Voce storica e anima inossidabile de La Macina, Gastone Pietrucci ha dedicato oltre cinquant'anni della sua vita alla ricerca, alla salvaguardia e alla rielaborazione del patrimonio orale e della tradizione popolare marchigiana, trasformando la memoria in materia viva e pulsante. In occasione del suo ottantatreesimo compleanno, l'artista sceglie però di rimettersi in gioco esplorando territori inediti e spiazzanti con la pubblicazione di “Alchimia. Dodici corde per una voce scura e torturata”, un disco intimo e profondamente viscerale nato dalla fruttuosa collaborazione con il geniale chitarrista Marco Poeta. Si tratta di un'opera che procede per coraggiosa sottrazione, nata in un flusso emotivo continuo e registrata in presa diretta per preservarne la totale freschezza, legandosi intimamente anche alle tematiche del recente volume Il pozzo della memoria, preziosa testimonianza del suo immenso lavoro di recupero culturale. In questa densa conversazione, Gastone Pietrucci ci guida alla scoperta delle radici e delle architetture sonore di questo suo ultimo, coraggioso traguardo discografico, riflettendo sulla fatica e sulla bellezza del mettersi a nudo musicalmente, sull'urgenza vitale del confronto artistico e sull'imprescindibile necessità di custodire il passato per non smarrire il futuro.
Partiamo da questo traguardo così importante: Alchimia, il disco che hai pubblicato per celebrare il tuo ottantatreesimo compleanno. È un'opera caratterizzata da una scelta intima e per certi versi spiazzante, ovvero la veste in duo che ti vede affiancato da Marco Poeta. Ci racconti come è nata questa collaborazione e come ha preso forma l'idea del disco?
Con Marco Poeta ci conosciamo e collaboriamo da tantissimi anni; aveva già partecipato alla nostra Trilogia della malinconia ardente; quindi, il nostro è stato un incontro quasi naturale. Questo album, in realtà, è un lavoro che custodiamo da diverso tempo. Pensa che la registrazione originaria è stata effettuata durante il periodo del COVID, ed è rimasta lì a decantare. D'altronde lui è un folle, un visionario esattamente come me: prima registra, poi cambia idea... Basti pensare che l'ultima sessione l'abbiamo incisa così, un pezzo dietro l'altro, senza mai fermarci e senza alcuna interruzione. È un disco estremamente spontaneo, tant'è che alcune piccole imprecisioni sono state lasciate volutamente, proprio per preservare quella freschezza. Per me il confronto e le collaborazioni sono fondamentali. Quando lavoro con La Macina so esattamente cosa fare, la strada è tracciata; collaborare con altri artisti, invece, ti impone il confronto, lo studio, lo stimolo continuo e una costante ricerca di te stesso. Con Marco, poi, si tocca il massimo, perché è geniale e improvvisa continuamente. Devi stare lì a lottare con lui sul filo del suono, perché è un vulcano emotivo: quello che fa un momento prima, subito dopo lo ha già cambiato e non se lo ricorda nemmeno. Sono davvero felice di aver dato vita a questo progetto; il risultato lo
giudicherà chi ascolterà l'album, ma per quanto mi riguarda si tratta di un'opera profondamente significativa.
Voi due avete condiviso spesso il palcoscenico prima di fissare questa intesa su supporto fonografico. Quali sono le differenze principali tra l'esibirsi con un ensemble strumentale ricco come quello de La Macina e una veste così scarna, strutturata solo su corde e voce?
Vedi, con La Macina mi sento, tra virgolette, "vestito". Ho alle spalle un gruppo di grandi professionisti che sanno perfettamente come supportarmi; con loro mi sento a casa, al sicuro. Con Marco è completamente diverso ed è senza dubbio più difficile, perché ti trovi di fronte a un autentico genio dello strumento che muta continuamente la trama musicale, lasciandoti spiazzato. Una sensazione simile l'ho provata quando ho collaborato con il Gruppo Scienza per quel progetto speciale in ambito jazz: un disco bellissimo. Anche in quel caso si è trattato di "lottare", perché nel jazz l'improvvisazione è una costante. Stare al loro fianco richiedeva uno sforzo continuo, perché non hai certezze, sei costantemente senza rete. È un approccio stimolante, bellissimo, ma indubbiamente duro. In quell'occasione con il jazz ero convinto che, una volta registrato il disco, i concerti avrebbero seguito quella struttura. E invece no: sul palco cambiavano tutto! Con Marco Poeta accade la stessa cosa. In questo album ha fatto cose incredibili, penso soprattutto all'arrangiamento straordinario di Cecilia, ma so già che nei live o durante le prove reinventerà tutto di nuovo. Sei senza rete, ed è un esercizio affascinante ma molto più faticoso rispetto alla dimensione protetta de La Macina.
Il titolo del disco, Alchimia, rimanda alla trasformazione profonda della materia. Come mai avete scelto questa traccia concettuale e come avete lavorato per trasmutare la materia grezza – d'obbligo le virgolette – del canto popolare nell'oro sonoro di questo album? C'è stato un disegno studiato a tavolino?
Il titolo è stato il suggerimento di una carissima amica con cui ho lavorato tantissimo, la poetessa e organista Anna Racciolo; ci è piaciuto moltissimo e l'abbiamo adottato subito. Per quanto riguarda lo sviluppo dei brani, non c'è stato alcun piano prestabilito. Marco ha arrangiato a modo suo il repertorio de La Macina e io mi sono adeguato al suo flusso. Lui imbraccia un unico strumento che in certi momenti, per densità, sembra un'intera orchestra, capace di costruire mondi attorno alla mia voce. Però, ti ripeto, è un divenire costante. Di recente, presentando il disco in concerto, ho detto scherzando al pubblico: "Attenzione, se comprate il disco vi accorgerete che il concerto di stasera è tutta un'altra cosa". Ed è stato esattamente così, uno svolgimento completamente diverso. Il tema resta, ma l'esecuzione non è mai identica. D'altronde, questa è l'essenza stessa del canto popolare: se registri un informatore e poi torni da lui dopo un anno, lo stesso canto sarà mutato, non sarà mai la stessa cosa. Con Marco accade lo stesso; lui stesso ammette di non ricordarsi ciò che ha inciso nel disco, e bisogna accettarlo. Sono felice soprattutto di essere riuscito a pubblicare questo album, perché resta come documento. Ho diversi progetti nel cassetto: ad esempio, ho già interamente registrato un lavoro straordinario con un'orchestra sinfonica che reinterpreta dieci o dodici canzoni storiche de La Macina, portandole in una dimensione sinfonica di una bellezza incredibile. Forse con la vecchiaia si diventa un po' pazzi; quindi, probabilmente il prossimo 26
novembre farò questo regalo al pubblico e lo pubblicherò. Si intitolerà Popolo e Sinfonia. Mi piace lasciare traccia di queste sfide, mostrare queste altre prove a cui ho voluto sottopormi. In Italia spesso ognuno tende a coltivare il proprio orticello sicuro, ma per me il confronto è la linfa vitale di un artista. Fin dai tempi della collaborazione con i Gang, per me è stato un continuo cercare e confrontarmi.
Il confronto con mondi musicali diversi è indubbiamente un arricchimento continuo.
Esatto. Ti confronti con persone di alto livello, se non superiore, e ci guadagni sempre perché cresci, non rimani piccolo. Penso a ciò che mi hanno dato i Gang, il jazz, Marco Poeta, la musica sinfonica... Sono esperienze che mi hanno arricchito e che mi fanno sentire giovane, anche se ho 83 o 84 anni. Questi benedetti anni non li sento affatto. Certo, ci sono i problemi di salute: ti dico, tra parentesi, che il 4 giugno dovrò sottopormi a un'operazione che mi hanno già rinviato tre volte dal 18 marzo perché non stavo bene. Ma non ci penso proprio. In questo periodo, per non pensarci, non faccio altro che creare collage. Ho una frenesia, una felicità nel farli che mi allontana da ogni pensiero negativo.
Tornando ad Alchimia, definisci questo disco come una "follia improvvisativa", un miracolo al limite dell'incoscienza. Come avete lavorato nello specifico alla fase di arrangiamento dei brani?
È stato un processo spontaneo, Marco è un fiume in piena. Ha preso questi brani e ha creato delle strutture personalissime. Non c’è stato un lavoro a tavolino in cui ci si siede e si decide insieme la direzione; io mi sono semplicemente adattato alla sua ispirazione del momento. Prendi di nuovo Cecilia: ha un arrangiamento per me splendido, ma so già che dal vivo non lo rifarà mai uguale. È un flusso in continua evoluzione, molto simile al modus operandi dei jazzisti. È faticoso, ma straordinariamente bello.
Come avete scelto i brani da reinterpretare?
La scelta è stata condivisa, anche se in realtà avevamo registrato molti più pezzi. Io gli ho proposto una rosa di canzoni attinte dallo sterminato repertorio de La Macina, e da lì lui ha selezionato quelle che lo ispiravano di più. Su quelle abbiamo lavorato. Ma, come ti dicevo, è stato un mutamento continuo. Pensa che alcune registrazioni risalgono ad anni fa, tracce improvvise che avevo parzialmente inserito in Opus Minus. Ecco, le versioni nate inizialmente con Marco erano completamente diverse da quelle attuali. Ad esempio, la versione del Convegno notturno per Venere presente su Opus Minus per me ha un finale persino più bello di quella contenuta in Alchimia, ma poi non l'ha più rifatta così. Per questo nuovo album abbiamo deciso di immortalare l'ultima sessione: undici brani incisi di seguito, senza pause, senza filtri. Come è venuta, è andata. Ed è nato il disco.
È un album che richiede un ascolto lento, proprio per la sua dimensione intima, acustica e scarna. Lo vedi anche come un atto di resistenza o una risposta al consumismo musicale sfrenato dei nostri tempi?
Sì, decisamente. Questo disco dimostra che con la semplicità e una deliberata "miseria" di mezzi – intesa come riduzione all'essenziale degli strumenti – il valore profondo emerge comunque. Certo, con La Macina le canzoni si arricchiscono di arrangiamenti complessi, ma trovo bellissima questa immediatezza che procede per sottrazione. Eliminando il superfluo si arriva al cuore delle cose. Rispetto alla dimensione orchestrale o di gruppo, qui mi sento quasi nudo di fronte a un solo strumento. Uno strumento con cui si instaura quasi una guerra amorosa: la chitarra e la voce diventano due entità che dialogano e lottano per creare una precisa atmosfera. Sono molto soddisfatto. Hai detto bene, è un lavoro che inizialmente può sconcertare, ma che va gustato piano piano. Più lo ascolto e più mi convinco che sia stato giusto pubblicarlo dopo tanti anni nel cassetto. Ha delle profondità, quasi degli abissi in cui ti conduce, arricchiti dagli splendidi brani solisti di Marco.
Esatto, volevo sottolineare proprio questo dialogo profondo, intervallato dagli strumentali di Marco, tra cui lo splendido omaggio a Bert Jansch e John Renbourn.
Quelli sono i suoi mondi di riferimento. Pensa che quando abbiamo ascoltato il disco finito a casa sua, lui stesso è rimasto spiazzato. La sua unica preoccupazione era proprio quel brano, sosteneva di averlo suonato troppo velocemente. Io gli ho detto: "Sarò anche un ignorante, ma a me piace tantissimo!". Questi suoi inserti musicali sono incredibili, si integrano perfettamente nel flusso dell'album senza sembrare semplici intervalli. Il disco si percepisce come un unicum, un amalgama continuo in cui nulla resta sospeso. È una magia nata spontaneamente, senza calcoli. Quando abbiamo finito di registrare un pezzo dopo l'altro mi sono detto: "Madonna, ma come è potuto succedere?". Anche per me questo disco è una sorpresa continua.
Questo lavoro mi sembra strettamente legato a un'altra vostra recente pubblicazione, il libro Il pozzo della memoria, che raccoglie gli atti del convegno del 2018. Guardando in retrospettiva al monumentale lavoro che hai svolto con La Macina sulla cultura e la tradizione orale marchigiana, quali sono i materiali che sei più fiero di aver riportato alla luce?
Innanzitutto, sono fiero della ricerca sul campo in sé, che ha permesso di donare a La Macina un repertorio inedito, potente e personalissimo, costruito senza copiare o attingere da altri. Abbiamo documentato e cristallizzato una memoria storica che rischiava di scomparire per sempre. Penso ai canti di questua o ai canti della filanda. Solo oggi, a distanza di anni, comprendo appieno l'importanza di aver fissato e salvato
una tradizione che, se non fossi intervenuto cinquant'anni fa, sarebbe andata perduta con la morte degli ultimi informatori. Quando un cantore appende la sua arte al chiodo, tutto finisce. Aver salvato questo patrimonio mi rende immensamente orgoglioso. Proprio quest'anno, per celebrare i cinquant'anni della Rassegna della Passione a Polverigi, ho realizzato un manifesto usando una foto di trent'anni fa: si vede una marea di gente in piazza ad ascoltare i canti tradizionali, sembrava un concerto rock! È stato immenso. Così come è stato fondamentale documentare le voci di quelle donne della filanda, farle cantare e portarle con noi sul palco e nei dischi de La Macina. Sono fiero di tutto questo, così come sono orgoglioso del ruolo che La Macina ha avuto come uno dei gruppi più importanti in questo ambito. Purtroppo, siamo in... Italia: altrove un'esperienza del genere avrebbe avuto un riconoscimento istituzionale e una circuitazione immensa. Ma viviamo in un Paese che spesso manca di memoria e, di conseguenza, rischia di non avere futuro.
Il titolo del volume, “Il pozzo della memoria”, evoca un'immagine profonda: una fonte preziosa che però, se non curata, rischia di prosciugarsi. Dal 2018 a oggi, come vedi lo stato della ricerca in Italia e il rapporto delle nuove generazioni con questo patrimonio?
A volte si ha paura di dirlo, perché quando si raggiunge una certa età si rischia di pensare che dopo di noi ci sia il diluvio. Però ti confesso che sono abbastanza amareggiato. Non vedo un ricambio generazionale forte. Ho l'impressione che i giovani oggi facciano fatica a sottrarsi all'ipnosi di questi smartphone, strumenti che invece di elevare la persona spesso finiscono per alienarla. Non vedo quasi più nessuno leggere; sono tutti con la testa china su uno schermo. Cosa ne uscirà fuori? Non mi fa stare tranquillo. Certo, la storia va avanti, in passato si diceva la stessa cosa di ogni cambiamento epocale e il mondo non si è fermato, magari in futuro mangeranno plastica e saranno robot, auguro loro solo di essere felici. Non so però se questa sia la vera felicità. Per quanto mi riguarda, la felicità me la dà la mia vita spesa nel canto, nella ricerca, nello studio, nei collage e nella condivisione profonda con i miei amici musicisti, in questo costante aggiornarmi attraverso le collaborazioni. Mi considero un uomo felice e, credimi, non ho nessuna intenzione di andarmene, perché sento che la vita è ancora piena e bellissima. Temo però che ai giovani oggi venga sottratta la creatività. Quando un popolo perde la memoria, perde il proprio futuro. Non ricordo quale scrittore dicesse che chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo. Ecco perché, guardando avanti, confesso di essere abbastanza pessimista.
Salvatore Esposito
Il disco
Il libro




