Brassens nei linguaggi e nelle musiche del mondo

Ottobre è stato il mese dell’arrivo e della partenza di Georges Brassens. Fabrizio De André diceva di aver preferito non avvicinarlo per timore di delusioni, Beppe Chierici al contrario considera reliquia ogni frammento fotografico del loro incontro. Nell’ottobre attuale, il Covid-19 induce ad un “Viaggio intorno a una stanza”, come titolava, traducendo erroneamente, la versione italiana  del secondo LP di Leonard Cohen. La scintilla di questo intervento mi si era accesa un pomeriggio primaverile del 2014, quando Giuseppe Setaro era purtroppo appena mancato ed io ero coinvolto da Margherita Zorzi ed Enrico de Angelis in un incontro pubblico su Brassens qui a Verona. Pensai di contribuire citando quei dischi che lo omaggiavano proponendo le sue canzoni in lingue diverse dall’originale. E’ questo un vezzo antico rivolto ad autori che considero sommi per qualità e quantità e a questo scopo avevo consultato con scrupolo la mia raccolta di LP e CD. In città e provincie, Jacques Brel l’avevo trovato in dischi interi cantati nell’idioma frisóne, nel dialetto limburghese o in quello delle Isole Aland. Leonard Cohen ha ricevuto dischi interi di traduzioni, dal faroese fino al sudafricano. Bob Dylan ha goduto nel 2013 di un tributo collettivo etnico con le sue liriche nelle lingue e nelle interpretazioni dei virtuosi del Rajasthan, dei musicisti del Nilo, degli aborigeni australiani come dei maestri persiani. Brassens era un uomo pigro ma le sue canzoni assolutamente no! Hanno viaggiato forse anche più di quelle di Brel, Cohen o Dylan e sono arrivate in posti dove altre non sono state. Le canzoni non insegnano solamente ma imparano dai linguaggi della gente, formano un patrimonio, una formidabile scuola con le aule sparse per il pianeta, un’accademia di solitari traduttori, talvolta forse una “università degli errori”, ma sempre aperta all’ascolto delle lezioni del cuore. Le persone di ovunque, che hanno tradotto, trasformato, adattato le parole, si sono probabilmente scervellate, hanno passato le notti e perso il sonno a trovare una chiave di traduzione nella loro lingua. Perché entrare in contatto con un testo scritto da altri e lasciarlo senza qualcosa di sé o senza sfasature lessicali, è una lotta contro le sabbie mobili. 
L’anima resta l’unico timone che permette di affrontare questa nebbia talvolta molto, molto fitta e alcune ossa ogni tanto si rompono, inevitabilmente! Le canzoni di Tonton Georges viaggeranno sempre e la cosa è ancora più sorprendente considerato che il loro linguaggio d’origine non è l’universale inglese. Comunque, come accade in letteratura scritta, una percezione può oltrepassare la comprensione verbale immediata e, in questo caso, senza nemmeno troppo l’ausilio della musica in quanto in Brassens, la sua apparente semplicità è ben nota. Ma, al riguardo, si potrebbe venire smentiti facilmente dall’orchestra classica diretta da Jean-Claude Vannier, come da Sidney Bechet, Lionel Hampton e tutti quei jazzisti di ogni epoca che, come Christian Escoudé più recentemente, ne hanno inciso versioni unicamente strumentali. E forse anche di questo se la starà ridendo lui "eterno villeggiante, da una nicchia nella sabbia fine della spiaggia della Corniche, tra villanelle, fandanghi, tarantelle e sardane". Sono davvero sorprendenti le contaminazioni musicali a cui si prestano questi testi, anche quando cantati in francese, sovente con accenti stranieri, così rivestiti di suoni lontani da quelli originali. Li ritroviamo perfettamente a loro agio tra un martelletto di pianoforte jazz di New Orleans, le quattro corde di un violino folk irlandese o le dieci di una viola caipira brasiliana. 
Ma soprattutto tra ritmi manouche o swing gitani, nord e centro africani oppure chaabi (come nel caso di Djamel Djenidi). Capoverdiani o tropicali: salsa, mambo, bolero e chachacha (da Jean Sangally/Isel Rasua o da Fred Karato). Senza dimenticare quelli di una chitarra classica (da Michel Sadanowsky) (2 CD), una finger picking (da Gilles Charlois) o blues (da Goun). Oppure ancora di orchestrazioni infantili, circensi o di musical, di musica meccanica, dance, techno, rap, hip-hop. Naturalmente i più grandi cantanti francesi del passato hanno interpretato il loro celebre connazionale: da Juliette Gréco a Serge Reggiani, da Salvatore Adamo a Maxime LeForestier, da Barbara a Claude Nougaro, solo per citarne alcuni, ma ciò esula da questo contesto. Perfino stars internazionali l’hanno fatto, come i Jefferson Starship e, come spesso succede in questi casi, quelle risultano essere le versioni meno interessanti. Le canzoni di Brassens sono andate a reinventarsi dal Giappone alla Nuova Caledonia o in Afghanistan: a Beirut la Marcia Nuziale è suonata da oud e qanun. Nel Bénin, Marinette si è infittita di percussioni, Le Roi è arrivato a Tuva e in Mongolia è stato tradotto in canto difonico Xöömej, come in Jamaica ha vissuto travestito da reggae. Nell’acqua della chiara fontana si è trasformata in una ballata country e Je me suis fait tout petit ha danzato in Argentina tra tango e milonga. A l’ombre du coeur de ma mie ha oltrepassato il Sahara, nel cuore dell’Impero Mandingo e "La Mauvaise Reputation" è finita nell’Oceano Indiano e si è agghindata di musica maloya, quella inventata dagli schiavi africani e malgasci dell’Isola di Réunion
durante la colonizzazione, un ritmo un tempo proibito e diventato dal 2009, Patrimonio dell’Umanità. Anche in questo momento, ho notizia che è in corso di registrazione un disco dal titolo “Brassens Brazil” che prende origine da alcuni taccuini contenti appunti di viaggio ritrovati solo recentemente negli archivi. Tra loro, due parlano del Brasile, uno del Nord e Nord-Est, l'altro di Rio de Janeiro e San Paolo. Brassens ha effettuato questi due viaggi a bordo degli “itas”, le barche che partono da Manaus, sulla riva del Rio Negro vicini alla confluenza con il Rio delle Amazzoni e attraversano l'intera costa brasiliana. In questi scritti, che testimoniano una profonda e intensa immersione nell'incredibile eredità ritmica brasiliana, Brassens ha annotato incontri, melodie, ritmi e legami con le proprie canzoni. Così, ad esempio, è scritto che quando ha scoperto il frevo di Recife, la danza dello Stato di Pernambuco, si è ritrovato a canticchiare Il vento su questo ritmo frenetico che deve le sue origini alle risse ed ai tafferugli che avvenivano durante le parate del carnevale, alla fine del XIX° secolo. A Ipanema, invece, trasportato dalle bossas, gli è venuto in mente Saturno e Nell'acqua della chiara fontana. La musica di Georges Brassens è camaleontica perché Brassens è un camaleonte, i jazzisti l’hanno sentito che era uno di loro. Gli africani l’hanno compreso anche più degli Europei, il ritmo nero ha preso pieno possesso delle sue canzoni, anche se le loro parole non sono affatto scritte per essere cantate all’africana. Per qualche cittadino francese risulta senz’altro bizzarro ascoltare il ritornello di Brave Margot alla maniera béguine. Ma questa è proprio la forza e la bellezza del messaggio culturale dell’opera di Brassens che ovunque si canta, con o senza l’accento corretto. Ma in fondo non sarebbe poi così difficile immaginarlo in un quartiere di Douala, di Kinshasa, di Dakar o di Pointe-à-Pitre con l’inseparabile pipa e la sua aria sorniona così poco francese, al bancone di qualche maquis mentre sulla spiaggia suoni e voci si accavallano, i fianchi si muovono al ritmo delle percussioni e la tensione sale
in quegli lontani anni ‘60 del secolo scorso, periodo post-coloniale, un momento quasi libertario di euforia, incoscienza e speranza. Restando al tema odierno, negli scaffali si incontrano omaggi significativamente intitolati: “Brassens a Cuba!”, “Brassens l’africano”, “Da Sète ad Algeri”, “Brassens l’irlandese”, “Sète al villaggio”, “Brassens creolo” fino al più esilarante, un CD del chitarrista camerunense Jean Sangally con la sua lingua ngumba, che come titolo reca l’inquietante domanda: “Brassens era nero?”.  Tralasciando gli innumerevoli singoli pezzi (anche se talvolta di notevole fattura) rintracciabili sulle tante raccolte collettive a lui dedicate o i vari tributi in lingua originale consacrati in Francia e altrove, risulterà perennemente incompleto questo mio elenco di dischi interamente dedicati alle canzoni di Brassens tradotte in altre lingue e dialetti:

Polacco: Zespol Reprezentacyjny (2 Cd), Justyna Bacz, 45 X BRASSENS (triplo CD del 2003 
comprendente 45 canzoni tradotte e interpretate da moltissimi artisti polacchi)
Catalano: Miquel Pujadó (5 Cd), Marc Garcia
Inglese: Pierre de Gaillande (2 Cd), Didier Delahaye
Occitano: Claude Marti, Corne d’aur’oc (4 Cd), Jan dau Melhau 
Creolo: Sam Alpha (3 Cd)
Esperanto: Jacques Yvart (3 Cd)
Castigliano: Marc Garcia, Dúo Te Porto Mal (dall’Argentina), Cathy Fernandez (dalla Spagna), Paco Ibáñez (dalla Spagna), Antonio Selfa (dalla Spagna) (3Cd), Joaquin Carbonell (dalla Spagna) (2 CD), Cathy Fernandez (dalla Spagna), Claudina Y Alberto Gambino (dall’Argentina), Dúo Te Porto Mal (dall’Argentina), Ruben Reches (dall’Argentina), Eduardo Peralta (dal Cile), Anglel Parra (dal Cile), Emma Junaro/Willy Claure (dalla Bolivia) 
Tedesco: Handstreych (Ulrich Kind/Reno Rebscher), Peter Blaikner, Franz Josef Degenhardt (2 
CD)
Provenzale: André Chiron (3 Cd)
Fiammingo: ‘t Crejateef Complot
Basco: Anje Duhalde
Olandese: Koningstheaterakademie 
Ebraico: Yossi Banay (2 Cd)
Valenziano: Eva Dénia
Svedese: Thorstein Bergman - Tord Henriksson
Arabo: Djamel Djenidi (dall’ Algeria)
Ceco: Jiri Dedecek
Italiano: Beppe Chierici (numerosi dischi),  Giuseppe Setaro (numerosi CD autoprodotti), Alberto
Patrucco (3 Cd), Andrea Belli (2 Cd), Progetto Quote Latte, Vietraverse, Betto Balon (Alberto 
Andreanelli)/Salvo Lo Galbo (traduzione testi)
Milanese: Nanni Svampa (numerosi dischi, anche in italiano)
Friulano: Povolâr  Ensemble 
Livornese: Pardo Fornaciari
Bassanese: Gianni Stefani (2 Cd)
Piemontese: Giovanni Ruffino/Piero Ponzo
Siciliano: Salvatore Pagano (2 CD) 
Cremonese: Carlo Ferrari 


Flavio Poltronieri
flavio.poltronieri@libero.it

Post Scriptum
1) Chi fosse interessato ad andare oltre ai dischi italiani interamente consacrati a Brassens, per tutte le ulteriori interpretazioni, rimando alla discografia italiana completa ad opera di Enrico de Angelis, Michele Neri e Franco Settimo dal titolo “Radici d’Autore” pubblicata nel 2017 nella rivista "Vinile" n.10.
2) L’intero canzoniere tradotto si trova nei libri di Nanni Svampa: Brassens, 1991 - Giuseppe Setaro: Brassens in italiano, 2011. Ulteriori volumi consigliati per il loro notevole pregio sono:  Daniela Soave Vighesso, G. Brassens 5h,40’;  Margherita Zorzi: Il maestro irriverente, 2012; Beppe Chierici: La Cattiva Erba, 2013 e Un Ulisse da taschino, 2017. 
Inoltre all’interno del n° 371 di Maggio 2012 di "Rivista Anarchica" è presente un Dossier di 60 pp. con interventi di Fausto Amodei (che ricordiamo ha tradotto Brassens in piemontese senza mai incidere ufficialmente questo repertorio, come Emanuele Pagin in veneziano,  Alessandro “Benni” Parlante in triestino...), Alessio Lega, Gianni Mura e altri appassionati conoscitori dell’opera del cantautore di Sète. 
3) Se qualcuno desidera segnalare ulteriori contributi non presenti nell’elenco, farebbe cosa gradita contattandomi via mail e lo ringrazio fin d’ora: flavio.poltronieri@libero.it

4 commenti:

  1. I contatti tra Brassens vivente e la musica brasiliana è sfuggita ai radar di qualche ceentinaio di biografie, che io sappia. Io credo fermamente che Brassens, mentitore spudorato, abbia potuto benissimo fare un viaggio in Brasile in tutto anonimato. I contatti con i ritmi del Nord Africa, Brassens è cresciuto vicino a un porto dove risuonavano voci di ogni cadenza. Qualcuno dice che il padre di Brassens (quello ufficiale) Jean Luis Brassens fosse algerino e non francese. Quanto all'influenza italiana, basta ascoltare la versione originale di Vitti na crozza di Michelangelo Verso e poi l'incipit di Les funerailles d'antan (1960). La prima risale al 1951, è molto improbabile che Brassens la conoscesse ( ma non ci metto la mano sul fuoco). Io credo che se anche Brassens fosse morto giovane e sconosciuto alcune sue canzoni come La mauvaise herbe, fatte circolare dagli amici sarebbero diventate, col tempo, dei "timbri", musiche popolare a cui adattare testi diversi. Io con tutta la buona volontà non riesco a vedere in Brassens un cantautore, per me è soprattutto un musicista e un umorista (prima o poi qualcuno se accorgerà) combinazione alquanto rara.

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    1. Carissimo Lunapinot, vedo solo in questo momento il tuo commento e te ne ringrazio. Tutto è possibile chez Tonton! Spero di ricevere qualche informazione più precisa riguardante questi appunti in quanto sono in contatto con il produttore del disco Brassens Brazil. E non è neanche l'unica novità in arrivo con riferimenti brasiliani. A parte questo, come non essere d'accordo con tutto quello che affermi?! In fondo all'articolo c'è la mia e-mail, se vuoi scrivermi, grazie

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  2. Flavio ho provato a scriverti in privato (è importante!), ma credo che l'email che hai pubblicato sia errata- potresti controllare per cortesia? Complimenti per il pezzo!

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    1. Lo può contattare qua flavio.poltronieri@libero.it

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