Quell’isola esiste (Francesco Guccini, semper nobiscum)

Talvolta l’autore sembra giocare con le parole, come quando utilizza “persiano” (era noto il suo amore per i gatti) per riferirsi a ʿUmar Khayyām, autore del celebre “Ruba'iyyat” (“Via Paolo Fabbri 43”).  E, anche se le convinzioni di Francesco erano ben radicate, intelligenza e pudore lo portavano quasi sempre a terminarle nella celebrazione di un dubbio. Da umile e discreto spettatore delle proprie emozioni, non si contano i “forse” e le congiunzioni avversative “ma” infilate a bell’apposta per frenare quel che aveva poco prima convintamente affermato. Quanto sarebbe auspicabile larga diffusione di questa pratica, ad esempio, in una televisione attuale, giudicante e artata, colma di mediocri-piedistalizzati e applauditi opinionisti-tuttologi. Già Bertolt Brecht consigliava nel lontano 1939 in “Lob Des Zweifels” (“Lode Del Dubbio”): “Salutate con rispetto chi come moneta infida pesa la vostra parola!" D’altronde i “valori” fondanti l’essenza di Guccini sono da tempo, precipitati nella desuetudine: la ricerca di radici nei luoghi di antenati-fantasmi, il celato dietro l’apparenza delle cose, artigianale scrittura a fissare il tempo, le domande solite senza risposta, il sentirsi perennemente studente. Cose che non si indossano facilmente da un giorno all’altro o alla bisogna come una giacca buona o una camicia inamidata, Cesare Pavese sosteneva: “La mia opera è un monolito, i miei libri sono schegge di un monolito” (“Dialoghi Con Leucò”, 1947). Ci vogliono persone d’altra epoca, poco avvezze alle ipocrisie e strutturate sociologicamente in un modo difficilmente rintracciabile nelle ultime generazioni, le quali subiscono, loro destino, fin dall’infanzia ben diversi stimoli che la fascinazione per castagne, “piogge d’aprile” o il torrentello di una qualche sperduta terra d’origine. Uomo lento, stagionale, senza patenti, Francesco ha provato a salvare ciò che riteneva importante affidandolo a carta e voce senza minimamente preoccuparsi di possedere un “bel canto”. Più il mondo è limitato, più si diventa filosofi di piccole cose, in questo anche molti dei cantautori degli anni ‘70 contribuirono non poco a togliere polvere alla lingua italiana. Un buon numero di sue ballate hanno immaginato di vivere un racconto in realtà vissuto da altri, come quella del prozio Enrico in “Amerigo” o di “Antenor” basata sulla poesia “Il Gaucho” del colosso Jorge Luis Borges unita a “Don Segundo Sombra” dell’altro scrittore argentino Ricardo Guiraldes. Ora ciascuno conserverà il mazzo personale delle sue preferite (d’altronde la parola “antologia” in origine greca ha significato di “raccolta di fiori”) e custodirà nella mente il proprio Guccini su misura.
Tralasciando l’aspetto più gioviale, da osteria dove “invecchiar bene, anzi, direi... benone!” (in fondo, neppure Gesù Cristo ci è riuscito!), personalmente, fin dall’adolescenza ho privilegiato quello introspettivo. Da quando, in una stanza, m’immedesimavo ascoltando l’evocativa e onirica “La Collina” senza, naturalmente, sapere chi fosse J.D Salinger, uno degli ispiratori dell’allora ovunque magnificata, Beat Generation. Fu un mio fraterno compagno di classe a propormela come già poco prima “Io Ti Racconto” di Claudio Lolli: ero emotivamente colpito a tal punto da iniziare a vagheggiare perfino sul cerchietto grafico celeste con bollicine bianche della Columbia/EMI al centro di entrambi quegli LP. I quali, a dire il vero, contribuirono non poco alla mia educazione emotiva in anni in cui si disponeva di moltissimi meno strumenti pratici, ma proprio per questo motivo, di spazi mentali enormemente vasti. Dopo quello, che fu il primo incrocio giovanile con la sua erre moscia, sarà la volta del nitore assoluto di “Incontro”, “Il Vecchio E Il Bambino”, “Piccola Città” e “Radici”, canzoni che indagavano le pietre silenziose di un passato che misteriosamente continuava a conservarsi in forme diacroniche attraverso le generazioni. E dopo il disco dalla copertina virato-seppia seguirono gli altri, vissuti in tempo reale fino a metà anni Novanta quando, per quel che mi riguarda, la sua lunga e potente magia sfumerà. All’epoca in cui scoprii il sogno de “L’Isola Non Trovata” altrettanto nulla sapevo della poesia di cinquant’anni prima, che l’aveva ispirata: “La Più Bella” di Guido Gozzano, pubblicata originariamente dalla rivista “La Lettura”. Ma nonostante giovane età e lacune culturali, quel brano lasciava intuire quanto la musica potesse essere un primo grande archivio sentimentale, si percepiva l’inconscia nostalgia e illusoria ricerca, quel vano inseguire un indefinito a cui si tende ma che mai arriva. Sentimenti che si ritrovano sia nell’adolescenza di tutti che in molta della
poetica di Gozzano. Socialmente poi, scoperta dell’irrazionale, tentativi di cambiamento, rottura con schemi familiari e sociali, erano argomenti quotidiani, molto presenti, vissuti e dibattuti nell’Italia di quel decennio. Quando (anche grazie alla canzone di Guccini) lessi davvero Gozzano, col senno del poi, divenne facile immaginare come attraverso l’illusorio mito insulare, il poeta cercasse forse di scampare all’implacabile “mal sottile” che lo porterà via a soli trentadue anni. Sia detto a margine ma c’era stata veramente un’isola improvvisamente apparsa tra Pantelleria e Sciacca l’11 luglio 1831 e divenuta famosa per un contenzioso tra Francesi, Inglesi e Regno delle Due Sicilie che parallelamente la rivendicarono. Denominata Ferdinandea in onore al Re Ferdinando II di Borbone, com’era apparsa, una notte di gennaio dell’anno successivo sparì lasciando tutti a bocca aperta, emersa a seguito di un’eruzione vulcanica sottomarina e composta perlopiù da tefrite, l’erosione delle onde la fece inabissare in fretta. Venne vista da tutti ma divenne presto introvabile come un’utopia o un miraggio. Attualmente la memoria di un’intera generazione non sempre coincide con i grandi avvenimenti storici che accadono ma quando Francesco (senza cognome com’era ancora consuetudine negli LP iniziali dei Settanta) iniziò a comporre canzoni, perfino il suono di un disco nero su un piatto di giradischi, poteva significare allontanarsi da un proprio piccolo mondo angusto. Far osservare le fratture della società a cui si apparteneva, donare volti e nomi a ingiustizie e libertà negate, aiutare a diffidare delle autorità. Per molti, a questo servirono brani come “La Locomotiva” che non si leggevano tra le pagine delle antologie scolastiche ma che sono rimaste impresse, a ferro e fuoco, nelle menti. Apparso anche nell’album di Figurine Panini dei Cantanti (anche se l’errato anno di nascita riportato, lo ringiovaniva di tre anni) giungeranno più tardi, curiosità intellettuali di voler sapere altro di Guccini. Scoprendo con sorpresa, che a casa di mia nonna da molti anni, era presente (tra i tanti d’epoca beat) un 45 giri dell’Equipe 84 con “L’Antisociale” cantato da Victor Sogliani, incisa un anno prima dell’autore. Si trattava del retro del brano presentato dal gruppo a quella edizione del Festival di Sanremo e non venivano riportati i crediti in quanto l’autore non era ancora ufficialmente iscritto alla SIAE. Francesco aveva iniziato cantando in pubblico “Dio E’ Morto” (che era allora il maggior successo de I Nomadi) per il movimento cattolico dei Focolarini di cui uno zio era esponente locale emiliano. Da
qualche parte lessi anche che era nato proprio lo stesso giorno nel quale i primi 728 prigionieri polacchi furono segregati nel lager di Auschwitz (casualità o segno del destino?). Anni dopo mi capitò d’incontrarlo a casa di amici comuni qui a Verona dov’era venuto a sceneggiare un fumetto che raccontava le gesta di un brigante toscano. Credo si trattasse del 1980 poiché non avevo ancora ascoltato la canzone “Bisanzio” e così mi è rimasta curiosità di sapere perché utilizzò quel nome per una città che, all’epoca dei fatti narrati, si chiamava già Costantinopoli. La storia afferma che l’aveva decretato Costantino, predecessore di quell’“imperatore sposo di puttana” (Giustiniano) attraverso la citazione del quale, Guccini colloca una vicenda che può darsi, qualcosa debba all’“Arcana Historia” di Procopio di Cesarea. Forse arriva veramente un tempo in cui non si riesce più a “distinguere il vero dai sogni” e al mare non importa d’“essere azzurro o verde” (due dei colori delle parti politico-sociali che nella Tarda Antichità, si contendevano l’ex gloriosa capitale d’Oriente, precipitata in decadenza morale e urbana). Francesco sapeva bene come passare dallo scoramento di un Filemazio alla suadente speranza di “Le Cinque Anatre” che, sebbene ispirata da un vecchio canto siberiano di prigionia, tanto ricorda i migranti africani attuali. O, per restare in schietta metafora animale, dipingere universalità con lucida analisi poetica: “…nessuno ha mai chiesto di scegliere neanche all'aquila o al topo...ma ho visto a volte che anche un topo sa ruggire ed anche un'aquila precipitata…” (Van Loon). Pur senza molto viaggiare, è riuscito ad attraversare la vita provinciale di tanti raccontando, lontano dai tramestii cittadini, chimere acerbe e ingenue, riempite con l’elaborazione fantastica del suo sentire montanaro. Quegli spazi bianchi, racchiusi in ciascun ascoltatore fra intimità e vita reale, in cui si trasformano personaggi probabilmente semplici, in figure epiche come “Il Frate”. E poi c’è stato
veramente il tempo in cui indossare un eskimo verde scuro rappresentava un segno di appartenenza e di rifiuto, niente a che vedere con i moderni parka. Sembrano passati secoli e invece si tratta solamente di qualche decennio. E, anche fosse l’ultima, la coraggiosa migrazione di quelle anatre, sarà sempre a forma di V per ridurre la fatica e tagliare il vento a tutto lo stormo di un volo d’istinto e cielo. Perché anche quando inseguono un altrove migliore, quello degli uccelli non è mai un addio, hanno memoria antica e alla fine tornano nello stesso preciso punto del mondo. Meno male che Guccio non ha saputo degli ipocriti e opportunistici attestati di facciata che la destra governativa attuale si è affrettata a esibire all’annuncio della sua scomparsa come se nulla fossero i nazionalismi, settarismi o razzismi che lui aborriva. Lo scrittore verista Giovanni Verga, uno che di miserie umane ne scriveva parecchio bene, nella prefazione de “I Malavoglia” centoquarantacinque anni fa, sentenziava: “i vincitori d'oggi, affrettati e avidi d'arrivare, saranno sorpassati domani”.



Flavio Poltronieri


P.S.   Sorprendentemente Edoardo Bennato (probabilmente nel 1990)  si cimentò in una strepitosa imitazione gucciniana, pubblicata come brano-fantasma al termine del disco “L’Uomo Occidentale” nel 2003, saltellando nel testo dell’ode “Marzo 1821” che Alessandro Manzoni aveva scritto dopo i moti costituzionali anti-austriaci del Piemonte.

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