Constantin Brăiloiu, metodologia etnomusicale nel vivo della socialità comunitaria

Come affermare identità comunitaria nell’epoca della globalizzazione? Dopo aver scritto di “mondo sonoro”, sitar, bandoneón e canti pasquali, utilizzeremo tale (generico) interrogativo per introdurre la “vision n. 5”, riferita a un gruppo di donne della Romania che, con fierezza posturale - coralmente - ballano e cantano nel loro idioma, indossando vestiti tradizionali. L’immagine ci ha riportato alla mente alcune parole toccanti, scritte da uno dei massimi studiosi di tradizioni musicali popolari nonché compositore, Constantin Brăiloiu (Bucarest 1893 - Ginevra, 1958). Con la sua opera, contribuì a dare all’etnomusicologia nascente solide basi metodologiche, proponendo sistemi di ricerca che richiedevano rilevamenti sonori sul campo e un originale approccio interdisciplinare, in particolare con gli studi sociologici e storico-linguistici. A conclusione del contributo “Musicologia ed Etnomusicologia” (originale in tedesco, 1958), nel quale mise in risalto numerose questioni aperte tra le due discipline, volle ricordare il passaggio di una sua conversazione con Béla Bartók. Gli raccontò di un evento accaduto, tempo addietro, in un villaggio agricolo non meglio specificato. Verso l’imbrunire, stava passeggiando lungo un piccolo corso d’acqua, avendo con sé il fonografo Edison. Incontrò una contadina con la quale iniziò a conversare. Le chiese di cantare qualcosa, ma gentilmente si rifiutò, prendendo a pretesto scuse del tipo “… in campagna non abbiamo tempo di pensare alle canzoni, non ho voce … in questo momento non ricordo”. Presto si salutarono ma, appena la donna scomparve dietro a una curva, iniziò a cantare, riempendo l’ambiente con la sua voce. Il compositore ungherese l’ascoltò a lungo e rimase colpito. Terminato il racconto - scrive Brăiloiu -, Bartok «… sollevò la testa che fino ad allora aveva tenuta china, mi sembrò che una lacrima velasse il blu straordinario dei suoi occhi. Che cosa dunque lo commuoveva tanto in questo ricordo? (…) Era stato uno di quei momenti eccezionali in cui ci è permesso di penetrare nell’anima di un’umanità segreta e che l’ombra già nasconde». L’Autore, poi, ricordò di un caso analogo avvenuto al ricercatore Uhland. In questo caso, un gruppo di ragazzi si rifiutò di cantare ma, appena lo studioso si allontanò, gli fecero sentire a distanza la loro voce, commuovendolo. Quel canto ebbe poi modo di ascoltarlo (simile) in altri luoghi, ma nei suoi scritti ricordò con tenerezza quel primo ascolto, di quando “… il profumo che la prima volta portava sulle sue ali brillanti, si era volatilizzato”. Concluse Brăiloiu: «Ne vorremo agli etnomusicologi, perché preferiscono quel profumo a quello che esalano i polverosi scritti?» Per fare ricerca etnomusicale, oltre al “logos” (conoscenze e competenze), serve tanta umanità che Brăiloiu possedeva. Purtroppo, rimane ancora misconosciuto a molti intellettuali contemporanei. Iniziò ad approfondire gli studi sulla musica popolare sul finire degli anni Venti del secolo scorso. Rileggere i suoi scritti è sempre arricchente, sia per lo stile di scrittura sia per il rigore con cui riusciva a esprimere dettagli tecnici e specialistici. Era capace di far risaltare la componente sociale della musica popolare, evidenziando le particolarità, al contempo mettendo in guardia rispetto agli stereotipi nella ricerca. La nozione di “popolo” lo affascinava, sebbene semanticamente il termine si prestasse a interpretazioni tra loro talvolta contrastanti. Studiava e valorizzava localmente, proponendo riflessioni generali di più ampia portata, comparando secondo ottica interdisciplinare e sovranazionale. Raggiunse fama internazionale ed ebbe modo di collaborare con numerosi ricercatori di spicco, tra cui Alan Lomax ed Ernesto de Martino. Quest’ultimo, nell’ottobre del 1955, per circa un mese, operò a Bucarest, confrontandosi con i ricercatori dell’Istituto di Folklore. In particolare, con Brăiloiu ebbe modo di confrontarsi in merito ai riti e ai repertori locali dei canti funebri (i cosiddetti “ale mortului”) sui quali, a partire dal 1929, aveva svolto ampia ricerca, soprattutto in alcuni villaggi della Transilvania. Per de Martino, gli anni Cinquanta furono prolifici e lo portarono a pubblicare opere basilari, come “Morte e pianto rituale nel mondo antico” (1958), “Sud e magia” (1959), “La terra del rimorso” (1961). Nel suo gruppo di ricerca si formò anche Diego Carpitella il quale, nel 1978, scrisse l’introduzione a “Folklore Musicale I” (Bulzoni), dove vennero raccolti cinque contributi, scritti da Brăiloiu tra il 1931 e il 1959, considerati come “una prima introduzione critica agli studi etnomusicologici”. In quegli anni, con Carpitella ebbe modo di collaborare Pietro Sassu, estimatore di Brăiloiu, del quale apprezzava la capacità critica e il modo con cui riusciva a dare risalto tecnico-musicale ai repertori locali, tenendo in considerazione lo stretto rapporto tra suoni e parole, tra musiche e ambiente sociale. Ai suoi studi fece rifermento quando, nei primi anni Settanta, con il linguista Leonardo Sole, analizzò con metodo i profili melodici di numerosi canti sardi, ponendo in evidenza la cosiddetta scala tritonica e le relative possibilità di “variazione”, che permettono agli esecutori popolari di arricchire gli sviluppi degli incisi melodici di base. La formazione musicale di Constantin Brăiloiu fu eterogenea. Dopo i primi studi a Bucarest (1901-1907), ebbe modo di perfezionarsi a Vienna (1907-1909), a Vevey e Losanna (1909-1912) e Parigi (1912-1914). Insieme ad altri compositori, fondò l’ “SCR” (1920, Societatea Compozitorilor Român), divenendo Segretario generale, tra il 1926 e il 1943. I suoi studi sul folklore ebbero un forte impulso a seguito della realizzazione dell’“Arhiva de folklore”, nel 1928. Archivio che si arricchì di materiali sonori, grazie alle numerose campagne di rilevamento nelle diverse regioni della sua nazione. Fu il maggior rappresentante dell’etnomusicologia rumena, ma anche uno dei più importanti ricercatori del suo tempo, avendo avuto modo di approfondire la conoscenza di numerose realtà musicali europee e internazionali. Si distinse per un aver dato un indirizzo sociologico alle proprie ricerche, grazie alla collaborazione con Dimitrie Gusti (1880-1955), figura poliedrica che condusse e coordinò approfondite campagne di rilevamento in numerosi villaggi agro-pastorali della Romania, i cui esiti furono poi condensati in saggi monografici o riportati “materialmente” nelle Sale dell’esteso Museo Nazionale della capitale (Muzeul Național al Satului) a lui dedicato. Gusti è considerato il maggior esponente della Scuola sociologica di Bucarest. La sua riflessione teorica e il suo modus operandi influirono notevolmente sull’orientamento degli studi condotti da Brǎiloiu, tesi anche a ricercare organica configurazione per l’etnomusicologia che, in quei decenni, muoveva disordinatamente i propri passi verso un’autonoma collocazione nel campo degli studi musicologici e demologici. Per motivi politici, Brăiloiu dovette allontanarsi dalla Romania e, agli inizi degli anni Quaranta, a Berna, operò presso l’ambasciata come consulente culturale. Successivamente, a Ginevra, diede vita agli “AIMP” (Archives Internationales de Musique Populaire), realizzati presso il Museo Etnografico della città svizzera. Diresse tali Archivi fino al 1958, raccogliendo repertori vocali e musicali internazionali, promuovendo la pubblicazione di un’articolata Collezione discografica (circa quaranta dischi a 78 giri). Parallelamente si distinse come conferenziere, saggista e docente accademico al “CNRS” di Parigi. Negli anni Settanta, in Italia, l’opera di Brǎiloiu incontrò una certa fortuna, grazie a due volumi pubblicati dalla Bulzoni, curati da Diego Carpitella (vol. I) e dal glottologo Giorgio Raimondo Cardona (vol. II). Opere di rilievo, ma ormai di difficile reperibilità. Nel secondo volume, in particolare, vennero riportati i contributi riferiti a una melodia russa (n. 79 della Raccolta Palčicov, canti contadini), al cosiddetto “giusto sillabico” (sistema ritmico-popolare romeno), alla ritmica infantile (che “… si manifesta attraverso la parola, dunque un ritmo vocale”), al “verso popolare romeno cantato” (lavoro sistematico sulla versificazione popolare romena). Sono passati più di sessant’anni dalle ultime pubblicazioni di Brǎiloiu, ma pensiamo che il suo indirizzo musicale possa trovare rinnovati orizzonti di ricerca nella contemporaneità, soprattutto grazie a chi opera con spirito “glocale”, puntando a valorizzare olisticamente quella che definiva (con passione) la sua “dea madre”, cioè la Musica. I suoi scritti offrono numerosi spunti di riflessione sulla musica popolare, la quale contribuisce a maturare consapevolezza antropologica, rafforzando - dal basso - il valore fondante della cultura, della dignità umana e della libertà, nel segno di una fattiva cooperazione internazionale. “In memoriam”, gli dedichiamo la nostra “Vision”, raffigurante donne rumene impegnate a difendere e a diffondere aspetti coreutico-musicali della propria identità, che richiedono conoscenza e competenza collettiva, unità di intenti e solidale spirito di collaborazione, indispensabili per resistere e affermarsi coralmente in un mondo sempre più globalizzato, “mainstreamizzato” e chiassosamente infodemico. 

 Paolo Mercurio


Copyright © Paolo Mercurio - Dance of Romania

Nessun commento