Da Falmouth, cittadina della costa cornica, Inghilterra sud-occidentale, si para il sound dei Blind Yeo, collettivo emerso dalla scena underground locale durante una residenza formativa all’hub artistico Cornish Bank come creazione dal cantante e chitarrista Will Greenham. Il nome della band – mi spiega lo stesso Will, raggiunto via email – deriva dal Blind Yeo, “piccolissimo corso d'acqua nel Somerset. ‘Yeo’ è un’antica parola del West Country che significa fiume o torrente. A quel tempo guidavo parecchio tra la Cornovaglia e il Kent. Con tutti quei continui spostamenti, credo ci fosse una sorta di senso di disconnessione e il forte desiderio di sentirmi radicato o legato a un luogo. Durante uno di quei lunghi viaggi, ho notato il cartello stradale per il Blind Yeo. Qualcosa in quel nome mi è rimasto subito impresso. Mi piaceva il suono di quelle due parole insieme, ma penso ci fosse anche qualcosa legato a questo fiume così piccolo – e all’idea di trovare un legame con un luogo attraverso il suo nome – che risuonava profondo con come mi sentivo in quel periodo. È stato quasi come se fosse stato il nome a trovare me, piuttosto che il contrario”.
In scena i Blind Yeo indossano tuniche druidiche e altri apparati: “C’è sicuramente qualcosa di pagano e rituale nei costumi, anche se in realtà si tratta più di una nostra interpretazione ludica di queste cose piuttosto che di un tentativo di ricreare una particolare tradizione antica. In realtà, sono nati in modo molto organico. Quando abbiamo iniziato con i Blind Yeo, facevamo una musica psichedelica piuttosto ipnotica e improvvisata, esplorando il nostro legame con la terra, il folklore e questo senso di profonda connessione con il passato. Vivendo in Cornovaglia, sei circondato da tracce dell’antica attività umana: monoliti, cerchi di pietre e strani simboli nel paesaggio. È un posto rurale, non molto popolato, e sei costantemente immerso nella natura. C’è qualcosa di incredibilmente potente in tutto questo. Senti davvero un legame emotivo, quasi spirituale con il paesaggio e, attraverso di esso, una congiunzione con un senso del tempo molto più lungo e con le persone che sono state qui prima di noi; è qualcosa che puoi percepire chiaramente. Naturalmente, non sappiamo come fossero quelle antiche tradizioni e quei riti. Tutto ciò che abbiamo sono questi frammenti di folklore e la nostra immaginazione. Non siamo certo druidi praticanti o pagani convinti, ma credo che stiamo rispondendo a qualcosa che è ancora vivissimo nel paesaggio. Mi piace anche l’idea che gli antichi rituali non fossero necessariamente occasioni solenni, misteriose o quasi sinistre. Le persone che si radunavano attorno a quelle pietre migliaia di anni fa probabilmente si stavano anche divertendo un sacco. Ci saranno state risate, danze, sciocchezze e tutte quelle cose ridicole che fanno parte dell’essere umani. Questo è l’aspetto del rituale che ci interessa di più, tanto quanto quello mistico. L’universo visivo dei Blind Yeo è sempre cresciuto in modo piuttosto collettivo, lavorando con artisti e amici che si sentivano legati alla nostra musica. La mia compagna, Gabrielle Fromentin, che è un’artista tessile, aveva già realizzato delle bellissime opere d’arte in cianotipia per la nostra prima uscita discografica, con queste forme blu profondo simili a occhi che sembravano rappresentazioni del subconscio o di qualche antico ricordo sepolto nel nostro DNA. Poi, per “Anam Cara”, il nostro secondo EP, abbiamo girato un video musicale con la fantastica regista cornica Ruby Ingleheart. Era una rivisitazione molto scherzosa dei comportamenti settari e dei rituali, e Gabrielle ha creato i costumi come sua personale risposta artistica alla musica. Non stavamo davvero pensando di creare un’immagine precisa per la band. Si trattava più che altro di divertirsi e costruire insieme questo strano piccolo mondo. Abbiamo iniziato a indossare questi abiti nei concerti dal vivo ed è successo qualcosa di decisamente inaspettato: hanno trasformato completamente l’esibizione. Indossarli ci ha come dato il permesso di essere quelle stesse persone anche sul palco. Ci trasportano in uno spazio più giocoso e istintivo. Ci aiutano a uscire da noi stessi e a reagire a qualsiasi cosa stia accadendo”.
Dopo un paio di EP e una manciata di singoli, uniti a una crescente reputazione live in patria e all’estero, i Blind Yeo presentano il disco di lunga durata (38 minuti) di debutto, “The Lemoine Point”, registrato negli Airfield Studios (si tratta di un aeroporto dismesso) di Padstow e pubblicato dalla svizzera Bongo Joe, che di suoni non convenzionali e non catalogabili se ne intende. Per questo lavoro Greenham ha radunato dieci musicisti: anzitutto il figlio Henry (synth) e Anoushka Helm (voce e synth), poi Phil Self (chitarra), Phyllida Bluemel (violoncello), Jake Sheridan (basso). Matt Kelly (archi), Sam Pert (batteria e percussioni), Sam Jones (percussioni), Stewart Hughes (percussioni) e Louis Crowe (percussioni) per l’album il cui titolo è derivato da un concetto geometrico (l’intersezione in cui concorrono le tre simmediane del triangolo), un centro non visibile nell’immediatezza, che metaforicamente rimanda a un ideale di equilibrio, convergenza e raccordo tra elementi apparentemente opposti, un luogo dove dolore e gioia, passato e futuro confliggono e si riallineano all'interno della musica. Insomma, la band spariglia le carte dei generi musicali, fusi in un mescolamento di elettronica, psichedelia, art rock, elementi krautrock, armonizzazioni folkeggianti stile Seventies e inserti world con esiti dall’energia straripante e tensiva.
Decollo con “Today/Tomorrow”, insistente pezzo motorik, uno di quegli attacchi che s’impossessano dell’ascoltatore, guidato da voci call&response, chitarra, basso e batteria. La traccia riflette sul rapporto frammentario con il tempo, mettendoci di fronte al contrasto tra la sensazione di smarrimento e il costante bisogno di ritrovare una stabilità. Il successivo “Hour Glass of The Eye” si sviluppa tra sintetizzatori palpitanti, percussioni e linee vocali dal tratto sognante. Segue “Colour Pillow / Kologo”, che si impone come uno dei brani chiave per gli innesti desert blues e la sovrapposizione stratificata tra i differenti profili vocali di Greenham e di Anoushka Helm. Il titolo si ispira al kologo, liuto ghanese, strumento cerimoniale, il cui suono e la cui funzione rituale hanno colpito l’immaginario di Will. Ipnotica ciclicità in “Memory To The Soil”, motivo sicuramente influenzato dal paesaggio cornico, che evoca i legami tra sole, luna, terra e tutti quegli organismi che la abitano. Arpeggi di chitarra acustica, synth cosmici, tamburelli e battito di mani accompagnano il canto in “Right Side Of The Round”, un brano dove convergono folk e drone music. Il ritmo si fa martellante nella title track, a sua volta animata da fisicità danzante. Di nuovo, suggestioni sahariane avanzano in “Frik & Frak”, composizione ispirata al mondo narrativo di Italo Calvino: un’esplorazione della dualità e delle forze opposte. La conclusiva “Magnolia” porta posatezza contemplativa, con tanto di archi, corde pizzicate, tappeto di tastiere e liriche visionarie.
Così ancora Will Greenham sul progetto Blind Yeo: “Serve a ricordare a noi stessi, e a chiunque ci stia ascoltando, che ci sono cose che ci uniscono... anche quando tutto ciò che ci circonda cerca di dividerci”.
Un imperdibile debutto!
Ciro De Rosa
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