Geografie del Suono: Le Nuove Rotte di Alfa Music

Il viaggio sonoro prosegue in territori ancora più inesplorati con le geometrie spigolose e affascinanti di “Three Dogs”, un sorprendente trio formato da Gianluca Aceto al basso, Michele Acquafredda alla batteria e Michele Errico alle chitarre, che nel loro avvincente lavoro disco omonimo sfidano apertamente le convenzioni del jazz canonico. L’album ha preso vita da un'illuminazione precisa: un concerto di Oz Noy al quale il trio ha assistito e che ha agito come detonatore. Il loro background, che mescola con disinvoltura rock progressivo, jazz-rock di stampo canterburiano e avanguardia pura, si riflette in un suono ruvido, viscerale e al contempo di rara raffinatezza, filtrato attraverso una sensibilità timbrica che rifiuta l'esibizionismo e preferisce il suono come racconto. L'assenza di un frontman tradizionale sposta il baricentro sull'interazione pura. Si parte con "Just the Head" che sfoggia l'acidità tipica del jazz elettrico più nervoso, per giungere all’ipnotica “Swerve” e a "Blues for Oz" è un brano che respira di blues genuino. "Mindotùo" porta dentro l'album un tocco esotico accentuato dalla presenza di Maurizio Lampugnani alle percussioni ci introduce a "Look Out The Window" in cui le trame chitarristiche sature ed effettate di Errico si fondono con i tappeti armonici cangianti e i bassi sintetici di Aceto, mentre la batteria poliritmica di Acquafredda detta tempi dispari e groove spezzati, creando paesaggi sonori di grandissimo impatto visivo e cinematografico. 
“Le Cinque Stagioni. Concerto per Corpi Danzanti" di Matteo Fioretti è invece un lavoro che porta il jazz verso la danza e verso una idea fisica, tattile del suono. Fioretti alla chitarra guida Antonio Cicoria alla batteria, Enzo Nini al flauto e Alessandra Facchiano all'organo in un progetto dalle geometrie audiotattili — come suggerisce la definizione stessa del disco — in cui la musica non si limita a essere ascoltata ma si vuole sentire nelle ossa. Il flauto di Nini disegna linee aeree, l'organo di Facchiano spessore e calore, mentre la batteria e la chitarra costruiscono la struttura portante di un discorso che attraversa cinque "stagioni" musicali: non le quattro di Vivaldi, bensì una quinta, quella dell'immaginazione. Tredici tracce che raccontano l'evoluzione di un pensiero musicale attraverso le stagioni come metafora e struttura, con "Equinozio", "Leda" e altri brani che mettono in relazione il lavoro di Fioretti con quello di Antonio Cicoria e Enzo Nini, presenza costante in questo universo sonoro, a cui si aggiungono Leonardo Maietto. Giancarlo Schiaffini ha scritto che il disco "percorre l'evoluzione del pensiero musicale", e quella definizione vale non come elogio generico ma come indicazione di metodo: qui si pensa mentre si suona, e si suona mentre si pensa. 
Con "Verso la luce" Igor Senderov giunge al suo debutto esordio discografico: un approdo, quello romano — maturato al Saint Louis College of Music sotto la guida di Rosario Giuliani, Gabriele Ceccarelli e Antonio Solimene — che parte da radici moscovite e si apre verso un linguaggio personale già riconoscibile. Il quartetto con Giuseppe Sacchi al piano, Vincenzo Quirico al contrabbasso e Daniel Besthorn alla batteria, più la presenza ospite dello stesso Giuliani nel brano "Verso la luce", attraversa otto tracce di forte spessore: l'"Intro" germinale, la meditazione modale di "Eretz" con le sue scale mediorientali integrate in una sintassi jazz contemporanea, l'elegante dolore di "To Rachel" — dedicata alla nonna —, la vivacità irregolare di "Shivorot Navyvorot" con i suoi accenti idiomatici russi, fino alla grandiosa sobrietà di "Vesuvio" e alla fluidità conclusiva di "Walking Around". È un disco che tende in avanti, come suggerisce il titolo: musica che non cerca conforto nella nostalgia ma si proietta in una luce ancora da definire. 
"Different Ways" di Marcello Arrabito è l'esordio da leader di un batterista che ha attraversato stili e continenti. Al suo fianco Rosario Di Leo al piano e synth, Emilio Longombardo alla chitarra elettrica, Riccardo Grosso al contrabbasso. I brani dell'album sono frammenti di una mappa interiore: "In the Space" apre con un respiro cosmico, "Marti's Smile" è una dedica alla figlia Martina — come "Waltz for Sere" lo è alla figlia Serena —, "Is That True Love?", carica di attesa sospesa, "Anagram" gioca con i poliritmismi ispirati all'hard bop, "Andantino" omaggia la musica classica, e "The Birth of the Hurricane" canalizza la tensione delle suggestioni mediorientali e nordeuropee in un brano di grande impatto. Arrabito costruisce i suoi pezzi come un batterista che pensa prima di colpire: ogni accento è una scelta, ogni silenzio un'affermazione. 
Il Maurizio Grondona Group con "Blue" porta invece sul palco un chitarrista barese che ha trasformato la sua band in una piccola orchestra di stili. Le sei tracce — "Love Ballad" di Jeffry Osborne con Agostino Marangolo protagonista alla batteria, "Optimistic" di Gary Dennis Hines con il featuring del rapper
Tormento, il brano strumentale "Mar My Mind" firmato da Giuseppe Grondona, Lisabel Biscaldi e Nik Kovacevic, mentre la title track "Blue” è il cuore pulsante del disco che mantiene il suo livello alto con "Flying Penguin" e "Say Good Bye" — delineando un universo dove il jazz si ibrida senza timori con il soul, il blues urbano e persino il rap. La chitarra di Grondona non esibisce: tesse. E il risultato è un lavoro di sobria contemporaneità che sa dove vuole arrivare. 
Chiude questo viaggio il Modern Times Ensemble con "UP!", secondo album che arriva dopo l'acclamato "Connections", con la partecipazione di Mike Mainieri, vibrafonista newyorkese di lungo corso capace di trasportare qualsiasi ensemble su un piano armonico superiore. Il progetto nato in piena pandemia, è cresciuto fino a diventare un ensemble globale che connette New York, Vienna, Zurigo, Parigi, Londra e Roma. Al centro il compositore e chitarrista Paolo Montrone, con Ursula Gerstbach alla voce, Arcangelo Trabucco a piano e tastiere, Adam Alesi alla batteria, Itaiguara Brandão al basso, la sezione fiati con CJ Rehn alla tromba e sax, Tito Planas e
Drew Herter ai tromboni. Ospiti straordinari: Mike Mainieri al vibrafono — in una nuova versione di "Self Portrait" con testo e voce di Gerstbach e Paul Booth al sax —, Allen Hinds e Travis Carlton e Donald Barrett tra gli altri. Quella di “UP!” è musica che attinge a jazz e soul senza mai ridursi a formula, con tracce come "Golden Key", "Blue Book", "Saint Martin's Summertime", "Royal Pillow", "Come Together" e "Logical" che costruiscono un'architettura sonora mossa, luminosa, visivamente evocativa che rifiuta ogni confine geografico e generazionale: nessun loop preregistrato, solo musicisti in carne e ossa, registrati individualmente ma con il senso preciso di stare insieme. Un atto di fede nella musica dal vivo come linguaggio universale. In definitiva, l'attento, ostinato e prezioso lavoro di scouting e produzione della Alfa Music si conferma ancora una volta un presidio culturale inestimabile nel panorama discografico odierno; ascoltare queste opere significa rendersi conto di come Fabrizio Salvatore e Alessandro Guardia continuino a curare ogni singolo disco non solo come un mero prodotto da immettere sul mercato, ma come un'autentica opera d'arte artigianale, curata maniacalmente in ogni dettaglio sonoro, catturando con fedeltà l'essenza pulsante della scena italiana e offrendo a chi ascolta uno spazio immersivo di pura, incondizionata e vitale libertà espressiva. 


Salvatore Esposito

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