Quell’isola esiste (Francesco Guccini, semper nobiscum)

Anche se “azzurro, color di lontananza” è presa a prestito da Guido Gozzano (1883 - 1916) le tante folgoranti immagini in canzone di Guccini diverranno patrimonio nazionale quando saranno inquadrate nella prospettiva degli anni. La letteratura italiana dev’essere ben fiera di un autore, non certo di modesta ala, che sapeva inserire un tacchino o le dita dei piedi in una struggente “canzone (quasi) d’amore” per concluderla col verbo “grattarsi”. Seppur in un’epoca che si trascina, anch’essa, indolente “fra krapfen e boiate” senza prestare molta attenzione a quel che si trova nei sottoscala delle classifiche di vendita e freme nell’abbaglio di frasi finto-poetiche quali “per le mie navi son quasi chiusi i porti” (non a caso virgolettata da Francesco). Ovviamente ciò non vale per i tanti che ne hanno amato l’opera ma qualcosa che doni prospettiva a lungo termine si rivela spesso necessario alle masse, raramente lungimiranti e in perenne confusione davanti a quel che gli accade sotto il naso. Piero Ciampi docet. Ricordiamo che, per essere stata inserita, l’“Avvelenata” (anche se brevemente e non per sua volontà) all’interno dei juke-box, in quel di Imola costò al suo autore una denuncia per linguaggio osceno. Parallelamente, gli aristocratici testi gucciniani risultano colmi di puntiglio nell’utilizzo di metafore (anche ellittiche) e riferimenti colti. Come quando Venere viene chiamata Vespero a sera quando perde in luminosità e Lucifero al mattino dove intensamente la riacquista. Numerose risultano anche le allitterazioni come “Bisanzio è forse e solo un simbolo insondabile segreto” o “Se ci sei cosa sei? Cosa pensi e perché? Non lo so, non lo sai, siamo qui o lontani?” (“Canzone Delle Domande Consuete”). Guccini ha pure coniato neologismi cantando verbi inesistenti quali “birillare”, “paradisare” o “nebbieggiare” che fa tanto Pianura Padana del secolo scorso. Come si è divertito a italianizzare modi di dire uditi chissà quando e in tutt’altri contesti, magari all’interno di frasi dialettali locali. Ogni parola è sulla riga dopo essere stata soppesata a puntino e verificato il suo legame con le altre. Per poi inerpicarsi lungo i viottoli della scrittura alla serpentina ricerca d’identità e suono, e terminare nella propria rima, sia essa baciata, perfetta, al mezzo, incrociata, interna, alternata, ipermetra o imperfetta. Canzoni che sono piccoli apologhi e possiedono trame romanzesche tra epoche anche lontane e correnti letterarie differenti.

Posta un commento

Nuova Vecchia