La vocalist e compositrice turco-danese Hilal Kaya presenta il suo album di debutto: le note di “Sümbül” (“Giacinto”) catturano subito l’ascoltatore in un mondo scuro e onirico. La voce melodiosa e potente dai tratti antichi e le melodie folk sono il nucleo di brani dai tratti musicali coinvolgenti e decisamente contemporanei. Le origini turche di Hilal Kaya si riferiscono a Sivas (l’antica Sebaste) in Anatolia centrale; vive a Herning in Danimarca dove è anche nata.
I primi due brani dell’album, composti dalla stessa Kaya, “Bir Lokma Sevda” (“Un boccone d’amore”) e “Perişan” (“Miserabile”) costituiscono già un’intensa presentazione delle connotazioni sonore dell’album. Plettri, chitarre, percussioni e batteria sono un tratto distintivo del tappeto sonoro avvolgente che parte dal cuore del folk anatolico e lo arricchisce di intense sonorità rock e psichedeliche. Si procede con “Başındaki Yazma / Avşar Elleri” (“Il velo che indossa / Le terre degli Avşar“) in cui si combinano un brano popolare con testi del poeta turco ottomano Dadaloğlu interpretati da Muharrem Ertaş, cantante del secolo scorso del genere bozlak, e un'altra composizione innestando ritmi ispirati all'Africa e chitarre elettriche.
Nei suoi undici brani l’album parla di desiderio, appartenenza e connessione con le proprie radici. “Pur permettendo alla musica di rimanere libera, abbiamo anche cercato di portare la magia e la memoria dell'Anatolia” spiega Hilal Kaya. In tal senso si segnalano tra i pezzi salienti, “Alma Attım Yuvarlandı” (“Ho fatto rotolare una mela”), della regione di Erzurum, uno straziante lamento scritto dopo la perdita di un figlio, che si esprime in forma di ninna nanna, e la scandita, ipnotica “Mavi Yıldız” (“Stella blu”) proveniente dalla regione di Yozgat. Brani ispirati alla tradizione anatolica si alternano in modo efficace a tracce di composizione originale di Hilal animate da ritmi e melodie trascinanti tra cui “Sultan”. Con l’ultimo brano, la title track composta da Hilal Kaya con Orhan Özgür Turan, ritmata, morbida e malinconica, si racconta di un amore fonte di mille sofferenze.
Le anime che abitano profondamente in quest’album sono incarnate da un paesaggio sonoro ricco di suggestioni create da chitarra elettrica, chitarra acustica, mandolino, steel guitar e tastiere del chitarrista e produttore Søren Bigum che ha contribuito nel delineare incisivamente l'identità musicale dell'album; nondimeno dall’oud e bağlama di Orhan Özgür Turan che imprimono un distintivo, forte carattere anatolico; ovviamente c’è la voce sicura, potente e al tempo stesso emotiva, ricca di microtonalità - che la rendono particolarmente affascinante e sottolineano le profonde radici delle sue origini -, di Hilal Kaya che nell’album suona anche la chitarra e le percussioni. La dinamica trascinante dell’album è affidata a Henrik Poulsen al basso e al moog bass e Søren Poulsen alla batteria e percussioni.
Con “Sümbül”, annunciato dall’uscita di alcuni single, Hilal Kaya, che negli ultimi anni si è spesso esibita con la sua band tra la Danimarca e la Turchia, si è subito collocata prepotentemente nel panorama europeo della psichedelia anatolica. Ha anche catturato l'attenzione grazie alle sue collaborazioni con la band elettronica danese Kalaha e l'Aarhus Jazz Orchestra.
Atmosfere affascinanti e toccanti, malinconia e sentimento, connessione alle radici e sonorità forti ed energiche della contemporaneità permeano profondamente questo bell’album di debutto che si muove tra sentimento, dolore, illusioni e rinascita.
Carla Visca
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