Ci sono incontri che non obbediscono alle leggi ordinarie del tempo e dello spazio, ma rispondono a un richiamo profondo, a un’urgenza espressiva che affonda le mani direttamente nella nuda terra della tradizione orale. È in questo solco, vitale e resistente, che prende forma "Alchimia. Dodici corde per una voce scura e torturata", un’opera che fin dal titolo si dichiara come il precipitato materico e spirituale di due vite votate alla ricerca appassionata delle nostre radici. Da una parte c'è Gastone Pietrucci, custode della tradizione musicale delle Marche e anima de La Macina, la cui voce ha attraversato nei decenni le contaminazioni più audaci, scovando l'intesa con le volute orchestrali, il rigore del jazz e le spigolosità del rock, per poi fare sempre ritorno alla sua dimora d'elezione: il cuore antico dei canti popolari di tradizione orale. Dall'altra parte dell'equazione troviamo Marco Poeta, indiscusso maestro d'eleganza acustica e profondo conoscitore delle tradizioni d'impronta lusitana, capace di trarre dalla sua chitarra a dodici corde un lirismo che allestisce veri e propri campionari di fioriture melodiche. Il loro incontro, frutto di una amicizia consolidata nel tempo, genera una dinamica formidabile: la vocalità cruda, scura di Pietrucci, che non teme di abbarbicarsi alle concrezioni dei secoli scendendo fino in fondo alle forre del dolore umano, viene costantemente avvolta, dissimulata e contrappuntata dalle trine armoniche e tersissime degli arrangiamenti curati dallo stesso Poeta. Abbandonata la rassicurante e ricca veste strumentale del suo storico ensemble, Pietrucci si spoglia del superfluo per abbracciare un suono scarno, essenziale e puramente acustico, dove la voce e le corde ingaggiano una vera e propria lotta amorosa sul filo dell'imprevedibilità. Le ispirazioni dell’album spaziano dal recupero del canto tradizionale – qui trasmutato in oro sonoro attraverso arrangiamenti istintivi e privi di schemi prestabiliti – fino ai raffinati echi strumentali del folk britannico. Ascoltare questo disco significa abbandonarsi a un flusso ininterrotto di emozioni, un viaggio intimo che recupera una purezza d'ascolto densa e non mediata. Questo miracolo di equilibrio acustico, registrato in presa diretta agli Studi Malleus di Recanati, si apre svelando subito questa magnifica dialettica sonora con "Punta Paracia/'Stanotte mi sognai 'na bella fata...", dove un'introduzione strumentale dal sapore quasi di fado stemperato sfocia dolcemente nei frammenti di un'antica serenata marchigiana. La tensione emotiva sale vertiginosamente affrontando i dirupi narrativi delle ballate arcaiche, come l'imponente e drammatica "Maledizione della madre (Nigra 23)", dove il canto nudo di Pietrucci restituisce tutto il peso tragico di un racconto secolare. Il viaggio procede in modo organico e senza strappi, lambendo la poesia rurale dell'ottava rima in "Fra giorno e nnotte so' ventiquattr'ore..." e lasciando poi respiro allo strumentale "Dandi", una composizione originale di Poeta che fa da preludio e cesura all'incontro altissimo tra la poesia d'autore e il canto popolare. Si giunge così a un dittico di rara suggestione: i versi di Francesco Scarabicchi in "Mi gela gli occhi l'aria (Clausula)" sfumano, senza soluzione di continuità e in una dimensione tersa e sognante, nell'inedito tradizionale "Luna d'argento", suggellando un connubio perfetto tra parola colta e melodia di strada. L'intesa tra la voce e le dodici corde si fa sempre più serrata, confidenziale e materica, esplorando canti lirici monostrofici d'ineffabile bellezza come in "Faccede a' la finestra Luciola..." e accarezzando la grazia ruvida ed essenziale della serenata "Bella sei nada femmena...". Subito dopo, il ritmo si anima e si fa circolare, ipnotico, rievocando con vivida forza il lavoro femminile e la fatica delle filande jesine nel canto "E io la vojo reggirà lla roda...", per poi sprofondare nuovamente nella severità assoluta della ballata arcaica "Cecilia (Nigra 3)", un dramma senza tempo in cui la chitarra di Poeta riesce a tessere una luminosa rete di protezione attorno al dolore cantato. In questa mappa di risonanze c'è spazio anche per le radici del folk internazionale, quelle stesse radici acustiche che hanno nutrito generazioni di esploratori del suono puro: "Pensando a John Rembourn e Bert Jansch" è un tributo strumentale doveroso e magnifico, in cui Poeta omaggia due maestosi signori del folk riempiendo un vuoto discografico con un tocco di commossa ed elusiva gratitudine. A chiudere in modo circolare questo itinerario è "Convegno notturno (Nigra 76)", un'altra inestimabile gemma dal repertorio delle ballate antiche, che suggella un’opera concepita quasi come una mistica stanza degli specchi, dove i due musicisti dialogano con i propri demoni creativi e con le ombre luminose del passato. Alla fine dell'ascolto, ci si rende conto che "Alchimia" non è una semplice raccolta di canti tradizionali salvati dall'oblio, ma un gesto profondamente politico e poetico: l'affermazione testarda di una bellezza che, come ci insegna Brecht, è difficile da costruirsi e ancor di più da tramandare. Gastone Pietrucci e Marco Poeta ci consegnano un capolavoro di scabra essenzialità, un disco fuori dal tempo che invita all'ascolto lento e che rinnova il nostro incondizionato patto d'amore per le musiche di radice.
Salvatore Esposito
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