C'è una parola che attraversa questo libro da cima a fondo, come un filo di voce che sale dal buio della terra: memoria. Non quella nostalgica, un po' vigliacca, che contempla il passato standone fuori, ma quella viva, carnale, persino urgente, che sa che dimenticare equivale a morire — e che scegliere di ricordare è sempre un atto di resistenza. “Il Pozzo della Memoria - La ricerca sulla cultura popolare orale marchigiana e il contributo de La Macina alla sua scoperta conservazione e diffusione” nasce come raccolta degli atti di un Convegno Nazionale tenutosi a Jesi nell'estate del 2018, dentro la bellissima Galleria degli Stucchi della Pinacoteca di Palazzo Pianetti, per celebrare i cinquant'anni di vita del Gruppo La Macina. Pubblicato nei Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche nel dicembre 2024, il volume porta il segno di un'attesa che non è stata vana: quegli interventi, rimasti per anni in forma di carta da lavoro, escono finalmente come un libro vero, stratificato, polifonico, difficile da etichettare con una sola parola. Non è un memoir, non è un saggio etnomusicologico, non è un omaggio celebrativo nel senso convenzionale del termine. È qualcosa di più ambizioso e di più onesto: è un tentativo collettivo di capire cosa significhi portare avanti per mezzo secolo un lavoro di scavo nella cultura orale di una terra, le Marche, che Italo Calvino stesso aveva definito una regione in cui si raccontava "in modo così allegro e vivace" da essere tra le privilegiate d'Italia. Al centro di tutto c'è lui, Gastone Pietrucci, fondatore e anima del Gruppo LaMacina dal 1968 ad oggi, ma il libro non è un altare dedicato a un solo uomo. È piuttosto una costellazione di voci che si muovono attorno a lui e al suo progetto come pianeti intorno a una stella — alcune vicine, quasi abbagliate dal calore, altre più lontane e perciò capaci di una prospettiva più nitida. Il curatore apre il volume con un lungo, prezioso autoritratto in cui racconta la genesi di tutto: quella folgorazione del 1964 al Festival dei Due Mondi di Spoleto, quando da giovane studente assistette allo spettacolo Bella Ciao di Roberto Leydi e Filippo Crivelli e scoprì, come lui stesso dice, "un'altra musica, un'altra Italia che sapeva e poteva cantare". Da quel momento, Pietrucci non ha più smesso. Ha preso un registratore, è andato nelle campagne dell'anconetano, ha bussato alle porte di vecchie contadine e braccianti, ha aspettato con pazienza che la diffidenza cedesse e la voce si aprisse. Ha raccolto quasi duemila informatori — persone che lui chiama con affetto "alberi di canto" — e ha trascritto, catalogato, salvato un patrimonio che senza di lui sarebbe andato in polvere. La cifra più bella di questo libro, quella che ne fa qualcosa di diverso dagli atti accademici convenzionali, è proprio la molteplicità dei registri in cui parla. C'è l'etnomusicologo Piero G. Arcangeli, che in Terra di canti, canti di terra inquadra il lavoro di LaMacina dentro il grande dibattito sul folk revival italiano e internazionale, con la precisione di chi conosce a fondo le questioni teoriche ma non dimentica mai che dietro ogni melodia raccolta c'è una vita vissuta. C'è Stefano Campolucci, maestro concertatore della Scuola Musicale G.B. Pergolesi di Jesi, che racconta in maniera appassionata e tecnicamente consapevole il progetto Popular Symphony — quell'incontro tra la voce di Pietrucci e un'orchestra — partendo da una premessa che vale come manifesto estetico: "ogni musica è una scelta stilistica che avviene all'interno di un determinato ambito culturale e non ci sono gerarchie evoluzionistiche nei generi musicali". Ed è davvero attorno a questa convinzione che si costruisce il senso dell'intero volume: non c'è musica alta e musica bassa, non c'è tradizione da mettere in museo e avanguardia da inseguire senza radici. C'è soltanto la tensione continua, necessaria, tra fedeltà e reinvenzione. Poi ci sono le voci più personali, quelle che forse lasciano il segno più duraturo. La giovane Paola Ricci, che racconta come sia arrivata in via Pergolesi 30 quasi per caso, alla ricerca di qualcosa da portare via prima di lasciare le Marche, e abbia trovato invece un motivo per restare — o meglio, per capire da dove venisse, quali solchi le avessero preceduto i passi. Il poeta Francesco Scarabicchi, che definisce la voce di Pietrucci "sempre più intensa, struggente e graffiata dagli anni". Moni Ovadia, citato tra i contributi, che con ironia affettuosa confessa di aver accettato "l'intollerabile blasfemia" di una canzone yiddish cantata in italiano da Gastone, perché "una bestemmia di Gastone Pietrucci ha in sé il tratto di una grazia che viene da lontano". E ancora il critico letterario Massimo Raffaeli, che ricorda come il grande intellettuale Gianni Scalia, ascoltando LaMacina per la prima volta su audiocassetta, avesse detto: "Questo è un regalo che avremmo dovuto fare a Pier Paolo" — quell'amico e poeta che aveva denunciato prima di tutti il genocidio silenzioso della civiltà contadina. Un capitolo di straordinaria densità culturale è quello di Antonio De Signoribus, L'anello forte della fiaba popolare, che inserisce il lavoro di LaMacina dentro una riflessione vastissima sul senso della narrativa orale, dalla Grecia di Platone ai fratelli Grimm, da Propp a Lévi-Strauss, da Calvino a Bettelheim. De Signoribus ricorda che la raccolta di Giuseppe Pitrè — quella da cui il volume prende il titolo — è "il più ricco repertorio nel nostro paese, e forse il più importante di tutta l'area europea", 300 fiabe raccolte in dialetto siciliano dalla viva voce del popolo, più di quante ne mettessero insieme i fratelli Grimm. E il parallelismo funziona perché ciò che fece Pitrè in Sicilia nell'Ottocento, Gastone Pietrucci lo ha fatto nelle Marche nella seconda metà del Novecento: andare nei campi, stare ad ascoltare, non rapinare ma ricevere in dono quella memoria che gli anziani portavano dentro come un tesoro nascosto e spesso dimenticato da loro stessi. Negli apparati finali c'è un contributo singolare e quasi visionario: la lunga poesia-preghiera di Giarmando Antonio Di Marti, a Gastone Pietrucci voce delle voci, in cui la voce del cantore marchigiano viene evocata come qualcosa che "riaccorda lo strumento stonato del tuo intimo di suono sicuro" e deposita "la storia dei giorni senza rive". È poesia di densa materia sonora, che non ha paura del silenzio né delle immagini difficili, e che forse più di qualsiasi saggio critico dice cos'è davvero quella voce: non uno strumento classificabile, ma un'esperienza che attraversa il corpo come una galleria di luce e aria. Quello che resta, dopo aver chiuso il libro, è la sensazione di aver ascoltato qualcosa. Non letto: ascoltato. Come se le pagine avessero conservato, sotto l'inchiostro, qualcosa dell'oralità originaria che racconta — le pause, i respiri, la fatica e il piacere di chi canta senza sapere di fare arte, perché la vita stessa è già arte abbastanza. Il pozzo della memoria non è solo un omaggio a LaMacina e a Gastone Pietrucci: è un documento civile su ciò che si perde quando si smette di ascoltare i vecchi, su ciò che si salva quando qualcuno ha la pazienza e l'amore di sedersi accanto a loro con un registratore e aspettare che la voce arrivi. Come diceva Pietrucci a proposito del suo primo grande informatore, Pietro Bolletta, contadino di Monsano: "tra noi si era instaurato un rapporto d'affetto, di grande forza, di grande passione e soprattutto di fiducia". Perché questo, in fondo, è il segreto di ogni ricerca vera: non rapinare, ma ricevere in dono.
Il libro è disponibile in download sul sito del Consiglio Regionale delle Marche.
Salvatore Esposito
