Per quanto si possa provare, durante un’esibizione accade sempre qualcosa di straordinario e irripetibile. E il contesto conta moltissimo. Naturalmente possiamo partecipare a incontri online e fare musica a distanza. La pandemia ha cambiato profondamente il nostro modo di considerare l’esperienza virtuale rispetto a quella reale: è stato un punto di svolta e abbiamo dovuto superare ogni timore nei confronti di una modalità che poteva sembrarci strana o destabilizzante. È diventata parte della vita e abbiamo imparato a conviverci. C’è anche una questione generazionale: alcune persone faticano ancora a percepire l’esperienza online come reale. In generale, però, se stai programmando un evento dal vivo, a un certo punto devi vedere i gruppi sul palco. È una necessità professionale: devi farti un’idea di ciò che fanno, capire come si muovono e che cosa succede tra loro e il pubblico. Per questo luoghi come il WOMEX sono importanti, così come lo sono molti altri eventi simili. Devi esserci, osservare la sala e la band. Una volta dicevo che mi piace ‘annusare’ i musicisti e il pubblico: voglio percepire quella presenza, entrare in contatto con ciò che accade. Sono in forte crescita anche altre manifestazioni analoghe al WOMEX: alcune sono piccolissime, altre enormi, quasi eccessive. Non so se oggi parteciperei a certe manifestazioni gigantesche: temo che mi sentirei sopraffatto. Gli eventi più raccolti, invece, offrono
un’esperienza intima straordinaria. Alcune musiche sono fatte proprio per essere vissute in uno spazio contenuto, non all’interno di una grande fiera: ne ricavi sensazioni diverse. Oggi il WOMEX rappresenta un contesto differente per i giovani che vi partecipano, persone cresciute avendo la world music già nel proprio orizzonte. Siamo arrivati a una fase nuova. Lo spirito originario è sopravvissuto? Spero di sì. Ma sono altre persone a portarlo avanti, magari con idee nuove. Ed è un bene: se non sapremo accoglierle, il WOMEX non avrà futuro”. Mandelson ha inoltre ricordato in più occasioni che “la diversità non è una nicchia, è essenziale per tutti noi”, aggiungendo: “Oggi l’accesso ai contenuti è enorme e c’è una quantità impressionante di musica disponibile. Resta tuttavia fondamentale che qualcuno aiuti, orienti e svolga un lavoro di curatela. Non vorrei che ci considerassimo dei "gatekeeper", coloro che decidono chi può entrare e chi no; credo però sia prezioso rendere l’accesso più semplice, indicare una direzione e presentare le musiche nel modo giusto. Oggi non possiamo ascoltare tutto, ma possiamo accettare consigli. E una buona playlist può essere davvero utile. Posso dirlo, anche se sono ormai un uomo avanti negli anni?
Mi ricordo gli inizi, quando scoprivamo musiche che amavamo e preparavamo una cassetta da regalare agli amici dicendo: ‘Ti conosco, l’ho fatta apposta per te, ti piacerà’. Oppure la portavamo ai compagni di band: ‘Ascolta questa cosa! Potremmo suonare così?’. Erano playlist perfette, costruite da una persona per un’altra, pensate per un momento e un luogo precisi. Il mezzo è cambiato, ma l’intenzione è la stessa: trasmettere le cose di mano in mano e da un orecchio all’altro. Ci sono molti artisti esclusi dalle grandi piattaforme, Spotify compreso. Per entrare in certi circuiti devi seguire regole precise, e chi non lo fa resta tagliato fuori. Di conseguenza, esistono musiche di cui non sapremo mai nulla. Forme musicali che non sono state create per noi e che non dovremmo considerare soltanto come prodotti da consumare o brani da inserire in una playlist privandoli del loro contesto. Possiamo raccogliere i brani che ci sembrano belli, ma senza informazioni su come quella musica viene vissuta o fruita perdiamo il suo valore. A volte abbiamo a disposizione molti più suoni, ma non abbastanza contesto: la musica è molto più del suono che produce, è un sistema simbolico. Quando ho cominciato a suonare dovevamo impegnarci moltissimo per trovare musica, dovevamo immaginare da soli come si suonasse uno strumento non avendone mai visto un filmato. Non lo dico per criticare il presente, ma per ricostruire la distanza che ci separa da quel tempo”. Venendo ai cinque giorni di live music, il concerto inaugurale dell’edizione 2026 – che mette in fila artisti locali – di solito non lascia
esterrefatti. E questa edizione non fa eccezione: la serata intitolata Entre Corrientes (Tra le correnti) presenta set di 15 minuti di quattro artisti, tra i quali ci hanno colpito Julia Rodríguez, suonatrice di timple (il piccolo cordofono canario) che si muove tra folk e derive pop mainstream, e il duo formato da Alba Carmona (voce) e Jesús Guerrero (chitarra), capace di offrire una fluida e intima devozione flamenca con sguardo contemporaneo. Come detto, a disposizione della comunità dei “Womexicans” ci sono stati cinque palchi raccolti nella stessa accogliente struttura fieristica e musicale. Tutto è iniziato nella Sala Gabriel Rodó – allestita all’interno della sede della Orquesta Filarmónica de Gran Canaria –, che ha ospitato i concerti diurni e quelli dell’Off-WOMEX. I Daycase costituiscono momenti di esplorazione del suono e di ascolto raccolto, in cui l’elemento strumentale e quello vocale vengono esaltati aprendo alla scoperta: è il caso di Aizhan Sultan, che ha inaugurato la sezione di showcase del giovedì. Artista kazaka con importanti studi accademici alle spalle, si presenta in scena con un abito folkloristico sciamanico e un copricapo dotato di corna. Sul palco intreccia tecniche di canto di gola e vocalità salmodianti, suonando lo scacciapensieri e il tamburo a cornice sciamanico; il tutto è avvolto dagli innesti elettronici ambient del musicista finlandese Saku Liimatainen. Ha lasciato il segno il set successivo, che ha visto protagonista il
trio dell’indiano-britannico Soumik Datta, virtuoso del liuto sarod. Accompagnato da percussioni (tabla, mridangam e drum kit) e field recording, Datta mette in dialogo la musica classica indiana con i cicli della natura. Nel brano Waggle Dance si ispira alla comunicazione delle api esploratrici, la cui danza indica alle compagne la rotta verso il nettare: è una metafora del ruolo del musicista, chiamato a mostrare al pubblico dove si trova la “dolcezza”. Sempre nell’ambito degli showcase diurni dei giorni successivi, si è distinta la posa raffinata e ammantata di jazz di Carmen Souza, capace di trasportare l'ascoltatore lungo le rotte diasporiche capoverdiane. Di impronta diversa la prova del cantante e chitarrista Jabulile Majola: cresciuto in una famiglia rurale del KwaZulu-Natal, l'artista possiede una bella voce acuta con cui fonde radici gospel, poesia rap e narrazione folk, accompagnandosi al Fender Rhodes alternato alla chitarra elettrica. Un set gradevole, ma senza particolari slanci Magnetica l’esibizione del palestinese Faris Ishaq, che si fa corpo unico con il flauto nay (ne suona diverse fogge per lunghezza e timbro) mentre con il piede aziona un pedale per un tamburo a cornice e sulla gamba sinistra porta un sonaglio. Tra modi del maqām, tradizione folklorica e proiezione jazz, Faris usa diverse tecniche nel soffiare nello strumento, dilatando le note, usando l’overblowing, giocando con gli armonici e cantando.
Non meno interessante l’improvvisazione portata dal duo Zöj, formato dalla cantante e strumentista iraniana Gelareh Pour e dal percussionista australiano Brian O’Dwyer. La voce e il kamancheh dettano il senso melodico che si dipana a partire dalla tradizione iranica, mentre il batterista segue e asseconda con sensibilità, accortezza e levità, quasi accarezzando il suo kit percussivo. Diamo ora conto delle tre serate di showcase, ribadendo che si tratta di una traiettoria del tutto personale: è dettata da interessi specifici e dall’impossibilità — data la sovrapposizione di molte esibizioni — di vedere e ascoltare tutto ciò che si sarebbe voluto. È questa la condizione tipica del "Womexican" di ritorno dal turbinio che contraddistingue l’annuale Worldwide Music Expo. Iniziamo dalla serata concertistica di giovedì 22. Qui il primo incontro emozionante nella Sala Sinfonica è con la magia della musica maliana guidata dall’ugola luminosa di Hawa Kassé Mady Diabaté, affiancata da un organico di chitarra, balafon, ngoni basso e percussioni che ripercorre il repertorio dei jeli nel segno del padre. Al Borondón Stage (Sala San Borondón) si esibisce poi il trio dal piglio rock-oriented della suonatrice iraniano-statunitense di kamancheh elettrificato. Tornando alla Sala Sinfonica (Theatre Stage), ecco il coup de cœur della serata: la portoricana Fabiola Méndez, voce naturale e virtuosa del cuatro (il cordofono a dieci corde), che insieme a notevoli strumentisti — Juan Maldonado al basso elettrico, Adrian Maldonado alla batteria e di nuovo Juan Maldonado alle percussioni — fonde elementi folk, afro-caraibici e jazz. C’è molta teatralità nel suono nordestino a tinte rock-jazz di Almério, vestito di bianco a mo’ di
sacerdote: un set gradevole, ma niente di più. Nell’open air Plaza Stage (dove l’ingresso era gratuito anche per il pubblico dei non delegati), con le onde dell’oceano a fare da sfondo, la galiziana A Pedreira si muove alla guida di un quartetto rock dal sapore perfino un po’ datato, capace comunque di caricare il pubblico. Restando sullo stesso palco, il maâlem e cantante guembrista Saad Tiouly guida un ensemble di sette elementi (voci, tamburi e qraqeb) dal profilo tradizionale: pur concedendosi qualche esotismo, il gruppo spinge a fondo nell’iterazione ipnotica della musica gnawa. Per contro, Claudio Rabe (tra Madagascar e La Réunion) si presenta con una formazione essenzialmente rock: energia a profusione, anche se il portato isolano è stato quasi del tutto accantonato. Cambiando scenario, il vintage sound dei Saigon Soul Revival fa convergere elementi soul e R&B con stilemi popolari vietnamiti. Dalla Francia centro-rurale, il duo La Ciguë (Chloé Boureux a voce, violino e loop; Étienne Faguet a batteria, voce, synth analogico e sequencer) distilla un nu-trad in cui la danza incontra la techno, con testi che non risparmiano il commento sociale (con riferimenti anche alle proteste giovanili contemporanee). Sul versante portoghese, Tó Trips & Fake Latinos propongono invece un sound intimo e cinematico, a cavallo tra jazz, elementi lusitani, blues e surf rock. Nell’alveo della balladry, con voce superba e piglio
autorevole ma anche buona verve da intrattenitore, ecco l’irlandese Daoirí Farrell (canto e bouzouki) in trio con uilleann pipes (Mark Redmond) e bodhrán (Niall Preston). In “El mal de l’amor – The Songbook of Gustavo Durán”, il chitarrista spagnolo Samuel Diz e il tenore argentino Jonatan Alvarado celebrano la musica di Gustavo Durán, il più giovane compositore della Generazione del ‘27. Costretto all’esilio dopo la guerra civile spagnola e destinato a non far più ritorno in patria, Durán continuò a comporre per tutta la vita, sebbene gran parte della sua musica sia rimasta inedita e inascoltata. Le sue canzoni mettono in luce la sua nostalgia per la Spagna, riflettendo al contempo i suoi incontri con diverse tradizioni folkloriche in tutta Europa e in America Latina. La coppia Diz & Alvarado rende il repertorio multilingue con austera squisitezza! Passando alla serata di venerdì 23, è la percussionista polacca Kasia Kadłubowska a farsi carico del mescolare i linguaggi: con il suo Roots Ensemble – un organico di marimba, vibrafono, voce, synth e batteria – dà nuove risonanze alla musica popolare di Polonia, Ucraina e Bielorussia. Sempre all’insegna delle stratificazioni sonore, Kaito Winse (cantante e danzatore del Burkina Faso residente a Bruxelles) si esibisce in solo, concentrandosi sulla vocalità, sui flauti peul e su innesti elettronici da drum pad. All’open stage spicca il robusto set della kenyota Kasiva Mutua, una delle principali percussioniste dell’Africa orientale e paladina dei diritti delle donne, oltre che cantante, autrice
e chitarrista. Dall’altra parte del continente ecco le Nana Benz du Togo, quintetto composto da tre donne e due uomini (percussionisti e cantanti) di cui si apprezzano il canto call&response e la trascinante spinta percussiva. Sotto l'insegna dell'afro-blues si fanno notare i Soba (altamente consigliati!): un trio formato dal cantante, chitarrista e autore burkinabé Moussa Koita, dall’armonicista francese Vincent Bucher — che adatta il suo suono fluido e graffiante alle sfumature della musica Mandingo — e dal batterista congolese Émile Biayenda, di notevole levatura. Tornando ad atmosfere più raccolte, Gordy Starukh è un ghirondista ucraino che si esibisce in solo attingendo ai repertori tradizionali con una voce profonda; anche il suo strumento è "aumentato" da basi elettroniche, di cui tuttavia si potrebbe fare a meno. Di elettronica fa uso anche L’Arannà, duo formato dalla catalana Anna Sala e dall’ibizenca Lara Magrinyà. Le due artiste si tuffano nella ricchezza della musica popolare di Ibiza e Formentera fondendo il “cant redoblat” (canto raddoppiato – tecnica caratterizzata da rapidi trilli vocali al termine delle frasi melodiche, affine a uno yodel mediterraneo) con un linguaggio contemporaneo. Il duo recupera materiale dagli archivi sonori e crea brani inediti che affrontano temi come il turismo di massa o il rischio di estinzione della lucertola simbolo di Ibiza. Hanno ampi margini di crescita. Spostandoci all’area latino-americana, mostrano un gran tocco tra son, latin jazz e tanto swing i cubani Espirales. Dal Brasile, invece,
la calda morbidezza vocale di Tiganá Santana intreccia le ritmiche di matrice afro-baiana con trame intime e acustiche, alternate a delicate aperture jazz: un set raccolto e di gran pregio. Nella Sala Sinfonica si rivela un vero e proprio mattatore l’italiano Davide Ambrogio in un quintetto di voci, percussioni ed elettronica: canto polivocale, melos e ritmo si fondono a meraviglia in un’esperienza totalizzante. Infine, un salto in Québec con il folk del gustoso quartetto acustico/elettrico La Déferlance, che trascina la sala tra danze e splendide armonizzazioni vocali La serata di sabato 24 inizia con i Kadinelia, trio greco avant-folk con un organico di voci, due chitarre, lira pontica, tsambouna e batteria, che proietta la formazione verso sonorità e convenzioni rock. Il sound si fa particolarmente vibrante quando le voci (di Evi Seitanidou e Thanasis Zikas), le corde e l’aerofono a sacca tengono la tensione ben salda, intrecciandosi su tempi irregolari. Più intimo, invece, il set di Matthieu Saglio al violoncello solo – concerto inserito in sostituzione della band della cantante pakistana Mai Dhai, bloccata da problemi di visto –, che si distingue per un timbro lirico ed espressivo capace di trasfigurate lo strumento in una voce calda e confidenziale. Il suo stile fonde la precisione rigorosa dell’impronta classica con le atmosfere avvolgenti del jazz, del flamenco e dell’immaginario sonoro mediterraneo. Vincente fusione di linguaggi
nel set del trombonista, compositore e cantante francese Robinson Khoury in trio con percussioni (Anissa Nehari) e synth modulari (Léo Yassef), la cui musica si sviluppa tra linee morbide e luminose. Nel palinsesto Off si fanno notare i BITOI, che uniscono il basso dell’etiope-svedese Cassius Lambert alle voci di tre cantanti. Collocabile tra i più belli dell’edizione 26 è il set della taiwanese Sauljaljui, cantante e attivista culturale con la missione di condividere la bellezza del suo patrimonio Paiwan bilanciato con elementi rock, ma sempre contrassegnato dal timbro del suo strumento, il liuto yueqin. L’acustica dell’open stage non favorisce il sound a trazione maloya – cantato in creolo e francese – dei Saodaj, la cui rotta sonora poliritmica e socialmente consapevole prende a bordo sprazzi di alternative rock. Quanto alle sette musiciste colombiane del Grupo Enkelé (voci, percussioni e chitarra), si dimostrano festivamente travolgenti nell’attingere ai patrimoni afro-caraibici tra tamborito, cumbia, bullerengue e canti di rivendicazione sociale e femminista. Nella sala Atlantic Connections per il progetto Bi-Fado, si sono ritrovati due maestri strumentisti intenti a esplorare possibilità immaginative ispirate dalle tradizioni dei rispettivi Paesi. Parliamo del compositore, produttore discografico e musicista Custódio Castelo alla guitarra portuguesa e di Agus Barandiaran, virtuoso della trikitixa (la fisarmonica diatonica basca) e leader del gruppo Korrontzi. Il loro è un dialogo serrato, caratterizzato da un funambolico inseguirsi e scambiarsi
di ruoli tra corde e mantice. È festa con il Baile do Mestre Cupijó, che porta sul palco travolgenti fiati e voci dal nord del Brasile, ma all’Off-WOMEX raccolgono grande entusiasmo i siciliani Nuhara – trio che i lettori di “Blogfoolk” conoscono bene. I Nuhara reimmaginano canti di lavoro e ritualità tratte dagli archivi isolani, ridisegnando i linguaggi tradizionali attraverso l’elettroacustica: un notevole equilibrio che non rinuncia alla dovuta visceralità tra voci, tamburi, chitarre elettriche, marranzano, zampogna, field recordings ed elettronica. È l’ultimo showcase che chiude in bellezza il sabato del WOMEX, prima che la folla si versi a riempire la pista da ballo del Club Summit con i DJ-set conclusivi Nella mattinata di domenica si è tenuta la rituale chiusura dell’Expo con l'assegnazione dei premi ufficiali. Il Professional Excellence Award è andato a Jail Time Records, rappresentato da Steve Happi e Dione Roach. Si tratta di un progetto collettivo nato nel 2018 all’interno del carcere di New Bell a Douala (Camerun) – dove è stato creato il primo studio di registrazione permanente in una prigione africana – poi estesosi ad altri istituti per favorire la reintegrazione e la visibilità artistica di musicisti detenuti ed ex detenuti. L’Artist Award è andato invece alla boliviana Luzmila Carpio, settantaseienne voce indomita della cultura indigena Quechua, cantante e attivista dall'ampia discografia e dalle vaste collaborazioni internazionali. Carpio è stata autrice di un discorso toccante in cui ha ringraziato la Madre Terra, la Pachamama, sollecitando i giovani a non vergognarsi di parlare la lingua degli antenati e a recuperare il senso dell’ayni: lo spirito del prendersi cura di tutti, del rispettarsi e del vivere in pace, facendo in modo che la musica continui a unire i popoli, perché “un popolo che non canta, un popolo che non balla, è un popolo senza vita”. Il suo live è risultato forse eccessivamente elettrico, ma quando la cantante si staglia a voce sola non lascia indifferenti. Colpo di teatro finale con la Carpio a evocare il canto degli uccelli andini, mentre la vetrata dell’Auditorium con vista oceano si apre lentamente alle spalle del gruppo. Una chiusura suggestiva e scenografica, che ha fatto da ponte verso il futuro: il viaggio insulare e globale del WOMEX proseguirà infatti nell’arcipelago canario anche nel 2027. Ci si vede a Santa Cruz de Tenerife dal 27 al 31 ottobre.
Ciro De Rosa
Foto di Jacob Crawfurd (1,2,3,6,8), Yannis Psathas (4,5,9,11, 12), Ciro De Rosa (7), Eric Van Nieuwland (10)
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