Il percorso artistico di Dexter Gordon rappresenta una delle traiettorie più affascinanti e vitali dell'intera storia della musica afroamericana, un viaggio iniziato nei febbricitanti club di Los Angeles, maturato a New York tra le file della rivoluzione bebop al fianco di giganti come Charlie Parker e Dizzy Gillespie, per poi trovare in Europa, e in particolare a Copenhagen, una seconda casa e una definitiva consacrazione internazionale. Con il suo incedere dinoccolato e la sua mole imponente, il "Sophisticated Giant" ha forgiato un vocabolario tenorile inconfondibile, caratterizzato da un suono immenso, pastoso e da quel peculiare fraseggio elegantemente ritardato sul battito, capace di fondere il vigore irruento dei pionieri dello strumento con le vertigini armoniche del jazz moderno, dimostrando come le turbolenze e gli eccessi della vita privata potessero essere costantemente sublimate in un rigore formale assoluto non appena le labbra sfioravano l'ancia. Questa modernità intrisa di fiera classicità trova oggi un suo inestimabile e lucente compendio nel doppio album dal vivo "More Than You Know", un prezioso documento ritrovato che immortala il sassofonista il 7 luglio del 1981 a Villa Imperiale, nell'ambito della rassegna Estate Jazz '81 sotto la sapiente direzione dell'Ellington Club di Genova. Spostando l'attenzione sulle ispirazioni, sul suono e sugli arrangiamenti che innervano questa registrazione, emerge con prepotenza la natura profondamente dialogica del jazz di Gordon, qui affiancato da una compagine di eccelsa caratura tecnica ed empatica: il pianoforte geniale e mai troppo celebrato di Kirk Lightsey, il contrabbasso roccioso e scuro di David Eubanks e la batteria policroma di Eddie Gladden. Il suono del quartetto si configura come un vero e proprio laboratorio alchemico in cui la partitura diventa mero pretesto per una continua negoziazione tra stabilità e mobilità, con arrangiamenti aperti che dilatano le strutture standard per assecondare la naturale propensione dei musicisti al carotaggio emozionale. La ratio armonica dell'ensemble si regge su un interplay quasi telepatico, in cui Lightsey agisce costantemente di sponda intessendo raffinate trame contrappuntistiche e accordali, mentre la sezione ritmica edifica un telaio elastico, vitale e stratificato, consentendo a Gordon di esplorare l'intera tavolozza delle dinamiche, alternando lirismo trasognato, geometrie complesse e incalzanti progressioni diatoniche, il tutto massimamente valorizzato dall'impeccabile lavoro di restauro dei nastri curato da Tommy Cavalieri presso i Sorriso Studios di Bari, che restituisce matericità, aria e tridimensionalità all'acustica dell'esibizione. Immergendosi analiticamente nelle maglie di ogni singolo brano, la scaletta si svela come un rito narrativo in costante divenire, aperto in grande stile dai tredici minuti di "It's You or No One" (Cahn/Styne), dove il leader prende immediatamente possesso del proscenio scolpendo arcate melodiche ampie, distese ed eloquenti, sorretto da una tensione propulsiva inesausta che trasforma lo standard in una chiara dichiarazione d'intenti, vigorosa e poetica al tempo stesso. L'esplorazione si fa ancora più radicale con "Hi Fly", celebre composizione di Randy Weston, che diventa un'epopea di quasi diciotto minuti pensata come terreno di scandaglio per l'intero gruppo; qui Gordon distilla le note con parsimonia e suprema intelligenza, lasciando che le digressioni inventive di Lightsey prendano il volo in totale libertà, mentre Eubanks e Gladden cesellano incastri ritmici complessi, sfruttando la vasta dilatazione temporale per consentire a ciascuno strumento di raccontare la propria storia all'interno di un inarrestabile flusso collettivo. Il secondo capitolo di questo viaggio sonoro si apre esplorando le visioni autografe dello stesso sassofonista, a cominciare dalla torrenziale "Back Stairs", un colosso di oltre ventotto minuti che rappresenta il vertice assoluto dell'interazione paritaria tra i quattro; l'architettura della traccia procede per continui strappi e repentine distensioni, con il sax tenore che transita da asserzioni ruggenti a frasi improvvisamente rarefatte, alimentando una conversazione circolare che tramuta la durata estrema in un trionfo della narratività jazzistica, dove ogni silenzio pesa quanto una nota. Subito a seguire, la penna di Gordon firma anche "LTD & Intro", un episodio condensato in poco più di sei minuti che funziona magistralmente come anticamera sospesa, un ponte armonico essenziale e discreto che, attraverso frammenti melodici misurati e un accompagnamento felpato, abbassa momentaneamente la temperatura per preparare organicamente l'ascoltatore all'acme della serata. Questa climax emotiva coincide inevitabilmente con la title-track conclusiva, "More Than You Know", dove la storica e canonica ballad di Youmans, Rose ed Eliscu viene pazientemente decostruita e trasfigurata per oltre venti minuti di pura estasi sonora; Gordon infonde nel tema un'intensità struggente, modellando l'intarsio armonico con un timbro caldo e drammaticamente confidenziale, cullato da una retroguardia che si fa respiro vitale e da un pianoforte che ne amplifica, come una cassa di risonanza dell'anima, ogni minima sfumatura, suggellando un'opera magnifica che rifiuta lo status di semplice reliquia per imporsi come celebrazione viva e universale del jazz nella sua forma più alta e incorruttibile.
Salvatore Esposito
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