Lou Marini & The Italian Groovers, Genova, Louisiana Jazz Club, 21 marzo 2026

Genova si tinge di blues con Lou Marini che nella sua tournée italiana approda al Louisiana Jazz Club, costruendo una serata che va ben oltre il mito dei Blues Brothers. Il live si apre con “The Chase”, e il riferimento è subito chiaro, ma è presto evidente che quel repertorio non viene chiamato in causa per vivere di rendita. Oltre al brano d’apertura, sono pochissimi i momenti che rimandano direttamente a quell’universo (“Sweet Home Chicago” e “Tom Gunn”), eseguiti non per autocelebrazione né per strappare un applauso facile, ma per tenere vivo un immaginario e restituire al pubblico, per qualche istante, un po’ della magia di Jake ed Elwood. Da lì in avanti la serata prende una svolta decisa e per quasi tre ore la musica scorre come un fiume in piena e non si appoggia mai al prestigio del nome. Ti investe e subito dopo ti avvolge. È uno di quei concerti in cui conta poco chiedersi se un linguaggio appartenga del tutto a chi ascolta, perché quello che arriva dal palco si impone da sé. Ció che colpsce in maniera disarmante di Blue Lou? È evidente che ama quello che fa. Ama la musica, ma ancora di più ama la possibilità di comunicare attraverso di essa e di rendere partecipe chi ascolta. Nel suo modo di stare sul palco non c’è la posa di chi
amministra un mito; c’è invece il piacere concreto di mettere in comune un’esperienza. Suona come chi ha ancora qualcosa da dire e trova nella relazione con gli altri il senso più vero del fare musica. L’intesa con il trio The Italian Groovers (Alessandro Chiappetta alla chitarra elettrica, Gianluca di Lenno a organo e tastiere e Enzo Zirilli a batteria e percussioni) si impone come uno degli aspetti centrali della serata. L’impasto sonoro rivela un rapporto profondo tra i musicisti, fondato sull’ascolto e sulla fiducia reciproca. La musica gira come un motore perfettamente oliato, senza però diventare meccanica. Ogni intervento trova il suo posto, ogni scambio produce slancio, ogni brano respira con naturalezza. Più che la semplice tenuta dell’ensemble, si avverte una qualità del rapporto umano che passa direttamente nel suono. La conseguenza inevitabile é che anche con una formazione ridotta rispetto alla Blues Brothers Band, l’impatto resta esplosivo. “Sweet Home Chicago”, in particolare, è il momento in cui la partecipazione della sala si fa più evidente. Il brano accende il pubblico e mostra con chiarezza che certe canzoni continuano a vivere solo quando vengono suonate con convinzione, non quando vengono trattate
come reliquie. Per il resto, il repertorio attinge soprattutto a “Playtime” (Azzurra Music, 2026), e già il titolo chiarisce molto dell’idea che sostiene il progetto. Il gioco di parole tra il suonare e il giocare non è un vezzo, ma una dichiarazione di intenti. In quel playtime c’è la ricreazione, il piacere del gioco, ma anche un modo preciso di stare nella musica. Lou Marini la affronta con l’entusiasmo e la curiosità di un bambino, senza perdere rigore. Il concerto lo dimostra bene: qui giocare è una cosa seria. L´album alterna brani originali e classici del jazz come “Here’s That Rainy Day”. Nel live il gruppo rende questo standard con un’intensità quasi mistica, e la scelta acquista un significato ulteriore se si pensa che il progetto è nato in un giorno di pioggia. Tutta la sala, nessuno escluso, sembra calare nel clima emotivo in cui l’ intero progetto ha preso forma. Senza dubbio é qui la somma di questo progetto: certo la qualità musicale è alta, ma non diventa mai ostentazione, é rivolta soprattutto allo scambio. A rendere l’esperienza ancora più intensa è lo spazio del Louisiana. Definirlo intimo è quasi riduttivo: è un luogo con carattere, un posto che “ha il blues”. La sala piccola amplifica l’effetto del live, la musica arriva addosso con una fisicità rara. Nei brani più partecipati, la vicinanza tra gli spettatori produce un senso di comunione molto forte. Il confine tra palco e sala sembra farsi più sottile, e il concerto assume davvero la forma di un’esperienza al limite del rituale. Alla fine resta la sensazione non solo di aver assistito a concerto costruito su un’intesa reale, su un repertorio vivo ma soprattutto di avere esperito la musica come linguaggio condiviso e di condivisione. 

Jacopo Dentice

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