BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

mercoledì 22 marzo 2017

Numero 299 del 22 Marzo 2017

Per questo numero 299 di “Blogfoolk”, ci muoviamo da subito sull’asse Napoli-Marsiglia. Partiamo con la cover story della settimana, dedicata a “Nozze d’argento”, il nuovo album delle Assurd, incontrate da Flavia Gervasi nella città focese a margine di un loro concerto. La parola passa al trio di artiste campane, che oltre a presentarci il loro nuovo lavoro, approfondiscono le loro interazioni con il mondo della danza. Entriamo, poi, nel cuore di Napoli, per parlare del pregevole “Ammore busciardo”, documento prezioso curato da Roberto De Simone, che ha portato in studio di registrazione Alfredo Napoletano, barbiere-cantante, epigono dell’arte vocale dei posteggiatori, accompagnato alla chitarra da Raffaello Converso e al mandolino da Antonello Paliotti. Sul versante dei suoni world, vi raccontiamo “Peace In The World”, affascinante album nato dalla collaborazione tra il maestro dell’erhu cinese Guo Gan e il suonatore di balafon Aly Keita. Lo spazio dedicato alla musica dal vivo ci porta di nuovo a Marsiglia, per la cronaca di Gianluca Dessì, corredata dagli scatti di Valerio Corzani, dalla fiera-festival Babel Med Music. Lo scaffale di “Blogfoolk” offre due volumi con DVD, recentemente pubblicati dalla casa editrice LIM, che ci trasportano nella regione culturale situata nel lembo nordorientale della Bosnia, a ridosso del tratto del fiume Sava che oggi demarca la linea di separazione con la Croazia. Si tratta di “La Posavina canta e piange. L´universo musicale dei profughi croati della Posavina bosniaca Vol. 1” di Guido Raschieri e “La Posavina canta e piange. Il movimento nella danza e nella performance strumentale”, a cura di Linda Cimardi, Vixia Maggini e Ilario Meandri. Torniamo in Italia per una carrellata sulla canzone d’autore al femminile, che mette a fuoco i dischi di Ilaria Pastore, Giorgia Del Mese, Cristina Meschia, Paola Petrosillo, Mireille Saifa, Pellegatta, Roberta Giallo e Silvia Oddi. La finestra jazz accoglie la recensione di “Something to do on Sunday” di Matteo Cona e l’ormai consueta incursione nei meandri della musica contemporanea con “GiùBOX” di YoSoNu, moniker dietro il quale si cela il batterista e architetto calabrese Giuseppe “Drumx” Costa. In chiusura di numero, l’istantanea di Corzani Airlines dedicata a Boubacar Traorè.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES

L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Assurd - Nozze d’argento (Iesce Sole, 2016)

“Nozze d’argento” non è solo il titolo del sesto album del trio vocale delle Assurd, ma è anche una tappa importante del loro straordinario percorso artistico e musicale. Cristina Vetrone, Lorella Monti e Enza Prestia sono le protagoniste indiscusse di questo percorso che durante venticinque anni di carriera si è arricchito di solide collaborazioni, come quella con la cantante salentina Enza Pagliara, e di un sodalizio artistico con la danza, che ne fa in qualche modo il loro tratto identitario. Innumerevoli sono, infatti, le collaborazioni delle Assurd con compagnie di danza nazionali e internazionali e ormai non si contano più le loro lunghe tournée in giro per il mondo, nei più importanti teatri del pianeta. Tanto che è più insolito incrociare le ragazze in qualche sala da concerto in Italia che alla Place des Arts di Montréal, o in occasione di una rassegna musicale marsigliese, come in un teatro in Olanda o in Germania. “Nozze d’argento” però, è una storia diversa. È il disco delle Assurd, è il disco di Cristina, di Lorella, di Enza, è una riflessione sulla loro storia di donne, di cantanti, di ragazze del sud (Cristina e Lorella hanno sangue campano, Enza è italo-argentina) che si ritrovano oggi, con una più grande maturità artistica e musicale, a ripensare il proprio percorso come in una lunga e bella, ma spesso anche difficile, storia “matrimoniale”. 
Nel senso di una storia in cui si mette e rimette continuamente in gioco tutto, le scelte, i traguardi, le relazioni con il mondo esterno, ma soprattutto il rapporto con l’altro (nel matrimonio), con le altre (nel caso di questo straordinario connubio musicale). Il fatto è che, anche quando si parla di musica, con le Assurd e delle Assurd, non si può non scivolare nel personale, nel quotidiano, nell’ordinario. Sì perché, nella vita di queste originalissime cantanti la musica e tutto il resto sono una cosa sola. La loro esistenza quotidiana è fatta di musica e la loro musica è totalmente impregnata del loro vissuto. È questo, d’altronde, che fa delle Assurd un trio vocale unico e un’esperienza artistica e umana fuori dal comune. Abbiamo lasciato a loro la parola, perché ci facessero il punto del loro ménage, ci raccontassero la genesi e gli sviluppi di “Nozze d’argento” e ci confidassero i loro segreti di artiste. 

Come si riassume il vostro percorso artistico lungo venticinque anni?
Cristina Vetrone - Come un matrimonio. Con alti e bassi, come tutti i matrimoni, ma in fondo, come una storia che dopo tanti anni – ti dici –, dopo tutto funziona. Un vero e proprio matrimonio, con le sue crisi, come quella classica del settimo anno, ma un matrimonio dove vige grande rispetto. Adesso, per noi tre, questa è una sorta di seconda giovinezza.
Lorella Monti - Ci sono state delle crisi a volte che ci hanno portato a chiederci “e adesso, come ci comportiamo?” Proprio come nelle coppie vere, ci siamo dette, “bene, adesso ci riproviamo, andiamo tutte in terapia coniugale…” scherzo, ovviamente, ma il senso è trovare una via per migliorare il modo di stare insieme e la qualità di quello che facciamo. E poi, come dice Cristina, è arrivata questa seconda giovinezza.
Cristina Vetrone - Ma chiamiamola piuttosto “prima vecchiezza”. 

Potreste definire la natura di queste “crisi” e come si sono risolte?
Cristina Vetrone - A volte eravamo semplicemente annoiate, ci appoggiavamo su quello che avevamo fatto negli anni passati. Non scrivevamo più pezzi nuovi. Ci siamo adagiate, anche se questo non toglie tutta la passione che abbiamo sempre messo nel nostro lavoro. Suonare è sempre un piacere. Ad un certo punto, però, tutte abbiamo avuto un desiderio creativo. L’input è venuto da Bigonzetti che ci ha commissionato un’opera di due ore. Era l’estate del 2014 e ci siamo ritrovati a vivere insieme (con gli altri musicisti), per scrivere le musiche dello spettacolo. 
Lorella Monti - L’opera è “Alice nel paese delle meraviglie”. Da questo momento per noi c’è stato un vero e proprio scatto. Abbiamo cominciato ad acquisire la consapevolezza e la capacità di poter fare dei brani diversi nel sound. Bigonzetti ci ha permesso di spaziare, di trovare nuove soluzioni, rispetto al modo di fare musica delle Assurd: tre voci (quattro con Enza Pagliara), organetto e tamburello. Per “Alice” al quartetto vocale si è aggiunta la fisarmonica di Antongiulio Galeandro. Così, abbiamo arricchito l’organico strumentale e ci siamo misurate con canti in spagnolo, francese e inglese.
Cristina Vetrone - Abbiamo partecipato alla composizione e all’arrangiamento dei brani in modo corale. 
Lorella Monti - A volte l’idea musicale era lanciata da una di noi e poi si lavorava insieme. Nella fase finale del lavoro abbiamo fatto una residenza in Puglia. Abbiamo fatto una pre-produzione che ci ha molto entusiasmato. Ci vedevamo e stavamo insieme per giorni, per lavorare alle composizioni. Questo modo di scrivere ci ha dato la possibilità e la voglia di continuare a lavorare sui brani. È stato prodotto anche un disco che è uscito nel 2014.

Poi, due anni dopo questa esperienza intensa esce il vostro disco, il disco delle Assurd. Cos’ha di nuovo questo vostro disco?
Lorella Monti - Alcuni dei brani scritti per “Alice” li abbiamo ri-arrangiati, perché avevamo voglia di farli nostri.
Cristina Vetrone - Rispetto ai precedenti dischi delle Assurd, ci assomiglia. Assomiglia a noi tre. Mi spiego meglio. In questi anni, abbiamo fatto tanti viaggi, tante esperienze artistiche, ma spesso non eravamo noi a decidere le “nostre destinazioni”. Procedevamo un po’ così, a volte registrando anche dischi che non ci appartenevano in profondità, che ci rappresentavano un po’ meno. 
Lorella Monti - Questo invece è il primo disco che noi sentiamo davvero nostro. Siamo noi. Anche i brani che avevamo già eseguito in “Alice”, adesso li sentiamo davvero nostri. Ci abbiamo tenuto a rifarli nel nostro disco ed è un’altra storia.  Il brano “Scuitata”, per esempio, è arrangiato diversamente rispetto ad “Alice”. Nel brano “Lunatica” scritto da Enza Prestia, c’è l’intervento di Ciccio Merolla. Le fate, invece, l’ho scritta proprio per noi, il testo è mio. Si chiama “E fate so turnate” proprio perché ci stavamo riprendendo, ci stavamo riconoscendo, com’era una volta, quando eravamo ragazze. Per questo Cristina parla di una “seconda vecchiezza”. Parla di noi, di corpi pesanti, di capelli bianchi, neri, e di tutto ciò che ci è successo in questi anni.

Come sono stati composti i brani del disco?
Cristina Vetrone - Quando ci incontravamo, partivamo da alcune idee di base e poi tante altre si aggiungevano passando del tempo insieme, condividendo le giornate cantando, suonando, o anche stando semplicemente insieme. Le idee venivano fuori naturalmente. I testi sono quasi tutti originali. Il testo della prima tarantella intitolata “Pulcinella” è ispirato a un libro di un filosofo vivente (ndr “Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi” di Giorgio Agamben). Me lo ha regalato un’amica torinese. Avevo un’idea musicale in mente che però era ancora vaga. Poi, ho aperto il libro per cercare una frase su Pulcinella che potesse essere d’ispirazione. Allora è uscita l’intervista di questo filosofo che chiedeva a Pulcinella “ma tu che hai una maschera, che guardi il modo da sotto la maschera, piangi o ridi? E lui gli risponde che quando guarda il modo piange e ride, però questi due sentimenti si sono così intrecciati che non sa più distinguerli. E infatti il mio testo dice “chiagnene ridene ridene chiagnene”. Ecco, per esempio, come è nata questa tarantella. “Mmaculatella e a luna”, invece, è la vera storia di una nostra zia emigrata in America, ed è vero anche che siamo andate a cercarla con l’aiuto di un amico che ci ha indicato la sua pasticceria a Brooklyn. “Lunatica” è un pezzo molto femminile perché parla degli umori del ciclo, ma è anche un canto sul disagio. Anche “Scuitata” riprende queste tematiche perché parla della rabbia femminile. “Io sono pazza e scuitata”, dice il testo e “scuitata” vuol dire senza quiete, “mi avveleno sempre di più, sono come una lama di coltello, metto sotto a chi vuoi tu”. È proprio un testo sul delirio femminile, il malessere della donna. Una sorta di pizzica moderna ma su un altro ritmo, un ritmo napoletano.
Lorella Monti - Quando abbiamo cominciato ad eseguire questi brani da sole in concerto, ci piaceva troppo. Abbiamo cominciato a sentirli sempre più nostri. Quando ascoltiamo il disco di “Alice”, invece, sentiamo che non siamo ancora completamente dentro. Dopo aver rodato, invece, e fatto veramente nostro questo repertorio di canti, adesso è un’altra storia. Per cui registrare i brani per “Nozze d’argento” per noi tre è stato come raggiungere un traguardo, anche rispetto a tutti gli altri nostri dischi. 
Ci teniamo proprio tanto a questo disco e ci piace molto. Anche il lavoro con il nostro direttore artistico Elio 100 grammi è stato molto bello: la sala, la programmazione, persino fare le foto. Quello con Elio è stato un incontro meraviglioso (ndr Elio 100 Gr. Manzo, è il componente dello storico gruppo dei Bisca). Abbiamo registrato a Caserta, e poi il missaggio lo ha fatto Bob Fix. 
Cristina Vetrone - Quello che ci è piaciuto, per esempio, è stato accogliere ospiti che avevano il piacere di suonare con noi. 
Lorella Monti - Tra gli ospiti che hanno partecipato al disco, solo due sono stati invitati da noi. Carlo Maver (al bandoneon) e Ciccio Merolla (alle percussioni) sono una nostra esplicita richiesta, gli altri passavano in studio, ascoltavano il lavoro e chiedevano di partecipare.

Cosa rappresenta per voi questo disco e cosa vi aspettate?
Cristina Vetrone - Di fare tanti concerti, lavorare, sviluppare nuove idee. Noi lavoriamo molto con la danza, invece adesso abbiamo voglia di fare dei concerti. È una dimensione che, rispetto a tanti anni di danza, ci sta entusiasmando tanto. La danza è fissa, ci obbliga a non variare nella musica e nell’accompagnamento. È anche un altro tipo di emozione.
Lorella Monti - C’è stato uno scatto di maturità e di sicurezza da parte nostra, con questo disco. Ci siamo messe in gioco. Prima, invece, non ci spostavamo tanto rispetto alle certezze che avevamo e non sperimentavamo. Ora invece, osiamo, siamo molto più sicure. Tra noi non emerge una voce solista. Siamo ben amalgamate. È stato questo il nostro traguardo. A noi piace proprio così. Adesso abbiamo raggiunto degli incastri davvero perfetti tra di noi. 

Non andate mai alla ricerca di trucchi. Non fate scelte alla moda… 
Enza Prestia - Il motore che ci fa lavorare è il piacere di suonare insieme, anche nei momenti più difficili. In questo disco abbiamo cercato nuovi stimoli, lavorato molto sulla struttura e a nuove soluzioni musicali possibili. Ecco, “Nozze d’argento” è la forza di un’identità personale messa in coro. Oggi ci distinguiamo più che mai per questo. Ognuna di noi ha un ruolo preciso e anche un carattere che emerge. Ognuna ha un modo di portare la stessa canzone. Per noi questo significa realizzare un incontro sia musicale che umano. Musicalmente abbiamo vissuto un vero e proprio processo di presa di coscienza, ma molto diverso per ognuna di noi. Cristina ha sempre avuto molta padronanza della voce e dell’organetto. Adesso anche io e Lori sentiamo di aver compiuto questo processo. In questi venticinque anni ci siamo nutrite di questo carattere musicale che ci ha permesso di crescere. 
È come quando devi produrre un’opera d’arte, a furia di riprodurre, poi trovi la tua via. Personalmente, non avevo esperienza della tradizione. Condividevo un sentire, ma sono andata molto per simpatia e per similitudine, quindi questo mi ha permesso negli anni, proprio attraverso l’imitazione, di trovare il mio carattere, al punto che oggi mi appartiene. Canto le mie cose, ma adesso mi sento anche di appartenere alla tradizione che cantiamo. 

Nel panorama generale della musica tradizionale italiana, come vi collocate e come collocate questo disco?
Enza Prestia - Noi veniamo da una realtà popolare, ma per noi “popolare” significa relazioni, contatto, comunicazione. Poi non ci importa più di tanto di essere rigidamente nella tradizione, ma usiamo tutto quel bagaglio per comunicare. È questo il nostro essere popolare: arrivare alla gente. 
Cristina Vetrone - Siamo filologiche nella comunicazione. Il resto non ci interessa perché non ci appartiene. Anche questo finto andare oltre la tradizione non ci interessa. Ci interessa essere vicini all’essenzialità. 
Enza Prestia - Autentiche, questa è la parola giusta che ci corrisponde. Se tu la vivi davvero un’emozione, puoi trasmetterla. E allora cosa c’è di più popolare di questo?



Assurd - Nozze d’argento (Iesce Sole, 2016)
Ironiche, passionali, tormentate, vere sono ognuna delle undici tracce contenute in “Nozze d’argento”. Assomigliano a loro, a Cristina, a Lorella, a Enza, tutte, dalla prima “Pulcinella”, all’ultima “Vinticinqueanni”. Gli arrangiamenti, sempre molto puliti e essenziali, si limitano a colorare e a sottolineare dei testi carichi di passione e di storie di vita, come tradizione vuole. “La nave delle spose” è il racconto delle donne che attraversavano l’oceano per sfuggire alla miseria cercando in un matrimonio combinato (“per procura”) nel nuovo continente una sorte più clemente. Questi testi trasudano femminilità, fierezza, speranza, dolcezza, tormento, desiderio e non poteva essere altrimenti con le Assurd. Musicalmente, come non dare ragione a queste ragazze che ci hanno espresso tutta la coscienza della propria maturità artistica. Le loro voci si amalgamano in modo estremamente naturale e compiuto in un brano vocale come “Pass o tiemp”, per raggiungere una impareggiabile maestria in “E fate so tornate”, uno straordinario ritratto autobiografico assolutamente perfetto nella struttura, negli incastri vocali e strumentali e nella forza espressiva delle singole voci. In questo perfetto equilibrio delle parti, si inseriscono magistralmente le incursioni degli amici ospiti che hanno prestato il proprio talento musicale inserendosi in punta di piedi in questa ricca trama musicale, espressiva e esistenziale. Quelle di Elio 100GR. (Bisca) in “Vagando” sono delle delicatissime pennellate di colore, discrete e intense, come se da sottili fessure entrassero le prime luci dell’alba. Di grande forza propulsiva è, invece, la percussione di Ciccio Merolla in “Lunatica”, che sembra scandire un rito tribale arrabbiato, intenso, doloroso che poi diventa liberatorio e liberato dalla pelle del tamburo. L’intervento del beatboxer campano Devò dà senso alla ripresa di un classico come “Tammuriata nera”, unica traccia tradizionale del disco. Essenziale il sostegno armonico di Fulvio Di Nocera, in “Doremifasol” e poi soprattutto in “La nave delle spose”, dove sembra descrivere l’andamento regolare della nave e accompagnare il percorso più rocambolesco delle armonie del bandoneon di Carlo Maver. “Nozze d’argento” è un disco che si ascolta tutto d’un fiato, come un’esperienza catartica: dopo aver attraversato la ricca gamma delle passioni umane, ti lascia in silenzio, nella quiete e nel piacere estatico dell’ascolto vissuto. Le Assurd ci hanno abituati a un sentire che va oltre la voce, le armonie, i ritmi, e soprattutto gli artifici dell’era discografica moderna. Il loro è un sentire profondo, carnale, femminile e plurale. Artisticamente, il loro lavoro è la democrazia dell’espressività vocale, senza gerarchie, senza servi e senza padroni. È materia viva che sgorga da voci senza tempo.  



Flavia Gervasi

Alfredo Napoletano/Raffaello Converso/Antonello Paliotti - Ammore busciardo dell’ultimo “posteggiatore” - a cura di Roberto De Simone (Zeus Records, 2016)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Il mondo dei posteggiatori è tramontato con i mutamenti sociali della città di Napoli, l’avvento di una differente produzione della musica e del suo consumo, la trasformazione radicale del paesaggio sonoro della metropoli. Parliamo dei prufessori ‘e cuncertino, esecutori professionisti urbani ambulanti, che si configurano come mediatori della comunicazione tra forme di canzone d’autore e mondo di tradizione orale. Musici e cantori che girovagavano tra piazze e taverne o si collocavano presso ristoranti famosi. Al termine della loro esibizione giravano per raccogliere l’obolo, che non era per nulla elemosina. Erano diversi tra loro per impostazione e stili vocali, rimasti immutati almeno fino agli anni Cinquanta del Novecento. Nei decenni successivi la crisi della posteggia si acuisce, sul finire del secolo scorso non restano che pochi sopravvissuti di età avanzata. Desta, allora, grande interesse “Ammore Busciardo”, album pubblicato dalla Zeus Records del produttore Espedito Barrucci, un documento prezioso ideato e curato da Roberto De Simone (in procinto di dare alle stampe per Einaudi una nuova opera sulla canzone napoletana che non mancherà di sparigliare le carte della conoscenza sulla storia dell’arte del canto a Napoli), che ha ‘scoperto’ e portato in studio Alfredo Napoletano (classe 1949), di professione barbiere, per incidere undici splendidi celebri brani, selezionati tra tanti. 
Le armonizzazioni sono opera di un duo di sapienti strumentisti, Raffaele Converso alla chitarra e Antonello Paliotti al mandolino: come dire andare a colpo sicuro per tecnica, raffinatezza ed esperienza. A dire il vero Napoletano, barbiere di Via Foria, canta da sessant’anni, perché nella sua vita, oltre a tagli e rasature, ha un passato di cantante nelle feste di piazza e ai matrimoni. Per di più, la sua bottega è stata frequentata da Sergio Bruni, Eduardo De Filippo e tanti altri nomi famosi dello spettacolo, nonché dallo stesso De Simone, il quale, nel sentirlo cantare in maniera informale nel corso di una chiacchierata sugli autori della canzone classica napoletana mentre ricorreva al servizio dell’artigiano, si rese conto di trovarsi di fronte al testimone di una vocalità antica. Scrive il musicologo nelle note di presentazione del CD: «Constatai la sua naturale intonazione ed impostazione dei suoni nel percorso melodico dei vari intervalli e subito mi resi conto che la sua maniera di cantare presentava tratti in comune con lo stile dei posteggiatori più tradizionali [...]. Alfredo, a mio avviso, rappresenta un insolito epigono di uno stile orale che connotava l’autentico stigma dei cantori girovaghi, dei rinomati musici-barbieri, dei cosiddetti posteggiatori, avendo egli plasmato la sua educazione di cantante attraverso lo specchio di modelli acquisiti dall’ascolto e non dall’apprendimento scolastico». 
È un modo di cantare lontano dalla lezione del solfeggio, il cui melodismo non rispetta i valori della battuta musicale, la cui tessitura vocale si poggia sul ritmo dato dei fonemi dei testi della canzone, favorisce l’emissione di suoni naturali, con impostazioni di gola e di testa, prossime alla tradizione dei falsettisti. Il programma del disco comprende tre canzoni risalenti alla fine dell’Ottocento (“Serenata napoletana”, “’E trezze ‘e Carulina” e ‘A vucchella”, quest’ultima trascritta dallo stesso Maestro De Simone per solo per mandolino sullo stile del posteggiatore Mimì Pedullà); una seconda sezione di brani ha visto la luce tra primo dopoguerra e inizio degli anni Trenta (“Presentimento”, “Core signore” e “Tutta pe ‘mme!”); c’è, infine, un gruppo più consistente di sei canzoni prodotte tra fine anni Trenta e Quaranta (“Che t’aggia di!”, “Ammore Busciardo”, “Bona fortuna”, “’E rrose parlano” e “Desiderio”). Il lavoro di arrangiamento non ha toccato il modello canoro di Napoletano, piuttosto ha agito sull’espressione dell’accompagnamento, imponendo un uso non eccessivo delle armonie, nel rispetto degli stili originali delle canzoni, senza interventi ritmici della chitarra, i cui accordi sono realizzati con poche corde, al fine di non intaccare la centralità espressiva del canto di Napoletano, il quale sfoggia un portamento nobile, una pregevole qualità timbrica e un fraseggio delicato, concentrando in sé una tradizione gloriosa della città. Dopo tanti anni il sogno di Alfredo di incidere un disco si è avverato: e che disco! 


Ciro De Rosa

Guo Gan - Aly Keita – Peace in the world (Felmay Records, 2016)

Non nuovo ad incontri inaspettati ed attraversamenti sonori inconsueti come dimostrano “Lune de Jade” con il polistrumentista turco Emre Gültekin e “The Kite” con il percussionista francese Lou Barrow, il maestro dell’ehru cinese (fidula a due corde di origine centroasiatica) Guo Gan, ha dato vita ad un nuovo e sorprendente viaggio sonoro in compagnia del musicista ivoriano Aly Keita, talentuoso suonatore di balafon, strumento tipico della tradizione dei griot. Il risultato è “Peace in the world” disco, registrato agli Evasion Studio di Nanterre, Paris in Francia nel novembre del 2015, e nel quale hanno raccolto dieci composizioni originali di cui sei firmate da entrambi. Laddove i precedenti lavori di Guo Gan erano incentrati prettamente su un lavoro di esplorazione e rispettiva compenetrazione tra universi sonori differenti, quel nuovo album ci svela qualcosa in più ovvero una alchimia sonora perfetta in cui le corde metalliche dell’ehru, sfregate dall’archetto, tessono eleganti trame sonore dense di lirismo in cui si inserisce la potenza evocativa del balafon dando vita ad un incredibile interplay melodico e ritmico. In questo senso particolare importanza assumono i background artistici dei due strumentisti in grado di far dialogare le rispettive tradizioni musicali, partendo da concezione aperta della world music. Suoni antichi ed ancestrali le cui origini sembrano perdersi nella notte dei tempi, vengono proiettati verso il futuro attraverso virtuosismi e spaccati improvvisativi, dando vita a composizioni articolate e ricche di straordinarie intuizioni. E’ il caso dell’iniziale “Zebra” nella quale il ritmo in crescendo del balafon, increspato dalle impunture melodiche dell’erhu, evoca lo scalpitare degli zoccoli di una zebra che si muove ora veloce, ora circospetta nel silenzio dei grandi spazi aperti africani. Si prosegue con il solo di balafon di Aly Keita in “Dream of Mikael” e con la suggestiva “Mongolian Girl” in cui a guidare la linea melodica è l’ehru di Guo Gan. Il cuore del disco è rappresentato dai brani co-firmati da i due strumentisti aperto dalla trascinante “Harveting Season”, che sovrappone due istantanee della stagione del raccolto creando un parallelo tra Africa e Cina. Se “Danse tribale” sembra rimandare alle ritualità delle danze africane, la successiva “Kalimba” ci offre un sorprendente dialogo tra l’erhu e il balafon. La melodia festosa di “Carnival of the Animals” e la title-track ci conducono verso il finale in cui fanno capolino la superba “La course du Cheval” e il solo di ehru di Guo Gan in “Naturel and Dream” che suggellano un disco di rara bellezza ed intensità. 


Salvatore Esposito

Babel Med Music, Les Docks des Suds, Marsiglia, dal 16 al 18 Marzo 2017

La tredicesima edizione dell'Expo marsigliese dedicata alla world music (e da quest'anno anche al jazz) ha convogliato come al solito l' interesse di migliaia fra appassionati, addetti ai lavori, giornalisti, promoter, produttori discografici, direttori artistici e, naturalmente, musicisti. I numeri sono importanti: 130 stand, oltre mille delegati e centinaia di visitatori rendono Babel Med una delle manifestazioni del settore più importanti in Europa e seconda solo al Womex, fiera che quest'anno si svolgerà a Katowice, in Polonia, nell'ultima decade di ottobre. Oltre ad alcuni stand istituzionali ben gestiti e organizzati (Catalogna, i padroni di casa della Regione ospitante, Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Belgio e Scozia) la fiera si è caratterizzata per la presenza di stand e delegati da ogni parte del mondo a rappresentare agenzie, festival e artisti praticamente da tutti gli angoli del pianeta, inclusi Corea, Costa d'Avorio, Capo Verde (che si prepara all'importante appuntamento dell'Atlantic Music Expo previsto per il mese prossimo) e l'interessante postazione della Sony-Africa. Assai frequentati i due maxi-stand Italiani, Puglia Sounds e la novità Italian World Beat, ambedue attivissimi durante tutte le tre giornate dell'Expo. Proprio Italian World Beat ha rappresentato la new-entry italiana a Marsiglia: 
un hub che possa consentire agli operatori di accedere ai circuiti internazionali, ideato da Fabio Scopino e che ha coinvolto già un cospicuo numero di persone e instancabilmente condotto durante i tre giorni strategie di cooperazione con altre realtà europee anche per l'immediato futuro. La gittata a lunga scadenza prevede anche una label dedicata a proposte italiane di qualità sempre con un occhio verso l'esportazione. Ma il Babel Med è anche (e per certi versi, soprattutto) un festival musicale di altissimo livello con proposte varie e spesso interessantissime. Suddivisi su tre sale, due “standing” e una più piccola allestita come un piccolo teatro da 200 posti, si sono susseguiti una trentina di concerti, che hanno dato una buona rappresentazione di quello che è lo stato dell'arte nel circuito delle “musiche del mondo” (e da quest'anno anche di certo jazz). L'immagine più forte dell'intero Festival è la standing ovation riservata dal pubblico di una strapiena Salle Cabaret ai coreani Black String, già esibitisi allo scorso Womex, con il loro mix di strumenti della tradizione e un approccio iconoclasta che deve tanto all'improvvisazione radicale quanto a suoni addirittura post-rock. O il concerto di Lura, star capo-verdiana, l'alta affluenza al suo set ha costretto l'organizzazione a chiudere le porte a spettacolo appena iniziato. Insomma, a Marsiglia il pubblico frequenta con entusiasmo i concerti del Babel Med (o meglio, gli show-case, visto che la durata non supera i quaranta minuti) che sono la parte “pubblica” della manifestazione, giustapposta alla mostra-mercato per i soli addetti ai lavori . Fra le cose più belle viste e ascoltate nelle tre sale de “Les Docks des Suds” sicuramente il concerto della violinista e cantante estone Maarja Nuut: eccezionale strumentista e performer, accompagnata ai campionatori e live electronics da Hendrik Kaljujarv, ha offerto una rarefatta esibizione basata sulla rielaborazione in chiave elettroacustica di danze e ballate delle tradizione con brani in buona parte tratti del bellissimo disco “Une Meeles” dello scorso anno (cfr. ). 
Detto del bellissimo concerto dei Black String, da segnalare anche lo storico coro corso A Filetta, sempre emozionanti ancorché disturbati dal sound-system della sala Mirabeau e da qualche squillo di cellulare di troppo. Poi, quel vecchio leone di Rachid Taha che, da grande istrione quale è, ha fatto ballare, divertire, ma anche riflettere su istanze importanti, un migliaio di persone; il bel connubio flamenco-arabo fra la chitarra andalusa di Juan Carmona e il mandoluth algerino di P'tit Moh in un tripudio di cante hondo, canto chaabi e con la danza del bravissimo Sergio Aranda a catalizzare l'attenzione del pubblico. Parentesi non richiesta ma dovuta: possibile che nel 2017, anche grandi strumentisti come i leader di questo progetto, all'inseguimento della chimera di un suono acustico e puro, consentano ai propri preziosi strumenti di essere amplificati, anche in posti che hanno un'acustica mediocre, soltanto con un microfono davanti alla buca con l'effetto di un suono che sembra proveniente da un acquario (Carmona) o che addirittura risulta quasi inaudibile (P'tit moh)? Sacrificare la bellezza di un suono “vero” in cambio di una maggiore presenza, non mi sembrerebbe un peccato grave, specie alla luce delle enormi possibilità, tutt'altro che costose, offerte oggi dalla tecnologia. 
Belli anche i concerti delle dive africane, soprattutto la sudanese Alsarah, che filtra la cultura araba e quella nera con un groove tipicamente americano (la cantante vive a New York). Gradevolissima anche Awa Boussim, dal Burkina Faso, grande presenza scenica e ottima band, e anche la diva pop marocchina Fatima Tactchout, con un suono retro e tecnologico al tempo stesso che, se su disco risulta poco interessante, ha una riuscita “live” decisamente migliore. Da segnalare anche il concerto delle galiziane Ialma, acccompagnate dal mago belga dell'organetto Didier Lalois. Graditissima dal pubblico la performance dei veterani Speed Caravan di Mehdi Haddab, con quaranta minuti giocati a velocità (e volumi) altissimi. Deludenti, a dir poco, i greci Imam Baildi, con uno show che è risultato un display di luoghi comuni e un mix poco riuscito di stili quali il rebetiko, i generi “oriental” e l'hip-hop. Da rivedere Betty Bonifassi, cantante di Nizza trapiantata in Canada, con il suo repertorio di “slave songs” attualizzate: grande carica ma progetto da maturare. Poco interessanti i cubani Vocal Sampling, bravi, ma autori di una proposta piuttosto scontata e la band catalana Txarango con il suo banale mix di reggae e ritmi caraibici. 
Infine, la splendida performance dei pugliesi Bandadriatica, già protagonisti della scorsa edizione, frizzante ensemble con il gusto del gioco e della citazione, che hanno presentato uno show trascinante e solido, cantato e suonato benissimo e assai apprezzato dal pubblico della Sala Mirabeau. Bandadriatica è uno dei migliori live-act italiani al momento e il suo leader Claudio Prima ha mostrato di essere non solo un ottimo organettista e cantante ma un capace intrattenitore. Bravi davvero. Fra le iniziative collaterali, da segnalare la presentazione del bellissimo cd “Il Sole non si Muove” della Compagnia Rassegna (di cui parleremo nei prossimi numeri), disco insignito del premio dell'Accademia Charles Cros, e la premiazione di Rachid Taha con il premio Babel Med Music consegnatogli durante il concerto. 


Gianluca Dessì
Foto di Valerio Corzani

Guido Raschieri, La Posavina canta e piange Vol.1: L' universo musicale dei profughi croati della Posavina bosniaca, LIM 2016, pp.305, Euro 30,00 Libro con Due DVD/Linda Cimardi, Vixia Maggini, Ilario Meandri e Guido Rascheri, La Posavina canta e piange Vol.2: Il movimento nella danza e nella performance strumentale, LIM 2017, pp.304, Euro 30,00 Libro con DVD

“La Posavina canta e piange” è il titolo che accomuna due volumi recentemente pubblicati dalla casa editrice LIM. Il progetto complessivo si compie attraverso una prospettiva di analisi evidenziata nei sottotitoli dei due volumi. La prima parte - il primo volume, di Guido Raschieri - riflette un approccio più inclusivo, esaurientemente sintetizzato ne “L’universo musicale dei profughi croati della Posavina bosniaca”. La seconda parte - con interventi di Linda Cimardi, Vixia Maggini, Ilario Meandri e Guido Raschieri - costituisce un focus su “Il movimento nella danza e nella performance strumentale” e si configura come un seguito necessario che, insieme al primo volume, documenta l’attività dell’equipe torinese, guidata da Febo Guizzi, in relazione al progetto di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale “Processi di trasformazione nelle musiche di tradizione orale dal 1900 ad oggi. Ricerche storiche e indagini sulle pratiche musicali contemporanee”, coordinato a livello nazionale da Giovanni Giuriati. Ai volumi sono allegati in tutto tre dvd (due al primo e uno al secondo) che, nel loro insieme, offrono esempi diretti fondamentali per comprendere le tecniche esecutive (analizzate nel primo volume anche attraverso trascrizioni musicali) e la coreutica. Come è evidenziato nella prefazione al primo volume, Febo Guizzi è il nome di riferimento cui riconduce l’intero lavoro. Scomparso prematuramente nel 2015, Guizzi ha comunque lasciato alcune sue riflessioni a questo lavoro, ben prima che giungesse a conclusione. Così, nel primo volume, possiamo trovare un denso testo che raccoglie le osservazioni di Febo, a lungo impegnato in questa area di studio, dal quale emergono considerazioni evidentemente di carattere etnomusicologico, ma anche riferite agli elementi generali di carattere storico, politico e socio-culturale, entro i quali è stato inquadrato lo studio delle espressioni musicali dell’area. Anzi, questi elementi assumono un ruolo di primo piano proprio in considerazione della storia geopolitica dell’area. Una storia in parte riflessa anche nei comportamenti musicali e nell’organologia locale. La Posavina - è necessario sottolinearlo - è un’area culturale a nord-est della Bosnia, situata lungo il fiume Sava, che coincide con il confine con la Croazia. 
Come si può leggere nelle note introduttive, la posizione di quest’area ne ha determinato in modo particolare le espressioni sonore, in quanto vi confluiscono l’influenza occidentale e “un moto contrario in risalita dal Medio Oriente”. La manifestazione più rappresentativa di questa convergenza è “lo stabile impiego congiunto del violino con la šargija, oggi il più occidentale dei liuti a manico lungo di derivazione orientale”. L’insieme degli elementi riconducibili alle categorie di appartenenza, identità e, in generale cultura, hanno avuto una determinazione ancora maggiore nel corso degli ultimi decenni, caratterizzati dalla guerra e dallo smembramento della Jugoslavia, ma sopratutto dalla diaspora della popolazione croata e cattolica della Posavina. In questo quadro di delocalizzazione e, in particolare, di stanziamento della comunità a Zagabria, la musica e il ballo tradizionali hanno assunto un ruolo centrale per ricongiungere i profughi alla loro storia. Per questo i volumi hanno assunto prospettive di analisi molteplici, che hanno spinto gli autori a riflettere in chiave storica ma anche contemporanea, per ricondurre lo studio a un “universo sonoro palpitante, in cui la tradizione ininterrotta e fedele all’indimenticabile passato si riconfigura giorno dopo giorno con incredibile naturalezza e dinamismo”. Da qui, nel secondo volume, si esamina il Kolo, il ballo in cerchio, inteso come elemento esemplare della socialità di questa comunità, tenendo aperte almeno due prospettive. La prima è quella riconducibile alle forme “autentiche”, sebbene elaborate e riproposte attraverso modelli stilizzati. L’altra è quella che contempla la contaminazione con modelli coreutici esterni alla tradizione e spesso legati alla creatività individuale. Per concludere, una parte del secondo volume propone un metodo sperimentale di trascrizione delle esecuzioni del violino, “basato sull’analisi del movimento per formativo e realizzato in prototipo”. 

Daniele Cestellini

Speciale cantautrici: Ilaria Pastore, Giorgia Del Mese, Cristina Meschia, Paola Petrosillo, Mireille Saifa, Pellegatta, Roberta Giallo, Silvia Oddi

Ilaria Pastore – Il faro la tempesta la quiete (Audioglobe, 2016)
A sei anni di distanza dall’eccellente album di debutto “Nel mio disordine”, la cantautrice lombarda Ilaria Pastore, lo scorso anno ha dato alle stampe il suo secondo lavoro “Il faro la tempesta la quiete”, nel quale ha raccolto nove brani incisi con la collaborazione di un ampio gruppo di strumentisti guidato da Gipo Gurrado (arrangiamenti, chitarra e programming), e composto da  Lucio Enrico Fasino (basso), Enrico Santangelo (batteria), Mell Morcone (pianoforte), Floriano Bocchino (piano elettrico), Saverio Gliozzi (violoncello), Marco Fior (Tromba) e gli archi del Khora Quartet. I nuovi brani nati inizialmente per voce e chitarra, riflettono le tante esperienze fatte in questi anni, dall’intensa attività live che l’ha portata ad esibirsi in tutta Italia e all’estero, ai progetti coltivati in ambiti differenti (teatro, musical e classica contemporanea), fino alla sua attività di insegnante per bambini attraverso Music Learning Theory di Gordon. Durante l’ascolto ad emergere sin da subito è la piena maturazione artistica della Pastore che scopriamo in grado di spaziare tra testi ironici e chiaroscuri riflessivi, il tutto utilizzando un songwriting diretto e colloquiale, impreziosito da soluzioni melodiche curate ed eleganti. Si spazia, così, dalle melodie tenui di “Ricordi migliori” alle aperture cameristiche di “Buio Pesto”, dalle brillanti aperture per piano ed archi di “Polaroid” fino al teatro-canzone che fa capolino in “Compro Oro”.  Insomma, Ilaria Pastore con questo secondo lavoro ha colto pienamente nel segno mettendo a frutto le potenzialità che avevamo intuito nel suo disco di debutto.


Giorgia del Mese – Nuove emozioni post-ideologiche (Radici Music, 2016)
Fattasi conoscere nel 2013 con l’ottimo album di debutto “Di cosa parliamo”, la cantautrice toscana d’adozione Giorgia Del Mese, ha dato alle stampe lo scorso anno il suo secondo lavoro “Nuove emozioni post-ideologiche” che rinnova la collaborazione con il produttore Andrea Franchi, ed allo stesso tempo sposta più avanti il confine della sua ricerca sonora, spaziando dal pop elettronico al post-rock. In questo contesto, si inseriscono testi che spaziano da spaccati introspettivi a riflessioni profonde su temi come la crisi della società moderna e la fine delle ideologie, il tutto declinato con una scrittura semplice e sempre efficace. Si parte dalle atmosfere rock di “Nuova visione”, cantata in duetto con Andrea Mirò, in cui spicca il verso iniziale: “Come usciremo da ‘sta fine di merda? Come usciremo da una brutta stanza, come si esce da questo ‘800, col cappello in petto a svendere il talento”, per approdare subito prima all’incontro tra chitarre acustiche e synt di “Bello trovarti” e poi al quasi punk di “Caro umanesimo” che suona come un omaggio ai CCCP. Ottimi sono poi i due duetti con Peppe Voltarelli nel folk-psych di “Soltanto tu” e con Francesco Di Bella nella rilettura di “Lacreme” dei 24 Grana, così come le pregevoli “Strana abitudine” e  “Senza più scuse”, ma il vertice del disco arriva con il brano forse meno rabbioso e più elegante ovvero la suggestiva “Tutto a posto”, nella quale emerge con più forza la portata evocativa del suo songwriting. Insomma “Nuove emozioni post-ideologiche” è un ulteriore ed importante passo per la crescita artistica di Giorgia Del Mese. 


Cristina Meschia – Intra (Autoprodotto/I.R.D., 2016)
Realizzato attraverso una campagna di crowdfunding su Musicraiser e finanziato dalla Regione Piemonte oltre che da numerosi enti locali della provincia di Verbano-Cusio-Ossola, “Intra” è il disco di debutto della giovane e talentuosa cantautrice di Verbania, Cristina Meschia, la quale ha dato vita ad un personale percorso di ricerca attraverso le tradizioni musicali della sua terra, andando alla riscoperta di canti legati alla cultura orale, versi da osteria, filastrocche e ninnenanne, per poi rileggerle attraverso le trame del jazz e dello swing. Il corpus delle musiche di quelle valli verbanesi, descritte magistralmente da Piero Chiara, vive, dunque, una nuova esistenza attraverso gli arrangiamenti curati dal pianista Riccardo Zegna ed impreziositi dalla partecipazione di eccellenti strumentisti come Luca Alemanno (contrabbasso), Nicola Angelucci (batteria), Gabriele Evangelista (contrabbasso), Alessandro Di Virgilio (chitarra), Dario Terzuolo (flauto), Jacopo Albini (sax), e il quartetto d’archi Aether Quartet. Il risultato è un lavoro dal sound raffinato ed elegante, in cui si inserisce la voce intensa di Cristina Meschia che dimostra di essere perfettamente a suo agio nel cantare in dialetto piemontese, senza mai risultare stucchevole o retorica. A brillare, durante l’ascolto sono brani come l’iniziale “Fioca” proposta in due versioni di cui una in duo con Nicola Angelucci, l’evocativa title-track, e le gustose “Marcà” e “Un cappello da Ghiffa”, ma soprattutto lo splendido canto d’amore “Estate/Inverno” cantata in duetto con Federico Sirianni, e ripresa da un autore anonimo della fine dell’Ottocento. A completare il disco c’è un interessante booklet con le note esplicative che fornisce una contestualizzazione storica e musicale di vari brani. 


Paola Petrosillo – La carovana delle merende (DeSuonatori, 2017)
Progetto dalle radici lontane nel tempo, “La carovana delle merende” nasce da una semplice melodia per bambini composta dalla cantautrice salentina, Paola Petrosillo nella sua casa in campagna, poco prima di scoprire di essere incinta. Da allora, di canzoni di questo tipo ne sono arrivate tante, alcune dimenticate mentre cullava sua figlia, altre invece hanno resistito fino a comporre il materiale per un intero disco. Complici quei geniacci del collettivo DeSuonatori, guidato da Valerio Daniele (chitarra acustica ed elettrica) e composto da Giuseppe Spedicato (basso tuba, basso acustico), Luca Tarantinio (oud, basso elettrico), Dario Congedo (batteria), Giorgio Distante (tromba), Francesco Massaro (clarinetti), Mariasole De Pascali (flauti), Shpetime Balla (violino), Maurizio De Tommasi (batteria), la cantautrice salentina ha dato vita all’album omonimo, con la direzione artistica del percussionista Vito De Lorenzi (batteria, percussioni a membrana, tastiere a percussione, kalimba, salteri, shaker, pad elettronici), nel quale ha raccolto dieci brani dedicati ai bambini, a comporre un lavoro unico nel suo genere a partire dal packaging con le custodie in stoffa cucite a mano, una diversa dall’altra, e uno splendido booklet da colorare. Come già avevamo avuto modo di sperimentare con il progetto MARinARIA, la scrittura della Petrosillo non indugia mai nel già sentito, mirando ad esaltare l’intreccio tra dolci melodie, sperimentazioni sonore e testi densi sentimenti puri come l’amore, l’accoglienza e la condivisione. E’ il caso del toccante ritratto di un bambino africano dell’iniziale “Yassin”, o del divertissement “Monello il gattino” o della title-track nella quale fa capolino l’importanza del rispetto a cominciare dai banchi di scuola. Se le voci dei bambini de La carovana delle merende fanno capolino, ne “Le staffe” in cui spicca la voce di Vincenzo Maggiore, il vertice del disco arriva con la gustosissima e divertentissima “Pizzica dell’orecchietta”. Si prosegue con la poesia di “Luna Park” e quel gioiellino che è “Oblò” che ci conduce verso il finale in cui spiccano la lettera alla maestra “La Musica”, la corale “Dalle chianche alle nuvole” cantata dai bambini di una scuola di Brindisi e lo strumentale conclusivo. “La carovana delle merende” è, insomma, un altro esempio mirabile del fare musica in modo trasversale ed allo stesso tempo imprevedibile del collettivo DeSuonatori, ma soprattutto è la conferma (se mai ce ne fosse stato bisogno) del talento cantautorale di Paola Petrosillo.


Mireille Safa – Nuovo Cantacronache Volume Uno (Materiali Musicali/Irma Group, 2017)
Nato nel 1957 a Torino con lo scopo di valorizzare il mondo della canzone popolare attraverso l’impegno sociale, il Cantacronache ha raccontato l’Italia del dopoguerra, attraverso le voci di Fausto Amodei, Michele Straniero, Sergio Liberovici, Emilio Jona, Margot Galante Garrone, con uno spirito critico ed anticonformista, consegnando alla memoria collettiva fatti e momenti della storia sociale e politica, ed avvalendosi della collaborazione di scrittori come Italo Calvino, Mario Pogliotti, Franco Fortini, Umberto Eco e Gianni Rodari. A distanza di sessant’anni, e con la supervisione dell’indomita Margot Galante Garrone, il Cantacronache torna in vita, grazie alla collaborazione nata tra il comitato editoriale de “Il Cenacolo di Ares”, Materiali Musicali e Irma Records, per un progetto che vedrà succedersi ben cinque album nel corso del 2017. Il primo volume del Nuovo Cantacronache è franco-libanese Mireille Safa, la quale ha interpretato dieci brani con testi di Beppe Chierici e musiche di Giuseppe Mereu e delle stessa Margot, registrati e mixati da Luca Veroni e Francesco Veroni con Igor Lampis tra i Doc Pippus Studios e i Sound Station Studios con la partecipazione straordinaria di Michele Uccheddu alle percussioni. Si tratta di dieci brani che partono da una prospettiva diversa, e più universale ed attuale, di quella del Cantacronache di fine anni cinquanta, ma ne condividono la medesima consapevolezza e forza espressiva. E’ il caso dell’iniziale “Terra senza Dio” e “Alep Syiacon Valley” che raccontano il dramma della guerra che insanguina ed impoverisce il continente Africano ed il Medio Oriente, o di “Erode non è morto” sul tema dell’infanzia negata, o ancora la struggente “Donna stuprata” ad emergere sono le violenze perpetrate sulle donne. Ad impreziosire i brani sono arrangiamenti che mescolano folk e world music, e nei quali di tanto in tanto fanno capolino gli interventi in lingua araba della cantante franco-libanese, ad imprimere ancor più forza evocativa. 


Pellegatta – Tre minuti di sbagli (Adesiva/Self, 2016) 
Cantautrice, compositrice e busker lombarda Pellegatta, giunge al suo disco di debutto con “Tre minuti di sbagli” nel quale ha raccolto dieci brani prodotti da Paolo Iafelice (synth), ed incisi con la partecipazione di Raffaele Scogna (pianoforte, fender rhodes, hammond), Ruben Minuto (basso, ukulele basso), Daniele Ferrazzi (chitarre elettriche) e Fabrizio Carriero (batterie, percussioni). Dividendosi tra chitarra acustica e xilofono, la cantautrice lombarda ci conduce attraverso frammenti di vita quotidiana, storie di incontri e riflessioni personali:  “Nella testa in tre minuti si possono rivivere istanti di vita, sono tre fermate di metro, in tre minuti puoi cercare le chiavi di casa e nel frattempo perdere il treno. In tre minuti ti puoi invaghire di qualcuno, dare un bacio e ripensarci. Dietro ad ogni canzone c'è una persona che ho voluto cristallizzare nella mia mente in qualche modo, scrivendo “Tre minuti di sbagli” ho dato luce anche se in modo criptato a qualcosa che è successo”. Figlio della decisione di abbandonare una possibile carriera di avvocato per dedicarsi alla musica, il disco presenta un fresco ed accattivante sound che mescola pop e atmosfere folkie che si innestano su testi diretti e mai banali. Aperto dall’uptempo di “Camera mia” nel cui testo la cantautrice lombarda si racconta nella sua natura irrequieta ed alla costante ricerca di sé stessa, l’album entra subito nel vivo con la riflessiva “Mi sono persa” e la trascinante title-track ma è con “Sesto Senso” che trova il suo vertice, tanto dal punto di vista del songwriting quando da quello interpretativo. Se “Primavera Apparente” si dipana tra atmosfere pop e blues, la successiva “Lontano da lei” svela un sound più oscuro con il piano a fare da cornice nella linea melodica. L’ottimo brano in inglese “Drinking Sea Water”, ci conduce verso il finale in cui a spiccare è quel gioiello che è la conclusiva “Vanni fra le nuvole”, il ritratto di un giovane combattuto tra sogni ed ansie, che suggella un ottima opera prima, da ascoltare con grande attenzione. 


Roberta Giallo – L'oscurità di Guillaume (Autoprodotto, 2017)
Artista poliedrica in grado di spaziare dalla musica al teatro fino toccare le arti figurati, Roberta Giallo, vanta un percorso artistico articolato in cui spiccano le collaborazioni con Lucio Dalla e Samuele Bersani, le partecipazioni a numerosi festival come Musicultura e progetti speciali come “La favola della canzone italiana” di Ernesto Assante e Gino Castaldo. Dopo aver debuttato con l’Ep “Di luce propria” nel 2014, la ritroviamo con “L’oscurità di Guillaume” primo album in carriera, nel quale ha raccolto undici composizioni originali, incise con la partecipazione di Mauro Malavasi (pianoforte e percussioni), e caratterizzate da raffinate ed originali sonorità orchestrali. Si tratta di un concept album che ruota intorno alla storia di un amore travagliato, declinato attraverso un viaggio interiore, in cui ogni canzone ne rappresenta una tappa e l’occasione per guardare dentro sé stessa. Aperto dalla spiazzante melodia sghemba di “Ho l’innamoramento facile”, il disco  ci regala subito un susseguirsi di belle sorprese come nel caso della pianistica “Con la fantasia” e la splendida “Acqua di fiume”, in cui spicca il testo denso di lirismo. A guidare ogni brano è il peculiare approccio vocale della Giallo che trova il suo vertice in “La notte di luna senze stelle” e “Amore Amor”, e non manca di divertire come nel caso di “Io amo le cicale” in cui il pianoforte sembra trasformarsi in un giocattolo. Le canzoni de “L’oscurità di Guillaume” scorrono in tutto il loro fascino spaziando da atmosfere delicate e sognanti a spaccati poetici, il tutto senza perdere mai di vista l’attenzione per soluzioni più ardite come nel caso “Gù”, una ninna nanna quasi claustrofobica, che chiude un disco di chiaroscuri da ascoltare con grande attenzione. 


Silvia Oddi – Ingenua Felicità (Gnu Wave, 2016)
Coniugare leggerezza e melodie radiofoniche con la canzone d’autore non è un’impresa da poco, soprattutto se si è agli esordi, con il rischio di cadere nel già sentito che incombe dietro l’angolo. Un esempio di come questa sfida si possa vincere con dedizione ed impegno ci arriva da “Ingenua felicità”, disco di debutto della cantautrice romana Silvia Oddi, la quale ha raccolto undici brani, caratterizzati da un sound che mescola rock e new wave, il tutto condito da testi dal taglio non banale. Durante l’ascolto si spazia dalle increspature elettroniche della riflessiva “Amore e amicizia” dagli echi di Subsonica che emergono dalle ritmiche dance di “Serenza”, per giungere all’omaggio agli anni Ottanta con “La notte più bella” e “Incubo di un’ora”. Se la title-track ci conduce in territori a metà strada tra Coldplay e Negramaro, le successive “Pazza di te” e “La tazzina di caffè” quest’ultima con il featuring di Eugene ai sintetizzatori, ci offrono momenti di puro pop-rock radiofonico. Si progue con la riflessiva “Lei è così”, ma il vertice del disco arriva con “Giotto”, il racconto di una storia d’amore a cui abbandonarsi superando ogni timore. Completano il disco il ricordo familiare di “In una bolla” e la bella cover di “Face to face, heart to heart” che portarono al successo The Twins nel 1982. Insomma “Ingenua felicità” è un disco godibilissimo che si lascia ascoltare con grande piacere nella sua gustosa vena pop-rock.



Salvatore Esposito

Matteo Cona – Something To Do On Sunday (Workin’ Label/I.R.D., 2017)

“Something To Do On Sunday”, seconda prova per il chitarrista romano Matteo Cona, rivela una personalità musicale piuttosto singolare, in grado di attingere tanto dal jazz quanto dal rock. La proposta, dopo decenni di sperimentazioni più o meno interessanti, riesce ancora a essere sorprendentemente godibile, equilibrata e soprattutto per nulla prevedibile. Qui Cona traduce in musica le molteplici esperienze come chitarrista, tra cui ricordiamo: gli studi presso i seminari Siena e Tuscia in Jazz, il diploma (biennio specialistico) al conservatorio L. Refice di Frosinone e l’esperienza prima come studente e poi insegnante presso Artidee. I dieci brani dell’album, esprimono eclettismo e creatività piuttosto spiccate che talvolta rimandano per soluzioni, dialoghi e costruzioni armonico/melodiche a certi umori “tardo Canterburyani” cari in particolare a Gilgamesh, National Health o Soft Heap; composizioni come “Remi”, o le progressioni di sax, Rhodes, chitarra e synth ne “Il Sopravvissuto” ne sono la dimostrazione. Il punto di vista qui, guarda chiaramente all’oggi senza dimenticare però i gloriosi anni settanta e una certa apertura nel concepire la musica jazz, territorio di esperimenti e ardite contaminazioni ormai pienamente metabolizzate da noi ascoltatori. A tal proposito, non è secondario ricordare la stima di Cona per un musicista unico, il compositore e trombettista Kenny Wheeler, importante riferimento ( nonché argomento di tesi per il suo diploma), di cui, tra i molti progetti, mi piace sempre ricordare la splendida esperienza negli indimenticabili Azimuth con Norma Winstone, John Taylor e Ralph Towner, ospite in “Départ” del 1980, a mio avviso una delle formazioni in assoluto più interessanti del variegato catalogo ECM. Tralasciando dovute e preziose digressioni, “Something To Do On Sunday” è un piccolo viaggio musicale che si pone come riflessione sul tempo libero, sul modo di viverlo e occuparlo, attraverso l’esperienza e le storie di differenti persone che ne hanno ispirato brani e titoli. Matteo Cona alla chitarra e composizione, è qui accompagnato dal sassofonista Augusto Pallocca, da Carlo Ferro alle tastiere e Sergio Tentella alla batteria, ovvero il Matteo Cona Quartet, formazione che mostra il pieno raggiungimento di una solidità strumentale davvero invidiabile, dove la chitarra non si impone ma sceglie di dialogare alternandosi con gli altri strumenti con gusto e raffinatezza. “Something To Do On Sunday”, unisce sapiente capacità nell’edificare suggestive architetture sonore con un’interessante uso dell’elettronica, ed espressività strumentale tipica del miglior jazz, sempre aperto e disposto a gradite contaminazioni. 


Marco Calloni.

YoSoNu – GiùBOX (CNI Unite, 2016)

Disco edito da CNI con il patrocinio di Legambiente, “GiùBOX” è il disco di debutto come solista di YoSoNu, moniker dietro il quale si cela Giuseppe “Drumx” Costa, architetto calabrese ma anche percussionista e batterista, dalla solida esperienza maturata in ambiti differenti dal metal al reggae. Si tratta di un originale progetto artistico che prende le mosse dalla junk music, con l’utilizzo percussivo di oggetti di uso comune o da riciclo, per estendersi ad una ricerca sonora che dalla lezione di Demetrio Stratos e le sperimentazioni di Bobby McFerrin si apre ora alla bodypercussion ora alla ambient di John Cage e ai rumorismi industrial. L’ascolto svela un lavoro pieno di fascino nel quale si intrecciano e convergono cromatismi sonori differenti, attraversamenti poliritmici e sorprendenti diplofonie, in cui si inseriscono spaccati cantati quasi fossero mantra, nei quali fanno capolino testi surreali, che completano un affresco sonoro dalle mille sfaccettature. Aperto da “Lesson n.1” per beatbox, voce, bodypercussion e oggetti di plastica e metallo, l’album raccoglie otto brani dalle atmosfere sonore differenti che spaziano dalle reminiscenze di musica tradizionale di “’Nta” in cui spicca l’uso dell’overtone singing, alle atmosfere claustofobiche di “The Deep” fino a toccare i tribalismi di “Reaction” nella quale scopriamo l’uso percussivo che si può fare di un vecchio camion o il tubo trasformato in didgeridoo. Il disco, però riserva ulteriori sorprese come nel caso di “Durucuddhuru” nella quale si susseguono alcune sperimentazioni sonore con la body percussion, e la superba “Slow Fool” nella quale brilla l’utilizzo delle polifonie. A rendere ancor più affascinante questo progetto sono i video di “Reaction” e “The Deep” contenuti come traccia multimediale, e la cui visione offre un saggio davvero sorprendente del talento di YoSoNu. Insomma, “GiùBOX” è un lavoro assolutamente entusiasmante, che non mancherà di sorprendere quanti vi dedicheranno la loro attenzione. 


Salvatore Esposito

Corzani Airlines: Boubacar Traoré


Boubacar Traoré (Festival Sur Le Niger, Segou – Mali Feb 2012)
Foto di Valerio Corzani

“Suonavo la mia chitarra come se fosse una kora. Ora, la kora ha ventuno corde, la chitarra soltanto sei. Suonavo dunque su quelle 6 come se ce ne fossero ventuno, questa tecnica viene chiamata “double-gamme”. Siamo davvero in pochi a praticarla..”

Boubacar Traoré

fotografie e suggestioni 

mercoledì 15 marzo 2017

Numero 298 del 15 Marzo 2017

Il n.298 di Blogfoolk si apre con la copertina dedicata a “Vussia Cuscenza”, terzo album di Gabriella Lucia Grasso, la quale attraverso dodici brani esplora le connessioni tra la tradizione musicale siciliana e quella sudamericana del tango e della bossa nova. Abbiamo intervistato la cantautrice catanese per ripercorrere il suo cammino artistico e soffermarci nell’approfondimento di questo nuovo lavoro. Spazio poi alla world music con la doppia recensione di due recenti album editi da ARC “Discover Music from the Pacific” e “Lasa. Songs from Madagascar” il terzo lavoro di Hanitra Ranaivo, cinquantaquattrenne celebre cantante malgascia. Il nostro disco consigliato della settimana è “Miriya” della Kanazoé Orkestra, band franco-africana guidata dal virtuoso del balafon burkinabè Seydou Diabaté. Dal nostro scaffale abbiamo selezionato per voi il pregevole “Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore” di Stefano Zenni che Simona Frasca ha intervistato per noi. Per la nostra rubrica dedicata alla musica dal vivo, vi raccontiamo “Di Canti e Di Storie”, concerto-evento organizzato da SquiLibri andato in scena sabato 11 marzo all’Auditorium Parco della Musica di Roma, e vi offriamo uno sguardo in anteprima sul Babel Med che si apre domani 16 marzo a Marsiglia. Come ogni settimana, non può mancare lo spazio dedicato al Jazz con la recensione di Causality chance need del Francesco Orio Trio e lo sguardo verso i sentieri della musica contemporanea con la doppia recensione di “Orion” di Valentina Casasea e “Presso il vecchio castello di Avella: Quattro visioni per piano solo” di Oderigi Lusi. Chiude il numero l’istantanea di Corzani Airlines in cui protagonista è la cantante jamaicana Marcia Griffiths.

Salvatore Esposito 
Direttore Editoriale di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
LETTURE
I LUOGHI DELLA MUSICA
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES

L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Gabriella Lucia Grasso – Vussia Cuscenza (Narciso Records, 2017)

Cresciuta ascoltando i dischi di Edith Piaf e formatasi tra gli studi di musica classica e jazz, Gabriella Lucia Grasso è una cantautrice di grande talento con alle spalle due album come solista, diverse collaborazioni di prestigio con artisti come Bob Mcferrin, Enrico Rava e Stefano Di Battista, e la fortunata esperienza con il progetto Malmaritate, insieme alle colleghe ed amiche Emilia Belfiore, Concetta Sapienza, Valentina Ferraiuolo ed Elena Guerriero. A distanza di sette anni dal suo ultimo lavoro “Cadò”, la ritroviamo con “Vussia Cuscenza”, nato dalla consolidata collaborazione con Denis Marino e che mescola le radici della musica tradizionale siciliana con le sonorità sudamericane e le atmosfere del tango. Abbiamo intervistato la cantautrice catanese per ripercorrere insieme a lei il suo percorso artistico per soffermarci sulla genesi e le ispirazioni di questo nuovo lavoro. 

Partiamo da lontano. Sei cresciuta artisticamente tra jazz e rock, hai alle spalle studi di musica classica e teatro. Come sei approdata alla musica della tua terra, la Sicilia che ha dato i natali a Rosa Balisteri?
Ho sentito il bisogno di ricostituire il mio legame con la mia terra, con quello che mi appartiene, con la mia storia. Dopo tanti anni lontano dalla mia città, ripartire dalla musica era la cosa giusta da fare. Cosi ho cominciato ad esplorare i percorsi storici del cantautorato siciliano e lì mi sono ritrovata intimamente.

Sei parte dello splendido progetto Malmaritate. Dalla tua prospettiva ci puoi raccontare questa esperienza artistica?
Il progetto delle Malmaritate mi ha offerto il confronto, mi ha ridato il piacere della condivisione e la possibilità di esplorare più a fondo i particolari della world music ritrovandomi sia in modo collettivo che individuale.

Come si è evoluto il tuo approccio al songwriting in questi anni e in parallelo come hai coltivato il tuo rapporto con le radici musicali siciliane?
Scrivere in lingua siciliana è stato l’aspetto più spontaneo e naturale che ho ritrovato. Sono cresciuta in un ambiente che dava attenzione alle tradizioni e ho creduto fosse doveroso tramandarle con un pensiero di continuità e contaminazione aggiungendo ciò che sono oggi. La Sicilia è la mia terra, le mie radici, il mio odore e il mio senso di appartenenza; è la sua lingua dai mille colori e dalle svariate sfaccettature che mi ha permesso di portare in musica il mio sentire.

Venendo più direttamente al tuo nuovo album “Vussia Cuscenza”, come nasce questo tuo terzo lavoro?
“Vussia cuscenza” è il riassunto delle emozioni importanti della mia vita. Nasce pian pianino e racchiude tutto ciò che di intenso ho vissuto in questi ultimi anni importanti per il mio cambiamento e per la mia ricostruzione a tutto tondo. E’ un album dove l’amore in tutte le sue forme, diventa protagonista con una prospettiva di miglioramento.

Quali sono le differenze e le affinità con i tuoi precedenti lavori?
L’affinità di facile intuizione è certamente l’amore per il tango argentino: l’album “Cadò” è l’inizio della ricerca, “Vussia cuscenza” ne è l’affermazione. 

Questo nuovo disco esce per la Narciso Records di Carmen Consoli, quanto è stato importante per te questo incontro?
La mia amicizia con Carmen Consoli diventa successivamente collaborazione artistica e la nostra capacità di condividere il grande amore per la musica mi ha dato la possibilità di crescere sia umanamente che artisticamente. Carmen Consoli è un’artista di grande talento e con una grande capacità di aggregazione, lo scambio intellettivo e artistico mi ha arricchito in ogni aspetto.

A caratterizzare musicalmente il disco è l’ideale dialogo fra la Sicilia e l’Argentina, con l’incontro tra gli strumenti della tradizione mediterranea e quelli latinoamericani. Com’è nata l’idea di dare vita a questo ponte sonoro?
Con Denis Marino orchestratore e co-arrangiatore insieme a me dell’album, nel corso della nostra amicizia e collaborazione musicale, uniti entrambi dall’amore per tango, le similitudini armoniche e melodiche della cultura siciliana e della cultura argentina hanno dato vita all’intuizione di accomunarle e approfondirle attraverso le contaminazione, questo aspetto che diventa peculiare e riconoscibile.

Come si è indirizzato il lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
La pre-produzione dell’album è stata realizzata in una condizione di libertà creativa e questo ha dato il via all’ottimizzazione di ogni singolo brano. 

Ci puoi raccontare delle sessions di registrazione e dei musicisti coinvolti nel disco?
Realizzare il disco è stato puro divertimento! Gli amici musicisti che hanno preso parte alla realizzazione hanno collaborato mettendo dentro il proprio sentire, il loro talento e la loro esperienza in modo così semplice e spontaneo da rendere possibile ciò che “Vussia cuscenza” è diventato. 

Quanto è stato importante per te riscoprire la consapevolezza nell’eredità della tradizione musicale siciliana?
Direi fondamentale! Attraverso la riscoperta dell’importante eredità lasciatami, sento forte il legame con la mia famiglia, rendendo così sempre vivo il loro prezioso ricordo. (Miniminagghie)

Il disco spazia attraverso tematiche differenti dal rapporto tra chiesa e politica in “Cunta e pigghia” alla scomparsa degli antichi mestieri di “Don Pippuzzo” fino a toccare l’amore di “Camurria”. Qual è il filo conduttore che lega i vari brani del disco?
Il filo conduttore è sicuramente quello del miglioramento della prospettiva. Tutto è sempre in continua trasformazione. I temi trattati nell’album si articolano tra di loro, si toccano e si distanziano ma tutto nasce dall’esigenza di esprimere il desiderio che anche se gli eventi cambiano, non sono mai permanenti. 

L’amore per l’Argentina emerge a pieno in “Quanti voti” e “Taccu e Punta”. Ci puoi parlare di questi due brani?
Il brano “Quanti voti” tratteggia l’attesa. Attendere la persona amata al di là del mare, al di là dell’umana comprensione, al di là dell’amore, al di là del consapevole fallimento dell’attesa stessa. Cercare negli occhi altrui la somiglianza di ciò che non può somigliare. Il mondo strumentale è più intimo ed essenziale. Il ritmo lento di milonga campera lo caratterizza interamente. Violino e bandoneon nel loro suono drammatico e passionale, si alternano nel tema portante del brano. Il canto è profondo e struggente e riporta l’ascoltatore nella chiara idea dell'attesa della persona amata. “Taccu e punta” è un brano strutturato su ritmo di milonga. Si articola su contrappunti alla voce di bandoneon ed archi in una costruzione ritmica tra percussioni e rimshot di batteria. Il tema della chitarra elettrica si intreccia con gli interventi dinamici degli strumenti che lo avvolgono e supportano. E’ una divertente parodia dello scenario legato al mondo del tango, che descrive con ironia e sarcasmo. 
Durante la milonga (luogo in cui si danza ma anche uno stile del ballo stesso) si scatenano esilaranti dinamiche su chi e con chi ballare, quale postura di stile adottare, milonghero o tango nuevo, che abito indossare, su quale fila di sedie a bordo pista accomodarsi, se accettare o no l’invito del cavaliere.

Come nascono le tue canzoni? Ci puoi parlare del processo creativo alla base della tua scrittura?
Ascolto il fluire irrequieto dei miei pensieri che attraverso le corde della mia chitarra o dei tasti del pianoforte diventano musica, così semplicemente, in modo istintivo, sincero ed immediato. La creatività è il gioco, la scoperta e, la scrittura diventa il mio spazio potenziale dove mi sperimento ritrovando il mio Sé.

Presenterai il disco in tour in tutta Italia. Come saranno i concerti e in che modo renderai i brani del disco dal vivo?
In promozione, come opening act del “Tour Eco di Sirene” di Carmen Consoli, proporrò i miei brani con due chitarre, accompagnata da Denis Marino, il mio più fidato cavaliere, così come mi piace definirlo. 


Gabriella Lucia Grasso – Vussia Cuscenza (Narciso Records, 2017)
Ispirata dall’approccio consapevole verso le radici di Ani di Franco, quanto dal repertorio di canti tradizionali siciliani di Rosa Balisteri, Gabriella Lucia Grasso con “Vussia Cuscenza” ci consegna la sua opera più matura e compiuta, non solo dal punto di vista compositivo ma anche da quello della ricerca sonora. Si tratta, infatti, di un disco che attraverso dodici brani ci consente di scoprire attraversamenti e connessioni sonore tra il Sudamerica e la natia Sicilia, tra le melodie isolane e quelle del tango e della bossa nova, il tutto permeato dalla sua sensibilità e dalla sua originale cifra artistica. Tutto ciò si concretizza in una architettura sonora elegante che rapisce l’ascoltatore sin dalle prime note attraverso l’interplay tra gli strumenti tradizionali del Mediterraneo e quelli propri dell’area latinoamericana, su cui si innestano chitarre elettriche ed synth. In questo senso determinante è stato senza dubbio l’apporto di Denis Marino (chitarra classica ed elettrica, requinto, mandolino, guitalele) che ha coprodotto ed arrangiato il disco con la stessa Gabriella Lucia Grasso (voce, muted wha guitar, percussioni, Wurlitzer, shaker), e quello del folto gruppo di strumentisti che hanno collaborato alle sessions ovvero Tiziana Cavaleri (violoncello), Emilia Belfiore (violino), Concetta Sapienza (clarinetto), Vincenzo Virgillito (contrabbasso), Marisa Mercadè (bandoneon), Valentina Ferraiuolo (tamburo a cornice, cucchiai), Puccio Panettieri (batteria), Adriano Murania  (violino), Alexandra Butnaru (viola), Elena Guerriero (synth, beep machine, glckenspiel), ai quali si aggiunge la partecipazione speciale di Carmen Consoli (basso e voce) e quella di Lidia Borda (voce). Strutture melodiche della tradizione siciliana incontrano ora il rock ora il tango, ora ancora il jazz incorniciando un songwriting in cui convergono lirismo e storytelling. Aperto dalla minimagghia “Pippineddu”, filastrocca per bambini nei cui versi si staglia l’esigenza di affermare l’identità femminile, il disco entra subito nel vivo con la tagliente “Cunta e pigghia”, un brano dal ritmo trascinante in cui si staglia un testo che denuncia i legami tra chiesa e politica. Se alla passione per il ballo è dedicato il tango in trama siciliana “Taccu e punta”, la title track è un canto d’amore introspettivo, colorato da un arrangiamento trascinante tutto giocato sul dialogo tra le corde e le percussioni. L’amore per il tango ritorna con la struggente “Quanti voti” cantata in duetto con Lida Borda, mentre la successiva “Guancia a guancia” è una ballata sofferta dedicata alla figura del padre scomparso. La miniminagghia “’N Suggiteddu” apre idealmente la seconda parte del disco con “Camurria” che con il suo incedere serrato racchiude la storia di un amore sfuggente, e quel gioiello che è “Meno male” nella quale si staglia il ritratto di una elegante e impudente signora dal rossetto rosso. L’eccellente duetto con Carmen Consoli in “Don Pippuzzu” e il racconto della fine di un amore de “In una notte di maggio tra stelle e carillon” ci conducono verso il finale con lo strumentale “Notte Annunziata” che chiude un disco denso di fascino e poesia, una gemma rara nel panorama musicale italiano.



Salvatore Esposito
Foto di apertura MicMac