Rite of Strings – Dust and the Moon (Shiny Things, 2026)

“Dust and the Moon”è l’album di esordio di Rite of Strings, , ensemble internazionale di musicisti riconosciuti a livello globale che uniscono jazz e musica persiana. Il gruppo è formato dal compositore iraniano-americano e virtuoso del santoor Ehsan Matoori, il bassista e compositore vincitore Edward Perez, il batterista Engin Kaan Günaydın, il violinista e compositore Eylem Basaldi e il clarinettista, anche lui di fama internazionale, Ismail Lumanovski, che appare come ospite speciale. Le composizioni originali sono di Ehsan Matoori e di Edward Perez, Eylem Basaldi ed Erik Satie. Il risultato è una collaborazione artistica intima e profonda che crea un dialogo musicale di alti livelli musicali ma anche momenti di chiara visibilità, immaginario e “acustinario”, così come antico e moderno vi convivono con estrema disinvoltura. La prima traccia, “Dust and the Moon”, anche title track, è metafora della polvere come memoria terrena che lascia una scia e della luna come distanza, luce e speranza. Queste due dimensioni appaiono ben equilibriate musicalmente tra improvvisazioni individuali e dell’ensemble e sono ben simbolizzate e connotate dal santoor e dal violino quella lunare, e dal basso e batteria quella più terrena. Segue “Lunar Trabsit”, dove, più che ad una eclissi, il transito della luna è riferito al momento in cui essa acquista gravità esercitando una grande influenza sull’umanità, in particolare sui musicisti, esseri lunari e notturni per antonomasia. Anche la struttura musicale di questo brano è basata sulla dicotomia uomo-luna. Inizia in ritmo libero con il santoor e il violino a cui si aggrappa il groove su un incalzante maqām che sfocia in una lunga improvvisazione del clarinetto su un tema metricamente additivo. Oltre, “Qeshm” comincia con un deciso riff del basso poi ripreso dagli altri strumenti che vi innestano un breve ma s efficace tema a cui fano eco le risposte della batteria. Il brano è ispirato all’omonima isola, situata nel Golfo Persico al largo della costa meridionale dell’Iran, nota per le sue notevoli insenature, scenario acustico e visivo perfetto per un surreale viaggio personale. Scrive in proposito Perez “Nella composizione formazioni geologiche, i paesaggi costieri, le tradizioni culturali e il lungo rapporto con il mare, l’isola diventa lo, immagino di attraversare Qeshm in bicicletta, osservando i paesaggi, le comunità e i luoghi significativi dell’isola. Man mano che il viaggio si svolge, Qeshm diventa gradualmente più di una destinazione fisica: diventa un punto di partenza. Nell’immagine finale, la bicicletta sembra pronta a staccarsi da terra e proseguire all’aria aperta”. Invece, “Glossine n.1” è un arrangiamento del famosissimo brano di Erik Satie, modale già in partenza ma ricreato nello stile orientale, un’operazione non affatto scontata che vuole restituire il brano a quella parta del mondo che lo ha ispirato. A proposito scrive Perez: “Quando io ed Esani stavamo selezionando la musica per l’album, abbiamo ritenuto importante includere un brano che non fosse nostro, ma che fosse ampiamente riconosciuto. Volevo offrire agli ascoltatori un punto di accesso familiare all’album, qualcosa con cui potessero entrare in sintonia, anche al primo ascolto. Il dilemma era trovare la melodia giusta per l’insolita combinazione di strumenti del nostro gruppo. Abbiamo fatto brainstorming per settimane, e poi un giorno questa melodia mi è tornata in mente. Ho capito che era il tipo di melodia che sarebbe suonata magnificamente su violino, santoor e basso elettrico. È diventato un punto d’incontro per noi. L’arrangiamento non ha richiesto molto tempo per essere scritto. Volevo che la melodia venisse riprodotta dai tre strumenti, ma, nell’approccio alla musica classica, non volevo che cadessimo nella trappola di cercare di suonare come qualcosa, o qualcuno, che non siamo. Ho fatto del mio meglio per creare una versione in cui ognuno di noi potesse suonare come ha sempre fatto, e per puro caso la melodia proviene dalla tradizione classica”. “Xur”, titolo del brano successivo, significa invece insenatura di marea che si estende nella terra ferma. È stato scritto in memoria di Bassam Saba, polistrumentista libanese, ammirato per la sua generosità, la sua profondità musicale e la sua padronanza di numerose tradizioni musicali. L’immagine di quello specchio d’acqua che si estende verso l’interno tra terra e mare, diventa la metafora di un luogo emotivo sospeso tra arrivo e partenza, connessione e perdita. Il brano porta con sé sia il dolore di una collaborazione che non si è mai concretizzata. “Ağıt (Lament)” consta di un’introduzione cameristica di santoor e violino a cui si aggiunge la sezione ritmica con il basso che traccia un percorso armonico discendente che fa sentire tutto il suo “lamento”, che è una meditazione sulla sofferenza interiore, a differenza del lamento occidentale che è incastrato su un idiomatico procedimento armonico, qui esso è pura libertà ed evocazione espressiva che ha un maqām come riferimento. “Polaris” e “Ballad for Margot” concludono questo bellissimo disco che mette bene in chiaro la terra di provenienza dei musicisti ma che si presta a molteplici e profonde contaminazioni assumendo l’improvvisazione come terra promessa, in fondo se il jazz contemporaneo vuole trovare nuove strade creative è in questa direzione che deve guardare. riteofstrings.bandcamp.com/album/dust-and-the-moon


Francesco Stumpo

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