Mimmo Mòllica, Brassens poeta di campagna. Canzoni del grande cantautore francese-lucano tradotte in lingua siciliana e italiana, Armenio Editore 2025, pp. 86, euro 9.90

Titolo azzeccatissimo per questo volumetto del cantautore siciliano Mimmo Mòllica che sottintende fisionomia periferica per le canzoni di Georges Brassens, un paesanismo dove si è sempre pronti a giudicare e condannare qualcun altro, per giustificare o nascondere le proprie malefatte quotidiane. Del Brassens tradotto dal francese in molte differenti lingue e dialetti ho scritto proprio su questa testata qualche anno fa. Qui Mòllica, che oltre a giornalista e ricercatore di tradizioni popolari è autore di canzoni e filastrocche (ambasciatore del Movimento Italiano per la Gentilezza), ne propone undici in doppia traduzione italiana e soprattutto siciliana. La qual cosa è particolarmente gradita in quanto colui che nel 1997 si era misurato in medesima impresa, il compianto Salvatore Pagano, purtroppo ha lasciato dietro sé solamente un doppio cd artigianale di quasi impossibile reperibilità. Prima di Brassens mai in Francia il prestigioso Premio di Poesia dell’Accademia Nazionale era stato assegnato a un cantante ma, nonostante sapesse far impeccabilmente danzare le parole all’interno delle righe, il cantautore di Sète sosteneva “Non sono un vero e proprio compositore ma quello che un tempo era chiamato trovatore”. È un’intima alchimia lirica quella che attira verso la traduzione della colta versificazione di Brassens in altrui linguaggio. Limitandoci a quelli italiani, chi l’ha fatto solitamente non ha cercato forzatamente popolarità, Svampa stesso (che ne è il più famoso) preferì, per meglio giungere al suo scopo, limitarsi a un milanese, senza dubbio più affine al francese rispetto all’italiano, ma di limitata comprensibilità fuori dalla Lombardia. Ricordo, ad esempio, che per scovare le traduzioni dialettali del compianto Carlo Ferrari dovetti trasformarmi in una specie di Commissario Maigret e bazzicare tra i ricordi e le strade di Cremona. Tutto ciò ha molto a che vedere con le specifiche tematiche e relative trattazioni da parte del loro autore, chi si muove a tradurle entra non in un esercizio di stile o di abilità quanto piuttosto in un universo di appartenenza al di là di differenze, confini o distanze. Partendo dal cuore si scoprono le affinità e le partecipazioni allo sguardo di un fratello maggiore che fino ad allora non si sapeva di possedere. Come per i pezzi tradizionali, che sovente sono l’espressione più immediata della poetica del popolo, risultano colme di libertà e licenze nell’osservare la vita della gente comune. Stabiliscono un collegamento diretto tra Brassens e quei lontani cronisti popolari che erano i cantastorie d’antan. Mòllica conosce le figure tradizionali dei “canzunaru” presenti nella sua regione fin dal XIV secolo (assieme ai cantasturieddu che non utilizzavano strumenti musicali) anche se il termine “canzonaro” non appartiene prettamente alla tradizione siciliana. Nel loro ambulante peregrinare, queste figure erano incessantemente presenti nelle strade assolate dell’isola, come nelle sue stalle umide, stabilendo un tramite culturale tra il mondo epico della Grande Poesia e un popolo sovente analfabeta (soprattutto per questo frequentemente utilizzano il dialetto). Jacopo da Lenoni detto “Il Notaro” (1210 circa - 1260 circa) è stato citato perfino da Dante Alighieri nel Canto XXIV del Purgatorio che gli attribuì il titolo di caposcuola della lirica siciliana per la presenza nei suoi componimenti di tutti gli stili letterari utilizzati fino a quel momento: sonetto, canzone, canzonetta. Mòllica esprime tutta la sua ammirazione e gratitudine per il compianto Nanni Svampa e le sue celebri versioni milanesi della seconda metà degli anni ‘60, un vero precursore in questo ma anche più recentemente non sono mancati esempi di ispirate traduzioni italiane ad opera di Alberto Patrucco (4 cd) e, nel 2021, grazie alla friulana Nota Records di Valter Colle, sono riemerse dalle nebbie degli anni ‘90 le storiche registrazioni torinesi di Fausto Amodei riprese un paio di anni dopo anche da Carlo Pestelli (2023). Ma pure gruppi musicali hanno reso omaggio a Brassens come i piemontesi Band’abord ad avvalorare le affermazioni di TonTon Georges: “...mi rimproverano di essere pornografico, di suonare male la chitarra, di essere zotico, di fare sempre la stessa musica...non importa, quello che conta è la piccola scintilla che le mie canzoni hanno scatenato in chi era solo e alla deriva...” E dalla selce della poetica brasseniana scintille ne sono partite assai se è vero che parecchie traduzioni dal suo canzoniere hanno contribuito non poco a formare l’immagine indelebile del primo Fabrizio De Andrè: “Delitto Di Paese”, “Marcia Nuziale”, “Il Gorilla”, “Nell’Acqua Della Chiara Fontana”, “Le Passanti” (poesia di Antoine Pol), “Morire Per Delle Idee”. Senza contare che la musica di “Le Verger Du Roi Louis” è servita per “La Morte” oppure che molto di “Le Père Noel Et La Petite Fille” è finito ne “La Leggenda Di Natale” (estratto da L'Italiano). L’ambientazione periferica e miserabile che fa da sfondo alle storie del grande chansonnier francese, narranti di un’umanità malmessa di fronte delle ingiustizie dei poteri e in preda a piccoli vizi e abusi, aderisce alle società contadine o urbane di qualsiasi paese europeo occidentale. Risulta quindi scenografia formidabilmente realista e credibile tanto nella realtà francese quanto in quella siciliana anche se in quest’ultima i vari cantastorie ottocenteschi cantavano i fatti di cronaca e attualità, caricaturandoli efficacemente pure con la mimica soprattutto nelle parti tragiche, gridando, lamentandosi e perfino piangendo. Cosa che il ritroso Brassens mai fece e mai si sognò neppure lontanamente di fare.  

Flavio Poltronieri

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