Processioni e canti della Settimana Santa

Date le imminenti feste, in “Vision & Music”, ci è parso funzionale dare rilievo alla Settimana Santa, acme dell’anno liturgico, coincidente con un periodo del calendario agrario, antropologicamente denso di significati naturali, simbolici, sacrali e spirituali. In modo diffuso, abbiamo trattato l’argomento (soprattutto) in “Humanitas Musicale Sarda”, testo scritto nel 1999, con presentazione di Roberto Leydi. Sviluppatasi dal digiuno del “Triduum” pasquale, la Settimana Santa, già nel IV secolo, era denominata dai latini “Hebdomada Paschalis” o “Autentica”. In Oriente, “Hebdomada Major”, cioè il periodo della Quaresima che intercorre tra la Domenica delle Palme e il Sabato Santo. Sono giorni in cui l’ordinario delle comunità si trasforma a vari livelli, prevedendo riti e processioni rievocanti la Passione, la Morte di Cristo e la celebrazione della sua Resurrezione nella Domenica di Pasqua. I riti prevedono un’intensa partecipazione dei confratelli appartenenti agli oratori locali, alcuni dei quali specializzati nei canti polivocali processionali paraliturgici. In numerose parti della Penisola, tali riti sono seguiti non solo dalle persone del luogo. Infatti, sempre più spesso, la coincidenza temporale con la Settimana Santa viene utilizzata per promuovere turisticamente i diversi territori. Tra gli etnomusicologi italiani che, nel secolo scorso, dedicarono buona parte della loro esistenza ai canti confraternali e paraliturgici, spiccano pochi pionieri, tra cui Pietro Sassu, del quale ricorre il ventennale della prematura scomparsa. Con la mente ritorniamo agli anni Ottanta. Lo ricordiamo impegnato nella promozione delle prime Rassegne di canto sacro-popolare, che si svolsero a Castelsardo (in provincia di Sassari). Rassegne in parte sponsorizzate dagli Enti locali, le quali culminavano in indimenticabili serate conviviali e polivocali. In quegli anni, in Sardegna, Pietro Sassu e Renato Morelli diedero vita a un’intensa campagna di rilevamento. I primi risultati delle ricerche e delle collaborazioni con i “cantores” furono condensati in una storica Collana discografica, denominata “Musica a Memoria” (Edizioni Nota), che decretò l’esordio come produttore di Valter Colle. Nella Collana, i paesi di riferimento furono Castelsardo, Orosei, Santu Lussurgiu, Cuglieri. La nostra “Vision” odierna è in parte riferita alle intense emozioni provate in quest’ultimo paese durante una processione del Venerdì Santo dove, per le strette vie del paese, confratelli e fedeli sfilano compatti, mentre i “cantores” intonano a più voci con struggente espressività, rafforzata visivamente dall’unione fisica e drammatica che unisce gli esecutori in movimento. L’intensità emotiva negli ascoltatori è elevata e, a nostro avviso, raggiunge il culmine, quando la processione arriva alla sommità della collina, dove è situata la basilica di Santa Maria delle Neve. Un luogo di straordinaria bellezza paesaggistica, nel quale i colori del cielo e della terra si fondono e l’occhio umano può ipnoticamente perdersi verso l’infinito marino. Negli spazi antistanti alla Basilica ci si apre a una nuova dimensione. Come d’incanto, si passa da condizioni processionali compresse (nelle vie del paese), a un’apertura senza confini, in cui il cielo, il mare e l’ambiente predominano, facendo sentire gli esseri umani piccole entità. Stiamo descrivendo suggestioni personali, da cui abbiamo preso spunto per una rappresentazione visiva simbolica, ricercando un ideale incontro monocromatico tra il candore delle vesti confraternali e i colori del cielo, a testimoniare un simbolico dialogo, che si esprime nella preghiera e nei canti religiosi secondo gli obiettivi spirituali tipici della Pasqua. Si tenga presente che i canti polivocali sono contraddistinti da un’estensione racchiusa in un preciso ambito armonico, secondo una consuetudine musicale che trova numerosi riscontri storici con le tradizioni polivocali tipiche della cristianità. Nel 2005, i canti “a tenore” sono stati inseriti nella “Lista” dell’UNESCO come bene dell’umanità. Un importante risultato, ma l’interrogativo rimane: - Che cosa aspettano politici ed Enti pubblici per muovere le giuste carte, affinché la stessa sorte possa essere attribuita ai canti polivocali della tradizione liturgica e paraliturgica sarda? Perché la politica non agisce in modo unitario, affinché tale promozione e affermazione possa avvenire a livello nazionale, evidenziando “glocalmente” la peculiarità e la ricchezza del repertorio italiano nel contesto internazionale? La “Lista” dell’UNESCO ha come obiettivo la valorizzazione dei diversi patrimoni intangibili, favorendo la consapevolezza civica, «… permettendo alle comunità, ai gruppi nonché alle singole persone di elaborare dinamicamente il senso di appartenenza sociale e culturale». Come abbiamo avuto modo di affermare in precedenti contributi, vi è la necessità di superare la parcellizzazione musicale. Come etnomusicologi, riteniamo determinante promuovere la memoria musicale delle comunità sarde e nazionali, la cui ricchezza, nel caso dei canti religiosi, garantisce tratti di unione con numerosi altri luoghi in cui storicamente si è affermato il Cristianesimo e non solo. Tali canti permettono un proficuo confronto musicale interculturale e interreligioso, nel rispetto delle specificità riferite alle singole comunità. Guardando oltre l’imperante globalismo dominato dalla “digital and sharing economy”, ogni popolo dovrebbe tenacemente difendere i propri patrimoni culturali, coralmente e dal basso, con aperta coscienza civica e in libertà. Per questo auspichiamo che i cittadini agiscano sempre più uniti nel valorizzare la propria identità, agendo a favore di una partecipata “polis” universale, concepita anche in promozione delle diverse civiltà nel mondo. 

Paolo Mercurio


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