Il giorno dopo, l’incontro del laboratorio con la città è avvenuto in un ampio circolo creato nei giardini vicini alla stazione ferroviaria, dove è stata intonata anche “Bandita”, composizione di Pietro Ariotti e Elisa Guarraggi (in arte Bailenga) che vede protagoniste le lotte di cinque donne: Francesca Albanese, Narges Mohammmadi, Malala Yousafzai, Rosa Parks e Matteuccia da Todi. Nello stesso circolo sono confluite anche le persone che avevano partecipato al laboratorio tenuto la mattina del primo maggio dal Coro Transfemminista Babajaga con canti dal Sudamerica. Sabato 2 maggio mattina il laboratorio sui “Canti di lavoro delle tabacchine” è stato condotto da Rachele Andrioli, mentre quelllo conclusivo di domenica 3 maggio sui “Canti femminili appenninici da Amatrice al Gran Sasso” è stato guidato da Susanna Buffa. In chiave di memoria, al Consorzio Factory Grisú, il festival, in collaborazione con Cumbre, ha allestito l’audio-mostra “Finché vivo… Cante e ballate dall’Archivio di fonti orali del Centro Etnografico ferrarese”. Coinvolgendo l’Archivio storico del Comune di Ferrara, è stato possibile realizzare l’abbinamento fra alcune decine di fotografie in bianco e nero, a partire dai prima anni del ‘900, e un’ora circa di brani
selezionati dal patrimonio di fonti orali raccolte e conservate in decenni di attività del Centro etnografico ferrarese: canti, ninne nanne e stornelli, espressione viva del canto popolare emiliano-romagnolo. Inoltre, il 30 aprile, nella Biblioteca Casa Niccolini, questa collaborazione ha avuto come esito anche l’incontro che ha coinvolto la casa editrice Orecchio Acerbo nella presentazione del libro “La canzone del domani” di Sonia Maria Luce Possentini, con letture a cura di Teresa Fregola e canti del Coro delle mondine di Porporana, con Ada e Tonina (tra le più anziane coriste) che hanno offerto le loro testimonianze sulla monda, sulla guerra e sulla loro infanzia. Il primo maggio, dopo i laboratori e I flshmob della mattina, al Consorzio Factory Grisù si è tenuto un secondo pranzo sociale seguito da “Canti di libertà”: senza che qualcuno salisse sul palco, lo spazio conviviale si è trasformato, sia il primo, sia il due maggio, in un’occasione di scambio e aggregazione di cori e balli, potendo contare sul sostegno dei musicisti di Allargate il cerchio e di vari cori, in particolare del Lazio. Prima di cena c’è stato il tempo per due concerti. Susanna Buffa e il contrabassista Igor Legari hanno presentato il repertorio raccolto lo nell’album “Quando l’anarchia verrà…”. L’incontro fra la voce e le corde della chitarra (o dell’ autoharp)
di Susanna Buffa e il contrabbasso di Igor Legari è magistrale nel rinnovare, pur nell’essenzialità degli arrangiamenti, brani già molto codificati: dalla nuova introduzione a “Dove vola l’avvoltoio?” a versioni molto sentite di brani come “Il galeone” di Giovanna Marini e l’ “Inno dei malfattori” di cui viene resa esplicita la paradossale attualià, essendo stato e rimanendo un’inno di critica all’epoca imperialista di allora e di oggi. Prima e dopo cena hanno creato un robusto ponte con il Sudamerica le sette cantanti della Collettiva Transfemminista Babajaga e Lavinia Mancusi. Babajaga sanno armonizzare con maestria le proprie voci senza togliere un grammo al carico di dolore che veicolano alcune delle loro canzoni, sentite testimonianze che vanno al cuore della violenza patriarcale e maschilista: da “Povoada” di Sued Nunes alla rilettura di un classico andino come “Sariri” a una caustica nina nanna transfemminista: “Siamo le nipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare”. Il concerto serale di Lavinia Mancusi, con un ispirato Mauro Menegazzi alla fisarmonica, ha presentato “Revolucionaria!”. La narrazione e il percorso fra le vite di Violeta Parra, Mercedes Sosa e Chavela Vargas ha ripreso il filo narrativo già intrecciato da Babajaga snodandolo attraverso un sentiero che dal Cile, all’Argentina, al Costa Rica, al
Messico ha percorso la parte meridionale del continente americano amplificando la straordinaria attività delle tre ricercatrici, creatrici e cantanti. Lavinia Mancusi sa come stabilire un dialogo diretto col pubblico anche quando interpreta brani profondamente legati a vicende che hanno preso corpo aldilà dell’Atlantico, trovando sempre il modo di renderne esplicita l’attualità rispetto alle lotte delle donne per la giustizia sociale. In prima fila, alla destra del palco, la collettiva Babajaga non ha mai mancato di sostenere in coro i ritornelli delle canzoni, trascinando tutto il pubblico in una sorta di rituale collettivo che è poi continuato col dj set “world music” di Rachele Andrioli, trasformando l’area antistante il palco in una vibrante sala da ballo. Susanna Buffa e Lavinia Manusi sono state protagoniste anche del concerto pomeridiano e serale del 2 maggio. Per l’occasione, il duo di Susanna Buffa e Igor Legari è diventato un trio con l’aggiunta della chitarra e della voce di Alessandro Garramone, proponendo il repertorio “Fondo alla terra” che alterna canti dell’emigrazione italiana in Nord America e in Europa a toccanti canti dei minatori di queste due
regioni, occasione per tessere un’ampia trama sonora che va dal bluegrass ai canti popolari che sanno farsi cronaca di stragi sul lavoro, come quella di Marcinelle. La sera Lavinia Mancusi è tornata sul palco per il concerto conclusivo proponendo con Mauro Menegazzi il racconto degli ultimi decenni italiani attraverso I brani interpretati nell’album “A cruda voz”. Il canto veicola le emozioni che attraversano una sorta di colonna sonora delle musiche popolari che hanno segnato la vita della cantante, rivisitate con perizia e passione, alternando l’uso del violino, della chitarra e del tamburello e dando fuoco alle polveri passione, ma anche con misura e profonda attenzione, come accade per il classico di Matteo Salvatore “Padrone mio”, appena un sussuro, ma reso nitido dal dolore che vibra nel canto, nell’assurdità delle relazioni di oppressione. Nel pomeriggio, Lavinia Mancusi aveva avuto modo di raccontare il rapporto con la dimensione della critica e delle lotte per il cambiamento sociale nell’incontro “A 4 voci fra tradizioni e rivoluzioni”, proponendo il brano “Tango della femminista” e poi accompagnando e facendo da seconda voce a Rachele Andrioli che
ha proposto “L’America”; il dialogo era stato aperto da Susanna Buffa che ha proposto un canto di lavoro delle donne della monda dei cereali di Amatrice. Si tratta di uno dei pochi canti femminili nella zona di Amatrice in cui si canta l'ottava rima, ma prevalentemente come forma di espressionee maschile. Il canto femminile fatto ascolatare ha una forma bivocale di stornello ed è molto antico. Il testo rivendica dal padrone il diritto al giusto compenso, che allora avveniva con la consegna di beni di consumo come grano e vino: infatti il primo verso recita: "Se il padrone non ci dà lo vino". Ha raccontato Susanna: “Si può considerare una delle prime espressioni di lotta femminile per i diritti del lavoro in quella zona. Siamo nelle aree più interne dell’Appennino centrale, popolazione non alfabetizzata e in ritardo rispetto alle lotte per i diritti del lavoro condotte ad esempio dalle mondine del nord Italia a inizio Novecento”. Il testimone è stato raccolto in chiusura dell’incontro dalla quarta partecipante, Morena Gavioli, insieme al Coro delle Mondine di Porporana con cui ha proposto due canti. Il primo mette in musica un testo di Renata Viganò recuperato dal suo primo libro “Mondina” (1952), testimoniato anche nella serata organizzata nella biblioteca Bassani il 17 aprile: in parte recitato e in parte cantato su una
melodia nota adatta alla metrica del testo. L’incontro a quattro voci si è concluso con il canto nato l’anno prima, nell’aprile 2025 e intitolato “AD ALTA VOCE”. Testo e musica sono opera di Maria Chiara Marchesini, da anni attiva col coro che ha così sintetizzato l’esigenza espressa dal coro di trovare un canto di chiusura per il concerto al festival che potesse rappresentare lo spirito del cantare insieme nel coro. Ne è scaturito non un canto di tradizione, ma un conto moderno con radici nella cultura musicale popolare, “quasi una figlia, erede dei canti del passato – ha scritto Chiara –. Un canto quindi che vuol fare memoria di tutta quella storia che, come coro delle Mondine di Porporana, portiamo con noi ad ogni evento, per ricordare insieme agli anziani e per testimoniare alle nuove generazioni, perché le conquiste della democrazia e della nostra Costituzione non vengano distrutte…. La forza maggiore sta proprio all’inizio del ritornello: ‘Ad alta voce, o donne, noi cantiamo!’ Il nostro Coro è un’esperienza di donne che crescono insieme, si danno forza, si accolgono e si sostengono nelle cose della vita, con le storie di ciascuna, con le gioie, le fatiche, ferite e cicatrici che ci portiamo addosso e questo canto, quasi un Inno, ci racconta e ci aiuta a darci ancora una speranza: ‘nei nostri occhi, le strade del domani’”. Con lo stesso spirito e con la partecipazione di tutto il pubblico, il Coro delle Mondine di Porporana ha affrontato il concerto pomeridiano (seguente al dialogia 4 voci) alternando ai canti il ricordo del percorso delle mondine e di Ansalda Siroli, morta da poco, già presidente UDI Ferrara, figura chiave della cooperazione ferrarese.
Alessio Surian
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