Sitar e spunti olistici nella musica indiana

Dopo i canti della Settimana Santa e la valorizzazione del bandoneón, apriamo oggi con “namasté”, un rituale saluto denso di riferimenti cosmici e spirituali, che ritroviamo in numerose forme della musica indiana, il cui strumento più noto, in Occidente, è il “sitar”. La sua prima realizzazione viene attribuita ad Amir Khusrau (alcuni scrivono Khusrow), musicista, poeta e artista vissuto a cavallo tra il XIII e XIV secolo e attivo presso la corte del sultano, a Dheli. Imparentato con la famiglia dei liuti a manico largo, l’etimo del nome “sitar” è da riferire al vocabolo persiano che significa tre (seh/si) corde (tar). Tuttavia, evidenziava Curt Sach (già alla metà del secolo scorso), strumenti con questa composizione erano rari in India. Il “sitar” può essere realizzato con un numero variabile di corde (tra quindici e ventuno) e con diversa fattura artigianale. Uno dei modelli più diffusi possiede venti corde, sette superiori e tredici inferiori, di risonanza. Il modello con diciotto corde ha sette corde superiori e undici inferiori. Solo alcune corde superiori sono utilizzate in chiave melodica. Il suonatore pizzica le corde con le dita della mano destra. Alcuni fanno uso di un plettro detto “mizrab”. La cassa armonica, con la tipica forma bombata, è normalmente realizzata utilizzando una zucca adeguatamente essiccata (talvolta può essere accompagnata da una seconda zucca, collocata nella parte inferiore del manico), sormontata da una sottile tavola armonica. Tra i materiali utilizzati per la costruzione, evidenziamo il legno (i più usati sono il tek e il mogano) e l’osso (cervo e bufalo) per i ponti su cui appoggiano le corde. Il lungo e ampio manico è contraddistinto da un numero variabile di tasti semi curvi mobili, che l’esecutore può spostare a piacere, secondo la melodia-tipo da suonare.  Considerando la struttura del manico, alcuni studiosi ritengono che il “sitar” possa essere il risultato evolutivo di uno dei liuti appartenenti alla famiglia dei “tanbur”, utilizzati dai suonatori musulmani, sin dal XII secolo, durante il periodo di dominazione. In tale periodo lo strumento pare fosse utilizzato soprattutto nei riti sufi: danzanti, estatici e di preghiera. Tuttavia, vi è stato anche chi ha ipotizzato che i musulmani si fossero limitati a modificare il nome, prendendo a riferimento uno strumento già in uso nella tradizione musicale Indù. I costruttori e i suonatori di “sitar” sono in prevalenza concentrati nella parte settentrionale dell’India, uno stato contraddistinto da estesa territorialità, con una tradizione musicale varia e ben differenziata. Alcuni ricercatori hanno posto in relazione lo strumento multicorde con la “vina” (o veena), millenario salterio indiano (liuto-cetra) ben documentato nei testi sacri anche a livello iconografico nelle sue svariate forme. Interessante è riportare quanto scrisse in proposito André Schaeffner in “Origine degli strumenti musicali” (in Italia edito da Sellerio, traduzione di Salvatore Gagliardi e presentazione di Diego Carpitella), nel capitolo dedicato alla “Filiazione degli strumenti a corde”: «La vins dell’India e particolarmente il Bin “sitar” a quindici corde del nord dell’India possono costituire ai nostri occhi di europei dei veri paradossi di costruzione: essi si collocano al confine estremo di un tipo di cetra in cui il bastone non arcuato, che serve loro da manico, porta tese il maggior numero di corde». In un diverso capitolo del saggio (“Evoluzione o diffusione degli strumenti musicali”), lo studioso francese mise in evidenza una serie di associazioni tra gli strumenti persiani e quelli indiani, scrivendo: «… la Persia possiede, fra gli altri strumenti a corde pizzicate, tre liuti: tar (che vorrebbe dire a una corda, mentre nel caso attuale ne possiede cinque), dotar (due corde), se-tar (tre corde sebbene ne possieda quattro). È certo che il “sitar” indù, che costituisce un liuto e può avere da tre a quindici corde (comprese le corde simpatiche), deve il nome al fatto che uno strumento persiano, indubbiamente assai diffuso, possedeva dapprima tre corde: fatto tanto più tipico in quanto lo stesso modello si ritrova in sanscrito con tritrantri (tre corde) ed in cinese con  san-hyen o san –hsien (tre corde), avendo quest’ultimo evidentemente condotto allo shamisen giapponese».  Il “sitar” ha comunque iniziato ad acquisire le caratteristiche organologiche moderne, soprattutto a partire dal XVIII secolo, nel tardo impero Mughal (o Moghul). 
Sul versante professionale, sono stati numerosi i musicisti che si sono confrontati, a vari livelli, con la musica indiana e le tecniche di meditazione. Per tutti, ricordiamo John Coltrane, i Beatles (per un periodo divennero allievi del “sitarista Ravi Shankar), Steve Hillage, Carlos Santana e John Mclauglin, figura di spicco della Mahavisnhu Orchestra. La musica indiana richiede di approcciarsi al mondo sonoro con visione unitaria, tenendo organicamente presente il rapporto tra mente, corpo, anima/spirito. Altri aspetti tipici sono la straordinaria varietà ritmica, la timbrica strumentale, la postura esecutiva, l’uso particolare della modalità e dell’improvvisazione, avendo come riferimento idee articolate, come quelle espresse nei cosiddetti “raga”, per indurre risposte emotive nell’ascoltatore anche in funzione di un ideale armonico cosmogonico e dell’equilibro psico-fisico dell’individuo.  Nella musica indiana tradizionale sono da evidenziare i concetti di libertà esecutiva e di composizione aperta, che stridono rispetto alle convenzioni di fruizione imposte dai media e dall’industria discografica occidentale, soprattutto a partire dagli anni Venti del secolo scorso.  
Nella “Vision” odierna invitiamo a osservare la trasmutazione facciale del suonatore, capace di proiettare la propria musica in un contesto sonoro unitario e armonico. Parallelamente invitiamo ad approfondire la conoscenza del suono primordiale secondo la concezione indiana: AUM (OM). Un suono caratterizzato da struttura fonetica essenziale. I concetti universali di macro e micro, di alfa e omega, trovano riscontro simbolico nella massima apertura della bocca con l’emissione della vocale “A” che, progressivamente, in coordinamento con l’estinguersi della respirazione,  tende verso la chiusura delle labbra con la lettera “U”. “M” rappresenta la finale del suono cosmico, che riverbera nella mente del meditante. La conoscenza della musica indiana merita approfondimento. In futuro, torneremo a parlarne, ripartendo dal rituale saluto indiano, spesso associato al simbolo sonoro “AUM”. Un saluto dai significati profondi, i quali rimandano a una riflessione (anche critica) tra stato di veglia, di riposo onirico e stato ideale superiore, il quale mira alla libertà della coscienza individuale e del libero pensiero, verso i quali, nel rispetto delle differenze, potrebbero pacificamente tendere gli esseri umani, anziché uniformarsi passivamente ai canoni della comunicazione globalizzata, (in prevalenza) conformista e omologata. Un saluto che è un efficace segnale di apertura e di riconoscenza/ringraziamento verso chi sta dinanzi a noi, nella nostra Rubrica rappresentato da un variegato mondo sonoro, contraddistinto da straordinaria differenziazione nel modo di fare e concepire la musica a livello comunitario. Un ricco universo che riteniamo sia importante valorizzare “glocalmente”, ricercando un ideale incontro-confronto tra le realtà musicali, intrecciando una rete di connessioni autentiche fra uomini liberi e culture diverse, capace di far risaltare internazionalmente le competenze e i saperi delle comunità locali. 
Con humanitas, namasté: in questa speciale occasione, il saluto desideriamo rivolgerlo anche a chi opera a favore di Blogfoolk, con encomio giunto alla sua cinquecentesima pubblicazione. Adelante, con gioia e consapevolezza corale.
                                                                                                    
Paolo Mercurio


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