorno in Andalusia con “Lamma bada yatathanna” nell’arrangiamento di Alessandro Aloisi. Non manca uno sguardo verso la tradizione napoletana con “Vulesse addiventare nu brigante” con le percussioni di Vito De Lorenzi a tessere la trama ritmica su cui si muovono le quattro voci, e uno all’Est europeo con le belle versioni del tradizionale yiddish “Tumbalalaika” e di quello serbo “Niška banja” con l’arrangiamento di Stefano Luigi Mangia. Una intensa e struggente versione di “Bella Ciao” suggella un disco di rara intensità che ci mostra in piena luce tutto il talento di queste quattro voci. 


Salvatore Esposito

MAKU SoundSystem – Mezcla (Glitterbeat Records, 2016)

Musicisti transnazionali e multiculturali, parte della diaspora colombiana migrata dalla periferia nell’Impero, precisamente a New York City: sono i MAKU Soundsystem, un collettivo di otto elementi al loro quarto album dal titolo paradigmatico, “Mezcla”, il primo per la Glitterbeat. Il disco si presenta con una dedica diretta e politica: «Alle persone comuni di ogni razza e retroterra culturale, in special modo a coloro che all’interno del loro spirito trovano la forza per superare il disagio che portano dentro di sé e per promuovere una vita positiva in mezzo alla malvagità dei pochi che governano costantemente questo mondo di agitazione e disperazione. A tutti i popoli indigeni e alle comunità di ogni razza in tutto il mondo in costante sopravvivenza ed esodo, maestri ancestrali di tempi, società e valori diversi, a quelli che continuano, ora e sempre, a cantare, suonare, danzare e curarsi gli uno con gli altri, con attenzione e amore». Ci trascina il groove esplosivo, vitale e irresistibile dell’ibridismo culturale dei MAKU SoundSystem (Makú deriva da Nukak Maku, il nome di un popolo indigeno colombiano a rischio estinzione; la parola, proveniente dall’arawak “ma-aku”, ossia “quelli che non parlano”, è divenuto dispreggiativo per alcune popolazioni indigene del bacino amazzonico, ma è anche sinonimo di classe a basso reddito), che trascende generi musicali e confini. Ecco i loro nomi: Liliana Conde (percussioni e voce principale), Juan Ospina (basso elettrico e voce principale), Andres Jimenez (batteria e cori), Camilo Rodriguez (chitarra elettrica e cori), Felipe Quiroz (tastier e synth), Isaiah Richardson Jr. (clarinetto e sassofono), Robert Stringer (trombone), Moris Canate (percussioni e cori), con in più Carolina Oliveros (cori). Chiamatelo Latin sound, ma dentro ci sono lampi di ispirazione jazz, linea ritmica funky, elettro-cumbia e ritmi afro-colombiani che sprizzano felicemente, riff dei fiati da marching band, puntate afro-beat e sfumature rock, la cultura hip hop travasata nel plurilinguismo vocale che mette insieme spagnolo e inglese. Le liriche affrontano la quotidianità dei migranti, la pressione e la criminalità da colletti bianchi delle multinazionali dell’agro-alimentare (“Agua”, che apre l’album), i viaggi della speranza per passare la frontiera statunitense (“De Barrio”, che chiude il disco), ma tutto il pacchetto di nove brani esibisce un’energia poderosa: “Thank you, Thank you” è il primo singolo a propulsione funky-afro con canto call & response, ma ci sono rivelazioni dell’altissimo livello espressivo e della cifra passionale dell’ensemble, a cominciare da “Let It Go”, con il suo affondo percussivo afro-colombiano, i passaggi afro-beat, soli jazzati di sax e un moog vintage e sfrontato che ci riporta in un club di fine secondo millennio. “Positivo” è appetitosa e spericolata, “What do you wish for” ha la giusta propulsione funky, la cumbia danzante, e spiazzante, prevale in “La Inevitable” e “La Haitiana”, laddove “Happy Hour” è inarrestabile e frenetico suono urbano. Pensa e balla, balla e pensa, restando umani, con l‘«inevitable mezcla» di MAKU SoundSystem. 


Ciro De Rosa

Fabio Galliani & Ocarinamania Quartet – Fabiolous Ocarina (Ocarina.de, 2015)

Suonatore di ocarina tra i più apprezzati e talentuosi in Italia e storico componente del Gruppo Ocarinistico Budriese, Fabio Galliani è ben noto anche per essere il direttore del Museo dell'Ocarina di Budrio, nonché l’organizzatore delle varie edizioni del Festival dell’Ocarina. Dividendosi tra l’attività concertistica in Italia ed all’estero, quella discografica e la didattica, l’ocarinista budriese ha dato vita nel 2009 al Quartetto Ocarinamania con l’intento di sperimentare nuovi possibili repertori da eseguire con l’ocarina, esplorando ed esaltando le sue potenzialità espressive. Un po’ per gioco, un po’ per passione sono nati i primi arrangiamenti di standard jazz, di brani swinganti degli anni Quaranta e tradizionali klezmer dell’est eurpeo, il tutto con la complicità di tre musicisti eclettici e di grande esperienza, ma prima ancora amici di lunga data: Massimo De Stephanis (contrabbasso), Marco Muzzati (percussioni) ed Elio Pugliese (piano, fisarmonica, chitarra e voce). Dopo aver a lungo rodato sul palco il repertorio ed aver affinato man mano gli arrangiamenti, il quartetto ha deciso di cristallizzare questa straordinaria esperienza in un disco. E’ nato, così, “Fabiolous Ocarina” nel quale hanno raccolto tredici brani, realizzati con la fondamentale collaborazione del costruttore di ocarine austriaco Hans Rotter che ne è il produttore, nonché fornitore degli strumenti utilizzati da Galliani. Immergersi nell’ascolto del disco, vuol dire abbandonarsi ad un viaggio che parte con l’invito al ballo di “Baraben”, ci porta indietro nel tempo agli albori della canzone melodica italiana con “Camminando sotto la pioggia/Pippo non lo sa” e “Maramao perché sei morto”, per poi volgere lo sguardo verso i Balcani con “Odessa Bulgarish” ed in fine approdare alla tradizione klezmer con “Hava Nagila” e “Klezmer Suite”. Nel mezzo non manca qualche bella sorpresa come lo splendido medley che unisce “Dona Dona” e la colonna sonora di “Pinocchio”, o ancora uno sguardo verso la musica da ballo italiana con “Tarantella” e la fast polka “La Chiacchierina”, ma il vero vertice del disco arriva con la sinuosa “Spanish Fandango” in cui l’ocarina di Galliani regala momenti di puro lirismo. Il successo recentissimo raccolto al Festival dell'ocarina di Jiaxing, in Cina, e il pregio di questo disco rappresentano due punti fermi importanti per questo progetto e siamo certi che in futuro sapranno regalarci altre belle sorprese. 


Salvatore Esposito

Passage Through The World, Napoli Teatro Festival Italia, Museo Diocesano, Donna Regina Vecchia, Napoli, 16 Giugno 2016

Nel cartellone di quarantacinque spettacoli offerti dal Napoli Teatro Festival Italia, le espressioni musicali tradizionali orali non sono secondarie. Innanzitutto, sul taccuino segniamo “Una Favola di Campania”, per la regia di Fabrizio Arcuri, un itinerario di letture sceniche che si sviluppano in diversi luoghi della Campania – dal Cilento alla metropoli regionale – a creare un’antologia di pratiche narrative della tradizione orale campana basate sulla lunga stagione di ricerca sul campo di Roberto De Simone. Al festival, tra le produzioni che pescano nel classico, c’è “Verso Medea” di Emma Dante, dramma al femminile con la musica degli insuperabili Fratelli Mancuso (10 e 11 luglio al Teatro Bellini a Napoli, 12 e13 luglio a Valva nel salernitano). Nientemeno che al San Carlo saliranno sul palco (27 giugno, ore 23.00) che i Foja con “Cagnasse Tutto”, in un concerto in quattro sezioni che porterà il rock ‘newpolitano’ al Massimo partenopeo. Invece, della commedia musicale “Frankenstein O’ Mostro”, scritta da Sara Sole Notarbartolo, fa pienamente parte l’ibrido musical-stilistico dei Posteggiatori Tristi. Rivolgendoci ora a quanto già proposto, nella sua trama polifonica ha procurato emozioni “Passage Through the World”, la performance ‘site-specific’ firmata dalla coppia di artisti visivi iraniani esiliati Shirin Neshat e Shoja Azari  (immagini, video e spazio scenico). 
Si tratta di un progetto di Change Performing Arts, in origine commissionato per il Teatro Pubblico Pugliese, realizzato in funzione del Museo Diocesano nella Chiesa di Donna Regina Vecchia nel cuore di Napoli, dove è stato presentato tra in prima il15 giugno e in replica dal 16 al 20. Shirin Neshat è tra le più celebri artiste contemporanee iranian; suo marito Shoja Azari, premiato con il Leone d’Argento alla 66a Mostra internazionale del Cinema di Venezia nel 2009, ha prodotto con lei video-installazioni, cortometraggi e pièce teatrali. “Passage Through the World” è una sintesi simbolica che intreccia musica, voci, teatro e dimensione scenica. Collocati nell’abside poligonale dalla volta a crociera di Donna Regina Vecchia, il musicista, cantante, suonatore di cordofono setar Mohsen Namjoo (autore dei canti e musiche) ha intorno a sé, come in un cerchio (una delle figurazioni simbolo della rappresentazione, a rappresentare ciclo della vita e della morte, della perdita e della rinascita), il quartetto Faraualla (Maristella Schiavone, Gabriella Schiavone, Maria Teresa Vallarella, Serena Fortebraccio); ai due lati del pubblico, sulle panche, stanno Antonella Morea e il coro femminile Giullari di Dio della parrocchia di Santa Chiara in Napoli, che nel loro abbigliamenti raffigurano le prefiche della lamentazione funebre rituale mediterranea. 
Su grandi schermi sono proiettate immagini iconiche femminili di donne oranti. È un itinerario che si snoda lungo la Via della Seta per giungere fino al nostro Sud, mettendo al centro confluenze rituali sul tema della perdita, del lutto e del cordoglio. Mohsen Namjoo, iraniano del Khorasan – condannato anni fa in contumacia dalla giustizia iraniana per la sua recitazione “sprezzante” di versi coranici nella sua “Shams”, e oramai di residenza newyorkese, – virtuoso del liuto a manico lungo setar formatosi alla musica d’arte iraniana, con studi delle tecniche e dei repertori vocali del suo Paese, è musicista dall’ampia paletta sonora (tra l’altro, è in uscita in questi giorni il suo nuovo album “Personal Cipher”). Alle strutture modali della musica classica persiana Namjoo aggiunge la sua attitudine da rocker (nelle parti registrate, la chitarra elettrica s’intreccia con il cordofono tradizionale); fonde canto, vocalizzi, lamenti e inserti strumentali minimali, riplasmando canti che attraversano l’Asia centrale, il Medioriente, i Balcani fino al nostro “Sud”, che entra in scena con una toccante “Fenesta ca lucive”, eseguita dalla Morea e dal coro su un ritmo di tammurriata, e con le quattro Faraualla, artefici di gesto e canto polivocale, che interagiscono nelle composizioni dell’iraniano ed eseguono dal loro articolato repertorio, che mescola con naturalezza polifonia rinascimentale, canoni jazz, espressività vocale popolare meridionale e richiami al canto a più parti di area balcanica (“Inno alla Desolata”, “Rumelaj” e “Sind’”). 
La partitura procede per sovrapposizione di musiche pre-registrate e di note suonate dal vivo; le lingue, le cadenze, le frasi melodiche e i ritmi si mescolano, esemplificando quell’idea di transito nel tempo, nello spazio e nelle pratiche culturali. La performance crea una polifonia che rende univoca e universale l’esperienza umana della perdita e del lutto, con la donna mediatrice rituale totalmente al centro. La potenza narrativa, l’azione scenica reiterata, le voci e gli strumenti, la fusione con le ‘magiche’ architetture della chiesa producono grandi effetti partecipativi, ma qualcosa nel racconto manca: forse proprio l’aspetto visuale contemporaneo, che ci aspettavamo più pronunciato, considerata la cifra artistica nell’ambito della fotografia, della videoarte e della filmica di Shirin Neshat e Shoja Azari. 

Ciro De Rosa

Foto di Salvatore Pastore

Mare e Miniere 2016. Seminari di Musica, Canto e Danza Popolare dal 27 giugno al 02 luglio 2016 a Portoscuso (CI)

“Mare e Miniere” giunge quest’anno alla sua nona edizione, proponendo un ricchissimo programma culturale, artistico ed educativo, il cui obiettivo principale è “educare al valore della memoria come insegnamento per il futuro”.  La valorizzazione della cultura e della musica popolare, ed in parallelo l’esigenza di ridare centralità ai luoghi legati al mare e alla cultura geomineraria del Sulcis-Iglesiente, hanno rappresentato e rappresentano lo spirito che anima la sua programmazione nell’arco di tutto l’anno con concerti, produzioni originali ed eventi, seguendo una formula ormai collaudata e di grande successo. L’edizione 2016 di “Mare e Miniere” entrerà nel vivo il prossimo 27 giugno con la serie di Seminari di Musica, Canto e Danza Popolare che si terrà fino al 2 luglio nella splendida cornice della Tonnara “Su Pranu” a Portoscuso (CI). Si tratta di una preziosa occasione per musicisti, cultori ed appassionati di musica popolare italiana i quali avranno la possibilità di approfondire lo studio di strumenti, tecniche esecutive, vocali e coreutiche della nostra tradizione. Dopo il grande successo riscosso negli anni precedenti, l’edizione 2016 amplia ed arricchisce la proposta formativa e culturale degli stages, senza dimenticare gli imperdibili concerti serali. Abbiamo intervistato Mauro Palmas, Direttore Artistico di “Mare e Miniere”, per farci presentare il programma di questa nona edizione, e soprattutto raccogliere qualche succulenta anticipazione sui prossimi eventi.

L’edizione 2016 di “Mare e Miniere” sta segnando in modo determinante il passo nella crescita di questa rassegna, e lo dimostrano gli eventi che avete già proposto quest’anno ed il successo delle anteprime dei Seminari…
“Mare e Miniere” è un festiva in piena crescita non solo per l’ampliamento della sua proposta culturale con una sequenza di eventi sempre più intensa, ma anche di quella formativa in quanto abbiamo aggiunto alla serie di seminari di musica, canto e danza popolare nuovi docenti e nuovi classi rivolte ad un numero sempre maggiore di allievi.

Andiamo nel dettaglio. Ci illustri il programma dei corsi di quest’anno? 
Il corpo docente di quest’anno è stato arricchito innanzitutto dalla presenza dello straordinario percussionista e cantante italo-francese Carlo Rizzo a cui è stata affidata la conduzione del corso di percussioni. Specialista e precursore dell’evoluzione tecnologica dei tamburi a cornice, e dotato di una tecnica esecutiva unica, Rizzo proporrà ai nostri allievi un percorso i ritmi e i suoni dei tamburelli tradizionali del mondo. Come nella precedente edizione, non mancherà il maestro Luigi Lai, leggenda vivente della musica sarda e depositario del repertorio tradizionale del doppio flauto isolano, il quale terrà il corso di launeddas. Molto importante è anche la presenza di Totore Chessa che terrà il corso di organetto diatonico, accompagnando gli allievi alla scoperta del repertorio dei balli tradizionali dell’Isola. Abbiamo poi deciso di sdoppiare le classi di canto, con l’aggiunta di quella di canto corale con Alessandro Foresti, mentre Nando Citarella terrà un corso di percussioni e danze popolari con Nathalie Leclerc. Ci saranno poi il corso di canto popolare con Elena Ledda e Simonetta Soro, quello di flauti di canne e zampogne con Pietro Cernuto, mentre Simone Bottasso si occuperà dello stage di musica d’insieme.

Altra importante novità di quest’anno è l’introduzione del laboratorio per bambini “Una Miniera di Idee”… 
Si tratta di un esperimento importante volto a creare la base di partenza di una nuova attività invernale rivolta alle scuole, e che in qualche modo possa costruire anche la base di partenza per i seminari del prossimo anno, partendo proprio dal confronto con il mondo della didattica. Condotto da Agnese Ermacora e Giorgio Maria Condemi, “Una Miniera di Idee” è uno stage di improvvisazione, scrittura creativa e dialogo sonoro, rivolto ai ragazzi dell'ultimo anno della scuola primaria o del primo anno della scuola secondaria di primo grado, anche con bisogni educativi speciali.

Quali sono i costi dei seminari? E’ ancora possibile iscriversi?
I costi dei seminari sono i seguenti: 1 corso €100,00, 2 corsi €120,00 - Corso di Ballo Sardo €20,00. L’iscrizione può essere effettuata per uno o due corsi: il primo si svolgerà al mattino dalle ore 10,00 alle ore 13,00, mentre il secondo nel pomeriggio dalle ore 17,00 alle ore 20,00. A tutti i corsiti delle discipline musicali, viene offerta la possibilità di frequentare gratuitamente il laboratorio pomeridiano di musica d’insieme. Tutti i corsi sono gratuiti per i bambini fino ai 12 anni di età. Ovviamente si ci può ancora iscrivere o attraverso il sito www.mareeminiere.it o anche in loco.

A chi sono rivolti i seminari?
Sono indirizzati tanto a quanti desiderano avvicinarsi per la prima volta al mondo della musica tradizionale, quanto a musicisti già formati, inoltre per i più esperti sono previste alcune Master Class di approfondimento.

Parallelamente ai seminari, nel corso della rassegna è previsto un ricco programma di concerti serali. Puoi presentarcelo? 
Il programma serale si aprirà il lunedì 27 giugno alle ore 22,00 quando presso la Vecchia Tonnara “Su Pranu” andrà in scena lo spettacolo “Luxìa Contus de fèminas e mala”.
La vita quotidiana, la fatica, gli affanni, la gioia, gli amori, la straordinarietà delle nostre donne. Intense figure femminili raccontate con indulgente ironia attraverso i racconti di Maria Gabriela Ledda. La narrazione, affidata a Elena Ledda e  Simonetta Soro, dipinge, come in una tela, vicende e luoghi che catturano l’ascoltatore e lo avvolgono in una dimensione familiare, nella quale sono riconoscibili personaggi del passato e del presente, con la loro unica e universale bellezza.  Il racconto sarà sapientemente accompagnato e arricchito dai musicisti in scena. Un lavoro scritto interamente in lingua sarda, che si propone ancora una volta di vincere la sfida della capacità della nostra lingua di essere altamente espressiva, nobile e poetica. Martedì 28 giugno la serata si aprirà alle ore 21,30 con il concerto per organetto solo di Totore Chessa, a cui seguiranno alle 22,00 gli Accordion Samurai, nella nuova formazione che vede protagonisti gli organetti di Riccardo Tesi, Markku Lepistò, David Munelly e Simone Bottasso, i quali proporranno un loro omaggio alla Sardegna, patria dell’organetto, ed è probabile che ci sarà anche qualche fuori programma con Totore Chessa. Mercoledì 29 giugno alle ore 21,30 si terrà la presentazione del Libro: “Bella Ciao. La Canzone Della Libertà” di Carlo Pestelli, che farà da preludio alla prima del recital “Soglie” tratto dalla “Via Del Pepe” di Massimo Carlotto per la regia di Marco Sanna con Antonio Murru, le scenografie e i burattini di Donatella Pau e le musiche del sottoscritto. Inizialmente prodotto dal Teatro Stabile della Sardegna, questo spettacolo nasce dall’idea di rielaborare “La Via del Pepe” di Massimo Carlotto per musiche e burattini, e racconta una storia legata al dramma dell’immigrazione con due vicende parallele, una drammatica ispirata al testo originale e l’altra sulla nostra indifferenza. Solo in apparenza è uno spettacolo per bambini, ma in realtà è un lavoro indirizzato ad un pubblico adulto. Giovedì 30 giugno alle ore 22,00 si terrà un Evento Speciale che vedrà protagonisti Luigi Lai alle launeddas, Pietro Cernuto al friscaletto e alla zampogna e Fabio Rinaudo alla cornamusa, a cui seguiranno i balli in piazza fino a tarda notte. Il programma serale della rassegna si concluderà Venerdì, 1 Luglio alle ore 22,00 con l’atteso concerto per sole percussioni di Carlo Rizzo, mentre alle 22,30 docenti ed allievi dei seminari saranno protagonisti di una produzione originale. A seguire ancora balli in piazza fino a tarda notte. 

Qualche anticipazione sui prossimi eventi? So che è in cantiere una produzione originale…
La grande produzione originale di Mare e Miniere 2016 sarà “La Sedia di Fiorenzo”, che andrà in scena il prossimo 21 luglio nello splendido scenario del Palazzo Ducale di Sassari, dove c’è la sede legale della Fondazione di Sardegna e con il patrocinio del Comune di Sassari. E’ un doveroso omaggio a colui che può essere ancora oggi considerato il più grande regista etnografico della nostra isola.
Lui è stato un regista “del vero”, un acuto osservatore della realtà isolana e dei suoi rapporti di forza tra arcaismo e progresso, e preziosissima è la sua produzione documentaristica legata alle tematiche del lavoro, ed alle molteplici contraddizioni prodotte dall’industrializzazione. E’ stato testimone della distruzione di migliaia di ettari di rigogliosa macchia mediterranea che ha reso possibile la bonifica agraria nelle nostre terre, dal Campidano a La Nurra, che risalta nelle forti immagini racchiuse da Fiorenzo Serra in una serie di cortometraggi, prodotti dall’Eftas (ente per la trasformazione fondiaria oggi Ersat), e volti a testimoniare l’attività di trasformazione fondiaria messa in atto in Sardegna negli anni cinquanta. Questi documentari restaurati digitalmente dalla nostra associazione, saranno i protagonisti dello spettacolo, accompagnati dalle musiche originali composte dal sottoscritto ed eseguite dal vivo da una piccola orchestra d’archi e strumenti etnici. La musica segue ed esalta le immagini assecondando il ritmo del movimento delle macchine descritte nei filmati, a cui si aggiungerà anche una sequenza di trecento fotografie fatte da Renato Morelli durante le riprese del film sul santuario di San Francesco a Lula, film ancora oggi mai montato e che al momento è custodito presso l’Istituto Etnografico di Nuoro.

In programma ci sono anche eventi dedicati al cinema etnografico…
Mare e Miniere quest’anno inaugura anche una sezione dedicata al cinema con alcuni filmati etnografici di Renato Morelli. Presenteremo un filmato sul Concordu di Santu Lussurgiu degli anni Ottanta e un altro sul Concordu di Cuglieri che risale agli anni Novanta. Verranno presentati a Sant’Antioco dove ci sarà anche la proiezione con le musiche dal vivo del film “Cainà” di Gennaro Righelli del 1922. 

Non mancheranno anche spettacoli di teatro e danza…
Pamela Villoresi proporrà un suo monologo su Pier Paolo Pasolini dal titolo “Io Abiuro” che verrà presentato a Soleminis il 23 luglio con le musiche dal vivo eseguite dal sottoscritto con Maurizio Camardi (sassofoni, duduk, shell) e il quartetto d'archi Archaea String. Avremo anche uno spettacolo legato alle miniere con Mario Incudine che si terrà ad Iglesias, così come non mancherà uno focus sulle musiche liturgiche con due produzioni che vedranno il canto ortodosso di un gruppo della Georgia confrontarsi con la polifonia Sarda nella Cattedrale di Iglesias il 30 agosto e nella Cattedrale di Sant’Antioco il 31 Agosto. Da ultimo proporremo anche quest’anno lo spettacolo “Danze Del Mare” che grande successo ha avuto lo scorso anno e “Trans-u-mare” per la regia e le coreografie di Francesca La Cava, e che racconta in modo molto evocativo i cicli della transumanza tra Sardegna e Abruzzo. 

Quali sono le prospettive future di “Mare e Miniere”…
Rispetto agli anni precedenti gli enti che sostengono il festival sono rimasti gli stessi con il principale finanziatore che è la Fondazione di Sardegna, unitamente al contributo della Regione Autonoma di Sardegna - Assessorato della Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport, Assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio e dei comuni coinvolti. E’ importante sottolineare però il fatto che ci sono sempre più enti locali che stanno entrando nel nostro circuito come nel caso di Teulada e di Sassari, allargando sempre di più il profilo regionale della rassegna. Noi vogliamo coinvolgere l’intera Sardegna prediligendo coloro che sposano il concetto di fare spettacoli di grande rilievo culturale per la valorizzazione del territorio, ed anche un minimo impatto ambientale.


Salvatore Esposito

Gianluca Petrella – Cosmic Renaissance (Spacebone Records, 2016)

Talentuoso trombonista barese, Gianluca Petrella vanta un straordinario percorso artistico costellato da numerosi riconoscimenti (dal Django d’Or come migliore talento europeo nel 2001 al Top Jazz del 2005, e per ben due anni consecutivi il celebre “Critics Poll” della rivista Down Beat, per la categoria “artisti emergenti”), collaborazioni di prestigio con artisti come Roberto Ottaviano, Greg Osby, Carla Bley, Steve Coleman, Enrico Rava, e tanti progetti che lo hanno visto protagonista. Dagli Indigo 4 ai Tubolibre, dal duo Soupstar con Giovanni Guidi, al quartetto Brass Bang (con Paolo Fresu, Steven Bernstein e Marcus Rojas), fino a toccare l’esperienza con la Cosmic Band, Petrella ci ha regalato pagine di grande jazz, attraverso le quali ci ha svelato il suo approccio eclettico alla tradizione trombonistica. Terminata lo scorso anno l’esperienza con la Cosmic Band, intrapresa nel 2007 prendendo spunto dalla musica interstellare di Sun Ra, il trombonista barese ha intrapreso un nuovo percorso di ricerca musicale, rinnovando e riducendo l’organico in forma di quintetto con il nome Cosmic Renaissance. Questa scelta è nata essenzialmente dall’esigenza di una maggiore dinamicità tanto dal vivo, quanto nelle esplorazioni sonore, partendo però dal concetto base di jazz visionario e in continuo movimento della Cosmic Band. Hanno preso vita, così, nuove composizioni basate essenzialmente sul rapporto tra strumenti acustici ed elettronici, in cui spicca il dialogo tra il trombone di Petrella e la tromba di Mirco Rubegni, supportati dall’originale trama ritmica costruita della batteria di Federico Scettri, le percussioni di Simone Padovani e il contrabbasso di Francesco Ponticelli, in cui si inseriscono le increspature delle sequenze elettroniche. Naturale è stato, quindi, l’approdo al lavoro in studio per cristallizzare le nuove rotte musicali individuate, ma anche in questo caso originalissima è stata la scelta di pubblicare come gustosissima anteprima l’Ep “Cosmic Renaissance” in vinile, nel quale sono raccolti cinque brani, che anticipano la prossima pubblicazione di un Lp. Sebbene lo stesso Petrella abbia chiarito che si tratta di un piccolo assaggio, l’ascolto svela un lavoro di ampio respiro, denso di fascino e potenza evocativa, nel quale emergono non solo le sue radici jazz ma anche le esplorazioni sonore nella black music e nell’elettronica. Aperto dal coinvolgente climax di “Ring” il disco ci regala una sequenza di brani accattivanti, in cui sono in perfetto equilibrio composizioni ed improvvisazione come nel caso di “Monday” o delle straordinarie “Sun Ra Sound Of Love” e “U Turn”. Musicista visionario e sempre attento alla ricerca, Gianluca Petrella con questo Ep ha aperto un sentiero nuovo per il jazz in Italia e siamo certi che Lp di prossima uscita sarà un appuntamento da non mancare per nessuna ragione. 


Salvatore Esposito

Leptons – Between Myth and Absence (Dodicilune/I.R.D., 2015)

“Between Myth and Absence” rappresenta l’esordio discografico dei Leptons. Né “un gruppo di particelle subatomiche elementari”, né tanto meno “le monete di poco valore d’Età Ellenistica” soluzioni suggerite dalla più comune e discussa enciclopedia del web, ma semplicemente la nuova creatura musicale di Lorenzo Monni. Al fianco del chitarrista, compositore - e per l’occasione anche vocalist - sardo (trapiantato in Veneto), due pregevoli musicisti come Alessandro Grasso al basso e Paolo Gravante alla batteria. La copertina onirica - creata da Gabriele Brombin - è un’innegabile spoiler delle sonorità dell’album. Senza scomodare le facciate degli album di mostri sacri del passato, come Yes o Emerson Lake & Palmer, causando così inevitabili e gravosi confronti, si può guardare ad esempio a “Black Clouds & Silver Linings” (2009) dei più attuali Dream Theater. Anche la struttura dell’album rivela ascendenze riconducibili agli anni ’70: i “Miti” si avvicendano morbidamente con sei intermezzi strumentali programmaticamente intitolati “Absence”; un’alternanza riscontrabile anche a livello compositivo fra brani compiuti e brevi abbozzi musicali. Resta così (volutamente?) la curiosità ad esempio di quale capolavoro avrebbe potuto generare uno sviluppo della virtuosistica e molle “Absence II”. Non solo i campioni del progressive, ma anche la musica occidentale di tradizione colta, la new wave e il post punk sono le fonti d’ispirazione di Monni, unico autore dei quindici brani del disco prodotto dalla Wysiwyg (forma contratta per What You See Is What You Get) dell’etichetta salentina Dodicilune. Grande cura è riservata anche ai testi in lingua inglese, in particolare in “Back to Oblivion”, “Beware” e “Leptons in Love”, tracce che danno voce ai vinti della società, secondo la definizione del loro creatore. Resta però l’amaro in bocca per l’assenza dei testi nel booklet che ne avrebbe favorito ulteriormente la valorizzazione. L’apertura con “Back to Oblivion” caratterizzata da coretti e unisoni vocali alla Beatles (alla loro “Hey Jude” farà riferimento poi apertamente il testo di “Beware”), innestati però su un tappeto ritmico sempre scivoloso e mai chiaramente definibile, dice già molto sulle qualità del disco, che trova in “The King Inside of Me” e in “Leptons in Love” due perle assolute. La prima potrebbe essere tranquillamente una traccia scartata durante la registrazione di “The Lamb Lies Down on Broadway” con una magnifica prestazione vocale di Monni al limite del plagio di Gabriel. La seconda, invece, è una lettera d’amore assolutamente non convenzionale, non la consueta ballata romantica ma una duplice, e all’apparenza antitetica, veste acustica prima e sinfonica poi. Un disco in sintesi che dimostra come certe formule del passato (“Miti” musicali?) possano ancora produrre pregevoli frutti; un disco assolutamente di classe senza la forzata e ricercata pretesa di essere non convenzionali, con il rischio poi di ritrovarsi “assenti”. 


Guido De Rosa