La parola viva di un cantastorie: ricordo di David Riondino

Raramente gli artisti mantengono ciò che “promettono”. Raramente, cioè, la loro persona coincide con quanto di buono e di bello troviamo nella loro creatività. David Riondino (1952-2026) è stato decisamente un’eccezione a questa frequente consuetudine: lo avvicinai nel lontano 1989, dopo aver assistito all’università di Salerno a un suo bellissimo spettacolo che metteva in scena l’album Racconti picareschi, inciso in quello stesso anno per la CGD. Ebbi subito l’impressione di un uomo intelligente e vitale, di grande simpatia, aperto e curioso verso le persone che incontrava nonostante lui fosse già ben inserito nel mondo dello spettacolo e io soltanto un giovane di belle speranze appena laureato. Dopo qualche battuta, gli proposi un’intervista per una piccola testata trimestrale su cui scrivevo all’epoca: accettò e mi regalò un ingresso ad un altro spettacolo che si sarebbe tenuto al Teatro Vittoria di Roma, città dove già avevo cominciato a vivere, ospite di amici. Anche questo spettacolo, dove c’era pure una giovanissima Sabina Guzzanti quella sera distrutta da un’influenza, mi piacque molto. Ci ritrovammo dunque qualche giorno dopo al Caffè Rosati, a Piazza del Popolo, dove passai un paio di divertenti ore in sua compagnia nella totale indifferenza del personale del bar: nessuno, infatti, ci venne a chiedere se volessimo almeno una bibita (per la mia gioia che, all’epoca decisamente squattrinato, già temevo che quell’intervista mi sarebbe
costata un salatissimo conto in quello che era uno dei posti più famosi della capitale). Fatto sta che quell’intervista, per tanti motivi, non venne mai pubblicata, né mai lui ebbe a lamentarsene pure avendogli io lasciato i miei recapiti, ed ancora giace in due vecchie audiocassette perfettamente funzionanti che adesso regalerò alla moglie. Poi non lo rividi per oltre trent’anni, seguendolo solo occasionalmente nelle cose che faceva e di cui venivo a conoscenza: rimase sempre dentro di me, però, il dispiacere per questo rapporto interrotto, per questa pubblicazione mancata, per la sensazione di avergli in qualche modo fatto perdere del tempo. Lo rincontrai poi a sorpresa, nel settembre del 2025, a Prato, nel corso di un convegno di etnomusicologia dedicato alla figura di Diego Carpitella. Lo salutai e gli ricordai il nostro primo incontro: nelle poche parole che ci dicemmo, ritrovai la stessa gentilezza, la stessa cordialità, la stessa comunicativa dell’uomo che tanto tempo prima era stato così amichevole con un giovane appena conosciuto e che poteva solo prospettargli l’improbabile pubblicazione di una sua intervista su un trimestrale. Ci scambiammo i numeri di telefono e gli promisi che avrei cercato quelle cassette per fargliele duplicare: purtroppo, tra mille cose da fare, la ricerca è durata troppo e, quando finalmente le avevo trovate, gli mandai un messaggio su whatsapp: non avendo ricevuto risposta, lo chiamai un paio di volte, ovviamente ancora senza esito, e non capivo perché non rispondesse: l’ultima proprio un paio di giorni prima di
apprendere dal telegiornale della sua scomparsa. Non è un caso che David Riondino fosse presente ad un convegno su Carpitella, il fondatore dell’etnomusicologia italiana. Quella che ancora convenzionalmente chiamiamo “cultura popolare” è stata infatti parte integrante della sua formazione intellettuale e artistica: una formazione spesa tra la biblioteca nazionale di Firenze, dove lavorò per una decina di anni, e i poeti a braccio toscani da cui apprese l’arte dell’ottava rima che seppe utilizzare anche nella sua attività artistica. David, insomma, era parte integrante di quella cultura prettamente toscana fatta di un singolare intreccio di eredità rinascimentale e mondo rurale, in quell’ampia area dell’Italia centrale in cui l’oralità si connette alla scrittura alta di Dante o dell’Ariosto. Le sue ricerche, partite dalla tradizione della sua regione di origine, si espansero con il tempo verso il rap, verso i repentistas cubani, verso i linguaggi dei cantastorie del Mediterraneo: ovunque, insomma, si avvertisse la versificazione incarnarsi nella voce, con o senza musica, e all’interno di dinamiche relazionali. Da queste ricerche ha quindi tratto saggi e programmi radiofonici, ha organizzato convegni e festival, ha fondato centri di studio e di ricerca. Figura decisamente appartenente all’area di sinistra, ma non privo di una sua profonda spiritualità, Riondino fu un talento estremamente versatile: intelligente, ironico, acuto osservatore della società e dei tipi umani, fu attore teatrale e cinematografico, cantautore (fece da spalla a
Fabrizo De André nel tour con la PFM del 1979), collaboratore di riviste satiriche come Tango, animatore del Maurizio Costanzo Show televisivo con il suo Joao Mesquinho, esilarante “chansonnier” brasiliano; e poi scrittore, regista, sceneggiatore: non c’è stato ambito dello spettacolo e della cultura in cui non si sia cimentato con successo, sebbene non sia mai diventato popolare quanto avrebbe meritato e sebbene non abbia avuto i riconoscimenti che gli sarebbero spettati. Non sapevo stesse così male: ero così contento di averlo ritrovato, e di poterlo reinserire nella mia vita, e rimpiango di non aver cercato quelle cassette prima. Mi dispiace di dover conservare, da ora in poi, il bel ricordo di questa persona fatto solo di pochi incontri avvenuti a distanza di decenni. Mi consola di essere almeno riuscito a dirgli la bella impressione di onestà, di trasparenza, di umanità che mi trasmise la prima volta che lo incrociai: sorrise e spalancò le braccia, come a dire “mi sembra il minimo!” 


Giovanni Vacca 

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