Buddy Miller – Buddy Miller (New West Records, 2026)

Generalmente gli album omonimi esordiscono insieme agli artisti e rappresentano per loro un biglietto da visita, un modo per iniziare a farsi conoscere al grande pubblico. Tuttavia, più raramente, possono essere rilasciati anche da artisti già affermati che vogliono cambiare suono oppure semplicemente presentarsi al pubblico per ciò che sono. Il più recente album di Buddy Miller, pubblicato quindici anni dopo l’ultimo lavoro da solista, rientra pienamente in quest’ultima categoria. Al suo interno infatti possiamo ritrovare le molteplici anime del cantautore, nonché le voci di molti artisti che lo hanno accompagnato lungo la carriera. La voce dello stesso Miller, costantemente affiancata dalla sua chitarra e dal suo inconfondibile tremolo, riesce a sembrare a tratti più giovane di quella che è, dimostrando che non siamo di fronte solamente a un abile chitarrista o a un oculato produttore, ma anche a un cantante capace di imprimere il suo timbro vocale sui brani che sceglie di registrare. Una reinterpretazione dai toni rock di una canzone degli anni ‘60, “As Long As I Have You”, apre l’album con un inno alla forza dell’amore, capace di muovere montagne, ma anche di trasformarsi in un’arma a doppio taglio, come dimostra la canzone successiva, “You Never Really Get Over It”, un brano scritto a quattro mani con la moglie Julie e cantato insieme al vecchio compagno di band Shawn Colvin, sull’impossibilità di superare la perdita di una persona cara. Insieme ad un altro vecchio amico, Jim Lauderdale, l’autore si sposta sui toni di un rockabilly contemporaneo con “Strange Desire”, scritto da John David e Paul Kennerley, che racconta delle sensazioni provocate dall’innamoramento, per poi affidare le difficoltà della vita alla fede in un gospel, “Ruby Hang On”, ancora per la penna della moglie. Miller ci invita poi a continuare a credere nell’amore nonostante le delusioni, affidandosi nuovamente ad un brano degli anni Sessanta, “Don't Look Back”, arrangiato in una versione country-soul insieme a Dan Penn, il quale è anche co-autore del brano successivo, “Not Enough Time to Change”, un’amara riflessione sulla difficoltà di cambiare. Sonorità rock e la penna di Julie Miller giungono in soccorso a ricordarci che c’è spazio per tutti, anche per i cosiddetti «perdenti», in “Losers’ Celebration”, mentre un gospel degli anni ‘70 scritto da Jesse Winchester, “Lay Down the Burden of Your Heart”, cerca di guarire le ferite rimaste aperte grazie una commovente interpretazione impreziosita dalla voce soave di Tanya Trotter e quella graffiante di Michael Trotter Jr. dei War and Treaty, nonché dalla dolce pedal steel guitar di Steve Fishell. La sua steel guitar introduce anche il brano successivo, “Stop Me”, in cui Jim Lauderdale torna alla scrittura, insieme a John Leventhal, per un pezzo country-soul in cui musica e testo suonano in concerto e la voce di Buddy Miller trova un suo adatto complementare in quella di Lee Ann Womack. Le voci femminili continuano ad accompagnare Miller in “Till the Wheels Come Off”, dove Elizabeth Cook e Ashley Monroe, co-autrici insieme a Meg McRee e Angaleena Presley, armonizzano in un inno d’amore scritto appositamente per i coniugi Miller, sulle note della chitarra di Buddy e del violino di Fats Kaplin. Chiudono poi l’album due brani di Julie Miller: “The Inner Sanctum of God”, un consolatorio gospel-bluegrass che può rievocare le sonorità di “You’ll Never Leave Harlan Alive” di Darrell Scott, e infine “Masterpiece in the Sand”, scritto insieme al marito, in cui il testo sulla vacuità di tutto ciò che l’uomo produce sia adagia su un arrangiamento orchestrale di violoncello, piano e chitarra. Oscillando tra i diversi generi di cui Buddy Miller si è sempre nutrito, l’album riesce nel suo intento di presentare il cantautore nelle sue differenti sfaccettature tematiche e melodiche e si presenta sia come una buona porta d’ingresso per nuovi fan, sia come lieto ritorno per chi lo segue da tempo. 


Fabio Diegoli

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