Nel vasto e affascinante panorama delle tradizioni sonore del Mediterraneo, il mālūf rappresenta uno dei generi musicali più complessi e stratificati del Maghreb. Di profonda ascendenza arabo-andalusa, questo repertorio – codificato e istituzionalizzato nel corso del XX secolo – trova oggi una linfa inedita e vibrante grazie a Maluf System, l'innovativo sodalizio artistico nato dall'incontro tra il polistrumentista tunisino Marzouk Mejri e l'etnomusicologo, chitarrista e oudista napoletano Salvatore Morra. Come evidenziato sulle pagine di Blogfoolk, Maluf System non è soltanto un progetto musicale, ma si definisce come un vero e proprio "movimento post-revival del mālūf tunisino". La sfida del duo è quella di esplorare la rinascita di questo antico genere in contesti migratori, indagandone i mutamenti intrinseci, le nuove modalità di trasmissione e le inesplorate vie di diffusione contemporanea. Sulla scena, la ricca tavolozza timbrica vede Mejri destreggiarsi tra voce, ney, darbuka, tabl al baladi e bendir, in costante e sapiente dialogo con l'oud orientale e l'oud tunisino di Morra. Un assetto intimo ma aperto, che non disdegna l'innesto di ospiti esterni (come la tromba dello statunitense Charles Ferris) e influenze che abbracciano l'intero bacino mediterraneo. Il background dei due musicisti conferisce al progetto uno spessore culturale e performativo unico: Marzouk Mejri, artista ben noto al pubblico italiano e anima pulsante del trio Fanfara Station, è custode di una tradizione orale che spazia dalla dimensione cerimoniale sufi alla prassi secolare; Salvatore Morra, dal canto suo, affianca all'estro musicale un rigoroso percorso accademico, sugellato da pubblicazioni monografiche sul tema (come “Mālūf. Suoni dal Mediterraneo” per le Edizioni del Museo Pasqualino), in cui fonde magistralmente etnografia e analisi storica. Il manifesto discografico di questa convergenza è l'album "Eddiwen" (termine tunisino che sta per Canzoniere), pubblicato a inizio 2024 per l'etichetta campana Liburia Records. Concepito come una vera e propria antologia, il disco ricrea un intero mondo sonoro: dalle storiche marce militari ottomane della banda del Bey di Tunisi, suonate con inaspettati ritmi di tammurriata, agli estratti delle grandi forme della nuba andalusa, fino all'estasi ritmica e spirituale delle cerimonie di trance sufi, dove l'eterofonia vocale e l'elaborazione del timbro diventano veicolo di progressione sonora e interiore. Nel corso del #FoolkTalk che ha anticipato il loro concerto nel corso dell’edizione 2025 del Festival Popolare Italiano, Salvatore Esposito e Stefano Saletti hanno dialogato con Marzouk Mejri e Salvatore Morra per ripercorrere insieme a loro il cammino sin ora compiuto come Maluf System, spaziando dalla teoria agli strumenti, fino alle profonde radici spirituali.
Salvatore Morra - Il mālūf è, per usare la definizione più semplice, il genere musicale più complesso del Nord Africa. Viene spesso definito come la musica classica nordafricana, un grande contenitore che racchiude una serie di ambiti e generi storicamente legati al passato arabo-andaluso. È come se questo repertorio, che suoniamo ancora oggi, derivasse direttamente dallo sviluppo fiorito nelle scuole di Cordova e Granada durante il Medioevo arabo in Spagna. Ovviamente, la musica di allora era diversa da quella attuale, perché parliamo di un repertorio tramandato oralmente, soprattutto all'interno delle confraternite sufi. In quel contesto religioso le melodie rimanevano intatte, ma si cambiavano i testi delle canzoni. La codificazione vera e propria avviene tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. C'è un manoscritto fondamentale del 1872 redatto dalla scuola militare del Bardo del Bey a Tunisi. Negli anni '20 e '30 iniziano le prime incisioni, e nel 1935 nasce un istituto cruciale, la Rashidiya – che ha da poco compiuto novant'anni – nato per conservare la prassi musicale del mālūf tunisino. Qualche anno prima, il Congresso del Cairo aveva già iniziato a codificare quella che, da "musica orientale", iniziava a farsi chiamare "musica araba". Negli anni '60, poi, spinti da un forte nazionalismo, si cerca di ricodificare e standardizzare questo materiale. Vengono stampate trascrizioni in notazione occidentale e musicologi del calibro di Salah al-Mehdi e Muhammad Trichi (già attivi con la Rashidiya) girano per il paese per unificare il repertorio. Marzouk, ad esempio, viene da Teburba, non da Tunisi, e suo padre suonava il Malouf in modo diverso rispetto alle versioni di Tunisi, Sousse o Monastir. Questa versione standardizzata degli anni '60 è quella che circola oggi nei conservatori (fondati a Tunisi nel '58, dove oggi ci sono ben cinque dipartimenti di musicologia), causando purtroppo la perdita di quella vitale trasformazione orale tipica del passato. Il mālūf è quindi un sistema complesso che racchiude forme strumentali e vocali, influenze ottomane, echi di musica popolare e rurale, estendendosi con nomi diversi anche in Algeria, Marocco e Libia.
Stefano Saletti - Quanto c'è di attualità in tutto questo? Attualmente in Tunisia il Malouf viene suonato dai giovani o c'è lo stesso distacco che vediamo in Italia tra musica tradizionale e musica leggera?
Marzouk Mejri - Per un po' di anni i giovani si sono effettivamente allontanati da questa musica, considerandola lenta e preferendo ritmi più moderni. Tuttavia, da circa tre o quattro anni, c'è un forte movimento di recupero, in particolare legato all'oud tunisino. Per la mia esperienza, la svolta c'è stata dopo il dottorato di Salvatore. Non lo dico perché è qui, ma è la verità: in Tunisia si sono resi conto che in Europa c'era qualcuno che girava e parlava del loro strumento tradizionale, che all'epoca era suonato al massimo da quattro o cinque persone. I conservatori lo hanno reintrodotto, è nata una scuola dedicata e oggi, scorrendo su Facebook, si vedono tantissimi giovani cimentarsi con l'oud tunisino. Rimane però il limite della rigidità. Il mālūf non viaggia più liberamente come ai tempi della trasmissione orale. Lo spartito e i maestri impongono un'esecuzione standardizzata. Noi, con il Maluf System, cerchiamo di fare l'opposto e in Tunisia riceviamo anche delle critiche: ci accusano di "rovinare" il mālūf introducendo strumenti non convenzionali. Ma noi ci sentiamo liberi, improvvisiamo e usciamo dagli schemi rigidi delle trascrizioni. Io ho imparato ascoltando mio padre: i musicisti della sua banda non leggevano lo spartito, il maestro cantava la nota e loro eseguivano, mantenendo un margine di libertà e di divertimento impagabile.
Salvatore Morra - A proposito del padre di Marzouk, c'è una bellissima foto degli anni '40 che lo ritrae mentre suona il rullante in una banda itinerante che seguiva Bourguiba per la propaganda. Nel nostro nuovo disco, Diwan (2024) – che significa "canzoniere", una raccolta dei brani che portiamo in scena –, la traccia di apertura si intitola Salute al Bey. È un brano trascritto per la prima volta al pianoforte da un francese, Antonin Lafage, nel 1909. Noi ne abbiamo fatto una nuova versione e, alla fine del pezzo, abbiamo inserito la voce del padre di Marzouk, da una registrazione amatoriale di vent'anni fa. È un omaggio fondamentale a tutto ciò che lui ha trasmesso a Marzouk e, di riflesso, a tutti noi.
Salvatore Esposito - Facendo un piccolo passo indietro, il mālūf è anche una musica di dialogo. È frutto di una stratificazione culturale che ha accolto altre tradizioni…
Marzouk Mejri - Esattamente. L'arrivo in massa delle popolazioni dall'Andalusia ha portato medici, commercianti e abili agricoltori che si sono stabiliti a Tunisi e lungo il fiume Medjerda, arrivando fino alla mia città, Teburba. Il re tunisino concesse loro delle terre perché portavano sapere e innovazione. Insieme alle loro conoscenze, portarono la loro musica, che si mescolò gradualmente con i canti sufi e le melodie popolari locali. I testi si intrecciano e parlano spesso di nostalgia, della terra e del benessere passato. Questa tradizione assume nomi diversi: in Tunisia e Libia si chiama Malouf, in Marocco Al-Ala o Atarab (l'arte andalusa), in Algeria Gharnati.
Salvatore Morra - Ci teniamo a precisare – e concorda anche il grande musicologo tunisino Mahmud Guettat – che si tratta di una musica che, sebbene codificata in Andalusia, ha probabilmente origini ancora più antiche, riconducibili all'Iraq. È un grande contenitore che include anche forme ottomane, come i Samai, che noi riproponiamo. La struttura principale si basa sulla Nuba, una complessa suite di danze. Ogni movimento prende il nome dal ritmo su cui è costruito, esplorando un'atmosfera melodica specifica (il Maqam) e procedendo sempre verso un accelerando ritmico, caratteristica tipica della musica del Vicino ed Estremo Oriente.
Stefano Saletti - Qual è la differenza tecnica tra l'oud tunisino e il tradizionale oud del mondo arabo? E come cambiano le scale musicali?
Salvatore Morra - Dire a un musicista egiziano o siriano che una loro scala equivale a una tunisina può sembrare un'eresia, eppure i parallelismi ci sono. Ho iniziato a studiare questo strumento nel 2011 e poi attraverso il mio dottorato dal 2015. L'oud tunisino fa parte di una famiglia nordafricana molto specifica. Ne abbiamo rintracciato uno risalente al 1367, conservato all'Horniman Museum di Londra. Altri furono collezionati nell'Ottocento da studiosi come Carl Engel e Victor Mahillon, acquistati durante le grandi esposizioni universali europee dove i musicisti tunisini suonavano nei caffè allestiti per l'occasione. Ce ne
sono tre originali degli anni '20 e '30 anche nel museo del palazzo del Barone d'Erlanger a Sidi Bou Said. La differenza principale? Ha il manico più lungo di circa 5 centimetri, quindi non è un liuto a manico corto come quello turco o arabo. La nostra ipotesi è che abbia subito l'influenza di strumenti a corda subsahariani portati dagli schiavi, come il guembri o il sintir, usati nello Stambeli o dai Gnawa. Inoltre, ha solo quattro corde doppie (non sei), con un'accordatura rientrante simile a quella della chitarra battente del Sud Italia: Do-Sol e le ultime due Re-Re, suonate all'ottava alta. Anche l'impostazione ritmica è diversa: il plettro (la risha) viene impugnato in modo da avere un attacco molto più percussivo. La musica nordafricana si basa enormemente sul ritmo e sulla gioia collettiva. In Algeria troviamo uno strumento gemello, la kwitra costantinese, con un'accordatura più bassa ma caratteristiche simili.
Salvatore Esposito - A proposito di ritmo, passiamo agli strumenti percussivi. Marzouk, come si struttura questa componente? E che rapporto c'è con i Maqam di cui parlava Salvatore?
Marzouk Mejri - Prima di cantare o suonare un ritmo, bisogna sempre dare la melodia, per immergersi in quel mondo emotivo. Il Maqam scelto determina se il brano porterà gioia o malinconia, e su quello si improvvisa. Per la sezione ritmica utilizziamo vari strumenti. C'è la darbuka egiziana, in metallo, ormai diffusissima, ma quella del mālūf tradizionale è in terracotta, con un bordo più acuto e si suona con una tecnica di dita molto delicata. Poi c'è il Tar (il tamburo a cornice): quello mediorientale è grande e pesante, mentre in Tunisia usiamo un diametro più piccolo e leggero. Fondamentale è il bendir, il tamburo usato nella musica sufi delle confraternite Sulaymaniyya e Aissawa. Esiste in tre diametri. Immaginate gruppi di otto o dieci uomini che suonano il bendir insieme, creando ritmi ipnotici e martellanti per ore, per raggiungere la trance, producendo un suono continuo e risonante quasi come un rullante. Infine, usiamo le chkachek (conosciute altrove come qraqeb), nacchere di metallo legate alla musica Stambeli, la musica degli spiriti del mare e degli schiavi neri portati in Tunisia. Celebrano Sidi Marzouk, il santo dei neri,
Salvatore Esposito - Hai introdotto un elemento spirituale profondo. Tu stesso provieni da una famiglia legata al sufismo. Ci racconti questo legame?
Marzouk Mejri - Il mio bisnonno, che si chiamava Marzouk come me, faceva parte della confraternita Midania. Ogni confraternita ha la sua musica: gli Aissawa usano tamburi e ciaramelle, mentre la Midania usa solo voci. I coristi creano il tempo ritmico con respiri profondi e bassi, e i solisti cantano sopra. Mio padre non seguiva molto questa strada, beveva vino ed era considerato "ribelle". Due o tre giorni prima della mia nascita, sognò suo nonno che lo rimproverava severamente, ricordandogli che provenivano da una famiglia conservatrice e spirituale. Mio padre si svegliò terrorizzato e decise: "Se nasce maschio, lo chiamerò Marzouk". Porto questo nome e sento che mi mantiene legato a quella spiritualità, anche se esploro tante altre strade musicali.
Stefano Saletti - Marzouk, vivi in Italia da quasi trent'anni. Considerando le "migrazioni sonore", la musica ti ha aiutato a sentirti a casa? Qual è il tuo rapporto con l'Italia oggi?
Marzouk Mejri - La cosa più preziosa che ho trovato in Italia è stata la valorizzazione. Quando sono arrivato, la tecnica della darbuka qui era sconosciuta; in Tunisia ero solo uno dei tanti. Il mio primo "linguaggio" in Italia è stata proprio la musica. Arrivai con un visto di 10 giorni, destinazione Bergamo. Ma dopo pochi giorni mi ritrovai su un Intercity verso Napoli, con solo un indirizzo scritto su un pezzo di carta e una darbuka piena di datteri che usavo come scorta di cibo. Il viaggio sembrava un incubo interminabile, non parlavo una parola di italiano. A un certo punto aprii la darbuka per mangiare due datteri e notai tre ragazzi che mi fissavano. Offrii loro dei datteri, e uno di loro, che parlava un po' di francese, mi chiese cosa fosse quello strumento. Iniziai a suonare, e da lì si aprì il mondo. Mi portarono con loro, mi aiutarono ad arrivare fino a Ischitella in piena notte e non mi mollarono finché non trovarono il contatto che cercavo. La musica mi ha salvato, permettendomi di superare l'iniziale incomprensione
linguistica. Poi, nel '97, l'incontro con il regista Daniele Segre mi ha aperto le porte del professionismo. So fare il fabbro, il meccanico, ma la musica è rimasta la mia vera strada.
Salvatore Esposito - Il vostro incontro com’è avvenuto?
Salvatore Morra - Nel 2017 stavo facendo il dottorato sulla musica tunisina in emigrazione. Sapevo che c'era un musicista tunisino a Napoli. In realtà lo avevo già incrociato anni prima in un locale; alla fine del suo concerto ero andato a salutarlo riconoscendo un pezzo tradizionale, El Chuy, ma non avevamo approfondito. Poi, tramite un maestro di musica e amico comune di Teburba, Ali, mi sono rimesso in contatto con lui per intervistarlo per le mie ricerche (avevo anche consultato i lavori di Tullia Magrini del '71). Quando gli dissi che suonavo l'oud tunisino, nacque il progetto.
Marzouk Mejri - È stato un incontro illuminante. Tra noi musicisti tunisini spesso si diceva che la "vera" musica fosse quella mediorientale di Muhammad Abd al-Wahhab, e si sminuiva il nostro strumento a quattro corde, considerato povero. Quando ho visto Salvatore, per giunta molto più giovane di me, avere un interesse così profondo e accademico per la nostra vera tecnica originale (quella in cui la risha colpisce non solo la corda ma anche la tavola armonica in modo percussivo, tecnica che oggi si sta perdendo a favore di un tocco mediorientale più delicato), ho capito che dovevamo suonare insieme.
Salvatore Esposito
Si ringrazia per la collaborazione Stefano Saletti e il Festival Popolare Italiano






