BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

venerdì 28 giugno 2013

Numero 106 del 28 Giugno 2013

Il primo Blogfoolk estivo si apre all'insegna della didattica, presentando "Tammurrianti", un metodo per tammorra e tamburello in DVD di cui ci parlano gli autori Emidio Ausiello e Michele Maione. Focus sull’Irish traditional music con “The Thrush In The Storm", nuova produzione dei Dervish, da oltre due decadi una delle band di punta della scena irlandese, a cui va il consigliato blogfoolk, e “Celtic Fragments” dei Whisky Trail, altrettanto storici cultori italiani di musica e cultura d’Irlanda. La canzone d'autore ha il suo spazio con "Il Vespero Vermiglio" di Margot e "Non C'è Limite al Meglio" dei lombardi Sulutumana, mentre per la rubrica Suoni Jazz vi presentiamo il nuovo album di Francesco Turrisi. Non mancano né la consueta rubrica Letture, con il volume di Gianfranco Spitilli “Tra Uomini e Santi", studio antropologico dedicato all’uso cerimoniale dei bovini nell’Italia centrale, né lo sguardo all'universo rock, proposto da “Extended Play” di Cheatahs. Puntuale la chiusura, affidata al Taglio Basso di Rigo…

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Tammurrianti: Intervista a Michele Maione

In occasione della pubblicazione del progetto didattico “Tammurrianti”, metodo in dvd dedicato all’apprendimento della tammorra e del tamburello, abbiamo intervistato il percussionista partneopeo Michele Maione, curatore dell’opera insieme ad Emidio Ausiello, ed insieme a lui abbiamo ripercorso la genesi di questa interessante idea per diffondere la cultura delle percussioni popolari, senza dimenticare alcuni focus sulle tecniche di insegnamento, e le criticità incontrate. 

Come nasce il progetto didattico Tammurrianti? 
Il progetto Tammurrianti nasce dall'esigenza e la volontà di due percussionisti napoletani di iniziare a creare un percorso didattico sui tamburi a cornice della tradizione italiana: la tammorra e il tamburello. Abbiamo impiegato circa due anni per realizzare questo lavoro, ci siamo resi conto che erano tante le cose da dire e da far vedere, ma allo stesso tempo parlare dei ritmi e delle tecniche della tradizione popolare è qualcosa di molto delicato, di conseguenza tutto questo tempo ci è servito a mettere a punto una vera e propria sceneggiatura cercando di non trascurare nessun aspetto. Ma la vera novità di questo lavoro è quella di trattare lo strumento in questione, didatticamente come tutti gli altri strumenti musicali, con tanto di notazione, esercizi eseguiti con il metronomo a diverse velocità, riprese con tre telecamere per avere prospettive diverse. 

Dagli stage didattici al dvd, quali sono le potenzialità di un metodo per tamburello su dvd, e quali sono i limiti? 
Tutto quello che abbiamo inserito in questo lavoro è il frutto di anni di esperienza, sia musicale, avendo rappresentato questi tamburi nei maggiori festival internazionali di musica etnica, sia didattica con stage, laboratori e seminari che teniamo in giro per l'Italia. Chiaramente un DVD non può mai sostituire un vero e proprio maestro, ma la potenzialità è quella di avere dei riferimenti chiave sempre a portata di mano, quindi consultabili in qualsiasi momento. 

Al progetto hanno aderito anche alcuni importati artisti come Anna Cinzia Villani, Antonio Infatino e Valentina Stella, quanto è stato importante il loro apporto? 
Il video si compone oltre che della parte didattica in studio, di una parte “dimostrativa”, atta a dare degli spunti pratici su come si può applicare ciò che abbiamo spiegato nel capitolo in questione. Siccome “Tammurrianti volume 1” tratta dell'approccio alle tecniche tradizionali, abbiamo coinvolto importanti esponenti del campo, a partire da alcune paranze campane per rappresentare i diversi stili di “tammurriata”, a personaggi di spicco per rappresentare invece i vari stili di tarantella dell'Italia centro-meridionale. Antonio Infantino invece ha scritto la prefazione del libro offrendo degli spunti interessantissimi su come i ritmi delle danze tradizionali si armonizzano con il nostro corpo. 

Quali sono i segreti del vostro metodo didattico? 
In realtà non ci sono segreti, noi ci siamo messi nei panni di una persona che non conosce affatto questo mondo, quindi abbiamo puntato sulla semplicità, sulla chiarezza, ma soprattutto sul rispetto nei confronti di questi strumenti che hanno una storia millenaria, e che oggi hanno bisogno di una loro giustizia didattica ,dato che l'interesse oramai è trasversale, da percussionisti a compositori ma anche semplici amatori. 

Voglio indossare i panni dell'avvocato del diavolo. Quanto conta la pratica sul campo e il talento, rispetto all'apprendimento didattico? 
Sicuramente la pratica ed il talento sono requisiti fondamentali ma che devono essere abbinati ad un giusto percorso di formazione didattica, ma questa è una cosa che vale per tutte le arti e tutte le discipline. 

Parallelamente alla pubblicazione di questo dvd, la vostra attività didattica con stage e laboratori non si è mai fermata, le due cose sono dunque complementari? 
Certo, il DVD-libro ci sta anche servendo come materiale didattico da integrare ai nostri laboratori. La soddisfazione più grande che abbiamo avuto ultimamente, è l'interesse di alcuni conservatori d'Italia che ci invitano a tenere seminari ed a presentare il lavoro. E' fondamentale che il sistema accademico musicale italiano si avvicini al mondo dei tamburi a cornice. 

Quali sono le basi tecniche per poter approcciare lo studio dei tamburi a cornice? 
Tenendo conto delle tante sfaccettature che uno strumento può avere dal punto di vista tecnico, il principio di base è quello di ottenere la maggiore e migliore sonorità con il minor sforzo possibile. Il tamburo deve essere un prolungamento del nostro braccio, quindi non bisogna suonare solo con le mani ma con la partecipazione dei muscoli di tutto il corpo in maniera organica. 

Lo studio delle percussioni popolari implica anche profonde conoscenze sulla musica tradizionale, è per voi una conditio sine qua non? 
Imparare a suonare una tammurriata o una tarantella non è cosa facile, fondamentale è la frequentazione e la pratica con suonatori, cantatori e danzatori esperti; il compito di un metodo didattico è quello di fornire il supporto tecnico, ma il linguaggio va assimilato sul campo. Questo concetto però non vale solo per la musica tradizionale ma per qualsiasi tipo di musica, il jazz, la musica classica, il rock, ma anche il teatro e la pittura.

Cosa non deve fare un insegnante di percussioni tradizionali, che può essere dannoso per chi apprende? 
Dire che esiste un solo modo per poter accompagnare uno stile o un altro di danza, dare la verità assoluta. Il bello della musica popolare è che il ritmo si adatta al corpo e alla mente di ogni singolo suonatore, cantatore o danzatore. 

Concludendo, quanto ha influito la vostra formazione, nel vostro metodo didattico? 
Il nostro metodo didattico è il prodotto della nostra formazione diciamo trasversale, nel senso che ruota attorno alle percussioni etniche del mondo, per cui abbiamo avuto la possibilità di comparare gli strumenti che suoniamo fra di loro. Come per gli uomini, l'evoluzione degli strumenti musicali nasce dal loro incontro e confronto. 


Tammurrianti, Metodo Pratico Per Tammorra e Tamburello, Polo Sud, Libro+DVD, Euro 20,00 
Inedita iniziativa editoriale e didattica, “Tammurianti” è un metodo in dvd per tammorra e tamburello, ideato e curato dai percussionisti napoletani Emidio Audiello e Michele Maione, e pubblicato dalla sempre attiva etichetta partenopea, Polo Sud. Accompagnato da un corposo libro con ben centocinquanta esercizi, il video è suddiviso in due parti, la prima dedicata alla Tammorra, tamburo a cornice tipico della tradizione musicale campana, mentre la seconda è incentrata sul Tamburello, in relazione al suo utilizzo nella tarantella montemaranese, calabrese, e siciliana, nel saltarello abruzzese, e nella pizzica salentina. Si tratta ovviamente di un progetto editoriale destinato ad un target di utenti, con alle spalle già una formazione musicale, tuttavia non si può negare la sua importante portata divulgativa. Emidio Ausiello e il giovane, ma talentuoso, Michele Maione, ci guidano attraverso un universo incredibilmente affascinante, facendoci scoprire non solo gli aspetti tecnici, ritmici e qualche segreto del mestiere, ma ci consentono di immergerci profondamente nel linguaggio della tradizione. Grazie anche alla partecipazione di alcuni ospiti d’eccezione come Valentina Stella, Lorella Monti, Cristina Ventrone, Antonio Infantino ed Anna Cinzia Villani, vengono contestualizzati dal punto storico e musicale, la tammorra e il tamburello, i due principali tamburi a cornice del meridione d’Italia, e per ogni danza ed ogni canto, è davvero splendido poter poi vedere alcune interessantissime dimostrazioni pratiche. Nel complesso “Tammurrianti” ha il pregio di non porsi come un surrogato dell’esperienza o delle lezioni frontali, ma piuttosto diventa un giusto complemento all’apprendimento diretto. Un approfondimento importante, utile anche agli addetti ai lavori, che spesso si trovano a scrivere, a discutere e a discettare sulle percussioni tradizionali, senza magari conoscere le tecniche esecutive o alcuni importanti dettagli tecnici. Insomma il progetto “Tammurrianti” rappresenta una bella novità e siamo certi che il volume 2, sarà partimenti interessante. 


Salvatore Esposito

Dervish – The Thrush In The Storm (Whirling Discs)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Il ritorno dei Dervish è accolto sempre con entusiasmo dai cultori della musica tradizionale irlandese. Il motivo è presto spiegato: da 25 anni la band di Sligo è capofila di un suono acustico che ha attinto alle fonti “vive” della tradizione locale, a quelle discografiche, altrettanto vibranti, del revival iniziato sul finire degli anni ‘60 del XX secolo e si alimenta delle frequentazioni con i nuovi artisti trad. Ancora, i Dervish hanno acquisito un’esperienza di scena che li ha resi un combo formidabile per amalgama di suono e spirito “on the road”, diventando, a loro volta, punto di riferimento per le giovani generazioni di musicisti. Aggiungiamo pure che la continuità della line-up (solo il violinista e chitarrista Seamie O’Dowd ha lasciato la band di recente) ha sedimentato il senso di compartecipazione e che da sempre la band pratica una politica del “DIY”, avendo creato una propria etichetta per cui produce i dischi. Così a tre anni distanza dal live “From Stage to Stage”, i 53 minuti in cui si sviluppano le 12 tracce di “The Thrush in the Storm” – nuovo album in studio prodotto da Richard Ford e registrato di getto in pochissimo tempo dopo una minuziosa scelta dei materiali – contengono tutto quanto di meglio ci si può attendere dal sestetto. Quello dei Dervish è un esemplare equilibrio sonoro, fatto di spinta ritmica di plettri e percussioni, violino, organetto e flauto a dettare la melodia, incrociandosi e ricavandosi spunti solistici, una cantante dalla vocalità incisiva, ormai dal timbro identificabilissimo, che si inscrive nella nobile scia delle maggiori interpreti del revival (da ascoltare il suo disco solista del 2012 “All the Way Home”). 
Dervish sono Cathy Jordan (voce, bodhràn, bones, chitarra), Brian McDonagh (mandolino, mandola, chitarra e accompagnamento vocale), Michael Holmes (bouzouki, chitarra), Shane Mitchell (organetto), Liam Kelly (flauto, whistle, accompagnamento vocale), Tom Morrow (violino, viola), qui con il contributo del contrabbasso di Trevor Hutchinson. Se il precedente lavoro in studio “Travelling Show”, tra l’altro pieno di ospiti eccellenti, si apriva all’interpretazione di songs contemporanee, questa nuova opera si snoda tutta all’interno dei materiali derivanti dalla tradizione orale o composti in stile tradizionale. Sono scintille fino dal set danzereccio “The Green Gowned Lass” che apre il disco: compatta sezione ritmica con flauto, violino e organetto in primo piano. La prima canzone gaelica è il drammatico tradizionale “Baba Chonraoi”, per la voce cristallina della Jordan, capace di restituire tutta la tensione narrativa della vicenda, tenendo l’ascoltatore con il fiato sospeso. Per intesa e dinamica strumentale “Maggie’s Lilt” è un altro set vincente che si sviluppa a tempo di barn dance e di reel (dal repertorio dei violinisti John Carty e Vincent Broderick). Ancora un saggio della grandezza vocale di Cathy si ha con la ballata “The Lover’s Token”, che riprende il topos del ritorno dalla guerra, sotto travestimento, dell’uomo per mettere alla prova la fedeltà della donna. 
“The rolling wave” esplora il lato meno frenetico della band, è l’asciuttezza di chi sa anche dosare le note ed esplorare le melodia. Il brano successivo è una ballata contemporanea, cantata in inglese, davvero ben confezionata (“Shanagolden”), che cede il passo ad un set di efficaci reel. Poi arrivano di seguito altre due ballate centrate sul tema dell’amore (“The Banks of the Clyde” e “Handsome Polly-O”), differenti per struttura – la prima ha l’andamento esemplare di una song, la seconda porta una decisa spinta ritmica – ma entrambe esaltano la modulazione eccellente di Cathy, l’abilità nella consonanza tra parola cantata e melopea, la capacità di esprimere emozione con naturalezza, non cantando mai sopra le righe. La brillante coppia di hornpipe ("The Harp and the Shamrock") gioca sull’ottima tenuta ritmico-melodica della band, mentre "Snoring Biddy”, bellissima, con ancora una superlativa interpretazione canora che si erge su arrangiamenti ben calibrati, ci riconduce nella contea di Leitrim, da cui proviene molto del materiale del disco. Nel trittico finale strumentale, che ha dato il titolo al lavoro, i Dervish condensano tutta la loro maestria e forza espressiva. 


Ciro De Rosa

Whisky Trail - Celtic Fragments (Materiali Sonori)

Attivi sin dal 1975, i Whisky Trail a buon diritto possono essere considerati i precursori dell’irish folk in Italia, e non solo per la loro importante opera di divulgazione ma anche per il loro rigoroso percorso di ricerca, che nell’arco di quasi quarant’anni di carriera li ha visti impegnati nella continua riscoperta di materiali tradizionali irlandesi. Sebbene della formazione originaria siano rimasti solamente la splendida ottantunenne Giulia Lorimer (voce e violino) e l’immancabile Stefano Corsi (arpa celtica, armonica, harmonium e voce), il gruppo non ha mai perso lo smalto e la sua anima originaria, e questo anche per la qualità dei musicisti che si sono succeduti nella line-up, che attualmente vede protagonisti altri tre eccellenti musicisti come Vieri Bugli (violino, mandola), Luca Busatti (chitarra) e Massimo Giuntini (uilleann pipes, whistles, bodhran). Dopo l’eccellente “Nana’s Lullabyes” accreditato a Giulia Lorimer & Whisky Trail, li ritroviamo alle prese “Celtic Fragments”, disco nuovo di zecca, che rappresenta il quattordicesimo capitolo della loro ormai nutrita discografia. Ispirato dalla bellezza delle liriche di W.B. Yeats, il disco si compone di sedici brani tra tradizionali, strumentali e composizioni originali, che rappresentano i tasselli di un più complesso mosaico in cui scopriamo la potenza evocativa dei ritmi e delle melodie della tradizione irlandese, che evocano spaccati naturali, cicli stagionali, ed atmosfere incantate. Ad aprire il disco è il tradizionale “The Small Leprechaun”, un brano di pregevole fattura nel quale incontriamo il canto di un piccolo folletto, che ci invita a seguirlo nel canto (Scél Lem Dùib) e nella danza (Leprechaun’s Dance), ma è solo un momento perché a seguire arrivano lo stumentale “The King Is Dancing” in cui viene omaggiato J.S. Bach e la splendida “The Lake Isle Of Innisfree” tratta da una poesia di W.B. Yeats. Tra gighe e reel, scopriamo danze travolgenti di un Irlanda incantata, avvolta quasi in un atmosfera sognante e da fiaba, ma anche spaccati densi di nostalgia (Hag Steps) o canti di denuncia sociale (The Praties) o di protesta come la struggente “Johnny I Hardly Knew You, canto irlandese contro la guerra, cantato in modo superbo dalla Lorimer. In conclusione troviamo altre due liriche di Y.B. Yeats ovvero “To Ireland” e “Irish Dream Of Wild Grace”, che suggellano un disco di pregevolissima fattura, del quale non possiamo non lodare la perfezione esecutiva e gli arrangiamenti, ma soprattutto la forza della grande Giulia Lorimer, cuore ed anima dei Whisky Trail. 


Salvatore Esposito

Margot - Il Vespero Vermiglio (Nota)

Voce storica del folk revival italiano dei primi anni Settanta, ed esponente di spicco del Cantacronache, Margot è artista poliedrica in grado di spaziare della canzone d’autore, al teatro, al cinema, in una continua ricerca di esperienze nuove, proprio come quel Gran Teatrino La Fede delle Femmine che l’ha resa famosa. A due anni di distanza dal disco omonimo, che ne segnava il ritorno in attività come cantautrice, la ritroviamo con “Il Vespero Vermiglio”, album che raccoglie sedici poesie da lei stessa musicate, di autori come Guillaume Apollinaire, Arrigo Boito, Edoardo Calvo, Franco Fortini, Guido Gozzano, Gianni Milano, Matteo Moder, Giovanni Pascoli, Edoardo Sanguineti, Iginio Ugo Tarchetti e Andrea Zanzotto. Da sempre animata da una innata capacità di dare voce ai sentimenti ed alle passioni, questa volta Margot ha deciso di prendere in prestito le parole da testi altrui e farli propri, componendo una personale visione del mondo, della società, di ciò che ci circonda, che sorprende per la sua lucidità e la sua forza poetica. Se ai tempi del Cantacronache, Margot aveva cantato la protesta contro le ingiustizie, qui la sua personale battaglia assume tratti diversi facendosi più intima ed introspettiva, ma allo stesso tempo mai sofferente o malinconica. In quest’ottica va letta anche la scelta di arrangiamenti sostanzialmente acustici in cui a spiccare sono essenzialmente la voce e la chitarra di Margot, mentre il talentuoso polistrumentista Domenico Santaniello, si divide tra mandola, contrabbasso e violoncello. Durante l’ascolto non si può non restare incantati dalla bellezza di brani come “Le Pont Mirabeau” su testo di Apollinaire, “La Ballata delle Donne” da una poesia di Edoardo Sanguineti, ma soprattutto quel gioiello che è “Le Nostre Domande” di Franco Fortini, e che insieme a “Fides” di Giovanni Pascoli, rappresenta uno dei vertici del disco. Margot con “Il Vespero Vermiglio” ha firmato uno dei suoi lavori più belli ed intensi dal punto di vista non solo musicale, ma anche prettamente poetico, essendo riuscita a valorizzare e a dare una nuova vita a testi poetici che appartengono alla storia della letteratura. 


Salvatore Esposito

Sulutumana - Non C’è Limite Al Meglio (EuroTeam)

Le antologie hanno sempre un che di interlocutorio, anche quando sono funzionali a riassumere la carriera o una parte di essa di un artista o di una band, difficilmente diventano a loro volta dei dischi di culto, ma restano per lo più confinati agli ascolti generalisti o alle ceste degli Autogrill, per gli automobilisti di passaggio in cerca di musica. A questa regola non scritta della discografia, ovviamente, ci sono delle debite eccezioni, ed una di queste è senza dubbio “Non C’è Limite Al Meglio” dei Sulutumana, disco che attraverso quindici canzoni, riassume e compendia il percorso compiuto dalla band lombarda dai primi passi ad oggi. Quella della band lombarda era una scommessa non da poco, considerando che il limite delle antologie è sempre quello di essere poco rappresentative, ma in questo senso può dirsi assolutamente vinta, grazie ad una accurata selezione dei brani, che documentano molto bene gli snodi cruciali della loro vicenda artistica. Ma non finisce qui, perché i Sulutumana hanno voluto fare le cose per bene, e piuttosto che affidarsi ad una semplice e stanca compilazione mettendo in fila i brani già registrati, hanno deciso di reinciderli, con la produzione di Piero Cassano e Fabio Perversi. Ne è nata una fotografia ben precisa dello stato dell’arte della band lombarda, con brani che spaziano dall’esordio del 2001 come “La Danza”, “Mia Cara Ines”, Carlina Rinanscente” e “Il Frigo” a composizioni più recenti tratte dall’ultimo disco di inediti “Arimo” del 2008, senza dimenticare quel gioiello che era “Decanter”. Certo a voler essere puntigliosi qualcosa manca, e penso a piccole perle come “Piccola Veliera”, ma è poca cosa, se si considera che il disco ha tutta l’aria di voler fare il punto della situazione, nell’ambito di un progetto più ampio che li condurrà verso un nuovo album di inediti. Durante l’ascolto si nota chiaramente come i brani negli anni si siano evoluti sul palco assumendo tratti senza dubbio più maturi e compiuti. Difficile non lasciarsi trascinare dalla bellezza di brani come “Il Tuo Culo”, “Liberi Tutti” e “Canzone del Calzolaio Ubriaco”, in cui si apprezza tutto il lavoro compiuto in questi anni dalla band lombarda. “Non C’è Limite Al Meglio”, come suggerisce il titolo è una sorta di work in progress nell’ispirazione e nel laboratorio sonoro dei Sulutumana, quasi le loro canzoni non conoscessero una versione definitiva, ma piuttosto vivano una propria evoluzione naturale.  



Salvatore Esposito

Francesco Turrisi – Songs of Experience (Taquin Records)

Il pianista piemontese trapiantato in Irlanda ritorna con un album dal titolo blakiano, personale ed intimo nelle motivazioni compositive che lo hanno generato, a cui Turrisi accenna nelle brevi note introduttive al disco. Dopo i capitoli Tarab e Zahr, ecco un lavoro ascrivibile in maniera preminente alla matrice jazz (anche se il termine sta un po’ stretto al musicista dublinese di adozione), suonato in collaborazione con il connazionale, residente a Londra, Fulvio Sigurtà (tromba, flicorno soprano) e il portoghese João Lobo (batteria), apprezzatissimo e attivissimo nella scena jazz europea. Turrisi è musicista che merita attenzione per la sua scrittura originale, colta, coesa pur nell’articolata tessitura che scaturisce dalla composita formazione e attitudine del compositore e dalla libertà improvvisativa con cui è costruita questo nuova opera. Dal jazz nord-europeo di “Nel mezzo”, composizione che si impone per le linee chiare e gli slanci della tromba, i calibrati ostinato del piano e il felpato drumming, si passa al caldo duetto flicorno-piano di “Uppon Lamire”, un minuto e cinquantadue secondi di rielaborazione di un brano anonimo della prima metà del Cinquecento, probabilmente una trascrizione di un'improvvisazione organistica sul basso ostinato. Invece, inizialmente raccolta e lirica è "Le (Lullaby for Aoife Naima)"; nella parte centrale si produce una compenetrazione più intensa del trio, che non rinuncia ad impennate di tromba, poi il finale è risolto dal ritorno alla tempra più posata dell’incipit. L’umore cambia con il tagliente sordinato di “Incubo n.1” e ancora con “Toccata Arpeggiata nello Stile Cromatico”, dai forti richiami al retroterra colto di Turrisi . Emana un fascino profondo "Incubo n.2", dove le note scolpite da Turrisi incontrano il linguaggio melodico minimale di Sigurtà e l’essenzialità percussiva di Lobo. Si volta ancora pagina con “Birth” – con i suoi dieci e passa minuti è il brano più lungo del disco – dai molteplici riferimenti estetici: l’impronta blues, il senso meditativo, il dialogo ispirato tra le frasi melodiche di tromba e tasti del piano. Tratteggi inquieti e trame oscure in “Incubo n. 3”, che come nel precedente “Incubo n.1” si basa su improvvisazioni ispirate a “Uppon Lamire”, mentre il conclusivo “Canto” si affida prima a richiami mediorientali, per poi aprirsi ad ampi spazi dinamici e ariosi cui segue un improvviso minuto di silenzio , poi la ripresa con la nitida pronuncia di Sigurtà e il pianismo caldo di Turrisi. 


Ciro De Rosa

Gianfranco Spitilli, Tra Uomini E Santi. Rituali Con Bovini Nell’Italia Centrale, Squilibri, 2011, Libro con DVD, pp.304, Euro 25,00

Gianfranco Spitilli, ricercatore di etnologia religiosa, etnomusicologia ed antropologia della memoria, in questo lavoro si occupa di avvenimenti festivi del centro Italia, che si caratterizzano per l’uso cerimoniale di bovini, fondamentali dispositivi simbolici, mediatori tra la comunità umana e la dimensione mitica. Siamo di fronte ad eventi ampiamente diffusi in Italia, costitutivi di una declinazione specifica di una tipologia rituale di portata europeo-mediterranea. Una varietà di eventi distribuiti in tutto l’arco cronologico dell’anno con “centri di attrazione calendariale” (p. 20, corsivo dell’autore) corrispondenti a date significative nel calendario delle feste patronali e mariane. Il volume di 304 pagine è corredato da 64 fotografie e da un film (116’) in formato DVD, diretto da Spitilli stesso e da Marco Chiarini, che documenta nove feste analizzate dallo studioso teramano. Oltre alla prefazione, alle pagine introduttive, alla presentazione dei materiali contenuti nel supporto video, e al ricco apparato bibliografico, il lavoro è diviso in due sezioni, intitolate: “I percorsi della trasfigurazione” e “Coltivare animali”. Il territorio preso in considerazione è principalmente quello di Abruzzo, Molise, Lazio, ma poi la ricerca si è estesa a parti di Marche, Campania. Umbria e Puglia. Un’indagine articolata e rigorosa che ha fatto uso di un vasto apparato di strumenti descrittivi ed analitici (mappatura tramite censimento, cartografia, lunghe osservazioni sul campo, racconti biografici, tecniche audiovisive) al fine di restituire la pregnanza simbolica delle feste, senza per questo cadere nella letteratura di studi sociali che sondano la costruzione simbolica del patrimonio culturale, né tantomeno assumere la prospettiva apocalittica dei protagonisti, e talvolta di certi studiosi, che denunciano la scomparsa del mondo delle “tradizioni”. 
In una prospettiva comparativa, Spitilli individua i tratti distintivi delle feste, analizza i processi di identificazione simbolica tra comunità, animale e santo, mostrando attenzione per tecniche di trasmissione di saperi adottate per riproporre la vicenda mitica nel contesto festivo. L’approccio di scuola etnologica francese – Spitilli collabora con l’École Pratique des Hautes Études di Parigi – lo ha condotto a non trascurare la riflessione sull’ideologia sottesa alle procedure rituali, esaminando le interpretazioni degli attori che ne sono stati protagonisti in un arco di almeno sessant’anni (contadini, poprietari terrieri, chiesa, associazioni culturali, politici, ecce ecc.). La prefazione dell’etnologa francese Giordana Charuty, che è directeur d’études all’EPHE, segnala l’importanza del lavoro di Spitilli, che risponde “all’esigenza di nuove ricerche che, approfondendo aspetti a prima vista minori delle società rurali europee, li reinserisca nel dibattito antropologico più attuale” (p.7). Dunque, se per Spitilli è apparsa necessaria la rilettura delle numerose descrizioni e interpretazioni di carattere magico-religioso su questi eventi festivi, il suo lavoro va be oltre, per riconoscere, ricorda ancora Charuty, “la complementarietà delle competenze e dei gesti distribuiti tra il clero e i maestri tradizionali. Non manca in questa ricerca, lo testimoniano anche immagini e suoni del documentario, l’analisi del fitto paesaggio sonoro: campane, campanacci, fischi, suoni di bande, tamburi, richiami, comandi vocali, canti, fuochi d’artificio, spari, e soprattutto, la zampogna, principale “impronta sonora” della festa di san Zopito, i cui suoni “magici” permettono di “incantare” l’animale.
Il film contenuto nel DVD è suddiviso in capitoli, che rappresentano un itinerario concepito come narrazione che procede dalla massima identificazione santo-animale nelle feste di Pastena e Bucchianico all’identificazione uomo-animale nella festa del “Bov Fint” di Offida. Concludendo questa presentazione del denso percorso di ricerca di Spitilli, riprendiamo ancora le parole introduttive della studiosa francese: “Una volta chiuso il libro, il lettore sarà indubbiamente convinto che tutte queste pratiche sono proprio, come dice un interlocutore dell’autore, “una grande cosa”! Ma, inoltre, queste analisi minuziose, sostenute da un’esigenza di ricerca di senso, aprono prospettive interessanti per un’antropologia generale delle relazioni tra l’uomo e l’animale in ambito europeo” (p. 10).


Ciro De Rosa

Cheatahs – Extended Plays (Wichita Recordings/Self)

La casa editrice Mondadori pare che richieda al libraio i resi delle sue novità editoriali dopo appena due mesi dall’uscita, come a dire se l’avete letto bene sennò va bene comunque. Due mesi non sono niente per diffondere nei canali appropriati il titolo di un libro, o come nel nostro caso di un disco, per far montare l’entusiasmo, il passaparola, insomma per mettere in campo tutti quegli accorgimenti che sono essenziali per la lettura e l’ascolto e più in generale costituiscono il sale di uno stile di vita rilassato e più consono al nostro stato di natura. Ciò che la Mondadori non accorda ai suoi lettori ce lo prendiamo noi per l’ascolto di questo lp. Rimasto tra i dischi da riascoltare più volte ritorniamo dopo 4 mesi dalla sua uscita su questo lavoro eccellente che riedita i primi due ep dei Cheatahs pubblicati nel 2012. Con le orecchie rivolte all’eredità shoegaze/grunge e all’hardcore dei primi novanta (My Bloody Valentine, Teenage Funclub, Dinosaur Jr, Sugar/Husker Du) il quartetto è un mix di risorse umane e musicali dalla disparata provenienza geografica: James Wignall (chitarra, voce) è inglese, Dean Reid (basso e voce) è americano, Marc Raue (batteria) è tedesco e Nathan Hewitt (voce, chitarra) è cresciuto a Morinville, una città vicino ad Edmonton in Canada, che ha deciso di lasciare nel 2003 (“Non credo che potrei mai più vivere in un posto in cui nevica per metà dell’anno” ha detto). La band piazza in pole position il brano d’apertura The Swan, singolo d’eccezione, e poi continua con i sette brani successivi attestandosi su un livello di magnifico rendimento. Al di là dell’ovvia cesura tra i primi quattro brani che fanno parte dell’ep Sans (ed. Wichita Recordings) e dei successivi quattro provenienti dall’ep Coared (ed. Marshall Teller Records) resta l’omogeneità dei suoni, la fantasia semplice e corposa dei corali e l’attitudine nel lanciare fiammeggianti scudisciate di chitarre e nel seguirle nell’intrico della trama mentre rullante e cassa schioppettano e sudano come in una pantomima luddista. Per noi uno dei migliori album dell’anno fino a questo momento. 


Simona Frasca

The Shouting Matches - Grownass Man (Middle West)

No, non è il side project del golden boy Justin Vernon, responsabile del grande impatto della sua invenzione Bon Iver. E’ più l’affiorare di una sana voglia di fare musica senza una direzione precisa, da parte di tre musicisti capaci di far sentire dei suoni notevolmente calibrati (basse frequenze ben delineate e uno spettro sonoro giustamente scuro ed interessante) solo per il gusto di farlo. Justin è un artista timido ed impegnativo, e insieme a lui troviamo, tra barbe e occhiali da nerd, un gruppo di artisti che condividono le loro passioni, che vanno dagli Allman Brothers al fare musica libero di Neil Young. Qualche pezzo è giustamente un divertissment, altri sono più costruiti, ma si sente una base definita dalla jam, di alto livello ma jam. Come spesso capita, gran belle chitarre ma quello che cambia l’ orizzonte sonoro sono le tastiere. Ci sono gustosi piani elettrici (ascoltate “I Need A Change” per capire cosa si può mettere in musica) e boogie degni degli ZZ Top, suonati con bucolica lentezza. Justin Vernon ha collaborato in era pre For Emma Forever Ago con entrambi i membri degli Shouting Grownass, tanto che Brian Moen, lo ricorda la aneddotica, è stato la seconda persona a sentire l’album di debutto di Bon Iver, nella sua waldeniana capanna nel Wisconsin. Insomma, ci sarebbero tutti gli elementi per liquidare il disco come un episodio laterale, ma non è cosi. Si tratta di musica ispirata, suonata e registrata benissimo, che forse a tratti dà l’idea dell’essere viziati degli americani. Con la crisi, forse alle spalle, hanno usato un prezioso studio time per confezionare un disco che, una volta sarebbe stato un discreto “forato”.. if you know what i mean... e se non lo sapete, ora ve lo spiego. Il comprare musica della mia adolescenza è stato dominato da due componenti, una ingordigia del disco nero in vinile, simile alla tossicodipendenza, con relativo scarico di dopamine all’acquisto del tanto agognato vinilone e una cronica mancanza di soldi. Ovviavo accodandomi a mio fratello in spedizioni presso un grande negozio di dischi sulla via Giardini a Formigine, chiamato Peecker Sound, sulla via per Maranello e i motori della Ferrari. Al Peecker Sound potevi trovare sei o sette scaffali di forati, dischi di importazione economici, appunto forati per contrassegnarli, il prezzo era di duemilacinqucento lire, poco più di un euro, spesso compravi mediocri dischi, a volte qualche chicca che ho ancora nella mia discoteca. Il disco dei ragazzi dei The Shouting Matches, sarebbe un ottimo forato!


Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 19 giugno 2013

Numero 105 del 20 Giugno 2013

Qualche giorno fa sono stati comunicati i vincitori degli awards folk di Loano. Il Premio nato nove anni fa (un’istituzione della musica italiana, ormai) nella riviera savonese promuove e valorizza la produzione contemporanea di musica tradizionale italiana. Come sempre anche quest’anno il festival presenterà dal vivo (appuntamento da non mancare al 22 al 26 luglio) alcuni tra i migliori artisti votati dalla giuria di giornalisti, addetti ai lavori e musicologi. Il riconoscimento per il miglior disco 2012 è andato ad “Italia talìa” di Mario Incudine, con la produzione artistica di Mario Saroglia e Kaballà. Disco “impuro”, tradizione che è sempre in divenire, lingua siciliana cantata e recitata, memoria e denuncia sociale. Chi legge Blogfoolk conosce bene Incudine, lo abbiamo intervistato, abbiamo recensito “Italia talìa”, abbiamo parlato anche dei precedenti lavori “Beddu Garibardi” e “Anime Migranti”. Insomma, avevamo fiutato giusto, anzi tempo, prima di Loano, ma anche delle targhe Tenco in cui Incudine si è piazzato secondo. Ed eccoci al nodo, balza agli occhi, confrontando l’elenco dei vincitori del Tenco 2012 e l’elenco dei piazzati Premio Città di Loano 2013 la sovrapposizione di nomi. Avitabile, Raiz & Radicanto, Elsa Martìn e Lautari hanno primeggiato anche al Tenco, uniche deviazioni sono Canzoniere Grecanico Salentino e Tre Martelli. Insomma, un’affinità che deve far riflettere, che pone questioni su cosa possa significare (al di là della presenza di giurati che votano sia al premio Tenco sia al premio Loano) musica neo-tradizionale, musica folk oggi in Italia per gli addetti ai lavori? È canzone in dialetto? È canzone d’autore con elementi di musica di tradizionale orale? È canzone che allinea stereotipi etnofonici? È canzone che utilizza stilemi world di area mediterranea? Esiste ormai una “canzone folk” alla cui diffusione ha contribuito anche la sezione dilettale del Premio Tenco? È lecito chiedersi se in una nicchia di mercato e di gusto come quella folk/trad, esista un’egemonia della forma canzone? O è la canzone che torna ad alimentarsi alla tradizione orale, ma anche al jazz e alle “heritage music” (Mark Slobin), per rinnovarsi e ritrovare appeal? Partendo dal fatto che il termine cantautore è tipicamente italiano, si tratta allora di una declinazione specificamente italiana del folk? O, ancora, è il privilegio dato alla forma canzone d’autore che conferisce un vestito intellettuale di pregio, che dà più importanza all’artista? Ci si chiede ancora che spazio possano avere il canto popolare e la  musica strumentale nella rielaborazione delle forme della tradizione orale. Certo, vediamo ben piazzati i sardi Elva Lutza e Riccardo Tesi (e per l’ottimo compositore ed organettista toscano non è la prima volta), altri artisti di cui ci si siamo ampiamenti occupati (ben inteso come anche di Lautari, Raiz & Radicanto, Canzoniere G. S., Elva Lutza, Tesi e Martìn), ma sono minoritari rispetto ai cantanti. Non sono riflessioni che sottendono una volontà classificatoria e prescrittiva di musica tradizionale, ma considerazioni su quale idea di musica folk abbiano operatori e critici (non tutti specialisti ma spesso generalisti) o concorrano a costruire. Non sarà il caso di inforcare le lenti degli studi di popular music per cercare di indagare questi aspetti? Più in generale, che ne pensano i lettori di Blogfook? Accoglieremo con piacere i commenti e li interventi! Ritornando ai riconoscimenti loanesi assegnati dalla direzione e dall’organizzazione del Premio, plaudiamo alla figura di Alfio Antico (Premio alla Carriera), poeta dei tamburi a cornice, e al Circolo Gianni Bosio (Premio Realtà Culturale), “perché ha mantenuto salda, per più di quarant’anni, la sua vocazione per la memoria e per l’appartenenza”, come recita la motivazione della direzione artistica. Ma veniamo al sommario del n. 105 di blogfoolk, aperto da uno scritto di Michele Santoro sui “Patrimoni culturali immateriali e Sentimento d'identità”. Sul filo della memoria si pongono anche il Consigliato di questa settimana, che è il disco  dei mannesi Barrule, e il live, esito della ricerca sul canto devozionale di area sannita di Elisabetta Landi su musiche di Erasmo Petringa. Storie al femminile da angolazioni e procedure musicali diverse quelle presentate da Betti Zambruno e dalla libanese Yasmine Hamadan, il cui world pop sta scalando la classifica dei dj world music. Ritorna la rubrica Visioni con il bel documentario che celebra le ultime tre edizioni del Gricanti Festival, mentre per Storie di Cantautori, abbiamo intervistato Michele Moramarco in occasione della pubblicazione del suo ultimo album. Completano il numero la recensione di Hot Club di Orchestra Cocò e l’irrinunciabile Taglio Basso di Rigo, dedicato al nuovo disco del produttore Ethan Jones.

MEMORIA
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
VISIONI
STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ
TAGLIO BASSO

Patrimoni Culturali Immateriali E Sentimento D'Identità

Campanili, riti e bande musicali: alla ri-scoperta di una “cultura del patrimonio culturale” 

Partiamo da un noto dato numerico: la popolazione italiana, tenendo conto dell'ultimo censimento generale, è pari a 60.626.442 abitanti, i quali abitano ben 8.092 comuni. Senza entrare in discussioni molto complesse che toccherebbero argomenti inerenti a numerose e diversificate discipline, qui ci interessa soprattutto affrontare, per quanto possibile, il tema e le relazioni che intercorrono tra il luogo di nascita e di residenza (che per molte persone coincidono) e la qualità del sentimento che lega i nativi rispetto al proprio paese, inteso anche come centro di appartenenza identitaria. In un bel saggio di qualche anno fa (Pietro Clemente, Paese/paesi in I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell'Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari, 1997, pp. 3-39), Pietro Clemente, già docente di Antropologia Culturale presso l'Università di Firenze, argomenta e riflette sui tanti nessi che si aprono nel rapporto tra Paese (con la p maiuscola, poiché sta per Italia) e i paesi, ovvero i tanti centri abitati, grandi, medi, ma spessissimo molto piccoli e con caratteristiche rurali, in cui l'Italia è suddivisa. Abbondanti sono le incursioni che il prof. Clemente attua nella storia italiana, tra letteratura e politica, ma noi, al fine della nostra riflessione ne estrapoliamo, come prolifica suggestione, solo alcune, prestando un occhio di riguardo alla ricerca dei folkloristi e degli antropologi. Attraversato da una robusto corpus di proverbi e modi dire sedimentatosi nel tempo - molte forme paremiologiche d'uso contemporaneo sono tuttora molto frequentate, su tutte "Tutto il mondo è paese" e "Mogli e buoi dei paesi tuoi" – ricordiamo che il microcosmo paese, nella seconda parte del secolo scorso, è stato fatto oggetto di attenzione anche dal mondo della musica, sia di quella cosiddetta leggera sia di quella d'autore. Riportiamo due esempi interessanti al riguardo. 
All'inizio degli anni Settanta del secolo scorso, Clemente ci ricorda che fu molto in voga (ed ancora oggi la si ricorda bene) una canzone, che ebbe grande successo al Festival di Sanremo, interpretata dal gruppo de "I ricchi & Poveri" e dal cantante ispano-americano Josè Feliciano. Il testo del brano (Migliacci-Fontana, Che sarà), che ben racconta la durezza della vita lontano da casa presente ancora in quegli anni, anni di spopolamento di interi paesi, non lascia dubbi sul senso di doloroso abbandono provato dal protagonista nel lasciare il proprio paese e la sua comunità di vita: "Paese mio che stai sulla collina, disteso come un vecchio addormentato. La noia, l'abbandono sono la tua malattia, Paese mio, ti lascio vado via...e ancora: Gli amici miei son quasi tutti via e gli altri partiranno dopo me, peccato perché stavo bene in loro compagnia, ma tutto passa, tutto se ne va. Che sarà, che sarà, che sarà...ecc. Intorno ad altre atmosfere, quelle disegnate da Cesare Pavese ne “La luna e i falò”, si svolge invece il ricamo di Mario Pogliotti, amplificato dalla straordinaria interpretazione di Giovanna Marini, che, in "Ricordo di Pavese", fa esordire il brano musicale con queste parole: “Un paese vuol dire non essere soli, avere gli amici del vino un caffè...”. Per amor di citazione, ci piace riportare l'intero pensiero dello scrittore, estratta sempre da “La luna e i falò”: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Nei due testi, per la verità, emergono più che i luoghi fisici caratterizzanti l'habitat paese – la chiesa, la piazza il campanile - i luoghi dello spirito – gli amici, la lontananza, la nostalgia – che comunque costituiscono un corredo semantico collegabile a immagini profonde della vita. La funzione di centro focale assegnato alla parola paese, con protagonista uno dei simboli fisici prima segnalati che assurge a centro totalizzante del mondo dell'individuo, emerge distintamente sia nell'articolo già citato di Pietro Clemente, sia in un altro breve saggio, a firma di Glauco Sanga, dal titolo “Campane e campanili” (Ivi, pp. 75-87). 
In questo scritto si cita un racconto molto interessante, decisamente noto in letteratura, che il notissimo antropologo Ernesto de Martino visse in prima persona, annotandolo nel dettaglio nella sua opera La fine del mondo. Ne riportiamo un breve estratto: "Percorrendo una strada della Calabria, insicuri del nostro cammino, incontrammo un vecchio pastore...gli offrimmo di salire in auto per accompagnarci al bivio giusto…poi lo avremmo riportato al punto in cui lo avevamo incontrato. Salì in auto con qualche diffidenza, come se temesse un’insidia, e la diffidenza si andò via via tramutando in angoscia, perché, ora, dal finestrino cui sempre guardava, aveva perduto la vista del campanile di Marcellinara, punto di riferimento del suo spazio domestico. Per quel campanile scomparso, il povero vecchio si sentiva completamente spaesato: e solo a fatica potemmo condurlo sino al bivio giusto e ottenere quel che ci occorreva sapere. Lo riportammo poi indietro...e sempre stava con la testa fuori dal finestrino, scrutando l’orizzonte. Per vedere riapparire il campanile di Marcellinara: finché, quando finalmente lo vide, il suo volto si distese e il suo vecchio cuore si andò pacificando, come per la riconquista di una “patria perduta”. Giunti al punto di incontro, si precipitò fuori dall’auto…senza neppure salutarci, ormai fuori dalla tragica avventura che lo aveva strappato allo spazio esistenziale del campanile di Marcellinara.[…] Il nostro pastore, nell'episodio narrato - in cui il campanile di Marcellinara appare elevarsi a funzione totemica, “punto di partenza affettivo dell'esperienza del mondo” precisa Clemente - fu letteralmente assalito da un'angoscia ingestibile, cosiddetta da "spaesamento", condizione in cui l'individuo teme di perdere i propri riferimenti domestici, concetto che viene meglio chiarito da de Martino nella sua idea concettuale di "presenza". La “crisi della presenza” caratterizza quelle condizioni nelle quali l'individuo, di fronte a particolari eventi o situazioni (malattia, morte, vari conflitti d'ordine morale, ecc.), sperimenta un'incertezza, una crisi radicale del suo essere storico inveratasi in quel dato preciso momento, scoprendosi nel contempo incapace di agire e determinare la propria azione. Ebbene, per il Nostro, il rito aiuta l'uomo a sopportare, e talvolta a superare, la "crisi della presenza" che esso avverte di fronte alla natura, sentendo minacciata la propria stessa vita. I comportamenti prescrittivi, stereotipati ma tutelanti dei riti, offrono modelli rassicuranti da seguire, costruendo quella che verrà in seguito definita come "tradizione". Ma se tutto ciò vale per le condizioni di vita del singolo individuo, osiamo azzardare e allargare il nostro spettro di riflessione all'ambito di comunità. Perché mai, ogni anno, una moltitudine di emigrati torna al proprio paese per partecipare alla Festa principale del luogo natio (festa patronale o comunque di significanza comunitaria), cioè alla manifestazione che lo caratterizza e lo ricorda nella memoria collettiva. Forse per riconquistare la “patria perduta”, come ci raccontava Ernesto de Martino. 
E perché mai gran parte degli stessi residenti di un dato paese attendono con ansia tutto l'anno il giorno di quel particolare rito festivo, cominciando già a pensarci il giorno dopo che lo stesso si è appena concluso? Questo forte legame con la festa è anche indice di appartenenza al luogo, ai suoi edifici, al suo ambiente, alle sue atmosfere, alle persone, alla comunità? Qui l'argomento si fa più sfrangiato, poiché sono implicate scelte personali ma anche sottili relazioni sia interpersonali sia legate alla memoria storica che segnano la vita di ognuno. Ad emblemi materiali indiscutibili nella memoria individuale e collettiva, come il campanile e la chiesa o la piazza centrale, rivisitazione dell'antica agorà, possono essere preferiti simboli più volatili, portatori di una storia locale costituita da persone più che da mattoni. Il riferimento e il nostro pensiero si direziona verso quelle manifestazioni festivo-rituali, afferenti alla tradizione, riconosciute ufficialmente anche dagli organi istituzionali e che coinvolgono e convocano, nella maggior parte dei casi, l'intera comunità. Ai saperi e alle conoscenze tradizionali l’Unesco - L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura - ha ritenuto di dare specifica attenzione introducendo un concetto molto importante, quello di “patrimonio culturale immateriale’”. Con una apposita Convenzione, approvata nell'ottobre del 2003, l'Unesco ha definito come “patrimonio culturale immateriale”: “le pratiche, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, i saperi e i saper fare, – associati agli oggetti, agli strumenti, ai manufatti e agli spazi culturali ad essi collegati – che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi, gli individui riconoscono come facenti parte del loro patrimonio culturale. Ciò che connota il patrimonio culturale intangibile è la trasmissione orale di generazione in generazione, nella dinamica sociale e culturale; esso è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi interessati in conformità al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia, e fornisce loro il senso di identità e di continuità, promuovendo così il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana”. Certamente, quando un rito, una festa locale, è candidata a ricevere l'ambito riconoscimento Unesco di Patrimonio Culturale Immateriale da salvare e salvaguardare, tutta la comunità ne risulta coinvolta, a tal punto che diviene impossibile scindere il nome della festa da quello della località. 
Ci piace ricordare che quest'anno, la cittadina campana di Nola, con il progetto Le Grandi Macchine a Spalla Italiane e i suoi famosi Gigli, una delle feste tradizionali più spettacolari del nostro Paese, sarà l'unica proposta dello Stato Italiano per la selezione Unesco 2013. Ma, per concludere il nostro frammentario ragionamento, un ultimo pensiero vogliamo rivolgerlo ad un'istituzione che in molti luoghi rappresenta il punto di riferimento della comunità, il tempo che scorre guardato attraverso la lente del passaggio delle generazioni, strumenti musicali e repertori considerati come testimoni di un pezzo di storia vissuta collettivamente. In questo solco di pensiero, Pietro Clemente suggerisce che: “l'asse del mondo paesano laica e moderna è rappresentata piuttosto dalla banda municipale che non dalla chiesa e dal campanile. Laica e regolamentata, interclassista, disponibile per le circostanze istituzionali politiche, civile e religiose, per quelle del ciclo della vita, e per il ballo, la banda rappresenta l'ibrido societario e il perno della vita paesana d'oggi”. Abbiamo cercato un esempio concreto, nella storia locale contemporanea, che potesse esprimere bene il pensiero esposto da Pietro Clemente, e ci sembra di averlo trovato nella vitale ed innovativa esperienza attuata a Spongano, comune della provincia di Lecce, situato nel basso Salento. Qui, una decina d'anni fa, nasceva l’Università Popolare di Spongano, ente che rientra in quell’insieme di istituzioni a carattere socio-educativo che svolgono importanti funzioni nel campo della diffusione e conservazione delle culture e delle tradizioni locali. Originatasi grazie al riconoscimento da parte della Regione Puglia, l’Università Popolare della Musica e delle Arti di Spongano si caratterizza per essere tematica, volendo proporre iniziative soprattutto nel campo del recupero e della riproposta della musica popolare e delle altre forme espressive della tradizione. 
E un’iniziativa, cui l’Università Popolare “Paolo Emilio Stasi” ha dedicato tante delle sue energie, è stata proprio la costituzione di una banda che riuscisse a coniugare, mettendone in risalto le singole peculiarità, il repertorio musicale classico e quello tradizionale. Gli abitanti di Spongano hanno risposto con entusiasmo, poiché tirar fuori da cassetti impolverati il repertorio dell'antica tradizione musicale popolare sponganese, ha significato per i più adulti del complesso bandistico, ancora una volta, “riconquistare la patria perduta”, per i più giovani finalmente scoprirla, sentire di farne parte, essere considerati veri testimoni culturali. Sin da subito circa una ventina di corsi sono stati dedicati all’alfabetizzazione musicale e allo studio di strumenti della tradizione bandistica. L’obiettivo dichiarato da Luigi Mengoli (che di questo progetto è stato l'ideatore, oltre che il fondatore del gruppo salentino dei Menamenamò) è: “…recuperare l’anima popolare della banda, perciò cercheremo di coniugare le musiche tradizionali con le sonorità bandistiche. Questo esperimento in verità, in dimensioni – diciamo così – sperimentali lo abbiamo già praticato negli anni passati, e ci siamo convinti dell’opportunità di approfondire l’incontro tra banda e musica popolare. La cultura popolare ha una straordinaria capacità di assimilare forma e modi espressivi con cui, per le più svariate ragioni, entra in contatto. C’è un continuo passaggio di elementi colti che migrano nella dimensione popolare, perdono la memoria della loro provenienza e diventano patrimonio della cultura popolare. 
Oggi è possibile – a nostro giudizio – evidenziare la natura popolare della banda, avvicinandola – con consapevolezza e convinzione – al repertorio dei canti tradizionali. Abbiamo – aggiunge ancora Mengoli – commissionato ad alcuni musicisti salentini colti la composizione di alcuni brani per banda, su temi desunti dai più bei canti salentini.” (Salvatore Colazzo, Luigi Mengoli. L'avventura Menamenamò. Quindici anni (1995-2010) di ricerca per lo sviluppo della cultura etnomusicale del Salento, Amaltea edizioni, Melpignano, 2010, p. 52). Ilvo Diamanti, noto sociologo e politologo, ci offre una traccia di pensiero finale in un suo articolo che potrete leggere integralmente, unitamente ad altri scritti, in un ebook scaricabile gratuitamente su Saperepopolare.com. Diamanti, in un discorso molto più articolato, scrive infatti che "...l’orgoglio nazionale si indirizza, oggi ancor più che in passato, su aspetti che riguardano le tradizioni sociali e locali...la cultura e l’arte...l’Italia è fatta di tante città, regioni. Soprattutto ‘città’, segnate da storie importanti, ricche di cultura e tradizioni, profonde e radicate nel paesaggio e nell’architettura, nella cucina e nella cultura, nei dialetti... Appartenenza locale e nazionale quindi coesistono, in Italia. Anzi, è probabile che si saldino reciprocamente...". Avremmo aggiunto, per tutto ciò che in questo articolo è stato intessuto, anche la parola “paese”, ma la conclusione ci sembra autorevole e giusta. 


Il volume "Viaggio In Italia Alla Ricerca Dell'Identità Perduta è disponibile gratuitamente su Saperepopolare in formato PDF ed EPUB

Barrule – Barrule (Wardfell Records)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Ellan Vannin non occupa uno spazio centrale nell’immaginario musicale di quanti ascoltano folk cosiddetto celtico. Eppure Man, isola situata a metà strada tra Gran Bretagna e Irlanda, è una delle “nazioni celtiche” annualmente rappresentate al mega festival bretone di Lorient. Cosicché un disco d’esodio come quello del trio Barrule si presenta come una significativa novità sotto molti punti di vista: siamo alle prese con una band di giovani musicisti, animati dal proposito di far conoscere ed apprezzare il ricco e variegato retaggio tradizionale dell’isola. Ad evocare il passato gaelico hanno scelto il nome del picco ove sorgeva – si dice – la dimora della divinità celtica Manannan Mac Lir. I Barrule sono Jamie Smith (fisarmonica, voce, chitarra acustica) e Adam, Rhodes (bouzouki, seconda voce), componenti anche dell’ensemble gallese Mabon, e Tomas Callister (violino, banjo tenore), musicisti che per nascita, ascendenza o scelta di vita ed stetica sono fortemente legati alla cultura isolana. Se è vero che secondo le fredde statistiche il mannese, la lingua locale, si sarebbe estinta nel 1974 con la scomparsa dell’ultimo parlante, già tempo prima si è innestato un revival linguistico e culturale, che ha poi avuto come esito la creazione della Manx Heritage Foundation, finanziatore dell’album eponimo del trio. Ci troviamo di fronte a tredici tracce, di cui nove strumentali e quattro canzoni: di queste ultime due sono tradizionali mannesi e due nascono dalla penna di Greg Joughin, apprezzato cantante locale aggregato al gruppo, nonché suocero di Jamie.
Oltre a Greg la band si avvale in primo luogo del contributo del produttore e musicista Dylan Fowler (chitara acustica, lap steel e tabwrdd) e di David Kilgallan (piano), ma anche di Malcom Stitt (chitarra acustica), Clare Salamon (ghironda), Will Lang (bodhran). L’album è aperto da una “Mylecharaine’s March”, una bella melodia che è alla base dell’inno nazionale di Man. “In search of manannan” è una ballata di gusto contemporaneo, cantata da Greg Joughlin, timbro caldo e a tratti arrochito, impreziosita ritmicamente da tocchi di banjo e bouzouki e melodicamente dal suono della ghironda. La canzone è chiusa dallo strumentale (“Sac”) composto da un altro musicista mannese, con Rhodes componente dei King Chiaullee. La dolce “Arrane y Chlean”, guidata dalla fisarmonica di Jamie, è un’altra melodia tradizionale, cui fa da contraltare il successivo set di danze. “She Lohong Honnick Me”, raccolta sul finire dell’Ottocento, è un’altra ballata dall’andamento agile, ben confezionata grazie all’intreccio di violino, fisarmonica, lap steel, bouzouki e percussioni. Si prosegue con strumentali, sicuramente il maggiore punto di forza della band, prima di approdare all’unica canzone in inglese, “Langness”, che racconta della sconfitta del progetto di costruzione di un campo da golf in uno stretto lembo di terra peninsulare a sud-ovest dell’isola, naturalisticamente rilevante per la presenza di un rara specie di grillo. “Engage” mette in piena luce ancora la verve strumentale del trio, mentre “Ny Kirree Fo Niaghtey” è una popolarissima ballata settecentesca, di cui ricordiamo la versione folk-rockettara degli irlandesi Horslips nell’album “Drive the Cold Winter Away”. Il trittico finale è tutto strumentale, con il contrasto tra la leggerezza di “Europop Von” e i paesaggi sonori lenti e fascinosi guidati dal violino (“O My Graih” e “Irree Ny Greiney”). Con i Barrule si va alla scoperta di una “terra celtica” minore, ma non meno degna di essere conosciuta ed apprezzata. 


Ciro De Rosa

Yasmine Hamdan – Ya Nass (Crammed Disc/Materiali Sonori)

Guardi la copertina del disco e ti perdi nei suoi splendidi occhi neri, ma una volta messo su il disco è la sua voce a rapire la tua attenzione. Lei, Yasmine Hamdan, è una bellissima nonché talentuosa cantante libanese, con alla spalle esperienze musicali diversificate a partire dai primi passi mossi con i Soapkills, fino a toccare le collaborazioni con il produttore Mirwais, per il progetto Y.A.S., che ha fruttato il disco electro pop “Arabology”, e quella più recente con i CocoRosie. Dopo aver lasciato il Libano, la Hamdan si è trasferita a Parigi, in Francia, dove complice l’incontro con il produttore Marc Collin, ha aperto una nuova fase della sua carriera, volta a valorizzare le sue doti di cantautrice, ed in questo senso fondamentale è stata anche la vicinanza del chitarrista Kevin Seddiki, che ha contribuito a sviluppare alcune sue canzoni. Dopo aver rodato in concerto i nuovi brani, è nata l’idea di realizzare “Ya Nass”, disco che raccoglie tredici brani di pregevole fattura, alla cui realizzazione hanno contribuito alcuni ottimi musicisti come il già citato Kevin Seddik (chitarra), Thibaut Barbillon (chitarra e basso), Julien Deguines (chitarra), Mark Kodsi (chitarra), Sliman Kouidri (karabou e guimbri), Bruno Ralle (synt), nonchè Gaël Rakotondrabe dei CocoRosie (tastiere e programmazione), che ha prodotto ed arrangiato la splendida ”Enta Fen, Again”. Pubblicato inizialmente solo in Francia e Libano, “Ya Nass” è stato di recente ristampato con l’aggiunta di cinque nuovi brani dalla Crammed Disc, etichetta belga da sempre attenta ai fermenti della scena world mondiale. A caratterizzare i brani c’è una produzione attenta e meticolosa, volta a valorizzare tanto la voce della Hamdan, quanto le sue composizioni attraverso tessiture sonore in cui suoni world, pop ed elettronica si sposano in modo armonico ed originale. Laddove qualcuno ha azzardato a classificare questo disco come ethno pop, ci sentiamo di sottolineare come “Ya Nass” sfugga ad ogni classificazione, in quanto il disco è ricchissimo di ottime intuizioni sonore, come dimostrano le splendide “Shouei”, “Samar” o ancora “La Mouch”, che vibrano per intensità e suggestioni poetiche. A spiccare in modo particolare sono la nostalgica “Beirut”, l’elegante ballata pianistica “Aleb” e quel gioiello che è “Hal”, che forse rappresenta l’episodio in cui in maniera più evidente emerge la concezione cantautorale e sonica della Hamdan. Ad arricchire il disco è presente un curato booklet che raccoglie le presentazioni in inglese dei vari brani, e ben due bonus track, purtroppo disponibili solo per coloro che acquisteranno il disco su iTunes. “Ya Nass” è, dunque un debutto fortunato, che ci mostra sin da subito tutte le potenzialità di questa giovane cantautrice libanese, in gradi di far dialogare la tradizione musicale araba con il pop e la musica elettronica. 


Salvatore Esposito

Betti Zambruno – Sguardi (Autoprodotto)

Voce tra le più intense del Piemonte, Betti Zambruno, vanta un percorso musicale di tutto rispetto nel corso del quale si è mossa tra vari ambiti artistici, privilegiando in particolare il folk e la musica tradizionale, ed in questo senso vanno citate le sue collaborazioni con La Ciapa Rusa, la “mega band” astigiana Fiati Pesanti, Bartavéla, Tendachent, e più di recente i Tre Martelli con cui ha realizzato il disco ”Tra Cel e Tèra”. Il suo nuovo album “Sguardi” esce dagli abituali sentieri della tradizione musicale piemontese in cui abbiamo imparato ad apprezzarla, raccogliendo una personale selezione di quindici canzoni, incontrate, scoperte ed amate durante il suo percorso musicale e che, come scrive Roberto Sacchi nella presentazione: “le ha volute portare con sé, per averle più vicine, per ogni giorno, per poterle rivivere. Note e parole eterogenee ma fatte proprie, scelte con amore e interpretate con raro sentimento”. A chiarificare ancor di più lo spirito che anima tutto l’album, ci sono anche le note di copertina firmate dalla stessa Zambruno e in cui scrive: “Tante storie e tanta storia si possono raccontare con il canto: basta allargare lo sguardo e ascoltare per capire che la musica ci parla del mondo”. Emerge così in tutta la sua complessità anche la visione che la stessa cantante piemontese ha del fare canzone, sia esso popolare o cantautorale, ciò che è importante è cogliere sempre la storia e le storie che sono dietro ogni canto, e per farlo è necessario volgere lo sguardo ed allargare il proprio orizzonte. Registrato tra novembre e dicembre 2012 a Portacomaro (Asti), il disco vede la partecipazione al fianco della Zambruno di due eccellenti musicisti come Piercarlo Cardinali (chitarra e cornamusa), e Gianpiero Malfatto (trombone), a cui si aggiunge in un paio di episodi anche Matteo Ravizza al contrabbasso, che contribuiscono in modo determinante alla costruzione di un suono semplice ed allo stesso tempo elegante. Il lavoro per sottrazione operato sugli arrangiamenti, mirano a valorizzare tanto le personalissime timbriche della voce della cantante piemontese, quanto la potenza dei testi dei singoli brani. Durante l’ascolto non si può non restare colpiti dal trasporto con cui la Zambruno approcci ogni brano, dandovi un interpretazione profonda, empatica e personale. Non è un caso che il disco si regga su una serie di brani dedicati all’universo femminile, in cui incontriamo storie come quella di Anita Garibaldi (“Bruna De Laguna”), e quella tragica della poetessa Alfonsina Storni (“Alfonsina Y El Mar”), ma anche temi come la violenza (“Gli scolari di Tolosa”), l’amore travolgente (“Mon Amant De Saint Jean) e il lavoro (“Le Impirasse”). A Brillare in modo particolare sono senza dubbio brani tradizionali come “Il Moro Saracino”, “Oh Mia Diletta” e “Madre Crudele”, ma di pregevole fattura è anche lo spaccato dedicato alla canzone d’autore con “Vincenzina e La Fabbrica” di Enzo Jannacci, qui proposta in una versione davvero emozionante. A completare il disco troviamo poi alcuni riferimenti alle passioni musicali della Zambruno, come la musica da ballo nelle eccellenti “Bourée” ed “Esa Musiquita”, il trallallero ligure (“Quarto a-o Ma”), e un immancabile tributo alla tradizione piemontese con “El Car Di Trasloc” del poeta Giovanni Rapetti. “Sguardi” è dunque un eccellente lavoro, nel quale la cantante piemontese ha voluto raccogliere non solo alcuni delle sue composizioni preferite, ma anche quei brani che in qualche modo avessero segnato il suo percorso umano e musicale. 

Salvatore Esposito

Elisabetta Landi & Erasmo Petringa – Contadini e Santi. Live in Santa Sofia (Provincia di Benevento)

Parliamo del Sannio beneventano, territorio storicamente denso di religiosità, di pratiche devozionali, alcune perfino molto note, eppure soltanto sfiorato dalle memorabili ricerche etno-musicologiche di tre quarti del Novecento. Della sua religiosità abbiamo appreso da insigni volumi di poesia popolare, più recentemente qualcosa è stato messo su disco (pensiamo alla pubblicazione del gruppo Viento “Recorrimo a lo sepolcro”, ma anche al lavoro di ricerca dei fratelli Ciervo con l’attività di Musicalia e i due CD “Voci della Campania infelix”). Un nuovo, importante tassello per la ricostruzione della storia religiosa della Campani arriva con “Contadini e Santi – Live in Santa Sofia”, prodotto dalla Provincia del capoluogo sannita, che fissa su disco la registrazione del concerto di Elisabetta Landi ed Erasmo Petringa del dicembre 2012, nello scenario unico di Santa Sofia, perla dell’architettura longobarda. Curata veste grafica del booklet, con scatti del concerto, sintetiche note di presentazione dei canti (italiano e inglese) e trascrizione dei testi dialettali. Elisabetta Landi, uscita dalla “bottega” dei Musicalia, poi vocalist di Ausulèa Ensemble, si è costruita un’autonoma fisonomia di cantante e percussionista ma, soprattutto, di attenta ricercatrice di storia orale (qui ricordiamo la sua ricerca sul mercato dei valàni a Benevento). Non occorrono presentazioni per Erasmo Petringa, strumentista di grande valore, che vanta numerose collaborazioni, nonché un lunga carriera solista. La ricerca sul campo di Landi (tra il 1998 e il 2012) ha interessato soprattutto l’area del monte Taburno; “Contadini e Santi” (titolo mutuato da uno studio del russo Aron Jakovlevic Giurevic) è un itinerario nella memoria, una traccia che scava nelle storie subalterne, nelle credenze popolari, all’interno di una visione altra del mondo religioso, con divinità salvifiche, mediatori, deus ex machina che intervengono a risanare le ingiustizie, a ristabilire l’ordine violato. Un’opera che recupera materiale che ha perso la sua funzionalità ma che riaffiora, memoria riattivata, attraverso la sollecitazione della ricercatrice alle testimoni di un sapere. Un lavoro non facile quello di Landi, che presuppone sempre un confronto con quanto già investigato, ma che non è mai definito, nel senso che indagando nella memoria popolare si aprono squarci di umanità, ma perfino visioni disturbanti. I canti sono stati rinvenuti con profili melodici accennati, non compiuti o integri, senza musiche o cantati utilizzando la stessa melodia. Esprimono lo smarrimento di senso? Sono il segno di una pratica di sovrapposizione di melodie tipiche delle culture popolari? Elisabetta Landi non teme di esporre la voce, accompagnandosi con i tamburi a cornice, per interpretare un repertorio di non facile esecuzione. Sono undici brani reiventati, nel senso che Petringa, lontano dall’idea passatista o di scavo filologico, suona solo una chitarra 12 corde e una loop station, rinunciando a strumenti che possono ricondurre a stereotipi etnici. La creazione è misurata: è profonda immediatezza, ricerca l’essenzialità (evviva!), rifugge la ridondanza timbrica che in certi casi serve ad ammantare di piacere sonoro voci non sempre all’altezza, si pone sulla scia dello studio della musica etnofonica del sud. Petringa lavora sulle cellule ritmiche e melodiche popolari per rivestire le litanie: così eccoci ad ascoltare un giro armonico della carpinese o della tammurriata, spunti di natura world. Ciò che colpisce è la fruibilità dell’album, che presenta storie avvincenti di santi: deus loci, patroni locali, ma anche modelli di ampia diffusione in Italia, con alcuni brani che testimoniano il retaggio altomedievale. Così passiamo dalla celebrazione della funzione mediatrice di Maria (“C’è benuto Gesù Cristo”) all’orazione agiografica su Sant’Antonio da Padova (“E de lu martedì”), dalle storie salvifiche di pellegrini (“Giovane innocente”) ad una notissima “Ninna Nanna”, diffusa in molte are del centro-sud, dalla storia del giocatore incallito (“’O Giocatore”, di cui ricordo anche una notevole versione in un disco dei Musicalia) alle giaculatorie mariane (“’Stu rosario”). Si segnalano ancora le vicende narrate in “Ciunco cavaliere”, “Santu Pellerino” e “La vecchia ostinata”, mentre una preghiera serale, su una melodia esistente tratta dal repertorio di Petringa. conclude questo “Contadini e Santi”, bell’esempio di via artistica individuale alla riproposta di un patrimonio culturale che è importante non scompaia, non solo per la sua importanza storico-musicale, ma per il suo inalterato potere narrativo. 


Ciro De Rosa

Gricanti Festival - Tre Anni Di Musica 2010, 2011, 2012, Salento Altra Musica, DVD

Avvolta dagli ulivi secolari, nelle campagne di Corigliano D’Otranto, la Masseria Sant’Angelo, è da alcuni anni lo scenario in cui la storica famiglia Avantaggiato, ospita il Gricanti Festival, evento ideato dall’Associazione Salento Altra Musica, e che rappresenta la sempre più rara occasione per vedere riunite le storiche voci della tradizione salentine e i musicisti impegnati nella riproposta, uniti dal comune intento di preservare e conservare la lingua grika, parlata nella Grecìa Salentina. Si tratta di un evento prezioso, che ha mantenuto integra la genuinità del far festa e del suonare insieme, in un aia in aperta campagna, proprio come erano soliti fare, quei contadini, che hanno mantenuto viva per secoli la tradizione. Nel corso dell’edizione 2013, appena conclusasi, è stato presentato l’interessante documentario “Gricanti Festival – Tre Anni Di Musica 2010, 2011, 2012”, che raccoglie non solo i principali momenti musicali degli scorsi anni, ma anche alcune preziose interviste agli anziani cantori, testimoni autentici della musica popolare grika e salentina, ma ai nuovi interpreti della scena musicale del tacco d’Italia. Sebbene non goda di una distribuzione capillare nei negozi, ma sia possibile acquistarlo solo in loco presso la Masseria Sant’Angelo, e sia caratterizzato da una produzione prettamente amatoriale, il documentario in questione è di indubbio interesse, in quanto ha il pregio di fotografare in modo eccellente qual è lo spirito che anima questo evento. Si percepisce chiaramente come tanto la retorica, quanto il Salento da cartolina siano lontani anni luce da quelle parti, ma piuttosto si punti alla valorizzazione della cultura del luogo, senza mezzi termini. E’ per questo che non ci sorprende vedere come la maggior parte delle interviste siano state fatte ora dialetto salentino ora in lingua grika, segno evidente di come la valorizzazione culturale cominci proprio dalle cose più piccole. Spiccano così i ricordi di Giovanni Avantaggiato, che racconta i suoi primi passi come musicista a Daniele Durante, la bella e profonda intervista a Gianni De Santis degli Avleddha, ma anche il dialogo con Cici Cafaro, che non manca di sottolineare come “chi non ama le sue radici non ama se stesso”. Dal punto di vista prettamente musicale vale la pena citare le esibizione delle ‘Nrgracalate, gruppo di cantrici di Borgagne, che ci offrono due superbe versioni corali de “La Tabaccara” e “Damme Nu Ricciu”, dei Cantori Di Menamenamò, e delle Sorelle Gaballo, accompagnate da Dario Muci, che ci conduce nel cuore del canto polivocale salentino. Non manca anche uno sguardo verso la Grecia con gli Encardia, da lungo tempo impegnati nella riproposizione in patria di materiali tradizionali della Grecìa Salentina, e uno spaccato sui gruppi e sulle voci della riproposta come i Ghetonìa di Roberto Licci, Antonio Castrignanò, e Daniele Durante. Ad impreziosire il documentario c’è poi una suggestiva performance in trio di tre delle migliori voci femminili del Salento, ovvero Cinzia Marzo, Anna Cinzia Villani e Vincenza Magnolo, quella dell’immancabile Famiglia Avantaggiato, e un outro corale di grande intensità. Il dvd “Gricanti Festival – Tre Anni Di Musica 2010, 2011, 2012” è così non solo una preziosa occasione per scoprire un festival tanto importante quanto poco noto al grande pubblico, ma anche un opportunità di assistere al confronto sui materiali tradizionali tra generazioni musicali diverse. 


Salvatore Esposito

Michele Moramarco – Come Al Crepuscolo L’Acacia

Apprezzato saggista e scrittore, Michele Moramarco è noto anche per la sua attività di musicista e cantautore, che, negli anni, lo ha portato ad incidere tre dischi, che spaziano dalla canzone d’autore alle composizioni strumentali. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione del suo nuovo album “Come Al Crepuscolo L’Acacia” per approfondirne le ispirazioni e le suggestioni poetiche, che caratterizzano i vari brani da cui traspare tutta la sua capacità di esplorare la dimensione simbolica e sinestetica del cantautorato. 

Come nasce il tuo nuovo album "Come Al Crepuscolo L'Acacia"? 
Direi dal desiderio di raccogliere canzoni scritte in tempi e stili molto diversi, ma collegate da alcuni tratti comuni: la percezione del Sacro celato nelle pieghe dell'esistenza e della natura, il richiamo dell'Oltre, dove stanno le generazioni trascorse e quelle che non hanno ancora vissuto, l'affetto per i nati morti, per gli annientati. E non mi riferisco solo ai testi di vari brani, anche alcune scelte - o "ispirazioni" - armoniche e timbriche hanno a che fare con una specie di "metafonia", con sonorità trascendenti. Se ascolti in filigrana "Identikit R+C" o "Bethlehem" te ne rendi conto. 

Venendo ai brani mi ha colpito subito il sound old time de "L'Uomo Di Altamura"...
La canzone immagina che il cosiddetto "Uomo di Altamura", uno scheletro sorprendente, perlaceo, di almeno 50.000 anni fa (ma forse ben più antico) trovato nella cavità del Pulo non lontano dalla città pugliese, si metta a gironzolare nella murgia e nei claustri del centro antico, con il rischio di cadere in un crepaccio e finire ingloriosamente o di spaventare gli avventori di qualche bar in cui entrasse senza una ragione. Si tratta in buona sostanza di un cartoon (un po' sulle orme del disneyano "The Skeleton Dance" del 1929), la musica animata e giocosa lo rimarca, ma certamente è autobiografico: io sono di origini altamurane e la metafora di Ciccillo - così è stato bonariamente battezzato lo scheletro - sta per le radici che sento midollari, fondanti. 

Cosa ti ha ispirato "Green Man"? 
Un libro che lessi nel 1975, "Britannia misteriosa" di Janet e Colin Bord. Fitto di illustrazioni evocative dell'arcano che aleggia tra castelli in rovina e scogliere, vi trovai qualcosa sul Green Man (o Greene Kynge, Re Verde secondo una lezione arcaica), il fantoccio di rami e frasche che veniva sbeffeggiato e poi bruciato per celebrare la primavera, un po' come accade in certi "maggi" in Italia. Lo sentii una specie di Cristo vegetale, innocente ma sacrificato per placare il tempo che passa e uccide, il Crono divoratore dei propri figli. Ma pure il Green Man, come Cristo, risorge, e non solo nel verde della primavera successiva, ma anche - dal momento che, venendo distrutto, entra nell'Ignoto - in quella primavera definitiva, incantata e fuori dal tempo, che varie tradizioni spirituali invocano. 

Tra i brani più interessanti del disco c'è senza dubbio "La Ballata di Scaroun", ci racconti la genesi di questo brano? 
Mi fa piacere che tu ne parli così, perché è una canzone a cui sono molto affezionato. Dovrei anzi dire che mi sono affezionato al suo protagonista, peraltro mai conosciuto. Ma mi ha folgorato quel che ho letto di lui nel libro "Contavamo i cavalli bianchi" di Antonio Casoli. Scaroun era un "casante", svolgeva cioè le mansioni più umili in una casa colonica situata a poche centinaia di metri da dove poi io avrei abitato da bambino. Arrivò, racconta Casoli, subito dopo la fine della guerra, e - forse traumatizzato da un bombardamento - se ne stava in un mutismo assoluto, che rompeva solo per parlare, a gesti e suoni incomprensibili agli altri, con il Sole, la Luna e le stelle. Era davvero povero, Scaroun, eppure quella soggettiva - o, chi può dire, forse anche oggettiva - familiarità con gli oggetti celesti lo esaltava, riempiva la sua vita. Poi, come una meteora, se ne andò. L'ho immaginato fare la parte della cometa in un presepe su scala cosmica, tanto egli, sfuggendo, si immedesimava con gli astri vaganti.

Nel disco spiccano due brani, "Identikit R+C" e quel gioiello che è "Mastro Hiram", un piccolo oratorio lirico. Ce ne puoi parlare? 
Il primo è la stratificazione di due testi, come puoi notare ascoltandolo. La parte iniziale evoca Christian Rosenkreuz, il leggendario maestro dei Rosacroce, e la cripta ottagonale, pervasa da una luce misteriosa, in cui il suo corpo incorrotto sarebbe stato ritrovato; la seconda, invece, parla dell'identificazione - dubbia, come spesso accade - di un reo e della sua immediata fucilazione. Ora, non so spiegarti come mi sia saltato in mente di unire i due testi, quasi contrapposti nello spirito. Mi piaceva l'idea di un testo in cui "bianco" e "nero" fossero marcati, ben distinti, non confusamente mischiati come avviene a questo mondo, ma per non dare l'ultima parola al secondo, alla negatività, ho pensato bene di chiudere con una strofa che che si ricollega al primo testo: un richiamo alla Saggezza Divina (Sophia) che - se riusciamo a "intravederla" - ci consente di superare con il nostro spirito le brutalità naturali e storiche di un universo fàgico, in cui gli esseri si divorano a vicenda in vari modi. Quanto a "Mastro Hiram", si tratta di un brano ispirato a un "eroe" simbolico, il testo fa riferimento ad una leggenda iniziatica e la parte strumentale - che scrissi come una specie di marcia nuziale in cui tema e intrecci armonici creassero un'atmosfera in qualche modo toccante - vorrebbe celebrare la speranza della resurrezione. Anche "Mastro Hiram" è la stratificazione di due brani, ma stavolta in senso musicale: il primo (quello su cui canto) del 1971 e il secondo, lo strumentale che consta dell'introduzione poi riprende con il piano, scritto da me in uno stile neo-romantico nel 2005. Andrea Ascolini mi ha suggerito il breve ma efficace ponte tra i due. 

Quanto hanno pesato nella tua formazione musicale e cantautorale i tuoi studi sulla tradizione iniziatica? 
Molto.... per quanto la relazione sia, come si dice, biunivoca: anche la musica ha indirizzato le mie ricerche in ambito spirituale. C'è una corrente che scorre tra i due piani e ne fa, in qualche modo, tutt'uno. Quando una melodia ti eleva, cerchi corrispondenze in concetti, li cogli, li "capti" meglio entro un contesto nel quale magari sono dispersi, nascosti o apparentemente "abbassati", ordinari; quando un ritmo ti riscalda la volontà, puoi "aprirti" con più forza al respiro e al pulsare delle enegie divine; ancora, quando un'armonia suscita esperienze visuali in forma di figure plastiche, sei portato analogicamente a vedere meglio la geometria nascosta delle cose.... mentre la timbrica ti lancia in flussi cromatici che puoi assimilare come luci tenui o sfolgoranti, stimoli per le fibre corporee e per la mente.

Alle tue ricerche filosofiche sulla Vergine Maria si riallaccia il brano conclusivo "The Rose Of The World/Piccola Ave Maria"… 
Le mie ricerche hanno riguardato soprattuto il concetto di "Sophia", che costituisce, in un certo senso, il retroterra spirituale di Maria, in quanto Sophia è la "matrice" della Creazione, come Maria lo è del Cristo. La mia per Maria è piuttosto devozione (anche se in spirito universalista, non cattolico), meditazione, ricezione poetica. La Vergine Madre è la Dolce Signora che spande balsamo sull'anima afflitta. Allude al silenzio sacro, al divino grembo in cui si formano le facoltà spirituali, e a molto altro. Per questo ho collocato la mia "Piccola Ave Maria" a sigillo della poesia (musicata da me) "The Rose Of The World" di W.B. Yeats: l'archetipo del femminino descritto in quella lirica trova quasi un rifugio, in questo mondo, nella piccola statua di Maria custodita in una semplice "maestà" di legno, davanti alla quale mi fermavo spesso - da bambino - d'inverno, quando nevicava, traendone tepore... 

Oltre ai brani nuovi il disco, quasi fosse un paghi uno e prendi due, presenta una selezione di composizioni dai tuoi dischi precedenti, come mai questa idea? 
Per il motivo che dicevo all'inizio, cioè per amore di "rapsodia", perché mi piaceva l'idea di accostare stili e temi diversi, e così ho incluso, d'accordo con il mio editore musicale, l'ottimo Pietro Paluello (Heristal Entertainment), alcuni dei miei precedenti pezzi, tra quelli che ritenevo più interessanti o meglio riusciti. 

Come si inserisce questo nuovo disco nella tua produzione artistica? 
Mi è parso, mentre lo incidevo sotto la supervisione di Andrea Ascolini, di trovarmi in uno stato di "libertà creativa": molte soluzioni melodiche e testuali sono uscite in corso d'opera, quindi una spontaneità quasi selvatica si aggira in molte tracce, e ne sono contento. Lo sento come un cd vitale.

Come si è evoluto il tuo stile cantautorale in questi anni? 
Credo nel senso di una crescente autonomia, non dimenticando certo, nè rinnegando, le influenze che mi hanno formato, ma filtrandole meglio con una cifra personale. Quando nel '90 mandai alcune mie canzoni ("Malta", "Molto strano" e altre) ad Amilcare Rambaldi, il creatore del Premio Tenco, lui mi scrisse che le trovava interessanti ma che avrei dovuto staccarmi di più da certi retroterra (trovò caputiana "Molto strano" e contiana "Nello specchio dell'amore"). L'osservazione mi si impresse a fondo e solo otto anni fa sentii di avere raggiunto il traguardo che Rambaldi mi aveva indicato, così decisi di riprendere le incisioni. Ora il traguardo è ampiamente superato, direi... 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro… 
Innanzitutto continuare a incidere canzoni rapsodiche. Ti dico solo qualche titolo: "Laika", "Quando Keith Moon mi chiese una Kent", "Invisibili mani" .... insomma, dalla dolce cagnetta lanciata in orbita dai russi nel 1957 e purtroppo non tornata, a un incredibile incontro con il batterista degli Who quando avevo tredici anni, fino a una specie di metafisica delle mani. Per aggiungere rapsodicità a rapsodicità vorrei includere in un cd qualche bella canzone inedita del mio amico e produttore musicale Andrea. Poi mi piacerebbe suonare di nuovo in locali, piccoli teatri e clubs - come il Take Five e il Bravo Caffè di Bologna, o l'Arciliuto di Roma - dove la canzone d'autore è di casa.



Michele Moramarco – Come Al Crepuscolo L’Acacia (Pesi & Misure/Heristal Enterainment) 
A tre anni di distanza da “Gesbitando”, Michele Moramarco torna con “Come Al Crepuscolo L’Acacia”, disco nel quale sono raccolti dieci brani di nuova composizione, prodotti da Andrea Ascolini ed incisi con la partecipazione del figlio Graziano Moramarco (chitarre), Sandra Mongiovì (voce) e l’H.W. Ensemble. L’ascolto rivela un disco di grande suggestione, in cui si intrecciano visioni poetiche e spaccati più easy, componendo un mosaico musicale eclettico ed originale, ma allo stesso tempo ricco ed imprevedibile. Ad aprire il disco è “L’Uomo Di Altamura”, un brano dalle sonorità old time, in cui viene raccontata la storia surreale di uno scheletro preistorico che passeggia per i vicoli di una città, ma è solo un attimo perché a seguire arrivano prima il profondo lirismo di “Attesa” e poi la swingante “Green Man”, in cui si canta dell’uomo vegetale che veniva “sacrificato” nelle feste primaverili. Il simbolismo biblico di Bethlehem, ci introduce al cuore del disco con brani come “La Ballata di Scaròun”, “Identikit R+C” e “Mastro Hiram”, quest’ultima caratterizzata da un epico intro stumentale e da un testo poetico, in cui si intrecciano leggenda iniziatica e simbolismo biblico. Sul finale arrivano poi “Chak Chak” che ci riporta verso un sound easy dai toni jazzy, la romantica ballata latin “E Ogni Momento Ti Amo”, e quel gioiello che è “The Rose Of The World” su testo poeta irlandese W.B. Yeats, che sfocia nell’altrettanto bella “Piccola Ave Maria”, in cui Moramarco canta di un bambino di fronte alla “maestà” in legno della Vergine. A completare il tutto, c’è anche una selezione di otto brani tratti dai due precedenti lavori cantautorali, “Allucinazioni Amorose (Meno Due)” e “Gesbitando”, che consentono a quanti si avvicinassero per la prima volta al suo songwriting di avere una visione globale della sua originale cifra stilistica. “Come Al Crepuscolo L’Acacia” è dunque il lavoro più compiuto del cantautore reggiano, non solo per la qualità intrinseca delle singole composizioni, ma anche per la cura che è stata riposta negli arrangiamenti, che mirano ad esaltare la dimensione poetica e simbolica della scrittura di Moramarco. 



Salvatore Esposito