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Trent’anni di musica, una tradizione da proiettare verso il futuro e un orizzonte espressivo in continuo movimento. Con “In Residence at Müpa”, i Söndörgő documentano uno dei momenti più significativi del loro percorso artistico, trasformando tre concerti a Budapest in un viaggio attraverso la tradizione balkan, la musica classica e il jazz. Un’esperienza che mette alla prova i confini della loro identità musicale, grazie anche all’incontro con protagonisti della scena internazionale come Chris Potter e Michael League degli Snarky Puppy, e che rivela quanto le musiche della tradizione ungherese possano dialogare con linguaggi e sensibilità differenti senza perdere l’intensità che le attraverso. Dopo le celebrazioni per i trent’anni di attività di “XXX”, questo nuovo lavoro dal vivo non è soltanto una testimonianza concertistica, ma il racconto di una band che continua a interrogarsi sulle possibilità della propria musica. Ne abbiamo parlato con il gruppo ungherese, ripercorrendo le collaborazioni, le intuizioni e le prospettive future di un percorso in cui, come suggeriscono loro stessi, cambiare significa soprattutto indossare vestiti diversi.
“In Residence at Müpa” documenta un momento davvero speciale nella storia dei Söndörgő. Ripensando a quei tre concerti, che cosa sentite sia cambiato o maturato nella band grazie a quell’esperienza?
Da fuori, la nostra musica presenta caratteristiche molto riconoscibili. Il mondo tradizionale in cui siamo cresciuti — la musica popolare degli slavi del Sud in Ungheria e la musica folk balcanica — è ciò che definisce più nettamente il carattere e il suono della nostra musica. Ma c’è una dualità interessante. Dal nostro punto di vista, tutto questo ci appare del tutto naturale: è un linguaggio musicale che, con tutti i suoi elementi distintivi, ci offre una forma. La dualità riguarda proprio forma e contenuto. Abbiamo sempre voluto usare questo linguaggio musicale per “dire” qualcosa di ciò di cui parlano le opere per noi importanti, siano esse classiche, jazz o di altro genere. Se la domanda è che cosa sia cambiato dopo i tre concerti, potremmo dire che oggi ci sembra sempre più possibile realizzare questa idea.
La residenza al Müpa ha riunito tradizioni popolari degli slavi del Sud, jazz, musica classica e improvvisazione contemporanea. Come avete affrontato la sfida di creare un linguaggio musicale coerente tra mondi così diversi?
La domanda è legata alla riflessione precedente. Una volta un giornalista chiese a Miles Davis che cosa ci si potesse aspettare dal suo progetto successivo, che cosa avrebbe cambiato. Miles rispose: "Cambio i vestiti". Naturalmente le differenze tra le varie fasi della sua carriera riguardano molto più di questo, ma la sua risposta ci ricorda che dietro ogni cosa c’è un nucleo comune, un modo di pensare la musica. È ciò che cerchiamo di portare con noi quando entriamo in ambienti musicali differenti. La stessa cosa, vestita in
Avete condiviso il palco con musicisti straordinari come Michael League, Chris Bullock, Jay Jennings, Chris Potter, Márta Sebestyén e Fercho Mustafov. In che modo ciascuna collaborazione ha influenzato il vostro modo di suonare il vostro repertorio?
È fantastico trovare compagni di viaggio aperti mentalmente, capaci di riconoscere quel nucleo comune. È ciò che è accaduto con questi musicisti. Stare con loro, sul palco e fuori, è stato incredibilmente stimolante. Credo che ciascuno di noi possa ancora sentire, nel modo di suonare degli altri, le conseguenze di quegli incontri. Esperienze simili fanno nascere idee nuove.
La collaborazione con Chris Potter in “Gyezz” ha aperto un dialogo particolarmente affascinante tra musica popolare balcanica e jazz. Lavorare con lui ha cambiato il vostro approccio all’improvvisazione o alla composizione?
Suonare per la prima volta con Chris Potter è stato come vivere qualcosa di soprannaturale. Nulla lasciava presagire che avremmo registrato con lui, in quattro ore, quattro lunghi brani, ciascuno con un’improvvisazione magistrale. La maggior parte delle prime take è finita nell’album “Gyezz”. È stato come un rito d’iniziazione.
I Söndörgő hanno trascorso tre decenni esplorando le tradizioni musicali delle comunità slave del
Sud in Ungheria. Come è cambiato il vostro rapporto con questo patrimonio dalla fondazione della band, nel 1995?
Questo universo musicale è molto importante per noi: è la nostra lingua madre. Nel corso dei trent’anni di vita della band, però, anche la nostra musica si è evoluta. Restando nella metafora linguistica, si potrebbe dire che con il tempo abbiamo cercato di esprimere sempre più chiaramente i nostri pensieri. All’inizio cercavamo di entrare nella musica dei nostri padri, l’Ensemble Vujicsics. Come loro, volevamo eseguire musica tradizionale in un contesto concertistico. Ne abbiamo appreso le basi in casa, a scuola, alle feste, nelle case della danza, alle celebrazioni religiose e dai musicisti dei villaggi. Gli incontri con grandi maestri — dopo i Vujicsics, il leggendario suonatore di tambura József Versendi Kovács, di Mohács, e in seguito Ferus Mustafov, il re del sassofono di Šutka — ci hanno aperto nuove strade. Gradualmente abbiamo sviluppato una voce nostra.
Una delle caratteristiche distintive dei Söndörgő è l’uso di strumenti e ritmi tradizionali senza trattare la tradizione come qualcosa di congelato nel tempo. Dove tracciate il confine tra la conservazione di una tradizione e la sua trasformazione?
Quando lavoriamo su materiale originale, cerchiamo di avvicinarci ad esso preservandone l’essenza. In qualche modo, proviamo a restare dentro ciò che la melodia originaria esprime per noi. Zoltán Kodály ha formulato un pensiero interessante sulle canzoni popolari. Non riesco a citarlo alla lettera, ma parte da un’analogia: se si martella una piccola moneta d’oro fino a renderla enorme, il suo valore non cambia.
L’analogia vuole dire che una canzone popolare può essere un capolavoro in scala ridotta tanto quanto una fuga di Bach lo è su larga scala. Quando arrangiamo o trasformiamo qualcosa, dobbiamo quindi assicurarci che, oltre a martellarla, non le arrechiamo altri danni.
“In Residence at Müpa” documenta non solo un concerto ma anche un momento di sperimentazione artistica e incontro. Riascoltando le registrazioni, c’è stato qualcosa che vi ha sorpreso o vi ha rivelato un aspetto della band che non avevate colto sul palco?
I tre concerti esploravano tre generi diversi: folk, musica classica e jazz. Volevamo mostrare come questi mondi differenti si manifestino all’interno della nostra musica. Quando abbiamo definito la sequenza dei brani dell’album, ci ha sorpreso scoprire che l’ordine che consideravamo più efficace coincideva con la successione cronologica dei concerti. Di solito progettiamo l’arco narrativo che vogliamo seguire durante un’esibizione, ma in questo caso è emersa una storia che attraversava tutti e tre i concerti. Oltre a essere interessante dal punto di vista musicale, racconta anche il percorso di crescita della band. Ce ne siamo resi conto soltanto a posteriori.
Il 2025 ha segnato il trentesimo anniversario dei Söndörgő, celebrato con l’album “XXX”. Dopo tre decenni di attività musicale, che cosa vi entusiasma ancora nell’esplorare le tradizioni degli slavi del Sud e nel condurle verso nuovi territori musicali?
Finora, sembra che non ci si possa stancare. La materia prima ha resistito alla prova del tempo per diverse centinaia di anni. Eppure è davvero curioso chiedersi perché. L’Ensemble Vujicsics, per esempio, esiste da oltre cinquant’anni e probabilmente ha in repertorio brani che esegue quasi sempre, senza mai stancarsene. Forse ciò che conta è quello che accade durante il processo. Queste musiche tradizionali potrebbero custodire uno strato profondo, capace di condurre le persone in uno stato che, in altre circostanze, sperimenterebbero soltanto partecipando a un antico rituale. Durante un rito non importa che le stesse
parole vengano ripetute ogni volta: ciò che conta è che funzioni. La domanda è se arriverà mai un momento in cui non saremo più capaci di abbandonarci completamente a questa esperienza. Quando accadrà, cercheremo altre parole.
Ora portate questa musica in tournée come ospiti speciali degli Snarky Puppy. Che cosa accomuna, secondo voi, i Söndörgő e gli Snarky Puppy, soprattutto nel modo in cui entrambe le band affrontano il ritmo, il suonare collettivo e la libertà musicale?
Sono tutti musicisti incredibilmente talentuosi e aperti mentalmente. Sono anche persone molto gentili. La loro musica riesce a raggiungere ogni parte dell’essere umano, e si percepisce che lavorano consapevolmente per ottenere questo risultato. Da musicisti, credo sia facile per noi entrare in sintonia con questo approccio. Andare in tournée con loro è stata un’esperienza straordinaria. A partire dal secondo concerto delle nove date europee, è successo qualcosa di fantastico: sempre più membri degli Snarky Puppy hanno cominciato a unirsi a noi sul palco per singoli brani. All’ultimo concerto, a Praga, c’era l’intera band con noi. Un’esperienza indimenticabile.
Dopo “Gyezz”, “XXX” e ora “In Residence at Müpa”, sentite che i Söndörgő stiano entrando in una nuova fase creativa? Se sì, quali direzioni musicali vorreste esplorare in futuro?
Non lo sappiamo ancora con precisione, ma una cosa è certa: indosseremo vestiti diversi.
Söndörgő – In Residence at MÜPA (GroundUpMusic, 2026)
La storia dei Söndörgő è profondamente intrecciata con quella dell’Ensemble Vujicsics, riferimento imprescindibile per la trasmissione della musica popolare degli slavi del Sud. Áron, Benjamin e Salamon Eredics, insieme al cugino Dávid Eredics, sono cresciuti immersi in questo universo, affiancati dal contrabbassista Ábel Dénes. Una formazione familiare e musicale che non si traduce, tuttavia, in una concezione conservativa del repertorio. La tambura, con il suo timbro brillante e metallico, le corde pizzicate e l’attacco percussivo, rimane il centro gravitazionale del loro suono, ma intorno a essa si sviluppa una trama mobile nella quale clarinetti, sassofoni, fisarmonica, tromba e percussioni aprono prospettive inattese. Dopo l’incontro con Chris Potter in “Gyezz” e le celebrazioni discografiche di “XXX”, li ritroviamo con “In Residence at Müpa”, album dal vivo che documenta i tre concerti tenuti dagli ungheresi Söndörgő alla Béla Bartók National Concert Hall di Budapest. Prodotto dagli stessi Söndörgő, con registrazione di Attila Görög, mix di Balázs Róbert e mastering di Darcy Proper, il disco restituisce la vitalità di un ensemble che ha fatto del dialogo fra culture e linguaggi differenti la propria cifra distintiva, maturando una consapevolezza artistica capace di coniugare rigore interpretativo, impeto ritmico e libertà improvvisativa. Durante l’ascolto si comprende subito di non essere di fronte ad una ulteriore celebrazione del trentennale, ma piuttosto alla conferma – se mai ce ne fosse bisogno – di quanto la loro capacità di sperimentare li abbia condotti ad emanciparsi dalle classificazioni di genere senza recidere il legame con le proprie radici. Sotto questo profilo, il merito dei Söndörgő consiste nella capacità di esaltare le architetture sonore e timbriche attraverso l’uso di una ampia varietà di strumenti. Aron Eredics alterna prima tambura, tambura violoncello, derbuka e tapan; Benjamin Eredics passa dalla kontra tambura alla tromba; Dávid Eredics intreccia tambura contralto, clarinetto, sassofono e kaval; Salamon Eredics amplia la tavolozza con tambura contralto, fisarmonica e frula, mentre Ábel Dénes garantisce al contrabbasso il necessario ancoraggio ritmico. Accanto a loro, le voci di Sebestyén e Básits, la tambura di Jovanović, il sassofono di Mustafov e il contributo polistrumentale di Michael League completano un organico nel quale ogni intervento trova una precisa collocazione. Ad aprire il disco è “Rezidensko Kolo” che chiarisce immediatamente la direzione del progetto. Il tradizionale impulso della danza circolare si espande attraverso incastri ritmici, frasi strumentali che si rincorrono e accenti che cambiano continuamente prospettiva. L’ingresso di Branko “Bako” Jovanović alla tambura e di Fercho Mustafov ai fiati rafforza la tensione dell’esecuzione, conferendole quella febbrile energia balcanica che sembra sottrarre la musica a ogni possibile immobilità. “Romaniada” prosegue lungo questa traiettoria, lasciando che il dialogo fra strumenti a corda e fiati assuma un carattere quasi competitivo: le linee melodiche si inseguono con una vivacità contagiosa, mentre la precisione dell’ensemble impedisce alla velocità di trasformarsi in esibizionismo. Il risultato è una musica fisica, concepita per coinvolgere il corpo prima ancora di chiedere all’ascoltatore di decifrarne le strutture. Un’altra atmosfera si apre con “Rekoh Ti”, dove le voci di Márta Sebestyén e Branka Básits introducono una dimensione narrativa più esplicita. La presenza di due interpreti appartenenti a sensibilità generazionali differenti crea un ponte fra memoria e rinnovamento, sostenuto dagli interventi di Jovanović e Mustafov. Le voci non sovrastano l’intreccio strumentale: vi si inseriscono come parte di un tessuto collettivo, nel quale il canto conserva la propria naturalezza espressiva. È uno dei momenti in cui emerge con maggiore evidenza il valore culturale dell’operazione dei Söndörgő, capaci di restituire alla tradizione la sua funzione originaria di esperienza condivisa. Con “Kind of Béla” il percorso cambia ancora. Il riferimento a Béla Bartók suggerisce un incontro fra la disciplina della composizione colta e il fraseggio della musica popolare, senza che l’una imponga le proprie regole all’altra. Le tambure dialogano con una scrittura più concentrata, dimostrando come la ricchezza ritmica e melodica del patrimonio balcanico possa trovare corrispondenze nella ricerca armonica novecentesca. È una parentesi breve ma significativa, che prepara il terreno per “Hulusination”, centro di gravità dell’album con i suoi quasi quindici minuti. Qui il contributo di Michael League, fondatore degli Snarky Puppy, attraverso basso, oud e percussioni, amplia lo spazio sonoro e favorisce un’evoluzione più distesa. Il brano procede per accumuli, deviazioni e aperture improvvisative: il groove non è una semplice base d’accompagnamento, ma una struttura elastica sulla quale fiati e corde possono esplorare nuovi percorsi. L’ipnotica insistenza ritmica convive con una continua trasformazione dei colori, in un equilibrio fra radice balcanica e sensibilità contemporanea. “From Hungary”, legata al repertorio di “XXX”, riporta in primo piano il lirismo della melodia popolare, affidandole una veste strumentale in cui ogni timbro sembra raccoglierne e rilanciarne il motivo. La malinconia non si abbandona mai al sentimentalismo: resta trattenuta, essenziale, lasciando affiorare quella particolare intensità che nasce dalla semplicità di una linea melodica quando è sostenuta da un’autentica consapevolezza interpretativa. Con “Wrap” il paesaggio si dilata nuovamente, grazie alla tromba di Jay Jennings e a una costruzione più aperta, che asseconda la libertà dell’improvvisazione jazz. La conclusiva “Reba”, con Jennings, Chris Bullock al sassofono tenore e al flauto e ancora League, porta a compimento il dialogo fra le due formazioni: non una sovrapposizione di linguaggi, ma un incontro nel quale ognuno conserva la propria voce e contribuisce alla costruzione di un discorso comune. Il disco si chiude lasciandoci una certezza la tradizione può restare viva solo quando veleggia verso il futuro della sperimentazione. Ed è proprio in questa tensione fra radici e ricerca che i Söndörgő continuano a trovare costante ispirazioni.
Salvatore Esposito
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