Nuhara – Rama (Trovarobato, 2026)

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“L’archivio è un impegno del futuro”, scrive l’antropologo Paolo Apolito. I Nuhara riprendono questa idea attingendo ai documenti sonori siciliani raccolti a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Il progetto coinvolge tre musicisti siciliani: il polistrumentista dal background etnomusicologico Michele Piccione (bendir, tamburi a cornice, adufe, marranzano, zampogna, ciancianeddi, lira calabrese e voce), il producer e musicista Federico Pipia, anche noto con il moniker “Pipya” (sintetizzatori, elettronica, percussioni preparate e voce), e Gabriele Bazza (chitarre e voce), aduso alle tecniche vocali tradizionali. A simboleggiare i passaggi e gli incroci di culture che hanno inciso sulle culture isolane hanno scelto un nome che deriva dall’arabo Nuwwar (fiore, germoglio), passando dal siciliano Nuàra attraverso il latino “Nohara”, che ha significato di “orto”. Da Alan Lomax a Segio Bonanzinga (che ha collaborato con il trio rendendo disponibili documenti sonori e filmati del Centro Lomax), i materiali di tradizione orale interagiscono con gli strumenti acustici e l’elettronica del trio attraverso procedure di riscrittura che sembrano trasfigurare la visceralità, la sofferenza e il furore magmatico isolano, facendo irrompere nella contemporaneità la memoria storica dei canti di lavoro. L’album si apre con l’iterazione della voce soffocata di un minatore, registrata da Lomax nel 1954 a Sommatino. Si tratta di un “cantu ri surfarara” di cui Pipia racconta la trasmutazione: “un bordone elettronico ci introduce ad un ecosistema di suoni-ricordi rovinati: un carrello trasportatore filtrato, due marranzani granulati, un piccone al contempo prossimo e distante”. A spezzare l’oscurità della miniera interviene un parallelismo inaspettato: un ritmo breakbeat che traghetta il brano verso un finale esplosivo e
tragico. In “Ora Cu” i qraqeb, la chitarra acustica percossa e la kalebasa si compenetrano con i synth in un crescendo ritmico incalzante. La conta/filastrocca dei salinari, i raccoglitori di sale, proviene sempre dalla raccolta Lomax. In “Laramu”, invece, si entra nel ritualità agreste: è un’invocazione dei mietitori di grano registrata sempre dal ricercatore texano a Geraci Siculo che si muove tra frequenze gravi e rumori che rimandano alla terra calpestata da uomini e animali. Il ritmo si fa serrato in “Sbògghia”, un canto di trebbiatura (“cantu ri pisatura”, documentato da Bonanzinga e Rosario Acquaviva). Parliamo di un motivo in forma più lirica di marcata impronta melismatica dalle evidenti influenze arabe, accentuate dalla ritmica della rumba nordafricana. In “'Nzuonnu” l’atmosfera diventa onirica: la zampogna e il canto dall’inflessione nasalizzata tipico del messinese che dispensa armonici si fondono con i suoni del vento e del gregge in movimento, ricreati dall’elettronica. L’originale è stato raccolto dallo stesso Michele Piccione a Barcellona Pozzo di Gotto. La title track è un canto dei carrettieri. Qui i ritmi dei fabbri e l’incedere lento del carro sbattono violentemente contro distorsioni noise, percussioni parossistiche e riff di chitarra elettrica. Ci affacciamo alla cultura marinaresca con le cialome (“Carvaniu” e “Mascaratu”). Si tratta di canti della pesca del tonno, fissati da Elsa Guggino a Favignana. Il primo brano è aperto dal “Salve Regina”, momento sacrale in cui il Raìs affida la ciurma a Dio prima della
pesca. Poi parte l’Aiamola (dall’arabo “Am Iam Allah”, ossia "Se Dio vuole"), dal profilo responsoriale in cui l’equipaggio risponde in coro al capo per coordinare lo sforzo del sollevamento delle reti. Qui la lira calabrese si scontra con pulsazioni elettroniche scure e aggressive. Invece il secondo pezzo, “Mascaratu”, registrato in origine a Sciacca da Lomax e Carpitella, vira su un ritmo acceso con passaggi testuali goliardici sempre su prassi call&response. Qui la stratificazione percussiva e il suono distorto della lira creano “un'allegria inquietante e violenta”, spiega ancora Pipia. Siamo nella fase della Mattanza in cui gli animali sono alla mercé dell’uomo rappresentato dal fraseggio sfregato e distorto della lira, “in un’alternanza tra maggiore e minore, le voci saturate dei marinai si alternano a sezioni strumentali che incalzano”. L’album si chiude nel caos vitale di un mercato. Le “abbanniate” — le declamazioni urlate dei venditori ambulanti per farsi pubblicità raccolte in varie località da Bonanzinga — si rincorrono in un tripudio di poliritmie alimentate dal tar e dal riqq. Il trio ricrea il soundscape di un suk del sud Mediterraneo. Si presenta la dimensione da clubbing con drop, crescendo, pause e stacchi. La presenza di percussioni, sintetizzatori e voci rielaborate con sintesi granulare, rimanda alle iperboliche qualità dei prodotti decantate nei testi delle abbanniate. Quella di “Rama” è una memoria che non si limita a ricordare, ma restituisce il respiro a storie e voci che rischiavano di restare inudite. L’archivio, dunque, non è un deposito di materiali inerti, ma diventa lo spazio per una vera ri-mediazione: una memoria condivisa che opera in forma generativa, dove il passato “germoglia” nel presente per dare una direzione alla musica del futuro. Raccomandatissimo. 


Ciro De Rosa

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