I Railroad Earth tornano al lavoro su un nuovo album, “Will of the Water”, per celebrare i venticinque anni di attività della jamband nata nel New Jersey nel 2001. Ad affiancare i membri storici Todd Sheaffer, Tim Carbone, John Skehan, Carey Harmon e l'ormai rodato Matt Slocum, troviamo inoltre un Mike Robinson e un Dave Speranza alla loro ultima apparizione insieme al gruppo, lasciato nell'autunno del 2025, poco dopo la registrazione dell'album, avvenuta durante l'estate nello studio Fort Nonsense dello stesso Sheaffer.
L’album suonerà certo familiare ai fan della band, con la voce rock di Todd Sheaffer, autore della maggior parte dei testi, che si staglia su delle sonorità progressive bluegrass. “Everything Keeps Changing”, registrata insieme a Paul Hoffman, introduce l’album sulle note vivaci ma amare dell’inevitabile scorrere del tempo, aprendo la porta ad una serie di canzoni caratterizzate principalmente da sfumature drammatiche, consolate solo da quegli attimi di serenità in cui i membri della band si ricordano dei momenti trascorsi insieme, come nella stessa opening track o nella collaborazione con Ronnie McCoury, la festosa “Whiskey Train” d’ispirazione “celtica”. Il resto, come detto, rimane per lo più su tonalità tragiche: dai pezzi rockeggianti quali “Good Bones” e l’ammonimento di “Keep Your Eyes Open”, che vede la collaborazione di Daniel Donato, alle più sommesse riflessioni sulla società, tra cui troviamo il carico di dramma di “Cameras”, insieme ad un’ottima Lindsay Lou, o il pacato confronto di “Give Me The Gun” con la sua lunga sezione strumentale, senza tralasciare quella “Birdzzz” il cui piano apre e chiude un bluegrass che ricorda nella dizione alcune vecchie ballate afroamericane. L’album lascia comunque spazio a saltuarie note speranzose, sia accennando all’amore in “Gravity” e in “Waiting for you” sia tornando sul tema dello scorrere del tempo, nascondendo però le incertezze dietro l’allegria in “Let The River Flow”, una canzone che ha delle sonorità che ricordano certi brani di Jimmy Buffett, e nella title track finale in cui la speranza di ricongiungersi con la persona amata diventa lo strumento che permette di accettare il passaggio del tempo.
A livello lirico, Sheaffer mostra di aver conservato una grande lucidità, come si può constatare analizzando un po’ più a fondo i suoi testi che presentano elementi fonosimbolici (“Stretching out the sketches of a dream / Wrenching at the heartstrings 'til I scream”), richiami tra le varie canzoni («Bending at the notes till they ring true» nel brano di apertura e “We don’t have to sing along / The notes they gave us / Were all wrong” in “Gravity”) e una versificazione attentamente studiata, ad esempio in “Cameras”, dove nel ritornello ci si aspetterebbe una rima che non c’è con le parole “crying” e “dying”, usate alternativamente, come ad indicare la rottura emotiva che questi termini portano con sé.
I Railroad Earth celebrano quindi i venticinque anni e salutano i loro compagni in grande spolvero, spalancando la strada ad un futuro che sembra altrettanto roseo, nonostante tutto continui perennemente a cambiare.
Fabio Diegoli
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