BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

mercoledì 29 marzo 2017

Numero 300 del 29 Marzo 2017

Blogfoolk taglia il traguardo del numero trecento, proseguendo incessantemente le sue attività, da tempo ormai non limitate alla sola dimensione editoriale, ma ampliatesi attraverso collaborazioni con i principali festival nazionali ed esteri. Come sapete, siamo stati presenti a Babel Med Music, a Marsiglia, sotto le insegne di Italian World Beat, un hub che coinvolge professional del settore world, che ha in cantiere molte iniziative di cooperazione, nel medio e lungo periodo, anche in vista del Womex 2017 di Katowice. Con Italian World Beat saremo presenti anche al prossimo Atlantic Music Expo di Capo Verde (Praia, 10-13 aprile). Altra novità, la media partnership con IT-Folk, nuovo coordinamento dei festival folk e world italiani. Quanto al lancio di un nuovo layout, è solo rimandato, dal momento che problematiche di natura strettamente tecnica ci consigliano, per ora, di proseguire ancora per qualche tempo con il nostro format collaudato. In ogni caso, non abbiamo abbandonato il progetto e il cantiere è ancora aperto. C’è però una grande realtà, che rafforza il nostro cammino, di cui probabilmente i nostri lettori più attenti si saranno accorti leggendoci: la nostra redazione è cresciuta, sia per numero di collaboratori sia per qualità, assumendo una configurazione a geometria variabile, in cui in ogni pubblicazione si alternano voci critiche differenti: dai giornalisti agli addetti ai lavori fino a toccare il mondo accademico. In questo senso, non possiamo non sottolineare il prezioso contributo arrivatoci dalle “nuove” firme di Marco Calloni, Valerio Corzani, Layla Dari, Grazia Rita Di Florio, Elisabetta Malantrucco, Alessia Pistolini e Alessio Surian. Anche con il loro libero ma appassionato contributo stiamo costruendo una realtà giornalistica all’insegna dell’informazione plurale, in grado di superare gli steccati che impone il mercato musicale per aprirsi ad una ricerca rigorosa di dischi, libri, concerti e festival da raccontarvi.
Venendo più direttamente al numero odierno, la cover story è dedicata a “Insight”, il nuovo album del violinista e compositore puteolano Lino Cannavacciulo. Lo abbiamo incontrato per un focus su questo nuovo, importante capitolo della sua carriera artistica. Ci spostiamo in Sardegna per parlare della compilation "Echo (Earth Child House)", che vede protagonisti alcuni dei principali musicisti della scena musicale isolana a sostegno di un progetto benefico per finanziare la costruzione di una residenza-biosfera per bambini malati di tumore. Restiamo ancora in Italia per andare alla scoperta dei suoni plurali dell’Orchestra di Piazza Vittorio, di cui vi presentiamo il nuovo album “Credo”. La rubrica i Luoghi della musica racconta il concerto tributo a Luigi Tenco, andato in scena lo scorso 21 marzo all’Angelo Mai di Roma, mentre per la sezione Letture, proponiamo “È vero che il giorno sapeva di sporco. Riascoltando Disoccupate le strade dai sogni di Claudio Lolli” di Mario Bonanno. Torniamo a parlavi di dischi con la recensione dello splendido “The Soul Of Jamaica” di Inna de Yard. Ci spostiamo, poi, sul versante jazz con l’altrettanto superbo “Two Minuettos. Live in Milano” di Paolo Fresu e Uri Caine. Completano il numero la rubrica Contemporanea, in cui si parla di “Filmworks” del chitarrista Alberto N.A. Turra e l’ormai consueto scatto di Corzani Airlines con protagonisti Azam Ali & Niyaz.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
REGGAE
CORZANI AIRLINES
L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

martedì 28 marzo 2017

Lino Cannavacciuolo – Insight (Lucky Planets, 2016)

“Insight”, lo sguardo interiore di Lino Cannavacciuolo
 Il violinista puteolano ritorna con un disco tra classicismo e inflessioni minimaliste.

Violinista e compositore, Lino Cannavacciuolo vive a Pozzuoli, a metà strada tra il mare e la parte antica della città flegrea; strumenti ad arco e computer nella sua stanza di artista abile nel combinare estrazione classica e ricerca di suoni, presenza scenica e visionarietà. Alle spalle c’è la storia di un violinista di Conservatorio cui l’accademia andava stretta, ci sono gli incontri con i grandi napoletani del teatro, quelli con Antonio Sinagra e Roberto De Simone, il fertile sodalizio con Peppe Barra, le numerose collaborazioni a tutto campo (ricordiamo tra le tante quelle con Pino Daniele, Edoardo Bennato, Enzo Avitabile ed Elena Ledda), l’ingresso nel mondo sonoro del Buddha Bar. Nella sua traccia compositiva si fondono suoni world d’impronta mediterranea e mediorientale, classicismo e inflessioni minimaliste. 
Musica di confine che, salutarmente, sfugge alle definizioni. “Aquadia”, “Segesta”, Ca’ Na’”, “Pausilypon” sono i suoi lavori passati, dischi che nella loro diversità sonora hanno lasciato il segno. L’archetto fatato di Cannavacciuolo non rinuncia alla centralità della melodia assecondando la fruibilità da parte dell’ascoltatore. Nell’ultimo decennio, poi, il suo lavoro si è concentrato sulle colonne sonore cinematografiche e televisive (fra tutte la serie TV “La Squadra”). Da qualche mese è uscito “Insight”, disco pubblicato in totale indipendenza, sperimentando il crowdfunding e realizzato con un’estetica internazionale, fin dalle note e dai credits in inglese. I titoli del disco rinviano a differenti stati d’animo: un viaggio interiore intrapreso da Lino, che produce un album avvolgente e intimista, dove prendono forma trame sonore, intagliate dall’incontro tra archi e pianoforte con misurati innesti di elettronica. Abbiamo raggiunto il violinista puteolano, che ci presenta i motivi del suo nuovo disco.

Sono trascorsi sette anni tra la pubblicazione di “Pausilypon” e “Insight”, in cui ti proietti in un viaggio interiore più che geografico. Come nascono le partiture del tuo nuovo lavoro?
L’idea è concentrata sul suono che volevo in questo progetto, specificamente basato sull’organico. L’esigenza era di sentire un quartetto d’archi, pianoforte e violino. Quindi ho scritto partiture per questa tipologia di suono. Ovviamente mi è piaciuto dare degli umori a quelle sonorità del disco, dove ho immaginato ogni umore che uno possa avere dentro, ma senza fare troppi ragionamenti, mettendoci tutto quello che mi passa per la mente. Dentro ci sono tutte le mie esperienze: dall’accademia alla world music, dal progressive all’elettronica. Non mi piace trovare troppe parole per identificare un progetto. La mia musica nasce dalla curiosità. 

C’è un uso dell’elettronica misurato con la presenza dell’ottimo Salvio Vassallo.
L’elettronica è l’elemento della sperimentazione: più semplicemente detto della contaminazione, che è un elemento che mi incuriosisce, mi appartiene. In questo caso ha un ruolo molto leggero, non invasivo. Non mi definisco un musicista classico, anche se il mio percorso musicale nasce dal mondo accademico.  Il mio bagaglio classico ha formato un mio modo di vedere certe cose. In questo caso ho avuto voglia di esternarlo in questa forma, in questo tipo di suono che è uscito: un disco che manifesta consapevolezza, in cui volevo esprimere umore o pensare ad altri elementi come il virtuosismo o altro ancora. Mi sono concentrato sull’essenziale, senza dover necessariamente stupire l’ascoltatore. 

Mantieni, va detto, una fruibilità nell’ascolto, una cantabilità dei brani.
La musica difficile non la so fare (sorride, ndr). Sono un musicista che vive di semplicità anche nella musica; sono un compositore  non intellettuale ma più rock, più semplice. 

Il lavoro sulle colonne sonore ti ha portato nell’elaborazione del tuo suono? 
Sono più di dieci anni che sto vivendo questo tipo di lavoro. Fare musica per immagini, ti apre tutto un mondo, ti apre a cose che prima non conoscevi. In “Insight” questa esperienza c’è, e si sente. Credo che “Insight” sia un disco evocativo, molto immaginario, “condizionato” da una buona parte di questo mio percorso nella produzione di musica per immagini. 

“Pausilypon” era dedicato a Rachel Corrie, la pacifista americana uccisa a Gaza, mentre tentava di impedire all'esercito israeliano di distruggere alcune case palestinesi, “Insight” porta la dedica ad un’altra donna, Carla Ilenia Caiazzo, vittima di violenza da parte di un uomo.
Carla Ilenia Caiazzo è una donna di Pozzuoli come me, che è stata bruciata dall'ex compagno. Dopo aver subito tante operazioni chirurgiche, ora è impegnata con l'associazione "Io rido ancora" ad aiutare tutte le donne vittime di violenza.

“Insight” è un progetto che sarà portato dal vivo?
Sto pensando di fare dei concerti; non credo che ne farò tanti, ma sicuramente farò dei concerti significativi.



Lino Cannavacciuolo – Insight  (Lucky Planets, 2016)  
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Ha portamento elegante “Insight”, Lino Cannavacciuolo lavora su un impianto dove prevale il melodismo, creando nove composizioni cinematiche dalla vena minimal e dal tratto elegiaco, un palinsesto che riassume il reticolo di linguaggi sonori padroneggiati dal compositore. Il violinista puteolano non si crogiola in effetti virtuosistici, piuttosto propende per la comunicazione con i suoi collaboratori, dal dialogo contrappuntistico con la pianista Gilda Buttà alle interazioni con l’impeccabile quartetto d’archi: Federica Vignoni (violino I), Massimiliano Canneto (violino II), Riccardo Savinelli (viola) e Giuseppe Scaglione (violoncello), fino alle misurate, mai pervasive, manipolazioni elettroniche di Salvio Vassallo. Il crescendo di “Beat” emoziona subito, così come l’intesa appassionata di tasti e archetto in “Vision” e le dinamiche di “Regrets”, mentre le note di “Light” – il primo singolo e video dell’album – sono dedicate all’amico Gino Evangelista, maestro dei cordofoni anch’egli flegreo, scomparso poco più di un anno fa. Si prosegue alla grande: ascoltate i passaggi ritmi di “My Storm”, brano svettante che ci trasporta verso l’Est Europeo e oltre, riportando al centro il coté world del musicista. La title-track ha tenui colori pastello, mentre l’altro tema superlativo del disco “Deep Blue Sea” si snoda tra dolcezza e impeto degli archi. Altrettanto incisivo è il potere visionario di “The Search”. Infine, l’avvolgente “Relationships” chiude questo felice ritorno del funambolico maestro flegreo dell’archetto, che merita attenzione. 



Ciro De Rosa

Artisti Vari – Echo (Earth Child House) (Tronos, 2016)

Il progetto “Echo” nasce anni fa dall’ambiziosa idea di Marisa Ferraro, operatrice culturale e appassionata di musica, di costruire una residenza-biosfera per i bambini malati di tumore, nella quale, anche durante le fasi della malattia, poter continuare a vivere in un ambiente protetto e a contatto con la natura, senza rinunciare al gioco ed alla scuola. La struttura, progettata in collaborazione con gli architetti del Politecnico di Milano, necessita di cospicui fondi per la sua realizzazione e di un terreno dove edificarla, e l’associazione onlus Earth Child House – La Casa dei Bambini della Terra (www.earthchildhouse.org), dopo aver raccolto il sostegno della Dinamo Sassari, squadra di basket che milita in serie A, ha deciso di affidare alla musica il suo messaggio per sostenere il progetto. E’ nato, così, il disco “Echo (Earth Child House”, al quale hanno preso parte i più importanti artisti sardi dai Tazenda a Elena Ledda, da Piero Marras ai Cordas et Cannas, passando per i Chichimeca di Claudia Crabuzza e tanti altri, i quali hanno concesso un loro brano in qualche modo legato al mondo dell’infanzia. Si tratta di composizioni già edite, con l’eccezione di “Sa Domo” degli Elva Lutza, ma l’ascolto del disco diventa l’occasione per riascoltare alcuni classici come “Pitzinnos in Sa Gherra” dei Tazenda, “Ternuras” di Elena Ledda o “Pizzinneddu” dei “Cordas et Cannas”. Non mancano anche ospiti stranieri come la cantante brasiliana Liliane Vieira, gli Acquaviva/Agricantus di Toni Acquaviva e Rosie Wiederkehr, la cantautrice americana Marie Hines che ha proposto la bella “Worth the Fight”, o ancora i catalani Ester Formosa e Adolfo Osta con la splendida rilettura di “Lo Feo”, brano cubano di Teresita Fernandez, inciso anche da Silvio Rodriguez. A completare il disco è la nuova versione di “Madre Terra”, celebre hit dei Tazenda, incisa da tutti gli artisti sardi, e per la quale è stato realizzato anche un videoclip, per la regia dalla cineasta olandese Simone Walraven, e già da alcuni mesi visionabile online su YouTube. Non a caso, Gino Marielli, fondatore della storica band etno-rock sassarese, ha sottolineato come lo spirito che ha animato quest'incisione ricordi quello di brani storici come “We Are the World” o “Do They Know it's Christmas ?”. Insomma, questo disco oltre a rivestire una grande importanza per il suo intento umanitario, ci offre una selezione di brani eccezionale che con grande efficacia fotografa il panorama musicale sardo (e non solo). Il disco è realizzato grazie ad una campagna di di crowdfunding su Musicraiser, e può essere acquistato invidando una mail a info@earthchildhouse.org


Salvatore Esposito

Orchestra di Piazza Vittorio – Credo (Vagabundos, 2016)

“Credo” è l’ultimo lavoro dell’Orchestra di Piazza Vittorio realizzato in collaborazione con il teologo e poeta portoghese José Tolentino Mendonça. Viene proposto un oratorio multietnico dedicato alla collaborazione, al dialogo e alla tolleranza fra persone appartenenti a differenti tradizioni religiose che riescono ad interagire ed a capirsi pur rimanendo fermi sulle proprie posizioni. Il tutto è testimoniato dall’incontro di interpreti provenienti da tutto il mondo che, insieme alla commistione di stili e di strumenti, costituiscono l’essenza dell’orchestra romana. “Credo” nasce come spettacolo musicale presentato a Lisbona nel settembre 2015 nella suggestiva cornice della chiesa di São Domingo devastata da un incendio nel 1959 e rimasta così da allora. Dalla performance è stato tratto l’omonimo album, di cui nove sono le tracce come nove sono i musicisti che ricreano un’atmosfera liturgica e laica allo stesso tempo, in cui l’essenza è ritrovare sé stessi e gli altri piuttosto che cercare un vero e proprio dialogo con Dio. Un florilegio di scelte stilistiche originali a cominciare dal “Prologo”, una ninna nanna tratta da “A ceremony of Carol” del compositore Bejamin Britten cantata in dialetto napoletano dal mezzosoprano Viviana Cangiano, fino all’Amen conclusivo di “Brilha uma estrela” interpretato da Raffaele Schiavo e Ziad Trabelsi, dove non mancano suggestioni elettroniche. L’andamento dei brani procede con testi scritti e scelti da José Tolentino Mendonça, tra le voci più autorevoli e note della cultura cattolica lusitana, vi troviamo inoltre alcune poesie di Fernando Pessoa e di Giorgio Caproni accostate a frasi Giordano Bruno oppure ai versi medievali del filosofo e poeta musulmano andaluso Ibn Arabi e dello scrittore Zwi Kolitz ebreo lituano scampato alla Shoah. I brani sono cantati in latino, in wolof la lingua dell’Africa centrale, in inglese, in arabo e in portoghese. Oltre alla pluralità linguistica e dei testi altrettanto varia è la scelta musicale, dalla “Petite messe solennelle” di Rossini si transita alle musiche di estrazione extraeuropea come i canti sufi o la tradizione vocale dei griot africani per tornare al suggestivo canto armonico o ai canti gregoriani. Come per gli album precedenti dell’Orchestra di Piazza Vittorio, anche nel “Credo” ritroviamo l’accostamento di strumenti tradizionali come la kora, il dulcimer, il liuto arabo ud, il w’tar e di strumenti tipicamente classici come organo e violoncello ed elettrici come il basso e la chitarra. L’elaborazione musicale così come la composizione di partiture completamente nuove e la riscrittura di alcuni canti si devono al direttore musicale e artistico Mario Tronco, al bassista Pino Pecorelli e al pianista Leadro Piccioni fondatori dell’orchestra. Già nel 1964 il teologo Hans Kung decretava “Il confronto con le altre religioni del mondo in vista della pace mondiale è addirittura una questione di sopravvivenza”, la forza e l’attualità dell’espressione sono evidenti a chiunque oggi ed è proprio a questa sentenza che i musicisti dell’Orchestra di Piazza Vittorio si sono fatti carico nell’elaborare la propria interpretazione musicale di dialogo interculturale e interreligioso proposta in “Credo”. Un’opera ricca di rimandi e suggestioni che tengono insieme l’oriente e l’occidente, la musica classica all’elettronica ed in cui tutto è amalgamato perfettamente. L’incedere musicale risulta dunque armonioso nelle sonorità, le parti strumentali e le parti cantate si equilibrano e, pur non mancando alcuni momenti di virtuosismo, viene a crearsi un’intima atmosfera liturgica conforme ad un dialogo con sé stessi e con l’umanità. Ancora una volta l’orchestra nata nel quartiere Esquilino dimostra che mediante la ricchezza della diversità dei linguaggi artistici e delle espressioni musicali è possibile unire ed esplorare mondi differenti, il risultato è uno stile unico che proprio in queste peculiarità trova la forza espressiva della contemporaneità. 


Layla Dari

Angelo angelo, angelo mio. Festa di Compleanno per Luigi Tenco, Angelo Mai, Roma, 21 marzo 2017

Tutto è cominciato – così ci è stato raccontato – durante una delle tradizionali cene del Dopo Tenco a Sanremo, in ottobre. Lì si era appena ricordato, con una serata omaggio, l’anniversario dei cinquanta anni dalla scomparsa di Luigi Tenco. E così due operatori culturali che cento ne pensano e duecento ne fanno – Enrico Deregibus e Stefano Starace – si sono detti: “ma perché ricordare Luigi solo per la morte? Ricordiamolo anche il 21 marzo, a primavera, quando compie gli anni. E ricordiamolo ovunque”. E così grazie al loro “Luigi Tenco, marzo 2017. In qualche parte del mondo”, dal 17 al 28 marzo, in 38 città italiane (e pure a Parigi) si sta realizzando uno straordinario gemellaggio per festeggiare Tenco. Ieri eravamo all’Angelo Mai, a via delle Terme di Caracalla, a fare festa anche noi, insieme col regista “estemporaneo” Pino Marino e l’organizzatrice dell’evento, l’infaticabile giornalista e ufficio stampa Daniela Esposito. 
Ed insieme con tanti artisti, cantautori, poeti, attori, musicisti e amici della musica e dell’arte, tutti insieme a fare rete. Si respirava un’aria elegante e raffinata e al contempo piena di sentimento, mentre Raffaella Misiti, accompagnata da Stefano Scatozza e Marcello Duranti, cantava magistralmente "Ti ricorderai" e tutti si muovevano in punta di piedi mentre Roberto Angelini e Pier Cortese ci portavano Lontano lontano; lo stesso Pino Marino ci teneva molto ad avvertirci che si è innamorato di lei perché aveva eccome da fare, anche tanto, eppure si è innamorato lo stesso. Anche Alessandro D’Alessandro, mentre lo accompagnava all’organetto sembrava innamorato e Andrea Ruggiero col suo violino sembrava soddisfatto. I Têtes de Bois del resto avevano ammonito in apertura che "Un giorno dopo l’altro" la vita se ne va e non bisogna certo sprecarla. 
"Vedrai vedrai" replicava alla fine Pilar, mentre Davide la guardava attonito e poi esclamava: “ma quant’è brava questa qua?” Lo sappiamo bene, così come è stata brava Agnese Valle ad ammonire quel "Ragazzo mio", anzi ormai nostro, quello che non chiede all’amore ciò che non può dare e non diverrà mai un acchiappanuvole che sogna d’arrivare. E non corromperà uscieri del Comune, come alla fine è stato costretto a fare Piji con la sua "Vita sociale", per poi tentare di passare inosservato agli occhi dei due Alberto, uno seduto da una parte e uno dall’altra e mi sa che nemmeno si conoscono. Ma la prossima volta li presentiamo e facciamo anche con loro un selfie modello “Notte degli Oscar”, con Ilaria Graziano e Francesco Forni al posto di Meryl Streep e Brad Pitt. O con Lucio Leoni mentre mescola sapientemente le sue parole a quelle di Luigi, perché d’altronde "Io sono uno" e non certo nessuno o centomila.
 Sono passati in tanti su quel palco: c’erano anche Andrea Pesce, Ivan Talarico, l’attore Tony Allotta, Daniele Borsato, Sylvia De Fanti, Gianmarco Di Lecce, Egidio Marchitelli, Adel Tirant, Francesco Saverio Capo, Valerio Vigliar, Marco Cataldi e Antonio Ragosta. E sono passati in tanti sulla gradinata, o sul divano, e seduti al tavolino, o con una birra in mano. Ho visto Francesco e Roberta e Valeria. E c’erano Anna e Timisoara, Francesca che ho perso di vista; e naturalmente c’era Sgritta che faceva foto. C’era Roma, c’era la musica libera e indipendente, quella che piace a noi. Chiamatela rete, comunità, solidarietà, amicizia. Fate come volete; in realtà era una festa. Chissà se Luigi Tenco è stato un uomo solo, come può sembrare da certe sue canzoni. Difficile dare risposta a questa domanda. Facile però affermare che ieri da solo non è rimasto nemmeno un minuto. Tanti auguri Luigi. Tanti auguri a te. 


Elisabetta Malantrucco 

Foto di Simone Cecchetti

Mario Bonanno, E’ vero che il giorno sapeva di sporco. Riascoltando Disoccupate le strade dai sogni di Claudio Lolli, Stampa Alternativa 2017, pp.112, Euro 14,00

Edito da Stampa Alternativa per la collana Grande sConcerto, “E’ vero che il giorno sapeva di sporco” è il nuovo saggio che Mario Bonanno, studioso tra i più autorevoli della canzone d’autore italiana, ha dedicato a “Discoccupate le strade dai sogni”, storico album di Claudio Lolli, uscito nel settembre del 1977. Aperto dai contributi di Gigi Marinoni e del poeta Nanni Balestrini, il volume entra subito nel vivo con una recente intervista rilasciata dal cantautore bolognese e nell’arco dei primi tre capitoli ci offre una attenta e meticolosa contestualizzazione della genesi di quell’album, partendo da una retrospettiva sui lavori precedenti, per giungere al racconto degli eventi storici che caratterizzarono il 1977, l’anno dei cortei e degli sloga, dei carri armati nelle strade di Bologna e dei fumetti di Andrea Pazienza, di Radio Alce e del Movimento, ma soprattutto quello della rivoluzione mancata. Impreziosendo il tutto con materiali d’archivio, scritti dello stesso Lolli e le splendide fotografie di Enzo Eric Toccaceli, Bonanno è riuscito nell’impresa di dar vita ad una narrazione su piani paralleli, facendo emergere tutta la forza di “Disoccupate le strade dai sogni” tanto nel cantare l’impegno militante di quegli anni quanto la sua dimensione quasi profetica nel preconizzare la fine di tutto, sotto il peso della repressione in declinazione socialdemocratica che ne seguì facendo da preludio agli anni Ottanta. Il songwriting di Claudio Lolli emerge, così, in tutta la sua dimensione sognatrice ed utopica ed allo stesso tempo disincantata, lasciando trasparire la sua purezza di intenti, i suoi ideali e il non scendere mai a compromessi, elementi questi difficilmente riscontrabile nei suoi contemporanei. Se il capitolo quattro è essenzialmente dedicato all’analisi del disco, attraverso anche le testimonianze di chi fu al fianco del cantautore bolognese come il fotografo Cesere Monti, Pietro Cannizzaro, Bruno Mariani, nel quinto è lo stesso Lolli a raccontare il disco all’autore sotto il profilo vista musicale. Completano il volume tutti i testi, opportunamente commentati, un florilegio critico con alcuni estratti dai giornali dell’epoca, e una accurata retrospettiva discografica. “E’ vero che il giorno sapeva di sporco” è, dunque, il racconto di una pagina importante della canzone d’autore italiana ed in parallelo di un pezzo della nostra contro-storia più plumbea. Una piccola ed esemplare lezione di impegno civile. Per non dimenticare. 


Salvatore Esposito

Inna de Yard –The Soul Of Jamaica (Chapter Two Records, 2017)

L’essenza di questo progetto che – vale la pena precisarlo subito – mette a segno un disco strepitoso, risiede nelle parole del chitarrista Earl Chinna Smith, tratte da uno stralcio d’intervista pubblicata sul sito www.makasound.com: « Le persone si comportano come se volessero inventare una nuova luna, o una nuova stella, o una nuova terra. Ma queste cose esistono già, e nessuno le può rifare. Ognuno deve apprezzare la luna tutte le sere quando brilla. È lo stesso per il reggae, è tutto là, già esiste. Basta che giovani e anziani si mettono insieme e ricreano la magia». Che ci sia, in poche parole, l’intento di catturare l’anima e i corpi vivi e palpitanti di Giamaica (The Soul of Jamaica). Esattamente quello che succede in questo disco: e la notizia non é tanto che vecchie leggende del reggae e nuove starlette locali vengano convocati assieme nel cortile (yard significa per l’appunto cortile/giardino, da cui il nome del progetto, Inna de Yard, che da un punto di vista socio-antropologico simboleggia unione e condivisione) di una casa sulle colline per una jam session acustica, ma che il gioco funziona. Nel senso che la magia c’è, e sta tutta lì in quel suono grezzo e materico, in quel lessico, popolare ed efficace, in quelle voci che catturano ed esprimono l’orgoglio, la passione, le lotte e l’umorismo (già!) di un popolo, e soprattutto nell’amore per quello che ogni musicista sente e mette in quello che fa. Musica autentica e sincera. Decollato agli inizi del 2000, il capostipite del progetto Inna de Yard é stato proprio lo storico chitarrista dei Soul Syndacate, noto al pubblico internazionale per aver suonato con i Wailers di Bob Marley (1975-76), ma con un curriculum molto lungo e prestigioso che va dagli Upetters di Lee Perry, agli Aggrovators (la house-band del produttore Bunny Lee), fino ai Melody Makers di Ziggi Marley e Sizzla. Le prime due edizioni sono state registrate nella “yard” del chitarrista, nella “parrocchia” (che in Giamaica indica un distretto territoriale) di St. Andrew e pubblicate sulla francese Makasound rispettivamente nel 2008 e nel 2009, accreditate perciò a Earl Chinna Smith&Idrens. (“idrens” è un termine che tradotto dall’inglese rastafariano, che differisce dal creolo giamaicano, significa “bambini”: quindi potremmo qui intenderlo come “figliocci”). Il progetto é rinato lo scorso anno con il supporto dell’etichetta Chapter Two Records, una sussidiaria della Wagram Music, dietro cui si celano le menti della Makasound resuscitata sotto nuove spoglie dopo la liquidazione del 2011. “Faire le bœuf “ – che in francese sta per fare una jam session – secondo quest’album significa mettere in bella mostra un trio vocale del calibro dei Viceroys (“Love is The Key”), debuttato a Studio One nello stesso periodo di Ken Boothe, che ripropone qui due titoli da brividi: “Let The Water Run Dry” del 1968, resa nella sua brillantezza dalle backing vocals dei The Viceroys a mo’ di controcanto alla voce adamantina di uno dei più amati soulmen di Giamaica incastonata tra sfrenate percussioni nyabinghi e un fendente di chitarra, secca e asciutta, “e Artibella”, un classico del 1964 a nome di Stranger & Ken (con Stranger Cole). La tracklist di tredici brani selezionati tra ventidue incisioni è satura di umori musicali popolari, siano essi declinati nelle parole accese di “Money for Jam” o “Slaving” di Lloyd Parks che raccontano la dura vita dei lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero o del mercato che schiumavano sangue per portare a casa qualche spicciolo, o in chiave spiritual da Kiddus I (“Jah Power”, “Jah Glory”), registrata nel 1979 negli studi Tuff Gong su Sheperd Label, o nel micidiale falsetto di Cedric Myton che fece la fama del suo gruppo, The Congos negli anni ’70, in un altro brano del 1979 tratto dal loro secondo album, “Congo Ashanti”, praticamente una chiamata senza appello alla rivoluzione Rasta, oppure nello stile di Winston McAnuff che è solito intingere la voce in un suono denso e materico, in un lento ed elaborato costrutto come “Secret”, una delle sue canzoni con un surplus di pathos grazie anche alle back vocals eteree, che fa pensare al fatto che lo stile che sta più a cuore in Giamaica non è il reggae, ma il gospel. Ciò che accomuna i cantanti e i musicisti che hanno preso parte al progetto non é l’idea di un’operazione nostalgia ma l’idea di recuperare, valorizzare e trasmettere un patrimonio musicale e popolare di cui soprattutto le giovani generazioni stanno perdendo sempre più il senso e i valori. A ridurre le distanze generazionali è insomma qui la voglia di sbarazzarsi di sintetizzatori e suoni digitali in favore di un suono acustico “più autentico”, senz’altro “più puro” e non sfigura al cospetto di un siffatto olimpo di star musicali né il featuring di Kush McAnuff, figlio di Winston (“Black To I Roots”) con in testa la lezione più che del proprio padre di un Burning Spear d’annata (Marcus Garvey), né l’appeal di Var (“Crime”), o lo stile vocale di Derajah (“Stone”), tra i più espressivi della nuova generazione. “The Soul Of Jamaica” è uscito il 10 marzo e avrà un tour promozionale che partirà il 19 aprile dall'Aéronef di Lille e farà tappa il 22 aprile alla Filarmonica di Parigi, e che speriamo di incrociare in uno dei festival italiani dell’estate per non essere costretti a cercarlo in un happening attraverso l’Europa. 


Grazia Rita Di Florio

Paolo Fresu & Uri Caine – Two Minuettos (Live In Milano) (Tǔk Music/Ducale, 2016)

L’incontro tra Paolo Fresu e Uri Caine ha rappresentato una delle collaborazioni più belle ed affascinanti che il mondo del jazz abbia regalato negli ultimi anni. Il timbro malinconico e denso di lirismo della tromba del musicista sardo e lo stile unico del pianista di Filadelfia si sposano in modo sublime dando vita ad una ricerca sonora a tutto campo che spazia dall’avanguardia al repertorio classico, passando per il blues, la tradizione americana e il jazz. Qualcosa di ben diverso, insomma, dalle tante collaborazioni, anche di prestigio, che si ascoltano abitualmente, come emergeva già in “Things” del 2006 e “Think” del 2009. A sette anni di distanza da quest’ultimo, Paolo Fresu e Uri Caine tornano con “Two Minuettos”, disco dal vivo che raccoglie il meglio di tre concerti tenuti al Teatro dell’Elfo di Milano nell’inverno del 2015, nel corso dei quali replicarono con successo l’esperienza di Umbria Jazz Winter ad Orvieto dove avevano dato vita a quattro serate tematiche in cui esploravano ora la musica barocca, ora gli standard jazz, ora ancora il repertorio classico e composizioni originali incise nei precedenti lavori. Registrato dal team della Radio Svizzera di Lugano e remixato da Stefano Amerio, il disco non è semplicemente il documento di una serie di concerti superlativi, ma è soprattutto un esempio di pura bellezza musicale. Fresu e Caine dialogano ed improvvisano in modo sorprendente, dando vita ad un interplay perfetto che colora di sonorità cangianti i vari brani. Ad aprire il disco è la superba rilettura di “Minuet in G Minor” di Joan Sebastian Bach, che rappresenta la proiezione verso il futuro dello stile compositivo del compositore tedesco. Si prosegue con la superba rilettura di “I Love You Porgy” di George Gershwin e quel gioiello che è “Symphony no.1, 3rd Moviment in D Minro” di Mahler” che si scioglie in una toccante rilettura di “Almeno Tu Nell’Universo” dal songbook di Mia Martini. Il lirismo del medley tra “All I Want” di Joni Mitchel e “Give Peace A Chance” di John Lennon ci introduce alla trascinante “La Travagliata” di Barbara Strozzi, esempio lampante della straordinaria capacità del duo di muoversi tra repertori differenti. Dalla musica barocca si torna al jazz con la pregevole “Nature Boy”, ma è solo un momento perché la figura di Barbara Strozzi ritorna in “Sino Alla Morte Mi Protesto/L’Amante Bugiardo”. Il disco si chiude con la ripresa di “Minuet in G Minor” sempre dal repertorio di Bach ma questa volta in una versione ancor più intensa che fa da preludio alla struggente “Caruso” di Lucio Dalla, proposta come ghost track. Fresu e Caine con questo nuovo album dimostrano, se mai ce ne fosse stato bisogno, tutta la loro capacità di spostare sempre più avanti i confini della ricerca sonora, in nome della bellezza, della passione e dell’armonia. 


Salvatore Esposito

Alberto N. A. Turra – Filmworks (Felmay Records, 2017)

Il chitarrista e compositore Alberto N. A. Turra è una voce assai peculiare ed eclettica della scena musicale italiana. Formatosi presso la scuola civica di Jazz di Milano, ha partecipato a vari seminari e workshop tra i quali ricordiamo Umbria Jazz e Siena Jazz, maturando una sempre più profonda e personale indagine musicale. L’attenzione di Turra spazia dallo studio delle molteplici possibilità dell’improvvisazione, agli esperimenti come arrangiatore, sino alla composizione di musiche per immagini, cinema e teatro. “Filmworks” edito dalla torinese Felmay Records, è effettivamente un ottimo biglietto da visita che mette bene in evidenza le molteplici voci di Turra, presentandoci un chitarrista che immagina il suo strumento non come protagonista assoluto, ma come parte di un’ “architettura sonora” ben più complessa. Tornando all’album, bisogna riconoscere, quanto non sia effettivamente opera semplice raccogliere in un cd singolo quindici anni di musica scritta e concepita per progetti specifici; un rischio è quello di far vacillare l’ambita coerenza di ascolto ricercata da molti di noi fruitori musicali, l’altro è di riproporre un’esperienza che se decontestualizzata, potrebbe potenzialmente smarrire l’ intento originario . Per questi motivi, visti i pregevoli risultati, l’operazione va ulteriormente premiata. L’album, si presenta nel complesso assai variegato, spaziando dai temi ad ampio respiro di “Cellule” per esempio, all’ottimo intermezzo per chitarra acustica e voci di “Darvish” sino alle curiose soluzioni strumentali di “Curfew Go Go Go”. “Filmworks” è un’ottima occasione per apprezzare e magari scoprire le capacità di un musicista libero da qualsiasi classificazione, in grado di spaziare con sorprendente disinvoltura tra le più disparate possibilità timbrico/sonore del suo strumento. La recente uscita di importanti film documentari come: “Giovanni Segantini: ritorno alla natura” di Francesco Fei e “The Origins Of Music” dei messicani Daniel Arvizu e Sam Madrigal, che annoverano il contributo di Turra, hanno inoltre fornito un’ importante incentivo per concretizzare la realizzazione di questa antologia favorendo un meditato percorso di analisi retrospettiva del suo personalissimo lavoro. 


Marco Calloni

Corzani Airlines: Azam Ali & Niyaz


Azam Ali & Niyaz (Babel Med 2015)
Foto di Valerio Corzani

“Penso che la terra che ti partorisce resti per sempre nel tuo sangue, anche se la lasci da piccola. Sono nata in Iran, cresciuta in India dall’età di quattro anni e queste due culture hanno avuto una grande influenza sul mio background. Sono parte di quello che sono, anche adesso che mi sono trasferita a Montreal. Ho sempre pensato alla mia musica come ad un’autobiografia. E’ la vera storia della mia vita, di quello che sono stata e di quello che sono diventata”

Azam Ali

fotografie e suggestioni 

mercoledì 22 marzo 2017

Numero 299 del 22 Marzo 2017

Per questo numero 299 di “Blogfoolk”, ci muoviamo da subito sull’asse Napoli-Marsiglia. Partiamo con la cover story della settimana, dedicata a “Nozze d’argento”, il nuovo album delle Assurd, incontrate da Flavia Gervasi nella città focese a margine di un loro concerto. La parola passa al trio di artiste campane, che oltre a presentarci il loro nuovo lavoro, approfondiscono le loro interazioni con il mondo della danza. Entriamo, poi, nel cuore di Napoli, per parlare del pregevole “Ammore busciardo”, documento prezioso curato da Roberto De Simone, che ha portato in studio di registrazione Alfredo Napoletano, barbiere-cantante, epigono dell’arte vocale dei posteggiatori, accompagnato alla chitarra da Raffaello Converso e al mandolino da Antonello Paliotti. Sul versante dei suoni world, vi raccontiamo “Peace In The World”, affascinante album nato dalla collaborazione tra il maestro dell’erhu cinese Guo Gan e il suonatore di balafon Aly Keita. Lo spazio dedicato alla musica dal vivo ci porta di nuovo a Marsiglia, per la cronaca di Gianluca Dessì, corredata dagli scatti di Valerio Corzani, dalla fiera-festival Babel Med Music. Lo scaffale di “Blogfoolk” offre due volumi con DVD, recentemente pubblicati dalla casa editrice LIM, che ci trasportano nella regione culturale situata nel lembo nordorientale della Bosnia, a ridosso del tratto del fiume Sava che oggi demarca la linea di separazione con la Croazia. Si tratta di “La Posavina canta e piange. L´universo musicale dei profughi croati della Posavina bosniaca Vol. 1” di Guido Raschieri e “La Posavina canta e piange. Il movimento nella danza e nella performance strumentale”, a cura di Linda Cimardi, Vixia Maggini e Ilario Meandri. Torniamo in Italia per una carrellata sulla canzone d’autore al femminile, che mette a fuoco i dischi di Ilaria Pastore, Giorgia Del Mese, Cristina Meschia, Paola Petrosillo, Mireille Saifa, Pellegatta, Roberta Giallo e Silvia Oddi. La finestra jazz accoglie la recensione di “Something to do on Sunday” di Matteo Cona e l’ormai consueta incursione nei meandri della musica contemporanea con “GiùBOX” di YoSoNu, moniker dietro il quale si cela il batterista e architetto calabrese Giuseppe “Drumx” Costa. In chiusura di numero, l’istantanea di Corzani Airlines dedicata a Boubacar Traorè.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES

L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Assurd - Nozze d’argento (Iesce Sole, 2016)

“Nozze d’argento” non è solo il titolo del sesto album del trio vocale delle Assurd, ma è anche una tappa importante del loro straordinario percorso artistico e musicale. Cristina Vetrone, Lorella Monti e Enza Prestia sono le protagoniste indiscusse di questo percorso che durante venticinque anni di carriera si è arricchito di solide collaborazioni, come quella con la cantante salentina Enza Pagliara, e di un sodalizio artistico con la danza, che ne fa in qualche modo il loro tratto identitario. Innumerevoli sono, infatti, le collaborazioni delle Assurd con compagnie di danza nazionali e internazionali e ormai non si contano più le loro lunghe tournée in giro per il mondo, nei più importanti teatri del pianeta. Tanto che è più insolito incrociare le ragazze in qualche sala da concerto in Italia che alla Place des Arts di Montréal, o in occasione di una rassegna musicale marsigliese, come in un teatro in Olanda o in Germania. “Nozze d’argento” però, è una storia diversa. È il disco delle Assurd, è il disco di Cristina, di Lorella, di Enza, è una riflessione sulla loro storia di donne, di cantanti, di ragazze del sud (Cristina e Lorella hanno sangue campano, Enza è italo-argentina) che si ritrovano oggi, con una più grande maturità artistica e musicale, a ripensare il proprio percorso come in una lunga e bella, ma spesso anche difficile, storia “matrimoniale”. 
Nel senso di una storia in cui si mette e rimette continuamente in gioco tutto, le scelte, i traguardi, le relazioni con il mondo esterno, ma soprattutto il rapporto con l’altro (nel matrimonio), con le altre (nel caso di questo straordinario connubio musicale). Il fatto è che, anche quando si parla di musica, con le Assurd e delle Assurd, non si può non scivolare nel personale, nel quotidiano, nell’ordinario. Sì perché, nella vita di queste originalissime cantanti la musica e tutto il resto sono una cosa sola. La loro esistenza quotidiana è fatta di musica e la loro musica è totalmente impregnata del loro vissuto. È questo, d’altronde, che fa delle Assurd un trio vocale unico e un’esperienza artistica e umana fuori dal comune. Abbiamo lasciato a loro la parola, perché ci facessero il punto del loro ménage, ci raccontassero la genesi e gli sviluppi di “Nozze d’argento” e ci confidassero i loro segreti di artiste. 

Come si riassume il vostro percorso artistico lungo venticinque anni?
Cristina Vetrone - Come un matrimonio. Con alti e bassi, come tutti i matrimoni, ma in fondo, come una storia che dopo tanti anni – ti dici –, dopo tutto funziona. Un vero e proprio matrimonio, con le sue crisi, come quella classica del settimo anno, ma un matrimonio dove vige grande rispetto. Adesso, per noi tre, questa è una sorta di seconda giovinezza.
Lorella Monti - Ci sono state delle crisi a volte che ci hanno portato a chiederci “e adesso, come ci comportiamo?” Proprio come nelle coppie vere, ci siamo dette, “bene, adesso ci riproviamo, andiamo tutte in terapia coniugale…” scherzo, ovviamente, ma il senso è trovare una via per migliorare il modo di stare insieme e la qualità di quello che facciamo. E poi, come dice Cristina, è arrivata questa seconda giovinezza.
Cristina Vetrone - Ma chiamiamola piuttosto “prima vecchiezza”. 

Potreste definire la natura di queste “crisi” e come si sono risolte?
Cristina Vetrone - A volte eravamo semplicemente annoiate, ci appoggiavamo su quello che avevamo fatto negli anni passati. Non scrivevamo più pezzi nuovi. Ci siamo adagiate, anche se questo non toglie tutta la passione che abbiamo sempre messo nel nostro lavoro. Suonare è sempre un piacere. Ad un certo punto, però, tutte abbiamo avuto un desiderio creativo. L’input è venuto da Bigonzetti che ci ha commissionato un’opera di due ore. Era l’estate del 2014 e ci siamo ritrovati a vivere insieme (con gli altri musicisti), per scrivere le musiche dello spettacolo. 
Lorella Monti - L’opera è “Alice nel paese delle meraviglie”. Da questo momento per noi c’è stato un vero e proprio scatto. Abbiamo cominciato ad acquisire la consapevolezza e la capacità di poter fare dei brani diversi nel sound. Bigonzetti ci ha permesso di spaziare, di trovare nuove soluzioni, rispetto al modo di fare musica delle Assurd: tre voci (quattro con Enza Pagliara), organetto e tamburello. Per “Alice” al quartetto vocale si è aggiunta la fisarmonica di Antongiulio Galeandro. Così, abbiamo arricchito l’organico strumentale e ci siamo misurate con canti in spagnolo, francese e inglese.
Cristina Vetrone - Abbiamo partecipato alla composizione e all’arrangiamento dei brani in modo corale. 
Lorella Monti - A volte l’idea musicale era lanciata da una di noi e poi si lavorava insieme. Nella fase finale del lavoro abbiamo fatto una residenza in Puglia. Abbiamo fatto una pre-produzione che ci ha molto entusiasmato. Ci vedevamo e stavamo insieme per giorni, per lavorare alle composizioni. Questo modo di scrivere ci ha dato la possibilità e la voglia di continuare a lavorare sui brani. È stato prodotto anche un disco che è uscito nel 2014.

Poi, due anni dopo questa esperienza intensa esce il vostro disco, il disco delle Assurd. Cos’ha di nuovo questo vostro disco?
Lorella Monti - Alcuni dei brani scritti per “Alice” li abbiamo ri-arrangiati, perché avevamo voglia di farli nostri.
Cristina Vetrone - Rispetto ai precedenti dischi delle Assurd, ci assomiglia. Assomiglia a noi tre. Mi spiego meglio. In questi anni, abbiamo fatto tanti viaggi, tante esperienze artistiche, ma spesso non eravamo noi a decidere le “nostre destinazioni”. Procedevamo un po’ così, a volte registrando anche dischi che non ci appartenevano in profondità, che ci rappresentavano un po’ meno. 
Lorella Monti - Questo invece è il primo disco che noi sentiamo davvero nostro. Siamo noi. Anche i brani che avevamo già eseguito in “Alice”, adesso li sentiamo davvero nostri. Ci abbiamo tenuto a rifarli nel nostro disco ed è un’altra storia.  Il brano “Scuitata”, per esempio, è arrangiato diversamente rispetto ad “Alice”. Nel brano “Lunatica” scritto da Enza Prestia, c’è l’intervento di Ciccio Merolla. Le fate, invece, l’ho scritta proprio per noi, il testo è mio. Si chiama “E fate so turnate” proprio perché ci stavamo riprendendo, ci stavamo riconoscendo, com’era una volta, quando eravamo ragazze. Per questo Cristina parla di una “seconda vecchiezza”. Parla di noi, di corpi pesanti, di capelli bianchi, neri, e di tutto ciò che ci è successo in questi anni.

Come sono stati composti i brani del disco?
Cristina Vetrone - Quando ci incontravamo, partivamo da alcune idee di base e poi tante altre si aggiungevano passando del tempo insieme, condividendo le giornate cantando, suonando, o anche stando semplicemente insieme. Le idee venivano fuori naturalmente. I testi sono quasi tutti originali. Il testo della prima tarantella intitolata “Pulcinella” è ispirato a un libro di un filosofo vivente (ndr “Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi” di Giorgio Agamben). Me lo ha regalato un’amica torinese. Avevo un’idea musicale in mente che però era ancora vaga. Poi, ho aperto il libro per cercare una frase su Pulcinella che potesse essere d’ispirazione. Allora è uscita l’intervista di questo filosofo che chiedeva a Pulcinella “ma tu che hai una maschera, che guardi il modo da sotto la maschera, piangi o ridi? E lui gli risponde che quando guarda il modo piange e ride, però questi due sentimenti si sono così intrecciati che non sa più distinguerli. E infatti il mio testo dice “chiagnene ridene ridene chiagnene”. Ecco, per esempio, come è nata questa tarantella. “Mmaculatella e a luna”, invece, è la vera storia di una nostra zia emigrata in America, ed è vero anche che siamo andate a cercarla con l’aiuto di un amico che ci ha indicato la sua pasticceria a Brooklyn. “Lunatica” è un pezzo molto femminile perché parla degli umori del ciclo, ma è anche un canto sul disagio. Anche “Scuitata” riprende queste tematiche perché parla della rabbia femminile. “Io sono pazza e scuitata”, dice il testo e “scuitata” vuol dire senza quiete, “mi avveleno sempre di più, sono come una lama di coltello, metto sotto a chi vuoi tu”. È proprio un testo sul delirio femminile, il malessere della donna. Una sorta di pizzica moderna ma su un altro ritmo, un ritmo napoletano.
Lorella Monti - Quando abbiamo cominciato ad eseguire questi brani da sole in concerto, ci piaceva troppo. Abbiamo cominciato a sentirli sempre più nostri. Quando ascoltiamo il disco di “Alice”, invece, sentiamo che non siamo ancora completamente dentro. Dopo aver rodato, invece, e fatto veramente nostro questo repertorio di canti, adesso è un’altra storia. Per cui registrare i brani per “Nozze d’argento” per noi tre è stato come raggiungere un traguardo, anche rispetto a tutti gli altri nostri dischi. 
Ci teniamo proprio tanto a questo disco e ci piace molto. Anche il lavoro con il nostro direttore artistico Elio 100 grammi è stato molto bello: la sala, la programmazione, persino fare le foto. Quello con Elio è stato un incontro meraviglioso (ndr Elio 100 Gr. Manzo, è il componente dello storico gruppo dei Bisca). Abbiamo registrato a Caserta, e poi il missaggio lo ha fatto Bob Fix. 
Cristina Vetrone - Quello che ci è piaciuto, per esempio, è stato accogliere ospiti che avevano il piacere di suonare con noi. 
Lorella Monti - Tra gli ospiti che hanno partecipato al disco, solo due sono stati invitati da noi. Carlo Maver (al bandoneon) e Ciccio Merolla (alle percussioni) sono una nostra esplicita richiesta, gli altri passavano in studio, ascoltavano il lavoro e chiedevano di partecipare.

Cosa rappresenta per voi questo disco e cosa vi aspettate?
Cristina Vetrone - Di fare tanti concerti, lavorare, sviluppare nuove idee. Noi lavoriamo molto con la danza, invece adesso abbiamo voglia di fare dei concerti. È una dimensione che, rispetto a tanti anni di danza, ci sta entusiasmando tanto. La danza è fissa, ci obbliga a non variare nella musica e nell’accompagnamento. È anche un altro tipo di emozione.
Lorella Monti - C’è stato uno scatto di maturità e di sicurezza da parte nostra, con questo disco. Ci siamo messe in gioco. Prima, invece, non ci spostavamo tanto rispetto alle certezze che avevamo e non sperimentavamo. Ora invece, osiamo, siamo molto più sicure. Tra noi non emerge una voce solista. Siamo ben amalgamate. È stato questo il nostro traguardo. A noi piace proprio così. Adesso abbiamo raggiunto degli incastri davvero perfetti tra di noi. 

Non andate mai alla ricerca di trucchi. Non fate scelte alla moda… 
Enza Prestia - Il motore che ci fa lavorare è il piacere di suonare insieme, anche nei momenti più difficili. In questo disco abbiamo cercato nuovi stimoli, lavorato molto sulla struttura e a nuove soluzioni musicali possibili. Ecco, “Nozze d’argento” è la forza di un’identità personale messa in coro. Oggi ci distinguiamo più che mai per questo. Ognuna di noi ha un ruolo preciso e anche un carattere che emerge. Ognuna ha un modo di portare la stessa canzone. Per noi questo significa realizzare un incontro sia musicale che umano. Musicalmente abbiamo vissuto un vero e proprio processo di presa di coscienza, ma molto diverso per ognuna di noi. Cristina ha sempre avuto molta padronanza della voce e dell’organetto. Adesso anche io e Lori sentiamo di aver compiuto questo processo. In questi venticinque anni ci siamo nutrite di questo carattere musicale che ci ha permesso di crescere. 
È come quando devi produrre un’opera d’arte, a furia di riprodurre, poi trovi la tua via. Personalmente, non avevo esperienza della tradizione. Condividevo un sentire, ma sono andata molto per simpatia e per similitudine, quindi questo mi ha permesso negli anni, proprio attraverso l’imitazione, di trovare il mio carattere, al punto che oggi mi appartiene. Canto le mie cose, ma adesso mi sento anche di appartenere alla tradizione che cantiamo. 

Nel panorama generale della musica tradizionale italiana, come vi collocate e come collocate questo disco?
Enza Prestia - Noi veniamo da una realtà popolare, ma per noi “popolare” significa relazioni, contatto, comunicazione. Poi non ci importa più di tanto di essere rigidamente nella tradizione, ma usiamo tutto quel bagaglio per comunicare. È questo il nostro essere popolare: arrivare alla gente. 
Cristina Vetrone - Siamo filologiche nella comunicazione. Il resto non ci interessa perché non ci appartiene. Anche questo finto andare oltre la tradizione non ci interessa. Ci interessa essere vicini all’essenzialità. 
Enza Prestia - Autentiche, questa è la parola giusta che ci corrisponde. Se tu la vivi davvero un’emozione, puoi trasmetterla. E allora cosa c’è di più popolare di questo?



Assurd - Nozze d’argento (Iesce Sole, 2016)
Ironiche, passionali, tormentate, vere sono ognuna delle undici tracce contenute in “Nozze d’argento”. Assomigliano a loro, a Cristina, a Lorella, a Enza, tutte, dalla prima “Pulcinella”, all’ultima “Vinticinqueanni”. Gli arrangiamenti, sempre molto puliti e essenziali, si limitano a colorare e a sottolineare dei testi carichi di passione e di storie di vita, come tradizione vuole. “La nave delle spose” è il racconto delle donne che attraversavano l’oceano per sfuggire alla miseria cercando in un matrimonio combinato (“per procura”) nel nuovo continente una sorte più clemente. Questi testi trasudano femminilità, fierezza, speranza, dolcezza, tormento, desiderio e non poteva essere altrimenti con le Assurd. Musicalmente, come non dare ragione a queste ragazze che ci hanno espresso tutta la coscienza della propria maturità artistica. Le loro voci si amalgamano in modo estremamente naturale e compiuto in un brano vocale come “Pass o tiemp”, per raggiungere una impareggiabile maestria in “E fate so tornate”, uno straordinario ritratto autobiografico assolutamente perfetto nella struttura, negli incastri vocali e strumentali e nella forza espressiva delle singole voci. In questo perfetto equilibrio delle parti, si inseriscono magistralmente le incursioni degli amici ospiti che hanno prestato il proprio talento musicale inserendosi in punta di piedi in questa ricca trama musicale, espressiva e esistenziale. Quelle di Elio 100GR. (Bisca) in “Vagando” sono delle delicatissime pennellate di colore, discrete e intense, come se da sottili fessure entrassero le prime luci dell’alba. Di grande forza propulsiva è, invece, la percussione di Ciccio Merolla in “Lunatica”, che sembra scandire un rito tribale arrabbiato, intenso, doloroso che poi diventa liberatorio e liberato dalla pelle del tamburo. L’intervento del beatboxer campano Devò dà senso alla ripresa di un classico come “Tammuriata nera”, unica traccia tradizionale del disco. Essenziale il sostegno armonico di Fulvio Di Nocera, in “Doremifasol” e poi soprattutto in “La nave delle spose”, dove sembra descrivere l’andamento regolare della nave e accompagnare il percorso più rocambolesco delle armonie del bandoneon di Carlo Maver. “Nozze d’argento” è un disco che si ascolta tutto d’un fiato, come un’esperienza catartica: dopo aver attraversato la ricca gamma delle passioni umane, ti lascia in silenzio, nella quiete e nel piacere estatico dell’ascolto vissuto. Le Assurd ci hanno abituati a un sentire che va oltre la voce, le armonie, i ritmi, e soprattutto gli artifici dell’era discografica moderna. Il loro è un sentire profondo, carnale, femminile e plurale. Artisticamente, il loro lavoro è la democrazia dell’espressività vocale, senza gerarchie, senza servi e senza padroni. È materia viva che sgorga da voci senza tempo.  



Flavia Gervasi

Alfredo Napoletano/Raffaello Converso/Antonello Paliotti - Ammore busciardo dell’ultimo “posteggiatore” - a cura di Roberto De Simone (Zeus Records, 2016)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Il mondo dei posteggiatori è tramontato con i mutamenti sociali della città di Napoli, l’avvento di una differente produzione della musica e del suo consumo, la trasformazione radicale del paesaggio sonoro della metropoli. Parliamo dei prufessori ‘e cuncertino, esecutori professionisti urbani ambulanti, che si configurano come mediatori della comunicazione tra forme di canzone d’autore e mondo di tradizione orale. Musici e cantori che girovagavano tra piazze e taverne o si collocavano presso ristoranti famosi. Al termine della loro esibizione giravano per raccogliere l’obolo, che non era per nulla elemosina. Erano diversi tra loro per impostazione e stili vocali, rimasti immutati almeno fino agli anni Cinquanta del Novecento. Nei decenni successivi la crisi della posteggia si acuisce, sul finire del secolo scorso non restano che pochi sopravvissuti di età avanzata. Desta, allora, grande interesse “Ammore Busciardo”, album pubblicato dalla Zeus Records del produttore Espedito Barrucci, un documento prezioso ideato e curato da Roberto De Simone (in procinto di dare alle stampe per Einaudi una nuova opera sulla canzone napoletana che non mancherà di sparigliare le carte della conoscenza sulla storia dell’arte del canto a Napoli), che ha ‘scoperto’ e portato in studio Alfredo Napoletano (classe 1949), di professione barbiere, per incidere undici splendidi celebri brani, selezionati tra tanti. 
Le armonizzazioni sono opera di un duo di sapienti strumentisti, Raffaele Converso alla chitarra e Antonello Paliotti al mandolino: come dire andare a colpo sicuro per tecnica, raffinatezza ed esperienza. A dire il vero Napoletano, barbiere di Via Foria, canta da sessant’anni, perché nella sua vita, oltre a tagli e rasature, ha un passato di cantante nelle feste di piazza e ai matrimoni. Per di più, la sua bottega è stata frequentata da Sergio Bruni, Eduardo De Filippo e tanti altri nomi famosi dello spettacolo, nonché dallo stesso De Simone, il quale, nel sentirlo cantare in maniera informale nel corso di una chiacchierata sugli autori della canzone classica napoletana mentre ricorreva al servizio dell’artigiano, si rese conto di trovarsi di fronte al testimone di una vocalità antica. Scrive il musicologo nelle note di presentazione del CD: «Constatai la sua naturale intonazione ed impostazione dei suoni nel percorso melodico dei vari intervalli e subito mi resi conto che la sua maniera di cantare presentava tratti in comune con lo stile dei posteggiatori più tradizionali [...]. Alfredo, a mio avviso, rappresenta un insolito epigono di uno stile orale che connotava l’autentico stigma dei cantori girovaghi, dei rinomati musici-barbieri, dei cosiddetti posteggiatori, avendo egli plasmato la sua educazione di cantante attraverso lo specchio di modelli acquisiti dall’ascolto e non dall’apprendimento scolastico». 
È un modo di cantare lontano dalla lezione del solfeggio, il cui melodismo non rispetta i valori della battuta musicale, la cui tessitura vocale si poggia sul ritmo dato dei fonemi dei testi della canzone, favorisce l’emissione di suoni naturali, con impostazioni di gola e di testa, prossime alla tradizione dei falsettisti. Il programma del disco comprende tre canzoni risalenti alla fine dell’Ottocento (“Serenata napoletana”, “’E trezze ‘e Carulina” e ‘A vucchella”, quest’ultima trascritta dallo stesso Maestro De Simone per solo per mandolino sullo stile del posteggiatore Mimì Pedullà); una seconda sezione di brani ha visto la luce tra primo dopoguerra e inizio degli anni Trenta (“Presentimento”, “Core signore” e “Tutta pe ‘mme!”); c’è, infine, un gruppo più consistente di sei canzoni prodotte tra fine anni Trenta e Quaranta (“Che t’aggia di!”, “Ammore Busciardo”, “Bona fortuna”, “’E rrose parlano” e “Desiderio”). Il lavoro di arrangiamento non ha toccato il modello canoro di Napoletano, piuttosto ha agito sull’espressione dell’accompagnamento, imponendo un uso non eccessivo delle armonie, nel rispetto degli stili originali delle canzoni, senza interventi ritmici della chitarra, i cui accordi sono realizzati con poche corde, al fine di non intaccare la centralità espressiva del canto di Napoletano, il quale sfoggia un portamento nobile, una pregevole qualità timbrica e un fraseggio delicato, concentrando in sé una tradizione gloriosa della città. Dopo tanti anni il sogno di Alfredo di incidere un disco si è avverato: e che disco! 


Ciro De Rosa

Guo Gan - Aly Keita – Peace in the world (Felmay Records, 2016)

Non nuovo ad incontri inaspettati ed attraversamenti sonori inconsueti come dimostrano “Lune de Jade” con il polistrumentista turco Emre Gültekin e “The Kite” con il percussionista francese Lou Barrow, il maestro dell’ehru cinese (fidula a due corde di origine centroasiatica) Guo Gan, ha dato vita ad un nuovo e sorprendente viaggio sonoro in compagnia del musicista ivoriano Aly Keita, talentuoso suonatore di balafon, strumento tipico della tradizione dei griot. Il risultato è “Peace in the world” disco, registrato agli Evasion Studio di Nanterre, Paris in Francia nel novembre del 2015, e nel quale hanno raccolto dieci composizioni originali di cui sei firmate da entrambi. Laddove i precedenti lavori di Guo Gan erano incentrati prettamente su un lavoro di esplorazione e rispettiva compenetrazione tra universi sonori differenti, quel nuovo album ci svela qualcosa in più ovvero una alchimia sonora perfetta in cui le corde metalliche dell’ehru, sfregate dall’archetto, tessono eleganti trame sonore dense di lirismo in cui si inserisce la potenza evocativa del balafon dando vita ad un incredibile interplay melodico e ritmico. In questo senso particolare importanza assumono i background artistici dei due strumentisti in grado di far dialogare le rispettive tradizioni musicali, partendo da concezione aperta della world music. Suoni antichi ed ancestrali le cui origini sembrano perdersi nella notte dei tempi, vengono proiettati verso il futuro attraverso virtuosismi e spaccati improvvisativi, dando vita a composizioni articolate e ricche di straordinarie intuizioni. E’ il caso dell’iniziale “Zebra” nella quale il ritmo in crescendo del balafon, increspato dalle impunture melodiche dell’erhu, evoca lo scalpitare degli zoccoli di una zebra che si muove ora veloce, ora circospetta nel silenzio dei grandi spazi aperti africani. Si prosegue con il solo di balafon di Aly Keita in “Dream of Mikael” e con la suggestiva “Mongolian Girl” in cui a guidare la linea melodica è l’ehru di Guo Gan. Il cuore del disco è rappresentato dai brani co-firmati da i due strumentisti aperto dalla trascinante “Harveting Season”, che sovrappone due istantanee della stagione del raccolto creando un parallelo tra Africa e Cina. Se “Danse tribale” sembra rimandare alle ritualità delle danze africane, la successiva “Kalimba” ci offre un sorprendente dialogo tra l’erhu e il balafon. La melodia festosa di “Carnival of the Animals” e la title-track ci conducono verso il finale in cui fanno capolino la superba “La course du Cheval” e il solo di ehru di Guo Gan in “Naturel and Dream” che suggellano un disco di rara bellezza ed intensità. 


Salvatore Esposito

Babel Med Music, Les Docks des Suds, Marsiglia, dal 16 al 18 Marzo 2017

La tredicesima edizione dell'Expo marsigliese dedicata alla world music (e da quest'anno anche al jazz) ha convogliato come al solito l' interesse di migliaia fra appassionati, addetti ai lavori, giornalisti, promoter, produttori discografici, direttori artistici e, naturalmente, musicisti. I numeri sono importanti: 130 stand, oltre mille delegati e centinaia di visitatori rendono Babel Med una delle manifestazioni del settore più importanti in Europa e seconda solo al Womex, fiera che quest'anno si svolgerà a Katowice, in Polonia, nell'ultima decade di ottobre. Oltre ad alcuni stand istituzionali ben gestiti e organizzati (Catalogna, i padroni di casa della Regione ospitante, Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Belgio e Scozia) la fiera si è caratterizzata per la presenza di stand e delegati da ogni parte del mondo a rappresentare agenzie, festival e artisti praticamente da tutti gli angoli del pianeta, inclusi Corea, Costa d'Avorio, Capo Verde (che si prepara all'importante appuntamento dell'Atlantic Music Expo previsto per il mese prossimo) e l'interessante postazione della Sony-Africa. Assai frequentati i due maxi-stand Italiani, Puglia Sounds e la novità Italian World Beat, ambedue attivissimi durante tutte le tre giornate dell'Expo. Proprio Italian World Beat ha rappresentato la new-entry italiana a Marsiglia: 
un hub che possa consentire agli operatori di accedere ai circuiti internazionali, ideato da Fabio Scopino e che ha coinvolto già un cospicuo numero di persone e instancabilmente condotto durante i tre giorni strategie di cooperazione con altre realtà europee anche per l'immediato futuro. La gittata a lunga scadenza prevede anche una label dedicata a proposte italiane di qualità sempre con un occhio verso l'esportazione. Ma il Babel Med è anche (e per certi versi, soprattutto) un festival musicale di altissimo livello con proposte varie e spesso interessantissime. Suddivisi su tre sale, due “standing” e una più piccola allestita come un piccolo teatro da 200 posti, si sono susseguiti una trentina di concerti, che hanno dato una buona rappresentazione di quello che è lo stato dell'arte nel circuito delle “musiche del mondo” (e da quest'anno anche di certo jazz). L'immagine più forte dell'intero Festival è la standing ovation riservata dal pubblico di una strapiena Salle Cabaret ai coreani Black String, già esibitisi allo scorso Womex, con il loro mix di strumenti della tradizione e un approccio iconoclasta che deve tanto all'improvvisazione radicale quanto a suoni addirittura post-rock. O il concerto di Lura, star capo-verdiana, l'alta affluenza al suo set ha costretto l'organizzazione a chiudere le porte a spettacolo appena iniziato. Insomma, a Marsiglia il pubblico frequenta con entusiasmo i concerti del Babel Med (o meglio, gli show-case, visto che la durata non supera i quaranta minuti) che sono la parte “pubblica” della manifestazione, giustapposta alla mostra-mercato per i soli addetti ai lavori . Fra le cose più belle viste e ascoltate nelle tre sale de “Les Docks des Suds” sicuramente il concerto della violinista e cantante estone Maarja Nuut: eccezionale strumentista e performer, accompagnata ai campionatori e live electronics da Hendrik Kaljujarv, ha offerto una rarefatta esibizione basata sulla rielaborazione in chiave elettroacustica di danze e ballate delle tradizione con brani in buona parte tratti del bellissimo disco “Une Meeles” dello scorso anno (cfr. ). 
Detto del bellissimo concerto dei Black String, da segnalare anche lo storico coro corso A Filetta, sempre emozionanti ancorché disturbati dal sound-system della sala Mirabeau e da qualche squillo di cellulare di troppo. Poi, quel vecchio leone di Rachid Taha che, da grande istrione quale è, ha fatto ballare, divertire, ma anche riflettere su istanze importanti, un migliaio di persone; il bel connubio flamenco-arabo fra la chitarra andalusa di Juan Carmona e il mandoluth algerino di P'tit Moh in un tripudio di cante hondo, canto chaabi e con la danza del bravissimo Sergio Aranda a catalizzare l'attenzione del pubblico. Parentesi non richiesta ma dovuta: possibile che nel 2017, anche grandi strumentisti come i leader di questo progetto, all'inseguimento della chimera di un suono acustico e puro, consentano ai propri preziosi strumenti di essere amplificati, anche in posti che hanno un'acustica mediocre, soltanto con un microfono davanti alla buca con l'effetto di un suono che sembra proveniente da un acquario (Carmona) o che addirittura risulta quasi inaudibile (P'tit moh)? Sacrificare la bellezza di un suono “vero” in cambio di una maggiore presenza, non mi sembrerebbe un peccato grave, specie alla luce delle enormi possibilità, tutt'altro che costose, offerte oggi dalla tecnologia. 
Belli anche i concerti delle dive africane, soprattutto la sudanese Alsarah, che filtra la cultura araba e quella nera con un groove tipicamente americano (la cantante vive a New York). Gradevolissima anche Awa Boussim, dal Burkina Faso, grande presenza scenica e ottima band, e anche la diva pop marocchina Fatima Tactchout, con un suono retro e tecnologico al tempo stesso che, se su disco risulta poco interessante, ha una riuscita “live” decisamente migliore. Da segnalare anche il concerto delle galiziane Ialma, acccompagnate dal mago belga dell'organetto Didier Lalois. Graditissima dal pubblico la performance dei veterani Speed Caravan di Mehdi Haddab, con quaranta minuti giocati a velocità (e volumi) altissimi. Deludenti, a dir poco, i greci Imam Baildi, con uno show che è risultato un display di luoghi comuni e un mix poco riuscito di stili quali il rebetiko, i generi “oriental” e l'hip-hop. Da rivedere Betty Bonifassi, cantante di Nizza trapiantata in Canada, con il suo repertorio di “slave songs” attualizzate: grande carica ma progetto da maturare. Poco interessanti i cubani Vocal Sampling, bravi, ma autori di una proposta piuttosto scontata e la band catalana Txarango con il suo banale mix di reggae e ritmi caraibici. 
Infine, la splendida performance dei pugliesi Bandadriatica, già protagonisti della scorsa edizione, frizzante ensemble con il gusto del gioco e della citazione, che hanno presentato uno show trascinante e solido, cantato e suonato benissimo e assai apprezzato dal pubblico della Sala Mirabeau. Bandadriatica è uno dei migliori live-act italiani al momento e il suo leader Claudio Prima ha mostrato di essere non solo un ottimo organettista e cantante ma un capace intrattenitore. Bravi davvero. Fra le iniziative collaterali, da segnalare la presentazione del bellissimo cd “Il Sole non si Muove” della Compagnia Rassegna (di cui parleremo nei prossimi numeri), disco insignito del premio dell'Accademia Charles Cros, e la premiazione di Rachid Taha con il premio Babel Med Music consegnatogli durante il concerto. 


Gianluca Dessì
Foto di Valerio Corzani